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2021-01-17
«Re Conte» riapre le seconde case. Ma serve una traduzione del dpcm
Nel caos della iper regolamentazione governativa in materia di Covid, ci sarebbe almeno una piccola - quasi simbolica - ragione per rallegrarsi: il nuovo dpcm appena entrato in vigore pone infatti riparo a uno degli svarioni precedenti, eliminando l'assurdo divieto di raggiungere la seconda casa, anche se ubicata in un'altra regione.
Lo si desume indirettamente dal confronto tra le norme natalizie e il nuovo dpcm. Nel decreto di Natale si leggeva: «È comunque consentito il rientro alla propria residenza, domicilio, abitazione, con esclusione degli spostamenti verso le seconde case ubicate in altra regione». Invece, nell'ultimo dpcm il passaggio che esclude esplicitamente le seconde case fuori regione è saltato.
Se n'è accorto tra i primi il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, che ha commentato su Twitter: «La previsione della possibilità di raggiungere le seconde case anche fuori regione è l'opportuna correzione di un evidente errore compiuto nei provvedimenti precedenti». Tra l'altro, i proprietari immobiliari sono un bersaglio ormai sadicamente scelto dai giallorossi: lo Stato impone di continuare a pagare Imu e Tasi (e sulle seconde case si tratta di somme molto importanti), impedisce ai cittadini di raggiungerle, e se per caso hanno dato in affitto un immobile e l'inquilino non paga, non permette ai proprietari nemmeno di provare a far scattare lo sfratto. Con tanti saluti al diritto di proprietà, allo Stato di diritto e a un minimo di buon senso.
Tuttavia, colpisce il fatto che questa piccola ritrovata libertà debba essere - per così dire - desunta indirettamente e implicitamente, attraverso un'opera di confronto tra vecchia e nuova regolamentazione. Intendiamoci bene, in termini di tecnica normativa, questa dovrebbe essere la normalità: tutto ciò che non è vietato è per definizione permesso. E ciò che resta non regolato deve essere considerato automaticamente libero, possibile, non soggetto a restrizioni.
Ma questo sarebbe normale se vivessimo in un Paese di cultura - anche giuridica - liberale classica: poche norme, scritte chiaramente, pochi divieti e tutto il resto libero e consentito. Al contrario, come tutti sanno, qui in Italia è vero esattamente l'inverso: in ogni materia, si assiste a un affastellarsi confuso e ossessivo di regole, peraltro continuamente modificate, il che costringe anche il cittadino più diligente e scrupoloso a uno sforzo mostruoso per non sbagliare, per essere costantemente aggiornato. Anche perché - tragicamente - la legge non ammette ignoranza. Morale: ragionevolezza suggerirebbe che, se qualcosa era vietato fino a ieri e oggi diventa invece consentito, la novità fosse valorizzata in modo esplicito, evidente, immediatamente comprensibile a tutti, senza dover consultare l'avvocato.
Perché i tg pubblici, in larga misura così sensibili ai desiderata del governo, non hanno dato la notizia con evidenza? Perché il governo non ha chiarito apertis verbis la novità, nella sua comunicazione debordante? Ancora ieri sera alle 20, nelle Faq del sito www.governo.it, il quadro dei quesiti e delle ipotesi era fermo in attesa di aggiornamento.
E non si tratta di un caso isolato, ma di un vizio. Si pensi anche al tema delle mascherine. All'articolo 1 del nuovo decreto si legge testualmente: «È fatto obbligo sull'intero territorio nazionale di avere sempre con sé dispositivi di protezione delle vie respiratorie, nonché obbligo di indossarli nei luoghi al chiuso diversi dalle abitazioni private e in tutti i luoghi all'aperto a eccezione dei casi in cui, per le caratteristiche dei luoghi o per le circostanze di fatto, sia garantita in modo continuativo la condizione di isolamento rispetto a persone non conviventi». Come si vede, a una lettura attenta della norma, resterebbe la possibilità teorica di non indossare la mascherina (pur dovendola avere con sé) quando ci siano condizioni di ragionevole «isolamento». Eppure, nella comunicazione di governo, esperti e media amici (cioè quasi tutti), questo aspetto non viene mai valorizzato, e invece si insiste sempre su un obbligo generalizzato, ossessivo, quasi senza eccezioni.
Siamo alle solite. Un tratto caratteristico dei sistemi autoritari e illiberali è proprio l'incertezza del diritto, sorella dell'ipertrofia normativa: lo Stato regola tutto, e con ciò rende tutto incerto, lasciando il cittadino nel panico, e di fatto lo induce, lo espone all'errore e alla multa. È questa la forma mentis del legislatore giallorosso: nemico della libertà e della proprietà, sospettoso verso le scelte individuali (e, su un altro piano, verso le autonomie territoriali), ossessivamente regolatore e centralizzatore. E se per caso, per una volta, fa saltare un divieto, nemmeno te lo fa sapere con chiarezza, in modo da consentirti di fare una scelta a cuor leggero. No, vuole che sia tu a scoprirlo, magari rimanendo nel dubbio e vivendo costantemente nel timore di essere sanzionato, colto in fallo, beccato in flagranza. In una parola, facendo sentire gli italiani colpevoli anche a casa propria.
Mezza Italia ora si ribella ai divieti
Conteggi da rifare dopo una decisione troppo penalizzante. La Lombardia da oggi torna in zona rossa, ovvero nel regime normativo più restrittivo, che dovrebbe durare almeno fino al 31 gennaio, previsto dal dpcm varato dal governo venerdì pomeriggio, ma il presidente della Regione, Attilio Fontana, non ci sta. Ha già inviato una lettera al ministro della Salute, Roberto Speranza, ed è pronto anche un ricorso al Tar contro l'imposizione del cambio di colore alla regione più colpita dalla pandemia Covid. «Questa decisione è inutilmente punitiva poiché basata su dati vecchi che non tengono conto della situazione reale», ha detto Fontana. In sostanza, limitazioni troppo restrittive, che prendono in considerazione soltanto la velocità di diffusione del contagio e non il numero dei ricoverati in terapia intensiva rispetto alla popolazione, che invece colloca la Regione a metà classifica nazionale.
L'ordinanza di Speranza considera «un'incidenza dei contagi superiore a 50 casi ogni 100.000 abitanti e uno scenario di tipo 3 con un livello di rischio alto», ma si richiama anche «l'evolversi della situazione epidemiologica a livello internazionale e il carattere particolarmente diffusivo dell'epidemia da Covid-19». Nel ricorso il governatore, con i suoi legali, spalleggiato dalla sua vice nonché nuovo assessore al Welfare, Letizia Moratti, cita dati e documenti atti a dimostrare che in Lombardia la situazione è migliorata e quindi la Regione può essere promossa in fascia arancione. Nel dossier regionale si riporta il report della settimana dal 4 al 10 gennaio, con 13.469 casi per data diagnosi/prelievo, mentre nella settimana precedente c'erano stati 13.721 casi, con un trend quindi in leggerissima diminuzione (-1,8%). L'Rt in base al quale la Lombardia è in zona rossa è quello stimato al 30 dicembre ed è pari a 1,4 (Ci: 1,38-1,43). «Si segnala che nella settimana dal 21dicembre 2020 al 27 dicembre 2020 si sono verificati 10.920 casi e si ricorda altresì che Rt è calcolato sulla data inizio sintomi e non su data diagnosi/prelievo: è pertanto coerente con il dato di incremento di circa 3.000 casi nella settimana dal 28 dicembre 2020 al 3 gennaio 2021 rispetto alla settimana dal 21 dicembre 2020 al 27 dicembre 2020 che il valore di Rt sia salito».
Altro punto ribadito è che «la Lombardia sia considerata in zona rossa mentre altre Regioni con tassi di incidenza settimanali molto superiori non abbiano la stessa classificazione: la Lombardia ha circa un terzo dei casi del Veneto, la metà dei casi dell'Emilia Romagna, un dato inferiore al Lazio e al Friuli. Si specifica che inoltre il dato lombardo è inferiore alla media nazionale, pari a 183 casi per 100.000 abitanti».
Uniti nella protesta, oltre ai sindaci dei capoluoghi, tutti gli assessori regionali che definiscono questo lockdown alla Regione più produttiva d'Italia «una vergogna». Oltre ai colori, una delle misure più contestate del nuovo dpcm è il divieto della vendita da asporto per i bar dalle ore 18. «Un provvedimento che non porta vantaggi significativi sul piano della prevenzione e al contrario rischia di rappresentare un ulteriore fattore negativo di tensione sociale ed economica sui territori», ha detto il presidente della Conferenza Stato-Regioni, Stefano Bonaccini. Ma anche i ristoratori si sentono i più colpiti dai decreti e pensano ad altre proteste oltre a #Ioapro di venerdì scorso, così come gli studenti hanno organizzato manifestazioni per domani, giorno in cui nelle Regioni gialle e arancioni le scuole si riapriranno almeno al 50% della presenza.
A Roma, gruppi di 50 istituti superiori manifesteranno sono le finestre del ministero dell'Istruzione, mentre a Milano, dove continuano le occupazioni, viene vanificata dalla fascia rossa la sentenza del Tar che aveva bocciato l'ordinanza regionale sulla sospensione della didattica a distanza al 100% per le scuole superiori.
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I «sudditi» scoprono da indiscrezioni di stampa che si può andare nelle dimore di proprietà pure fuori regione Ore dopo, la conferma di Chigi. Ambiguità sulle mascherine: all'aperto non c'è l'obbligo d'indossarle sempre.La Lombardia vuole appellarsi alle toghe contro la zona rossa. Continua la protesta dei ristoratori e si mobilitano anche gli studenti: domani manifesteranno davanti al Miur.Lo speciale contiene due articoli.Nel caos della iper regolamentazione governativa in materia di Covid, ci sarebbe almeno una piccola - quasi simbolica - ragione per rallegrarsi: il nuovo dpcm appena entrato in vigore pone infatti riparo a uno degli svarioni precedenti, eliminando l'assurdo divieto di raggiungere la seconda casa, anche se ubicata in un'altra regione. Lo si desume indirettamente dal confronto tra le norme natalizie e il nuovo dpcm. Nel decreto di Natale si leggeva: «È comunque consentito il rientro alla propria residenza, domicilio, abitazione, con esclusione degli spostamenti verso le seconde case ubicate in altra regione». Invece, nell'ultimo dpcm il passaggio che esclude esplicitamente le seconde case fuori regione è saltato. Se n'è accorto tra i primi il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, che ha commentato su Twitter: «La previsione della possibilità di raggiungere le seconde case anche fuori regione è l'opportuna correzione di un evidente errore compiuto nei provvedimenti precedenti». Tra l'altro, i proprietari immobiliari sono un bersaglio ormai sadicamente scelto dai giallorossi: lo Stato impone di continuare a pagare Imu e Tasi (e sulle seconde case si tratta di somme molto importanti), impedisce ai cittadini di raggiungerle, e se per caso hanno dato in affitto un immobile e l'inquilino non paga, non permette ai proprietari nemmeno di provare a far scattare lo sfratto. Con tanti saluti al diritto di proprietà, allo Stato di diritto e a un minimo di buon senso. Tuttavia, colpisce il fatto che questa piccola ritrovata libertà debba essere - per così dire - desunta indirettamente e implicitamente, attraverso un'opera di confronto tra vecchia e nuova regolamentazione. Intendiamoci bene, in termini di tecnica normativa, questa dovrebbe essere la normalità: tutto ciò che non è vietato è per definizione permesso. E ciò che resta non regolato deve essere considerato automaticamente libero, possibile, non soggetto a restrizioni. Ma questo sarebbe normale se vivessimo in un Paese di cultura - anche giuridica - liberale classica: poche norme, scritte chiaramente, pochi divieti e tutto il resto libero e consentito. Al contrario, come tutti sanno, qui in Italia è vero esattamente l'inverso: in ogni materia, si assiste a un affastellarsi confuso e ossessivo di regole, peraltro continuamente modificate, il che costringe anche il cittadino più diligente e scrupoloso a uno sforzo mostruoso per non sbagliare, per essere costantemente aggiornato. Anche perché - tragicamente - la legge non ammette ignoranza. Morale: ragionevolezza suggerirebbe che, se qualcosa era vietato fino a ieri e oggi diventa invece consentito, la novità fosse valorizzata in modo esplicito, evidente, immediatamente comprensibile a tutti, senza dover consultare l'avvocato. Perché i tg pubblici, in larga misura così sensibili ai desiderata del governo, non hanno dato la notizia con evidenza? Perché il governo non ha chiarito apertis verbis la novità, nella sua comunicazione debordante? Ancora ieri sera alle 20, nelle Faq del sito www.governo.it, il quadro dei quesiti e delle ipotesi era fermo in attesa di aggiornamento.E non si tratta di un caso isolato, ma di un vizio. Si pensi anche al tema delle mascherine. All'articolo 1 del nuovo decreto si legge testualmente: «È fatto obbligo sull'intero territorio nazionale di avere sempre con sé dispositivi di protezione delle vie respiratorie, nonché obbligo di indossarli nei luoghi al chiuso diversi dalle abitazioni private e in tutti i luoghi all'aperto a eccezione dei casi in cui, per le caratteristiche dei luoghi o per le circostanze di fatto, sia garantita in modo continuativo la condizione di isolamento rispetto a persone non conviventi». Come si vede, a una lettura attenta della norma, resterebbe la possibilità teorica di non indossare la mascherina (pur dovendola avere con sé) quando ci siano condizioni di ragionevole «isolamento». Eppure, nella comunicazione di governo, esperti e media amici (cioè quasi tutti), questo aspetto non viene mai valorizzato, e invece si insiste sempre su un obbligo generalizzato, ossessivo, quasi senza eccezioni. Siamo alle solite. Un tratto caratteristico dei sistemi autoritari e illiberali è proprio l'incertezza del diritto, sorella dell'ipertrofia normativa: lo Stato regola tutto, e con ciò rende tutto incerto, lasciando il cittadino nel panico, e di fatto lo induce, lo espone all'errore e alla multa. È questa la forma mentis del legislatore giallorosso: nemico della libertà e della proprietà, sospettoso verso le scelte individuali (e, su un altro piano, verso le autonomie territoriali), ossessivamente regolatore e centralizzatore. E se per caso, per una volta, fa saltare un divieto, nemmeno te lo fa sapere con chiarezza, in modo da consentirti di fare una scelta a cuor leggero. No, vuole che sia tu a scoprirlo, magari rimanendo nel dubbio e vivendo costantemente nel timore di essere sanzionato, colto in fallo, beccato in flagranza. In una parola, facendo sentire gli italiani colpevoli anche a casa propria. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/re-conte-riapre-le-seconde-case-ma-serve-una-traduzione-del-dpcm-2649962692.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mezza-italia-ora-si-ribella-ai-divieti" data-post-id="2649962692" data-published-at="1610830509" data-use-pagination="False"> Mezza Italia ora si ribella ai divieti Conteggi da rifare dopo una decisione troppo penalizzante. La Lombardia da oggi torna in zona rossa, ovvero nel regime normativo più restrittivo, che dovrebbe durare almeno fino al 31 gennaio, previsto dal dpcm varato dal governo venerdì pomeriggio, ma il presidente della Regione, Attilio Fontana, non ci sta. Ha già inviato una lettera al ministro della Salute, Roberto Speranza, ed è pronto anche un ricorso al Tar contro l'imposizione del cambio di colore alla regione più colpita dalla pandemia Covid. «Questa decisione è inutilmente punitiva poiché basata su dati vecchi che non tengono conto della situazione reale», ha detto Fontana. In sostanza, limitazioni troppo restrittive, che prendono in considerazione soltanto la velocità di diffusione del contagio e non il numero dei ricoverati in terapia intensiva rispetto alla popolazione, che invece colloca la Regione a metà classifica nazionale. L'ordinanza di Speranza considera «un'incidenza dei contagi superiore a 50 casi ogni 100.000 abitanti e uno scenario di tipo 3 con un livello di rischio alto», ma si richiama anche «l'evolversi della situazione epidemiologica a livello internazionale e il carattere particolarmente diffusivo dell'epidemia da Covid-19». Nel ricorso il governatore, con i suoi legali, spalleggiato dalla sua vice nonché nuovo assessore al Welfare, Letizia Moratti, cita dati e documenti atti a dimostrare che in Lombardia la situazione è migliorata e quindi la Regione può essere promossa in fascia arancione. Nel dossier regionale si riporta il report della settimana dal 4 al 10 gennaio, con 13.469 casi per data diagnosi/prelievo, mentre nella settimana precedente c'erano stati 13.721 casi, con un trend quindi in leggerissima diminuzione (-1,8%). L'Rt in base al quale la Lombardia è in zona rossa è quello stimato al 30 dicembre ed è pari a 1,4 (Ci: 1,38-1,43). «Si segnala che nella settimana dal 21dicembre 2020 al 27 dicembre 2020 si sono verificati 10.920 casi e si ricorda altresì che Rt è calcolato sulla data inizio sintomi e non su data diagnosi/prelievo: è pertanto coerente con il dato di incremento di circa 3.000 casi nella settimana dal 28 dicembre 2020 al 3 gennaio 2021 rispetto alla settimana dal 21 dicembre 2020 al 27 dicembre 2020 che il valore di Rt sia salito». Altro punto ribadito è che «la Lombardia sia considerata in zona rossa mentre altre Regioni con tassi di incidenza settimanali molto superiori non abbiano la stessa classificazione: la Lombardia ha circa un terzo dei casi del Veneto, la metà dei casi dell'Emilia Romagna, un dato inferiore al Lazio e al Friuli. Si specifica che inoltre il dato lombardo è inferiore alla media nazionale, pari a 183 casi per 100.000 abitanti». Uniti nella protesta, oltre ai sindaci dei capoluoghi, tutti gli assessori regionali che definiscono questo lockdown alla Regione più produttiva d'Italia «una vergogna». Oltre ai colori, una delle misure più contestate del nuovo dpcm è il divieto della vendita da asporto per i bar dalle ore 18. «Un provvedimento che non porta vantaggi significativi sul piano della prevenzione e al contrario rischia di rappresentare un ulteriore fattore negativo di tensione sociale ed economica sui territori», ha detto il presidente della Conferenza Stato-Regioni, Stefano Bonaccini. Ma anche i ristoratori si sentono i più colpiti dai decreti e pensano ad altre proteste oltre a #Ioapro di venerdì scorso, così come gli studenti hanno organizzato manifestazioni per domani, giorno in cui nelle Regioni gialle e arancioni le scuole si riapriranno almeno al 50% della presenza. A Roma, gruppi di 50 istituti superiori manifesteranno sono le finestre del ministero dell'Istruzione, mentre a Milano, dove continuano le occupazioni, viene vanificata dalla fascia rossa la sentenza del Tar che aveva bocciato l'ordinanza regionale sulla sospensione della didattica a distanza al 100% per le scuole superiori.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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