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2021-01-17
«Re Conte» riapre le seconde case. Ma serve una traduzione del dpcm
Nel caos della iper regolamentazione governativa in materia di Covid, ci sarebbe almeno una piccola - quasi simbolica - ragione per rallegrarsi: il nuovo dpcm appena entrato in vigore pone infatti riparo a uno degli svarioni precedenti, eliminando l'assurdo divieto di raggiungere la seconda casa, anche se ubicata in un'altra regione.
Lo si desume indirettamente dal confronto tra le norme natalizie e il nuovo dpcm. Nel decreto di Natale si leggeva: «È comunque consentito il rientro alla propria residenza, domicilio, abitazione, con esclusione degli spostamenti verso le seconde case ubicate in altra regione». Invece, nell'ultimo dpcm il passaggio che esclude esplicitamente le seconde case fuori regione è saltato.
Se n'è accorto tra i primi il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, che ha commentato su Twitter: «La previsione della possibilità di raggiungere le seconde case anche fuori regione è l'opportuna correzione di un evidente errore compiuto nei provvedimenti precedenti». Tra l'altro, i proprietari immobiliari sono un bersaglio ormai sadicamente scelto dai giallorossi: lo Stato impone di continuare a pagare Imu e Tasi (e sulle seconde case si tratta di somme molto importanti), impedisce ai cittadini di raggiungerle, e se per caso hanno dato in affitto un immobile e l'inquilino non paga, non permette ai proprietari nemmeno di provare a far scattare lo sfratto. Con tanti saluti al diritto di proprietà, allo Stato di diritto e a un minimo di buon senso.
Tuttavia, colpisce il fatto che questa piccola ritrovata libertà debba essere - per così dire - desunta indirettamente e implicitamente, attraverso un'opera di confronto tra vecchia e nuova regolamentazione. Intendiamoci bene, in termini di tecnica normativa, questa dovrebbe essere la normalità: tutto ciò che non è vietato è per definizione permesso. E ciò che resta non regolato deve essere considerato automaticamente libero, possibile, non soggetto a restrizioni.
Ma questo sarebbe normale se vivessimo in un Paese di cultura - anche giuridica - liberale classica: poche norme, scritte chiaramente, pochi divieti e tutto il resto libero e consentito. Al contrario, come tutti sanno, qui in Italia è vero esattamente l'inverso: in ogni materia, si assiste a un affastellarsi confuso e ossessivo di regole, peraltro continuamente modificate, il che costringe anche il cittadino più diligente e scrupoloso a uno sforzo mostruoso per non sbagliare, per essere costantemente aggiornato. Anche perché - tragicamente - la legge non ammette ignoranza. Morale: ragionevolezza suggerirebbe che, se qualcosa era vietato fino a ieri e oggi diventa invece consentito, la novità fosse valorizzata in modo esplicito, evidente, immediatamente comprensibile a tutti, senza dover consultare l'avvocato.
Perché i tg pubblici, in larga misura così sensibili ai desiderata del governo, non hanno dato la notizia con evidenza? Perché il governo non ha chiarito apertis verbis la novità, nella sua comunicazione debordante? Ancora ieri sera alle 20, nelle Faq del sito www.governo.it, il quadro dei quesiti e delle ipotesi era fermo in attesa di aggiornamento.
E non si tratta di un caso isolato, ma di un vizio. Si pensi anche al tema delle mascherine. All'articolo 1 del nuovo decreto si legge testualmente: «È fatto obbligo sull'intero territorio nazionale di avere sempre con sé dispositivi di protezione delle vie respiratorie, nonché obbligo di indossarli nei luoghi al chiuso diversi dalle abitazioni private e in tutti i luoghi all'aperto a eccezione dei casi in cui, per le caratteristiche dei luoghi o per le circostanze di fatto, sia garantita in modo continuativo la condizione di isolamento rispetto a persone non conviventi». Come si vede, a una lettura attenta della norma, resterebbe la possibilità teorica di non indossare la mascherina (pur dovendola avere con sé) quando ci siano condizioni di ragionevole «isolamento». Eppure, nella comunicazione di governo, esperti e media amici (cioè quasi tutti), questo aspetto non viene mai valorizzato, e invece si insiste sempre su un obbligo generalizzato, ossessivo, quasi senza eccezioni.
Siamo alle solite. Un tratto caratteristico dei sistemi autoritari e illiberali è proprio l'incertezza del diritto, sorella dell'ipertrofia normativa: lo Stato regola tutto, e con ciò rende tutto incerto, lasciando il cittadino nel panico, e di fatto lo induce, lo espone all'errore e alla multa. È questa la forma mentis del legislatore giallorosso: nemico della libertà e della proprietà, sospettoso verso le scelte individuali (e, su un altro piano, verso le autonomie territoriali), ossessivamente regolatore e centralizzatore. E se per caso, per una volta, fa saltare un divieto, nemmeno te lo fa sapere con chiarezza, in modo da consentirti di fare una scelta a cuor leggero. No, vuole che sia tu a scoprirlo, magari rimanendo nel dubbio e vivendo costantemente nel timore di essere sanzionato, colto in fallo, beccato in flagranza. In una parola, facendo sentire gli italiani colpevoli anche a casa propria.
Mezza Italia ora si ribella ai divieti
Conteggi da rifare dopo una decisione troppo penalizzante. La Lombardia da oggi torna in zona rossa, ovvero nel regime normativo più restrittivo, che dovrebbe durare almeno fino al 31 gennaio, previsto dal dpcm varato dal governo venerdì pomeriggio, ma il presidente della Regione, Attilio Fontana, non ci sta. Ha già inviato una lettera al ministro della Salute, Roberto Speranza, ed è pronto anche un ricorso al Tar contro l'imposizione del cambio di colore alla regione più colpita dalla pandemia Covid. «Questa decisione è inutilmente punitiva poiché basata su dati vecchi che non tengono conto della situazione reale», ha detto Fontana. In sostanza, limitazioni troppo restrittive, che prendono in considerazione soltanto la velocità di diffusione del contagio e non il numero dei ricoverati in terapia intensiva rispetto alla popolazione, che invece colloca la Regione a metà classifica nazionale.
L'ordinanza di Speranza considera «un'incidenza dei contagi superiore a 50 casi ogni 100.000 abitanti e uno scenario di tipo 3 con un livello di rischio alto», ma si richiama anche «l'evolversi della situazione epidemiologica a livello internazionale e il carattere particolarmente diffusivo dell'epidemia da Covid-19». Nel ricorso il governatore, con i suoi legali, spalleggiato dalla sua vice nonché nuovo assessore al Welfare, Letizia Moratti, cita dati e documenti atti a dimostrare che in Lombardia la situazione è migliorata e quindi la Regione può essere promossa in fascia arancione. Nel dossier regionale si riporta il report della settimana dal 4 al 10 gennaio, con 13.469 casi per data diagnosi/prelievo, mentre nella settimana precedente c'erano stati 13.721 casi, con un trend quindi in leggerissima diminuzione (-1,8%). L'Rt in base al quale la Lombardia è in zona rossa è quello stimato al 30 dicembre ed è pari a 1,4 (Ci: 1,38-1,43). «Si segnala che nella settimana dal 21dicembre 2020 al 27 dicembre 2020 si sono verificati 10.920 casi e si ricorda altresì che Rt è calcolato sulla data inizio sintomi e non su data diagnosi/prelievo: è pertanto coerente con il dato di incremento di circa 3.000 casi nella settimana dal 28 dicembre 2020 al 3 gennaio 2021 rispetto alla settimana dal 21 dicembre 2020 al 27 dicembre 2020 che il valore di Rt sia salito».
Altro punto ribadito è che «la Lombardia sia considerata in zona rossa mentre altre Regioni con tassi di incidenza settimanali molto superiori non abbiano la stessa classificazione: la Lombardia ha circa un terzo dei casi del Veneto, la metà dei casi dell'Emilia Romagna, un dato inferiore al Lazio e al Friuli. Si specifica che inoltre il dato lombardo è inferiore alla media nazionale, pari a 183 casi per 100.000 abitanti».
Uniti nella protesta, oltre ai sindaci dei capoluoghi, tutti gli assessori regionali che definiscono questo lockdown alla Regione più produttiva d'Italia «una vergogna». Oltre ai colori, una delle misure più contestate del nuovo dpcm è il divieto della vendita da asporto per i bar dalle ore 18. «Un provvedimento che non porta vantaggi significativi sul piano della prevenzione e al contrario rischia di rappresentare un ulteriore fattore negativo di tensione sociale ed economica sui territori», ha detto il presidente della Conferenza Stato-Regioni, Stefano Bonaccini. Ma anche i ristoratori si sentono i più colpiti dai decreti e pensano ad altre proteste oltre a #Ioapro di venerdì scorso, così come gli studenti hanno organizzato manifestazioni per domani, giorno in cui nelle Regioni gialle e arancioni le scuole si riapriranno almeno al 50% della presenza.
A Roma, gruppi di 50 istituti superiori manifesteranno sono le finestre del ministero dell'Istruzione, mentre a Milano, dove continuano le occupazioni, viene vanificata dalla fascia rossa la sentenza del Tar che aveva bocciato l'ordinanza regionale sulla sospensione della didattica a distanza al 100% per le scuole superiori.
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I «sudditi» scoprono da indiscrezioni di stampa che si può andare nelle dimore di proprietà pure fuori regione Ore dopo, la conferma di Chigi. Ambiguità sulle mascherine: all'aperto non c'è l'obbligo d'indossarle sempre.La Lombardia vuole appellarsi alle toghe contro la zona rossa. Continua la protesta dei ristoratori e si mobilitano anche gli studenti: domani manifesteranno davanti al Miur.Lo speciale contiene due articoli.Nel caos della iper regolamentazione governativa in materia di Covid, ci sarebbe almeno una piccola - quasi simbolica - ragione per rallegrarsi: il nuovo dpcm appena entrato in vigore pone infatti riparo a uno degli svarioni precedenti, eliminando l'assurdo divieto di raggiungere la seconda casa, anche se ubicata in un'altra regione. Lo si desume indirettamente dal confronto tra le norme natalizie e il nuovo dpcm. Nel decreto di Natale si leggeva: «È comunque consentito il rientro alla propria residenza, domicilio, abitazione, con esclusione degli spostamenti verso le seconde case ubicate in altra regione». Invece, nell'ultimo dpcm il passaggio che esclude esplicitamente le seconde case fuori regione è saltato. Se n'è accorto tra i primi il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, che ha commentato su Twitter: «La previsione della possibilità di raggiungere le seconde case anche fuori regione è l'opportuna correzione di un evidente errore compiuto nei provvedimenti precedenti». Tra l'altro, i proprietari immobiliari sono un bersaglio ormai sadicamente scelto dai giallorossi: lo Stato impone di continuare a pagare Imu e Tasi (e sulle seconde case si tratta di somme molto importanti), impedisce ai cittadini di raggiungerle, e se per caso hanno dato in affitto un immobile e l'inquilino non paga, non permette ai proprietari nemmeno di provare a far scattare lo sfratto. Con tanti saluti al diritto di proprietà, allo Stato di diritto e a un minimo di buon senso. Tuttavia, colpisce il fatto che questa piccola ritrovata libertà debba essere - per così dire - desunta indirettamente e implicitamente, attraverso un'opera di confronto tra vecchia e nuova regolamentazione. Intendiamoci bene, in termini di tecnica normativa, questa dovrebbe essere la normalità: tutto ciò che non è vietato è per definizione permesso. E ciò che resta non regolato deve essere considerato automaticamente libero, possibile, non soggetto a restrizioni. Ma questo sarebbe normale se vivessimo in un Paese di cultura - anche giuridica - liberale classica: poche norme, scritte chiaramente, pochi divieti e tutto il resto libero e consentito. Al contrario, come tutti sanno, qui in Italia è vero esattamente l'inverso: in ogni materia, si assiste a un affastellarsi confuso e ossessivo di regole, peraltro continuamente modificate, il che costringe anche il cittadino più diligente e scrupoloso a uno sforzo mostruoso per non sbagliare, per essere costantemente aggiornato. Anche perché - tragicamente - la legge non ammette ignoranza. Morale: ragionevolezza suggerirebbe che, se qualcosa era vietato fino a ieri e oggi diventa invece consentito, la novità fosse valorizzata in modo esplicito, evidente, immediatamente comprensibile a tutti, senza dover consultare l'avvocato. Perché i tg pubblici, in larga misura così sensibili ai desiderata del governo, non hanno dato la notizia con evidenza? Perché il governo non ha chiarito apertis verbis la novità, nella sua comunicazione debordante? Ancora ieri sera alle 20, nelle Faq del sito www.governo.it, il quadro dei quesiti e delle ipotesi era fermo in attesa di aggiornamento.E non si tratta di un caso isolato, ma di un vizio. Si pensi anche al tema delle mascherine. All'articolo 1 del nuovo decreto si legge testualmente: «È fatto obbligo sull'intero territorio nazionale di avere sempre con sé dispositivi di protezione delle vie respiratorie, nonché obbligo di indossarli nei luoghi al chiuso diversi dalle abitazioni private e in tutti i luoghi all'aperto a eccezione dei casi in cui, per le caratteristiche dei luoghi o per le circostanze di fatto, sia garantita in modo continuativo la condizione di isolamento rispetto a persone non conviventi». Come si vede, a una lettura attenta della norma, resterebbe la possibilità teorica di non indossare la mascherina (pur dovendola avere con sé) quando ci siano condizioni di ragionevole «isolamento». Eppure, nella comunicazione di governo, esperti e media amici (cioè quasi tutti), questo aspetto non viene mai valorizzato, e invece si insiste sempre su un obbligo generalizzato, ossessivo, quasi senza eccezioni. Siamo alle solite. Un tratto caratteristico dei sistemi autoritari e illiberali è proprio l'incertezza del diritto, sorella dell'ipertrofia normativa: lo Stato regola tutto, e con ciò rende tutto incerto, lasciando il cittadino nel panico, e di fatto lo induce, lo espone all'errore e alla multa. È questa la forma mentis del legislatore giallorosso: nemico della libertà e della proprietà, sospettoso verso le scelte individuali (e, su un altro piano, verso le autonomie territoriali), ossessivamente regolatore e centralizzatore. E se per caso, per una volta, fa saltare un divieto, nemmeno te lo fa sapere con chiarezza, in modo da consentirti di fare una scelta a cuor leggero. No, vuole che sia tu a scoprirlo, magari rimanendo nel dubbio e vivendo costantemente nel timore di essere sanzionato, colto in fallo, beccato in flagranza. In una parola, facendo sentire gli italiani colpevoli anche a casa propria. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/re-conte-riapre-le-seconde-case-ma-serve-una-traduzione-del-dpcm-2649962692.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mezza-italia-ora-si-ribella-ai-divieti" data-post-id="2649962692" data-published-at="1610830509" data-use-pagination="False"> Mezza Italia ora si ribella ai divieti Conteggi da rifare dopo una decisione troppo penalizzante. La Lombardia da oggi torna in zona rossa, ovvero nel regime normativo più restrittivo, che dovrebbe durare almeno fino al 31 gennaio, previsto dal dpcm varato dal governo venerdì pomeriggio, ma il presidente della Regione, Attilio Fontana, non ci sta. Ha già inviato una lettera al ministro della Salute, Roberto Speranza, ed è pronto anche un ricorso al Tar contro l'imposizione del cambio di colore alla regione più colpita dalla pandemia Covid. «Questa decisione è inutilmente punitiva poiché basata su dati vecchi che non tengono conto della situazione reale», ha detto Fontana. In sostanza, limitazioni troppo restrittive, che prendono in considerazione soltanto la velocità di diffusione del contagio e non il numero dei ricoverati in terapia intensiva rispetto alla popolazione, che invece colloca la Regione a metà classifica nazionale. L'ordinanza di Speranza considera «un'incidenza dei contagi superiore a 50 casi ogni 100.000 abitanti e uno scenario di tipo 3 con un livello di rischio alto», ma si richiama anche «l'evolversi della situazione epidemiologica a livello internazionale e il carattere particolarmente diffusivo dell'epidemia da Covid-19». Nel ricorso il governatore, con i suoi legali, spalleggiato dalla sua vice nonché nuovo assessore al Welfare, Letizia Moratti, cita dati e documenti atti a dimostrare che in Lombardia la situazione è migliorata e quindi la Regione può essere promossa in fascia arancione. Nel dossier regionale si riporta il report della settimana dal 4 al 10 gennaio, con 13.469 casi per data diagnosi/prelievo, mentre nella settimana precedente c'erano stati 13.721 casi, con un trend quindi in leggerissima diminuzione (-1,8%). L'Rt in base al quale la Lombardia è in zona rossa è quello stimato al 30 dicembre ed è pari a 1,4 (Ci: 1,38-1,43). «Si segnala che nella settimana dal 21dicembre 2020 al 27 dicembre 2020 si sono verificati 10.920 casi e si ricorda altresì che Rt è calcolato sulla data inizio sintomi e non su data diagnosi/prelievo: è pertanto coerente con il dato di incremento di circa 3.000 casi nella settimana dal 28 dicembre 2020 al 3 gennaio 2021 rispetto alla settimana dal 21 dicembre 2020 al 27 dicembre 2020 che il valore di Rt sia salito». Altro punto ribadito è che «la Lombardia sia considerata in zona rossa mentre altre Regioni con tassi di incidenza settimanali molto superiori non abbiano la stessa classificazione: la Lombardia ha circa un terzo dei casi del Veneto, la metà dei casi dell'Emilia Romagna, un dato inferiore al Lazio e al Friuli. Si specifica che inoltre il dato lombardo è inferiore alla media nazionale, pari a 183 casi per 100.000 abitanti». Uniti nella protesta, oltre ai sindaci dei capoluoghi, tutti gli assessori regionali che definiscono questo lockdown alla Regione più produttiva d'Italia «una vergogna». Oltre ai colori, una delle misure più contestate del nuovo dpcm è il divieto della vendita da asporto per i bar dalle ore 18. «Un provvedimento che non porta vantaggi significativi sul piano della prevenzione e al contrario rischia di rappresentare un ulteriore fattore negativo di tensione sociale ed economica sui territori», ha detto il presidente della Conferenza Stato-Regioni, Stefano Bonaccini. Ma anche i ristoratori si sentono i più colpiti dai decreti e pensano ad altre proteste oltre a #Ioapro di venerdì scorso, così come gli studenti hanno organizzato manifestazioni per domani, giorno in cui nelle Regioni gialle e arancioni le scuole si riapriranno almeno al 50% della presenza. A Roma, gruppi di 50 istituti superiori manifesteranno sono le finestre del ministero dell'Istruzione, mentre a Milano, dove continuano le occupazioni, viene vanificata dalla fascia rossa la sentenza del Tar che aveva bocciato l'ordinanza regionale sulla sospensione della didattica a distanza al 100% per le scuole superiori.
Emanuele Fisicaro, uno dei tre legali di Nicole Minetti (Imagoeconomica)
A spiegarlo è il comunicato firmato il 3 giugno dalla procuratrice generale Francesca Nanni e trasmesso al ministro della Giustizia e poi al Quirinale.
Proprio da qui potrebbe aprirsi un secondo fronte. I legali - Antonella Calcaterra, Emanuele Fisicaro e Paolo Siniscalchi - hanno preso atto dell’esito delle verifiche e hanno confermato le iniziative per il risarcimento dei danni. Le prime richieste riguardano oltre cinquanta articoli del Fatto quotidiano, comprese le edizioni online, e la puntata di Report del 3 maggio (oltre a quella di Cartabianca del 28 aprile). Il danno, spiegano, è legato soprattutto al pregiudizio arrecato al minore: nelle prossime settimane è fissato il primo incontro per la mediazione. Non solo. I legali si riservano anche ulteriori iniziative, comprese quelle penali, cioè le denunce per diffamazione.
Del resto il comunicato della Procura ricostruisce l’iter e non lascia margini di interpretazione. La domanda di grazia era stata presentata al ministro della Giustizia, poi trasmessa alla Procura generale per l’istruttoria. Milano aveva svolto gli accertamenti, formulato le proprie osservazioni e inviato il fascicolo al ministero. Dopo gli articoli del Fatto, il Quirinale aveva chiesto al ministro di acquisire informazioni urgenti. A quel punto sono stati delegati nuovi accertamenti a Carabinieri e Interpol.
Il risultato è il cuore del documento firmato dalla procura generale: non sono emersi fatti in contrasto con il quadro probatorio già acquisito nel procedimento di grazia. Al contrario, la Procura elenca una serie di conferme sui punti contestati: adozione, condizioni cliniche del minore, assenza di pendenze all’estero, profilo personale di Minetti e accuse sul suo stile di vita recente.
Sull’adozione, la Procura scrive che non emergono irregolarità nel procedimento, già riconosciuto in Italia dal Tribunale per i minorenni di Venezia. Precisa inoltre che, contrariamente a quanto riportato dal Fatto quotidiano, il legale morto in Uruguay non era il legale dei genitori biologici, ma il legale del minore, favorevole all’adozione. Nel procedimento non vi fu alcuna battaglia legale: i genitori naturali non si costituirono, furono rappresentati da un difensore d’ufficio e la madre biologica risultò da sempre irreperibile.
Anche sulla morte del legale uruguaiano la Procura è esplicita: il procuratore della Repubblica in Uruguay ha riferito che non vi sono ipotesi di reato.
Sul fronte sanitario, il comunicato conferma il grave quadro clinico del minore, in cura al Boston Children’s Hospital, e la necessità della presenza della madre in occasione di controlli e terapie. Confermati anche i consulti presso strutture ospedaliere di Cleveland e New York, oltre che in Italia.
Quanto a Minetti, la Procura scrive che non risultano segnalazioni di reato, pendenze giudiziarie o coinvolgimenti in indagini in Uruguay e in Spagna, né a suo carico né a carico di Giuseppe Cipriani. Risultano inoltre confermati il volontariato in Italia e la presenza pressoché stabile in Italia dal gennaio 2024 e per tutto il 2025, salvo brevi rientri in Uruguay.
La nota affronta infine le accuse della massaggiatrice, prima in forma anonima e poi con nome e cognome, su presunte feste con droga e sesso a cui Minetti avrebbe partecipato negli ultimi anni. Secondo la Procura, quelle affermazioni risultano smentite da numerose dichiarazioni raccolte sia in sede di indagini difensive sia dai Carabinieri da persone informate sui fatti.
Non è stata disposta una rogatoria internazionale. La Procura spiega che il trattato di cooperazione giudiziaria penale tra Italia e Uruguay riguarda l’acquisizione di prove in un procedimento penale.
Ora il confronto può spostarsi nelle aule di giustizia. Il punto sarà se le notizie pubblicate fossero vere, verificate e raccontate nei limiti del diritto di cronaca.
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Flavio Cobolli festeggia la vittoria contro Felix Auger-Aliassime al Roland Garros (Ansa)
L'impresa di Cobolli contro Auger-Aliassime e la corsa di Arnaldi, favorito dal ritiro di Berrettini, regalano all'Italia una semifinale tutta azzurra a Parigi. Dopo l'uscita di Sinner, nessuno immaginava un finale del genere: domenica ci sarà un italiano a giocarsi il titolo.
Quando Jannik Sinner aveva salutato il Roland Garros al terzo turno, in pochi avrebbero immaginato che l'Italia sarebbe arrivata comunque a garantirsi un posto nella finale di Parigi. Eppure il tennis azzurro continua a sorprendere anche quando cambia i protagonisti. Domenica sul Philippe Chatrier ci sarà sicuramente un italiano a giocarsi il titolo: sarà Flavio Cobolli oppure Matteo Arnaldi.
Il verdetto è arrivato al termine di una giornata che ha riscritto le gerarchie della parte bassa del tabellone. Da una parte l'impresa di Cobolli contro Felix Auger-Aliassime, numero 4 del mondo virtuale e quarta testa di serie del torneo. Dall'altra il ritiro di Matteo Berrettini, costretto ad abbandonare il derby azzurro con Arnaldi per un problema fisico che lo ha fermato nel secondo set.
La notizia più significativa resta però quella firmata da Cobolli. Il romano, numero 10 del seeding, ha conquistato la prima semifinale Slam della carriera battendo in rimonta Auger-Aliassime per 4-6, 6-4, 6-4, 6-4 dopo tre ore e ventiquattro minuti di gioco. Una vittoria costruita con pazienza e lucidità dopo un avvio complicato, condizionato anche dal vento che ha reso difficile trovare continuità. Perso il primo set, Cobolli non si è scomposto. Con il passare dei giochi ha preso sempre più confidenza con le condizioni del campo e ha iniziato a togliere certezze al canadese. Nel secondo parziale è stato capace di risalire dal 3-1, infilando una serie di game che ha cambiato l'inerzia dell'incontro. Da quel momento il romano ha mostrato il tennis più maturo della sua carriera, gestendo i momenti delicati e sfruttando le imprecisioni di un avversario progressivamente meno brillante. Decisiva è stata soprattutto la sua capacità di restare dentro la partita nei passaggi più complicati. Nel terzo set ha annullato uno 0-40 in un turno di servizio che avrebbe potuto cambiare il destino dell'incontro. Nel quarto, invece, ha trovato il break che gli ha aperto la strada verso il traguardo più importante della sua carriera. Al momento di servire per il match non ha tremato, chiudendo con autorità una sfida che alla vigilia lo vedeva sfavorito. A fine partita Cobolli ha parlato della «chance della vita», raccontando di essersi ripetuto una sola parola durante la pausa dopo il primo set: «Lotta». Una sintesi efficace di ciò che si è visto in campo. Per il ventiquattrenne romano si tratta della migliore settimana della carriera e adesso il sogno è diventato qualcosa di più concreto.
Nell'altra sfida dei quarti, invece, il derby tra Matteo Berrettini e Matteo Arnaldi si è chiuso nel modo che nessuno avrebbe voluto. Berrettini, partito meglio e avanti 3-0 nel primo set, ha progressivamente perso efficacia fino a cedere il parziale per 7-5. Nel secondo Arnaldi è scappato sul 5-2 mentre il romano accusava sempre più chiaramente un problema fisico. Dopo il medical time out e un ultimo tentativo di restare in campo, è arrivato il ritiro. Per Arnaldi, numero 104 del ranking Atp all'inizio del torneo, continua così una corsa che ha già assunto contorni inattesi. Il ligure raggiunge la prima semifinale Slam della carriera e si giocherà l'accesso alla finale contro Cobolli in una sfida tutta italiana.
Comunque vada, il tennis azzurro ha già ottenuto un risultato che pochi giorni fa sembrava fuori portata. Senza Sinner, con Berrettini fermato ancora una volta dai problemi fisici, saranno Cobolli e Arnaldi a contendersi un posto nell'ultimo atto del Roland Garros. Dall'altra parte del tabellone attendono Alexander Zverev e Jakub Mensik. Prima, però, c'è una semifinale che consegnerà all'Italia il suo quattordicesimo finalista Slam e il primo, dopo Wimbledon 2021, diverso da Sinner.
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Ilaria Salis (Ansa)
Alla manifestazione aderisce Sinistra Italiana, la parte del partito Avs guidato da Nicola Fratoianni - per intendersi quello di Ilaria Salis e Mimmmo Lucano in Europa - che, comunque, alle europee si erano presentati con simbolo unico che comprendeva anche Europa Verde guidata da Angelo Bonelli, i cui quattro parlamentari sono invece confluiti nel gruppo dei Verdi. Questo tanto per essere precisi, perché non tutti sono tenuti a saperlo.
Ma andiamo al contenuto della manifestazione: tassare i ricchi per ridistribuire la ricchezza. Questo titolo non fa una piega perché non c’è dubbio che anche i ricchi debbano essere tassati in modo che lo Stato abbia entrate fiscali tali da poter pagare tutte le spese, ivi comprese quelle sociali che comportano una redistribuzione della ricchezza verso le fasce più deboli. La nostra Costituzione, però, all’articolo 53 (primo comma), che ricordiamo sovente, recita che «tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva», quindi giusto tassare per la redistribuzione: non solo i ricchi, ma tutti. Perché la manifestazione della Sinistra Europea titola Tax the rich e non Tax the citizens, cioè tassare tutti i cittadini? In Italia, almeno, questo significa tassare i patrimoni.
Come nell’Eterno ritorno di Nietzsche, in Italia c’è l’Eterno ritorno della patrimoniale, una tassa che dovrebbe colpire i patrimoni dei ricchi, cioè quelle poche persone che superano una determinata cifra di patrimonio. In Italia la patrimoniale ricorda quello che ne diceva il poeta melodrammatico Metastasio: «Che ci sia ciascun lo dice; dove sia nessun lo sa». Il proverbio è normalmente usato per indicare qualcuno o qualcosa di irraggiungibile. Altrimenti con tutti gli anni in cui ha governato la sinistra perché questa patrimoniale non è stata mai resa legge? Un motivo c’è ed è legato al fatto - dimostrato - che ormai, soprattutto nel centro delle grandi città, sono i ricchi a votare la sinistra più che i poveri che, nella maggioranza, o non votano o comunque non votano la sinistra.
È vero che questa sinistra è rappresentata più dal Pd e meno da Sinistra Italiana di Fratoianni, ma è anche vero che Avs è alleata del Pd. Se andassero al governo insieme ai 5 stelle la potrebbero rendere legge? Mah, qualche dubbio ce lo abbiamo. Ma facciamo anche un’altra osservazione. I possidenti di questi patrimoni che andrebbero tassati, in vista di una legge del genere, impiegherebbero poco meno di un minuto per trasferire detti patrimoni all’estero in Paesi o in paradisi fiscali, tuttora esistenti anche in Europa, dove non dovrebbero subire tale tassazione.
Sappiamo che in Italia il 67% dell’Irpef è pagato da coloro che hanno un reddito tra i 15 e i 60.000 euro, dunque quelli che, violando il dettato costituzionale, vengono tassati ben oltre la loro capacità contributiva. Quindi nel nostro Paese c’è un problema enorme di giustizia fiscale; è infatti incostituzionale che, alla fine, chi ha di meno paghi di più: non solo è violato il principio di capacità contributiva, ma anche il secondo comma dell’articolo 53 della Costituzione che recita: «Il sistema tributario è informato a criteri di progressività». Ciò significa infatti che il prelievo fiscale deve crescere in percentuale all’aumentare del reddito in modo che chi guadagna di più non paghi solo di più, ma paghi pure una percentuale più alta che deve garantire, appunto, la redistribuzione della ricchezza. Questo dipende dal dovere di solidarietà sancito dall’articolo 2 della Costituzione nonché dall’articolo 3 in cui si parla, al secondo comma, della cosiddetta «eguaglianza materiale», cioè quell’azione dello Stato tesa a rimuovere quegli ostacoli che garantiscano ai singoli e alle famiglie di non trovarsi davanti ostacoli e poter disporre dei servizi per tutti, anche i meno abbienti, e di non tassare questi ultimi in modo prevalente.
Considerato che in Italia c’è un’evasione fiscale che viene calcolata intorno a circa 100 miliardi di euro all’anno - stima parziale in quanto non considera l’evasione legata all’economia sommersa -, è ragionevole che essa possa ammontare a diverse decine di miliardi di euro in più, tipo circa 130 miliardi complessivi. Si sa perfettamente che 35 miliardi sono l’evasione dell’Iva, 25 miliardi l’evasione dell’Irpef legata al lavoro nero e alla sotto-dichiarazione dei redditi e 20 miliardi di euro all’evasione dell’Ires (imposta sul reddito delle società) attraverso la manipolazione dei bilanci aziendali e l’uso dei paradisi fiscali. Un signore di sinistra, Stefano Fassina, che si intende assai di economia, ha parlato di una delle cause dell’evasione fiscale definendola «evasione di sopravvivenza» che incentiva i contribuenti a evadere per ridurre il carico fiscale per loro non sostenibile, soprattutto in contesti economici difficili. Invece di pensare alla patrimoniale - sulla quale è legittimo aprire una discussione seria - non sarebbe meglio se la Sinistra Europea facesse una battaglia (possibilissima e dipendente dalla volontà politica di farla) contro l’evasione fiscale stessa? Per uno di sinistra, che dovrebbe essere caratterizzato, come sosteneva un intellettuale non certo di destra come Norberto Bobbio, da una prevalenza programmatica del tema dell’uguaglianza su quello della libertà, non sarebbe più logico combattere questa diseguaglianza nella contribuzione fiscale che va a colpire sempre i soliti noti contribuenti non abbienti che si vedono prelevare alla fonte parte del loro reddito in modo automatico e, in un certo senso, non volontario ma costretto? È più di sinistra proporre una norma difficilmente applicabile, come la tassa patrimoniale, o una norma applicabilissima come la lotta all’evasione fiscale possibile e programmaticamente e legislativamente perseguita?
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Dopo la mancata qualificazione ai Mondiali, la Nazionale sperimentale di Silvio Baldini riparte da una vittoria. A Lussemburgo decide un colpo di testa di Pio Esposito. In campo tanti esordienti e qualche segnale incoraggiante per il futuro.
Rialzarsi dopo una caduta non è mai semplice. Specialmente se la ferita è ancora aperta e continua a bruciare. Dopo la terza mancata qualificazione ai Mondiali, l’Italia riparte dal Lussemburgo e lo fa vincendo 1-0 con un gol di Pio Esposito e con una ventata d’aria fresca portata da un gruppo composto quasi esclusivamente da debuttanti. Il ct Silvio Baldini ha scelto di dare fiducia ai «suoi» ragazzi dell’Under 21, puntando su un undici titolare in cui a parte il capitano Donnarumma, Pio Esposito e Pisilli, tutti gli altri erano all’esordio con la maglia della Nazionale maggiore. Una scelta che qualcuno ha definito simbolica e di impatto, ma che lo stesso ct rivendica come necessaria per riportare purezza in un ambiente che negli ultimi anni ha vissuto di forti pressioni.
L'impatto con la partita è stato quello che ci si poteva aspettare da una squadra costruita in pochi giorni e composta quasi interamente da esordienti. L'Italia ha tenuto il pallone fin dalle prime battute, cercando di prendere il controllo del gioco senza però riuscire a trovare subito ritmo e precisione negli ultimi metri. I segnali più incoraggianti sono arrivati dalla corsia sinistra, dove Koleosho si è rivelato il più vivace degli attaccanti azzurri, e da Lipani, ordinato nella gestione del possesso e spesso al centro della manovra. Le occasioni del primo tempo sono nate soprattutto attorno a Pio Esposito. L'attaccante dell'Inter ha prima sfiorato un gol di tacco su assist di Lipani e poi ha provato a sorprendere Moris con una spettacolare rovesciata, senza fortuna. L'Italia ha continuato a spingere, creando anche una buona opportunità con Pisilli e un'altra nel finale ancora con Koleosho, ma senza riuscire a sbloccare il risultato. Dall'altra parte il Lussemburgo si è visto soltanto a sprazzi, senza però impensierire seriamente Donnarumma. La partita si è decisa a inizio ripresa. Al 49' Pisilli ha disegnato dalla bandierina un pallone perfetto sul primo palo e Pio Esposito lo ha trasformato nell'1-0 con un colpo di testa preciso e potente. Un gol meritato per l'attaccante, tra i più propositivi per tutta la serata, e una liberazione per un'Italia che fino a quel momento aveva raccolto meno di quanto prodotto. Pochi minuti dopo gli azzurri hanno avuto l'occasione per chiudere definitivamente il discorso. Pisilli si è trovato davanti alla porta dopo una bella azione corale, ma il suo destro è terminato sul palo. Nel finale Baldini ha continuato a distribuire debutti e minuti ai giovani della sua rosa. Sono entrati Fortini, Fini, Camarda, Dagasso, Mane, Ahanor e Samuele Inacio.
Il risultato finale conta relativamente, anche perché il valore dell'avversario impone prudenza nei giudizi. Tuttavia, dopo settimane segnate da polemiche, processi e delusione per il fallimento della qualificazione mondiale, l'Italia aveva soprattutto bisogno di ripartire, in vista delle elezioni federali del 22 giugno dalle quali dipenderà poi anche il futuro della panchina azzurra e lo ha fatto con una vittoria, con un gruppo di ragazzi che ha mostrato entusiasmo e disponibilità al sacrificio e con qualche indicazione interessante su cui costruire il futuro. Elementi di questi tempi nemmeno così scontati.
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