Quarta dose agli infermieri. L’Asl si incarta sui guariti e s’appiglia al «re» Emiliano
Ansa
L’azienda leccese si trincera dietro le leggi regionali per giustificare l’obbligo vaccinale. Poi mette in dubbio lo scudo dell’immunità naturale. Ma gli studi dicono il contrario.

La Asl di Lecce batte un colpo. Peggio per lei. Battute a parte, diamo atto al dottor Alberto Fedele, direttore del Dipartimento di prevenzione dell’azienda sanitaria del capoluogo salentino, di aver voluto prendere posizione sulla vicenda degli studenti di infermieristica, esclusi dai tirocini in ospedale se non in regola con le dosi di vaccino anti Covid. Laddove la regola, per loro sfortuna, è quella che vige nella Repubblica autonoma pugliese, meglio nota come Emilianistan.

Come ci conferma il funzionario, l’accanimento su laureandi e laureande, in assenza di un obbligo vaccinale decretato dal ministero, affonda saldamente le radici nelle normative regionali: quella del 2018, che forzava il personale attivo nei reparti a sottoporsi a ogni tipo di profilassi indicata nel Piano nazionale; quella del 2021, che ha reso necessaria anche la vaccinazione contro il coronavirus; e le circolari del dicastero, che continuano a raccomandare pure le quarte dosi ad anziani, malati e operatori sanitari. Fin qui, quello che la legge permette. Ma poi sconcertano le considerazioni finali del dottor Fedele – un nomen omen, per un interprete tanto fedele dei dettami del suo governatore, Michele Emiliano.

«Le normative nazionale e regionale», scrive il dirigente, consentono «di valutare lo stato immunitario del lavoratore». Il riferimento dev’essere al caso, riportato dalla Verità, di alcune studentesse: pur non essendosi vaccinate, sono state ammesse ai tirocini in quanto guarite dal Covid. «Tuttavia», aggiunge la nota, «il significato degli anticorpi neutralizzanti anti Sars-Cov-2 in termini di protezione non è ancora chiaro. Per questo motivo i medici del lavoro di Asl Lecce hanno posto specifico quesito all’organismo regionale che coordina le attività dei medici competenti (Sirgisl)».

Se fossimo in una puntata dei Griffin, nella testa del pingue Peter si accenderebbe un campanellino: «Momento, momento, momento…». Sì, fedelissimo dottor Fedele, si fermi un momento, perché abbiamo un paio di domande.

Uno: se «il significato degli anticorpi neutralizzanti in termini di protezione» non vi è chiaro, come mai ad almeno due ragazze guarite – quelle con cui ha parlato La Verità – avete permesso di entrare in corsia, mentre – come si leggeva sul sito dello Sportello dei diritti – ad altre, tridosate e poi scampate all’infezione, chiedete il quarto richiamo?

Due: se non esiste garanzia che chi possiede gli anticorpi per il coronavirus sia immune, per quale motivo sarebbe necessario vaccinarsi? O voi credete che gli anticorpi siano sempre anticorpi e, allora, che uno li abbia acquisiti ammalandosi, oppure sottoponendosi all’iniezione, non fa alcuna differenza. Altrimenti, alla Asl di Lecce sospettate che gli anticorpi da vaccino siano superiori a quelli naturali. E agite di conseguenza. A questo punto, l’organismo regionale interpellato dai medici del lavoro dovrebbe farvi notare che vi sbagliate. Ci permettiamo dunque di fornire al Sirgils qualche suggerimento bibliografico, affinché elabori un parere ben informato.

Il 26 agosto 2021, Science pubblica un articolo ipervaccinista, nel quale però è costretta ad ammettere che «aver contratto una volta il Sars-Cov-2 conferisce un’immunità ben maggiore rispetto a un vaccino». A provarlo era un’indagine compiuta su un ampio campione in Israele, al tempo della comparsa della variante Delta, la più contagiosa fino all’arrivo di Omicron.

Il 25 ottobre 2022 – scenario Omicron conclamato – il Journal of clinical medicine ospita un contributo di vari scienziati attivi in Italia, tra San Benedetto del Tronto, Ancona, Ferrara, Mirandola, Reggio Emilia, Treviso, Padova e Milano. Nello studio si legge: «È stato dimostrato che l’immunità indotta dal vaccino decade più velocemente dell’immunità naturale». Ne deriva un consiglio pratico: «La vaccinazione dei soggetti guariti dal Covid-19 non vaccinati potrebbe non essere indicata».

Il 16 febbraio 2023, The Lancet propone un’ulteriore analisi, il cui verdetto è che l’immunità naturale garantisce una protezione dal contagio «almeno equivalente, se non superiore, a quella fornita da due dosi di vaccini a mRna». Si parla di ciclo primario. Ma nella migliore delle ipotesi, l’immunità dopo il secondo booster, alias quarta dose, dura quattro mesi. Lo certificano i Centers for disease control and prevention americani. Ai camici bianchi di Lecce la sentenza definitiva.

È vero quello che afferma il dottor Fedele: sebbene «in misura notevolmente inferiore rispetto allo scorso anno, l’infezione da Sars-Cov-2 costituisce un rischio elevato per i pazienti fragili». Purtroppo, però, essere curati da un vaccinato non offre alcuna garanzia in più. Se davvero «ogni cittadino […] ha il diritto di pretendere di essere assistito da personale che abbia adottato ogni precauzione possibile per minimizzare il rischio di trasmissione», alla Asl di Lecce rimane un unico stratagemma: non badando a spese, costringere tutti – medici, infermieri, portantini, visitatori, i pazienti stessi e financo i preti che celebrano messa nella cappella dell’ospedale – a sottoporsi a un tampone almeno ogni 48 ore. Come fossimo nel pieno della pandemia. Che nel resto del mondo è finita. Nell’Emilianistan forse no.

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