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2022-05-28
Putin apre al negoziato sul blocco del grano
A meno di 24 ore dalla telefonata tra il presidente del Consiglio Mario Draghi e Vladimir Putin, nella quale il premier italiano ha invitato il presidente russo a «fare qualcosa per sbloccare il grano che oggi è nei depositi in Ucraina perché la crisi alimentare che si sta avvicinando, e in alcuni Paesi africani è già presente, avrà proporzioni gigantesche e conseguenze umanitarie terribili», si stanno facendo decisi passi avanti. Non è detto che il tentativo del premier italiano riesca viste le variabili che possono fermare l’operazione, tuttavia, Mario Draghi e il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, si sono sentiti telefonicamente ieri e, secondo una nota di Palazzo Chigi, «hanno discusso delle prospettive di sblocco delle esportazioni di grano dall’Ucraina per far fronte alla crisi alimentare che minaccia i Paesi più poveri del mondo. Zelensky ha espresso apprezzamento per l’impegno da parte del governo italiano e ha concordato con il presidente Draghi di continuare a confrontarsi sulle possibili soluzioni».
Russia e Ucraina messe insieme sono quasi un terzo dell’offerta globale di grano. L’Ucraina è anche uno dei principali esportatori di mais, orzo, olio di girasole e olio di colza, mentre Russia e Bielorussia esportano oltre il 40% di potassa nutritiva per colture nel mondo. Ma di quanto grano parliamo? Per il presidente ucraino Zelensky si tratta di 22 milioni di tonnellate di grano «che non possiamo fornire ai mercati internazionali e quasi la metà delle esportazioni di grano ucraino è ferma dal momento che la Russia continua a bloccare le principale rotte per l’export attraverso il Mar Nero e il Mar d’Azov». È questo il nuovo fronte, anche ideologico: dopo i rimpalli sui massacri di civili, ora Kiev lamenta il minamento del Mar Nero, con gli ordigni che vengono strappati dalle ancore quando le acque sono mosse e rendono impossibile stabilire rotte sicure. E Putin, invece, delle bombe sottomarine incolpa Kiev.
Fatto sta che il grano ucraino nel 2021 è valso 12,2 miliardi di dollari, secondo il bilancio dello Stato è un quinto delle esportazioni del Paese. Prima della guerra, l’Ucraina esportava il 98% dei suoi cereali e semi oleosi attraverso il Mar Nero, a un ritmo fino a 6 milioni di tonnellate al mese. La situazione quindi è drammatica, e per le stime dell’Onu all’inizio di maggio quasi 25 milioni di tonnellate di grano erano bloccate in Ucraina a causa di problemi infrastrutturali e del blocco navale. Con l’aumento dei prezzi, le agenzie delle Nazioni Unite devono ridurre della metà le razioni di cibo per i rifugiati e gli sfollati in alcune parti del Sahel, ad esempio. A causa di una massiccia carenza di fondi, inoltre, quest’anno ci potrebbe essere una carestia che potrebbe colpire circa altri 50 milioni di persone. Putin, che l’altro ieri a Mario Draghi si era detto possibilista in merito a uno sblocco della situazione, nel colloquio telefonico avuto ieri con il cancelliere austriaco Karl Nehammer ha detto di essere pronto a negoziare sul grano attualmente bloccato nei porti ucraini. Ma, ha aggiunto, «l’Ucraina deve sminare i porti il prima possibile per consentire il passaggio delle navi». Per il Cremlino, appunto, è tutta responsabilità di Kiev. Secondo la Tass, Putin al cancelliere austriaco ha detto «che i tentativi di incolpare la Russia per i problemi con le forniture alimentari sono infondati e le vere cause di questi problemi, sono a causa delle sanzioni antirusse da parte degli Stati Uniti e dell’Unione europea». Putin si riferisce a quanto affermato dal segretario di Stato americano, Antony Blinken, che ha accusato la Russia «di usare il cibo come arma in Ucraina tenendo in ostaggio forniture non solo per gli ucraini, ma anche per milioni di persone in tutto il mondo».
Il cancelliere austriaco ha reso noto di aver parlato anche con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che conta di avvicinare le parti nei prossimi giorni per rilanciare il processo negoziale. Ma se alla fine le parti concordassero con la proposta di Mario Draghi, come si potrebbero creare dei corridoi sicuri per consentire la spedizione del grano dai porti ucraini in un contesto come quello attuale?
La Turchia si è fatta avanti ma Vladimir Putin non si fida di Erdogan, e lo stesso pensano gli ucraini e l’Ue, specie dopo il veto all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato. Quindi chi potrebbe occuparsi delle mine alla deriva nel Mar Nero? Secondo lo storico italiano Gregory Alegi, «L’Italia ha una buona tradizione nel dragaggio delle mine, con una linea di dieci navi delle classi Gaeta, più moderne, e Lerici. In passato questa capacità è stata utilizzata in ambito internazionale, per esempio nel Mar Rosso. In questo senso, mettere a disposizione le nostre capacità potrebbe essere utile anche sul piano diplomatico. Dal punto di vista operativo bisognerebbe poter garantire una cornice di sicurezza adeguata, per evitare che le nostre navi possano diventare bersagli per l’una o l’altra parte, magari sotto «false flag». La necessità di sicurezza comporterebbe quindi una scorta di navi con caratteristiche più spiccatamente militari e quindi difficili da accettare da parte russa nel Mar Nero. Tuttavia, il caso dell’incrociatore Moskva ha sottolineato come il Mar Nero sia un mare piccolo e chiuso, quindi con un certo rischio di attacco missilistico. Di qui la necessità di proteggere i nostri cacciamine, in mare e dal cielo».
L’Ucraina si scontra con la realtà: «Dobbiamo parlare con il nemico»
Mentre prosegue l’offensiva militare russa nel Donbass, Volodymyr Zelensky si è detto pronto ad aprire ai negoziati. «Ci sono cose da discutere con il leader russo. Non sto dicendo che il nostro popolo è ansioso di parlare con lui, ma dobbiamo affrontare la realtà. Che cosa vogliamo da quest’incontro? Rivogliamo le nostre vite. Rivogliamo la vita di un Paese sovrano all’interno del proprio territorio, ma la Russia non sembra essere pronta per seri colloqui», ha dichiarato il presidente ucraino. Anche il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, ha accusato Mosca di sabotare i colloqui. «Se la Russia volesse un negoziato, non bloccherebbe i porti marittimi ucraini per ostacolare le esportazioni di prodotti alimentari. È un linguaggio di fatti, non di interpretazioni», ha detto. «Se si guardano i fatti», ha proseguito, «nessuno di essi indica che la Russia voglia davvero trovare una soluzione, negoziare». Poi, parlando di un eventuale incontro tra Zelensky e Vladimir Putin, ha detto: «Abbiamo cercato di organizzare questo incontro molte volte, ma non abbiamo avuto alcuna indicazione positiva dalla Russia riguardo alla sua disponibilità. Da quello che sappiamo, il presidente Putin è più deciso a fare la guerra che a negoziare. Pertanto, è difficile per me dire quando questo incontro avrà luogo». Mosca, per parte sua, aveva affermato che i negoziati sarebbero sospesi per volontà di Kiev. «La leadership ucraina fa costantemente dichiarazioni contraddittorie», ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. «Questo non ci permette di capire appieno cosa vuole la squadra ucraina», ha aggiunto. Una posizione, questa, sostanzialmente ribadita ieri pomeriggio da Putin durante un colloquio telefonico con il cancelliere austriaco Karl Nehammer, il quale - dal canto suo - ha fatto sapere che il presidente russo sarebbe pronto a rispettare i suoi impegni di fornitura del gas e a discutere della possibilità di uno scambio di prigionieri.
Nel frattempo, Boris Johnson ha commentato la situazione militare sul campo, parlando di «progressi lenti ma tangibili» da parte delle forze di Mosca. «Putin, a caro prezzo per sé stesso e per l’esercito russo, sta continuando a rosicchiare terreno. Non bisogna lasciarsi cullare dall’incredibile eroismo degli ucraini nel respingere i russi alle porte di Kiev», ha affermato il premier britannico, sostenendo la necessità di aiutare militarmente gli ucraini. Il presidente americano, Joe Biden, ha invece detto che la Russia non mira soltanto a conquistare l’Ucraina, ma anche a «cancellarne la cultura». Si è inoltre registrata una certa tensione tra Londra e Berlino. Il ministro degli Esteri britannico, Liz Truss, ha negato le notizie arrivate dalla Germania, in base a cui esisterebbe un accordo informale che impedisce ai membri della Nato di consegnare armi pesanti all’Ucraina. «Voglio essere chiara. Quelle voci sono completamente false. Siamo molto chiari che è del tutto legittimo sostenere l’Ucraina con carri armati e aerei», ha dichiarato. Frattanto, la Chiesa ortodossa ucraina ha rotto i legami col patriarcato di Mosca a causa dell’invasione, dichiarando «piena indipendenza» e lontananza dalle posizioni del patriarca di Mosca, Kirill. La tensione diplomatica non accenna frattanto a diminuire. Ieri il ministero degli Esteri russo ha annunciato l’espulsione di cinque diplomatici croati: si tratterebbe di un’azione ritorsiva, dopo che, ad aprile, Zagabria aveva espulso 24 diplomatici russi. Fibrillazioni si starebbero tuttavia registrando anche a Mosca. Un centinaio di diplomatici russi starebbero infatti per dimettersi come forma di protesta contro il Cremlino.
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Dopo il rimpallo di accuse sui massacri di civili, i belligeranti si incolpano a vicenda per la crisi dell’oro giallo, fermo nei porti. Lo zar al cancelliere austriaco: «Disposti a far passare le navi se l’Ucraina smina il Mar Nero». Telefonata tra Mario Draghi e Volodymyr Zelensky.Kiev: «Mosca sabota il dialogo». La Chiesa locale taglia i legami con la Russia e Kirill.Lo speciale contiene due articoli.A meno di 24 ore dalla telefonata tra il presidente del Consiglio Mario Draghi e Vladimir Putin, nella quale il premier italiano ha invitato il presidente russo a «fare qualcosa per sbloccare il grano che oggi è nei depositi in Ucraina perché la crisi alimentare che si sta avvicinando, e in alcuni Paesi africani è già presente, avrà proporzioni gigantesche e conseguenze umanitarie terribili», si stanno facendo decisi passi avanti. Non è detto che il tentativo del premier italiano riesca viste le variabili che possono fermare l’operazione, tuttavia, Mario Draghi e il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, si sono sentiti telefonicamente ieri e, secondo una nota di Palazzo Chigi, «hanno discusso delle prospettive di sblocco delle esportazioni di grano dall’Ucraina per far fronte alla crisi alimentare che minaccia i Paesi più poveri del mondo. Zelensky ha espresso apprezzamento per l’impegno da parte del governo italiano e ha concordato con il presidente Draghi di continuare a confrontarsi sulle possibili soluzioni». Russia e Ucraina messe insieme sono quasi un terzo dell’offerta globale di grano. L’Ucraina è anche uno dei principali esportatori di mais, orzo, olio di girasole e olio di colza, mentre Russia e Bielorussia esportano oltre il 40% di potassa nutritiva per colture nel mondo. Ma di quanto grano parliamo? Per il presidente ucraino Zelensky si tratta di 22 milioni di tonnellate di grano «che non possiamo fornire ai mercati internazionali e quasi la metà delle esportazioni di grano ucraino è ferma dal momento che la Russia continua a bloccare le principale rotte per l’export attraverso il Mar Nero e il Mar d’Azov». È questo il nuovo fronte, anche ideologico: dopo i rimpalli sui massacri di civili, ora Kiev lamenta il minamento del Mar Nero, con gli ordigni che vengono strappati dalle ancore quando le acque sono mosse e rendono impossibile stabilire rotte sicure. E Putin, invece, delle bombe sottomarine incolpa Kiev. Fatto sta che il grano ucraino nel 2021 è valso 12,2 miliardi di dollari, secondo il bilancio dello Stato è un quinto delle esportazioni del Paese. Prima della guerra, l’Ucraina esportava il 98% dei suoi cereali e semi oleosi attraverso il Mar Nero, a un ritmo fino a 6 milioni di tonnellate al mese. La situazione quindi è drammatica, e per le stime dell’Onu all’inizio di maggio quasi 25 milioni di tonnellate di grano erano bloccate in Ucraina a causa di problemi infrastrutturali e del blocco navale. Con l’aumento dei prezzi, le agenzie delle Nazioni Unite devono ridurre della metà le razioni di cibo per i rifugiati e gli sfollati in alcune parti del Sahel, ad esempio. A causa di una massiccia carenza di fondi, inoltre, quest’anno ci potrebbe essere una carestia che potrebbe colpire circa altri 50 milioni di persone. Putin, che l’altro ieri a Mario Draghi si era detto possibilista in merito a uno sblocco della situazione, nel colloquio telefonico avuto ieri con il cancelliere austriaco Karl Nehammer ha detto di essere pronto a negoziare sul grano attualmente bloccato nei porti ucraini. Ma, ha aggiunto, «l’Ucraina deve sminare i porti il prima possibile per consentire il passaggio delle navi». Per il Cremlino, appunto, è tutta responsabilità di Kiev. Secondo la Tass, Putin al cancelliere austriaco ha detto «che i tentativi di incolpare la Russia per i problemi con le forniture alimentari sono infondati e le vere cause di questi problemi, sono a causa delle sanzioni antirusse da parte degli Stati Uniti e dell’Unione europea». Putin si riferisce a quanto affermato dal segretario di Stato americano, Antony Blinken, che ha accusato la Russia «di usare il cibo come arma in Ucraina tenendo in ostaggio forniture non solo per gli ucraini, ma anche per milioni di persone in tutto il mondo». Il cancelliere austriaco ha reso noto di aver parlato anche con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che conta di avvicinare le parti nei prossimi giorni per rilanciare il processo negoziale. Ma se alla fine le parti concordassero con la proposta di Mario Draghi, come si potrebbero creare dei corridoi sicuri per consentire la spedizione del grano dai porti ucraini in un contesto come quello attuale? La Turchia si è fatta avanti ma Vladimir Putin non si fida di Erdogan, e lo stesso pensano gli ucraini e l’Ue, specie dopo il veto all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato. Quindi chi potrebbe occuparsi delle mine alla deriva nel Mar Nero? Secondo lo storico italiano Gregory Alegi, «L’Italia ha una buona tradizione nel dragaggio delle mine, con una linea di dieci navi delle classi Gaeta, più moderne, e Lerici. In passato questa capacità è stata utilizzata in ambito internazionale, per esempio nel Mar Rosso. In questo senso, mettere a disposizione le nostre capacità potrebbe essere utile anche sul piano diplomatico. Dal punto di vista operativo bisognerebbe poter garantire una cornice di sicurezza adeguata, per evitare che le nostre navi possano diventare bersagli per l’una o l’altra parte, magari sotto «false flag». La necessità di sicurezza comporterebbe quindi una scorta di navi con caratteristiche più spiccatamente militari e quindi difficili da accettare da parte russa nel Mar Nero. Tuttavia, il caso dell’incrociatore Moskva ha sottolineato come il Mar Nero sia un mare piccolo e chiuso, quindi con un certo rischio di attacco missilistico. Di qui la necessità di proteggere i nostri cacciamine, in mare e dal cielo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/putin-apre-negoziato-blocco-grano-2657404042.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lucraina-si-scontra-con-la-realta-dobbiamo-parlare-con-il-nemico" data-post-id="2657404042" data-published-at="1653681518" data-use-pagination="False"> L’Ucraina si scontra con la realtà: «Dobbiamo parlare con il nemico» Mentre prosegue l’offensiva militare russa nel Donbass, Volodymyr Zelensky si è detto pronto ad aprire ai negoziati. «Ci sono cose da discutere con il leader russo. Non sto dicendo che il nostro popolo è ansioso di parlare con lui, ma dobbiamo affrontare la realtà. Che cosa vogliamo da quest’incontro? Rivogliamo le nostre vite. Rivogliamo la vita di un Paese sovrano all’interno del proprio territorio, ma la Russia non sembra essere pronta per seri colloqui», ha dichiarato il presidente ucraino. Anche il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, ha accusato Mosca di sabotare i colloqui. «Se la Russia volesse un negoziato, non bloccherebbe i porti marittimi ucraini per ostacolare le esportazioni di prodotti alimentari. È un linguaggio di fatti, non di interpretazioni», ha detto. «Se si guardano i fatti», ha proseguito, «nessuno di essi indica che la Russia voglia davvero trovare una soluzione, negoziare». Poi, parlando di un eventuale incontro tra Zelensky e Vladimir Putin, ha detto: «Abbiamo cercato di organizzare questo incontro molte volte, ma non abbiamo avuto alcuna indicazione positiva dalla Russia riguardo alla sua disponibilità. Da quello che sappiamo, il presidente Putin è più deciso a fare la guerra che a negoziare. Pertanto, è difficile per me dire quando questo incontro avrà luogo». Mosca, per parte sua, aveva affermato che i negoziati sarebbero sospesi per volontà di Kiev. «La leadership ucraina fa costantemente dichiarazioni contraddittorie», ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. «Questo non ci permette di capire appieno cosa vuole la squadra ucraina», ha aggiunto. Una posizione, questa, sostanzialmente ribadita ieri pomeriggio da Putin durante un colloquio telefonico con il cancelliere austriaco Karl Nehammer, il quale - dal canto suo - ha fatto sapere che il presidente russo sarebbe pronto a rispettare i suoi impegni di fornitura del gas e a discutere della possibilità di uno scambio di prigionieri. Nel frattempo, Boris Johnson ha commentato la situazione militare sul campo, parlando di «progressi lenti ma tangibili» da parte delle forze di Mosca. «Putin, a caro prezzo per sé stesso e per l’esercito russo, sta continuando a rosicchiare terreno. Non bisogna lasciarsi cullare dall’incredibile eroismo degli ucraini nel respingere i russi alle porte di Kiev», ha affermato il premier britannico, sostenendo la necessità di aiutare militarmente gli ucraini. Il presidente americano, Joe Biden, ha invece detto che la Russia non mira soltanto a conquistare l’Ucraina, ma anche a «cancellarne la cultura». Si è inoltre registrata una certa tensione tra Londra e Berlino. Il ministro degli Esteri britannico, Liz Truss, ha negato le notizie arrivate dalla Germania, in base a cui esisterebbe un accordo informale che impedisce ai membri della Nato di consegnare armi pesanti all’Ucraina. «Voglio essere chiara. Quelle voci sono completamente false. Siamo molto chiari che è del tutto legittimo sostenere l’Ucraina con carri armati e aerei», ha dichiarato. Frattanto, la Chiesa ortodossa ucraina ha rotto i legami col patriarcato di Mosca a causa dell’invasione, dichiarando «piena indipendenza» e lontananza dalle posizioni del patriarca di Mosca, Kirill. La tensione diplomatica non accenna frattanto a diminuire. Ieri il ministero degli Esteri russo ha annunciato l’espulsione di cinque diplomatici croati: si tratterebbe di un’azione ritorsiva, dopo che, ad aprile, Zagabria aveva espulso 24 diplomatici russi. Fibrillazioni si starebbero tuttavia registrando anche a Mosca. Un centinaio di diplomatici russi starebbero infatti per dimettersi come forma di protesta contro il Cremlino.
Ecco #DimmiLaVerità dell1 aprile 2026. La deputata della Lega Giovanna Miele ci parla della proposta di legge per vietare i social ai minori di 14 anni e del dilagare della violenza tra i giovanissimi.
Elon Musk (Ansa)
L’estensione del «villaggio globale» teorizzata negli anni Sessanta si compie oggi, a maggior ragione se pensiamo che grazie all’Intelligenza artificiale saranno possibili fra poco anche le traduzioni di audio e video in tempo reale e in alta qualità. Stiamo così assistendo al superamento della vecchia idea di esperanto e all’approdo ad una sorta di lingua unica universale basata sulla trasformazione a posteriori del discorso realizzata da un agente terzo robotico, con conseguente perdita di rilievo della conoscenza umana delle lingue straniere.
Ciò comporta a tutti gli effetti la nascita di un vero ambiente globale condiviso non basato sulle cose ma sulle idee, una vera e propria nuova fase di quella «Galassia Gutenberg» nata mezzo millennio fa. Le implicazioni pratiche e teoriche sono enormi: la creazione di un ambiente unico delle idee modificherà la natura delle idee stesse rendendole necessariamente più astratte ma, allo stesso tempo, più sottoposte a vaglio critico. La comunicazione cessa di essere veicolo di contenuti stabiliti altrove sulla base di precise linee ideologiche o narrative e diventa essa stessa il nuovo spazio pubblico basato sull’astrazione e sulla contaminazione. In questo modo media, accademia, ambito ristretto degli «esperti», agenzie di validazione e loro ripetitori, perdono il monopolio del riconoscimento a priori a scapito di una riscrittura delle gerarchie narrative in base alla quale ogni contenuto teorico è esposto a un approccio critico esteso da parte di una platea globale. L’attendibilità non cesserà affatto di essere un valore, ma sarà costantemente messa alla prova e vedrà svanire ogni struttura formale di attribuzione di autorevolezza a priori. Certo, tutto ciò non comporterà la fine immediata dei festival culturali pagati con soldi pubblici e riservati a esponenti appartenenti a quel mondo culturale costruito dai centri di validazione gramsciana, ma ne provocherà la rapida deriva verso la giusta irrilevanza che, si spera, possa costituire il presupposto necessario per la loro graduale scomparsa. Il tramonto, o almeno la riscrittura essenziale, dell’argumentum ab auctoritate rappresenta, per converso, una ricentralizzazione della pura forza dell’argomento ed un superamento delle rendite di posizione culturale: titoli, appartenenze istituzionali e «prestigio culturale», costruito molto spesso in base a mere dinamiche economico-editoriali, diventano così irrilevanti di fronte alla forza intrinseca dell’argomentazione calata in una reale arena aperta.
Quando coerenza interna degli argomenti e capacità persuasiva delle fonti non subiscono più i filtri verticistici dell’ambiente intellettuale, le teorie della comunicazione prosperate durante il Novecento e plasmate sull’idea di «propaganda» cessano di esercitare il proprio ruolo. In pratica è ciò che sta accadendo quando i manifestanti pro-Maduro incontrano dei venezuelani veri o quando i radical chic, sulle loro barche a vela, corrono a Cuba a sostenere un popolo alla fame stando nelle piscine degli hotel a cinque stelle: il senso narrativo e la «presa di coscienza» politica, figlie del marxismo, lasciano il posto al dato del reale, non più ignorato dal singolo inviato speciale amico o parente dei manifestanti, ma ripreso in diretta dagli smartphone e rilanciato in tempo reale sui social.
Attenzione però, sarebbe un errore indulgere in ingenui ottimismi e non scorgere i rischi intrinseci di questo nuovo assetto il quale ci porta direttamente a un bivio: da una parte il trionfo della forza argomentativa in un ambiente equo e privo di condizionamenti, dall’altra il dominio delle tecniche narrative sofisticate basate su appeal emotivo, contaminazioni multimediali, strategie di viralità e manipolazione algoritmica. Di fronte a questi rischi sarebbe tuttavia un errore cercare i rimedi nella vecchia «etica della comunicazione» del recentemente scomparso Jürgen Habermas. Resi obsoleti sia il «modello lineare» sia l’«agire comunicativo» ogni tentativo di filtrare la comunicazione a monte assume un semplice e preciso significato: quello della censura. Sfera pubblica e sovranità devono dunque essere ripensati alla luce di un’arena discorsiva che non conosce più né confini, né gatekeeper, né tantomeno fact-checker, un’arena discorsiva che non può essere tecnicamente arginata né algoreticamente condizionata. L’unica risposta possibile consiste dunque nell’insegnamento esteso degli strumenti logici, filosofici, informatici e culturali atti a mettere l’utente umano nelle condizioni di conoscere questo nuovo ambiente, e ciò a partire dai bambini. Solo così si può pensare di piegare la tecnologia verso un esito umano e non l’uomo verso un esito tecnologico, lasciando i provvedimenti basati su limiti di età e censure di Stato al Novecento al quale appartengono.
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Le storie del tredicenne di Bergamo che accoltella la professoressa di francese tentando di ucciderla e del diciassettenne di Pescara trasferitosi a Perugia che progettava una strage in stile Columbine High School, se analizzate con lucidità, demoliscono abbastanza velocemente tutte le banalità e gli stereotipi che vengono ribaditi in queste ore a proposito della fragilità e della sofferenza dei minorenni. I due ragazzini in questione, soprattutto il secondo, hanno affrontato un percorso abbastanza simile a quello percorso anni fa da europei di origine mediorientale che si sono arruolati nelle file dello Stato islamico e sono andati a morire in Siria come se si trattasse di partecipare a un gigantesco videogioco. Si sono isolati e distaccati completamente dalla realtà, immergendosi in un mondo digitale pieno di manipolatori feroci e di coetanei rabbiosi con cui fomentarsi a vicenda. L’armamentario ideologico di cui dispongono ha ben poco a che fare con il radicalismo destrorso: il nazismo, per costoro, è qualcosa di prepolitico, è una sorta di codice utilizzato per indirizzare l’odio. Ma nella libreria digitale ci sono testi anarco insurrezionalisti e tutto ciò che possa contribuire a sostenere «atti casuali di violenza insensata». Paradossalmente sono molto più centrati e solidi i riferimenti al satanismo, perché la volontà esplicita è quella di sovvertire ogni ordine attraverso la brutalità imprevedibile e fine a sé stessa.
L’obiettivo, insomma, non è l’instaurazione di chissà quale regime totalitario: è la distruzione totale, il nichilismo profondo privo di qualsivoglia pars construens.
La verità è che questi ragazzi non hanno bisogno di essere ascoltati. Anzi, probabilmente - come generazione - lo sono stati fin troppo. Alla loro espressione di sé è stato concesso ogni spazio possibile, cosa che ha contribuito a far esplodere il loro narcisismo. Avrebbero, piuttosto, bisogno di ascoltare e, soprattutto, bisogno di ricevere limiti e regole da parte degli adulti. È mancato - ma è storia vecchia - il padre simbolico, cioè quello che pone divieti e stabilisce i confini. Le tirate, pure in buona fede, sull’educazione affettiva, la decostruzione della mascolinità tossica e il buonismo a varie gradazioni hanno probabilmente alimentato la ferocia e il risentimento di questi adolescenti, invece che convertirli a una presunta buona condotta. Di nuovo, era facile prevederlo: smantellare la mascolinità non produce un nuovo ordine basato su valori femminili di dolcezza e accoglienza. Al contrario, produce il ritorno del rimosso sotto più terribile forma. Ecco dunque le caricature del maschile che vanno dalla volgarità cialtronesca della cosiddetta manosfera alla spietatezza dei gruppi che inneggiano allo stupro come arma politica. È, questa, la cattiveria viscida dei deboli, non l’oppressione dei forti.
E allora non serve invocare ancora più tenerezza, ancora più comprensione. Serve favorire con ogni mezzo un’uscita dall’inferno artificiale della Rete e un ritorno prepotente alla realtà, da mettere in atto prima di subito, con tutti gli strumenti a disposizione. Serve dunque una legge simile a quelle già applicate in altre nazioni per interdire l’uso delle piattaforme ai minori di 14 o addirittura 16 anni. Esistono proposte in discussione proprio in questi giorni, una delle quali avanzata dalla Lega, che andrebbero seriamente considerate. Prevedono verifiche serie sull’età, superamento dell’autocertificazione, barriere non facilissime da superare.
Chiaro: non è piacevole vietare, perché si andrebbe a colpire anche i minori che non fanno nulla di male online. Ma il beneficio è superiore, in questo caso, a ogni possibile danno. Poi lo sappiamo tutti: le norme da sole non bastano affatto. I più abili possono trovare modi per aggirarle, e a tale riguardo sarebbe fondamentale insistere sulla responsabilità delle aziende digitali, affinché controllino e agiscano per impedire che si aggirino le restrizioni.
Non si può in ogni caso prescindere, tuttavia, da una forte presenza dei genitori, delle famiglie. È emblematica, a tale proposito, l’intervista concessa a Repubblica dalla madre del diciassettenne pescarese arrestato per terrorismo: «Colpa anche mia, dovevo controllarlo sui social, ho sbagliato a fidarmi troppo», dice. Insiste a difendere il suo ragazzo, spiega che aveva paura di essere arrestato, che non avrebbe fatto male a nessuno e addirittura che aveva finto di essere uno del gruppo estremista per timore di ritorsioni. In realtà, stando all’inchiesta, pare che non solo il diciassettenne fosse animatore di gruppi, ma pure che abbia cercato di manipolare un altro minore più giovane. Eppure eccolo lì che, scoperto, cerca la consolazione della mamma, l’abbraccio protettivo. E la mamma, straziata, glielo offre. Sembra davvero di rivedere quel che accade ai genitori della serie televisiva Adolescence, i quali - scoperto il crimine orribile del figlio - si guardano fra loro disperati in cerca di reciproca assoluzione, e si dicono: «Pensavamo che nella sua stanza fosse al sicuro». Era vero l’esatto contrario. Se le famiglie non controllano e si assentano, e se le norme di contrasto sono blande, ecco che può accadere l’impensabile. Nel caso di questo ragazzo le forze dell’ordine sono intervenute prima che accadesse qualcosa di terribile, ma chissà che potrebbe accadere in futuro: le lezioni che vengono specialmente dagli Stati Uniti non sono incoraggianti.
Se c’è educazione da fare, oggi, deve riguardare soprattutto gli adulti. Sono loro che devono essere istruiti sui meccanismi della manipolazione digitale, loro che debbono essere aiutati a comprendere le nuove necessità educative e protettive, qualora non riescano o non vogliano farlo da soli. E poi, a corredo, sono necessarie le leggi. Anche i divieti, sì. Non saranno risolutivi ma sono un inizio, un segnale. Serve un approccio realmente maschile, paterno, per combattere questa mascolinità debole e deviata che assume forme diverse ma in fondo affini, che si tratti delle bravate dei maranza, dell’esibizione di falsa ricchezza di alcuni influencer o delle psicosi mortifere dell’accelerazionismo satanico. Altro che ascolto: di queste stupidaggini ne abbiamo ascoltate pure troppe. Adesso è tempo di metterle a freno, e sul serio.
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I lavori in corso in numerosi cantieri, tutti attivi nel Burgraviato, procedevano a pieno ritmo nonostante una forza lavoro che, almeno stando ai libri contabili, poteva contare su un esiguo numero di operai.
La circostanza ha insospettivo i finanzieri del Comando Provinciale di Bolzano che, con gli ispettori dell’Inps, hanno deciso di approfondire la posizione di due aziende edili, una società e una ditta individuale, riconducibili alla medesima compagine gestionale.
L’attività di controllo, condotta dalla Compagnia di Merano, ha consentito l’identificazione delle maestranze effettivamente impiegate e l’acquisizione di documentazione utile a riscontrare la regolarità della loro assunzione e le modalità di corresponsione delle retribuzioni.
Gli approfondimenti hanno fatto emergere come, accanto a un esiguo numero di personale regolarmente assunto, vi fossero ben 62 lavoratori che venivano impiegati per alcuni periodi totalmente in nero e, per altri, in modo irregolare.
Per 14 di loro, le Fiamme gialle hanno accertato l’impiego lavorativo pur risultando formalmente inoccupati e per questa ragione destinatari della Naspi, l’indennità di disoccupazione. In un caso è stato identificato un operaio regolarmente al lavoro, nonostante risultasse in malattia.
Il sistema si reggeva su un vorticoso giro di contanti, utilizzati per corrispondere le paghe ai lavoratori non regolarmente assunti, in violazione dell’obbligo di tracciabilità dei pagamenti, oltre che sul sistematico aggiramento degli obblighi di versamento degli oneri previdenziali e contributivi: la Guardia di finanza ha accertato l’omesso versamento di contributi per oltre 270 mila euro.
A conclusione dell’attività ispettiva, sono state comminate sanzioni amministrative per un importo di oltre 130 mila euro ed è stato adottato il provvedimento di sospensione dell’attività imprenditoriale, come previsto dal Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro.
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