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2022-05-28
Putin apre al negoziato sul blocco del grano
A meno di 24 ore dalla telefonata tra il presidente del Consiglio Mario Draghi e Vladimir Putin, nella quale il premier italiano ha invitato il presidente russo a «fare qualcosa per sbloccare il grano che oggi è nei depositi in Ucraina perché la crisi alimentare che si sta avvicinando, e in alcuni Paesi africani è già presente, avrà proporzioni gigantesche e conseguenze umanitarie terribili», si stanno facendo decisi passi avanti. Non è detto che il tentativo del premier italiano riesca viste le variabili che possono fermare l’operazione, tuttavia, Mario Draghi e il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, si sono sentiti telefonicamente ieri e, secondo una nota di Palazzo Chigi, «hanno discusso delle prospettive di sblocco delle esportazioni di grano dall’Ucraina per far fronte alla crisi alimentare che minaccia i Paesi più poveri del mondo. Zelensky ha espresso apprezzamento per l’impegno da parte del governo italiano e ha concordato con il presidente Draghi di continuare a confrontarsi sulle possibili soluzioni».
Russia e Ucraina messe insieme sono quasi un terzo dell’offerta globale di grano. L’Ucraina è anche uno dei principali esportatori di mais, orzo, olio di girasole e olio di colza, mentre Russia e Bielorussia esportano oltre il 40% di potassa nutritiva per colture nel mondo. Ma di quanto grano parliamo? Per il presidente ucraino Zelensky si tratta di 22 milioni di tonnellate di grano «che non possiamo fornire ai mercati internazionali e quasi la metà delle esportazioni di grano ucraino è ferma dal momento che la Russia continua a bloccare le principale rotte per l’export attraverso il Mar Nero e il Mar d’Azov». È questo il nuovo fronte, anche ideologico: dopo i rimpalli sui massacri di civili, ora Kiev lamenta il minamento del Mar Nero, con gli ordigni che vengono strappati dalle ancore quando le acque sono mosse e rendono impossibile stabilire rotte sicure. E Putin, invece, delle bombe sottomarine incolpa Kiev.
Fatto sta che il grano ucraino nel 2021 è valso 12,2 miliardi di dollari, secondo il bilancio dello Stato è un quinto delle esportazioni del Paese. Prima della guerra, l’Ucraina esportava il 98% dei suoi cereali e semi oleosi attraverso il Mar Nero, a un ritmo fino a 6 milioni di tonnellate al mese. La situazione quindi è drammatica, e per le stime dell’Onu all’inizio di maggio quasi 25 milioni di tonnellate di grano erano bloccate in Ucraina a causa di problemi infrastrutturali e del blocco navale. Con l’aumento dei prezzi, le agenzie delle Nazioni Unite devono ridurre della metà le razioni di cibo per i rifugiati e gli sfollati in alcune parti del Sahel, ad esempio. A causa di una massiccia carenza di fondi, inoltre, quest’anno ci potrebbe essere una carestia che potrebbe colpire circa altri 50 milioni di persone. Putin, che l’altro ieri a Mario Draghi si era detto possibilista in merito a uno sblocco della situazione, nel colloquio telefonico avuto ieri con il cancelliere austriaco Karl Nehammer ha detto di essere pronto a negoziare sul grano attualmente bloccato nei porti ucraini. Ma, ha aggiunto, «l’Ucraina deve sminare i porti il prima possibile per consentire il passaggio delle navi». Per il Cremlino, appunto, è tutta responsabilità di Kiev. Secondo la Tass, Putin al cancelliere austriaco ha detto «che i tentativi di incolpare la Russia per i problemi con le forniture alimentari sono infondati e le vere cause di questi problemi, sono a causa delle sanzioni antirusse da parte degli Stati Uniti e dell’Unione europea». Putin si riferisce a quanto affermato dal segretario di Stato americano, Antony Blinken, che ha accusato la Russia «di usare il cibo come arma in Ucraina tenendo in ostaggio forniture non solo per gli ucraini, ma anche per milioni di persone in tutto il mondo».
Il cancelliere austriaco ha reso noto di aver parlato anche con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che conta di avvicinare le parti nei prossimi giorni per rilanciare il processo negoziale. Ma se alla fine le parti concordassero con la proposta di Mario Draghi, come si potrebbero creare dei corridoi sicuri per consentire la spedizione del grano dai porti ucraini in un contesto come quello attuale?
La Turchia si è fatta avanti ma Vladimir Putin non si fida di Erdogan, e lo stesso pensano gli ucraini e l’Ue, specie dopo il veto all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato. Quindi chi potrebbe occuparsi delle mine alla deriva nel Mar Nero? Secondo lo storico italiano Gregory Alegi, «L’Italia ha una buona tradizione nel dragaggio delle mine, con una linea di dieci navi delle classi Gaeta, più moderne, e Lerici. In passato questa capacità è stata utilizzata in ambito internazionale, per esempio nel Mar Rosso. In questo senso, mettere a disposizione le nostre capacità potrebbe essere utile anche sul piano diplomatico. Dal punto di vista operativo bisognerebbe poter garantire una cornice di sicurezza adeguata, per evitare che le nostre navi possano diventare bersagli per l’una o l’altra parte, magari sotto «false flag». La necessità di sicurezza comporterebbe quindi una scorta di navi con caratteristiche più spiccatamente militari e quindi difficili da accettare da parte russa nel Mar Nero. Tuttavia, il caso dell’incrociatore Moskva ha sottolineato come il Mar Nero sia un mare piccolo e chiuso, quindi con un certo rischio di attacco missilistico. Di qui la necessità di proteggere i nostri cacciamine, in mare e dal cielo».
L’Ucraina si scontra con la realtà: «Dobbiamo parlare con il nemico»
Mentre prosegue l’offensiva militare russa nel Donbass, Volodymyr Zelensky si è detto pronto ad aprire ai negoziati. «Ci sono cose da discutere con il leader russo. Non sto dicendo che il nostro popolo è ansioso di parlare con lui, ma dobbiamo affrontare la realtà. Che cosa vogliamo da quest’incontro? Rivogliamo le nostre vite. Rivogliamo la vita di un Paese sovrano all’interno del proprio territorio, ma la Russia non sembra essere pronta per seri colloqui», ha dichiarato il presidente ucraino. Anche il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, ha accusato Mosca di sabotare i colloqui. «Se la Russia volesse un negoziato, non bloccherebbe i porti marittimi ucraini per ostacolare le esportazioni di prodotti alimentari. È un linguaggio di fatti, non di interpretazioni», ha detto. «Se si guardano i fatti», ha proseguito, «nessuno di essi indica che la Russia voglia davvero trovare una soluzione, negoziare». Poi, parlando di un eventuale incontro tra Zelensky e Vladimir Putin, ha detto: «Abbiamo cercato di organizzare questo incontro molte volte, ma non abbiamo avuto alcuna indicazione positiva dalla Russia riguardo alla sua disponibilità. Da quello che sappiamo, il presidente Putin è più deciso a fare la guerra che a negoziare. Pertanto, è difficile per me dire quando questo incontro avrà luogo». Mosca, per parte sua, aveva affermato che i negoziati sarebbero sospesi per volontà di Kiev. «La leadership ucraina fa costantemente dichiarazioni contraddittorie», ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. «Questo non ci permette di capire appieno cosa vuole la squadra ucraina», ha aggiunto. Una posizione, questa, sostanzialmente ribadita ieri pomeriggio da Putin durante un colloquio telefonico con il cancelliere austriaco Karl Nehammer, il quale - dal canto suo - ha fatto sapere che il presidente russo sarebbe pronto a rispettare i suoi impegni di fornitura del gas e a discutere della possibilità di uno scambio di prigionieri.
Nel frattempo, Boris Johnson ha commentato la situazione militare sul campo, parlando di «progressi lenti ma tangibili» da parte delle forze di Mosca. «Putin, a caro prezzo per sé stesso e per l’esercito russo, sta continuando a rosicchiare terreno. Non bisogna lasciarsi cullare dall’incredibile eroismo degli ucraini nel respingere i russi alle porte di Kiev», ha affermato il premier britannico, sostenendo la necessità di aiutare militarmente gli ucraini. Il presidente americano, Joe Biden, ha invece detto che la Russia non mira soltanto a conquistare l’Ucraina, ma anche a «cancellarne la cultura». Si è inoltre registrata una certa tensione tra Londra e Berlino. Il ministro degli Esteri britannico, Liz Truss, ha negato le notizie arrivate dalla Germania, in base a cui esisterebbe un accordo informale che impedisce ai membri della Nato di consegnare armi pesanti all’Ucraina. «Voglio essere chiara. Quelle voci sono completamente false. Siamo molto chiari che è del tutto legittimo sostenere l’Ucraina con carri armati e aerei», ha dichiarato. Frattanto, la Chiesa ortodossa ucraina ha rotto i legami col patriarcato di Mosca a causa dell’invasione, dichiarando «piena indipendenza» e lontananza dalle posizioni del patriarca di Mosca, Kirill. La tensione diplomatica non accenna frattanto a diminuire. Ieri il ministero degli Esteri russo ha annunciato l’espulsione di cinque diplomatici croati: si tratterebbe di un’azione ritorsiva, dopo che, ad aprile, Zagabria aveva espulso 24 diplomatici russi. Fibrillazioni si starebbero tuttavia registrando anche a Mosca. Un centinaio di diplomatici russi starebbero infatti per dimettersi come forma di protesta contro il Cremlino.
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Dopo il rimpallo di accuse sui massacri di civili, i belligeranti si incolpano a vicenda per la crisi dell’oro giallo, fermo nei porti. Lo zar al cancelliere austriaco: «Disposti a far passare le navi se l’Ucraina smina il Mar Nero». Telefonata tra Mario Draghi e Volodymyr Zelensky.Kiev: «Mosca sabota il dialogo». La Chiesa locale taglia i legami con la Russia e Kirill.Lo speciale contiene due articoli.A meno di 24 ore dalla telefonata tra il presidente del Consiglio Mario Draghi e Vladimir Putin, nella quale il premier italiano ha invitato il presidente russo a «fare qualcosa per sbloccare il grano che oggi è nei depositi in Ucraina perché la crisi alimentare che si sta avvicinando, e in alcuni Paesi africani è già presente, avrà proporzioni gigantesche e conseguenze umanitarie terribili», si stanno facendo decisi passi avanti. Non è detto che il tentativo del premier italiano riesca viste le variabili che possono fermare l’operazione, tuttavia, Mario Draghi e il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, si sono sentiti telefonicamente ieri e, secondo una nota di Palazzo Chigi, «hanno discusso delle prospettive di sblocco delle esportazioni di grano dall’Ucraina per far fronte alla crisi alimentare che minaccia i Paesi più poveri del mondo. Zelensky ha espresso apprezzamento per l’impegno da parte del governo italiano e ha concordato con il presidente Draghi di continuare a confrontarsi sulle possibili soluzioni». Russia e Ucraina messe insieme sono quasi un terzo dell’offerta globale di grano. L’Ucraina è anche uno dei principali esportatori di mais, orzo, olio di girasole e olio di colza, mentre Russia e Bielorussia esportano oltre il 40% di potassa nutritiva per colture nel mondo. Ma di quanto grano parliamo? Per il presidente ucraino Zelensky si tratta di 22 milioni di tonnellate di grano «che non possiamo fornire ai mercati internazionali e quasi la metà delle esportazioni di grano ucraino è ferma dal momento che la Russia continua a bloccare le principale rotte per l’export attraverso il Mar Nero e il Mar d’Azov». È questo il nuovo fronte, anche ideologico: dopo i rimpalli sui massacri di civili, ora Kiev lamenta il minamento del Mar Nero, con gli ordigni che vengono strappati dalle ancore quando le acque sono mosse e rendono impossibile stabilire rotte sicure. E Putin, invece, delle bombe sottomarine incolpa Kiev. Fatto sta che il grano ucraino nel 2021 è valso 12,2 miliardi di dollari, secondo il bilancio dello Stato è un quinto delle esportazioni del Paese. Prima della guerra, l’Ucraina esportava il 98% dei suoi cereali e semi oleosi attraverso il Mar Nero, a un ritmo fino a 6 milioni di tonnellate al mese. La situazione quindi è drammatica, e per le stime dell’Onu all’inizio di maggio quasi 25 milioni di tonnellate di grano erano bloccate in Ucraina a causa di problemi infrastrutturali e del blocco navale. Con l’aumento dei prezzi, le agenzie delle Nazioni Unite devono ridurre della metà le razioni di cibo per i rifugiati e gli sfollati in alcune parti del Sahel, ad esempio. A causa di una massiccia carenza di fondi, inoltre, quest’anno ci potrebbe essere una carestia che potrebbe colpire circa altri 50 milioni di persone. Putin, che l’altro ieri a Mario Draghi si era detto possibilista in merito a uno sblocco della situazione, nel colloquio telefonico avuto ieri con il cancelliere austriaco Karl Nehammer ha detto di essere pronto a negoziare sul grano attualmente bloccato nei porti ucraini. Ma, ha aggiunto, «l’Ucraina deve sminare i porti il prima possibile per consentire il passaggio delle navi». Per il Cremlino, appunto, è tutta responsabilità di Kiev. Secondo la Tass, Putin al cancelliere austriaco ha detto «che i tentativi di incolpare la Russia per i problemi con le forniture alimentari sono infondati e le vere cause di questi problemi, sono a causa delle sanzioni antirusse da parte degli Stati Uniti e dell’Unione europea». Putin si riferisce a quanto affermato dal segretario di Stato americano, Antony Blinken, che ha accusato la Russia «di usare il cibo come arma in Ucraina tenendo in ostaggio forniture non solo per gli ucraini, ma anche per milioni di persone in tutto il mondo». Il cancelliere austriaco ha reso noto di aver parlato anche con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che conta di avvicinare le parti nei prossimi giorni per rilanciare il processo negoziale. Ma se alla fine le parti concordassero con la proposta di Mario Draghi, come si potrebbero creare dei corridoi sicuri per consentire la spedizione del grano dai porti ucraini in un contesto come quello attuale? La Turchia si è fatta avanti ma Vladimir Putin non si fida di Erdogan, e lo stesso pensano gli ucraini e l’Ue, specie dopo il veto all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato. Quindi chi potrebbe occuparsi delle mine alla deriva nel Mar Nero? Secondo lo storico italiano Gregory Alegi, «L’Italia ha una buona tradizione nel dragaggio delle mine, con una linea di dieci navi delle classi Gaeta, più moderne, e Lerici. In passato questa capacità è stata utilizzata in ambito internazionale, per esempio nel Mar Rosso. In questo senso, mettere a disposizione le nostre capacità potrebbe essere utile anche sul piano diplomatico. Dal punto di vista operativo bisognerebbe poter garantire una cornice di sicurezza adeguata, per evitare che le nostre navi possano diventare bersagli per l’una o l’altra parte, magari sotto «false flag». La necessità di sicurezza comporterebbe quindi una scorta di navi con caratteristiche più spiccatamente militari e quindi difficili da accettare da parte russa nel Mar Nero. Tuttavia, il caso dell’incrociatore Moskva ha sottolineato come il Mar Nero sia un mare piccolo e chiuso, quindi con un certo rischio di attacco missilistico. Di qui la necessità di proteggere i nostri cacciamine, in mare e dal cielo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/putin-apre-negoziato-blocco-grano-2657404042.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lucraina-si-scontra-con-la-realta-dobbiamo-parlare-con-il-nemico" data-post-id="2657404042" data-published-at="1653681518" data-use-pagination="False"> L’Ucraina si scontra con la realtà: «Dobbiamo parlare con il nemico» Mentre prosegue l’offensiva militare russa nel Donbass, Volodymyr Zelensky si è detto pronto ad aprire ai negoziati. «Ci sono cose da discutere con il leader russo. Non sto dicendo che il nostro popolo è ansioso di parlare con lui, ma dobbiamo affrontare la realtà. Che cosa vogliamo da quest’incontro? Rivogliamo le nostre vite. Rivogliamo la vita di un Paese sovrano all’interno del proprio territorio, ma la Russia non sembra essere pronta per seri colloqui», ha dichiarato il presidente ucraino. Anche il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, ha accusato Mosca di sabotare i colloqui. «Se la Russia volesse un negoziato, non bloccherebbe i porti marittimi ucraini per ostacolare le esportazioni di prodotti alimentari. È un linguaggio di fatti, non di interpretazioni», ha detto. «Se si guardano i fatti», ha proseguito, «nessuno di essi indica che la Russia voglia davvero trovare una soluzione, negoziare». Poi, parlando di un eventuale incontro tra Zelensky e Vladimir Putin, ha detto: «Abbiamo cercato di organizzare questo incontro molte volte, ma non abbiamo avuto alcuna indicazione positiva dalla Russia riguardo alla sua disponibilità. Da quello che sappiamo, il presidente Putin è più deciso a fare la guerra che a negoziare. Pertanto, è difficile per me dire quando questo incontro avrà luogo». Mosca, per parte sua, aveva affermato che i negoziati sarebbero sospesi per volontà di Kiev. «La leadership ucraina fa costantemente dichiarazioni contraddittorie», ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. «Questo non ci permette di capire appieno cosa vuole la squadra ucraina», ha aggiunto. Una posizione, questa, sostanzialmente ribadita ieri pomeriggio da Putin durante un colloquio telefonico con il cancelliere austriaco Karl Nehammer, il quale - dal canto suo - ha fatto sapere che il presidente russo sarebbe pronto a rispettare i suoi impegni di fornitura del gas e a discutere della possibilità di uno scambio di prigionieri. Nel frattempo, Boris Johnson ha commentato la situazione militare sul campo, parlando di «progressi lenti ma tangibili» da parte delle forze di Mosca. «Putin, a caro prezzo per sé stesso e per l’esercito russo, sta continuando a rosicchiare terreno. Non bisogna lasciarsi cullare dall’incredibile eroismo degli ucraini nel respingere i russi alle porte di Kiev», ha affermato il premier britannico, sostenendo la necessità di aiutare militarmente gli ucraini. Il presidente americano, Joe Biden, ha invece detto che la Russia non mira soltanto a conquistare l’Ucraina, ma anche a «cancellarne la cultura». Si è inoltre registrata una certa tensione tra Londra e Berlino. Il ministro degli Esteri britannico, Liz Truss, ha negato le notizie arrivate dalla Germania, in base a cui esisterebbe un accordo informale che impedisce ai membri della Nato di consegnare armi pesanti all’Ucraina. «Voglio essere chiara. Quelle voci sono completamente false. Siamo molto chiari che è del tutto legittimo sostenere l’Ucraina con carri armati e aerei», ha dichiarato. Frattanto, la Chiesa ortodossa ucraina ha rotto i legami col patriarcato di Mosca a causa dell’invasione, dichiarando «piena indipendenza» e lontananza dalle posizioni del patriarca di Mosca, Kirill. La tensione diplomatica non accenna frattanto a diminuire. Ieri il ministero degli Esteri russo ha annunciato l’espulsione di cinque diplomatici croati: si tratterebbe di un’azione ritorsiva, dopo che, ad aprile, Zagabria aveva espulso 24 diplomatici russi. Fibrillazioni si starebbero tuttavia registrando anche a Mosca. Un centinaio di diplomatici russi starebbero infatti per dimettersi come forma di protesta contro il Cremlino.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 29 giugno con Carlo Cambi
Giuseppe Conte e Domenico Arcuri (Ansa)
Dopo aver ricostruito il faccia a faccia avvenuto il 18 giugno nell’abitazione romana di Arcuri, quest’ultimo ha confermato che gli capita di incontrare l’ex presidente del Consiglio. Ma c’è anche una sequenza di date a insospettire il centrodestra. Il 17 giugno l’ufficio di presidenza della commissione Covid decide di convocare Arcuri. Il giorno successivo, il 18 giugno, Conte incontra l’ex commissario nell’abitazione romana di quest'ultimo e il 19 giugno Arcuri invia al presidente della commissione, Marco Lisei, una lettera con cui comunica di non avere «alcun problema, né alcun impedimento, d essere sentito nella forma dell’audizione testimoniale».
Il capogruppo dei meloniani alla Camera, Galeazzo Bignami, mette in fila gli avvenimenti: «Oggi sulla Verità, Arcuri ammette candidamente che è solito incontrarsi con Conte. Quindi il testimone chiave della vicenda del Covid è solito incontrarsi con il componente più controverso della commissione Covid. E lo fa con una coincidenza temporale che parla da sé. Il 17 giugno la commissione decide di convocare Arcuri a testimonianza, il 18 giugno Arcuri e Conte si incontrano a casa Arcuri. Il 19 giugno Arcuri per la prima volta scrive alla commissione dicendosi disponibile, anche se in realtà è un obbligo quello di venire in commissione per rendere testimonianza con gli effetti di legge». Per Bignami «non serve Agatha Christie per capire che tre coincidenze in questo caso fanno ben più di una prova. È uno schema già visto e usato in Antimafia da Gioacchino Natoli e Roberto Scarpinato, testimone e commissario protetto dalla sua immunità a essere sentito in commissione: si confrontano prima dell’audizione proprio sui temi di cui dovranno riferire. Un uso distorto delle istituzioni che ha un obiettivo evidente: impedire alla commissione d’inchiesta sul Covid di svolgere il suo lavoro».
Si concentra sulle coincidenze temporali anche la deputata di Fratelli d’Italia Alice Buonguerrieri: «Il 17 giugno l’ufficio di presidenza della commissione Covid decide, con la netta contrarietà del M5s, di escutere a testimonianza Arcuri, nominato da Conte. Il giorno dopo, Conte, componente della stessa commissione, incontra Arcuri. Il giorno dopo ancora, tramite lettera, Arcuri avvisa la commissione, per la prima volta, che è “disponibile” a farsi audire. Disponibile si fa per dire, visto che lui sa bene di essere obbligato dalla legge a rendere testimonianza quando, come in questo caso, è richiesta». Secondo la parlamentare, la ricostruzione della Verità getta gravi ombre sulla futura testimonianza di Arcuri e sul ruolo del suo vecchio dante causa: «Siamo di fronte a fatti gravi, dalla successione temporale inquietante, che rendono ancora più evidente il conflitto di interessi in cui versa Conte, il quale siede in commissione non per far emergere la verità, ma per affossarla».
Anche il presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, Lucio Malan, parte dal nostro scoop «sul faccia a faccia tra coloro che gestirono l’emergenza Covid»: «Viene da chiedersi cosa i due avessero da dirsi? C’entra qualcosa con la lettera inviata il giorno dopo da Arcuri al presidente Lisei , in cui ha dato disponibilità a essere audito dalla Commissione? Che avessero necessità di concordare qualche posizione?». Per Malan, «come al solito, Conte preferisce parlare della pandemia altrove, ora probabilmente anche in privato con colui che aveva scelto come commissario all’emergenza Covid, ma non dove dovrebbe e cioè in Commissione». Quindi conclude così: «Fdi continuerà a chiedere che l’ex premier si presenti per raccontare quello che sa su quanto sta emergendo dai lavori».
Sulla stessa linea si colloca Antonella Zedda, vicepresidente dei senatori di Fdi e componente della commissione Covid: «La polemica costruita in queste settimane dalle opposizioni sulla commissione aveva uno scopo ben preciso: proteggere Arcuri. Ora tutto torna. Grazie a un articolo della Verità scopriamo che il 18 giugno, proprio il giorno seguente a un ufficio di presidenza della commissione Covid infuocato, Arcuri e Conte si sono incontrati a cena». La senatrice richiama, infine, il tema dell’audizione testimoniale: «Conte non trova tempo per venire in commissione, dove latita da commissario e dove fugge da audito, ma trova modo di incontrare informalmente un testimone chiave in una tempistica sospetta? Inoltre Arcuri sostiene di essere disposto a venire in commissione, ma vorremmo ricordare a lui e a tutto il M5s che testimoniare sotto giuramento non è una gentile concessione a Fdi, ma un obbligo di legge. Ci chiediamo anche perché non sia venuto prima, quando non era obbligato. Aspettiamo questo momento anche perché sono molti i punti oscuri della sua gestione e gli italiani hanno diritto a delle risposte».
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Ci sono nomi di aziende aeronautiche italiane che ormai pochi ricordano. Questa è la storia.
Giuseppe Conte (Imagoeconomica)
Certo, forse sarebbe meglio che un componente della commissione d’inchiesta deputata a indagare su alcuni fatti, e inevitabilmente a porre domande ai protagonisti di una stagione, evitasse di incontrare un testimone che potrebbe essere chiamato a chiarire proprio quei fatti. Uno degli argomenti del recente referendum sulla giustizia riguardava l’impossibilità di garantire l’imparzialità di chi giudica se frequenta chi indaga. Ma nel caso della commissione Covid siamo un po’ oltre, perché il commissario che deve porre quesiti e in seguito anche tirare le conclusioni su quegli stessi quesiti, non sta sullo stesso piano ma addirittura nello stesso salotto di chi è chiamato, con la sua testimonianza, a fornire spiegazioni. È un po’ come se il pm del caso Garlasco andasse a casa di una persona informata dei fatti e lo facesse in compagnia del giudice che un domani dovrà valutare la testimonianza. Succedesse qualche cosa del genere probabilmente grideremmo allo scandalo e immagino che se ci fossero imputati o anche solo parti lese, ci sarebbe chi chiederebbe la ricusazione delle toghe coinvolte.
Ecco, nel caso della commissione Covid, siamo di fronte a questo enigma: dell’organismo fa parte Conte, il quale, oltre a essere stato presidente del Consiglio nel 2020-2021, quando furono prese misure d’emergenza per sconfiggere la pandemia, è anche amico amico del commissario da lui nominato per combattere il virus. Che in quella stagione non tutto sia andato per il verso giusto e che siano stati spesi un mucchio di soldi, anzi di miliardi, è ormai certo. Dunque, la commissione dovrebbe andare fino in fondo, sentendo i protagonisti e chiedendo loro chi decise che cosa e perché alcuni fornitori, che poi si rivelarono inadatti, furono preferiti rispetto ad altri. Qualche domanda andrebbe posta a chi aveva la possibilità di prendere le decisioni, in questo caso Conte. Ma l’ex premier oggi siede in commissione Covid, cioè indossa la toga del pm e del giudice, e i pm e i giudici non possono essere chiamati a rispondere, perché dovrebbero svestirsi del proprio ruolo per poi indossare quelli del testimone. Già questa è un’anomalia a cui forse bisognerebbe porre rimedio, ma l’unico che lo può fare è lo stesso Conte.
Poi però c’è il secondo aspetto sorprendente e cioè che, come rivelato dal nostro Giacomo Amadori, l’ex presidente del Consiglio e attuale commissario è amico amico di Arcuri, ovvero di uno che la sa lunga sulla gestione della pandemia, persona che la commissione vuole audire. E così eccoci arrivati al nodo della faccenda: di cosa parlano i due amici quando si incontrano, come ad esempio la scorsa settimana? «Di tutto e di niente», ha detto rispondendo al nostro vicedirettore lo stesso Arcuri. Tutto può voler dire anche dei lavori della commissione, ma magari anche no. Di certo, gli incontri fra un testimone e un commissario all’insaputa degli altri alimentano dubbi. E infatti ieri gli esponenti di Fratelli d’Italia, tra i più assidui nell’accendere un faro su quel che accadde cinque anni fa, si sono scatenati, chiedendo come sia possibile che l’ex commissario parli con l’attuale componente di un istituto preposto a indagare senza riferire nelle sedi istituzionali.
Difficile dar loro torto, anche perché in un’inchiesta della magistratura è spuntato un altro commissario, sempre dei 5 stelle, ma questa volta al lavoro nella commissione Antimafia, che parlava all’insaputa dei colleghi con un testimone, anticipando le domande e suggerendo le risposte. È così che si fanno le indagini? E il mito dello streaming, bandiera dei 5 stelle per garantire con la diretta video la massima trasparenza dentro i palazzi del potere, che fine ha fatto? Domande legittime, che aspettano risposte più che legittime, ovvero necessarie. Perché altrimenti ci sarà sempre chi alimenterà dubbi su una gestione dell’emergenza, che oltre a diversi errori è costata anche molta sofferenza. Arcuri ha detto al nostro Amadori che è pronto a parlare. Noi siamo pronti ad ascoltare e soprattutto a fare domande, riferendo le risposte, con lo stesso scrupolo con cui da anni ci interroghiamo sugli effetti dell’emergenza Covid.
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