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2022-05-28
Putin apre al negoziato sul blocco del grano
A meno di 24 ore dalla telefonata tra il presidente del Consiglio Mario Draghi e Vladimir Putin, nella quale il premier italiano ha invitato il presidente russo a «fare qualcosa per sbloccare il grano che oggi è nei depositi in Ucraina perché la crisi alimentare che si sta avvicinando, e in alcuni Paesi africani è già presente, avrà proporzioni gigantesche e conseguenze umanitarie terribili», si stanno facendo decisi passi avanti. Non è detto che il tentativo del premier italiano riesca viste le variabili che possono fermare l’operazione, tuttavia, Mario Draghi e il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, si sono sentiti telefonicamente ieri e, secondo una nota di Palazzo Chigi, «hanno discusso delle prospettive di sblocco delle esportazioni di grano dall’Ucraina per far fronte alla crisi alimentare che minaccia i Paesi più poveri del mondo. Zelensky ha espresso apprezzamento per l’impegno da parte del governo italiano e ha concordato con il presidente Draghi di continuare a confrontarsi sulle possibili soluzioni».
Russia e Ucraina messe insieme sono quasi un terzo dell’offerta globale di grano. L’Ucraina è anche uno dei principali esportatori di mais, orzo, olio di girasole e olio di colza, mentre Russia e Bielorussia esportano oltre il 40% di potassa nutritiva per colture nel mondo. Ma di quanto grano parliamo? Per il presidente ucraino Zelensky si tratta di 22 milioni di tonnellate di grano «che non possiamo fornire ai mercati internazionali e quasi la metà delle esportazioni di grano ucraino è ferma dal momento che la Russia continua a bloccare le principale rotte per l’export attraverso il Mar Nero e il Mar d’Azov». È questo il nuovo fronte, anche ideologico: dopo i rimpalli sui massacri di civili, ora Kiev lamenta il minamento del Mar Nero, con gli ordigni che vengono strappati dalle ancore quando le acque sono mosse e rendono impossibile stabilire rotte sicure. E Putin, invece, delle bombe sottomarine incolpa Kiev.
Fatto sta che il grano ucraino nel 2021 è valso 12,2 miliardi di dollari, secondo il bilancio dello Stato è un quinto delle esportazioni del Paese. Prima della guerra, l’Ucraina esportava il 98% dei suoi cereali e semi oleosi attraverso il Mar Nero, a un ritmo fino a 6 milioni di tonnellate al mese. La situazione quindi è drammatica, e per le stime dell’Onu all’inizio di maggio quasi 25 milioni di tonnellate di grano erano bloccate in Ucraina a causa di problemi infrastrutturali e del blocco navale. Con l’aumento dei prezzi, le agenzie delle Nazioni Unite devono ridurre della metà le razioni di cibo per i rifugiati e gli sfollati in alcune parti del Sahel, ad esempio. A causa di una massiccia carenza di fondi, inoltre, quest’anno ci potrebbe essere una carestia che potrebbe colpire circa altri 50 milioni di persone. Putin, che l’altro ieri a Mario Draghi si era detto possibilista in merito a uno sblocco della situazione, nel colloquio telefonico avuto ieri con il cancelliere austriaco Karl Nehammer ha detto di essere pronto a negoziare sul grano attualmente bloccato nei porti ucraini. Ma, ha aggiunto, «l’Ucraina deve sminare i porti il prima possibile per consentire il passaggio delle navi». Per il Cremlino, appunto, è tutta responsabilità di Kiev. Secondo la Tass, Putin al cancelliere austriaco ha detto «che i tentativi di incolpare la Russia per i problemi con le forniture alimentari sono infondati e le vere cause di questi problemi, sono a causa delle sanzioni antirusse da parte degli Stati Uniti e dell’Unione europea». Putin si riferisce a quanto affermato dal segretario di Stato americano, Antony Blinken, che ha accusato la Russia «di usare il cibo come arma in Ucraina tenendo in ostaggio forniture non solo per gli ucraini, ma anche per milioni di persone in tutto il mondo».
Il cancelliere austriaco ha reso noto di aver parlato anche con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che conta di avvicinare le parti nei prossimi giorni per rilanciare il processo negoziale. Ma se alla fine le parti concordassero con la proposta di Mario Draghi, come si potrebbero creare dei corridoi sicuri per consentire la spedizione del grano dai porti ucraini in un contesto come quello attuale?
La Turchia si è fatta avanti ma Vladimir Putin non si fida di Erdogan, e lo stesso pensano gli ucraini e l’Ue, specie dopo il veto all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato. Quindi chi potrebbe occuparsi delle mine alla deriva nel Mar Nero? Secondo lo storico italiano Gregory Alegi, «L’Italia ha una buona tradizione nel dragaggio delle mine, con una linea di dieci navi delle classi Gaeta, più moderne, e Lerici. In passato questa capacità è stata utilizzata in ambito internazionale, per esempio nel Mar Rosso. In questo senso, mettere a disposizione le nostre capacità potrebbe essere utile anche sul piano diplomatico. Dal punto di vista operativo bisognerebbe poter garantire una cornice di sicurezza adeguata, per evitare che le nostre navi possano diventare bersagli per l’una o l’altra parte, magari sotto «false flag». La necessità di sicurezza comporterebbe quindi una scorta di navi con caratteristiche più spiccatamente militari e quindi difficili da accettare da parte russa nel Mar Nero. Tuttavia, il caso dell’incrociatore Moskva ha sottolineato come il Mar Nero sia un mare piccolo e chiuso, quindi con un certo rischio di attacco missilistico. Di qui la necessità di proteggere i nostri cacciamine, in mare e dal cielo».
L’Ucraina si scontra con la realtà: «Dobbiamo parlare con il nemico»
Mentre prosegue l’offensiva militare russa nel Donbass, Volodymyr Zelensky si è detto pronto ad aprire ai negoziati. «Ci sono cose da discutere con il leader russo. Non sto dicendo che il nostro popolo è ansioso di parlare con lui, ma dobbiamo affrontare la realtà. Che cosa vogliamo da quest’incontro? Rivogliamo le nostre vite. Rivogliamo la vita di un Paese sovrano all’interno del proprio territorio, ma la Russia non sembra essere pronta per seri colloqui», ha dichiarato il presidente ucraino. Anche il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, ha accusato Mosca di sabotare i colloqui. «Se la Russia volesse un negoziato, non bloccherebbe i porti marittimi ucraini per ostacolare le esportazioni di prodotti alimentari. È un linguaggio di fatti, non di interpretazioni», ha detto. «Se si guardano i fatti», ha proseguito, «nessuno di essi indica che la Russia voglia davvero trovare una soluzione, negoziare». Poi, parlando di un eventuale incontro tra Zelensky e Vladimir Putin, ha detto: «Abbiamo cercato di organizzare questo incontro molte volte, ma non abbiamo avuto alcuna indicazione positiva dalla Russia riguardo alla sua disponibilità. Da quello che sappiamo, il presidente Putin è più deciso a fare la guerra che a negoziare. Pertanto, è difficile per me dire quando questo incontro avrà luogo». Mosca, per parte sua, aveva affermato che i negoziati sarebbero sospesi per volontà di Kiev. «La leadership ucraina fa costantemente dichiarazioni contraddittorie», ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. «Questo non ci permette di capire appieno cosa vuole la squadra ucraina», ha aggiunto. Una posizione, questa, sostanzialmente ribadita ieri pomeriggio da Putin durante un colloquio telefonico con il cancelliere austriaco Karl Nehammer, il quale - dal canto suo - ha fatto sapere che il presidente russo sarebbe pronto a rispettare i suoi impegni di fornitura del gas e a discutere della possibilità di uno scambio di prigionieri.
Nel frattempo, Boris Johnson ha commentato la situazione militare sul campo, parlando di «progressi lenti ma tangibili» da parte delle forze di Mosca. «Putin, a caro prezzo per sé stesso e per l’esercito russo, sta continuando a rosicchiare terreno. Non bisogna lasciarsi cullare dall’incredibile eroismo degli ucraini nel respingere i russi alle porte di Kiev», ha affermato il premier britannico, sostenendo la necessità di aiutare militarmente gli ucraini. Il presidente americano, Joe Biden, ha invece detto che la Russia non mira soltanto a conquistare l’Ucraina, ma anche a «cancellarne la cultura». Si è inoltre registrata una certa tensione tra Londra e Berlino. Il ministro degli Esteri britannico, Liz Truss, ha negato le notizie arrivate dalla Germania, in base a cui esisterebbe un accordo informale che impedisce ai membri della Nato di consegnare armi pesanti all’Ucraina. «Voglio essere chiara. Quelle voci sono completamente false. Siamo molto chiari che è del tutto legittimo sostenere l’Ucraina con carri armati e aerei», ha dichiarato. Frattanto, la Chiesa ortodossa ucraina ha rotto i legami col patriarcato di Mosca a causa dell’invasione, dichiarando «piena indipendenza» e lontananza dalle posizioni del patriarca di Mosca, Kirill. La tensione diplomatica non accenna frattanto a diminuire. Ieri il ministero degli Esteri russo ha annunciato l’espulsione di cinque diplomatici croati: si tratterebbe di un’azione ritorsiva, dopo che, ad aprile, Zagabria aveva espulso 24 diplomatici russi. Fibrillazioni si starebbero tuttavia registrando anche a Mosca. Un centinaio di diplomatici russi starebbero infatti per dimettersi come forma di protesta contro il Cremlino.
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Dopo il rimpallo di accuse sui massacri di civili, i belligeranti si incolpano a vicenda per la crisi dell’oro giallo, fermo nei porti. Lo zar al cancelliere austriaco: «Disposti a far passare le navi se l’Ucraina smina il Mar Nero». Telefonata tra Mario Draghi e Volodymyr Zelensky.Kiev: «Mosca sabota il dialogo». La Chiesa locale taglia i legami con la Russia e Kirill.Lo speciale contiene due articoli.A meno di 24 ore dalla telefonata tra il presidente del Consiglio Mario Draghi e Vladimir Putin, nella quale il premier italiano ha invitato il presidente russo a «fare qualcosa per sbloccare il grano che oggi è nei depositi in Ucraina perché la crisi alimentare che si sta avvicinando, e in alcuni Paesi africani è già presente, avrà proporzioni gigantesche e conseguenze umanitarie terribili», si stanno facendo decisi passi avanti. Non è detto che il tentativo del premier italiano riesca viste le variabili che possono fermare l’operazione, tuttavia, Mario Draghi e il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, si sono sentiti telefonicamente ieri e, secondo una nota di Palazzo Chigi, «hanno discusso delle prospettive di sblocco delle esportazioni di grano dall’Ucraina per far fronte alla crisi alimentare che minaccia i Paesi più poveri del mondo. Zelensky ha espresso apprezzamento per l’impegno da parte del governo italiano e ha concordato con il presidente Draghi di continuare a confrontarsi sulle possibili soluzioni». Russia e Ucraina messe insieme sono quasi un terzo dell’offerta globale di grano. L’Ucraina è anche uno dei principali esportatori di mais, orzo, olio di girasole e olio di colza, mentre Russia e Bielorussia esportano oltre il 40% di potassa nutritiva per colture nel mondo. Ma di quanto grano parliamo? Per il presidente ucraino Zelensky si tratta di 22 milioni di tonnellate di grano «che non possiamo fornire ai mercati internazionali e quasi la metà delle esportazioni di grano ucraino è ferma dal momento che la Russia continua a bloccare le principale rotte per l’export attraverso il Mar Nero e il Mar d’Azov». È questo il nuovo fronte, anche ideologico: dopo i rimpalli sui massacri di civili, ora Kiev lamenta il minamento del Mar Nero, con gli ordigni che vengono strappati dalle ancore quando le acque sono mosse e rendono impossibile stabilire rotte sicure. E Putin, invece, delle bombe sottomarine incolpa Kiev. Fatto sta che il grano ucraino nel 2021 è valso 12,2 miliardi di dollari, secondo il bilancio dello Stato è un quinto delle esportazioni del Paese. Prima della guerra, l’Ucraina esportava il 98% dei suoi cereali e semi oleosi attraverso il Mar Nero, a un ritmo fino a 6 milioni di tonnellate al mese. La situazione quindi è drammatica, e per le stime dell’Onu all’inizio di maggio quasi 25 milioni di tonnellate di grano erano bloccate in Ucraina a causa di problemi infrastrutturali e del blocco navale. Con l’aumento dei prezzi, le agenzie delle Nazioni Unite devono ridurre della metà le razioni di cibo per i rifugiati e gli sfollati in alcune parti del Sahel, ad esempio. A causa di una massiccia carenza di fondi, inoltre, quest’anno ci potrebbe essere una carestia che potrebbe colpire circa altri 50 milioni di persone. Putin, che l’altro ieri a Mario Draghi si era detto possibilista in merito a uno sblocco della situazione, nel colloquio telefonico avuto ieri con il cancelliere austriaco Karl Nehammer ha detto di essere pronto a negoziare sul grano attualmente bloccato nei porti ucraini. Ma, ha aggiunto, «l’Ucraina deve sminare i porti il prima possibile per consentire il passaggio delle navi». Per il Cremlino, appunto, è tutta responsabilità di Kiev. Secondo la Tass, Putin al cancelliere austriaco ha detto «che i tentativi di incolpare la Russia per i problemi con le forniture alimentari sono infondati e le vere cause di questi problemi, sono a causa delle sanzioni antirusse da parte degli Stati Uniti e dell’Unione europea». Putin si riferisce a quanto affermato dal segretario di Stato americano, Antony Blinken, che ha accusato la Russia «di usare il cibo come arma in Ucraina tenendo in ostaggio forniture non solo per gli ucraini, ma anche per milioni di persone in tutto il mondo». Il cancelliere austriaco ha reso noto di aver parlato anche con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che conta di avvicinare le parti nei prossimi giorni per rilanciare il processo negoziale. Ma se alla fine le parti concordassero con la proposta di Mario Draghi, come si potrebbero creare dei corridoi sicuri per consentire la spedizione del grano dai porti ucraini in un contesto come quello attuale? La Turchia si è fatta avanti ma Vladimir Putin non si fida di Erdogan, e lo stesso pensano gli ucraini e l’Ue, specie dopo il veto all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato. Quindi chi potrebbe occuparsi delle mine alla deriva nel Mar Nero? Secondo lo storico italiano Gregory Alegi, «L’Italia ha una buona tradizione nel dragaggio delle mine, con una linea di dieci navi delle classi Gaeta, più moderne, e Lerici. In passato questa capacità è stata utilizzata in ambito internazionale, per esempio nel Mar Rosso. In questo senso, mettere a disposizione le nostre capacità potrebbe essere utile anche sul piano diplomatico. Dal punto di vista operativo bisognerebbe poter garantire una cornice di sicurezza adeguata, per evitare che le nostre navi possano diventare bersagli per l’una o l’altra parte, magari sotto «false flag». La necessità di sicurezza comporterebbe quindi una scorta di navi con caratteristiche più spiccatamente militari e quindi difficili da accettare da parte russa nel Mar Nero. Tuttavia, il caso dell’incrociatore Moskva ha sottolineato come il Mar Nero sia un mare piccolo e chiuso, quindi con un certo rischio di attacco missilistico. Di qui la necessità di proteggere i nostri cacciamine, in mare e dal cielo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/putin-apre-negoziato-blocco-grano-2657404042.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lucraina-si-scontra-con-la-realta-dobbiamo-parlare-con-il-nemico" data-post-id="2657404042" data-published-at="1653681518" data-use-pagination="False"> L’Ucraina si scontra con la realtà: «Dobbiamo parlare con il nemico» Mentre prosegue l’offensiva militare russa nel Donbass, Volodymyr Zelensky si è detto pronto ad aprire ai negoziati. «Ci sono cose da discutere con il leader russo. Non sto dicendo che il nostro popolo è ansioso di parlare con lui, ma dobbiamo affrontare la realtà. Che cosa vogliamo da quest’incontro? Rivogliamo le nostre vite. Rivogliamo la vita di un Paese sovrano all’interno del proprio territorio, ma la Russia non sembra essere pronta per seri colloqui», ha dichiarato il presidente ucraino. Anche il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, ha accusato Mosca di sabotare i colloqui. «Se la Russia volesse un negoziato, non bloccherebbe i porti marittimi ucraini per ostacolare le esportazioni di prodotti alimentari. È un linguaggio di fatti, non di interpretazioni», ha detto. «Se si guardano i fatti», ha proseguito, «nessuno di essi indica che la Russia voglia davvero trovare una soluzione, negoziare». Poi, parlando di un eventuale incontro tra Zelensky e Vladimir Putin, ha detto: «Abbiamo cercato di organizzare questo incontro molte volte, ma non abbiamo avuto alcuna indicazione positiva dalla Russia riguardo alla sua disponibilità. Da quello che sappiamo, il presidente Putin è più deciso a fare la guerra che a negoziare. Pertanto, è difficile per me dire quando questo incontro avrà luogo». Mosca, per parte sua, aveva affermato che i negoziati sarebbero sospesi per volontà di Kiev. «La leadership ucraina fa costantemente dichiarazioni contraddittorie», ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. «Questo non ci permette di capire appieno cosa vuole la squadra ucraina», ha aggiunto. Una posizione, questa, sostanzialmente ribadita ieri pomeriggio da Putin durante un colloquio telefonico con il cancelliere austriaco Karl Nehammer, il quale - dal canto suo - ha fatto sapere che il presidente russo sarebbe pronto a rispettare i suoi impegni di fornitura del gas e a discutere della possibilità di uno scambio di prigionieri. Nel frattempo, Boris Johnson ha commentato la situazione militare sul campo, parlando di «progressi lenti ma tangibili» da parte delle forze di Mosca. «Putin, a caro prezzo per sé stesso e per l’esercito russo, sta continuando a rosicchiare terreno. Non bisogna lasciarsi cullare dall’incredibile eroismo degli ucraini nel respingere i russi alle porte di Kiev», ha affermato il premier britannico, sostenendo la necessità di aiutare militarmente gli ucraini. Il presidente americano, Joe Biden, ha invece detto che la Russia non mira soltanto a conquistare l’Ucraina, ma anche a «cancellarne la cultura». Si è inoltre registrata una certa tensione tra Londra e Berlino. Il ministro degli Esteri britannico, Liz Truss, ha negato le notizie arrivate dalla Germania, in base a cui esisterebbe un accordo informale che impedisce ai membri della Nato di consegnare armi pesanti all’Ucraina. «Voglio essere chiara. Quelle voci sono completamente false. Siamo molto chiari che è del tutto legittimo sostenere l’Ucraina con carri armati e aerei», ha dichiarato. Frattanto, la Chiesa ortodossa ucraina ha rotto i legami col patriarcato di Mosca a causa dell’invasione, dichiarando «piena indipendenza» e lontananza dalle posizioni del patriarca di Mosca, Kirill. La tensione diplomatica non accenna frattanto a diminuire. Ieri il ministero degli Esteri russo ha annunciato l’espulsione di cinque diplomatici croati: si tratterebbe di un’azione ritorsiva, dopo che, ad aprile, Zagabria aveva espulso 24 diplomatici russi. Fibrillazioni si starebbero tuttavia registrando anche a Mosca. Un centinaio di diplomatici russi starebbero infatti per dimettersi come forma di protesta contro il Cremlino.
Il busto reliquiario di Sant'Agata a Catania (Getty Images)
Perdona loro. Nel capolavoro di Giambattista Tiepolo, Sant’Agata allarga le braccia e alza gli occhi al cielo. Lo sta facendo anche adesso, mentre commenta con la dolente postura la decisione di una scuola siciliana di annullare la visita alla sua reliquia per paura dei ruggiti dell’Uaar. Sarebbe l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, infuriata anche solo all’idea che maestre e bambini dedichino mezza mattinata a un atto di cultura e devozione popolare millenario, nel nome di una delle sante più celebrate, raffigurate, pregate del mondo.
La faccenda è surreale e la crociata degli atei (ossimoro voluto) ha toni da Robespierre. Tutto comincia qualche giorno fa, quando il preside dell’istituto comprensivo (elementari e medie) «Federico De Roberto» di Zafferana Etnea, in provincia di Catania, decide di far partecipare la scuola alle celebrazioni di Sant’Agata, culminate con l’arrivo in paese di una reliquia (il braccio della santa) alla parrocchia di Santa Maria della Provvidenza, portata in pompa magna dall’arcivescovo Luigi Renna. L’evento, molto partecipato, si inserisce nel programma per il nono centenario della traslazione delle reliquie a Catania da Costantinopoli, dov’erano state trafugate quasi mille anni fa fra la disperazione generale, poiché Sant’Agata era ed è considerata nella tradizione cristiana la principale protettrice dalle eruzioni dell’Etna che balugina lassù.
Giusto o sbagliato, è così da sempre nel segno della storia e dell’identità. Ma vallo a spiegare agli atei, agli agnostici e agli Odifreddi boys che al solo sentire il nome di Cristo innalzano roghi, mentre su Maometto sono molto più distratti, non si sa mai. Tornando a Zafferana, il preside organizza la visita nei dettagli: le elementari con tulipano bianco, le medie con fazzoletto bianco. Ovviamente tutto facoltativo, chi non fosse interessato rimane in classe a seguire le lezioni. Ebbene, il numero uno dell’istituto non riesce neppure a divulgare la circolare. L’Unione degli atei, sezione di Catania, interviene preventivamente con una diffida, minaccia denunce per «violazione del principio di laicità delle scuole pubbliche» ed entra in modalità trincea permanente.
La santa patrona diventa un casus belli, il preside Salvatore Musumeci è costretto a tornare sui suoi passi e a revocare la circolare. Forse indotto dal silenzio accondiscendente delle istituzioni locali (il sindaco Salvatore Russo è un civico sostenuto dal Pd) e dalle stesse autorità religiose, da tempo più inclini ad appiattirsi sulle ragioni dei senza Dio piuttosto che difendere la fede. Così l’Uaar può cantare vittoria: «Quella decisione era illegittima. Gli atti di culto in orario scolastico sono infatti vietati, come chiarito da norme e sentenze, definitiva quella del Consiglio di Stato del 27 marzo 2017». Il crinale è impervio e la distinzione fra atto di culto in classe e gita in parrocchia a vedere una reliquia abbastanza evidente.
È curioso notare la muscolare alzata di scudi da parte di chi predica ogni tipo di libertà (tranne quelle degli altri) in nome di un laicismo che tende all’assolutismo. L’Uaar è famosa per le sue battaglie frontali contro la religione cattolica: lo sbattezzo, la lotta contro il crocifisso negli edifici pubblici, l’ora di religione, gli slogan provocatori sui bus. A Zafferana gli atei scatenati non si risparmiano neppure un dettaglio imbarazzante: «La visita non avrebbe nemmeno tenuto conto dei risvolti macabri, dato che l’oggetto esposto sarebbe il braccio del cadavere di Sant’Agata». Siamo al «cadaverino appeso fra due legnetti» televisivo di Adel Smith. C’è gente da 23 anni con lo sguardo nello specchietto retrovisore.
Con un dettaglio in più. Il progressista illuminato, impegnato a bollare come oscurantista il ministro Giuseppe Valditara dopo la decisione di non autorizzare in automatico le lezioni genderfluid a scuola, sembra del tutto silente riguardo al diktat imposto da un’associazione di parte all’esercizio della libertà altrui di partecipare a un evento popolare inserito da secoli nel contesto sociale del territorio. Il preside avrebbe potuto tenere duro ma deve avere fiutato l’aria. Nessuna intenzione di rimanere solo e con il cerino acceso in mano. Alla fine, si è limitato a precisare al quotidiano La Sicilia: «Nessuno ha imposto niente. Gli alunni che, a seguito del parere contrario dei genitori, non volevano partecipare alla visita sarebbero rimasti in classe a fare lezione, all’insegna della piena libertà». Parola sconosciuta ai liberal per decreto.
Così Sant’Agata, celebrata dalle processioni e dalle candelore in Sicilia e in tutto il mondo dove un emigrante abbia lasciato il seme della devozione, non può essere avvicinata dai bambini e dai ragazzi di Zafferana in orario scolastico. Mentre l’Etna distratto sta a guardare. La leggenda vuole che nell’antichità il vulcano abbia inghiottito Empedocle risputandone per sdegno un calzare. Era un filosofo pagano che si credeva un dio. Praticamente un ateo.
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La ripartizione dei fondi del Southern Poverty Law Center (Getty Images)
Scusi lei è del Ku Klux Klan? E vuole ritirarsi? Ma come si permette? E lei pure? Ma siete matti? Se voi vi ritirate noi come facciamo a vivere? Immaginiamo lo sgomento per gli attivisti della Ong antirazzista e buonista di Montgomery, in Alabama, di fronte a quei due uomini che volevano deporre cappuccio e tunica bianca. In un attimo hanno visto svanire ricche offerte e donazioni, un business da milioni di dollari. Se quelli del Ku Klux Klan si arrendono saremo ridotti sul lastrico, devono aver pensato i sedicenti nemici del Ku Klux Klan. I professionisti dell’antirazzismo, si sa, hanno bisogno del razzismo per sopravvivere. E così in mancanza di meglio, ecco l’idea geniale e l’offerta indecente: se non vi ritirate vi paghiamo noi. Affare fatto. «1.200 dollari al mese per continuare a essere membri del Ku Klux Klan». Veri razzisti in nome dell’antirazzismo.
Così i due incappucciati hanno ritrovato lo smalto cattivo di un tempo, grazie ovviamente ai soldi dei «buoni». I quali «buoni» non contenti di finanziare due membri del Ku Klux Klan (in codice chiamati F31 e F32), hanno finanziato anche: la pubblicazione di «materiale razzista», altra «letteratura estremista», le manifestazioni suprematiste, i «motociclisti sadici», il Gran Mago del Ku Klux Klan, la creazione di nuove sezioni del Ku Klux Klan, ma soprattutto (badate bene) l’acquisto di tuniche bianche e cappucci per i membri del Ku Klux Klan nonché «il rogo delle croci» del Ku Klux Klan con relativa fornitura di «legna e carburante». Non è straordinario? Il rogo delle croci finanziato dalla Ong antirazzista, legna e carburante compresi. L’antirazzismo è un sentimento che infiamma, si sa. Ma mai avremmo pensato che sarebbe arrivato ad un passo dall’infiammare le case dei neri.
Che ci volete fare? Io lo dico da un pezzo: attenti ai buoni. «Quando ci si dichiara solidali con gli altri in genere è per prendergli qualcosa», diceva Vilfredo Pareto. Ed Ennio Flaiano aggiungeva: «Tutti quelli che rubano, devono far mostra di amare il prossimo e di temere Iddio». Ora, per stare al passo con il tempo, tutti quelli che rubano devono anche mostrarsi antirazzisti. La Ong Splc (Southern poverty law center) di Montgomery in Alabama è infatti sotto accusa per frode, false dichiarazioni e cospirazione finalizzata al riciclaggio di denaro. In pratica chiedeva offerte per combattere il razzismo e con quel denaro invece finanziava i razzisti. Per altro non poco: secondo gli inquirenti dal 2014 al 2023 avrebbe versato nelle casse del Ku Klux Klan la bellezza di 3 milioni di dollari. Tutti soldi dei donatori, che si sono così trasformati in finanziatori dell’estremismo a loro insaputa. Poveretti: pensavano fosse amore invece era il rogo di una croce…
La Ong Splc, per altro, era l’emblema dei buoni in eterna lotta contro i cattivi. Sul suo sito c’erano parole durissime contro il Ku Klux Klan, «antico e famigerato gruppo di odio», pronto ad attaccare non solo gli afroamericani ma anche «ebrei, immigrati e membri della comunità Lgbtq+». Ovviamente, tutta colpa di Donald: «l’agenda anti-immigrazione e anti-diversità dell’amministrazione Trump» rende «l’impero invisibile» del male incappucciato ancora più preoccupante, scrivono infatti i buonisti. E avvertono: guai a «liquidarlo come una reliquia». Le tuniche bianche, infatti, hanno ricominciato «a distribuire volantini e reclutare nuovi membri». Informazione assai precise, in effetti: il Ku Klux Klan ha ricominciato a distribuire volantini e a reclutare nuovi membri, come sostiene l’Ong antirazzista. Peccato che l’abbia fatto con i soldi dell’Ong antirazzista. Da lei finanziato e incoraggiato. Altrimenti, si capisce: se il Ku Klux Klan non si dimostra attivo e pericoloso, chi è che fa donazioni ai gruppi anti Ku Klux Klan? La tattica un filo spregiudicata ha dato però frutti abbondanti: fra il 2010 e il 2023 le entrate di Splc sono infatti aumentate da 38,7 a 129 milioni di dollari. Una crescita del 233%. Poi dici che questi buonisti non sanno difendere i valori…
Forse i valori morali non sono pari ai valori economici, ma pazienza. Di fronte alle nuove e circostanziate accuse del Dipartimento americano della giustizia, la Ong buonista infatti non ha fatto un plissé. Anzi, ha mandato avanti i suoi avvocati per protestare contro la fuga di notizie. «Come è possibile che i giornalisti abbiano avuto una copia non firmata e non timbrata dell’atto d’accusa?», si sono chiesti, manco fossero iper garantisti del Parlamento italiano. L’ufficio del Procuratore del distretto dell’Alabama non ha risposto, per ora. Ma appare evidente che la fuga di notizie, per quanto grave, è pur sempre meno grave delle notizie che sono fuggite. E cioè che un’organizzazione antirazzista ha finanziato con 3 milioni di euro i razzisti del Ku Klux Klan per poter continuare a incassare più donazioni fregando i donatori. E oserei dire che la fuga delle notizie è un bene, in questo caso, altrimenti oggi tante persone perbene continuerebbero a dare soldi a Splc, convinti di finanziare un’opera buona, mentre invece stanno finanziando i motociclisti sadici e il rogo delle croce, legna e combustibile compresi. Piuttosto: siamo sicuri che questo metodo non sia applicato anche da altre associazioni buoniste? Urge indagare. L’allarmismo rende, il business è grande. E si sa che non sempre i ricchi, in nome dell’antirazzismo, fanno donazioni. Ma di sicuro, in nome dell’antirazzismo, le donazioni fanno i ricchi.
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