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2022-05-28
Putin apre al negoziato sul blocco del grano
A meno di 24 ore dalla telefonata tra il presidente del Consiglio Mario Draghi e Vladimir Putin, nella quale il premier italiano ha invitato il presidente russo a «fare qualcosa per sbloccare il grano che oggi è nei depositi in Ucraina perché la crisi alimentare che si sta avvicinando, e in alcuni Paesi africani è già presente, avrà proporzioni gigantesche e conseguenze umanitarie terribili», si stanno facendo decisi passi avanti. Non è detto che il tentativo del premier italiano riesca viste le variabili che possono fermare l’operazione, tuttavia, Mario Draghi e il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, si sono sentiti telefonicamente ieri e, secondo una nota di Palazzo Chigi, «hanno discusso delle prospettive di sblocco delle esportazioni di grano dall’Ucraina per far fronte alla crisi alimentare che minaccia i Paesi più poveri del mondo. Zelensky ha espresso apprezzamento per l’impegno da parte del governo italiano e ha concordato con il presidente Draghi di continuare a confrontarsi sulle possibili soluzioni».
Russia e Ucraina messe insieme sono quasi un terzo dell’offerta globale di grano. L’Ucraina è anche uno dei principali esportatori di mais, orzo, olio di girasole e olio di colza, mentre Russia e Bielorussia esportano oltre il 40% di potassa nutritiva per colture nel mondo. Ma di quanto grano parliamo? Per il presidente ucraino Zelensky si tratta di 22 milioni di tonnellate di grano «che non possiamo fornire ai mercati internazionali e quasi la metà delle esportazioni di grano ucraino è ferma dal momento che la Russia continua a bloccare le principale rotte per l’export attraverso il Mar Nero e il Mar d’Azov». È questo il nuovo fronte, anche ideologico: dopo i rimpalli sui massacri di civili, ora Kiev lamenta il minamento del Mar Nero, con gli ordigni che vengono strappati dalle ancore quando le acque sono mosse e rendono impossibile stabilire rotte sicure. E Putin, invece, delle bombe sottomarine incolpa Kiev.
Fatto sta che il grano ucraino nel 2021 è valso 12,2 miliardi di dollari, secondo il bilancio dello Stato è un quinto delle esportazioni del Paese. Prima della guerra, l’Ucraina esportava il 98% dei suoi cereali e semi oleosi attraverso il Mar Nero, a un ritmo fino a 6 milioni di tonnellate al mese. La situazione quindi è drammatica, e per le stime dell’Onu all’inizio di maggio quasi 25 milioni di tonnellate di grano erano bloccate in Ucraina a causa di problemi infrastrutturali e del blocco navale. Con l’aumento dei prezzi, le agenzie delle Nazioni Unite devono ridurre della metà le razioni di cibo per i rifugiati e gli sfollati in alcune parti del Sahel, ad esempio. A causa di una massiccia carenza di fondi, inoltre, quest’anno ci potrebbe essere una carestia che potrebbe colpire circa altri 50 milioni di persone. Putin, che l’altro ieri a Mario Draghi si era detto possibilista in merito a uno sblocco della situazione, nel colloquio telefonico avuto ieri con il cancelliere austriaco Karl Nehammer ha detto di essere pronto a negoziare sul grano attualmente bloccato nei porti ucraini. Ma, ha aggiunto, «l’Ucraina deve sminare i porti il prima possibile per consentire il passaggio delle navi». Per il Cremlino, appunto, è tutta responsabilità di Kiev. Secondo la Tass, Putin al cancelliere austriaco ha detto «che i tentativi di incolpare la Russia per i problemi con le forniture alimentari sono infondati e le vere cause di questi problemi, sono a causa delle sanzioni antirusse da parte degli Stati Uniti e dell’Unione europea». Putin si riferisce a quanto affermato dal segretario di Stato americano, Antony Blinken, che ha accusato la Russia «di usare il cibo come arma in Ucraina tenendo in ostaggio forniture non solo per gli ucraini, ma anche per milioni di persone in tutto il mondo».
Il cancelliere austriaco ha reso noto di aver parlato anche con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che conta di avvicinare le parti nei prossimi giorni per rilanciare il processo negoziale. Ma se alla fine le parti concordassero con la proposta di Mario Draghi, come si potrebbero creare dei corridoi sicuri per consentire la spedizione del grano dai porti ucraini in un contesto come quello attuale?
La Turchia si è fatta avanti ma Vladimir Putin non si fida di Erdogan, e lo stesso pensano gli ucraini e l’Ue, specie dopo il veto all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato. Quindi chi potrebbe occuparsi delle mine alla deriva nel Mar Nero? Secondo lo storico italiano Gregory Alegi, «L’Italia ha una buona tradizione nel dragaggio delle mine, con una linea di dieci navi delle classi Gaeta, più moderne, e Lerici. In passato questa capacità è stata utilizzata in ambito internazionale, per esempio nel Mar Rosso. In questo senso, mettere a disposizione le nostre capacità potrebbe essere utile anche sul piano diplomatico. Dal punto di vista operativo bisognerebbe poter garantire una cornice di sicurezza adeguata, per evitare che le nostre navi possano diventare bersagli per l’una o l’altra parte, magari sotto «false flag». La necessità di sicurezza comporterebbe quindi una scorta di navi con caratteristiche più spiccatamente militari e quindi difficili da accettare da parte russa nel Mar Nero. Tuttavia, il caso dell’incrociatore Moskva ha sottolineato come il Mar Nero sia un mare piccolo e chiuso, quindi con un certo rischio di attacco missilistico. Di qui la necessità di proteggere i nostri cacciamine, in mare e dal cielo».
L’Ucraina si scontra con la realtà: «Dobbiamo parlare con il nemico»
Mentre prosegue l’offensiva militare russa nel Donbass, Volodymyr Zelensky si è detto pronto ad aprire ai negoziati. «Ci sono cose da discutere con il leader russo. Non sto dicendo che il nostro popolo è ansioso di parlare con lui, ma dobbiamo affrontare la realtà. Che cosa vogliamo da quest’incontro? Rivogliamo le nostre vite. Rivogliamo la vita di un Paese sovrano all’interno del proprio territorio, ma la Russia non sembra essere pronta per seri colloqui», ha dichiarato il presidente ucraino. Anche il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, ha accusato Mosca di sabotare i colloqui. «Se la Russia volesse un negoziato, non bloccherebbe i porti marittimi ucraini per ostacolare le esportazioni di prodotti alimentari. È un linguaggio di fatti, non di interpretazioni», ha detto. «Se si guardano i fatti», ha proseguito, «nessuno di essi indica che la Russia voglia davvero trovare una soluzione, negoziare». Poi, parlando di un eventuale incontro tra Zelensky e Vladimir Putin, ha detto: «Abbiamo cercato di organizzare questo incontro molte volte, ma non abbiamo avuto alcuna indicazione positiva dalla Russia riguardo alla sua disponibilità. Da quello che sappiamo, il presidente Putin è più deciso a fare la guerra che a negoziare. Pertanto, è difficile per me dire quando questo incontro avrà luogo». Mosca, per parte sua, aveva affermato che i negoziati sarebbero sospesi per volontà di Kiev. «La leadership ucraina fa costantemente dichiarazioni contraddittorie», ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. «Questo non ci permette di capire appieno cosa vuole la squadra ucraina», ha aggiunto. Una posizione, questa, sostanzialmente ribadita ieri pomeriggio da Putin durante un colloquio telefonico con il cancelliere austriaco Karl Nehammer, il quale - dal canto suo - ha fatto sapere che il presidente russo sarebbe pronto a rispettare i suoi impegni di fornitura del gas e a discutere della possibilità di uno scambio di prigionieri.
Nel frattempo, Boris Johnson ha commentato la situazione militare sul campo, parlando di «progressi lenti ma tangibili» da parte delle forze di Mosca. «Putin, a caro prezzo per sé stesso e per l’esercito russo, sta continuando a rosicchiare terreno. Non bisogna lasciarsi cullare dall’incredibile eroismo degli ucraini nel respingere i russi alle porte di Kiev», ha affermato il premier britannico, sostenendo la necessità di aiutare militarmente gli ucraini. Il presidente americano, Joe Biden, ha invece detto che la Russia non mira soltanto a conquistare l’Ucraina, ma anche a «cancellarne la cultura». Si è inoltre registrata una certa tensione tra Londra e Berlino. Il ministro degli Esteri britannico, Liz Truss, ha negato le notizie arrivate dalla Germania, in base a cui esisterebbe un accordo informale che impedisce ai membri della Nato di consegnare armi pesanti all’Ucraina. «Voglio essere chiara. Quelle voci sono completamente false. Siamo molto chiari che è del tutto legittimo sostenere l’Ucraina con carri armati e aerei», ha dichiarato. Frattanto, la Chiesa ortodossa ucraina ha rotto i legami col patriarcato di Mosca a causa dell’invasione, dichiarando «piena indipendenza» e lontananza dalle posizioni del patriarca di Mosca, Kirill. La tensione diplomatica non accenna frattanto a diminuire. Ieri il ministero degli Esteri russo ha annunciato l’espulsione di cinque diplomatici croati: si tratterebbe di un’azione ritorsiva, dopo che, ad aprile, Zagabria aveva espulso 24 diplomatici russi. Fibrillazioni si starebbero tuttavia registrando anche a Mosca. Un centinaio di diplomatici russi starebbero infatti per dimettersi come forma di protesta contro il Cremlino.
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Dopo il rimpallo di accuse sui massacri di civili, i belligeranti si incolpano a vicenda per la crisi dell’oro giallo, fermo nei porti. Lo zar al cancelliere austriaco: «Disposti a far passare le navi se l’Ucraina smina il Mar Nero». Telefonata tra Mario Draghi e Volodymyr Zelensky.Kiev: «Mosca sabota il dialogo». La Chiesa locale taglia i legami con la Russia e Kirill.Lo speciale contiene due articoli.A meno di 24 ore dalla telefonata tra il presidente del Consiglio Mario Draghi e Vladimir Putin, nella quale il premier italiano ha invitato il presidente russo a «fare qualcosa per sbloccare il grano che oggi è nei depositi in Ucraina perché la crisi alimentare che si sta avvicinando, e in alcuni Paesi africani è già presente, avrà proporzioni gigantesche e conseguenze umanitarie terribili», si stanno facendo decisi passi avanti. Non è detto che il tentativo del premier italiano riesca viste le variabili che possono fermare l’operazione, tuttavia, Mario Draghi e il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, si sono sentiti telefonicamente ieri e, secondo una nota di Palazzo Chigi, «hanno discusso delle prospettive di sblocco delle esportazioni di grano dall’Ucraina per far fronte alla crisi alimentare che minaccia i Paesi più poveri del mondo. Zelensky ha espresso apprezzamento per l’impegno da parte del governo italiano e ha concordato con il presidente Draghi di continuare a confrontarsi sulle possibili soluzioni». Russia e Ucraina messe insieme sono quasi un terzo dell’offerta globale di grano. L’Ucraina è anche uno dei principali esportatori di mais, orzo, olio di girasole e olio di colza, mentre Russia e Bielorussia esportano oltre il 40% di potassa nutritiva per colture nel mondo. Ma di quanto grano parliamo? Per il presidente ucraino Zelensky si tratta di 22 milioni di tonnellate di grano «che non possiamo fornire ai mercati internazionali e quasi la metà delle esportazioni di grano ucraino è ferma dal momento che la Russia continua a bloccare le principale rotte per l’export attraverso il Mar Nero e il Mar d’Azov». È questo il nuovo fronte, anche ideologico: dopo i rimpalli sui massacri di civili, ora Kiev lamenta il minamento del Mar Nero, con gli ordigni che vengono strappati dalle ancore quando le acque sono mosse e rendono impossibile stabilire rotte sicure. E Putin, invece, delle bombe sottomarine incolpa Kiev. Fatto sta che il grano ucraino nel 2021 è valso 12,2 miliardi di dollari, secondo il bilancio dello Stato è un quinto delle esportazioni del Paese. Prima della guerra, l’Ucraina esportava il 98% dei suoi cereali e semi oleosi attraverso il Mar Nero, a un ritmo fino a 6 milioni di tonnellate al mese. La situazione quindi è drammatica, e per le stime dell’Onu all’inizio di maggio quasi 25 milioni di tonnellate di grano erano bloccate in Ucraina a causa di problemi infrastrutturali e del blocco navale. Con l’aumento dei prezzi, le agenzie delle Nazioni Unite devono ridurre della metà le razioni di cibo per i rifugiati e gli sfollati in alcune parti del Sahel, ad esempio. A causa di una massiccia carenza di fondi, inoltre, quest’anno ci potrebbe essere una carestia che potrebbe colpire circa altri 50 milioni di persone. Putin, che l’altro ieri a Mario Draghi si era detto possibilista in merito a uno sblocco della situazione, nel colloquio telefonico avuto ieri con il cancelliere austriaco Karl Nehammer ha detto di essere pronto a negoziare sul grano attualmente bloccato nei porti ucraini. Ma, ha aggiunto, «l’Ucraina deve sminare i porti il prima possibile per consentire il passaggio delle navi». Per il Cremlino, appunto, è tutta responsabilità di Kiev. Secondo la Tass, Putin al cancelliere austriaco ha detto «che i tentativi di incolpare la Russia per i problemi con le forniture alimentari sono infondati e le vere cause di questi problemi, sono a causa delle sanzioni antirusse da parte degli Stati Uniti e dell’Unione europea». Putin si riferisce a quanto affermato dal segretario di Stato americano, Antony Blinken, che ha accusato la Russia «di usare il cibo come arma in Ucraina tenendo in ostaggio forniture non solo per gli ucraini, ma anche per milioni di persone in tutto il mondo». Il cancelliere austriaco ha reso noto di aver parlato anche con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che conta di avvicinare le parti nei prossimi giorni per rilanciare il processo negoziale. Ma se alla fine le parti concordassero con la proposta di Mario Draghi, come si potrebbero creare dei corridoi sicuri per consentire la spedizione del grano dai porti ucraini in un contesto come quello attuale? La Turchia si è fatta avanti ma Vladimir Putin non si fida di Erdogan, e lo stesso pensano gli ucraini e l’Ue, specie dopo il veto all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato. Quindi chi potrebbe occuparsi delle mine alla deriva nel Mar Nero? Secondo lo storico italiano Gregory Alegi, «L’Italia ha una buona tradizione nel dragaggio delle mine, con una linea di dieci navi delle classi Gaeta, più moderne, e Lerici. In passato questa capacità è stata utilizzata in ambito internazionale, per esempio nel Mar Rosso. In questo senso, mettere a disposizione le nostre capacità potrebbe essere utile anche sul piano diplomatico. Dal punto di vista operativo bisognerebbe poter garantire una cornice di sicurezza adeguata, per evitare che le nostre navi possano diventare bersagli per l’una o l’altra parte, magari sotto «false flag». La necessità di sicurezza comporterebbe quindi una scorta di navi con caratteristiche più spiccatamente militari e quindi difficili da accettare da parte russa nel Mar Nero. Tuttavia, il caso dell’incrociatore Moskva ha sottolineato come il Mar Nero sia un mare piccolo e chiuso, quindi con un certo rischio di attacco missilistico. Di qui la necessità di proteggere i nostri cacciamine, in mare e dal cielo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/putin-apre-negoziato-blocco-grano-2657404042.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lucraina-si-scontra-con-la-realta-dobbiamo-parlare-con-il-nemico" data-post-id="2657404042" data-published-at="1653681518" data-use-pagination="False"> L’Ucraina si scontra con la realtà: «Dobbiamo parlare con il nemico» Mentre prosegue l’offensiva militare russa nel Donbass, Volodymyr Zelensky si è detto pronto ad aprire ai negoziati. «Ci sono cose da discutere con il leader russo. Non sto dicendo che il nostro popolo è ansioso di parlare con lui, ma dobbiamo affrontare la realtà. Che cosa vogliamo da quest’incontro? Rivogliamo le nostre vite. Rivogliamo la vita di un Paese sovrano all’interno del proprio territorio, ma la Russia non sembra essere pronta per seri colloqui», ha dichiarato il presidente ucraino. Anche il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, ha accusato Mosca di sabotare i colloqui. «Se la Russia volesse un negoziato, non bloccherebbe i porti marittimi ucraini per ostacolare le esportazioni di prodotti alimentari. È un linguaggio di fatti, non di interpretazioni», ha detto. «Se si guardano i fatti», ha proseguito, «nessuno di essi indica che la Russia voglia davvero trovare una soluzione, negoziare». Poi, parlando di un eventuale incontro tra Zelensky e Vladimir Putin, ha detto: «Abbiamo cercato di organizzare questo incontro molte volte, ma non abbiamo avuto alcuna indicazione positiva dalla Russia riguardo alla sua disponibilità. Da quello che sappiamo, il presidente Putin è più deciso a fare la guerra che a negoziare. Pertanto, è difficile per me dire quando questo incontro avrà luogo». Mosca, per parte sua, aveva affermato che i negoziati sarebbero sospesi per volontà di Kiev. «La leadership ucraina fa costantemente dichiarazioni contraddittorie», ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. «Questo non ci permette di capire appieno cosa vuole la squadra ucraina», ha aggiunto. Una posizione, questa, sostanzialmente ribadita ieri pomeriggio da Putin durante un colloquio telefonico con il cancelliere austriaco Karl Nehammer, il quale - dal canto suo - ha fatto sapere che il presidente russo sarebbe pronto a rispettare i suoi impegni di fornitura del gas e a discutere della possibilità di uno scambio di prigionieri. Nel frattempo, Boris Johnson ha commentato la situazione militare sul campo, parlando di «progressi lenti ma tangibili» da parte delle forze di Mosca. «Putin, a caro prezzo per sé stesso e per l’esercito russo, sta continuando a rosicchiare terreno. Non bisogna lasciarsi cullare dall’incredibile eroismo degli ucraini nel respingere i russi alle porte di Kiev», ha affermato il premier britannico, sostenendo la necessità di aiutare militarmente gli ucraini. Il presidente americano, Joe Biden, ha invece detto che la Russia non mira soltanto a conquistare l’Ucraina, ma anche a «cancellarne la cultura». Si è inoltre registrata una certa tensione tra Londra e Berlino. Il ministro degli Esteri britannico, Liz Truss, ha negato le notizie arrivate dalla Germania, in base a cui esisterebbe un accordo informale che impedisce ai membri della Nato di consegnare armi pesanti all’Ucraina. «Voglio essere chiara. Quelle voci sono completamente false. Siamo molto chiari che è del tutto legittimo sostenere l’Ucraina con carri armati e aerei», ha dichiarato. Frattanto, la Chiesa ortodossa ucraina ha rotto i legami col patriarcato di Mosca a causa dell’invasione, dichiarando «piena indipendenza» e lontananza dalle posizioni del patriarca di Mosca, Kirill. La tensione diplomatica non accenna frattanto a diminuire. Ieri il ministero degli Esteri russo ha annunciato l’espulsione di cinque diplomatici croati: si tratterebbe di un’azione ritorsiva, dopo che, ad aprile, Zagabria aveva espulso 24 diplomatici russi. Fibrillazioni si starebbero tuttavia registrando anche a Mosca. Un centinaio di diplomatici russi starebbero infatti per dimettersi come forma di protesta contro il Cremlino.
Giorgia Meloni e Nicola Procaccini (Ansa)
Non esiste un ecologista più convinto di un conservatore. Perché la parola «ecologia» deriva da quella greca oikos, che significa «casa». È il motivo per il quale, per i conservatori di ogni latitudine, la casa è sinonimo di Patria, è il luogo che custodisce la famiglia, il pilastro su cui si poggia il comune destino che ci lega.
Roger Scruton, uno dei maggiori filosofi del conservatorismo contemporaneo, ha definito questa visione del mondo con un termine estremamente efficace: oikophilia, cioè «l’amore per la propria casa». Difendere, curare e tramandare la nostra «casa» ai nostri figli rappresenta il punto di partenza dell’approccio dei conservatori alla vita. E, quindi, alla politica.
Ecco perché i conservatori proteggono le radici classiche e cristiane dell’Europa, difendono la vita, credono nella famiglia come nucleo fondamentale della società, vogliono costruire un’Europa fondata sulla libertà e sulla sovranità delle Nazioni, tutelano il lavoro e l’economia reale, difendono l’ambiente senza ideologismi. Perché non è possibile proteggere l’ambiente senza l’opera responsabile dell’uomo.
In queste pagine, Nicola Procaccini ci accompagna in un viaggio che parte dalla critica della narrazione dominante e arriva a presentare la proposta politica e culturale sostenuta dai conservatori italiani, europei e occidentali. Un’ecologia che nasce dal rispetto e dalla consapevolezza che l’essere umano non è il padrone del Creato, ma il suo custode. Che tiene insieme sviluppo e tutela, innovazione e tradizione, libertà e responsabilità. Che non pretende di riscrivere l’uomo e la natura secondo schemi astratti. Che non impone sacrifici inutili, ma promuove scelte consapevoli. E che non si fonda sulla paura, ma sul buon senso e sul la realtà.
Una proposta politica e culturale che, in questi anni, i conservatori non hanno mai confinato al di battito intellettuale ma che hanno declinato sempre nelle scelte concrete di ogni giorno. Come ha fatto il governo italiano che, fin dal suo insedia mento, ha rimesso in discussione il folle dogmatismo ideologico alla base del Green Deal europeo e ha lavorato per cambiarlo. Perché è un approccio sbagliato, che ha messo in ginocchio l’industria e i lavoratori europei e ha legato l’Europa a nuove dipendenze strategiche, per di più senza ottenere risultati sul fronte della riduzione delle emissioni globali. Anche grazie all’Italia, in questi anni, si sono raggiunti i primi risultati e si sono compiuti alcuni importanti passi avanti per arrivare a una transizione ecologica davvero sostenibile e compatibile con i nostri sistemi economici. Ma, ovviamente, non basta. Non ci accontentiamo e continueremo a lavorare in questa direzione, facendo ogni sforzo possibile per coniugare difesa dell’ambiente e produzione, cura del territorio e attenzione alle persone.
Parallelamente a questo lavoro, è necessario portarne avanti un altro. Che è quello di promuovere e far conoscere la visione conservatrice dell’ambiente, per renderla sempre di più protagonista del dibattito. Perché la battaglia per l’ambiente non è neutrale: è una battaglia culturale e, come tutte le battaglie culturali, richiede visione, impegno, pragmatismo.
Ecco perché ritengo che questo libro rappresenti un contributo prezioso, soprattutto in un tempo segnato da semplificazioni e sterili contrapposizioni. Non solo perché offre una sollecitazione politica, ma perché spinge alla riflessione e al confronto. E, soprattutto, perché non si limita a sottolineare gli errori e a dire ciò che funziona, ma punta a elaborare una visione alternativa. Concreta, chiara, coraggiosa.
Una visione che affonda le radici nella nostra storia, nella nostra tradizione, nella nostra idea di civiltà. Perché ogni conservatore è convinto che si debba ripartire da qui: dalla consapevolezza che la Terra non è un feticcio ideologico, ma la nostra casa. E che difendere la nostra casa significa custodire la nostra identità, e accompagnarla nel futuro.
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Poltrone e divani. No, non stiamo parlando di cariche pubbliche, stavolta, ma del Salone del mobile di Milano. Ieri il premier Giorgia Meloni, con aria rilassata e messa in piega fatta, ha inaugurato l’importante fiera del design indossando abiti casual, jeans, sneakers e giacca beige, scherzando con i cronisti: «Io giovane? Guardate come mi avete ridotto...».
Si siede su diversi divani per testarne la comodità cercando così di stemperare la tensione interna di questi giorni e quella di questo difficile momento internazionale: «Datemi tregua», dice cercando di respingere l’assalto dei cronisti. «Questo divano è più comodo di quelli della Casa Bianca e di Palazzo Chigi». Applausi ad ogni padiglione da parte del pubblico, selfie a raffica.
Meloni non evita di rispondere anche alle domande più scomode. Alle parole di Trump «non sono rimasta male. Penso che il coraggio sia dire quello che si pensa anche quando non si è d’accordo, l’amicizia sia dire quello che si pensa anche quando non si è d’accordo. Non cambia il mio convinto sostegno all’unità occidentale, non cambia i rapporti tra Italia e Stati Uniti. Ciò non toglie che sono una persona abituata a dire quello che pensa. Gli amici ti danno una mano anche e forse soprattutto quando ti dicono che non sono d’accordo».
La premier si è soffermata sul nodo del blocco del canale di Hormuz: «Noi siamo stati tra i primi a proporre che ci fosse una copertura Onu su una eventuale missione a Hormuz e questo non è stato possibile per un veto che c’è nel Consiglio di sicurezza da parte di Usa e Cina. Vedremo se nelle prossime settimane questo veto può essere superato. Se non dovesse essere superato, a condizioni date che abbiamo già chiarito, ci deve essere una cessazione delle ostilità e una ampissima adesione internazionale. La postura della missione deve essere solo difensiva. Io penso che l’Italia dovrebbe esserci ma deve essere il Parlamento a esprimersi».
Sulla proroga del taglio delle accise, la premier ha precisato: «Ci sono importantissimi negoziati in corso che sosteniamo, sia quello di Islamabad sia il negoziato diretto Israele-Libano per noi molto importante, vediamo sulla base di quello che uscirà da questi negoziati le priorità che ci dobbiamo dare». Quella dei prezzi dell’energia è una «grande questione che è stata oggetto di un decreto molto articolato recente del governo e oggetto anche di una battaglia che stiamo conducendo in Europa e che ci porterà fra qualche giorno al Consiglio europeo a riproporre alcune proposte che consideriamo fondamentali nell’attuale crisi». Circa l’amministratrice delegata di Terna spa, Giuseppina Di Foggia, il premier ha detto: «Penso che debba scegliere tra la presidenza dell’Eni e la buona uscita di Terna». E poche ore dopo dalla società hanno fatto sapere che la manager «ha manifestato la sua disponibilità alla sottoscrizione di un accordo finalizzato alla rinuncia dell’indennità di fine rapporto», chiudendo così la querelle.
Meloni, arrivata alle 13 con un’ora di ritardo, si è intrattenuta per più di due ore al Salone. Dopo pranzo ha incontrato per dieci minuti il vicepremier e leader della Lega, Matteo Salvini, occasione immortalata dal selfie che li ritrae abbracciati e sorridenti. Salvini, come Meloni, tocca il tasto dolente di Hormuz. «Se ci fosse una missione dell’Onu, è un altro paio di maniche, come ci siamo in Libano, come c’eravamo in Kosovo. Un conto è una missione internazionale che coinvolge tutti, un conto è qualcuno che va in ordine sparso. Nessuno al governo pensa di partire in ordine sparso. Quindi io, Crosetto, Meloni, la pensiamo assolutamente nella stessa maniera. O c’è una missione internazionale con tutte le protezioni e le tutele delle missioni internazionali, oppure noi non andiamo in guerra da nessuna parte».
Aria di festa e distensione rovinata dal giornalista vicino a Putin, Vladimir Solovyev, noto conduttore tv prossimo alle posizioni del Cremlino, potente megafono della propaganda russa. Ieri durante la sua trasmissione Full Contact ha pesantemente insultato, in italiano, la premier italiana, definendola, tra le altre cose, «vergogna della razza umana, bestia naturale, idiota patentata, una cattiva donnuccia» e apostrofandola come «PuttaMeloni».
Il vicepremier e titolare della Farnesina, Antonio Tajani, ha subito fatto convocare l’ambasciatore russo a Roma, Aleksej Vladimirovic Paramonov, «per esprimere formali proteste». In riferimento agli ultimi contrasti tra la premier italiana e il presidente Usa, Solovyev ha accusato Meloni di aver «tradito Trump»: «Questa Meloni, carogna fascista, che ha tradito i propri elettori candidandosi con slogan ben diversi... Ma il tradimento è il suo secondo nome. Ha tradito Trump al quale precedentemente aveva giurato fedeltà».
Immediata la reazione di tutta Fdi: «Dichiarazioni inammissibili che confermano l’atteggiamento ostile della Russia verso la nostra nazione». Vicinanza alla premier anche dai leader dalle opposizioni. «Inqualificabili e volgari offese personali», tuonano persino Elly Schlein e Giuseppe Conte che hanno dato solidarietà al premier.
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