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2022-05-28
Putin apre al negoziato sul blocco del grano
A meno di 24 ore dalla telefonata tra il presidente del Consiglio Mario Draghi e Vladimir Putin, nella quale il premier italiano ha invitato il presidente russo a «fare qualcosa per sbloccare il grano che oggi è nei depositi in Ucraina perché la crisi alimentare che si sta avvicinando, e in alcuni Paesi africani è già presente, avrà proporzioni gigantesche e conseguenze umanitarie terribili», si stanno facendo decisi passi avanti. Non è detto che il tentativo del premier italiano riesca viste le variabili che possono fermare l’operazione, tuttavia, Mario Draghi e il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, si sono sentiti telefonicamente ieri e, secondo una nota di Palazzo Chigi, «hanno discusso delle prospettive di sblocco delle esportazioni di grano dall’Ucraina per far fronte alla crisi alimentare che minaccia i Paesi più poveri del mondo. Zelensky ha espresso apprezzamento per l’impegno da parte del governo italiano e ha concordato con il presidente Draghi di continuare a confrontarsi sulle possibili soluzioni».
Russia e Ucraina messe insieme sono quasi un terzo dell’offerta globale di grano. L’Ucraina è anche uno dei principali esportatori di mais, orzo, olio di girasole e olio di colza, mentre Russia e Bielorussia esportano oltre il 40% di potassa nutritiva per colture nel mondo. Ma di quanto grano parliamo? Per il presidente ucraino Zelensky si tratta di 22 milioni di tonnellate di grano «che non possiamo fornire ai mercati internazionali e quasi la metà delle esportazioni di grano ucraino è ferma dal momento che la Russia continua a bloccare le principale rotte per l’export attraverso il Mar Nero e il Mar d’Azov». È questo il nuovo fronte, anche ideologico: dopo i rimpalli sui massacri di civili, ora Kiev lamenta il minamento del Mar Nero, con gli ordigni che vengono strappati dalle ancore quando le acque sono mosse e rendono impossibile stabilire rotte sicure. E Putin, invece, delle bombe sottomarine incolpa Kiev.
Fatto sta che il grano ucraino nel 2021 è valso 12,2 miliardi di dollari, secondo il bilancio dello Stato è un quinto delle esportazioni del Paese. Prima della guerra, l’Ucraina esportava il 98% dei suoi cereali e semi oleosi attraverso il Mar Nero, a un ritmo fino a 6 milioni di tonnellate al mese. La situazione quindi è drammatica, e per le stime dell’Onu all’inizio di maggio quasi 25 milioni di tonnellate di grano erano bloccate in Ucraina a causa di problemi infrastrutturali e del blocco navale. Con l’aumento dei prezzi, le agenzie delle Nazioni Unite devono ridurre della metà le razioni di cibo per i rifugiati e gli sfollati in alcune parti del Sahel, ad esempio. A causa di una massiccia carenza di fondi, inoltre, quest’anno ci potrebbe essere una carestia che potrebbe colpire circa altri 50 milioni di persone. Putin, che l’altro ieri a Mario Draghi si era detto possibilista in merito a uno sblocco della situazione, nel colloquio telefonico avuto ieri con il cancelliere austriaco Karl Nehammer ha detto di essere pronto a negoziare sul grano attualmente bloccato nei porti ucraini. Ma, ha aggiunto, «l’Ucraina deve sminare i porti il prima possibile per consentire il passaggio delle navi». Per il Cremlino, appunto, è tutta responsabilità di Kiev. Secondo la Tass, Putin al cancelliere austriaco ha detto «che i tentativi di incolpare la Russia per i problemi con le forniture alimentari sono infondati e le vere cause di questi problemi, sono a causa delle sanzioni antirusse da parte degli Stati Uniti e dell’Unione europea». Putin si riferisce a quanto affermato dal segretario di Stato americano, Antony Blinken, che ha accusato la Russia «di usare il cibo come arma in Ucraina tenendo in ostaggio forniture non solo per gli ucraini, ma anche per milioni di persone in tutto il mondo».
Il cancelliere austriaco ha reso noto di aver parlato anche con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che conta di avvicinare le parti nei prossimi giorni per rilanciare il processo negoziale. Ma se alla fine le parti concordassero con la proposta di Mario Draghi, come si potrebbero creare dei corridoi sicuri per consentire la spedizione del grano dai porti ucraini in un contesto come quello attuale?
La Turchia si è fatta avanti ma Vladimir Putin non si fida di Erdogan, e lo stesso pensano gli ucraini e l’Ue, specie dopo il veto all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato. Quindi chi potrebbe occuparsi delle mine alla deriva nel Mar Nero? Secondo lo storico italiano Gregory Alegi, «L’Italia ha una buona tradizione nel dragaggio delle mine, con una linea di dieci navi delle classi Gaeta, più moderne, e Lerici. In passato questa capacità è stata utilizzata in ambito internazionale, per esempio nel Mar Rosso. In questo senso, mettere a disposizione le nostre capacità potrebbe essere utile anche sul piano diplomatico. Dal punto di vista operativo bisognerebbe poter garantire una cornice di sicurezza adeguata, per evitare che le nostre navi possano diventare bersagli per l’una o l’altra parte, magari sotto «false flag». La necessità di sicurezza comporterebbe quindi una scorta di navi con caratteristiche più spiccatamente militari e quindi difficili da accettare da parte russa nel Mar Nero. Tuttavia, il caso dell’incrociatore Moskva ha sottolineato come il Mar Nero sia un mare piccolo e chiuso, quindi con un certo rischio di attacco missilistico. Di qui la necessità di proteggere i nostri cacciamine, in mare e dal cielo».
L’Ucraina si scontra con la realtà: «Dobbiamo parlare con il nemico»
Mentre prosegue l’offensiva militare russa nel Donbass, Volodymyr Zelensky si è detto pronto ad aprire ai negoziati. «Ci sono cose da discutere con il leader russo. Non sto dicendo che il nostro popolo è ansioso di parlare con lui, ma dobbiamo affrontare la realtà. Che cosa vogliamo da quest’incontro? Rivogliamo le nostre vite. Rivogliamo la vita di un Paese sovrano all’interno del proprio territorio, ma la Russia non sembra essere pronta per seri colloqui», ha dichiarato il presidente ucraino. Anche il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, ha accusato Mosca di sabotare i colloqui. «Se la Russia volesse un negoziato, non bloccherebbe i porti marittimi ucraini per ostacolare le esportazioni di prodotti alimentari. È un linguaggio di fatti, non di interpretazioni», ha detto. «Se si guardano i fatti», ha proseguito, «nessuno di essi indica che la Russia voglia davvero trovare una soluzione, negoziare». Poi, parlando di un eventuale incontro tra Zelensky e Vladimir Putin, ha detto: «Abbiamo cercato di organizzare questo incontro molte volte, ma non abbiamo avuto alcuna indicazione positiva dalla Russia riguardo alla sua disponibilità. Da quello che sappiamo, il presidente Putin è più deciso a fare la guerra che a negoziare. Pertanto, è difficile per me dire quando questo incontro avrà luogo». Mosca, per parte sua, aveva affermato che i negoziati sarebbero sospesi per volontà di Kiev. «La leadership ucraina fa costantemente dichiarazioni contraddittorie», ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. «Questo non ci permette di capire appieno cosa vuole la squadra ucraina», ha aggiunto. Una posizione, questa, sostanzialmente ribadita ieri pomeriggio da Putin durante un colloquio telefonico con il cancelliere austriaco Karl Nehammer, il quale - dal canto suo - ha fatto sapere che il presidente russo sarebbe pronto a rispettare i suoi impegni di fornitura del gas e a discutere della possibilità di uno scambio di prigionieri.
Nel frattempo, Boris Johnson ha commentato la situazione militare sul campo, parlando di «progressi lenti ma tangibili» da parte delle forze di Mosca. «Putin, a caro prezzo per sé stesso e per l’esercito russo, sta continuando a rosicchiare terreno. Non bisogna lasciarsi cullare dall’incredibile eroismo degli ucraini nel respingere i russi alle porte di Kiev», ha affermato il premier britannico, sostenendo la necessità di aiutare militarmente gli ucraini. Il presidente americano, Joe Biden, ha invece detto che la Russia non mira soltanto a conquistare l’Ucraina, ma anche a «cancellarne la cultura». Si è inoltre registrata una certa tensione tra Londra e Berlino. Il ministro degli Esteri britannico, Liz Truss, ha negato le notizie arrivate dalla Germania, in base a cui esisterebbe un accordo informale che impedisce ai membri della Nato di consegnare armi pesanti all’Ucraina. «Voglio essere chiara. Quelle voci sono completamente false. Siamo molto chiari che è del tutto legittimo sostenere l’Ucraina con carri armati e aerei», ha dichiarato. Frattanto, la Chiesa ortodossa ucraina ha rotto i legami col patriarcato di Mosca a causa dell’invasione, dichiarando «piena indipendenza» e lontananza dalle posizioni del patriarca di Mosca, Kirill. La tensione diplomatica non accenna frattanto a diminuire. Ieri il ministero degli Esteri russo ha annunciato l’espulsione di cinque diplomatici croati: si tratterebbe di un’azione ritorsiva, dopo che, ad aprile, Zagabria aveva espulso 24 diplomatici russi. Fibrillazioni si starebbero tuttavia registrando anche a Mosca. Un centinaio di diplomatici russi starebbero infatti per dimettersi come forma di protesta contro il Cremlino.
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Dopo il rimpallo di accuse sui massacri di civili, i belligeranti si incolpano a vicenda per la crisi dell’oro giallo, fermo nei porti. Lo zar al cancelliere austriaco: «Disposti a far passare le navi se l’Ucraina smina il Mar Nero». Telefonata tra Mario Draghi e Volodymyr Zelensky.Kiev: «Mosca sabota il dialogo». La Chiesa locale taglia i legami con la Russia e Kirill.Lo speciale contiene due articoli.A meno di 24 ore dalla telefonata tra il presidente del Consiglio Mario Draghi e Vladimir Putin, nella quale il premier italiano ha invitato il presidente russo a «fare qualcosa per sbloccare il grano che oggi è nei depositi in Ucraina perché la crisi alimentare che si sta avvicinando, e in alcuni Paesi africani è già presente, avrà proporzioni gigantesche e conseguenze umanitarie terribili», si stanno facendo decisi passi avanti. Non è detto che il tentativo del premier italiano riesca viste le variabili che possono fermare l’operazione, tuttavia, Mario Draghi e il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, si sono sentiti telefonicamente ieri e, secondo una nota di Palazzo Chigi, «hanno discusso delle prospettive di sblocco delle esportazioni di grano dall’Ucraina per far fronte alla crisi alimentare che minaccia i Paesi più poveri del mondo. Zelensky ha espresso apprezzamento per l’impegno da parte del governo italiano e ha concordato con il presidente Draghi di continuare a confrontarsi sulle possibili soluzioni». Russia e Ucraina messe insieme sono quasi un terzo dell’offerta globale di grano. L’Ucraina è anche uno dei principali esportatori di mais, orzo, olio di girasole e olio di colza, mentre Russia e Bielorussia esportano oltre il 40% di potassa nutritiva per colture nel mondo. Ma di quanto grano parliamo? Per il presidente ucraino Zelensky si tratta di 22 milioni di tonnellate di grano «che non possiamo fornire ai mercati internazionali e quasi la metà delle esportazioni di grano ucraino è ferma dal momento che la Russia continua a bloccare le principale rotte per l’export attraverso il Mar Nero e il Mar d’Azov». È questo il nuovo fronte, anche ideologico: dopo i rimpalli sui massacri di civili, ora Kiev lamenta il minamento del Mar Nero, con gli ordigni che vengono strappati dalle ancore quando le acque sono mosse e rendono impossibile stabilire rotte sicure. E Putin, invece, delle bombe sottomarine incolpa Kiev. Fatto sta che il grano ucraino nel 2021 è valso 12,2 miliardi di dollari, secondo il bilancio dello Stato è un quinto delle esportazioni del Paese. Prima della guerra, l’Ucraina esportava il 98% dei suoi cereali e semi oleosi attraverso il Mar Nero, a un ritmo fino a 6 milioni di tonnellate al mese. La situazione quindi è drammatica, e per le stime dell’Onu all’inizio di maggio quasi 25 milioni di tonnellate di grano erano bloccate in Ucraina a causa di problemi infrastrutturali e del blocco navale. Con l’aumento dei prezzi, le agenzie delle Nazioni Unite devono ridurre della metà le razioni di cibo per i rifugiati e gli sfollati in alcune parti del Sahel, ad esempio. A causa di una massiccia carenza di fondi, inoltre, quest’anno ci potrebbe essere una carestia che potrebbe colpire circa altri 50 milioni di persone. Putin, che l’altro ieri a Mario Draghi si era detto possibilista in merito a uno sblocco della situazione, nel colloquio telefonico avuto ieri con il cancelliere austriaco Karl Nehammer ha detto di essere pronto a negoziare sul grano attualmente bloccato nei porti ucraini. Ma, ha aggiunto, «l’Ucraina deve sminare i porti il prima possibile per consentire il passaggio delle navi». Per il Cremlino, appunto, è tutta responsabilità di Kiev. Secondo la Tass, Putin al cancelliere austriaco ha detto «che i tentativi di incolpare la Russia per i problemi con le forniture alimentari sono infondati e le vere cause di questi problemi, sono a causa delle sanzioni antirusse da parte degli Stati Uniti e dell’Unione europea». Putin si riferisce a quanto affermato dal segretario di Stato americano, Antony Blinken, che ha accusato la Russia «di usare il cibo come arma in Ucraina tenendo in ostaggio forniture non solo per gli ucraini, ma anche per milioni di persone in tutto il mondo». Il cancelliere austriaco ha reso noto di aver parlato anche con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che conta di avvicinare le parti nei prossimi giorni per rilanciare il processo negoziale. Ma se alla fine le parti concordassero con la proposta di Mario Draghi, come si potrebbero creare dei corridoi sicuri per consentire la spedizione del grano dai porti ucraini in un contesto come quello attuale? La Turchia si è fatta avanti ma Vladimir Putin non si fida di Erdogan, e lo stesso pensano gli ucraini e l’Ue, specie dopo il veto all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato. Quindi chi potrebbe occuparsi delle mine alla deriva nel Mar Nero? Secondo lo storico italiano Gregory Alegi, «L’Italia ha una buona tradizione nel dragaggio delle mine, con una linea di dieci navi delle classi Gaeta, più moderne, e Lerici. In passato questa capacità è stata utilizzata in ambito internazionale, per esempio nel Mar Rosso. In questo senso, mettere a disposizione le nostre capacità potrebbe essere utile anche sul piano diplomatico. Dal punto di vista operativo bisognerebbe poter garantire una cornice di sicurezza adeguata, per evitare che le nostre navi possano diventare bersagli per l’una o l’altra parte, magari sotto «false flag». La necessità di sicurezza comporterebbe quindi una scorta di navi con caratteristiche più spiccatamente militari e quindi difficili da accettare da parte russa nel Mar Nero. Tuttavia, il caso dell’incrociatore Moskva ha sottolineato come il Mar Nero sia un mare piccolo e chiuso, quindi con un certo rischio di attacco missilistico. Di qui la necessità di proteggere i nostri cacciamine, in mare e dal cielo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/putin-apre-negoziato-blocco-grano-2657404042.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lucraina-si-scontra-con-la-realta-dobbiamo-parlare-con-il-nemico" data-post-id="2657404042" data-published-at="1653681518" data-use-pagination="False"> L’Ucraina si scontra con la realtà: «Dobbiamo parlare con il nemico» Mentre prosegue l’offensiva militare russa nel Donbass, Volodymyr Zelensky si è detto pronto ad aprire ai negoziati. «Ci sono cose da discutere con il leader russo. Non sto dicendo che il nostro popolo è ansioso di parlare con lui, ma dobbiamo affrontare la realtà. Che cosa vogliamo da quest’incontro? Rivogliamo le nostre vite. Rivogliamo la vita di un Paese sovrano all’interno del proprio territorio, ma la Russia non sembra essere pronta per seri colloqui», ha dichiarato il presidente ucraino. Anche il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, ha accusato Mosca di sabotare i colloqui. «Se la Russia volesse un negoziato, non bloccherebbe i porti marittimi ucraini per ostacolare le esportazioni di prodotti alimentari. È un linguaggio di fatti, non di interpretazioni», ha detto. «Se si guardano i fatti», ha proseguito, «nessuno di essi indica che la Russia voglia davvero trovare una soluzione, negoziare». Poi, parlando di un eventuale incontro tra Zelensky e Vladimir Putin, ha detto: «Abbiamo cercato di organizzare questo incontro molte volte, ma non abbiamo avuto alcuna indicazione positiva dalla Russia riguardo alla sua disponibilità. Da quello che sappiamo, il presidente Putin è più deciso a fare la guerra che a negoziare. Pertanto, è difficile per me dire quando questo incontro avrà luogo». Mosca, per parte sua, aveva affermato che i negoziati sarebbero sospesi per volontà di Kiev. «La leadership ucraina fa costantemente dichiarazioni contraddittorie», ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. «Questo non ci permette di capire appieno cosa vuole la squadra ucraina», ha aggiunto. Una posizione, questa, sostanzialmente ribadita ieri pomeriggio da Putin durante un colloquio telefonico con il cancelliere austriaco Karl Nehammer, il quale - dal canto suo - ha fatto sapere che il presidente russo sarebbe pronto a rispettare i suoi impegni di fornitura del gas e a discutere della possibilità di uno scambio di prigionieri. Nel frattempo, Boris Johnson ha commentato la situazione militare sul campo, parlando di «progressi lenti ma tangibili» da parte delle forze di Mosca. «Putin, a caro prezzo per sé stesso e per l’esercito russo, sta continuando a rosicchiare terreno. Non bisogna lasciarsi cullare dall’incredibile eroismo degli ucraini nel respingere i russi alle porte di Kiev», ha affermato il premier britannico, sostenendo la necessità di aiutare militarmente gli ucraini. Il presidente americano, Joe Biden, ha invece detto che la Russia non mira soltanto a conquistare l’Ucraina, ma anche a «cancellarne la cultura». Si è inoltre registrata una certa tensione tra Londra e Berlino. Il ministro degli Esteri britannico, Liz Truss, ha negato le notizie arrivate dalla Germania, in base a cui esisterebbe un accordo informale che impedisce ai membri della Nato di consegnare armi pesanti all’Ucraina. «Voglio essere chiara. Quelle voci sono completamente false. Siamo molto chiari che è del tutto legittimo sostenere l’Ucraina con carri armati e aerei», ha dichiarato. Frattanto, la Chiesa ortodossa ucraina ha rotto i legami col patriarcato di Mosca a causa dell’invasione, dichiarando «piena indipendenza» e lontananza dalle posizioni del patriarca di Mosca, Kirill. La tensione diplomatica non accenna frattanto a diminuire. Ieri il ministero degli Esteri russo ha annunciato l’espulsione di cinque diplomatici croati: si tratterebbe di un’azione ritorsiva, dopo che, ad aprile, Zagabria aveva espulso 24 diplomatici russi. Fibrillazioni si starebbero tuttavia registrando anche a Mosca. Un centinaio di diplomatici russi starebbero infatti per dimettersi come forma di protesta contro il Cremlino.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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