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2025-03-25
Il progetto dei volenterosi è nato già morto
Emmanuel Macron e Keir Starmer (Getty Images)
Il progetto dei cosiddetti volenterosi pare destinato a naufragare ancora prima che possa prenderne forma concretamente. L’iniziativa intrapresa da Regno Unito e Francia, che ha come obiettivo la formazione di una coalizione in grado di fornire truppe di peacekeeping a sostegno dell’Ucraina in modo da garantire sicurezza nella regione una volta che sarà raggiunto l’accordo di pace con la Russia, sta incontrando non poche difficoltà lungo la strada. Allo scetticismo manifestato da diversi analisti e funzionari militari sulle effettive possibilità di realizzazione e sull’efficacia dell’iniziativa, ai dubbi su quali soldati inviare e quali equipaggiamenti bellici utilizzare e agli interrogativi sul funzionamento del piano senza il supporto degli Stati Uniti, sia a livello di intelligence che di copertura aerea, sono sopraggiunti ieri altri due fattori che non favoriscono il tentativo europeo immaginato da Keir Starmer ed Emmanuel Macron di avere voce in capitolo sullo scenario geopolitico attuale.
In primis il ruolo della Cina. Nei giorni scorsi, infatti, sulla stampa tedesca era circolata la notizia secondo cui il Dragone starebbe valutando la possibilità di spedire i propri militari in missione di peacekeeping e unirsi quindi alla coalizione dei volenterosi, con il Welt am Sonntag, edizione domenicale del quotidiano tedesco Die Welt, che citando fonti diplomatiche europee si è spinto addirittura ad affermare che «l’inclusione della Cina in una coalizione dei volenterosi potrebbe potenzialmente aumentare l’accettazione da parte della Russia di truppe di mantenimento della pace in Ucraina». Tuttavia, ieri, da Pechino è arrivata una secca smentita, con il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun che ha parlato di fake news: «Sono notizie del tutto false, la posizione della Cina sulla crisi in Ucraina resta coerente e inequivocabile». Solitamente, quando una notizia circola e poi viene smentita, la verità sta in mezzo e in questa circostanza è probabile che l’indiscrezione di stampa sulla partecipazione cinese al piano europeo in sostegno di Kiev possa essere espressione di un tentativo di coinvolgimento spontaneo da parte di Germania e Francia, con messaggio subliminale rivolto a Washington incluso.
L’altra grana che mette in forte discussione la realizzazione del progetto, fortemente criticata anche dall’inviato speciale Usa Steve Witkoff che lo ha definito «una posa semplicistica», è invece interna al Regno Unito. Diverse fonti militari di alto livello hanno infatti confidato al The Telegraph i propri dubbi sull’iniziativa di Starmer: «Sir Keir si è spinto troppo avanti parlando di truppe sul campo prima di sapere di cosa stesse parlando. Ed è per questo che ora sentiamo parlare meno di questo e più di aerei e navi, che sono più facili da impiegare e non richiedono una base in Ucraina» ha dichiarato un veterano dell’esercito dopo che il quotidiano inglese aveva rivelato la scorsa settimana che tra le proposte discusse dalla coalizione dei volenterosi ci sarebbe quella secondo cui i Typhoon della Raf avrebbero pattugliato i cieli ucraini e fornito copertura aerea alle eventuali truppe di terra. «Non esiste un obiettivo militare definito, né ipotesi strategiche militari ben pianificate. È tutto un teatro politico» ha attaccato un’altra fonte militare. Secondo un funzionario dell’esercito quella di Starmer è soltanto un’iniziativa politica senza alcun senso militare: «Ci sono circa 700.000 soldati russi dentro e intorno all’Ucraina e più di un milione di ucraini sotto le armi», ha spiegato. «Che cosa dovrebbe fare una forza internazionale di 10.000 uomini situata nell’Ovest del Paese, a più di 400 chilometri dalla linea del fronte? Non può nemmeno proteggere sé stessa. Qual è la missione? Qual è la sua legittimità? Quali sono le regole di ingaggio? Come viene comandata, rifornita e alloggiata? Per quanto tempo dovrebbe rimanere lì e perché? Nessuno lo sa». Critiche sul piano dei volenterosi sono piovute anche dall’ex segretario alla Difesa, Ben Wallace: «Putin percepisce che Europa e Regno Unito non hanno abbastanza risolutezza ed è per questo che non ci prende sul serio. Gli ultimi colloqui sulla coalizione sono stati più retorica che sostanza».
Ciononostante, Starmer e Macron non mostrano alcuna intenzione di far abortire l’iniziativa. Incassati questi colpi, i leader di Regno Unito e Francia si ritroveranno giovedì a Parigi per un nuovo vertice a cui parteciperanno anche il premier italiano Giorgia Meloni e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky; mentre ieri, il capo di Stato maggiore della Difesa britannica Tony Radakin, dopo aver respinto le critiche al piano definendole «sciocchezze» in quanto «le discussioni in corso sono serie», ha ricevuto a Whitehall il suo omologo francese per discutere di cooperazione tra i due Paesi e ribadire la determinazione della coalizione nel garantire la sicurezza dell’Ucraina. Tutto questo nelle ore in cui in Arabia Saudita, a Riad, si intensificavano i colloqui di pace tra le delegazioni di Russia e Stati Uniti.
Ursula alza il salario ai burocrati: è la settima volta in appena 3 anni
Nonostante gli spettri della crisi economica e un ruolo politico sempre più marginale, per l’Unione europea c’è comunque una certezza. L’aumento di stipendio dei suoi circa 66.000 dipendenti.
Preciso come un orologio, il ritocco arriverà in busta paga da aprile. Il settimo incremento a partire dall’inizio del 2022. Per carità, un aggiustamento dovuto, un arrotondamento del salario che dipende dall’inflazione. Che però stride a fronte di un’Europa che dal 2019 è cresciuta solo del 5% rispetto al 12% degli Usa, impegnata più a proteggere, e quindi a introdurre una miriade di norme e vincoli burocratici su privacy, dati e clima piuttosto che focalizzarsi sulla crescita, e che un po’ cozza a fronte di stipendi più che rotondi. I funzionari nei gradi più alti passeranno infatti dagli attuali 23.262 euro a ben 25.229 euro al mese. Chiaramente parliamo del solo stipendio, perché per chi lavora nelle istituzioni europee sono previste una lunga serie di indennità, da quelle per la casa, per l’istruzione o le trasferte. Secondo il quotidiano tedesco Bild, in questi anni anche lo stipendio dei commissari sarebbe aumentato e di ben 2.200 euro al mese arrivando a mensilità pari a circa 28.400 euro. Non sarebbe da meno il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che sempre secondo i calcoli di Bild, ormai vedrebbe il proprio operato premiato con 2.700 euro in più al mese per uno stipendio pari a circa 34.800 euro.
Il ritocco per dipendenti e funzionari, in realtà, doveva arrivare già nel 2024. Poi però, evidentemente a fronte di un Natale molto generoso che sotto l’albero al terzo piano dell’Europarlamento dedicato ad Altiero Spinelli aveva fatto trovare un aumento del 4,1%, e di un ulteriore aumento del 3% che era arrivato nei primi sei mesi dello scorso anno, un aumento totale dell’8,3% in un solo anno deve essere sembrato troppo persino a Bruxelles.
E così, con la stessa delicatezza con cui le pagine del sito dell’Unione europea dedicate ai salari mensili, definiscono «servants», letteralmente «servitori», i propri stipendiati, evidentemente si è pensato bene di utilizzare la cosiddetta «clausola di moderazione» e recuperare il rimanente 1,2% nei primi mesi del 2025.
Quanto agli stipendi base dei funzionari, escluse le somme forfettarie esentasse, dai 3.361 euro percepiti a partire dai primi del 2024, dal prossimo aprile si arriverà a 3.645 euro.
Va detto che di norma gli stipendi vengono aumentati una volta all’anno con effetto retroattivo al 1° luglio in base all’andamento dei salari nei servizi pubblici degli Stati membri nonché dell’inflazione e quindi del costo della vita a Bruxelles e in Lussemburgo. Ma proprio a causa della forte inflazione degli ultimi anni, l’Unione europea ha applicato una sorta di regolamentazione speciale che prevede che parte dell’aumento venga pagata il primo gennaio. Per questo, la busta paga dei dipendenti dell’Ue, dal 2022 lievita solitamente il primo di gennaio e di luglio. Quanto all’anno in corso, se il tasso di inflazione non dovesse scendere, potrebbero esserci addirittura tre aumenti e dopo l’integrazione per il 2024 di aprile, da metà anno si potrebbe effettuare un aumento anticipato con effetto retroattivo a partire da gennaio. Il restante aumento scatterebbe successivamente, a luglio.
Insomma, a Bruxelles gli stipendi continuano a salire. Ma l’Unione europea non è l’unica a premiare il proprio operato nonostante tutto. Nonostante avesse chiuso il 2024 in rosso con perdite pari a 7,9 miliardi, la presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde ha pensato bene di alzare il proprio stipendio del 4,7% passando da 444.984 mila euro a 466.092. Un incremento che, dati i magri risultati, risulta veramente difficile da spiegare.
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Germania e Francia tirano per la giacca Pechino, che però smentisce qualsiasi coinvolgimento nel piano Macron. E dopo i dubbi manifestati dagli analisti, Starmer incassa il no dei veterani dell’esercito, che ai media confidano: «Non sa di cosa sta parlando».Ursula von der Leyen alza il salario ai burocrati. Causa inflazione, ad aprile ennesimo aumento in busta paga per 66.000 dipendenti.Lo speciale contiene due articoli.Il progetto dei cosiddetti volenterosi pare destinato a naufragare ancora prima che possa prenderne forma concretamente. L’iniziativa intrapresa da Regno Unito e Francia, che ha come obiettivo la formazione di una coalizione in grado di fornire truppe di peacekeeping a sostegno dell’Ucraina in modo da garantire sicurezza nella regione una volta che sarà raggiunto l’accordo di pace con la Russia, sta incontrando non poche difficoltà lungo la strada. Allo scetticismo manifestato da diversi analisti e funzionari militari sulle effettive possibilità di realizzazione e sull’efficacia dell’iniziativa, ai dubbi su quali soldati inviare e quali equipaggiamenti bellici utilizzare e agli interrogativi sul funzionamento del piano senza il supporto degli Stati Uniti, sia a livello di intelligence che di copertura aerea, sono sopraggiunti ieri altri due fattori che non favoriscono il tentativo europeo immaginato da Keir Starmer ed Emmanuel Macron di avere voce in capitolo sullo scenario geopolitico attuale.In primis il ruolo della Cina. Nei giorni scorsi, infatti, sulla stampa tedesca era circolata la notizia secondo cui il Dragone starebbe valutando la possibilità di spedire i propri militari in missione di peacekeeping e unirsi quindi alla coalizione dei volenterosi, con il Welt am Sonntag, edizione domenicale del quotidiano tedesco Die Welt, che citando fonti diplomatiche europee si è spinto addirittura ad affermare che «l’inclusione della Cina in una coalizione dei volenterosi potrebbe potenzialmente aumentare l’accettazione da parte della Russia di truppe di mantenimento della pace in Ucraina». Tuttavia, ieri, da Pechino è arrivata una secca smentita, con il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun che ha parlato di fake news: «Sono notizie del tutto false, la posizione della Cina sulla crisi in Ucraina resta coerente e inequivocabile». Solitamente, quando una notizia circola e poi viene smentita, la verità sta in mezzo e in questa circostanza è probabile che l’indiscrezione di stampa sulla partecipazione cinese al piano europeo in sostegno di Kiev possa essere espressione di un tentativo di coinvolgimento spontaneo da parte di Germania e Francia, con messaggio subliminale rivolto a Washington incluso.L’altra grana che mette in forte discussione la realizzazione del progetto, fortemente criticata anche dall’inviato speciale Usa Steve Witkoff che lo ha definito «una posa semplicistica», è invece interna al Regno Unito. Diverse fonti militari di alto livello hanno infatti confidato al The Telegraph i propri dubbi sull’iniziativa di Starmer: «Sir Keir si è spinto troppo avanti parlando di truppe sul campo prima di sapere di cosa stesse parlando. Ed è per questo che ora sentiamo parlare meno di questo e più di aerei e navi, che sono più facili da impiegare e non richiedono una base in Ucraina» ha dichiarato un veterano dell’esercito dopo che il quotidiano inglese aveva rivelato la scorsa settimana che tra le proposte discusse dalla coalizione dei volenterosi ci sarebbe quella secondo cui i Typhoon della Raf avrebbero pattugliato i cieli ucraini e fornito copertura aerea alle eventuali truppe di terra. «Non esiste un obiettivo militare definito, né ipotesi strategiche militari ben pianificate. È tutto un teatro politico» ha attaccato un’altra fonte militare. Secondo un funzionario dell’esercito quella di Starmer è soltanto un’iniziativa politica senza alcun senso militare: «Ci sono circa 700.000 soldati russi dentro e intorno all’Ucraina e più di un milione di ucraini sotto le armi», ha spiegato. «Che cosa dovrebbe fare una forza internazionale di 10.000 uomini situata nell’Ovest del Paese, a più di 400 chilometri dalla linea del fronte? Non può nemmeno proteggere sé stessa. Qual è la missione? Qual è la sua legittimità? Quali sono le regole di ingaggio? Come viene comandata, rifornita e alloggiata? Per quanto tempo dovrebbe rimanere lì e perché? Nessuno lo sa». Critiche sul piano dei volenterosi sono piovute anche dall’ex segretario alla Difesa, Ben Wallace: «Putin percepisce che Europa e Regno Unito non hanno abbastanza risolutezza ed è per questo che non ci prende sul serio. Gli ultimi colloqui sulla coalizione sono stati più retorica che sostanza».Ciononostante, Starmer e Macron non mostrano alcuna intenzione di far abortire l’iniziativa. Incassati questi colpi, i leader di Regno Unito e Francia si ritroveranno giovedì a Parigi per un nuovo vertice a cui parteciperanno anche il premier italiano Giorgia Meloni e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky; mentre ieri, il capo di Stato maggiore della Difesa britannica Tony Radakin, dopo aver respinto le critiche al piano definendole «sciocchezze» in quanto «le discussioni in corso sono serie», ha ricevuto a Whitehall il suo omologo francese per discutere di cooperazione tra i due Paesi e ribadire la determinazione della coalizione nel garantire la sicurezza dell’Ucraina. Tutto questo nelle ore in cui in Arabia Saudita, a Riad, si intensificavano i colloqui di pace tra le delegazioni di Russia e Stati Uniti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/progetto-volenterosi-nato-gia-morto-2671403667.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ursula-alza-il-salario-ai-burocrati-e-la-settima-volta-in-appena-3-anni" data-post-id="2671403667" data-published-at="1742893265" data-use-pagination="False"> Ursula alza il salario ai burocrati: è la settima volta in appena 3 anni Nonostante gli spettri della crisi economica e un ruolo politico sempre più marginale, per l’Unione europea c’è comunque una certezza. L’aumento di stipendio dei suoi circa 66.000 dipendenti. Preciso come un orologio, il ritocco arriverà in busta paga da aprile. Il settimo incremento a partire dall’inizio del 2022. Per carità, un aggiustamento dovuto, un arrotondamento del salario che dipende dall’inflazione. Che però stride a fronte di un’Europa che dal 2019 è cresciuta solo del 5% rispetto al 12% degli Usa, impegnata più a proteggere, e quindi a introdurre una miriade di norme e vincoli burocratici su privacy, dati e clima piuttosto che focalizzarsi sulla crescita, e che un po’ cozza a fronte di stipendi più che rotondi. I funzionari nei gradi più alti passeranno infatti dagli attuali 23.262 euro a ben 25.229 euro al mese. Chiaramente parliamo del solo stipendio, perché per chi lavora nelle istituzioni europee sono previste una lunga serie di indennità, da quelle per la casa, per l’istruzione o le trasferte. Secondo il quotidiano tedesco Bild, in questi anni anche lo stipendio dei commissari sarebbe aumentato e di ben 2.200 euro al mese arrivando a mensilità pari a circa 28.400 euro. Non sarebbe da meno il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che sempre secondo i calcoli di Bild, ormai vedrebbe il proprio operato premiato con 2.700 euro in più al mese per uno stipendio pari a circa 34.800 euro. Il ritocco per dipendenti e funzionari, in realtà, doveva arrivare già nel 2024. Poi però, evidentemente a fronte di un Natale molto generoso che sotto l’albero al terzo piano dell’Europarlamento dedicato ad Altiero Spinelli aveva fatto trovare un aumento del 4,1%, e di un ulteriore aumento del 3% che era arrivato nei primi sei mesi dello scorso anno, un aumento totale dell’8,3% in un solo anno deve essere sembrato troppo persino a Bruxelles. E così, con la stessa delicatezza con cui le pagine del sito dell’Unione europea dedicate ai salari mensili, definiscono «servants», letteralmente «servitori», i propri stipendiati, evidentemente si è pensato bene di utilizzare la cosiddetta «clausola di moderazione» e recuperare il rimanente 1,2% nei primi mesi del 2025. Quanto agli stipendi base dei funzionari, escluse le somme forfettarie esentasse, dai 3.361 euro percepiti a partire dai primi del 2024, dal prossimo aprile si arriverà a 3.645 euro. Va detto che di norma gli stipendi vengono aumentati una volta all’anno con effetto retroattivo al 1° luglio in base all’andamento dei salari nei servizi pubblici degli Stati membri nonché dell’inflazione e quindi del costo della vita a Bruxelles e in Lussemburgo. Ma proprio a causa della forte inflazione degli ultimi anni, l’Unione europea ha applicato una sorta di regolamentazione speciale che prevede che parte dell’aumento venga pagata il primo gennaio. Per questo, la busta paga dei dipendenti dell’Ue, dal 2022 lievita solitamente il primo di gennaio e di luglio. Quanto all’anno in corso, se il tasso di inflazione non dovesse scendere, potrebbero esserci addirittura tre aumenti e dopo l’integrazione per il 2024 di aprile, da metà anno si potrebbe effettuare un aumento anticipato con effetto retroattivo a partire da gennaio. Il restante aumento scatterebbe successivamente, a luglio. Insomma, a Bruxelles gli stipendi continuano a salire. Ma l’Unione europea non è l’unica a premiare il proprio operato nonostante tutto. Nonostante avesse chiuso il 2024 in rosso con perdite pari a 7,9 miliardi, la presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde ha pensato bene di alzare il proprio stipendio del 4,7% passando da 444.984 mila euro a 466.092. Un incremento che, dati i magri risultati, risulta veramente difficile da spiegare.
L'ayatollah Ali Khamenei (Getty Images)
L’attacco di Israele e Stati Uniti contro l’Iran potrebbe cambiare definitivamente gli equilibri geopolitici in Medio Oriente. Teheran ha risposto lanciando missili contro le basi americane in Qatar, Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti e colpendo anche la Capitale saudita Riyad, mentre ad Abu Dhabi c’è stata la prima vittima. Il nuovo scontro con l’Iran ha scoperchiato un vaso di Pandora che rende ancora più profonda l’antica frattura fra musulmani sciiti e musulmani sunniti. L’isolamento internazionale di Teheran, capace di avere rapporti stretti soltanto con la galassia di movimenti e minoranze sciite tutte finanziate dall’Iran, appare sempre più evidente. Il contrattacco degli Ayatollah ha scelto di non limitarsi a puntare su Israele, come nella cosiddetta guerra dei 12 giorni, ma il loro obiettivo primario sono diventate le basi statunitensi in Medio Oriente, ospitate da Paesi che sono ormai apertamente nemici dell’Iran.
Gerusalemme, con il supporto di Washington, sta lavorando da anni per rafforzare i rapporti con il mondo arabo e l’adesione di quattro nazioni arabe e sunnite come Marocco, Sudan, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti agli Accordi di Abramo ha dimostrato chiaramente quale fosse la loro scelta di campo. La Giordania ormai da anni lavora con gli israeliani ed è stata la contraerea di Amman, con istruttori inglesi e francesi, a intercettare la maggior parte dei missili e droni iraniani diretti in Israele. L’Arabia Saudita aveva iniziato il percorso di adesione agli Accordi di Abramo, vale a dire il riconoscimento di Israele, un iter poi bloccato, ma non annullato definitivamente, dopo la guerra a Gaza. Riyad aveva subito assunto il ruolo di portavoce politico regionale, denunciando gli attacchi iraniani contro Qatar, Bahrein, Emirati, Kuwait e presentandoli come un’aggressione collettiva ai Paesi arabi del Golfo. Un atto geopolitico fondamentale che rafforza la narrativa di un fronte arabo compatto, una situazione estremamente rara nella storia di questa regione.
Ma il regno dell’Arabia Saudita ha fatto molto di più, dopo che l’Iran aveva colpito la sua Capitale e le regioni orientali, dichiarando che si sarebbe riservata il diritto di rispondere a livello militare. Il portavoce del governo saudita ha usato parole forti dichiarando che quella iraniana era un’aggressione ingiustificata e che verranno prese tutte le contromisure necessarie per difendere la sicurezza nazionale e proteggere il territorio, i cittadini e i residenti, senza escludere l’opzione di rispondere all’aggressione di Teheran con tutta la forza necessaria. Le parole dell’Arabia Saudita hanno un peso eccezionale nel mondo arabo-sunnita, perché la casata degli Al Saud è custode dei luoghi più sacri dell’islam. Il peso di ogni decisione presa a Riyad è determinante per molte nazioni del Golfo Persico e del Medioriente. Se i sauditi con il loro peso economico, storico, geopolitico e religioso, scendessero in guerra al fianco di Israele, questo avrebbe un valore addirittura superiore alla firma degli Accordi di Abramo, che sarebbe comunque stato un passo storico. L’offensiva sul Golfo appare un chiaro boomerang per Teheran che così ha spinto le nazioni arabe a una scelta, accelerando comunque un processo che appariva inevitabile. L’influenza statunitense è in grande crescita in Medio Oriente e Israele si sta affermando come potenza geopolitica regionale. I suoi competitor per questo ruolo erano appunto l’Iran, l’Arabia Saudita, che pare aver abdicato da questo ruolo e la Turchia che in queste ore si sta proponendo come mediatore per recuperare una qualche credibilità internazionale.
In una guerra dove anche la propaganda ha un peso determinante, il regime degli Ayatollah ha chiesto al gruppo libanese filo-iraniano di Hezbollah di fare un appello agli Stati e ai popoli della regione di opporsi all’aggressione contro l’Iran, ma senza specificare se i miliziani interverranno direttamente nel conflitto. Le esplosioni di grattacieli e centri commerciali a Manama e Dubai restano però emblematiche di questa fase della guerra. Località fortemente turistiche e apparse sempre lontane da ogni tipo di violenza si sono improvvisamente ritrovate in prima linea con morti e feriti.
L’ultima mossa iraniana di chiudere lo Stretto di Hormuz, quasi disperata e utilizzata di solito soltanto come minaccia, è un danno enorme per i Paesi del Golfo che esportano da questo stretto passaggio oltre il 25% del petrolio mondiale e quasi il 20% del gas liquefatto. L’Iran potrebbe minare il passaggio più stretto rendendo questa via marittima inservibile e colpendo con forza le economie delle nazioni affacciate sul Golfo Persico. La guerra fra Iran da una parte e Israele e Stati Uniti dall’altra potrebbe rapidamente prendere una nuova forma e diventare uno scontro fra sciiti e sunniti, che riporta alla memoria la lunga guerra fra Iran e Iraq negli anni Ottanta. Le mosse iraniane appaiono limitate e il coinvolgimento delle nazioni arabe del Golfo Persico è servito soltanto ad aumentate il fronte che si oppone all’ormai pericolante regime degli Ayatollah. L’apporto saudita alla guerra non sarebbe determinante a livello militare, ma avrebbe un significato profondo e definitivo per il mondo arabo.
Usa e Israele affossano Teheran che si vendica sui «fratelli» arabi
È iniziata all’alba l’operazione «Furia epica» condotta dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran. E l’effetto domino della rappresaglia iraniana sta paralizzando il Medio Oriente.
Gli obiettivi dei raid americani e israeliani sono stati i siti nucleari, l’apparato militare, ma anche la struttura presidenziale iraniana. Dalle immagini satellitari risulta infatti evidente che sia stata colpita a Teheran l’area che ospita la residenza del leader supremo, Ali Khamenei, l’ufficio presidenziale e il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. In serata di è chiarita la sorte toccata all’ayatollah: prima i funzionari iraniani hanno dichiarato che si trovava in un luogo sicuro, ma alla fine da Israele è arrivata la conferma del ritrovamento del cadavere della Guida suprema. Per i media iraniani pare invece certa la morte del genero e della nuora di Khamenei. E secondo alcune indiscrezioni potrebbero essere stati eliminati anche il comandante delle Guardie rivoluzionarie, Mohammad Pakpour, e il ministro della Difesa, Aziz Nasirzadeh, anche se al momento non ci sono conferme ufficiali.
A condividere un primo bilancio dei raid è stato Israele: l’Idf ha dichiarato che è stato «completato un ampio attacco contro i sistemi di difesa strategici» dell’Iran, incluso un «avanzato sistema di difesa aerea SA-65 situato nella zona di Kermanshah, nell’Iran occidentale». Nell’operazione sono stati impiegati «200 aerei da caccia» israeliani, con «centinaia di munizioni» che sono state «sganciate contro 500 obiettivi». L’operazione è stata di certo estesa: Karaj, Qom, Isfahan, Shiraz, Chabahar, Urmia, Minab sono solo alcune delle località colpite. I media iraniani parlano almeno di 201 morti e oltre 740 feriti. E proprio a Minab, nel Sud dell’Iran, un attacco israeliano ha colpito una scuola elementare femminile, uccidendo 85 persone secondo la stampa dell’Iran. Il target di Gerusalemme era una delle sedi del corpo delle Guardie della rivoluzione islamica che si trova sempre nella stessa località.
Dall’altra parte, la rappresaglia iraniana è arrivata qualche ora dopo i primi attacchi sul suo territorio. Il primo Paese su cui si è sfogata la vendetta di Teheran è stato Israele: già nelle prime ore della mattina sono suonate le sirene a Tel Aviv, la popolazione si è nascosta nei rifugi e lo spazio aereo è stato chiuso. I missili iraniani sono stati intercettati, ma nel pomeriggio è scattato di nuovo l’allarme. La polizia israeliana ha dichiarato che non risultano vittime, ma alcune proprietà sono state danneggiate.
La risposta di Teheran si è anche estesa a macchia d’olio nei Paesi vicini che ospitano le basi militari statunitensi. A essere stati attaccati sono stati gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, il Bahrein, il Kuwait, l’Arabia Saudita e la Giordania. Il Central command americano ha sottolineato che ci sono «danni minimi alle installazioni americane», ma alcuni Paesi del Golfo hanno già avvertito che si riservano «il diritto di rispondere» all’Iran. Nel Bahrein sono stati danneggiati alcuni edifici della capitale. In Kuwait almeno 12 persone sono finite in ospedale. Ad Abu Dhabi si conta una vittima, mentre a Dubai le esplosioni hanno scatenato un incendio nell’isola artificiale Palm Jumeirah. E l’intera regione è paralizzata: diverse compagnie aeree hanno cancellato i voli su Israele, Libano, Bahrein, Giordania, Iran, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Oman. Ed Emirates e Qatar Airways hanno annunciato la sospensione dei voli da e per Dubai e Doha. A sostegno degli «alleati del Golfo» è intanto intervenuto il Regno Unito: il premier britannico, Keir Starmer, ha affermato che gli aerei della Raf si sono alzati in volo «nei cieli del Medio Oriente». Dall’altra parte, i Pasdaran hanno chiuso lo stretto di Hormuz, mettendo a rischio un quinto del petrolio mondiale.
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L'ex sede del centro popolare occupato «Gramigna» di Padova (Ansa)
La storia è paradigmatica di tutto ciò che da anni contestiamo: i ritardi della giustizia, lo sguardo strabico di chi dovrebbe perseguire chi non rispetta la legge, l’appropriazione indebita di beni pubblici da parte di gruppi fortemente politicizzati, i militanti dei centri sociali spacciati per filantropi, la connessione con ambienti vicini all’estremismo e, a volte, al terrorismo. Sì, a Padova tutto si tiene. La polizia ha tenuto sott’occhio il gruppo di no global e disobbedienti per anni, intercettandone gli esponenti e individuando chi tirava le fila dell’occupazione delle case. Le registrazioni delle telefonate hanno consentito di capire come si muovesse l’organizzazione e come fosse in grado di bloccare gli sgomberi, organizzando presidi per impedire alla forza pubblica di agire. Gli investigatori alla fine hanno presentato il conto, ma l’inchiesta, iniziata nel 2014 e che già nel 2015 aveva portato all’avvio dei procedimenti giudiziari, si è scontrata con l’inerzia della magistratura, che prima di arrivare a processo ha impiegato anni dovendo anche riformulare le accuse. Capi d’imputazione come resistenza aggravata alle forze dell’ordine si sono infatti trasformati in interruzione di pubblico servizio semplice e dunque anche per quelli è scattata la prescrizione.
A giudizio erano finiti in tanti, tra i quali una professoressa di matematica, che secondo la Digos dirigeva le operazioni muovendo gruppi di extracomunitari (nelle intercettazioni sono chiamati arabi) per impedire l’intervento della polizia nei palazzi occupati. Nell’inchiesta sono finiti pure due esponenti delle nuove Brigate rosse, così da non far mancare neppure qualche deriva terroristica. La combriccola di estremisti a quanto pare aveva anche occupato una palazzina dell’Ater data in gestione all’Associazione sordi veneti, che il gruppo di militanti aveva sfrattato, arrivando a minacciarne funzionari e iscritti. Reati gravi, da perseguire? Ovviamente sì, ma forse la Procura aveva altre priorità e i giudici pure. Così, no global e disobbedienti e persino brigatisti, dopo anni di occupazioni, saranno liberi di organizzarsi per commettere altri reati.
E poi c’è chi nega che ci sia bisogno di una riforma che sanzioni i magistrati che sbagliano e, soprattutto, di leggi che consentano di trattenere in carcere o in questura violenti ed estremisti.
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I soccorsi ai feriti dell'incidente al tram di Milano del 27 febbraio (Ansa)
Funziona così: sopra i 3 chilometri orari il tranviere deve premere un pulsante ogni 2,5 secondi per dimostrare di essere vigile. Se non lo fa, scatta un allarme sonoro. Se nei successivi 2,5 secondi non arriva alcuna risposta, il sistema attiva la frenata automatica fino all’arresto del mezzo, compatibilmente con lo spazio di frenata necessario. Gli investigatori dovranno chiarire perché, nei momenti che hanno preceduto lo schianto, il dispositivo non abbia evitato l’uscita dai binari.
La pm Elisa Calanducci si appresta ad aprire un fascicolo per omicidio colposo e lesioni colpose. L’ipotesi del malore resta al centro dell’inchiesta. Il conducente, già sentito dalla Polizia locale, avrebbe riferito di essersi sentito male prima di perdere il controllo del tram. Non è ancora stato interrogato dal magistrato e al momento non risulta iscritto nel registro degli indagati, ma un’eventuale iscrizione potrebbe avvenire come atto a garanzia per consentire accertamenti tecnici irripetibili. È stato anche sequestrato il cellulare per controllare se non fosse in funzione al momento dell’incidente.
Sono state acquisite le immagini delle telecamere di bordo, ritenute decisive per ricostruire la sequenza dei fatti e verificare se vi siano segnali compatibili con un improvviso malessere. Raccolti anche i dati tecnici relativi alla velocità del mezzo prima dell’uscita dai binari e dell’impatto contro il palazzo in viale Vittorio Veneto. La Procura attende la relazione completa della Polizia locale per procedere con gli atti formali.
Disposte le autopsie sulle due vittime, Ferdinando Favia, 59 anni, e Abdoul Karim Touré, 56. La data degli esami non è ancora stata fissata. Restano ricoverati 16 feriti. Due pazienti sono in neurorianimazione al Policlinico, uno è in terapia intensiva al San Raffaele. Altri sono in osservazione tra Niguarda, Fatebenefratelli, San Carlo, Multimedica e gli altri ospedali coinvolti. I quadri clinici, riferiscono fonti sanitarie, sono per la maggior parte meno complessi rispetto alle prime ore.
Sul luogo dell’incidente è tornato il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini: «L’ipotesi più probabile, in questo momento, è il malore perché non ci possono essere altre spiegazioni». Ha ricordato l’esperienza dell’autista di 61 anni e ha parlato delle famiglie sfollate dagli appartamenti danneggiati, ringraziando i vigili del fuoco impegnati nella messa in sicurezza.
Resta da capire se il sistema di vigilanza fosse correttamente attivo e se abbia funzionato secondo protocollo. Se il pulsante sia stato rilasciato. Se l’allarme sia scattato. Se vi fosse lo spazio sufficiente per arrestare il convoglio prima dello scambio orientato a sinistra. In quei secondi si gioca la ricostruzione tecnica dell’incidente che ha provocato due morti e decine di feriti. E la risposta alla domanda che ora attraversa tutta Milano: perché il tram non si è fermato. Nel frattempo, a 24 ore dall’incidente, l’incrocio è affollato di curiosi e fotografi, con i vigili a presidiare la zona.
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(Ansa)
Come anticipato dai quotidiani Il Centro e Il Messaggero la motivazione alla base della richiesta di trasferimento in altra sede idonea riguarda alcune «criticità nella gestione quotidiana della famiglia nel contesto della struttura». In particolare gli operatori della casa famiglia avrebbero riferito di episodi di tensione e comportamenti che vengono ritenuti non conformi ai protocolli, anche rispetto agli accessi e alla gestione degli spazi condivisi della struttura. Ma il punto centrale della richiesta riguarda il (presunto) benessere dei tre bambini poiché a detta degli operatori sarebbero emerse situazioni di disagio che richiederebbero ulteriori approfondimenti e interventi mirati alla tutela dei minori. L’analisi è collegata alla complessità del loro inserimento nell’ambiente protetto e alle dinamiche familiari che si sono sviluppate dopo l’allontanamento dal casolare nel bosco di Palmoli, in provincia di Chieti. Fin da subito i genitori, Catherine e Nathan, avevano attribuito le difficoltà al contesto della struttura e chiesto soluzioni per garantire una maggiore continuità affettiva per i loro tre figli. Nei mesi scorsi la madre aveva pubblicato una lettera in cui descriveva il disagio psicologico ed emotivo dei figli dopo l’allontanamento da casa e aveva chiesto al tribunale di consentire il ricongiungimento familiare. Nella richiesta di trasferimento si inserisce anche un acceso confronto tra consulenti in riferimento alla perizia disposta dal tribunale per i minorenni dell’Aquila sulla capacità genitoriale della coppia: la consulente tecnica d’ufficio (Ctu), Simona Ceccoli, ha ribadito la fiducia nella psicologa incaricata delle valutazioni, Valentina Garrapetta, mentre i legali dei genitori, nei giorni scorsi, ne avevano chiesto la revoca, sollevando dubbi sulla terzietà e sull’opportunità di giudizi espressi sui social e portati alla luce dalla Verità. Nella relazione la professionista descrive un quadro in peggioramento delle reazioni di Catherine, definendole esasperate in contrasto con l’equipe e sempre in presenza dei bambini: «Le dinamiche relazionali con la figura materna si sono maggiormente incrinate». La donna avrebbe scelto di «ignorare totalmente i ruoli e le figure professionali presenti all’interno della comunità», decidendo in autonomia modalità e tempi di permanenza con i figli. «Capisco le difficoltà della struttura» ha detto il consulente di parte, lo psichiatra Tonino Cantelmi, «è una situazione complessa che richiede risorse e risposte che forse una casafamiglia non è in grado di offrire. Smembrare la famiglia sta producendo problemi e danni potenzialmente superiori ai problemi di partenza». La vicenda della famiglia nel bosco è iniziata quando i servizi sociali e il tribunale per i minorenni hanno disposto, nel novembre 2025, l’allontanamento dei tre figli dei Trevallion che vivevano nei boschi di Palmoli in un casolare privo di infrastrutture urbane, fino a quando gli assistenti sociali non hanno segnalato potenziali rischi legati all’habitat, alla scolarizzazione dei bambini e alle condizioni di salute. Ora sarà il tribunale per i minorenni a dover valutare nel merito la situazione e decidere se accogliere la proposta di trasferimento della casa famiglia.
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