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2021-08-19
Profughi, il rebus Ue. Solo la nostra sinistra vuole le porte aperte
(Marcus Yam / Los Angeles Times/Getty Images)
È un duro commento del Wall Street Journal a squarciare il velo dell'ipocrisia: «L'Amministrazione Biden preferirebbe che nessuno se ne accorgesse, ma l'evacuazione da Kabul […] ha ancora una lunga strada da percorrere». Infatti, all'aeroporto della capitale, ci sono ancora caos, scontri e sparatorie: e di nuovo secondo il Wsj, i Talebani starebbero anche bloccando alcune delle strade d'accesso, mentre il britannico Guardian riporta notizie su frustate e pestaggi contro donne e bambini sempre per impedire l'arrivo all'aeroporto. Anche la cronista della Cnn Clarissa Ward, sul posto, conferma: i Talebani sparano per disperdere la folla. Né può tuttora essere escluso il rischio che qualcuno resti ostaggio a Kabul: il che renderebbe il disastro simile alla crisi degli ostaggi in Iran che affossò la presidenza di Jimmy Carter, più ancora che alla già ampiamente citata sconfitta Usa in Vietnam. Eppure, come se il problema dell'evacuazione fosse risolto, la sinistra italiana già si lancia in proclami di accoglienza. Come La Verità ha scritto da subito, qui siamo davanti a profughi veri, e dunque meritevoli di ogni aiuto. Ma occorrerebbe procedere con cautela: sia per il rischio di infiltrazioni terroristiche (ammesso dagli stessi Luciana Lamorgese e Mario Draghi) sia perché l'Italia, su tutt'altro versante, deve fare i conti, da gennaio a oggi, già con 35.000 migranti sbarcati sulle nostre coste. Dunque, sarebbe il caso di sollecitare gli altri Paesi Ue a fare la loro parte e a incalzare anche i paesi islamici geograficamente più vicini all'Afghanistan. Ma torniamo all'aeroporto di Kabul, dove la situazione resta pesantissima. Solo per citare gli americani, risultano evacuate appena 1100 persone, mentre un numero compreso tra 10 e 15.000 statunitensi sarebbe ancora in Afghanistan. E poi, oltre a tutti gli altri occidentali, ci sono migliaia di afghani che si accalcano sia per partire sia per la concreta paura di essere identificati dai Talebani come amici delle missioni Nato. Risultato? Nel caos (secondo un portavoce del ministero degli Esteri tedesco, solo ieri ci sarebbero stati 17 feriti), molti aerei partono vuoti: un aereo australiano che poteva ospitare più di 120 passeggeri ne ha caricati appena 26, mentre un aereo olandese è partito vuoto. Quanto all'Italia, un C130 è partito per Fiumicino con 85 persone a bordo, mentre sono attesi altri due voli con 150 persone. Ammesso che l'evacuazione aerea riesca (il console italiano Tommaso Claudi ha riferito di «aver assistito a scene drammatiche»), scatta la seconda questione: quella dell'esodo biblico dei profughi via terra. Fare stime è impossibile: ma è improbabile che i numeri siano inferiori al milione di persone. Secondo un sondaggio realizzato in Germania, oltre il 62% dei tedeschi teme un'ondata come quella che fu generata a suo tempo dalla guerra in Siria: in quel 62% ci sono i tre quarti degli elettori Cdu-Csu, non certo un buon viatico per il voto politico di settembre. In Uk, intanto, si è avuto ieri un teso dibattito a Westminster (mentre in Italia bisognerà inspiegabilmente attendere fino al 24 agosto e solo per assistere a un'audizione del governo in Commissione). Occhio a come verranno riferite in Italia le notizie da Londra: è vero che il piano di Boris Johnson prevede l'accoglienza fino a 20.000 profughi, ma - si badi bene - nel lungo termine. Per quest'anno la disponibilità britannica è ad accogliere non più di 5.000 persone. Sarà bene che ne prendano nota Pd e M5S, che sembrano dimenticare come da gennaio ad oggi sulle nostre coste sia già sbarcato un numero di persone 7 volte superiore. Nella sua intervista dell'altra sera al Tg1, Mario Draghi è rimasto sul vago, accennando a un colloquio con Angela Merkel per «iniziare a tratteggiare le linee fondamentali della cooperazione a livello europeo». Dopo di che Draghi non si è nascosto il tema della sicurezza («Dovremo prevenire infiltrazioni terroristiche»). Tutto consiglierebbe massima cautela. E invece, guidato da Enrico Letta, il Pd sembra soprattutto preoccupato di polemizzare con Matteo Salvini, che ieri ha ribadito: «Corridoi umanitari per donne e bambini in pericolo, certamente sì. Porte aperte per migliaia di uomini tra cui potenziali terroristi, assolutamente no». Già l'altro ieri si era mosso il grosso dei sindaci dem, nell'Anci, a cui si erano aggiunte dichiarazioni di Giuseppe Sala e della grillina Virginia Raggi, immediatamente mobilitati per accogliere prim'ancora che il quadro sia minimamente chiarito. E ieri Letta ha insistito, tra propaganda e retorica: «Raccolta fondi per le ong che rimangono a Kabul, iniziative per l'accoglienza dei rifugiati, gemellaggi, mobilitazione a sostegno delle donne afghane». E l'Ue? Dopo la scenografica videoriunione convocata l'altro ieri da Josep Borrell (con la partecipazione di Luigi Di Maio, reduce dalle spiagge pugliesi), l'Europa resta ferma al minimo sindacale: voli coordinati per l'evacuazione, più un vaghissimo impegno al «dialogo» con i Talebani sui profughi. Ma allo stato non si hanno notizia delle due cose decisive: né di trattative con i Paesi islamici prossimi all'Afghanistan affinché ospitino i migranti evitando che tutto il peso ricada sui 27 dell'Ue (per quanto ieri la commissaria Ylva Johansson abbia riconosciuto il problema: «Non dobbiamo aspettare che le persone arrivino alle frontiere esterne dell'Ue, dovremmo lavorare a stretto contatto con i paesi della regione»), né dell'eventuale blocco dei finanziamenti europei (1,2 miliardi di euro!) stanziati per Kabul per il quadriennio 2021-2025. Daremo pure soldi al regime (che tra l'altro non ne ha alcun bisogno) con la dicitura «aiuti allo sviluppo»?
Senza radici cristiane franano i valori della civiltà
Un proverbio arabo ammonisce: «Quando devi dire la verità, tieni pronto un cavallo e preparati a scappare». Perché la verità, quasi sempre, è scomoda, fa male e brucia, e per questo è intollerabile per la menzogna, che da sempre la fa da padrona nel mondo del «politicamente corretto». In questi giorni viviamo il dramma afgano, l'enormità di quella sofferenza non può lasciarci indifferenti e, in certo qual modo, tutti ci sentiamo almeno un po' colpevoli. Uomini, donne e bambini trattati come bestie, anzi - soprattutto per il nostro mondo occidentale, votato alla religione animalista - trattati peggio di qualsiasi altra creatura vivente. Vite che non contano nulla, vittime di barbare ideologie e criminali figuri che la real politik ipocritamente condanna, mentre concretamente sostiene, finanzia, foraggia con soldi e armi. Ascoltando le tante dichiarazioni che si susseguono in queste ore, ho però sentito affermazioni che poco hanno a che fare con il coraggio della verità, di quella verità storica che a nessuno è lecito manipolare a piacimento, adattandola al proprio pensiero. Riferendosi al dramma della violazione dei diritti umani e in particolare della condizione femminile, abbiamo sentito tutti dire che si prospetta un «ritorno al medioevo», che siamo stati capaci di occupare un territorio ma non di educare un popolo ai valori dell'Occidente, che abbiamo perso la battaglia dei valori umani, ancora prima che quella militare. Ma è proprio questa la verità? O si tratta semplicemente di una copertura, tanto superficiale quanto utile, per nascondere il vero problema: quei principi e valori, di cui tanto ci vantiamo come fossero prodotti della modernità - dignità assoluta e rispetto di ogni persona, difesa e rispetto della vita, soprattutto se debole e indifesa, uguaglianza di valore per tutte le persone, pari dignità uomo e donna, condanna di ogni violenza, frode e menzogna - questi valori sono il portato sociale di una rivoluzione dei cuori e delle menti che si chiama Cristianesimo. Duemila anni fa, quando la schiavitù imperava; quando uccidere un servo della gleba aveva lo stesso valore che schiacciare uno scarafaggio; quando la società era rigidamente stratificata fra chi possedeva diritti e chi godeva dell'unico «diritto» di essere sfruttato, venne un Uomo che proclamò un'assurdità inconcepibile: la dignità dell'Imperatore era assolutamente identica a quella dell'ultimo schiavo accecato nelle miniere di zolfo della Sicilia. È il Cristianesimo che ha fecondato l'Occidente e il mondo intero. La radice di tutti i valori umani e di tutti i diritti umani ad essi connessi è inequivocabilmente cresciuta nella terra fertile della rivelazione cristiana. Ma accade che oggi abbiamo rinnegato quasi tutto e, soprattutto, abbiamo rinnegato il fondamento che sostiene tutti questi principi e valori. Abbiamo rinnegato Cristo e stiamo cadendo nell'abisso della disperazione nichilista. Non esiste una Verità, ognuno è padrone di costruirsi una «sua» verità; la vita è come una patente a punti, più sei disabile, debole, inefficiente meno vali e così uccidiamo con il «diritto all'aborto» e all'eutanasia; l'autodeterminazione è il nuovo dogma che cancella ogni altro principio, fino all'assurdo di cancellare la propria identità sessuale. L'intero fardello dei nostri diritti umani è diventato uno stagno di acqua putrida, dal momento che abbiamo chiuso la sorgente di acqua viva che lo alimenta. Diceva Pascal che per valutare bene un vestito devi appenderlo a un chiodo: se strappi il chiodo, quell'abito accartocciato cadrà nella polvere e nessuno lo vorrà comprare. Come possiamo convincere ed educare altri, se in pratica noi per primi non ci crediamo? Come essere credibili in Afghanistan mentre s'intessono amichevoli rapporti cultural-economici con Stati come l'Arabia Saudita, lo Yemen, la Cina (l'elenco purtroppo è lungo) dove quei diritti che dichiariamo di difendere sono violati quotidianamente, alla luce del sole? Con l'apostasia del Cristianesimo - rinnegato addirittura sul piano storico, estromettendolo dalla stessa Costituzione europea - ci siamo scavati la fossa sotto i piedi: se non è vero che la vita è inviolabile sempre e che ogni persona ha pari dignità, uomo e donna che sia, perché mai un talebano non avrebbe il diritto di uccidere un infedele o di annullare le donne nel burka? Se il riferimento ad una Verità oggettiva che sta fuori dell'uomo, che si è resa conoscibile all'uomo attraverso un Uomo che l'ha rivelata e che lo guida al ben agire è negata, diventando l'uomo stesso fonte ed autore della verità, possiamo e dobbiamo aspettarci ogni tipo di annichilimento dell'umano. Come disse Benedetto XVI, la «dittatura del relativismo» sta portando l'uomo sul ciglio del baratro dell'abisso… ora salto rapidamente in sella perché il «politicamente corretto» inizierà a sparare!
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Enrico Letta rilancia l'accoglienza no limits e le raccolte fondi pro Ong. Ma l'Italia è stremata dall'arrivo in otto mesi di 35.000 migranti. Agli occhi del resto del mondo, l'Europa non è più credibile perché ha barattato la sua storia con il relativismo etico e il nichilismo. Lo speciale contiene due articoli. È un duro commento del Wall Street Journal a squarciare il velo dell'ipocrisia: «L'Amministrazione Biden preferirebbe che nessuno se ne accorgesse, ma l'evacuazione da Kabul […] ha ancora una lunga strada da percorrere». Infatti, all'aeroporto della capitale, ci sono ancora caos, scontri e sparatorie: e di nuovo secondo il Wsj, i Talebani starebbero anche bloccando alcune delle strade d'accesso, mentre il britannico Guardian riporta notizie su frustate e pestaggi contro donne e bambini sempre per impedire l'arrivo all'aeroporto. Anche la cronista della Cnn Clarissa Ward, sul posto, conferma: i Talebani sparano per disperdere la folla. Né può tuttora essere escluso il rischio che qualcuno resti ostaggio a Kabul: il che renderebbe il disastro simile alla crisi degli ostaggi in Iran che affossò la presidenza di Jimmy Carter, più ancora che alla già ampiamente citata sconfitta Usa in Vietnam. Eppure, come se il problema dell'evacuazione fosse risolto, la sinistra italiana già si lancia in proclami di accoglienza. Come La Verità ha scritto da subito, qui siamo davanti a profughi veri, e dunque meritevoli di ogni aiuto. Ma occorrerebbe procedere con cautela: sia per il rischio di infiltrazioni terroristiche (ammesso dagli stessi Luciana Lamorgese e Mario Draghi) sia perché l'Italia, su tutt'altro versante, deve fare i conti, da gennaio a oggi, già con 35.000 migranti sbarcati sulle nostre coste. Dunque, sarebbe il caso di sollecitare gli altri Paesi Ue a fare la loro parte e a incalzare anche i paesi islamici geograficamente più vicini all'Afghanistan. Ma torniamo all'aeroporto di Kabul, dove la situazione resta pesantissima. Solo per citare gli americani, risultano evacuate appena 1100 persone, mentre un numero compreso tra 10 e 15.000 statunitensi sarebbe ancora in Afghanistan. E poi, oltre a tutti gli altri occidentali, ci sono migliaia di afghani che si accalcano sia per partire sia per la concreta paura di essere identificati dai Talebani come amici delle missioni Nato. Risultato? Nel caos (secondo un portavoce del ministero degli Esteri tedesco, solo ieri ci sarebbero stati 17 feriti), molti aerei partono vuoti: un aereo australiano che poteva ospitare più di 120 passeggeri ne ha caricati appena 26, mentre un aereo olandese è partito vuoto. Quanto all'Italia, un C130 è partito per Fiumicino con 85 persone a bordo, mentre sono attesi altri due voli con 150 persone. Ammesso che l'evacuazione aerea riesca (il console italiano Tommaso Claudi ha riferito di «aver assistito a scene drammatiche»), scatta la seconda questione: quella dell'esodo biblico dei profughi via terra. Fare stime è impossibile: ma è improbabile che i numeri siano inferiori al milione di persone. Secondo un sondaggio realizzato in Germania, oltre il 62% dei tedeschi teme un'ondata come quella che fu generata a suo tempo dalla guerra in Siria: in quel 62% ci sono i tre quarti degli elettori Cdu-Csu, non certo un buon viatico per il voto politico di settembre. In Uk, intanto, si è avuto ieri un teso dibattito a Westminster (mentre in Italia bisognerà inspiegabilmente attendere fino al 24 agosto e solo per assistere a un'audizione del governo in Commissione). Occhio a come verranno riferite in Italia le notizie da Londra: è vero che il piano di Boris Johnson prevede l'accoglienza fino a 20.000 profughi, ma - si badi bene - nel lungo termine. Per quest'anno la disponibilità britannica è ad accogliere non più di 5.000 persone. Sarà bene che ne prendano nota Pd e M5S, che sembrano dimenticare come da gennaio ad oggi sulle nostre coste sia già sbarcato un numero di persone 7 volte superiore. Nella sua intervista dell'altra sera al Tg1, Mario Draghi è rimasto sul vago, accennando a un colloquio con Angela Merkel per «iniziare a tratteggiare le linee fondamentali della cooperazione a livello europeo». Dopo di che Draghi non si è nascosto il tema della sicurezza («Dovremo prevenire infiltrazioni terroristiche»). Tutto consiglierebbe massima cautela. E invece, guidato da Enrico Letta, il Pd sembra soprattutto preoccupato di polemizzare con Matteo Salvini, che ieri ha ribadito: «Corridoi umanitari per donne e bambini in pericolo, certamente sì. Porte aperte per migliaia di uomini tra cui potenziali terroristi, assolutamente no». Già l'altro ieri si era mosso il grosso dei sindaci dem, nell'Anci, a cui si erano aggiunte dichiarazioni di Giuseppe Sala e della grillina Virginia Raggi, immediatamente mobilitati per accogliere prim'ancora che il quadro sia minimamente chiarito. E ieri Letta ha insistito, tra propaganda e retorica: «Raccolta fondi per le ong che rimangono a Kabul, iniziative per l'accoglienza dei rifugiati, gemellaggi, mobilitazione a sostegno delle donne afghane». E l'Ue? Dopo la scenografica videoriunione convocata l'altro ieri da Josep Borrell (con la partecipazione di Luigi Di Maio, reduce dalle spiagge pugliesi), l'Europa resta ferma al minimo sindacale: voli coordinati per l'evacuazione, più un vaghissimo impegno al «dialogo» con i Talebani sui profughi. Ma allo stato non si hanno notizia delle due cose decisive: né di trattative con i Paesi islamici prossimi all'Afghanistan affinché ospitino i migranti evitando che tutto il peso ricada sui 27 dell'Ue (per quanto ieri la commissaria Ylva Johansson abbia riconosciuto il problema: «Non dobbiamo aspettare che le persone arrivino alle frontiere esterne dell'Ue, dovremmo lavorare a stretto contatto con i paesi della regione»), né dell'eventuale blocco dei finanziamenti europei (1,2 miliardi di euro!) stanziati per Kabul per il quadriennio 2021-2025. Daremo pure soldi al regime (che tra l'altro non ne ha alcun bisogno) con la dicitura «aiuti allo sviluppo»? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/profughi-il-rebus-ue-solo-la-nostra-sinistra-vuole-le-porte-aperte-2654711682.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="senza-radici-cristiane-franano-i-valori-della-civilta" data-post-id="2654711682" data-published-at="1629314993" data-use-pagination="False"> Senza radici cristiane franano i valori della civiltà Un proverbio arabo ammonisce: «Quando devi dire la verità, tieni pronto un cavallo e preparati a scappare». Perché la verità, quasi sempre, è scomoda, fa male e brucia, e per questo è intollerabile per la menzogna, che da sempre la fa da padrona nel mondo del «politicamente corretto». In questi giorni viviamo il dramma afgano, l'enormità di quella sofferenza non può lasciarci indifferenti e, in certo qual modo, tutti ci sentiamo almeno un po' colpevoli. Uomini, donne e bambini trattati come bestie, anzi - soprattutto per il nostro mondo occidentale, votato alla religione animalista - trattati peggio di qualsiasi altra creatura vivente. Vite che non contano nulla, vittime di barbare ideologie e criminali figuri che la real politik ipocritamente condanna, mentre concretamente sostiene, finanzia, foraggia con soldi e armi. Ascoltando le tante dichiarazioni che si susseguono in queste ore, ho però sentito affermazioni che poco hanno a che fare con il coraggio della verità, di quella verità storica che a nessuno è lecito manipolare a piacimento, adattandola al proprio pensiero. Riferendosi al dramma della violazione dei diritti umani e in particolare della condizione femminile, abbiamo sentito tutti dire che si prospetta un «ritorno al medioevo», che siamo stati capaci di occupare un territorio ma non di educare un popolo ai valori dell'Occidente, che abbiamo perso la battaglia dei valori umani, ancora prima che quella militare. Ma è proprio questa la verità? O si tratta semplicemente di una copertura, tanto superficiale quanto utile, per nascondere il vero problema: quei principi e valori, di cui tanto ci vantiamo come fossero prodotti della modernità - dignità assoluta e rispetto di ogni persona, difesa e rispetto della vita, soprattutto se debole e indifesa, uguaglianza di valore per tutte le persone, pari dignità uomo e donna, condanna di ogni violenza, frode e menzogna - questi valori sono il portato sociale di una rivoluzione dei cuori e delle menti che si chiama Cristianesimo. Duemila anni fa, quando la schiavitù imperava; quando uccidere un servo della gleba aveva lo stesso valore che schiacciare uno scarafaggio; quando la società era rigidamente stratificata fra chi possedeva diritti e chi godeva dell'unico «diritto» di essere sfruttato, venne un Uomo che proclamò un'assurdità inconcepibile: la dignità dell'Imperatore era assolutamente identica a quella dell'ultimo schiavo accecato nelle miniere di zolfo della Sicilia. È il Cristianesimo che ha fecondato l'Occidente e il mondo intero. La radice di tutti i valori umani e di tutti i diritti umani ad essi connessi è inequivocabilmente cresciuta nella terra fertile della rivelazione cristiana. Ma accade che oggi abbiamo rinnegato quasi tutto e, soprattutto, abbiamo rinnegato il fondamento che sostiene tutti questi principi e valori. Abbiamo rinnegato Cristo e stiamo cadendo nell'abisso della disperazione nichilista. Non esiste una Verità, ognuno è padrone di costruirsi una «sua» verità; la vita è come una patente a punti, più sei disabile, debole, inefficiente meno vali e così uccidiamo con il «diritto all'aborto» e all'eutanasia; l'autodeterminazione è il nuovo dogma che cancella ogni altro principio, fino all'assurdo di cancellare la propria identità sessuale. L'intero fardello dei nostri diritti umani è diventato uno stagno di acqua putrida, dal momento che abbiamo chiuso la sorgente di acqua viva che lo alimenta. Diceva Pascal che per valutare bene un vestito devi appenderlo a un chiodo: se strappi il chiodo, quell'abito accartocciato cadrà nella polvere e nessuno lo vorrà comprare. Come possiamo convincere ed educare altri, se in pratica noi per primi non ci crediamo? Come essere credibili in Afghanistan mentre s'intessono amichevoli rapporti cultural-economici con Stati come l'Arabia Saudita, lo Yemen, la Cina (l'elenco purtroppo è lungo) dove quei diritti che dichiariamo di difendere sono violati quotidianamente, alla luce del sole? Con l'apostasia del Cristianesimo - rinnegato addirittura sul piano storico, estromettendolo dalla stessa Costituzione europea - ci siamo scavati la fossa sotto i piedi: se non è vero che la vita è inviolabile sempre e che ogni persona ha pari dignità, uomo e donna che sia, perché mai un talebano non avrebbe il diritto di uccidere un infedele o di annullare le donne nel burka? Se il riferimento ad una Verità oggettiva che sta fuori dell'uomo, che si è resa conoscibile all'uomo attraverso un Uomo che l'ha rivelata e che lo guida al ben agire è negata, diventando l'uomo stesso fonte ed autore della verità, possiamo e dobbiamo aspettarci ogni tipo di annichilimento dell'umano. Come disse Benedetto XVI, la «dittatura del relativismo» sta portando l'uomo sul ciglio del baratro dell'abisso… ora salto rapidamente in sella perché il «politicamente corretto» inizierà a sparare!
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Ansa)
La raccolta firme per il no, promossa da un gruppo di 15 cittadini e appoggiata dalle opposizioni, ha quasi raggiunto le 200.000 sottoscrizioni in soli 12 giorni. Ne servono 500.000 per completarla. Il governo, per evitare polemiche, ha valutato di lasciare il tempo che la raccolta si concluda. La scadenza è fissata al 30 gennaio. Se le 500.000 firme dell’obiettivo non arriveranno, tutto come prima. Se saranno raggiunte, si vedrà cosa può cambiare.
Nelle scorse settimane si era ipotizzata un’accelerazione del governo Meloni sulle date. Nordio ha smentito che il governo volesse accorciare i tempi per ridurre la campagna referendaria: «Semmai è il contrario», ha commentato, dicendo che «più informiamo gli elettori su contenuto e importanza di questa riforma, più li porteremo alle urne, con risultati positivi». Il messaggio da far passare, dice Nordio, è che «la riforma non stravolge la Costituzione» né tanto meno «è punitiva». Al contrario, chi sostiene il no è convinto che proprio chiarendo ai cittadini i contenuti della riforma, li si possa spingere a votare per bocciarla.
L’appuntamento con il voto, che in ogni caso sarà su due giorni, includendo anche il lunedì, avrebbe potuto essere già fissato con il consiglio dei ministri che si è svolto a fine anno, ma una decisione definitiva non è arrivata. Il Cdm del 17 gennaio sarà quello decisivo.
Ed è muro contro muro. Il governo sceglie di procedere nell’interpretazione «stretta» della norma, secondo cui la data va fissata entro sessanta giorni dall’ordinanza con cui la Cassazione ha ammesso le richieste referendarie presentate dai parlamentari (il 18 novembre scorso). «Ci muoviamo nei limiti previsti dalla legge», sottolineano fonti di governo. Di tutt’altro avviso i 15 cittadini che hanno avviato la raccolta firme. «Qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa sulla raccolta firme», spiega il portavoce del comitato, Carlo Guglielmi, «sarebbe un atto in violazione della Costituzione. E come tale lo impugneremo in ogni sede». Il «Comitato dei 15» è pronto a presentare ricorso al Tar e alla Consulta.
Si va allo scontro. La battaglia legale è pronta e si basa su una prassi costituzionalmente orientata secondo la quale, la data del referendum può essere fissata solo al termine dei 90 giorni dati ai cittadini per raccogliere le firme dopo la pubblicazione della legge costituzionale in Gazzetta ufficiale. In questo caso, il 30 gennaio.
A questo punto entra in gioco anche il Colle. Nessuna opposizione da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sulla firma del decreto di indizione, solo dubbi sulla tempistica e possibili impugnazioni. Dopo la decisione presa nell’ultimo consiglio dei ministri di non forzare sulla data del primo marzo, è lo stesso Nordio a tornare sulla scelta. «Il Quirinale», spiega il guardasigilli, «è sempre il nostro interlocutore più autorevole, soprattutto quando si tratta di argomenti così delicati. Ma in questo caso le nostre considerazioni sono state motivate dalla novità dell’iniziativa di raccolta delle firme». Iniziativa - sottolinea il ministro - «superflua», perché, «il quesito non si può cambiare: è un sì o un no alla riforma, senza possibilità di modifiche. E poiché era stato chiesto proprio da noi, e la Cassazione l’aveva dichiarato ammissibile, non se ne vedeva la ragione».
Ciò fa montare la protesta delle opposizioni. I partiti di Matteo Renzi e Carlo Calenda, Iv e Azione, spaccano lo schieramento e sono favorevoli alla separazione delle carriere, mentre il leader M5s, Giuseppe Conte, nel video di fine anno raccomanda di «dire assolutamente no a questo scempio» e rivolgendosi a Nordio aggiunge: «Nessuna iniziativa di partecipazione dal basso è “superflua” o inutile. Specie quando è su provvedimenti dannosi». Condanna per le parole di Nordio anche dalla responsabile Giustizia del Pd, Debora Serracchiani: «L’esercizio democratico della raccolta delle firme è per il ministro poco più che un fastidio e la fissazione della data del referendum sembra ormai un fatto più personale che politico e tale da giustificare anche il mancato rispetto delle regole». E come loro abitudine pensano già a una bella piazzata il 10 gennaio.
Il sì è talmente avvantaggiato, per i sondaggi, da consigliare al centrodestra di accorciare i tempi. Per l’opposizione, invece, più tempo vuol dire più possibilità di recupero, forse anche per far eleggere il Csm con il vecchio sistema correntizio che il sorteggio vorrebbe stroncare.
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Giorgia Meloni (Ansa)
A margine dell’incontro, il capo di Stato maggiore delle forze armate ucraine, Andriy Gnatov, ha reso noto che Kiev e Washington hanno raggiunto un accordo bilaterale sul futuro sostegno all’esercito ucraino. Nel documento vengono descritte «le modalità di supporto all’Ucraina, alle forze armate, al loro approvvigionamento, alla loro modernizzazione». Nel frattempo, il presidente americano, Donald Trump, ha espresso tutta la sua frustrazione nei confronti dello zar russo: «Non mi entusiasma Putin. Non sono contento. Sta uccidendo troppe persone».
In ogni caso, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, dopo la riunione a Kiev, ha scritto su X: «Il lavoro con i consiglieri continua. Stiamo preparando gli incontri in Europa la prossima settimana» e anche quelli «con gli Stati Uniti». Il prossimo appuntamento, a livello di leader, sarà infatti il 6 gennaio quando è previsto a Parigi il vertice della Coalizione dei Volenterosi. A prendere parte all’incontro sarà anche il presidente del consiglio, Giorgia Meloni.
E in vista del summit di Parigi, Zelensky si è anche sentito telefonicamente con il premier britannico, Keir Starmer, per «discutere i dettagli». Ma non solo: i due hanno anche parlato «della necessità di una giusta decisione riguardo ai proventi congelati derivanti dalla vendita del Chelsea». Si tratta di «2,5 miliardi di sterline che possono e devono contribuire in modo significativo a proteggere le vite umane e sostenere la ripresa dell’Ucraina dopo tutti gli attacchi russi» ha scritto Zelensky su X. Solamente un paio di settimane fa, Starmer ha minacciato l’ex proprietario della squadra di calcio, Roman Abramovich, di ricorrere ad azioni legali qualora l’oligarca russo si rifiuti di donare i proventi della vendita a Kiev. Tornando alla telefonata, una nota di Downing Street ha aggiunto che Zelensky «ha discusso del lavoro in corso per garantire il dispiegamento di una forza multinazionale in Ucraina nei giorni successivi al cessate il fuoco».
Oltre alle trattative di pace, il presidente ucraino prosegue con il rimpasto dopo lo scandalo sulla corruzione: ha proposto l’ex primo ministro Denys Shmyhal, che è stato alla guida del ministero della Difesa per meno di sei mesi, come nuovo ministro dell’Energia e primo viceministro. A prendere il posto di Shmyhal al dicastero della Difesa sarà l’ormai ex ministro alla Transizione digitale, Mykhailo Fedorov. Nel motivare quest’ultima decisione, il leader di Kiev ha dichiarato che Fedorov sarà «in grado di attuare cambiamenti nel settore della difesa» visto che è stato già «profondamente impegnato nel lavoro sui droni». Inoltre, Zelensky ha annunciato su X che cambierà i vertici in cinque regioni, ovvero a «Vinnytsia, Dnipro, Poltava, Ternopil e Chernivtsi».
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Ansa
Arrivano le prime certezze dalla Svizzera. «Tre delle vittime sono italiane. Le famiglie sono state avvertite»: ad annunciarlo, in tarda serata, è stato l’ambasciatore Gian Domenico Cornado. I dispersi sono, dunque, tre. Sempre ieri, infatti, in serata, è stata diffusa la notizia dell’identificazione ufficiale, da parte delle autorità elvetiche, del primo morto italiano nella strage di Crans-Montana: si tratta di Giovanni Tamburi , 16 anni di Bologna, che si aggiunge alla probabile morte del golfista genovese, Emanuele Galeppini, e quella di Chiara Costanzo, 15 anni. È il padre di quest’ultima a spegnere ogni speranza una volta saputo che i feriti non identificati sono tutti maschi.
Una giornata, quella di ieri, scandita dalla rabbia delle famiglie. Una risposta al dolore, la loro, spiegano gli psicologi che li assistono. «È una rabbia legata all’attesa e permette di non sentire il dolore e la tristezza. Una risposta fisiologica» che va compresa «senza controreagire», spiegano gli esperti. E chi li cura aggiunge: «Hanno bisogno di sapere e lo stato di attesa è peggiore di una certezza anche terribile».
Chiunque abbia figli ha provato a immaginare quel dolore, è impossibile, eppure la rabbia non monta solo tra i diretti coinvolti perché iniziano a farsi largo le domande che tutte puntualmente, restano senza risposte. Come è potuto succedere? Di chi sono le responsabilità? Possibile che non si riesca a capire chi è morto e chi è vivo? E nelle stesse ore un’altra penosa polemica ha preso piede nei dibattiti televisivi e sui social. Alcuni, senza che ancora si sia messo un punto all’emergenza e alle identificazioni, ha pensato di giudicare quei ragazzi che, presi dall’ingenuità, nei primi momenti dell’emergenza riprendevano le fiamme. Quasi fosse loro la colpa della loro disgrazia. Mancano le risposte ma manca anche il rispetto.
«L’operazione non è affatto conclusa fino a quando l’ultimo dei nostri ragazzi sarà tornato a casa», ha detto l’assessore al Welfare lombardo, Guido Bertolaso, che sta gestendo l’emergenza. «In questi giorni abbiamo fatto oltre venti voli verso la Svizzera per andare a prendere i ragazzi, 40 ore di volo in condizioni meteorologiche non ottimali e attraversando le Alpi. È un gioco di squadra italiano di cui siamo orgogliosi, e non ci fermiamo qui».
Non solo Milano, anche il Villa Scassi di Genova accoglierà una paziente ferita a Crans-Montana. Si tratterebbe di una persona adulta, non è certo se italiana o straniera. L’arrivo in elicottero è previsto intorno alle 15 di oggi, l’ospedale ha messo a disposizione ulteriori quattro posti letto. I pazienti trasferiti dalla Svizzera al Niguarda di Milano, intanto, sono diventati nove e sono tutti in «buone condizioni cliniche», come riferito nell’ultimo bollettino. Nella tarda mattinata di ieri è arrivata un’altra quindicenne, Sofia. Era ricoverata all’ospedale di Losanna «sicuramente la paziente in questo momento più grave», ha detto Bertolaso. Almeno fino a quando non c’è stato un altro arrivo precedentemente non previsto. Contrariamente a quanto comunicato al mattino, infatti, nel pomeriggio è arrivata nell’ospedale del capoluogo lombardo una nuova paziente. Ha 16 anni, era proveniente da Zurigo ed era stata definita in precedenza «non trasportabile». Si tratta di Francesca, anche lei milanese, considerata la paziente più grave e già operata due volte in Svizzera.
Francesca e Sofia frequentano il liceo Virgilio, con loro ci sono altri due ragazzi coinvolti nella tragedia del locale svizzero, tutti e quattro frequentavano la terza D del liceo di Milano che in questi giorni vive momenti di angoscia. Gli altri due, Leonardo, promessa del calcio e Kean, sono ricoverati in Svizzera e, per il momento, non possono essere trasportati. Erano tutti ospiti nella casa a Crans dei genitori di Francesca. Insieme a loro dovevano partire per la vacanza altri due studenti del Virgilio, due amici anche loro invitati dalla famiglia di Francesca, ma all’ultimo hanno rinunciato al viaggio, uno perché malato. Lo ha confermato all’Ansa il preside dell’istituto, Roberto Garrone: inizialmente, infatti, «dovevano partire in sei».
«Poi ci sono due ragazzi nostri, sembrano essere nostri perché non sono ancora stati identificati con certezza», ha detto Bertolaso in uno degli ultimi punti stampa, «sono i due casi più gravi e si trovano al centro grandi ustioni in Zurigo. Abbiamo la ragionevole speranza che si tratti di due ragazzi italiani ma dobbiamo ancora fare le prove del Dna. Hanno il volto completamente coperto da tutte le medicazioni perché, avendo avuto ustioni sul volto, il primo intervento che hanno fatto i sanitari elvetici è stato quello di curare la parte della faccia e, quindi, non possiamo sciogliere quelle che sono le medicazioni per andare a vedere se si tratta di uno piuttosto che di un altro. Ovviamente sono intubati, quindi non sono in grado di parlare e per cui bisogna attendere la possibilità di una identificazione certa».
Una tragedia per le famiglie, ma per un’intera comunità. Il 7 gennaio riaprirà il Virgilio, così come le altre scuole italiane, ma quegli studenti dovranno affrontare questo terribile trauma. Per questo è stato già predisposto l’arrivo di una squadra di psicologi ha spiegato il preside: «la sera dello stesso giorno probabilmente ci sarà un incontro di supporto dedicato ai docenti e ai genitori con degli specialisti». Storie di vite spezzate, tra chi è morto, chi è sopravvissuto e chi per affetto è vicino a queste vittime, nulla sarà più lo stesso.
Indagati i titolari del locale-trappola. Erano senza licenza per la discoteca
Sono indagati per «omicidio, lesioni personali e incendio a titolo colposo per negligenza» Jessica e Jacques Moretti, i titolari di Le Constellation, il locale nella via centrale di Crans-Montana che, la notte di Capodanno, si è trasformato in una trappola senza scampo per 40 giovani bruciati vivi e altri 121 gravemente feriti.
A dare, finalmente, la notizia - che a dire il vero per le logiche della giustizia italiana risultava scontata, se non addirittura in ritardo rispetto all’enormità della tragedia - è stata la Procura cantonale del Vallese che, due giorni fa, aveva annunciato con una conferenza stampa l’avvio di un inchiesta sulle cause del rogo, causato - ormai con pochi dubbi - dalle candele scintillanti accese sulle bottiglie di champagne e finite troppo vicine al soffitto, ricoperto con materiale fonoassorbente evidentemente non ignifugo. In ossequio alla prudenza svizzera, tuttavia, le stesse autorità, ci hanno tenuto a puntualizzare che «la presunzione di innocenza si applica fino alla pronuncia della condanna definitiva» e che, per il momento, a carico della coppia non sono previste misure cautelari in carcere, né ai domiciliari.
Mentre le ore trascorrono - lentissime per le tante famiglie colpite dalla tragedia - le domande senza risposta, su come e con quali logiche, quel locale, aperto ai più giovani, fosse realmente gestito dalla coppia di corsi, sono sempre più numerose e inquietanti. Le misure di sicurezza evidentemente non adeguate, una porta di uscita sul retro che alcuni soccorritori sostengono di aver trovato chiusa a chiave, l’abitudine consolidata di utilizzare giochi pirotecnici in un seminterrato e quella schiuma insonorizzante a tappezzare il soffitto che ha preso fuoco in un attimo e che lascia, legittimamente, aperti tutti i dubbi possibili sull’adeguatezza degli spazi alle norme antincendio.
Eppure, la chiave per capire come sia possibile che, nella precisa Svizzera, un locale così pericoloso fosse accessibile e frequentato, potrebbe nascondersi proprio nella destinazione d’uso degli spazi, ricavati nei sotterranei del palazzo di Rue Central 35 a Crans-Montana. Le Constellation, infatti, era stato autorizzato con la funzione di bar e non di discoteca e non sarebbe mai dovuto essere adibito a sala da ballo. E, forse, proprio qui, si nasconde l’inghippo.
A rendere nota l’incongruenza è l’agenzia di stampa Agi che è entrata in possesso della visura camerale del locale, nella quale è riportato chiaramente che la licenza riguarda attività di «ristorazione, vendita di bevande e commercio dei vini in generale», senza alcuna menzione ad attività di discoteca. Effettivamente, anche guardando semplicemente ai claim promozionali di Le Constellation, arriva la conferma: la scritta all’esterno del locale indica «longue bar» e «cocktail bar» e anche le recensioni su Tripadvisor, sospese dopo la tragedia, non nominano mai locali da ballo: «Pranzo, cena, aperto fino a tardi, bevande da asporto e al tavolo» sono i servizi promossi sul sito per turisti, e niente altro. Ed è chiaro che le norme di sicurezza per servire un cocktail ad avventori seduti a tavolino non sono le stesse che si applicano ad una serata scatenata in pista con centinaia di adolescenti.
Sotto accusa - soprattutto per chi conosceva la storia del locale - ci sono i lavori di ristrutturazione realizzati nel 2015, a quanto pare, direttamente da Jacques Moretti nel tempo record di 100 giorni, ovvero tre mesi, nei quali l’uomo - lavorando instancabilmente - aveva trasformato il seminterrato abbandonato in uno spazio con il permesso di ospitare fino a 300 persone. «Sono stati fatti tre controlli in dieci anni ed era sempre tutto a posto», ha dichiarato più volte lo stesso Moretti e mentre si spera che i risultati di quei controlli siano già al vaglio degli inquirenti elvetici, resta da capire per quale finalità d’uso degli spazi quei controlli erano stati predisposti.
Per esempio quella schiuma insonorizzante in materiale plastico nero, che rivestiva il soffitto - ben visibile in diverse immagini diffuse sui social e nei video drammatici delle prime fiamme - era stato validato come rivestimento per un tranquillo cocktail bar o era stato ritenuto idoneo anche a ricoprire le pareti di una discoteca? Molte ricostruzioni dell’accaduto riportate sui social dagli avventori abituali di Le Constellation sottolineano la vetustà dello stabile e alcune ipotizzano addirittura che durante la ristrutturazione, avvenuta nel 2015, il vano scale che collega i due piani - il terra e il seminterrato - sia stato ridotto per il posizionamento degli arredi.
Comunque sia, la piantina degli ambienti sembra evidenziare una carenza di uscite soprattutto in relazione al numero di persone ammesse, almeno secondo gli standard del nostro Paese. In Italia, infatti, è obbligatorio. per ottenere il via libera a qualsiasi inaugurazione di attività aperta al pubblico. presentare il «piano di sicurezza» formulato e sottoscritto da esperti che basano le autorizzazioni proprio sul rapporto tra il numero e l’ampiezza delle vie di fuga, la capienza delle persone e il tipo di attività previste.
«Non sono in grado di fare paragoni con l’Italia ma quello che posso dire è che in Italia esistono servizi di vigilanza interna, c’è del personale e non oso immaginare un locale notturno gestito in questo modo nel nostro Paese dove abbiamo procedure molto severe», ha dichiarato l’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, interpellato sulla questione.
Truffa e squillo nella vita di Jacques
Lui ex carcerato, finito dentro per sfruttamento della prostituzione, lei imprenditrice rampante, figlia - per beffa del destino - di un vigile del fuoco. Sembrano i protagonisti di un brutto film Jaques Moretti e Jessica Maric, i proprietari del locale Le Constellation, nel centro di Crans-Monatana, all’interno del quale hanno perso la vita, arsi vivi, 40 giovanissimi che festeggiavano lì la notte di Capodanno e che non sono riusciti a fuggire dalle fiamme mentre Jessica Maric, presente, è uscita praticamente illesa dal rogo.
A rivelare il passato dell’uomo è il quotidiano Le Parisien che spiega come Moretti, soprannominato «il corso» e originario di Ghisonaccia, un piccolo paese dell’isola francese, oggi 49 anni, non sarebbe affatto uno sconosciuto per il sistema giudiziario francese. L’uomo, tra la metà degli anni Novanta e il 2005, sarebbe stato processato e poi condannato a un periodo di carcere, scontato nelle galere della Savoia, per reati non banali: truffa, sfruttamento della prostituzione e sequestro di persona. Moretti, tuttavia, dopo aver pagato il suo debito con la giustizia, era uscito dal giro tanto che la polizia francese - sempre secondo Le Parisien - lo ritiene un soggetto ormai «lontano dallo spettro della criminalità organizzata».
Pochi anni dopo, l’incontro con Jessica, allora giovane intraprendente con un curriculum di studi di tutto rispetto. Il profilo di Jessica Maric, oggi 40 anni, è quello di una donna benestante a cui la famiglia ha dato la possibilità di formarsi una solida base culturale. Originaria della Corsica, la donna ha vissuto in Costa Azzurra per molti anni e precisamente a Cannes dove il padre, Jean-Paul Maric, è stato vigile del fuoco nel comparto cittadino e lo zio, Jean-Pierre Maric, presidente del comitato municipale degli incendi forestali ad Auribeau-sur-Siagne.
Dopo gli studi superiori in un istituto di Antibes, Jessica ha frequentato l’Università di Glamorgan, nel Galles meridionale, per poi completare la sua formazione all’Università internazionale di Monaco e alla Montpelier Business School in Francia. Tutte esperienze che dovevano prepararla a un futuro nel commercio e nell’impresa. Oltre che sulla formazione di Jessica, tuttavia, la coppia ha, con ogni probabilità, potuto contare anche su solide basi economiche per arrivare a diventare proprietaria di ben tre locali di livello medio alto, in una delle località sciistiche più rinomate dell’arco alpino. L’idea di investire a Crans Montana sarebbe arrivata proprio dopo una vacanza sulla neve e - detto fatto - da quel momento i due avrebbero intrapreso attività a tal punto efficaci da renderli titolari e gestori in pochi anni, oltre che di Le Constellation, aperto nel 2015, anche del bar ristorante Le Senso e del locale Le vieux Chalet, nel Comune di Lens, specializzato nel servire piatti tipici della Corsica.
La coppia che, a quanto risulta, ha un figlio, la residenza in Corsica e una proprietà immobiliare in Costa Azzurra, a Crans-Montana è molto conosciuta ma non sempre di buona fama. Mentre alcuni ricordano la «cattiva reputazione» di Jaques, altri lo definiscono «un gran lavoratore». Su di lui Le Parisien riporta, tra gli altri, un racconto inquietante. Un anziano del posto, che sostiene di conoscere da tempo Moretti, intervistato dal quotidiano francese ha riferito che l’uomo, in una occasione, gli avrebbe chiesto «di portare dei contanti in Corsica nelle sue valigie quando stava programmando una vacanza lì» e che la stessa proposta sarebbe stata avanzata da parte di Moretti anche ad altri del posto.
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Ogni volta che un’area del mondo si infiamma, Bitcoin si ripresenta come l’oro dei tempi moderni, ma senza miniere, senza cave e soprattutto senza bandiere. Non è una valuta, non è un asset rifugio tradizionale, non è nemmeno più una ribellione: è un riflesso del mercato quando la politica decide di alzare la voce. Subito dietro, con passo più lento ma con la solennità di chi sa di essere eterno, arriva l’oro. Che in realtà non arriva: c’era già. L’oro viaggia sui massimi, attorno ai 4.500 dollari l’oncia, e guarda il mondo con l’aria di chi ha già visto imperi cadere, presidenti rovesciati e guerre annunciate come «interventi chirurgici». Gli acquisti sono previsti, attesi, quasi scontati. Perché quando la geopolitica tossisce, l’oro non si ammala: ingrassa. E poi c’è il petrolio, che in queste storie gioca sempre una doppia partita. Nel breve periodo, il copione è noto: tensioni, rischio geopolitico, qualche spunto rialzista. Basta evocare il Venezuela, basta ricordare che lì sotto la terra ci sono le maggiori riserve di greggio del pianeta, per far tremare le quotazioni. Ma attenzione, perché sul lungo periodo il film potrebbe ribaltarsi. Se davvero il petrolio venezuelano dovesse tornare sul mercato in modo strutturale, con volumi significativi, l’effetto potrebbe essere l’opposto: più offerta, più concorrenza, prezzi sotto pressione. Insomma, oggi il petrolio sale per paura, domani potrebbe scendere per abbondanza. È la schizofrenia tipica delle materie prime quando la politica internazionale decide di rimettere mano alla mappa.
Nel frattempo, mentre Bitcoin corre, l’oro brilla e il petrolio tentenna, c’è un settore che ringrazia in silenzio e incassa. È quello della difesa. Perché ogni volta che il mondo si complica, qualcuno deve pur vendere ordine, sicurezza, deterrenza. E possibilmente fatturare. Titoli come Leonardo, Rheinmetall o Fincantieri sono i veri beneficiari di questa confusione globale. Non perché amino la guerra - almeno ufficialmente - ma perché prosperano nella sua possibilità permanente. Non serve il conflitto aperto: basta l’idea, l’ipotesi, il rischio. È il paradosso dei mercati moderni: più cresce l’instabilità, più aumenta il valore di chi promette stabilità armata. Le borse lo sanno, gli investitori anche. E così, mentre i comunicati ufficiali parlano di «preoccupazione» e «monitoraggio della situazione», i listini fanno esattamente l’opposto: scelgono, puntano, scommettono. Alla fine, il blitz Usa su Maduro è l’ennesimo promemoria di una verità scomoda: la geopolitica non è solo diplomazia e carri armati, è anche un gigantesco market mover. E i mercati, come sempre, non giudicano. Reagiscono. Con cinismo, con rapidità, con memoria corta. Oggi Bitcoin, oro e difesa. Domani chissà. Ma una cosa è certa: quando la storia accelera, la finanza non resta mai ferma a guardare. Anzi, corre. E spesso arriva prima.
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