True
2021-08-19
Profughi, il rebus Ue. Solo la nostra sinistra vuole le porte aperte
(Marcus Yam / Los Angeles Times/Getty Images)
È un duro commento del Wall Street Journal a squarciare il velo dell'ipocrisia: «L'Amministrazione Biden preferirebbe che nessuno se ne accorgesse, ma l'evacuazione da Kabul […] ha ancora una lunga strada da percorrere». Infatti, all'aeroporto della capitale, ci sono ancora caos, scontri e sparatorie: e di nuovo secondo il Wsj, i Talebani starebbero anche bloccando alcune delle strade d'accesso, mentre il britannico Guardian riporta notizie su frustate e pestaggi contro donne e bambini sempre per impedire l'arrivo all'aeroporto. Anche la cronista della Cnn Clarissa Ward, sul posto, conferma: i Talebani sparano per disperdere la folla. Né può tuttora essere escluso il rischio che qualcuno resti ostaggio a Kabul: il che renderebbe il disastro simile alla crisi degli ostaggi in Iran che affossò la presidenza di Jimmy Carter, più ancora che alla già ampiamente citata sconfitta Usa in Vietnam. Eppure, come se il problema dell'evacuazione fosse risolto, la sinistra italiana già si lancia in proclami di accoglienza. Come La Verità ha scritto da subito, qui siamo davanti a profughi veri, e dunque meritevoli di ogni aiuto. Ma occorrerebbe procedere con cautela: sia per il rischio di infiltrazioni terroristiche (ammesso dagli stessi Luciana Lamorgese e Mario Draghi) sia perché l'Italia, su tutt'altro versante, deve fare i conti, da gennaio a oggi, già con 35.000 migranti sbarcati sulle nostre coste. Dunque, sarebbe il caso di sollecitare gli altri Paesi Ue a fare la loro parte e a incalzare anche i paesi islamici geograficamente più vicini all'Afghanistan. Ma torniamo all'aeroporto di Kabul, dove la situazione resta pesantissima. Solo per citare gli americani, risultano evacuate appena 1100 persone, mentre un numero compreso tra 10 e 15.000 statunitensi sarebbe ancora in Afghanistan. E poi, oltre a tutti gli altri occidentali, ci sono migliaia di afghani che si accalcano sia per partire sia per la concreta paura di essere identificati dai Talebani come amici delle missioni Nato. Risultato? Nel caos (secondo un portavoce del ministero degli Esteri tedesco, solo ieri ci sarebbero stati 17 feriti), molti aerei partono vuoti: un aereo australiano che poteva ospitare più di 120 passeggeri ne ha caricati appena 26, mentre un aereo olandese è partito vuoto. Quanto all'Italia, un C130 è partito per Fiumicino con 85 persone a bordo, mentre sono attesi altri due voli con 150 persone. Ammesso che l'evacuazione aerea riesca (il console italiano Tommaso Claudi ha riferito di «aver assistito a scene drammatiche»), scatta la seconda questione: quella dell'esodo biblico dei profughi via terra. Fare stime è impossibile: ma è improbabile che i numeri siano inferiori al milione di persone. Secondo un sondaggio realizzato in Germania, oltre il 62% dei tedeschi teme un'ondata come quella che fu generata a suo tempo dalla guerra in Siria: in quel 62% ci sono i tre quarti degli elettori Cdu-Csu, non certo un buon viatico per il voto politico di settembre. In Uk, intanto, si è avuto ieri un teso dibattito a Westminster (mentre in Italia bisognerà inspiegabilmente attendere fino al 24 agosto e solo per assistere a un'audizione del governo in Commissione). Occhio a come verranno riferite in Italia le notizie da Londra: è vero che il piano di Boris Johnson prevede l'accoglienza fino a 20.000 profughi, ma - si badi bene - nel lungo termine. Per quest'anno la disponibilità britannica è ad accogliere non più di 5.000 persone. Sarà bene che ne prendano nota Pd e M5S, che sembrano dimenticare come da gennaio ad oggi sulle nostre coste sia già sbarcato un numero di persone 7 volte superiore. Nella sua intervista dell'altra sera al Tg1, Mario Draghi è rimasto sul vago, accennando a un colloquio con Angela Merkel per «iniziare a tratteggiare le linee fondamentali della cooperazione a livello europeo». Dopo di che Draghi non si è nascosto il tema della sicurezza («Dovremo prevenire infiltrazioni terroristiche»). Tutto consiglierebbe massima cautela. E invece, guidato da Enrico Letta, il Pd sembra soprattutto preoccupato di polemizzare con Matteo Salvini, che ieri ha ribadito: «Corridoi umanitari per donne e bambini in pericolo, certamente sì. Porte aperte per migliaia di uomini tra cui potenziali terroristi, assolutamente no». Già l'altro ieri si era mosso il grosso dei sindaci dem, nell'Anci, a cui si erano aggiunte dichiarazioni di Giuseppe Sala e della grillina Virginia Raggi, immediatamente mobilitati per accogliere prim'ancora che il quadro sia minimamente chiarito. E ieri Letta ha insistito, tra propaganda e retorica: «Raccolta fondi per le ong che rimangono a Kabul, iniziative per l'accoglienza dei rifugiati, gemellaggi, mobilitazione a sostegno delle donne afghane». E l'Ue? Dopo la scenografica videoriunione convocata l'altro ieri da Josep Borrell (con la partecipazione di Luigi Di Maio, reduce dalle spiagge pugliesi), l'Europa resta ferma al minimo sindacale: voli coordinati per l'evacuazione, più un vaghissimo impegno al «dialogo» con i Talebani sui profughi. Ma allo stato non si hanno notizia delle due cose decisive: né di trattative con i Paesi islamici prossimi all'Afghanistan affinché ospitino i migranti evitando che tutto il peso ricada sui 27 dell'Ue (per quanto ieri la commissaria Ylva Johansson abbia riconosciuto il problema: «Non dobbiamo aspettare che le persone arrivino alle frontiere esterne dell'Ue, dovremmo lavorare a stretto contatto con i paesi della regione»), né dell'eventuale blocco dei finanziamenti europei (1,2 miliardi di euro!) stanziati per Kabul per il quadriennio 2021-2025. Daremo pure soldi al regime (che tra l'altro non ne ha alcun bisogno) con la dicitura «aiuti allo sviluppo»?
Senza radici cristiane franano i valori della civiltà
Un proverbio arabo ammonisce: «Quando devi dire la verità, tieni pronto un cavallo e preparati a scappare». Perché la verità, quasi sempre, è scomoda, fa male e brucia, e per questo è intollerabile per la menzogna, che da sempre la fa da padrona nel mondo del «politicamente corretto». In questi giorni viviamo il dramma afgano, l'enormità di quella sofferenza non può lasciarci indifferenti e, in certo qual modo, tutti ci sentiamo almeno un po' colpevoli. Uomini, donne e bambini trattati come bestie, anzi - soprattutto per il nostro mondo occidentale, votato alla religione animalista - trattati peggio di qualsiasi altra creatura vivente. Vite che non contano nulla, vittime di barbare ideologie e criminali figuri che la real politik ipocritamente condanna, mentre concretamente sostiene, finanzia, foraggia con soldi e armi. Ascoltando le tante dichiarazioni che si susseguono in queste ore, ho però sentito affermazioni che poco hanno a che fare con il coraggio della verità, di quella verità storica che a nessuno è lecito manipolare a piacimento, adattandola al proprio pensiero. Riferendosi al dramma della violazione dei diritti umani e in particolare della condizione femminile, abbiamo sentito tutti dire che si prospetta un «ritorno al medioevo», che siamo stati capaci di occupare un territorio ma non di educare un popolo ai valori dell'Occidente, che abbiamo perso la battaglia dei valori umani, ancora prima che quella militare. Ma è proprio questa la verità? O si tratta semplicemente di una copertura, tanto superficiale quanto utile, per nascondere il vero problema: quei principi e valori, di cui tanto ci vantiamo come fossero prodotti della modernità - dignità assoluta e rispetto di ogni persona, difesa e rispetto della vita, soprattutto se debole e indifesa, uguaglianza di valore per tutte le persone, pari dignità uomo e donna, condanna di ogni violenza, frode e menzogna - questi valori sono il portato sociale di una rivoluzione dei cuori e delle menti che si chiama Cristianesimo. Duemila anni fa, quando la schiavitù imperava; quando uccidere un servo della gleba aveva lo stesso valore che schiacciare uno scarafaggio; quando la società era rigidamente stratificata fra chi possedeva diritti e chi godeva dell'unico «diritto» di essere sfruttato, venne un Uomo che proclamò un'assurdità inconcepibile: la dignità dell'Imperatore era assolutamente identica a quella dell'ultimo schiavo accecato nelle miniere di zolfo della Sicilia. È il Cristianesimo che ha fecondato l'Occidente e il mondo intero. La radice di tutti i valori umani e di tutti i diritti umani ad essi connessi è inequivocabilmente cresciuta nella terra fertile della rivelazione cristiana. Ma accade che oggi abbiamo rinnegato quasi tutto e, soprattutto, abbiamo rinnegato il fondamento che sostiene tutti questi principi e valori. Abbiamo rinnegato Cristo e stiamo cadendo nell'abisso della disperazione nichilista. Non esiste una Verità, ognuno è padrone di costruirsi una «sua» verità; la vita è come una patente a punti, più sei disabile, debole, inefficiente meno vali e così uccidiamo con il «diritto all'aborto» e all'eutanasia; l'autodeterminazione è il nuovo dogma che cancella ogni altro principio, fino all'assurdo di cancellare la propria identità sessuale. L'intero fardello dei nostri diritti umani è diventato uno stagno di acqua putrida, dal momento che abbiamo chiuso la sorgente di acqua viva che lo alimenta. Diceva Pascal che per valutare bene un vestito devi appenderlo a un chiodo: se strappi il chiodo, quell'abito accartocciato cadrà nella polvere e nessuno lo vorrà comprare. Come possiamo convincere ed educare altri, se in pratica noi per primi non ci crediamo? Come essere credibili in Afghanistan mentre s'intessono amichevoli rapporti cultural-economici con Stati come l'Arabia Saudita, lo Yemen, la Cina (l'elenco purtroppo è lungo) dove quei diritti che dichiariamo di difendere sono violati quotidianamente, alla luce del sole? Con l'apostasia del Cristianesimo - rinnegato addirittura sul piano storico, estromettendolo dalla stessa Costituzione europea - ci siamo scavati la fossa sotto i piedi: se non è vero che la vita è inviolabile sempre e che ogni persona ha pari dignità, uomo e donna che sia, perché mai un talebano non avrebbe il diritto di uccidere un infedele o di annullare le donne nel burka? Se il riferimento ad una Verità oggettiva che sta fuori dell'uomo, che si è resa conoscibile all'uomo attraverso un Uomo che l'ha rivelata e che lo guida al ben agire è negata, diventando l'uomo stesso fonte ed autore della verità, possiamo e dobbiamo aspettarci ogni tipo di annichilimento dell'umano. Come disse Benedetto XVI, la «dittatura del relativismo» sta portando l'uomo sul ciglio del baratro dell'abisso… ora salto rapidamente in sella perché il «politicamente corretto» inizierà a sparare!
Continua a leggereRiduci
Enrico Letta rilancia l'accoglienza no limits e le raccolte fondi pro Ong. Ma l'Italia è stremata dall'arrivo in otto mesi di 35.000 migranti. Agli occhi del resto del mondo, l'Europa non è più credibile perché ha barattato la sua storia con il relativismo etico e il nichilismo. Lo speciale contiene due articoli. È un duro commento del Wall Street Journal a squarciare il velo dell'ipocrisia: «L'Amministrazione Biden preferirebbe che nessuno se ne accorgesse, ma l'evacuazione da Kabul […] ha ancora una lunga strada da percorrere». Infatti, all'aeroporto della capitale, ci sono ancora caos, scontri e sparatorie: e di nuovo secondo il Wsj, i Talebani starebbero anche bloccando alcune delle strade d'accesso, mentre il britannico Guardian riporta notizie su frustate e pestaggi contro donne e bambini sempre per impedire l'arrivo all'aeroporto. Anche la cronista della Cnn Clarissa Ward, sul posto, conferma: i Talebani sparano per disperdere la folla. Né può tuttora essere escluso il rischio che qualcuno resti ostaggio a Kabul: il che renderebbe il disastro simile alla crisi degli ostaggi in Iran che affossò la presidenza di Jimmy Carter, più ancora che alla già ampiamente citata sconfitta Usa in Vietnam. Eppure, come se il problema dell'evacuazione fosse risolto, la sinistra italiana già si lancia in proclami di accoglienza. Come La Verità ha scritto da subito, qui siamo davanti a profughi veri, e dunque meritevoli di ogni aiuto. Ma occorrerebbe procedere con cautela: sia per il rischio di infiltrazioni terroristiche (ammesso dagli stessi Luciana Lamorgese e Mario Draghi) sia perché l'Italia, su tutt'altro versante, deve fare i conti, da gennaio a oggi, già con 35.000 migranti sbarcati sulle nostre coste. Dunque, sarebbe il caso di sollecitare gli altri Paesi Ue a fare la loro parte e a incalzare anche i paesi islamici geograficamente più vicini all'Afghanistan. Ma torniamo all'aeroporto di Kabul, dove la situazione resta pesantissima. Solo per citare gli americani, risultano evacuate appena 1100 persone, mentre un numero compreso tra 10 e 15.000 statunitensi sarebbe ancora in Afghanistan. E poi, oltre a tutti gli altri occidentali, ci sono migliaia di afghani che si accalcano sia per partire sia per la concreta paura di essere identificati dai Talebani come amici delle missioni Nato. Risultato? Nel caos (secondo un portavoce del ministero degli Esteri tedesco, solo ieri ci sarebbero stati 17 feriti), molti aerei partono vuoti: un aereo australiano che poteva ospitare più di 120 passeggeri ne ha caricati appena 26, mentre un aereo olandese è partito vuoto. Quanto all'Italia, un C130 è partito per Fiumicino con 85 persone a bordo, mentre sono attesi altri due voli con 150 persone. Ammesso che l'evacuazione aerea riesca (il console italiano Tommaso Claudi ha riferito di «aver assistito a scene drammatiche»), scatta la seconda questione: quella dell'esodo biblico dei profughi via terra. Fare stime è impossibile: ma è improbabile che i numeri siano inferiori al milione di persone. Secondo un sondaggio realizzato in Germania, oltre il 62% dei tedeschi teme un'ondata come quella che fu generata a suo tempo dalla guerra in Siria: in quel 62% ci sono i tre quarti degli elettori Cdu-Csu, non certo un buon viatico per il voto politico di settembre. In Uk, intanto, si è avuto ieri un teso dibattito a Westminster (mentre in Italia bisognerà inspiegabilmente attendere fino al 24 agosto e solo per assistere a un'audizione del governo in Commissione). Occhio a come verranno riferite in Italia le notizie da Londra: è vero che il piano di Boris Johnson prevede l'accoglienza fino a 20.000 profughi, ma - si badi bene - nel lungo termine. Per quest'anno la disponibilità britannica è ad accogliere non più di 5.000 persone. Sarà bene che ne prendano nota Pd e M5S, che sembrano dimenticare come da gennaio ad oggi sulle nostre coste sia già sbarcato un numero di persone 7 volte superiore. Nella sua intervista dell'altra sera al Tg1, Mario Draghi è rimasto sul vago, accennando a un colloquio con Angela Merkel per «iniziare a tratteggiare le linee fondamentali della cooperazione a livello europeo». Dopo di che Draghi non si è nascosto il tema della sicurezza («Dovremo prevenire infiltrazioni terroristiche»). Tutto consiglierebbe massima cautela. E invece, guidato da Enrico Letta, il Pd sembra soprattutto preoccupato di polemizzare con Matteo Salvini, che ieri ha ribadito: «Corridoi umanitari per donne e bambini in pericolo, certamente sì. Porte aperte per migliaia di uomini tra cui potenziali terroristi, assolutamente no». Già l'altro ieri si era mosso il grosso dei sindaci dem, nell'Anci, a cui si erano aggiunte dichiarazioni di Giuseppe Sala e della grillina Virginia Raggi, immediatamente mobilitati per accogliere prim'ancora che il quadro sia minimamente chiarito. E ieri Letta ha insistito, tra propaganda e retorica: «Raccolta fondi per le ong che rimangono a Kabul, iniziative per l'accoglienza dei rifugiati, gemellaggi, mobilitazione a sostegno delle donne afghane». E l'Ue? Dopo la scenografica videoriunione convocata l'altro ieri da Josep Borrell (con la partecipazione di Luigi Di Maio, reduce dalle spiagge pugliesi), l'Europa resta ferma al minimo sindacale: voli coordinati per l'evacuazione, più un vaghissimo impegno al «dialogo» con i Talebani sui profughi. Ma allo stato non si hanno notizia delle due cose decisive: né di trattative con i Paesi islamici prossimi all'Afghanistan affinché ospitino i migranti evitando che tutto il peso ricada sui 27 dell'Ue (per quanto ieri la commissaria Ylva Johansson abbia riconosciuto il problema: «Non dobbiamo aspettare che le persone arrivino alle frontiere esterne dell'Ue, dovremmo lavorare a stretto contatto con i paesi della regione»), né dell'eventuale blocco dei finanziamenti europei (1,2 miliardi di euro!) stanziati per Kabul per il quadriennio 2021-2025. Daremo pure soldi al regime (che tra l'altro non ne ha alcun bisogno) con la dicitura «aiuti allo sviluppo»? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/profughi-il-rebus-ue-solo-la-nostra-sinistra-vuole-le-porte-aperte-2654711682.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="senza-radici-cristiane-franano-i-valori-della-civilta" data-post-id="2654711682" data-published-at="1629314993" data-use-pagination="False"> Senza radici cristiane franano i valori della civiltà Un proverbio arabo ammonisce: «Quando devi dire la verità, tieni pronto un cavallo e preparati a scappare». Perché la verità, quasi sempre, è scomoda, fa male e brucia, e per questo è intollerabile per la menzogna, che da sempre la fa da padrona nel mondo del «politicamente corretto». In questi giorni viviamo il dramma afgano, l'enormità di quella sofferenza non può lasciarci indifferenti e, in certo qual modo, tutti ci sentiamo almeno un po' colpevoli. Uomini, donne e bambini trattati come bestie, anzi - soprattutto per il nostro mondo occidentale, votato alla religione animalista - trattati peggio di qualsiasi altra creatura vivente. Vite che non contano nulla, vittime di barbare ideologie e criminali figuri che la real politik ipocritamente condanna, mentre concretamente sostiene, finanzia, foraggia con soldi e armi. Ascoltando le tante dichiarazioni che si susseguono in queste ore, ho però sentito affermazioni che poco hanno a che fare con il coraggio della verità, di quella verità storica che a nessuno è lecito manipolare a piacimento, adattandola al proprio pensiero. Riferendosi al dramma della violazione dei diritti umani e in particolare della condizione femminile, abbiamo sentito tutti dire che si prospetta un «ritorno al medioevo», che siamo stati capaci di occupare un territorio ma non di educare un popolo ai valori dell'Occidente, che abbiamo perso la battaglia dei valori umani, ancora prima che quella militare. Ma è proprio questa la verità? O si tratta semplicemente di una copertura, tanto superficiale quanto utile, per nascondere il vero problema: quei principi e valori, di cui tanto ci vantiamo come fossero prodotti della modernità - dignità assoluta e rispetto di ogni persona, difesa e rispetto della vita, soprattutto se debole e indifesa, uguaglianza di valore per tutte le persone, pari dignità uomo e donna, condanna di ogni violenza, frode e menzogna - questi valori sono il portato sociale di una rivoluzione dei cuori e delle menti che si chiama Cristianesimo. Duemila anni fa, quando la schiavitù imperava; quando uccidere un servo della gleba aveva lo stesso valore che schiacciare uno scarafaggio; quando la società era rigidamente stratificata fra chi possedeva diritti e chi godeva dell'unico «diritto» di essere sfruttato, venne un Uomo che proclamò un'assurdità inconcepibile: la dignità dell'Imperatore era assolutamente identica a quella dell'ultimo schiavo accecato nelle miniere di zolfo della Sicilia. È il Cristianesimo che ha fecondato l'Occidente e il mondo intero. La radice di tutti i valori umani e di tutti i diritti umani ad essi connessi è inequivocabilmente cresciuta nella terra fertile della rivelazione cristiana. Ma accade che oggi abbiamo rinnegato quasi tutto e, soprattutto, abbiamo rinnegato il fondamento che sostiene tutti questi principi e valori. Abbiamo rinnegato Cristo e stiamo cadendo nell'abisso della disperazione nichilista. Non esiste una Verità, ognuno è padrone di costruirsi una «sua» verità; la vita è come una patente a punti, più sei disabile, debole, inefficiente meno vali e così uccidiamo con il «diritto all'aborto» e all'eutanasia; l'autodeterminazione è il nuovo dogma che cancella ogni altro principio, fino all'assurdo di cancellare la propria identità sessuale. L'intero fardello dei nostri diritti umani è diventato uno stagno di acqua putrida, dal momento che abbiamo chiuso la sorgente di acqua viva che lo alimenta. Diceva Pascal che per valutare bene un vestito devi appenderlo a un chiodo: se strappi il chiodo, quell'abito accartocciato cadrà nella polvere e nessuno lo vorrà comprare. Come possiamo convincere ed educare altri, se in pratica noi per primi non ci crediamo? Come essere credibili in Afghanistan mentre s'intessono amichevoli rapporti cultural-economici con Stati come l'Arabia Saudita, lo Yemen, la Cina (l'elenco purtroppo è lungo) dove quei diritti che dichiariamo di difendere sono violati quotidianamente, alla luce del sole? Con l'apostasia del Cristianesimo - rinnegato addirittura sul piano storico, estromettendolo dalla stessa Costituzione europea - ci siamo scavati la fossa sotto i piedi: se non è vero che la vita è inviolabile sempre e che ogni persona ha pari dignità, uomo e donna che sia, perché mai un talebano non avrebbe il diritto di uccidere un infedele o di annullare le donne nel burka? Se il riferimento ad una Verità oggettiva che sta fuori dell'uomo, che si è resa conoscibile all'uomo attraverso un Uomo che l'ha rivelata e che lo guida al ben agire è negata, diventando l'uomo stesso fonte ed autore della verità, possiamo e dobbiamo aspettarci ogni tipo di annichilimento dell'umano. Come disse Benedetto XVI, la «dittatura del relativismo» sta portando l'uomo sul ciglio del baratro dell'abisso… ora salto rapidamente in sella perché il «politicamente corretto» inizierà a sparare!
Giorgia Meloni e Tetsuo Hara (Ansa)
La frase del premier è peraltro significativa. Due parole risaltano: «crescita» e «immaginario». Nata nel 1977, la Meloni si è sicuramente trovata, da bambina, al centro dello tsunami giapponese che travolse un’intera generazione, la prima che ha vissuto la televisione come una esperienza formativa autonoma, oltre e spesso contro la vigilanza dei genitori. Nel libro Mia figlia, la filosofia, Simone Regazzoni ha dedicato a questo argomento alcune pagine ispirate: «Siamo alla fine degli anni Settanta e anch’io come milioni di altri bambini e bambine prendo parte a un evento inaudito, a un rito collettivo che provoca la reazione allarmata di genitori, intellettuali, uomini politici che portano Goldrake sui giornali e in Parlamento lanciando allarmi contro l’eccesso di violenza della religione delle macchine». Lo sbarco dei tecnomostri nipponici era avvenuto il 4 aprile 1978 quando, su Rai 2, era andata in onda la prima puntata di Goldrake. Grazie a lui, l’Italia scopriva finalmente il mondo eroico del Sol Levante. Da lì in poi sarebbe stato un diluvio di cartoni animati giapponesi, distribuiti per lo più su reti locali, in un’anarchia di traduzioni, censure e salti narrativi a casaccio.
Per i bambini di allora, il salto culturale fuori dall’universo Disney fu abbacinante: di punto in bianco un prodotto per ragazzini (o quanto meno qui percepito come tale) mescolava ironia surreale, parentesi poetiche, ammiccamenti erotici, tensione tragica. Gli adulti non si accorsero subito del fenomeno. E quando lo fecero, fu immediatamente moral panic. Silverio Corvisieri denunciava ad esempio su Repubblica «l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso”». Ken il guerriero, poi, ci mise il carico.
In Giappone, l’anime (e prima ancora il manga) comparve in un contesto contrassegnato da storie sempre più edonistiche ed eroticizzate. Kenshiro rappresentò un brutale richiamo all’ordine, grazie anche alla penna di Buronson, al secolo Yoshiyuki Okamura, lo sceneggiatore del fumetto disegnato per l’appunto da Tetsuo Hara. Buronson proveniva dal mondo militare e si ispirava a Mad Max e Sergio Leone. Nulla a che vedere con i nuovi autori fighetti che si affacciavano sulla scena. Arrivato in Italia nel 1987, l’anime vedeva il protagonista, Kenshiro, erede di una delle più importanti scuole di arti marziali del Giappone, attraversare un mondo post apocalittico popolato di bande di predoni. Nel cartone non c’erano i classici robottoni, ma c’era di peggio: una violenza smisurata. Ken sapeva come far, letteralmente, esplodere i suoi nemici toccando specifici punti di pressione. Di punto in bianco, l’Italia si popolò di bambini che tentavano, con risultati dubbi, di far esplodere fratelli minori e compagni di giochi.
Ma non c’era solo violenza bruta. Come gli eroi omerici, Ken era un eroe capace di alternare stragi di nemici e lacrime sincere. Era poi un eroe che non combatteva più «per l’umanità» o per ideali astratti, come Mazinga e gli altri, bensì per la sua famiglia, per l’amicizia, per legami concreti e solidi. Come educatore di una generazione, ci poteva capitare di peggio.
Continua a leggereRiduci
Pasquale Stanzione (Ansa)
Perché è importante la sua età? Come ci ricorda l’ex ministro per gli Affari regionali nei governi Renzi e Gentiloni, ex vicesegretario di Azione e oggi deputato di Fi, Enrico Costa, Stanzione venne scelto dal Pd, non tanto per le sue competenze, ma proprio per la sua età, che avrebbe permesso di scalzare un altro candidato eccellente, Ignazio La Russa. L’attuale presidente del Senato, infatti, cinque anni fa, quando aveva 73 anni, ambiva a ricoprire proprio il ruolo di Garante per la protezione dei dati. Ma il meccanismo che venne straordinariamente introdotto quella volta, non gli permise di conquistare quel posto. «Perché nel 2020 il Pd ha scelto Stanzione come commissario e poi Garante della privacy? Per competenza, per appartenenza, per le pubblicazioni? Niente di tutto ciò. Venne scelto per anzianità», scrive Costa su X. «I commissari privacy vengono eletti da Camera e Senato. Due eletti dal centrodestra, due dal centrosinistra. Tra di loro si elegge il presidente. A parità di voti vince il più anziano. Siccome La Russa non nascose il desiderio di fare il Garante, il Pd corse ai ripari per impedirglielo. Come? Scorrendo l’elenco dei candidati, non alla voce “cv”, ma alla voce “data di nascita”». Nome dopo nome, l’attenzione dei dem si fermò sulla domanda di “Stanzione Pasquale, nato il 3 luglio 1945”, due anni in più di La Russa. A quel punto Stanzione diventò il candidato anziano del Pd». Peraltro entrambi nati in luglio, ma per La Russa la corsa si interruppe lì. «Ecco la genesi di Stanzione presidente a cura delle menti sopraffine della sinistra», commenta Costa. «Magari era pure bravo ma non era quella la priorità in quel momento. La priorità era non far vincere La Russa. Fu scelto da loro e votato da loro. Il M5s aveva scelto Guido Scorza. La Lega Ginevra Cerrina Feroni. E Fratelli d’Italia Agostino Ghiglia. Ricordo questa storiella a chi parla di asservimento del Garante alla politica, ma dimentica qualche dettaglio. E la ricordo a quei dem che oggi fanno gli indignati. Fanno finta di nulla e fischiettano come i passanti».
Giovedì, infatti, la Procura di Roma ha ordinato la perquisizione della sede romana del Garante della privacy, e delle case a Roma, Torino, Firenze e Salerno dei quattro membri del collegio direttivo, incluso il presidente Stanzione, tutti indagati. Nelle accuse si legge di una gestione «abbastanza disinvolta» delle spese pubbliche e viene riportata una serie di episodi in cui i membri del collegio avrebbero usato in modo improprio fondi a cui avevano accesso. Inoltre, i membri del collegio si sarebbero fatti influenzare nelle loro decisioni in cambio di favori o denaro: i reati ipotizzati sono peculato e corruzione. La Procura dice che, dal 2021 al 2024, le spese per il collegio direttivo sono aumentate del 46 per cento. L’eccedenza sarebbe riconducibile «a rimborsi per viaggi, voli aerei in business, soggiorni in hotel di lusso, cene, servizi di lavanderia, fitness e cura della persona». Tra le accuse a Stanzione c’è anche quella di aver comprato carne per oltre 6.000 euro in una famosa macelleria e di essersi fatto rimborsare le spese dell’affitto della sua casa a Roma per 3.700 euro al mese, quando l’affitto era di 2.900 euro. Ieri, in serata, Scorza, membro del collegio del Garante (accusato di per peculato e corruzione), si è dimesso. Ma il Pd continua a fischiettare.
Continua a leggereRiduci
Matteo Renzi (Ansa)
È una chiamata alle armi, nel senso di turibolo da sacrestia. È un segnale di fumo a Ernesto Maria Ruffini e al suo «Più Uno», l’ammucchiata cattodem che si sta strutturando. Ma soprattutto è un siluro al Nazareno a trazione Elly Schlein e al campo largo, che Renzi boccia senza pudore dopo aver tentato in tutti i modi di entrarci come stampella morotea. A un anno abbondante dalle elezioni i movimenti politici pseudo-centristi hanno l’urgenza di definire un perimetro che somiglia al lodo Garofani, a quell’uscita natalizia del consigliere per la Difesa del Quirinale nella quale veniva auspicato «un provvidenziale scossone» per sconfiggere il centrodestra, con la chiosa: «Basterebbe una grande lista civica nazionale». Sotto il prestigioso cappello, ça va sans dire, del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la più margheritosa delle margherite.
È l’obiettivo dell’ex Gabelliere dell’Agenzia delle entrate. È il punto di approdo di «Comunità riformista» e dei ramoscelli sparsi dell’Ulivo prodiano. Adesso anche di Renzi, che sogna di diventarne il leader, o meglio il federatore. Ecco perché aggiunge: «Non vogliamo che questa casa riformista dia le chiavi di casa solo a qualcuno. Ma c’è un punto, chi entra non sta alla finestra e chi viene, viene a dare una mano. Questa è casa riformista, che fa vincere o perdere le elezioni, che decide se al Quirinale ci va una persona normale o no». Per normali, con un accenno di razzismo politico, intende coloro che piacciono a lui.
Francesco Saverio Garofani non può che stappare un’altra bottiglia. Quella che il nostro giornale anticipò e venne definita «un ridicolo sconfinamento» dal Colle, in realtà era una profezia. E il senatore di Scandicci - primo elettore di Mattarella da premier nel 2015 e sponsor del consigliere profeta nella sua avventura piddina - intende avverarla chiamando in causa soprattutto sindaci e riformisti del Pd, i più critici della gestione Schlein appiattita sul M5s e sulla Cgil estremista di Maurizio Landini. Gli fanno comodo. E infatti conclude: «Da soli non bastiamo, allargare le porte è indispensabile. Iv ha questo compito, dare una grande mano perché c’è un governo che sta impoverendo l'Italia. E l’opposizione deve smetterla di piangersi addosso, deve fare opposizione sui contenuti. Anche perché non va sottovalutato l’effetto Vannacci, che a destra porterà via il 3%».
Renzi spera di coalizzare il centrosinistra rosè, quello della «provvidenza» mattarelliana che va da Paolo Gentiloni ad Andrea Riccardi con tutto il Sant’Egidio; dal cardinal Matteo Zuppi ai gesuiti vaticani; da Dario Franceschini (anche se ha da poco varato il Correntone guardando a sinistra) a Graziano Delrio; dagli amici di Base riformista messi in un angolo nel Pd ai possibili esodati dalla segretaria che ha in mano le prossime liste elettorali. Al Nazareno è infatti in atto una guerriglia sotterranea per la deroga al tetto delle tre legislature, come da statuto. Riguarda 37 big. C’è chi la otterrà facilmente (gli ex ministri e gli ex capogruppo), chi con qualche escamotage (la durata temporale dei mandati, compresi i festivi), ma i peones rischiano grosso e la forbice è nelle mani della segretaria.
I riformisti si sentono nel mirino dopo che il presidente del partito, Stefano Bonaccini, li ha definiti «socialdemocratici da salotto». Un mese fa erano tutti alla convention di Siena guidati da ex sindaci che fanno il pieno di voti come Antonio Decaro e Giorgio Gori. Fra loro, numeri uno dell’epoca renziana come Lorenzo Guerini, Simona Malpezzi, Filippo Sensi, Marco Nannicini, oggi defilati. Non per niente ieri ad applaudire l’ex premier c’era il Vanity borgomastro di Milano, Beppe Sala. Quando l’ha visto, Renzi si è lanciato in un’invettiva contro il Pd milanese, che qualche giorno fa (parole del segretario Alessandro Capelli) aveva auspicato una discontinuità per lanciare la candidatura di Pierfrancesco Majorino. «A Milano vinciamo da 15 anni, la discontinuità è se perdiamo», ha tuonato Renzi. «I dem milanesi hanno commesso un errore da dilettanti perché la discontinuità ha un nome e un cognome: Matteo Salvini».
Garofani del Colle, cattodem, riformisti e sindaci: la scacchiera del leader di Iv al servizio del centrosinistra è quasi completa. A lui piacerebbe dare un attico con vista sulla torre di Babele anche a Forza Italia. Blandisce e strizza l’occhio invano. Per ora siamo alla risposta di Piersilvio Berlusconi: «Renzi è privo di credibilità politica». Margherita 4.0, nuova casa riformista. Il Metternich di Rignano si atteggia a gran visir ma su di lui aleggia pur sempre il giudizio del suo ex alleato naturale, Carlo Calenda: «La sua è la meravigliosa politica del ‘ndo cojo cojo».
Continua a leggereRiduci
Gerry Cardinale (Getty Images)
Dopo circa 3 anni e mezzo infatti la telenovelas del vendor loan da 489 milioni, il prestito del venditore all’acquirente, per il trasferimento del club dal fondo Elliott a RedBird, ha le ore contate. Da tempo Gerry Cardinale (fondatore di RedBird) è a caccia un soggetto finanziario disposto ripagare il fido che intanto, con gli interessi, è arrivato a quota 566 milioni, e secondo diversi fonti sarebbe prossimo ad arrivare a dama.
Chi ci sia dietro l’operazione al momento non è certo. Il nome più accreditato, per la prima volta è apparso sul sito Calcio e Finanza, è quello di Manulife Comvest, gruppo che fornisce finanziamenti a società private per accompagnarle nei processi di crescita e ristrutturazione. Il suo focus è il mercato nordamericano di fascia media e come rivelato dalla Verità ha già un piede nel Milan avendo preso garanzie su Redbird in virtù di un finanziamento che fa capo alla Ccp Agency (gruppo Manulife Comvest) ed ha come debitori la Rb Fc Holdings Fund IV Intermediate e la scatola che nell’albero di controllo del Milan le sta appena sopra, la RedBird Capital Partners Fund IV GenPar.
L’altro nome che è circolato è ben più noto alle cronache calcistiche e finanziarie. Parliamo di Apollo Sports Capital che ha già la maggioranza dell’Atletico Madrid oltre ad aver chiuso diversi investimenti nel mondo del tennis. In questo caso si tratterebbe di un mero rifinanziamento.
Di certo se l’operazione dovesse andare in porto, a cascata ci saranno ripercussioni anche sull’assetto societario del club. Probabile la convocazione di un cda per informare i consiglieri della nuova situazione finanziaria e del rilascio del pegno che Sheva Investments Limited (la società delle Cayman attraverso la quale Elliott ha prestato i 489 milioni a RedBird) vanta sul Milan.
La gestione ne guadagnerebbe in chiarezza. Non si sono mai dissipati infatti i dubbi su una sorta di doppia regia, spesso in scontro, su tutte le decisioni prese dal board. A questo proposito sta per concludersi l’indagine della Procura di Milano per ostacolo alla vigilanza a seguito della passaggio del Milan tra i due fondi. E ovviamente cambierebbero alcuni nomi.
Molto probabilmente i primi ad uscire sarebbero Dominic Mitchell e Gordon Singer che sono stati indicati direttamente da Elliott e al loro posto subentrerebbero altre figure di riferimento del rifinanziatore.
Così come dei ragionamenti andrebbero fatti rispetto all’attuale amministratore delegato, Giorgio Furlani, e al direttore finanziario, Stefano Cocirio, anche loro provenienti da Elliott. Cocirio si salva grazie ai risultati, non tutti ovviamente ascrivibili all’attuale cfo. Sta di fatto il Milan dopo la gestione turbolenta dell’ultimo periodo Berlusconi e quella dissennata di Yonghong Li, ha inanellato una serie utili (profitti per tre anni di seguito) e ha chiuso l’ultimo bilancio con il record di ricavi, a quota 494,5 milioni. Per Furlani la questione è diversa.
La sua gestione è stata spesso criticata, in primis dai tifosi, e i dissidi con Zlatan Ibrahimović (il consulente diretto di Gerry Cardinale mai entrato formalmente nell’organico del Milan) sono apparsi in alcune occasioni plateali. In passato si era parlato di Damien Comolli, l’ex Tolosa che poi si è accasato alla Juventus, per prendere il suo posto. E adesso il nome caldo è quello di Massimo Calvelli, l’ex ad dell’Atp (Association of Tennis Professionals) che nel giugno del 2025 ha lasciato il ruolo che ricopriva con successo dal 2020 per approdare in casa RedBird.
Il passaggio, a novembre, nel consiglio di amministrazione del Milan è stato quasi naturale, così come potrebbe essere altrettanto naturale la scalata verso la gestione della società. L’ingresso di Calvelli (fiorentino ex tennista e finalista nel 1990 del torneo Avvenire a Milano) rappresenta un passo importante nella strategia di RedBird, orientata a consolidare il legame tra la dimensione sportiva e quella economica del club.
«Con la cessione di San Siro all’orizzonte e la costruzione di nuove sinergie commerciali», si leggeva nel comunicato di presentazione del club, «il Milan punta a rafforzare la propria governance con figure di comprovata esperienza internazionale. L’era RedBird continua a evolversi, e il Milan sembra pronto a scrivere un nuovo capitolo nel suo percorso di crescita, tra tradizione italiana e visione globale». Sapremo a breve se con una nuova figura sulla tolda di comando.
Continua a leggereRiduci