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2021-08-19
Profughi, il rebus Ue. Solo la nostra sinistra vuole le porte aperte
(Marcus Yam / Los Angeles Times/Getty Images)
È un duro commento del Wall Street Journal a squarciare il velo dell'ipocrisia: «L'Amministrazione Biden preferirebbe che nessuno se ne accorgesse, ma l'evacuazione da Kabul […] ha ancora una lunga strada da percorrere». Infatti, all'aeroporto della capitale, ci sono ancora caos, scontri e sparatorie: e di nuovo secondo il Wsj, i Talebani starebbero anche bloccando alcune delle strade d'accesso, mentre il britannico Guardian riporta notizie su frustate e pestaggi contro donne e bambini sempre per impedire l'arrivo all'aeroporto. Anche la cronista della Cnn Clarissa Ward, sul posto, conferma: i Talebani sparano per disperdere la folla. Né può tuttora essere escluso il rischio che qualcuno resti ostaggio a Kabul: il che renderebbe il disastro simile alla crisi degli ostaggi in Iran che affossò la presidenza di Jimmy Carter, più ancora che alla già ampiamente citata sconfitta Usa in Vietnam. Eppure, come se il problema dell'evacuazione fosse risolto, la sinistra italiana già si lancia in proclami di accoglienza. Come La Verità ha scritto da subito, qui siamo davanti a profughi veri, e dunque meritevoli di ogni aiuto. Ma occorrerebbe procedere con cautela: sia per il rischio di infiltrazioni terroristiche (ammesso dagli stessi Luciana Lamorgese e Mario Draghi) sia perché l'Italia, su tutt'altro versante, deve fare i conti, da gennaio a oggi, già con 35.000 migranti sbarcati sulle nostre coste. Dunque, sarebbe il caso di sollecitare gli altri Paesi Ue a fare la loro parte e a incalzare anche i paesi islamici geograficamente più vicini all'Afghanistan. Ma torniamo all'aeroporto di Kabul, dove la situazione resta pesantissima. Solo per citare gli americani, risultano evacuate appena 1100 persone, mentre un numero compreso tra 10 e 15.000 statunitensi sarebbe ancora in Afghanistan. E poi, oltre a tutti gli altri occidentali, ci sono migliaia di afghani che si accalcano sia per partire sia per la concreta paura di essere identificati dai Talebani come amici delle missioni Nato. Risultato? Nel caos (secondo un portavoce del ministero degli Esteri tedesco, solo ieri ci sarebbero stati 17 feriti), molti aerei partono vuoti: un aereo australiano che poteva ospitare più di 120 passeggeri ne ha caricati appena 26, mentre un aereo olandese è partito vuoto. Quanto all'Italia, un C130 è partito per Fiumicino con 85 persone a bordo, mentre sono attesi altri due voli con 150 persone. Ammesso che l'evacuazione aerea riesca (il console italiano Tommaso Claudi ha riferito di «aver assistito a scene drammatiche»), scatta la seconda questione: quella dell'esodo biblico dei profughi via terra. Fare stime è impossibile: ma è improbabile che i numeri siano inferiori al milione di persone. Secondo un sondaggio realizzato in Germania, oltre il 62% dei tedeschi teme un'ondata come quella che fu generata a suo tempo dalla guerra in Siria: in quel 62% ci sono i tre quarti degli elettori Cdu-Csu, non certo un buon viatico per il voto politico di settembre. In Uk, intanto, si è avuto ieri un teso dibattito a Westminster (mentre in Italia bisognerà inspiegabilmente attendere fino al 24 agosto e solo per assistere a un'audizione del governo in Commissione). Occhio a come verranno riferite in Italia le notizie da Londra: è vero che il piano di Boris Johnson prevede l'accoglienza fino a 20.000 profughi, ma - si badi bene - nel lungo termine. Per quest'anno la disponibilità britannica è ad accogliere non più di 5.000 persone. Sarà bene che ne prendano nota Pd e M5S, che sembrano dimenticare come da gennaio ad oggi sulle nostre coste sia già sbarcato un numero di persone 7 volte superiore. Nella sua intervista dell'altra sera al Tg1, Mario Draghi è rimasto sul vago, accennando a un colloquio con Angela Merkel per «iniziare a tratteggiare le linee fondamentali della cooperazione a livello europeo». Dopo di che Draghi non si è nascosto il tema della sicurezza («Dovremo prevenire infiltrazioni terroristiche»). Tutto consiglierebbe massima cautela. E invece, guidato da Enrico Letta, il Pd sembra soprattutto preoccupato di polemizzare con Matteo Salvini, che ieri ha ribadito: «Corridoi umanitari per donne e bambini in pericolo, certamente sì. Porte aperte per migliaia di uomini tra cui potenziali terroristi, assolutamente no». Già l'altro ieri si era mosso il grosso dei sindaci dem, nell'Anci, a cui si erano aggiunte dichiarazioni di Giuseppe Sala e della grillina Virginia Raggi, immediatamente mobilitati per accogliere prim'ancora che il quadro sia minimamente chiarito. E ieri Letta ha insistito, tra propaganda e retorica: «Raccolta fondi per le ong che rimangono a Kabul, iniziative per l'accoglienza dei rifugiati, gemellaggi, mobilitazione a sostegno delle donne afghane». E l'Ue? Dopo la scenografica videoriunione convocata l'altro ieri da Josep Borrell (con la partecipazione di Luigi Di Maio, reduce dalle spiagge pugliesi), l'Europa resta ferma al minimo sindacale: voli coordinati per l'evacuazione, più un vaghissimo impegno al «dialogo» con i Talebani sui profughi. Ma allo stato non si hanno notizia delle due cose decisive: né di trattative con i Paesi islamici prossimi all'Afghanistan affinché ospitino i migranti evitando che tutto il peso ricada sui 27 dell'Ue (per quanto ieri la commissaria Ylva Johansson abbia riconosciuto il problema: «Non dobbiamo aspettare che le persone arrivino alle frontiere esterne dell'Ue, dovremmo lavorare a stretto contatto con i paesi della regione»), né dell'eventuale blocco dei finanziamenti europei (1,2 miliardi di euro!) stanziati per Kabul per il quadriennio 2021-2025. Daremo pure soldi al regime (che tra l'altro non ne ha alcun bisogno) con la dicitura «aiuti allo sviluppo»?
Senza radici cristiane franano i valori della civiltà
Un proverbio arabo ammonisce: «Quando devi dire la verità, tieni pronto un cavallo e preparati a scappare». Perché la verità, quasi sempre, è scomoda, fa male e brucia, e per questo è intollerabile per la menzogna, che da sempre la fa da padrona nel mondo del «politicamente corretto». In questi giorni viviamo il dramma afgano, l'enormità di quella sofferenza non può lasciarci indifferenti e, in certo qual modo, tutti ci sentiamo almeno un po' colpevoli. Uomini, donne e bambini trattati come bestie, anzi - soprattutto per il nostro mondo occidentale, votato alla religione animalista - trattati peggio di qualsiasi altra creatura vivente. Vite che non contano nulla, vittime di barbare ideologie e criminali figuri che la real politik ipocritamente condanna, mentre concretamente sostiene, finanzia, foraggia con soldi e armi. Ascoltando le tante dichiarazioni che si susseguono in queste ore, ho però sentito affermazioni che poco hanno a che fare con il coraggio della verità, di quella verità storica che a nessuno è lecito manipolare a piacimento, adattandola al proprio pensiero. Riferendosi al dramma della violazione dei diritti umani e in particolare della condizione femminile, abbiamo sentito tutti dire che si prospetta un «ritorno al medioevo», che siamo stati capaci di occupare un territorio ma non di educare un popolo ai valori dell'Occidente, che abbiamo perso la battaglia dei valori umani, ancora prima che quella militare. Ma è proprio questa la verità? O si tratta semplicemente di una copertura, tanto superficiale quanto utile, per nascondere il vero problema: quei principi e valori, di cui tanto ci vantiamo come fossero prodotti della modernità - dignità assoluta e rispetto di ogni persona, difesa e rispetto della vita, soprattutto se debole e indifesa, uguaglianza di valore per tutte le persone, pari dignità uomo e donna, condanna di ogni violenza, frode e menzogna - questi valori sono il portato sociale di una rivoluzione dei cuori e delle menti che si chiama Cristianesimo. Duemila anni fa, quando la schiavitù imperava; quando uccidere un servo della gleba aveva lo stesso valore che schiacciare uno scarafaggio; quando la società era rigidamente stratificata fra chi possedeva diritti e chi godeva dell'unico «diritto» di essere sfruttato, venne un Uomo che proclamò un'assurdità inconcepibile: la dignità dell'Imperatore era assolutamente identica a quella dell'ultimo schiavo accecato nelle miniere di zolfo della Sicilia. È il Cristianesimo che ha fecondato l'Occidente e il mondo intero. La radice di tutti i valori umani e di tutti i diritti umani ad essi connessi è inequivocabilmente cresciuta nella terra fertile della rivelazione cristiana. Ma accade che oggi abbiamo rinnegato quasi tutto e, soprattutto, abbiamo rinnegato il fondamento che sostiene tutti questi principi e valori. Abbiamo rinnegato Cristo e stiamo cadendo nell'abisso della disperazione nichilista. Non esiste una Verità, ognuno è padrone di costruirsi una «sua» verità; la vita è come una patente a punti, più sei disabile, debole, inefficiente meno vali e così uccidiamo con il «diritto all'aborto» e all'eutanasia; l'autodeterminazione è il nuovo dogma che cancella ogni altro principio, fino all'assurdo di cancellare la propria identità sessuale. L'intero fardello dei nostri diritti umani è diventato uno stagno di acqua putrida, dal momento che abbiamo chiuso la sorgente di acqua viva che lo alimenta. Diceva Pascal che per valutare bene un vestito devi appenderlo a un chiodo: se strappi il chiodo, quell'abito accartocciato cadrà nella polvere e nessuno lo vorrà comprare. Come possiamo convincere ed educare altri, se in pratica noi per primi non ci crediamo? Come essere credibili in Afghanistan mentre s'intessono amichevoli rapporti cultural-economici con Stati come l'Arabia Saudita, lo Yemen, la Cina (l'elenco purtroppo è lungo) dove quei diritti che dichiariamo di difendere sono violati quotidianamente, alla luce del sole? Con l'apostasia del Cristianesimo - rinnegato addirittura sul piano storico, estromettendolo dalla stessa Costituzione europea - ci siamo scavati la fossa sotto i piedi: se non è vero che la vita è inviolabile sempre e che ogni persona ha pari dignità, uomo e donna che sia, perché mai un talebano non avrebbe il diritto di uccidere un infedele o di annullare le donne nel burka? Se il riferimento ad una Verità oggettiva che sta fuori dell'uomo, che si è resa conoscibile all'uomo attraverso un Uomo che l'ha rivelata e che lo guida al ben agire è negata, diventando l'uomo stesso fonte ed autore della verità, possiamo e dobbiamo aspettarci ogni tipo di annichilimento dell'umano. Come disse Benedetto XVI, la «dittatura del relativismo» sta portando l'uomo sul ciglio del baratro dell'abisso… ora salto rapidamente in sella perché il «politicamente corretto» inizierà a sparare!
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Enrico Letta rilancia l'accoglienza no limits e le raccolte fondi pro Ong. Ma l'Italia è stremata dall'arrivo in otto mesi di 35.000 migranti. Agli occhi del resto del mondo, l'Europa non è più credibile perché ha barattato la sua storia con il relativismo etico e il nichilismo. Lo speciale contiene due articoli. È un duro commento del Wall Street Journal a squarciare il velo dell'ipocrisia: «L'Amministrazione Biden preferirebbe che nessuno se ne accorgesse, ma l'evacuazione da Kabul […] ha ancora una lunga strada da percorrere». Infatti, all'aeroporto della capitale, ci sono ancora caos, scontri e sparatorie: e di nuovo secondo il Wsj, i Talebani starebbero anche bloccando alcune delle strade d'accesso, mentre il britannico Guardian riporta notizie su frustate e pestaggi contro donne e bambini sempre per impedire l'arrivo all'aeroporto. Anche la cronista della Cnn Clarissa Ward, sul posto, conferma: i Talebani sparano per disperdere la folla. Né può tuttora essere escluso il rischio che qualcuno resti ostaggio a Kabul: il che renderebbe il disastro simile alla crisi degli ostaggi in Iran che affossò la presidenza di Jimmy Carter, più ancora che alla già ampiamente citata sconfitta Usa in Vietnam. Eppure, come se il problema dell'evacuazione fosse risolto, la sinistra italiana già si lancia in proclami di accoglienza. Come La Verità ha scritto da subito, qui siamo davanti a profughi veri, e dunque meritevoli di ogni aiuto. Ma occorrerebbe procedere con cautela: sia per il rischio di infiltrazioni terroristiche (ammesso dagli stessi Luciana Lamorgese e Mario Draghi) sia perché l'Italia, su tutt'altro versante, deve fare i conti, da gennaio a oggi, già con 35.000 migranti sbarcati sulle nostre coste. Dunque, sarebbe il caso di sollecitare gli altri Paesi Ue a fare la loro parte e a incalzare anche i paesi islamici geograficamente più vicini all'Afghanistan. Ma torniamo all'aeroporto di Kabul, dove la situazione resta pesantissima. Solo per citare gli americani, risultano evacuate appena 1100 persone, mentre un numero compreso tra 10 e 15.000 statunitensi sarebbe ancora in Afghanistan. E poi, oltre a tutti gli altri occidentali, ci sono migliaia di afghani che si accalcano sia per partire sia per la concreta paura di essere identificati dai Talebani come amici delle missioni Nato. Risultato? Nel caos (secondo un portavoce del ministero degli Esteri tedesco, solo ieri ci sarebbero stati 17 feriti), molti aerei partono vuoti: un aereo australiano che poteva ospitare più di 120 passeggeri ne ha caricati appena 26, mentre un aereo olandese è partito vuoto. Quanto all'Italia, un C130 è partito per Fiumicino con 85 persone a bordo, mentre sono attesi altri due voli con 150 persone. Ammesso che l'evacuazione aerea riesca (il console italiano Tommaso Claudi ha riferito di «aver assistito a scene drammatiche»), scatta la seconda questione: quella dell'esodo biblico dei profughi via terra. Fare stime è impossibile: ma è improbabile che i numeri siano inferiori al milione di persone. Secondo un sondaggio realizzato in Germania, oltre il 62% dei tedeschi teme un'ondata come quella che fu generata a suo tempo dalla guerra in Siria: in quel 62% ci sono i tre quarti degli elettori Cdu-Csu, non certo un buon viatico per il voto politico di settembre. In Uk, intanto, si è avuto ieri un teso dibattito a Westminster (mentre in Italia bisognerà inspiegabilmente attendere fino al 24 agosto e solo per assistere a un'audizione del governo in Commissione). Occhio a come verranno riferite in Italia le notizie da Londra: è vero che il piano di Boris Johnson prevede l'accoglienza fino a 20.000 profughi, ma - si badi bene - nel lungo termine. Per quest'anno la disponibilità britannica è ad accogliere non più di 5.000 persone. Sarà bene che ne prendano nota Pd e M5S, che sembrano dimenticare come da gennaio ad oggi sulle nostre coste sia già sbarcato un numero di persone 7 volte superiore. Nella sua intervista dell'altra sera al Tg1, Mario Draghi è rimasto sul vago, accennando a un colloquio con Angela Merkel per «iniziare a tratteggiare le linee fondamentali della cooperazione a livello europeo». Dopo di che Draghi non si è nascosto il tema della sicurezza («Dovremo prevenire infiltrazioni terroristiche»). Tutto consiglierebbe massima cautela. E invece, guidato da Enrico Letta, il Pd sembra soprattutto preoccupato di polemizzare con Matteo Salvini, che ieri ha ribadito: «Corridoi umanitari per donne e bambini in pericolo, certamente sì. Porte aperte per migliaia di uomini tra cui potenziali terroristi, assolutamente no». Già l'altro ieri si era mosso il grosso dei sindaci dem, nell'Anci, a cui si erano aggiunte dichiarazioni di Giuseppe Sala e della grillina Virginia Raggi, immediatamente mobilitati per accogliere prim'ancora che il quadro sia minimamente chiarito. E ieri Letta ha insistito, tra propaganda e retorica: «Raccolta fondi per le ong che rimangono a Kabul, iniziative per l'accoglienza dei rifugiati, gemellaggi, mobilitazione a sostegno delle donne afghane». E l'Ue? Dopo la scenografica videoriunione convocata l'altro ieri da Josep Borrell (con la partecipazione di Luigi Di Maio, reduce dalle spiagge pugliesi), l'Europa resta ferma al minimo sindacale: voli coordinati per l'evacuazione, più un vaghissimo impegno al «dialogo» con i Talebani sui profughi. Ma allo stato non si hanno notizia delle due cose decisive: né di trattative con i Paesi islamici prossimi all'Afghanistan affinché ospitino i migranti evitando che tutto il peso ricada sui 27 dell'Ue (per quanto ieri la commissaria Ylva Johansson abbia riconosciuto il problema: «Non dobbiamo aspettare che le persone arrivino alle frontiere esterne dell'Ue, dovremmo lavorare a stretto contatto con i paesi della regione»), né dell'eventuale blocco dei finanziamenti europei (1,2 miliardi di euro!) stanziati per Kabul per il quadriennio 2021-2025. Daremo pure soldi al regime (che tra l'altro non ne ha alcun bisogno) con la dicitura «aiuti allo sviluppo»? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/profughi-il-rebus-ue-solo-la-nostra-sinistra-vuole-le-porte-aperte-2654711682.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="senza-radici-cristiane-franano-i-valori-della-civilta" data-post-id="2654711682" data-published-at="1629314993" data-use-pagination="False"> Senza radici cristiane franano i valori della civiltà Un proverbio arabo ammonisce: «Quando devi dire la verità, tieni pronto un cavallo e preparati a scappare». Perché la verità, quasi sempre, è scomoda, fa male e brucia, e per questo è intollerabile per la menzogna, che da sempre la fa da padrona nel mondo del «politicamente corretto». In questi giorni viviamo il dramma afgano, l'enormità di quella sofferenza non può lasciarci indifferenti e, in certo qual modo, tutti ci sentiamo almeno un po' colpevoli. Uomini, donne e bambini trattati come bestie, anzi - soprattutto per il nostro mondo occidentale, votato alla religione animalista - trattati peggio di qualsiasi altra creatura vivente. Vite che non contano nulla, vittime di barbare ideologie e criminali figuri che la real politik ipocritamente condanna, mentre concretamente sostiene, finanzia, foraggia con soldi e armi. Ascoltando le tante dichiarazioni che si susseguono in queste ore, ho però sentito affermazioni che poco hanno a che fare con il coraggio della verità, di quella verità storica che a nessuno è lecito manipolare a piacimento, adattandola al proprio pensiero. Riferendosi al dramma della violazione dei diritti umani e in particolare della condizione femminile, abbiamo sentito tutti dire che si prospetta un «ritorno al medioevo», che siamo stati capaci di occupare un territorio ma non di educare un popolo ai valori dell'Occidente, che abbiamo perso la battaglia dei valori umani, ancora prima che quella militare. Ma è proprio questa la verità? O si tratta semplicemente di una copertura, tanto superficiale quanto utile, per nascondere il vero problema: quei principi e valori, di cui tanto ci vantiamo come fossero prodotti della modernità - dignità assoluta e rispetto di ogni persona, difesa e rispetto della vita, soprattutto se debole e indifesa, uguaglianza di valore per tutte le persone, pari dignità uomo e donna, condanna di ogni violenza, frode e menzogna - questi valori sono il portato sociale di una rivoluzione dei cuori e delle menti che si chiama Cristianesimo. Duemila anni fa, quando la schiavitù imperava; quando uccidere un servo della gleba aveva lo stesso valore che schiacciare uno scarafaggio; quando la società era rigidamente stratificata fra chi possedeva diritti e chi godeva dell'unico «diritto» di essere sfruttato, venne un Uomo che proclamò un'assurdità inconcepibile: la dignità dell'Imperatore era assolutamente identica a quella dell'ultimo schiavo accecato nelle miniere di zolfo della Sicilia. È il Cristianesimo che ha fecondato l'Occidente e il mondo intero. La radice di tutti i valori umani e di tutti i diritti umani ad essi connessi è inequivocabilmente cresciuta nella terra fertile della rivelazione cristiana. Ma accade che oggi abbiamo rinnegato quasi tutto e, soprattutto, abbiamo rinnegato il fondamento che sostiene tutti questi principi e valori. Abbiamo rinnegato Cristo e stiamo cadendo nell'abisso della disperazione nichilista. Non esiste una Verità, ognuno è padrone di costruirsi una «sua» verità; la vita è come una patente a punti, più sei disabile, debole, inefficiente meno vali e così uccidiamo con il «diritto all'aborto» e all'eutanasia; l'autodeterminazione è il nuovo dogma che cancella ogni altro principio, fino all'assurdo di cancellare la propria identità sessuale. L'intero fardello dei nostri diritti umani è diventato uno stagno di acqua putrida, dal momento che abbiamo chiuso la sorgente di acqua viva che lo alimenta. Diceva Pascal che per valutare bene un vestito devi appenderlo a un chiodo: se strappi il chiodo, quell'abito accartocciato cadrà nella polvere e nessuno lo vorrà comprare. Come possiamo convincere ed educare altri, se in pratica noi per primi non ci crediamo? Come essere credibili in Afghanistan mentre s'intessono amichevoli rapporti cultural-economici con Stati come l'Arabia Saudita, lo Yemen, la Cina (l'elenco purtroppo è lungo) dove quei diritti che dichiariamo di difendere sono violati quotidianamente, alla luce del sole? Con l'apostasia del Cristianesimo - rinnegato addirittura sul piano storico, estromettendolo dalla stessa Costituzione europea - ci siamo scavati la fossa sotto i piedi: se non è vero che la vita è inviolabile sempre e che ogni persona ha pari dignità, uomo e donna che sia, perché mai un talebano non avrebbe il diritto di uccidere un infedele o di annullare le donne nel burka? Se il riferimento ad una Verità oggettiva che sta fuori dell'uomo, che si è resa conoscibile all'uomo attraverso un Uomo che l'ha rivelata e che lo guida al ben agire è negata, diventando l'uomo stesso fonte ed autore della verità, possiamo e dobbiamo aspettarci ogni tipo di annichilimento dell'umano. Come disse Benedetto XVI, la «dittatura del relativismo» sta portando l'uomo sul ciglio del baratro dell'abisso… ora salto rapidamente in sella perché il «politicamente corretto» inizierà a sparare!
La coalizione dei volenterosi a Parigi il 6 gennaio 2026 (Ansa)
Con l’Eliseo che, ancora prima dell’inizio del summit, si era già preso il merito di aver fatto «convergere l’Ucraina, l’Europa e l’America», il leader francese ha accolto oltre 30 capi di Stato e di governo, tra cui il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, il presidente del consiglio, Giorgia Meloni. E visto che l’obiettivo era cercare di finalizzare un accordo sulle garanzie di sicurezza, a prendere parte al vertice sono stati anche l’inviato speciale americano, Steve Witkoff, e il genero del presidente americano, Jared Kushner.
La dichiarazione finale rilasciata dalla Coalizione dei volenterosi al termine dei lavori conferma l’impegno a «un sistema di garanzie politicamente e giuridicamente vincolanti che saranno attivate una volta entrato in vigore il cessate il fuoco, in aggiunta agli accordi bilaterali di sicurezza e in conformità con i rispettivi ordinamenti giuridici e costituzionali». E si parla di cinque componenti: il monitoraggio del cessate il fuoco, il sostegno alle forze armate ucraine, la forza multinazionale, gli impegni per sostenere l’Ucraina in caso di una nuova aggressione russa e l’impegno a «una cooperazione di difesa a lungo termine con l’Ucraina». Riguardo al primo aspetto, è annunciata «la partecipazione a un meccanismo di monitoraggio e verifica del cessate il fuoco guidato dagli Stati Uniti». A tal proposito si prevede «un sistema di monitoraggio del cessate il fuoco continuo e affidabile, che includerà i contributi dei membri della Coalizione dei volenterosi». Tra l’altro la Coalizione sarà anche «rappresentata nella Commissione speciale» che verrà creata «per affrontare eventuali violazioni, attribuire le responsabilità e determinare i rimedi».
In merito al sostegno alle truppe ucraine, la Coalizione «ha concordato di continuare a fornire assistenza militare a lungo termine e armamenti» ai soldati ucraini «per garantirne una capacità sostenibile» visto che «rimarranno la prima linea di difesa e deterrenza». Questo sostegno include «pacchetti di difesa a lungo termine; sostegno al finanziamento per acquistare armi; continua cooperazione con l’Ucraina sul suo bilancio nazionale per finanziare le forze armate; accesso a depositi di difesa che possono fornire un rapido supporto aggiuntivo in caso di un futuro attacco armato; fornitura di supporto pratico e tecnico all’Ucraina nella costruzione di fortificazioni difensive».
Riguardo al cavallo di battaglia di Macron e Starmer, ovvero «la forza di multinazionale per l’Ucraina», nella dichiarazione finale si conferma la base volontaria. Si specifica infatti che sarà creata dai contributi dei Paesi «disponibili nell’ambito della Coalizione» per «sostenere la ricostruzione delle forze armate ucraine e la deterrenza». La Coalizione poi afferma: «È stata condotta una pianificazione militare coordinata per preparare misure di rassicurazione in aria, in mare e a terra e per la rigenerazione delle forze armate ucraine. Abbiamo confermato che queste misure di rassicurazione dovranno essere rigorosamente implementate su richiesta dell’Ucraina una volta ottenuta una credibile cessazione delle ostilità». Si annuncia anche che «questi elementi saranno guidati dall’Europa, con il coinvolgimento anche di membri non europei della Coalizione e il proposto
sostegno degli Stati Uniti».
Nella quarta componente, inerente agli «impegni vincolanti a sostegno dell’Ucraina in caso di un futuro attacco armato da parte della Russia al fine di ripristinare la pace», è stato concordato di «finalizzare gli impegni vincolanti che definiscano il nostro approccio per sostenere l’Ucraina e ripristinare la pace e la sicurezza in caso di un futuro attacco armato da parte della Russia. Tali impegni possono includere l’impiego di capacità militari, supporto logistico e di intelligence, iniziative diplomatiche e l’adozione di sanzioni aggiuntive». Infine, riguardo «all’impegno a una cooperazione di difesa a lungo termine con l’Ucraina», la dichiarazione annuncia: «Abbiamo concordato di continuare a sviluppare e approfondire una cooperazione reciprocamente vantaggiosa in materia di difesa con l’Ucraina, tra cui: addestramento, produzione congiunta industriale della difesa, anche con l’uso di strumenti europei pertinenti, e cooperazione in materia di intelligence».
Il testo si chiude con la decisione di «istituire una cellula di coordinamento tra gli Stati Uniti, l’Ucraina e la Coalizione presso il Quartier generale operativo della Coalizione a Parigi». A dire qualcosa in più a tal proposito è stato Macron durante la conferenza stampa: la cellula di coordinamento «integrerà pienamente tutte le forze armate interessate». Starmer ha poi annunciato che, dopo il cessate il fuoco, «il Regno Unito e la Francia creeranno degli hub militari in Ucraina per sostenere le necessità di difesa degli ucraini».
Per quanto riguarda la posizione italiana, non ci sono stati cambi di programma con il governo che ha ribadito la contrarietà all’invio delle truppe. Nella nota diffusa da Palazzo Chigi si legge: «Nel confermare il sostegno dell’Italia alla sicurezza dell’Ucraina, in coerenza con quanto sempre fatto, il Presidente Meloni ha ribadito alcuni punti fermi della posizione del Governo italiano sul tema delle garanzie, in particolare l’esclusione dell’impiego di truppe italiane sul terreno».
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Delcy Rodríguez, neo presidente ad interim del Venezuela (Getty Images)
Il presidente ad interim deve infatti bilanciare pressioni contrapposte: da un lato contenere i settori più intransigenti del chavismo rimasti fedeli a Maduro, dall’altro mantenere un canale aperto con Washington. «Diamo priorità al progresso verso relazioni internazionali equilibrate e rispettose tra Stati Uniti e Venezuela, basate sull’uguaglianza sovrana e sulla non ingerenza», ha affermato Rodríguez, segnando un cambio di tono evidente rispetto al passato. In un’intervista a Nbc, Donald Trump ha dichiarato che il segretario di Stato Marco Rubio intrattiene «un buon rapporto» con il presidente ad interim, sottolineando che il fatto che Rubio «parli fluentemente spagnolo» abbia facilitato i contatti. Il presidente ha lasciato intendere che una mancata collaborazione potrebbe riaprire lo scenario militare, pur precisando di non ritenere necessario un nuovo intervento armato.
Con una mossa a sorpresa il leader dell’opposizione venezuelana, María Corina Machado, ha annunciato l’intenzione di condividere il suo premio Nobel per la pace con Donald Trump, ringraziandolo per l’intervento militare in Venezuela. In un’intervista a Fox News, Machado ha lodato Trump per la destituzione di Maduro definendo l’azione di Washington «un passo enorme per l’umanità, per la libertà e per la dignità umana». Donald Trump ha escluso qualsiasi ipotesi di elezioni a breve termine. «Nei prossimi 30 giorni non si vota. Prima dobbiamo risanare il Paese. Non c’è modo che la gente possa andare alle urne», ha spiegato, ribadendo che il ritorno alla normalità istituzionale richiederà tempo. Secondo il consigliere Stephen Miller, il presidente ha incaricato Rubio «di guidare il processo di riforme economiche e politiche», sostenendo che gli Stati Uniti ritengono di avere «piena, completa e totale cooperazione» da parte del governo di Caracas.
Sul piano economico, Donald Trump ha evocato la possibilità di un ritorno massiccio delle compagnie petrolifere statunitensi in Venezuela entro 18 mesi, parlando di «un enorme investimento» che potrebbe essere recuperato attraverso ricavi o rimborsi federali. In questo senso l’amministrazione Trump incontrerà nei prossimi giorni le grandi aziende petrolifere americane per parlare dell’aumento della produzione di petrolio. Mentre a Washington si disegna il futuro, sul terreno venezuelano la tensione resta altissima. Un decreto che dichiara lo stato di emergenza ha avviato una vasta caccia ai presunti collaboratori dell’operazione statunitense che ha portato all’arresto di Maduro. Il clima repressivo ha coinvolto anche il mondo dell’informazione. Il Sindacato nazionale dei lavoratori della stampa ha denunciato il fermo di 14 giornalisti nelle ore successive all’operazione, poi rilasciati. Il giornalista italiano Stefano Pozzebon, collaboratore della Cnn, è stato invece bloccato all’aeroporto di Caracas ed espulso verso la Colombia, nonostante fosse residente nel Paese.
Sul piano militare, la cattura di Maduro ha rappresentato un duro colpo per i servizi segreti cubani, responsabili della sua sicurezza con circa 140 agenti cubani assegnati alla protezione del leader venezuelano. Durante l’assalto condotto dalle unità della Delta Force, almeno 32 cubani e 25 venezuelani sarebbero rimasti uccisi e sono decine i feriti. Le Nazioni Unite hanno espresso «profonda preoccupazione», avvertendo che l’intervento statunitense ha «minato un principio fondamentale del diritto internazionale». Da Ginevra, la portavoce dell’Alto Commissariato per i diritti umani ha ricordato che «gli Stati non devono minacciare né usare la forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di alcun Paese». In precedenza Marco Rubio aveva già affermato: «Non mi interessa cosa dice l’Onu», confermando una linea che rivendica la legittimità dell’azione e ridimensiona il ruolo dei consessi multilaterali.
Sul fronte giudiziario, il Dipartimento di Giustizia statunitense ha riscritto l’atto d’accusa contro Maduro, correggendo uno degli elementi più controversi. Senza ritirare le imputazioni per narcotraffico, è stata abbandonata la definizione del Cartel de los Soles come cartello strutturato. Al suo posto emerge la descrizione di un sistema diffuso di patronato e corruzione, una rete di complicità interne allo Stato. Una revisione sostanziale che attenua l’impianto più aggressivo, ma non riduce affatto il rischio per Nicolás Maduro di una condanna fino a 70 anni di carcere. A questo proposito il procuratore generale del Venezuela, Tarek William Saab, si è rivolto oggi all’Assemblea nazionale chiedendo al giudice statunitense che segue il procedimento contro Maduro, arrestato dagli Stati Uniti e trasferito a New York, di rispettare il diritto internazionale e l’immunità diplomatica del leader venezuelano. Infine, gli Stati Uniti valutano il sequestro di presunte riserve segrete di criptovalute venezuelane: secondo la giornalista Olga Nesterova sarebbero circa 600.000 bitcoin, accumulati aggirando le sanzioni. Un eventuale congelamento potrebbe bloccare fino al 3% dell’offerta globale di Bitcoin, riducendo la liquidità e spingendo i prezzi al rialzo.
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(Ansa)
Tanti colleghi di Alessandro Ambrosio hanno partecipato in divisa da ferroviere, con centinaia di persone presenti, al presidio in stazione a Bologna per ricordare il capotreno ucciso il 5 gennaio nel parcheggio dello scalo. Corone di fiori e commozione in piazza Medaglie d'oro, con foto e biglietti. Il gruppo ha raggiunto in corteo il luogo dove e' stato trovato morto il 34enne. Ad una recinzione, nei pressi, sono stati apposti un berretto e una cravatta da ferroviere.
Barack Obama e Angela Merkel (Getty Images)
La vicenda è descritta, con dovizia di fonti e particolari, in un libro appena uscito in Germania, scritto dal vicedirettore del settimanale Die Zeit, Holger Stark, con una trentennale esperienza di corrispondente dagli Usa.
Tutto parte da un’attività di intelligence del servizio segreto tedesco per l’estero (Bnd), che aveva scoperto che non tutte le chiamate in arrivo o in partenza dall’Air Force One erano criptate. E così, gli uomini dello spionaggio di Berlino si sono messi a origliare su una dozzina di frequenze, «non sempre tutte e non tutto il giorno, ma abbastanza sistematicamente da intercettare le comunicazioni del presidente degli Stati Uniti (e di altri funzionari governativi e militari Usa) in diverse occasioni», scrive Stark nel libro.
Il contenuto di quelle conversazioni è finito in una cartella segreta nella diretta disponibilità del presidente del Bnd e, secondo le fonti citate nel libro, è stato poi visibile a una ristretta cerchia di alti funzionari, prima di essere distrutto.
Il fatto ancora più rilevante è che - secondo fonti raccolte dal Washington Post - quella cartella sia stata a disposizione della Cancelliera Merkel. Nel 2014/2015 fu una commissione d’inchiesta sul Bnd a rendere nota l’esistenza di questa cartella, ma il Bnd era riuscito a tenere nascosto il segreto più importante: dentro c’erano le conversazioni di Obama dall’Air Force One. Uno scandalo di portata internazionale. Anche se le stesse fonti hanno precisato che non si sia trattato di un’operazione avente come obiettivo specifico il presidente Usa, quanto di «un’acquisizione accidentale».
La gravità di questa vicenda va inquadrata alla luce del fatto che stiamo parlando di un periodo in cui i rapporti transatlantici erano relativamente distesi e sereni, nulla di paragonabile alla tensione attuale. Lo scossone del Dieselgate era di là da venire, tuttavia Washington e Berlino si dedicavano già «attenzioni» riservate, non proprio abituali tra alleati. Fu la stessa Merkel, in una telefonata a Obama, a definire quelle pratiche «completamente inaccettabili».
Se questi sono i fatti - almeno quelli parzialmente ricostruiti da Stark - crediamo che sia agevole e non tacciabile di complottismo «unire alcuni puntini» e affermare che questa è l’ennesima tessera di un puzzle in cui gli Usa hanno sistematicamente mal tollerato e poi avversato la Ue a trazione tedesca. Considerata, senza mezzi termini, un produttore di squilibri macroeconomici nel mondo e verso gli Usa. Dopo alcuni interventi soft durante i due mandati di Obama, non possiamo dimenticare le parole di Peter Navarro, principale consigliere per il commercio e la politica industriale durante la prima presidenza di Donald Trump, che nel 2017 in un’intervista al Financial Times accusò la Germania di utilizzare un euro ampiamente sottovalutato come una sorta di «Deutsche Mark implicito», al fine di sfruttare partner commerciali come gli Usa e gli altri Paesi Ue.
Le critiche di Navarro si concentravano soprattutto sul saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, di cui il saldo commerciale costituisce la parte più rilevante. Tale saldo viene considerato eccessivo dal Fmi quando supera il 6% del Pil. Ebbene, la Germania dal 5% del 2005, è sempre stata ben oltre quel livello, con un massimo storico nel 2016 al 9 per cento. Solo la crisi energetica del 2022 ha causato una riduzione intorno al 4-5%, ma nel 2024 era di nuovo al 6% circa.
Un Paese la cui crescita dipende in misura così rilevante dal consumo degli altri Paesi, è un elemento di squilibrio nell’economia mondiale.
Non mancarono anche le critiche alla Germania per la dipendenza energetica dalla Russia, rafforzata dal progetto del gasdotto Nord Stream 2, descritto da Navarro come una minaccia alla sicurezza europea e americana, rendendo la Germania «prigioniera» della Russia.
L’elenco potrebbe continuare a lungo anche citando episodi sotto la presidenza di Joe Biden.
Il punto è che risultano oggi totalmente miopi le analisi e i commenti che scoprono l’acqua calda della rottura dell’ordine internazionale, avvenuta nel 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina o con le parole di J.D. Vance a Monaco o sabato scorso, con la cattura di Nicolás Maduro. I fatti dimostrano che, almeno dall’inizio degli anni Dieci, gli Usa abbiano guardato alla Ue come a un fattore di rischio geopolitico ed economico da correggere e contenere. I cui costi di smantellamento superano, per ora, il costo di quei rischi e di quegli squilibri. Da Berlino erano perfettamente consapevoli di questa postura e si sono organizzati di conseguenza, spiando gli Usa.
Le anime candide che sembrano appena svegliate da un lungo sonno, puntando oggi il dito contro l’amministrazione Trump, dovrebbero chiedersi dove abbiano passato gli ultimi 15 anni.
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