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2023-03-03
La Procura si concentra sulle mancate chiusure: «La zona rossa avrebbe evitato 4.000 morti»
Giuseppe Conte e Roberto Speranza (Ansa)
«Ci abbiamo impiegato tre anni, ma mi risulta che in tre anni non sia stata ancora iniziata una commissione parlamentare. Noi, in tre anni comunque abbiamo fatto un’inchiesta».
Con queste parole, il procuratore di Bergamo, Antonio Chiappani, ha voluto sintetizzare il «lavoro mastodontico» di indagini, audizioni, di analisi di documenti cartacei e informatici compiuto per ricostruire quanto accadde nella Bergamasca a partire dal 5 gennaio 2020.
L’inchiesta della Procura si è chiusa con 19 indagati. Epidemia colposa aggravata, omicidio colposo plurimo e rifiuto di atti d’ufficio sono i principali capi di imputazione. Molti i nomi «eccellenti», tra cui l’allora premier Giuseppe Conte (sotto accusa per epidemia colposa e omicidio colposo) e l’ex ministro della Salute, Roberto Speranza (epidemia colposa, omicidio colposo e rifiuto di atti d’ufficio. Nei loro confronti procederà il tribunale dei ministri.
Ma vediamo quali sono i reati contestati ai personaggi più di spicco di questa inchiesta, ovvero il presidente dell’Istituto superiore della sanità Silvio Brusaferro; l’allora capo della Protezione civile Angelo Borrelli; il presidente dell’Istituto superiore di sanità Franco Locatelli; il coordinatore del Comitato tecnico scientifico nella prima fase dell’emergenza, Agostino Miozzo; l’allora direttore scientifico dello Spallanzani, Giuseppe Ippolito; il riconfermato governatore della Regione Lombardia, Attilio Fontana; l’ex assessore al Welfare lombardo, Giulio Gallera. Per la mancata istituzione della zona rossa in Val Seriana, indagati per epidemia colposa e omicidio colposo sono Conte e Fontana, assieme a diversi membri del primo Cts. I componenti del Comitato tecnico scientifico, tra cui Brusaferro, Locatelli, Ippolito e Miozzo, non proposero l’«estensione delle misure previste per la c.d. “zona rossa” ai Comuni della Val Seriana, inclusi i comuni di Alzano Lombardo e Nembro», nonostante a quella data il comitato tecnico scientifico fosse a conoscenza del numero di casi (531) registrati sino a quel momento in Lombardia. Sono indagati per epidemia colposa e omicidio colposo i dirigenti delle aziende sanitarie di Bergamo e di Bergamo est. Per il mancato aggiornamento del piano pandemico, che vede tra gli indagati per omissione di atti di ufficio oltre all’ex segretario generale, Giuseppe Ruocco e all’attuale responsabile delle malattie infettive, Francesco Maraglino, anche l’ex Oms Ranieri Guerra, che a Bergamo è pure indagato per false informazioni ai pm, la Procura di Bergamo invierà gli atti a Roma.
Gli ex ministri della salute Roberto Speranza, Giulia Grillo e Beatrice Lorenzin sono indagati per l’omessa istituzione o rinnovo del comitato nazionale per la pandemia. Brusaferro, ieri, ha fatto diramare un comunicato nel quale dichiara che «non è nei poteri del presidente dell’Istituto adottare piani pandemici o dar seguito alla loro esecuzione», che la linea dell’Iss durante la pandemia «è stata improntata alla massima precauzione e al massimo rigore scientifico», e che non gli è stato notificato «alcun atto relativo all’inchiesta».
Certo, molti interrogativi rimangono. Su perché a Gallera e all’ex dg del Welfare lombardo, Luigi Cajazzo venga imputato di non aver dato «risposta ad una pandemia influenzale secondo le direttive del ministro della Salute del 2 ottobre 2006 nonché in violazione del Piano nazionale di preparazione e risposta per una pandemia influenzale del 9 febbraio 2006», quando sappiamo che non era stato attivato un piano nazionale pandemico, nonostante le sollecitazioni dell’Oms.
Il piano pandemico, se applicato, avrebbe probabilmente evitato i lockdown indiscriminati che poi seguirono. La colpa del governatore Fontana, secondo i pm, sarebbe stata di non aver chiuso abbastanza, di non aver applicato «misure di contenimento e gestione adeguate e proporzionate all’evolversi della situazione», provocando «la diffusione dell’epidemia» in Val Seriana con un «incremento stimato non inferiore al contagio di 4.148 persone, pari al numero di decessi in meno che si sarebbero verificati», se fosse stata la zona rossa «a partire dal 27 febbraio 2020».
«C’era la possibilità sia a livello regionale che a livello locale, di fare atti contingibili d’urgenza, cioè chiudere determinate zone», ha dichiarato ieri il procuratore Chiappani. Dal canto suo, il presidente lombardo Fontana, a Radio anch’io, ha tenuto a precisare che «quando si tratta di emergenza pandemica la competenza è esclusiva dello Stato, secondo la Costituzione, non secondo me. E poi se avessi emesso l’ordinanza, con chi l’avrei fatta eseguire? Non ho a disposizione né l’esercito né i carabinieri», ha detto, ricordando che durante la prima ondata della pandemia l’allora ministro Lamorgese «emise un provvedimento che diceva: guai a voi se volete sovrapporvi con iniziative sulle cosiddette zone rosse perché è competenza dello Stato». Così pure non si comprende come le indagini si siano concluse, senza che nessun primo cittadino risulti indagato anche se c’era un decreto del 23 febbraio 2020 sulle misure urgenti di contenimento del contagio nei comuni delle Regioni Lombardia e Veneto. Secondo il procuratore Chiappani, c’è stata una «insufficiente valutazione di rischio. Estendendo la zona rossa si sarebbero evitati più di 4.000 morti», ma sulla mancata zona rossa nella Val Seriana non è cosa scontata «la consapevolezza che poteva avere un sindaco che si fosse in una situazione di emergenza». Alla fine, chi pagherà per pandemia colposa?
Le virostar minimizzano sul piano: «Aggiornarlo sarebbe stato inutile»
Le audizioni alla Camera dei deputati avviate ieri per valutare le tre proposte di legge per l’istituzione della commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid hanno dato un primo assaggio di cosa sarebbe successo se oggi al governo non ci fosse la coalizione guidata da Giorgia Meloni, bensì quella che ha gestito la pandemia.
Gli esperti interpellati dalle opposizioni di Pd e Cinque stelle, a cominciare dall’ex primario dell’ospedale Sacco di Milano, Massimo Galli, si sono infatti affrettati a minimizzare il mancato aggiornamento del piano pandemico del 2006, oggetto della proposta di legge 446 presentata dai deputati di Fratelli d’Italia, con primo firmatario il viceministro delle Infrastrutture e dei trasporti Galeazzo Bignami. «È vero che mancava un piano pandemico - ha dichiarato Galli - ma se lo avessimo avuto prima della pandemia da Covid sarebbe stato contro l’influenza, che è cosa diversa dal Sars Cov 2. Il Sars Cov 2 è un fatto completamente nuovo - si è affrettato a dichiarare Galli - che quando ci è capitato tra capo e collo non poteva essere affrontato allo stesso modo di come potrebbe essere affrontato ora». Sulla presunta inutilità del piano si è soffermato anche l’epidemiologo del Cts, Donato Greco: «Il piano era contro l’influenza, che è cosa completamente diversa dal Sars Cov 2 - ha detto Greco - quindi a gennaio 2020 non è mancato il piano, sono mancati i 14 anni di inattività precedenti, è mancato il tessuto».
Concetto ribadito anche dal presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta: «L’aggiornamento è uno step, ma al di là dell’aggiornamento è mancata l’applicazione del piano pandemico».
A non lasciare appesa la questione dell’utilità del piano ci ha pensato Francesco Zambon, ex capo dei ricercatori dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) che scrissero un rapporto sulla gestione italiana della prima ondata, dimessosi due anni fa a causa del clima insostenibile che si era creato intorno a lui dopo la pubblicazione del report. «A dispetto di tutti coloro che hanno detto che il piano pandemico non sarebbe stato influente - ha affermato Zambon - sappiamo che non è vero: la commissione sulla gestione pandemica istituita dalla rivista Lancet ha chiarito una volta per tutte che i Paesi che lo avevano, soprattutto in Asia orientale, sono andati di gran lunga meglio di quelli che non lo avevano», anche perché, come ha specificato Giulio Valesini, giornalista di Report interpellato dai deputati della commissione Affari sociali della Camera, «serviva ad avviare la macchina per attivare le necessità primarie, a cominciare dalle mascherine».
Il lavoro della commissione Covid auspicabilmente non verterà soltanto sul mancato aggiornamento del piano, ma più in generale sulla gestione pandemica, come specificato nelle altre due proposte di legge presentate da Lega (Pdl 384) e Azione-Italia Viva (Pdl 459). «La commissione d’inchiesta - ha chiarito Galeazzo Bignami - dovrà occuparsi della verità dei fatti, non delle responsabilità penali. E per verità dei fatti noi intendiamo tutta la gestione della pandemia: piano pandemico ma anche mascherine, vaccini, contratti dei vaccini, green pass, terapie, tutto».
Qualcosa è già stato anticipato nel corso della seduta di ieri: «Il total lockdown non ha funzionato - ha dichiarato ad esempio Donato Greco - così come la chiusura delle scuole», e anche Matteo Bassetti, ordinario di malattie infettive all’università di Genova, ha ammesso che le chiusure totali non erano necessarie.
«Nella fase iniziale - ha detto Bassetti - è mancato un protocollo unico per i trattamenti, inoltre i medici non visitavano a casa e questo è stato un problema perché la malattia colpiva le persone a casa». Il medico del San Martino, che ha passato gli ultimi due anni in tv premendo insistentemente sulla vaccinazione di massa, ha temerariamente puntato il dito anche sulla campagna vaccinale italiana, a suo dire «influenzata dalla comunicazione dei mass media», sic.
A dispetto dei desiderata delle opposizioni, che di questa commissione forse farebbero volentieri a meno, gli esperti si sono tuttavia trovati concordi sulla necessità di istituirla.
«Sarebbe delittuoso farci trovare impreparati - ha ammonito Eugenia Tognotti, ordinaria di Storia della medicina e Scienze umane a Sassari, osservando però che «più che uno sforzo volenteroso di imparare da ciò che la pandemia ci ha insegnato, si nota una ricerca degli errori del passato».
Il timore di un regolamento di conti politici è dietro l’angolo ma, come ha supplicato Consuelo Locati, presidente dell’Associazione «Familiari delle vittime Covid-19», bisogna andare a fondo «per mantenere alta l’attenzione su una delle pagine più buie della nostra storia. Siamo stati abbandonati, vogliamo sapere cosa è successo e vogliamo delle risposte in tempi ragionevoli», che verosimilmente saranno i diciotto mesi proposti da Bignami: «La commissione non dovrà allungarsi fino a fine legislatura», ha detto il generale Pierpaolo Lunelli, e anche Ugo Cappellacci, presidente della commissione Affari sociali, ha confermato che i tempi rapidi sono auspicabili, «come hanno già fatto altri Paesi». «Il testo base per l’istituzione della Commissione parlamentare arriverà in Aula entro aprile», ha aggiunto.
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Per i pm, sia il governo che la Regione potevano isolare la Val Seriana. Silvio Brusaferro replica alle accuse: non mi occupo di programmi pandemici.Ieri le prime audizioni per istituire l’organo ad hoc. Matteo Bassetti: «Lockdown inefficaci».Lo speciale contiene due articoli.«Ci abbiamo impiegato tre anni, ma mi risulta che in tre anni non sia stata ancora iniziata una commissione parlamentare. Noi, in tre anni comunque abbiamo fatto un’inchiesta». Con queste parole, il procuratore di Bergamo, Antonio Chiappani, ha voluto sintetizzare il «lavoro mastodontico» di indagini, audizioni, di analisi di documenti cartacei e informatici compiuto per ricostruire quanto accadde nella Bergamasca a partire dal 5 gennaio 2020. L’inchiesta della Procura si è chiusa con 19 indagati. Epidemia colposa aggravata, omicidio colposo plurimo e rifiuto di atti d’ufficio sono i principali capi di imputazione. Molti i nomi «eccellenti», tra cui l’allora premier Giuseppe Conte (sotto accusa per epidemia colposa e omicidio colposo) e l’ex ministro della Salute, Roberto Speranza (epidemia colposa, omicidio colposo e rifiuto di atti d’ufficio. Nei loro confronti procederà il tribunale dei ministri. Ma vediamo quali sono i reati contestati ai personaggi più di spicco di questa inchiesta, ovvero il presidente dell’Istituto superiore della sanità Silvio Brusaferro; l’allora capo della Protezione civile Angelo Borrelli; il presidente dell’Istituto superiore di sanità Franco Locatelli; il coordinatore del Comitato tecnico scientifico nella prima fase dell’emergenza, Agostino Miozzo; l’allora direttore scientifico dello Spallanzani, Giuseppe Ippolito; il riconfermato governatore della Regione Lombardia, Attilio Fontana; l’ex assessore al Welfare lombardo, Giulio Gallera. Per la mancata istituzione della zona rossa in Val Seriana, indagati per epidemia colposa e omicidio colposo sono Conte e Fontana, assieme a diversi membri del primo Cts. I componenti del Comitato tecnico scientifico, tra cui Brusaferro, Locatelli, Ippolito e Miozzo, non proposero l’«estensione delle misure previste per la c.d. “zona rossa” ai Comuni della Val Seriana, inclusi i comuni di Alzano Lombardo e Nembro», nonostante a quella data il comitato tecnico scientifico fosse a conoscenza del numero di casi (531) registrati sino a quel momento in Lombardia. Sono indagati per epidemia colposa e omicidio colposo i dirigenti delle aziende sanitarie di Bergamo e di Bergamo est. Per il mancato aggiornamento del piano pandemico, che vede tra gli indagati per omissione di atti di ufficio oltre all’ex segretario generale, Giuseppe Ruocco e all’attuale responsabile delle malattie infettive, Francesco Maraglino, anche l’ex Oms Ranieri Guerra, che a Bergamo è pure indagato per false informazioni ai pm, la Procura di Bergamo invierà gli atti a Roma. Gli ex ministri della salute Roberto Speranza, Giulia Grillo e Beatrice Lorenzin sono indagati per l’omessa istituzione o rinnovo del comitato nazionale per la pandemia. Brusaferro, ieri, ha fatto diramare un comunicato nel quale dichiara che «non è nei poteri del presidente dell’Istituto adottare piani pandemici o dar seguito alla loro esecuzione», che la linea dell’Iss durante la pandemia «è stata improntata alla massima precauzione e al massimo rigore scientifico», e che non gli è stato notificato «alcun atto relativo all’inchiesta». Certo, molti interrogativi rimangono. Su perché a Gallera e all’ex dg del Welfare lombardo, Luigi Cajazzo venga imputato di non aver dato «risposta ad una pandemia influenzale secondo le direttive del ministro della Salute del 2 ottobre 2006 nonché in violazione del Piano nazionale di preparazione e risposta per una pandemia influenzale del 9 febbraio 2006», quando sappiamo che non era stato attivato un piano nazionale pandemico, nonostante le sollecitazioni dell’Oms. Il piano pandemico, se applicato, avrebbe probabilmente evitato i lockdown indiscriminati che poi seguirono. La colpa del governatore Fontana, secondo i pm, sarebbe stata di non aver chiuso abbastanza, di non aver applicato «misure di contenimento e gestione adeguate e proporzionate all’evolversi della situazione», provocando «la diffusione dell’epidemia» in Val Seriana con un «incremento stimato non inferiore al contagio di 4.148 persone, pari al numero di decessi in meno che si sarebbero verificati», se fosse stata la zona rossa «a partire dal 27 febbraio 2020». «C’era la possibilità sia a livello regionale che a livello locale, di fare atti contingibili d’urgenza, cioè chiudere determinate zone», ha dichiarato ieri il procuratore Chiappani. Dal canto suo, il presidente lombardo Fontana, a Radio anch’io, ha tenuto a precisare che «quando si tratta di emergenza pandemica la competenza è esclusiva dello Stato, secondo la Costituzione, non secondo me. E poi se avessi emesso l’ordinanza, con chi l’avrei fatta eseguire? Non ho a disposizione né l’esercito né i carabinieri», ha detto, ricordando che durante la prima ondata della pandemia l’allora ministro Lamorgese «emise un provvedimento che diceva: guai a voi se volete sovrapporvi con iniziative sulle cosiddette zone rosse perché è competenza dello Stato». Così pure non si comprende come le indagini si siano concluse, senza che nessun primo cittadino risulti indagato anche se c’era un decreto del 23 febbraio 2020 sulle misure urgenti di contenimento del contagio nei comuni delle Regioni Lombardia e Veneto. Secondo il procuratore Chiappani, c’è stata una «insufficiente valutazione di rischio. Estendendo la zona rossa si sarebbero evitati più di 4.000 morti», ma sulla mancata zona rossa nella Val Seriana non è cosa scontata «la consapevolezza che poteva avere un sindaco che si fosse in una situazione di emergenza». 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Gli esperti interpellati dalle opposizioni di Pd e Cinque stelle, a cominciare dall’ex primario dell’ospedale Sacco di Milano, Massimo Galli, si sono infatti affrettati a minimizzare il mancato aggiornamento del piano pandemico del 2006, oggetto della proposta di legge 446 presentata dai deputati di Fratelli d’Italia, con primo firmatario il viceministro delle Infrastrutture e dei trasporti Galeazzo Bignami. «È vero che mancava un piano pandemico - ha dichiarato Galli - ma se lo avessimo avuto prima della pandemia da Covid sarebbe stato contro l’influenza, che è cosa diversa dal Sars Cov 2. Il Sars Cov 2 è un fatto completamente nuovo - si è affrettato a dichiarare Galli - che quando ci è capitato tra capo e collo non poteva essere affrontato allo stesso modo di come potrebbe essere affrontato ora». Sulla presunta inutilità del piano si è soffermato anche l’epidemiologo del Cts, Donato Greco: «Il piano era contro l’influenza, che è cosa completamente diversa dal Sars Cov 2 - ha detto Greco - quindi a gennaio 2020 non è mancato il piano, sono mancati i 14 anni di inattività precedenti, è mancato il tessuto». Concetto ribadito anche dal presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta: «L’aggiornamento è uno step, ma al di là dell’aggiornamento è mancata l’applicazione del piano pandemico». A non lasciare appesa la questione dell’utilità del piano ci ha pensato Francesco Zambon, ex capo dei ricercatori dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) che scrissero un rapporto sulla gestione italiana della prima ondata, dimessosi due anni fa a causa del clima insostenibile che si era creato intorno a lui dopo la pubblicazione del report. «A dispetto di tutti coloro che hanno detto che il piano pandemico non sarebbe stato influente - ha affermato Zambon - sappiamo che non è vero: la commissione sulla gestione pandemica istituita dalla rivista Lancet ha chiarito una volta per tutte che i Paesi che lo avevano, soprattutto in Asia orientale, sono andati di gran lunga meglio di quelli che non lo avevano», anche perché, come ha specificato Giulio Valesini, giornalista di Report interpellato dai deputati della commissione Affari sociali della Camera, «serviva ad avviare la macchina per attivare le necessità primarie, a cominciare dalle mascherine». Il lavoro della commissione Covid auspicabilmente non verterà soltanto sul mancato aggiornamento del piano, ma più in generale sulla gestione pandemica, come specificato nelle altre due proposte di legge presentate da Lega (Pdl 384) e Azione-Italia Viva (Pdl 459). «La commissione d’inchiesta - ha chiarito Galeazzo Bignami - dovrà occuparsi della verità dei fatti, non delle responsabilità penali. E per verità dei fatti noi intendiamo tutta la gestione della pandemia: piano pandemico ma anche mascherine, vaccini, contratti dei vaccini, green pass, terapie, tutto». Qualcosa è già stato anticipato nel corso della seduta di ieri: «Il total lockdown non ha funzionato - ha dichiarato ad esempio Donato Greco - così come la chiusura delle scuole», e anche Matteo Bassetti, ordinario di malattie infettive all’università di Genova, ha ammesso che le chiusure totali non erano necessarie. «Nella fase iniziale - ha detto Bassetti - è mancato un protocollo unico per i trattamenti, inoltre i medici non visitavano a casa e questo è stato un problema perché la malattia colpiva le persone a casa». Il medico del San Martino, che ha passato gli ultimi due anni in tv premendo insistentemente sulla vaccinazione di massa, ha temerariamente puntato il dito anche sulla campagna vaccinale italiana, a suo dire «influenzata dalla comunicazione dei mass media», sic. A dispetto dei desiderata delle opposizioni, che di questa commissione forse farebbero volentieri a meno, gli esperti si sono tuttavia trovati concordi sulla necessità di istituirla. «Sarebbe delittuoso farci trovare impreparati - ha ammonito Eugenia Tognotti, ordinaria di Storia della medicina e Scienze umane a Sassari, osservando però che «più che uno sforzo volenteroso di imparare da ciò che la pandemia ci ha insegnato, si nota una ricerca degli errori del passato». Il timore di un regolamento di conti politici è dietro l’angolo ma, come ha supplicato Consuelo Locati, presidente dell’Associazione «Familiari delle vittime Covid-19», bisogna andare a fondo «per mantenere alta l’attenzione su una delle pagine più buie della nostra storia. Siamo stati abbandonati, vogliamo sapere cosa è successo e vogliamo delle risposte in tempi ragionevoli», che verosimilmente saranno i diciotto mesi proposti da Bignami: «La commissione non dovrà allungarsi fino a fine legislatura», ha detto il generale Pierpaolo Lunelli, e anche Ugo Cappellacci, presidente della commissione Affari sociali, ha confermato che i tempi rapidi sono auspicabili, «come hanno già fatto altri Paesi». «Il testo base per l’istituzione della Commissione parlamentare arriverà in Aula entro aprile», ha aggiunto.
Lucio Malan (Imagoeconomica)
La matematica suggeriva che avrebbe vinto il Sì, ma poi si è visto che molti elettori sono andati in ordine sparso…
«Su molte questioni gli elettori non votano sempre secondo le linee del partito. Possiamo dire che sono state compatte più le forze politiche che gli elettori».
L’affluenza è un dato positivo per il governo o ha sfavorito il fronte del Sì?
«L’alta partecipazione è sempre un dato positivo. Siamo riusciti a mobilitare tanti elettori, ma qualcuno a casa rispetto alle politiche è rimasto. Era un argomento complesso e la campagna referendaria non ha aiutato».
Con questa affluenza si può dire che il governo ha riavvicinato i cittadini alla politica?
«Sì, ha coinvolto i cittadini più una questione specifica che la moltitudine di candidati per le europee. È un interessante spunto di riflessione».
Quali sono gli errori commessi, se ce ne sono stati?
«La perfezione non è di questo mondo. Nel complesso abbiamo fatto quello che bisognava fare: parlare del merito e del contenuto della riforma. È stato molto difficile perché si parlava di fake news, come l’assoggettamento della magistratura alla politica, oppure delle polemiche legate a frasi estrapolate. C’è rammarico».
Hanno influito le parole di Nordio e di Bartolozzi?
«Il distacco è tale che non si può pensare che abbiano cambiato in modo significativo l’esito del referendum. Si è offerta l’opportunità al fronte del No di fare campagna parlando di argomenti che non riguardavano il tema della riforma».
E la vicenda di Delmastro?
«Con la vicenda di Delmastro la sinistra ha fatto campagna elettorale sabato, domenica e anche lunedì, durante il silenzio elettorale. E anche se Delmastro non è indagato (non capisco neppure come si possa ipotizzare un reato), hanno costruito trasmissioni intere. Anche qui si è offerta la possibilità di parlar d’altro».
Quanto hanno influito la guerra e l’ostilità diffusa nei confronti un alleato come Trump?
«Non credo che ci abbia danneggiati, ma di sicuro non ci ha favoriti».
Si è creato un partito del No. No alla guerra, no alle riforme, no alle infrastrutture no al governo e via così?
«È facile dire no. Anche noi non siamo contenti della guerra e dei suoi riflessi sul costo della vita. Anche se la benzina costa 40 centesimi in meno rispetto a quanto costava dopo l’inizio della guerra in Ucraina, ma nel 2022 per la sinistra andava tutto bene».
La sinistra festeggia. Un voto contro la riforma si traduce in un voto a favore delle opposizioni o si corre u troppo?
«Al partito del No è sufficiente dire no. Ma alle elezioni bisogna presentare un programma comune. Promesse favolose poi si devono scontrare con la realtà. Noi facciamo il nostro lavoro, vedremo cosa saranno capaci a mettere insieme gli altri. Dagli amici di Hannoun a Matteo Renzi… mi pare difficile».
Renzi invoca le dimissioni di Meloni.
«Ci vuole proprio coraggio.. Noi intanto attendiamo da dieci anni la sua uscita dalla politica così come aveva promesso se avesse perso il referendum che poi ha perso».
Nella saletta dell’Anm del tribunale di Napoli hanno suonato Bella ciao. E poi si canta «chi non salta Meloni è» Come la commenta?
«La commento con le sentenze della Corte di cassazione, della Corte costituzionale e con le dichiarazioni di diversi presidenti della Repubblica che dicono che il magistrato non solo deve essere imparziale ma deve anche apparirlo».
Crede ancora che si possano fare le riforme in Italia?
«È una necessità che resta, noi faremo il possibile per fare ciò che si può, ma da questa riforma dipendeva molto di quello che si poteva fare nel campo della giustizia».
Da domani si pensa alla legge elettorale?
«Certo. L’opposizione che oggi ribadisce di voler vincere dovrebbe avere interesse ad avere i numeri per governare».
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Benjamin Netanyahu (Ansa)
L’emittente Channel 12 ha però interpellato un alto funzionario della sicurezza nazionale, piuttosto cauto sulle prospettive di pace: è «prematuro» parlarne, ha risposto, aggiungendo che «non è previsto che Teheran accetti le condizioni attuali». Eventualmente, per Israele, che già scommetteva su almeno un altro paio di settimane di bombardamenti, si tratterebbe di scegliere: accodarsi agli Usa (più probabile) o andare avanti da sé (difficile, se venissero meno supporto logistico e rifornimenti americani).
Subito dopo l’annuncio dell’inquilino della Casa Bianca, che avrebbe concordato la sospensione per cinque giorni dei raid sulle infrastrutture energetiche, i media dello Stato ebraico hanno riferito che Tel Aviv era stata informata dal suo alleato e che era disposta ad adeguarsi ai termini della tregua. Nonostante la comunicazione dell’aeronautica, la quale sosteneva di aver lanciato un’offensiva contro Teheran. «Trump», ha poi spiegato una fonte israeliana, «ha senza dubbio fatto marcia indietro perché ha capito che il suo ultimatum» di 48 ore, diramato sabato, «non fa che complicare la situazione».
L’ufficio del primo ministro, Benjamin Netanyahu, all’inizio non ha commentato le dichiarazioni di The Donald, benché quest’ultimo assicurasse: «Israele sarà molto contento». Nel pomeriggio, JD Vance ha contattato il premier, con cui ha discusso le «componenti di un possibile accordo» per chiudere il conflitto. Alla fine, Netanyahu ha parlato al telefono con Trump: «Egli crede», ha riferito, «che ci sia una possibilità di sfruttare i successi militari per raggiungere tutti gli obiettivi attraverso un accordo. Tale accordo», ha giurato, «salvaguarderà i nostri interessi». Ma intanto, «continueremo a dirigere gli attacchi in Iran e Libano per eliminare il programma missilistico e nucleare e le leadership di Hezbollah». Si vede: le raffiche di ordigni sul Paese dei cedri hanno provocato 1.039 morti, tra cui 118 bambini.
Rispetto al leader Usa, Bibi ha meno da perdere. Questa guerra non avrà ridisegnato in modo definitivo l’equilibrio del Medio Oriente, ma è stata un passetto in più verso la costituzione del Grande Israele, antico pallino del sionismo oltranzista. Netanyahu bramava di coinvolgere gli Usa contro l’Iran almeno da un suo editoriale del 2002 su Chicago Sun-Times. Ieri, Reuters ha rivelato che, meno di 48 ore prima che scoppiassero le ostilità, egli ha convinto il tycoon a intervenire, ingolosendolo con la possibilità di uccidere Ali Khamenei. Non ha ottenuto un cambio di regime, però i simboli della tirannide sciita sono caduti vittime dei targeted killing e la nuova Guida suprema, Mojtaba, sarebbe ferita, isolata e impossibilitata a rispondere ai messaggi, stando al Washington Post. Se Teheran ha tenuto botta, le sue capacità sono state ridotte e il suo programma atomico dovrebbe essere stato riportato indietro di qualche anno. Certo, le mitologiche difese aree israeliane hanno mostrato dei limiti. Nessuna «cupola» è impenetrabile. Quella dello Stato ebraico era stata già messa a dura prova, nel 2025, da Hezbollah, dagli Huthi e dai missili balistici degli ayatollah. Stavolta, ha fatto impressione che un «buco» sia stato aperto ad Arad e Dimona, sede delle installazioni nucleari. Le Idf hanno ammesso malfunzionamenti nei sistemi antimissile. In più, l’economia è sotto pressione: la sospensione di diverse attività sta frenando la produzione e sul bilancio statale peseranno le enormi spese militari. Non a caso, la banca centrale, ieri, ha invocato un aumento della pressione fiscale. Ma è qui che si inseriscono le ambizioni di Netanyahu.
Qualche giorno fa, il premier le ha illustrate chiaramente: vista la situazione nel Golfo, ha osservato, «quello che bisogna fare è avere percorsi alternativi. Anziché passare per i punti bloccati degli Stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb», minacciato dai ribelli yemeniti, «bisogna fare in modo che tutti gli oleodotti e i gasdotti vadano verso Ovest, attraverso la penisola arabica, direttamente nei nostri porti mediterranei». Vasto programma. Gli farebbe concorrenza il disegno egiziano: sfruttare l’oleodotto Sumed, che sbocca a Sidi Kerir, sulla costa mediterranea. E il piano andrebbe conciliato con lo spirito dei Patti di Abramo: l’iniziativa, al netto dei tempi di realizzazione dilatati, porterebbe le monarchie sunnite fuori dall’impasse iraniana, ma le metterebbe in posizione subordinata rispetto a Israele. Che invece, trasformandosi in un hub energetico di rilievo globale, accrescerebbe enormemente il suo potere negoziale: per chi dipende dalle importazioni di fonti fossili da quelle aree, diventerebbe impossibile opporsi ai disegni geopolitici di Tel Aviv.
Per punzecchiare le cancellerei europee, i vertici dello Stato ebraico stanno facendo leva sul dispiegamento di vettori a lunghissimo raggio da parte dei pasdaran: quei missili, ha annotato su X il ministero degli Esteri israeliano, «raggiungono già l’Europa». Al post era allegata una grafica con quattro razzi puntati su Roma, Londra, Parigi e Berlino. Tradotto: abortite ogni futura missione navale e attaccatevi al tubo di Netanyahu.
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Donald Trump (Getty Images)
La crisi iraniana si avvia verso una svolta diplomatica? Ieri, Donald Trump ha rivelato che sarebbero in corso dei colloqui tra Washington e Teheran: una circostanza che tuttavia è stata seccamente smentita dal regime khomeinista. Ma andiamo con ordine.
«Sono lieto di annunciare che gli Usa e l’Iran hanno avuto, negli ultimi due giorni, colloqui molto positivi e produttivi riguardo a una risoluzione completa e totale delle nostre ostilità in Medio Oriente», ha dichiarato, ieri, Trump su Truth, per poi aggiungere: «In base al tenore e al tono di queste conversazioni approfondite, dettagliate e costruttive, che proseguiranno per tutta la settimana, ho dato istruzioni al dipartimento della Guerra di rinviare qualsiasi attacco militare contro le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane per un periodo di cinque giorni, subordinatamente al successo degli incontri e delle discussioni in corso».
«Siamo fermamente intenzionati a raggiungere un accordo con l’Iran», ha inoltre detto Trump, parlando con la stampa. Nell’occasione, quando gli è stato chiesto quale fosse il suo interlocutore a Teheran, il presidente americano ha risposto: «Stiamo parlando con l’uomo che credo sia il più rispettato e il leader. Abbiamo a che fare con persone che rappresentano al meglio il Paese».
Non solo. Oltre a rivendicare di aver raggiunto «importanti punti di accordo», Trump ha rivelato che i colloqui si sarebbero svolti nella serata dell’altro ieri e che il team statunitense sarebbe stato guidato da Steve Witkoff, oltre che da Jared Kushner: secondo il Times of Israel, i due avrebbero trattato con il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. In questo quadro, Trump ha detto che lo Stretto di Hormuz verrà «aperto molto presto» e che sarà posto sotto «controllo congiunto» tra Washington e l’ayatollah, «chiunque egli sia». «Direi che ci sono ottime possibilità di raggiungere un accordo», ha aggiunto il presidente statunitense in Tennessee, ribadendo di voler impedire a Teheran di dotarsi dell’arma atomica. «L’America e il mondo intero saranno presto molto più sicuri», ha anche detto.
Nel frattempo, secondo Axios, nei prossimi giorni potrebbe essere organizzato un incontro a Islamabad tra alti funzionari americani e iraniani. Sembrerebbe, in particolare, che il team negoziale di Washington possa essere guidato dal vicepresidente, JD Vance. Al contempo, fonti ascoltate dal Times of Israel hanno riferito che Washington avrebbe tenuto aggiornato Israele dei colloqui con Teheran e che «probabilmente» lo Stato ebraico si asterrà da nuovi attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane. Se confermato, ciò rappresenterebbe una svolta significativa, visto che, dopo i primi giorni di guerra, Gerusalemme, non senza irritazione, aveva chiesto conto agli americani di presunti contatti segreti con il regime khomeinista.
Allo stesso tempo, se veramente dovesse essere Vance a guidare il team negoziale statunitense a Islamabad, ciò significherebbe un rafforzamento politico del vicepresidente, che è sempre stato notoriamente scettico nei confronti di un’operazione militare di vasta portata contro l’Iran. Tra l’altro, stando a Channel 12, il numero due della Casa Bianca, ieri, avrebbe avuto una telefonata con Benjamin Netanyahu su un possibile accordo tra Usa e Iran.
Sotto questo aspetto, è interessante ricordare che, a ottobre, emerse come, all’interno dell’attuale amministrazione americana, il vicepresidente fosse forse la figura meno morbida nei confronti del premier israeliano. Frattanto, fonti dello Stato ebraico hanno riferito a Ynet che Trump avrebbe fissato al 9 aprile la data per concludere la guerra.
Tutto questo, mentre dietro l’iniziativa diplomatica americana si celerebbe anche un ruolo di Pakistan, Turchia ed Egitto. Inoltre sarà un caso, ma, dopo la rivelazione dei colloqui da parte del presidente americano, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha avuto una telefonata con l’omologo russo, Sergej Lavrov. Nell’occasione, quest’ultimo, secondo Mosca, ha «sottolineato l’urgente necessità di porre fine immediatamente alle ostilità e di avviare un percorso verso una soluzione politica e diplomatica». Che si stia registrando una sotterranea sponda tra Casa Bianca e Cremlino per risolvere la crisi iraniana?
Eppure, dall’altra parte, il ministero degli Esteri di Teheran ha negato che l’Iran abbia avuto dei colloqui con gli Stati Uniti negli ultimi 24 giorni: una posizione, questa, espressa anche da Ghalibaf. «Non ci sono stati negoziati con gli Stati Uniti. Le notizie false hanno lo scopo di manipolare i mercati finanziari e petroliferi e di uscire dal pantano in cui sono intrappolati Stati Uniti e Israele», ha affermato, mentre le Guardie della rivoluzione hanno definito il presidente americano come «disonesto». Ha davvero ragione l’Iran a dire che Trump si sarebbe inventato tutto per abbassare il costo dell’energia? Oppure Teheran sta tergiversando in un’ottica di tattica negoziale?
Una terza possibilità è che il regime khomeinista sia sempre più spaccato al suo interno e che si stia consumando una lotta intestina per decidere quale linea tenere nei confronti di Washington. Come che sia, un funzionario iraniano ha ammesso ad Al Jazeera che, negli ultimi giorni, la Repubblica islamica ha trasmesso dei messaggi agli Usa tramite Turchia ed Egitto. Trump, dal canto suo, sta cercando un interlocutore stabile a Teheran per riuscire a concretizzare una soluzione di tipo venezuelano. Capiremo nei prossimi giorni se riuscirà nel suo intento.
Per Hormuz adesso spunta l’ipotesi di controllo congiunto Usa-ayatollah
La diplomazia torna al centro della crisi tra Stati Uniti e Iran mentre sul terreno proseguono attacchi e tensioni regionali. Secondo fonti americane e israeliane, Washington e Teheran conducono trattative articolate in più fasi per ridurre l’escalation e garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz, snodo strategico attraverso cui transita circa il 20% del commercio mondiale di petrolio e gas.
L’ipotesi allo studio prevede inizialmente la riapertura del corridoio marittimo con la sospensione degli attacchi contro alcune infrastrutture energetiche iraniane, seguita da un cessate il fuoco più ampio. In questo contesto, Israele potrebbe allinearsi alla linea americana e sospendere i raid contro i siti energetici iraniani e le centrali elettriche. Secondo fonti della sicurezza, Washington avrebbe tenuto informato il governo israeliano sui contatti in corso con Teheran. Israele non ha formalmente minacciato di colpire le infrastrutture energetiche, ma il ministro della Difesa, Israel Katz, ha dichiarato che gli attacchi contro l’Iran e contro «le infrastrutture da cui dipende» potrebbero aumentare significativamente, lasciando aperta la possibilità di un’escalation.
Le indiscrezioni indicano anche un possibile coinvolgimento del presidente del Parlamento iraniano Mohammad-Bagher Ghalibaf. I Paesi mediatori starebbero lavorando a un incontro in settimana a Islamabad tra delegazioni iraniane e gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner, con la possibile partecipazione del vicepresidente JD Vance. Tuttavia lo stesso Ghalibaf ha smentito pubblicamente.
Anche il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baqaei ha negato contatti diretti con Washington, ribadendo che la posizione di Teheran sullo Stretto di Hormuz e sulle condizioni per la fine della guerra non è cambiata. Una fonte israeliana ha inoltre sostenuto che gli Stati Uniti avrebbero indicato il 9 aprile come data obiettivo per la conclusione del conflitto, lasciando circa 21 giorni per combattimenti e negoziati. «Gli americani non hanno aggiornato Israele sui colloqui con Ghalibaf. Porre fine alla guerra il 9 aprile permetterà a Trump di arrivare in Israele per il Giorno dell’Indipendenza e ricevere il Premio Israele», ha dichiarato la fonte.
Allo stesso tempo, Teheran valuta l’introduzione di un nuovo «regime legale» per lo Stretto di Hormuz, mentre continua a negare l’esistenza di negoziati diretti e insiste sulla richiesta di riparazioni e garanzie contro future aggressioni. «C’è una vera possibilità di raggiungere un accordo ma non garantisco nulla», ha dichiarato Trump, aprendo alla possibilità che lo Stretto sia controllato in modo congiunto, «forse da me e da chiunque sia l’ayatollah». Il contesto resta estremamente fluido e caratterizzato da messaggi contrastanti.
Intanto, però, secondo il New York Times, il Pentagono sta valutando l’invio di circa 3.000 paracadutisti della 82 Divisione Aviotrasportata statunitense come forza di pronto intervento per supportare eventuali operazioni in Iran, con l’obiettivo, se necessario, di occupare l’isola di Kharg, principale hub per l’export petrolifero iraniano. Sul piano energetico, il numero uno di Chevron Mike Wirth ha avvertito che i prezzi del petrolio non hanno ancora pienamente incorporato gli effetti del blocco di Hormuz. Secondo il dirigente, il mercato fisico e i livelli delle scorte indicano una situazione più tesa rispetto a quanto suggeriscano i contratti futures. Gli effetti della chiusura dello Stretto si starebbero già propagando a livello globale, con timori particolarmente forti in Asia per l’approvvigionamento di greggio e prodotti raffinati. La tensione si è subito vista anche nel Golfo. Diverse forti esplosioni e sirene d’allarme sono state avvertite in Bahrein, le prime registrate nella regione da quando Donald Trump ha annunciato l’avvio dei colloqui per porre fine alla guerra con l’Iran. Sul piano militare, l’aeronautica israeliana ha dichiarato che durante una serie di attacchi a Teheran è stato colpito il «quartier generale principale della sicurezza» dei pasdaran. Secondo le Forze di difesa israeliane, la struttura era integrata in infrastrutture civili e veniva utilizzata dalle Guardie Rivoluzionarie per coordinare le unità regionali incaricate del mantenimento dell’ordine del regime e della sicurezza interna, comprese le milizie paramilitari Basij.
In questo contesto, gli Emirati Arabi Uniti hanno assunto una posizione particolarmente dura. Il consigliere presidenziale Anwar Gargash ha dichiarato: «Noi, negli Stati del Golfo Persico, abbiamo il diritto di chiedere: dove sono le istituzioni di azione araba e islamica congiunta, prima fra tutte la Lega Araba e l’Organizzazione della Cooperazione Islamica, mentre i nostri Paesi e i nostri popoli sono soggetti a questa brutale aggressione iraniana? E dove sono i principali Stati arabi e regionali? In questa assenza e impotenza, non sarà lecito parlare in seguito del declino del ruolo arabo e islamico o criticare la presenza americana e occidentale. Gli Stati arabi del Golfo sono stati un sostegno e un partner per tutti nei periodi di prosperità, quindi, dove siete oggi, in tempi di difficoltà?».
Evidente che anche in caso di accordo, le tensioni emerse nelle ultime settimane rischiano di lasciare effetti duraturi sugli equilibri del Medio Oriente e sulla sicurezza delle rotte energetiche internazionali. Un eventuale accordo non cancellerà le tensioni: gli effetti sugli equilibri regionali e sulle rotte energetiche saranno duraturi.
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