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2023-03-03
La Procura si concentra sulle mancate chiusure: «La zona rossa avrebbe evitato 4.000 morti»
Giuseppe Conte e Roberto Speranza (Ansa)
«Ci abbiamo impiegato tre anni, ma mi risulta che in tre anni non sia stata ancora iniziata una commissione parlamentare. Noi, in tre anni comunque abbiamo fatto un’inchiesta».
Con queste parole, il procuratore di Bergamo, Antonio Chiappani, ha voluto sintetizzare il «lavoro mastodontico» di indagini, audizioni, di analisi di documenti cartacei e informatici compiuto per ricostruire quanto accadde nella Bergamasca a partire dal 5 gennaio 2020.
L’inchiesta della Procura si è chiusa con 19 indagati. Epidemia colposa aggravata, omicidio colposo plurimo e rifiuto di atti d’ufficio sono i principali capi di imputazione. Molti i nomi «eccellenti», tra cui l’allora premier Giuseppe Conte (sotto accusa per epidemia colposa e omicidio colposo) e l’ex ministro della Salute, Roberto Speranza (epidemia colposa, omicidio colposo e rifiuto di atti d’ufficio. Nei loro confronti procederà il tribunale dei ministri.
Ma vediamo quali sono i reati contestati ai personaggi più di spicco di questa inchiesta, ovvero il presidente dell’Istituto superiore della sanità Silvio Brusaferro; l’allora capo della Protezione civile Angelo Borrelli; il presidente dell’Istituto superiore di sanità Franco Locatelli; il coordinatore del Comitato tecnico scientifico nella prima fase dell’emergenza, Agostino Miozzo; l’allora direttore scientifico dello Spallanzani, Giuseppe Ippolito; il riconfermato governatore della Regione Lombardia, Attilio Fontana; l’ex assessore al Welfare lombardo, Giulio Gallera. Per la mancata istituzione della zona rossa in Val Seriana, indagati per epidemia colposa e omicidio colposo sono Conte e Fontana, assieme a diversi membri del primo Cts. I componenti del Comitato tecnico scientifico, tra cui Brusaferro, Locatelli, Ippolito e Miozzo, non proposero l’«estensione delle misure previste per la c.d. “zona rossa” ai Comuni della Val Seriana, inclusi i comuni di Alzano Lombardo e Nembro», nonostante a quella data il comitato tecnico scientifico fosse a conoscenza del numero di casi (531) registrati sino a quel momento in Lombardia. Sono indagati per epidemia colposa e omicidio colposo i dirigenti delle aziende sanitarie di Bergamo e di Bergamo est. Per il mancato aggiornamento del piano pandemico, che vede tra gli indagati per omissione di atti di ufficio oltre all’ex segretario generale, Giuseppe Ruocco e all’attuale responsabile delle malattie infettive, Francesco Maraglino, anche l’ex Oms Ranieri Guerra, che a Bergamo è pure indagato per false informazioni ai pm, la Procura di Bergamo invierà gli atti a Roma.
Gli ex ministri della salute Roberto Speranza, Giulia Grillo e Beatrice Lorenzin sono indagati per l’omessa istituzione o rinnovo del comitato nazionale per la pandemia. Brusaferro, ieri, ha fatto diramare un comunicato nel quale dichiara che «non è nei poteri del presidente dell’Istituto adottare piani pandemici o dar seguito alla loro esecuzione», che la linea dell’Iss durante la pandemia «è stata improntata alla massima precauzione e al massimo rigore scientifico», e che non gli è stato notificato «alcun atto relativo all’inchiesta».
Certo, molti interrogativi rimangono. Su perché a Gallera e all’ex dg del Welfare lombardo, Luigi Cajazzo venga imputato di non aver dato «risposta ad una pandemia influenzale secondo le direttive del ministro della Salute del 2 ottobre 2006 nonché in violazione del Piano nazionale di preparazione e risposta per una pandemia influenzale del 9 febbraio 2006», quando sappiamo che non era stato attivato un piano nazionale pandemico, nonostante le sollecitazioni dell’Oms.
Il piano pandemico, se applicato, avrebbe probabilmente evitato i lockdown indiscriminati che poi seguirono. La colpa del governatore Fontana, secondo i pm, sarebbe stata di non aver chiuso abbastanza, di non aver applicato «misure di contenimento e gestione adeguate e proporzionate all’evolversi della situazione», provocando «la diffusione dell’epidemia» in Val Seriana con un «incremento stimato non inferiore al contagio di 4.148 persone, pari al numero di decessi in meno che si sarebbero verificati», se fosse stata la zona rossa «a partire dal 27 febbraio 2020».
«C’era la possibilità sia a livello regionale che a livello locale, di fare atti contingibili d’urgenza, cioè chiudere determinate zone», ha dichiarato ieri il procuratore Chiappani. Dal canto suo, il presidente lombardo Fontana, a Radio anch’io, ha tenuto a precisare che «quando si tratta di emergenza pandemica la competenza è esclusiva dello Stato, secondo la Costituzione, non secondo me. E poi se avessi emesso l’ordinanza, con chi l’avrei fatta eseguire? Non ho a disposizione né l’esercito né i carabinieri», ha detto, ricordando che durante la prima ondata della pandemia l’allora ministro Lamorgese «emise un provvedimento che diceva: guai a voi se volete sovrapporvi con iniziative sulle cosiddette zone rosse perché è competenza dello Stato». Così pure non si comprende come le indagini si siano concluse, senza che nessun primo cittadino risulti indagato anche se c’era un decreto del 23 febbraio 2020 sulle misure urgenti di contenimento del contagio nei comuni delle Regioni Lombardia e Veneto. Secondo il procuratore Chiappani, c’è stata una «insufficiente valutazione di rischio. Estendendo la zona rossa si sarebbero evitati più di 4.000 morti», ma sulla mancata zona rossa nella Val Seriana non è cosa scontata «la consapevolezza che poteva avere un sindaco che si fosse in una situazione di emergenza». Alla fine, chi pagherà per pandemia colposa?
Le virostar minimizzano sul piano: «Aggiornarlo sarebbe stato inutile»
Le audizioni alla Camera dei deputati avviate ieri per valutare le tre proposte di legge per l’istituzione della commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid hanno dato un primo assaggio di cosa sarebbe successo se oggi al governo non ci fosse la coalizione guidata da Giorgia Meloni, bensì quella che ha gestito la pandemia.
Gli esperti interpellati dalle opposizioni di Pd e Cinque stelle, a cominciare dall’ex primario dell’ospedale Sacco di Milano, Massimo Galli, si sono infatti affrettati a minimizzare il mancato aggiornamento del piano pandemico del 2006, oggetto della proposta di legge 446 presentata dai deputati di Fratelli d’Italia, con primo firmatario il viceministro delle Infrastrutture e dei trasporti Galeazzo Bignami. «È vero che mancava un piano pandemico - ha dichiarato Galli - ma se lo avessimo avuto prima della pandemia da Covid sarebbe stato contro l’influenza, che è cosa diversa dal Sars Cov 2. Il Sars Cov 2 è un fatto completamente nuovo - si è affrettato a dichiarare Galli - che quando ci è capitato tra capo e collo non poteva essere affrontato allo stesso modo di come potrebbe essere affrontato ora». Sulla presunta inutilità del piano si è soffermato anche l’epidemiologo del Cts, Donato Greco: «Il piano era contro l’influenza, che è cosa completamente diversa dal Sars Cov 2 - ha detto Greco - quindi a gennaio 2020 non è mancato il piano, sono mancati i 14 anni di inattività precedenti, è mancato il tessuto».
Concetto ribadito anche dal presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta: «L’aggiornamento è uno step, ma al di là dell’aggiornamento è mancata l’applicazione del piano pandemico».
A non lasciare appesa la questione dell’utilità del piano ci ha pensato Francesco Zambon, ex capo dei ricercatori dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) che scrissero un rapporto sulla gestione italiana della prima ondata, dimessosi due anni fa a causa del clima insostenibile che si era creato intorno a lui dopo la pubblicazione del report. «A dispetto di tutti coloro che hanno detto che il piano pandemico non sarebbe stato influente - ha affermato Zambon - sappiamo che non è vero: la commissione sulla gestione pandemica istituita dalla rivista Lancet ha chiarito una volta per tutte che i Paesi che lo avevano, soprattutto in Asia orientale, sono andati di gran lunga meglio di quelli che non lo avevano», anche perché, come ha specificato Giulio Valesini, giornalista di Report interpellato dai deputati della commissione Affari sociali della Camera, «serviva ad avviare la macchina per attivare le necessità primarie, a cominciare dalle mascherine».
Il lavoro della commissione Covid auspicabilmente non verterà soltanto sul mancato aggiornamento del piano, ma più in generale sulla gestione pandemica, come specificato nelle altre due proposte di legge presentate da Lega (Pdl 384) e Azione-Italia Viva (Pdl 459). «La commissione d’inchiesta - ha chiarito Galeazzo Bignami - dovrà occuparsi della verità dei fatti, non delle responsabilità penali. E per verità dei fatti noi intendiamo tutta la gestione della pandemia: piano pandemico ma anche mascherine, vaccini, contratti dei vaccini, green pass, terapie, tutto».
Qualcosa è già stato anticipato nel corso della seduta di ieri: «Il total lockdown non ha funzionato - ha dichiarato ad esempio Donato Greco - così come la chiusura delle scuole», e anche Matteo Bassetti, ordinario di malattie infettive all’università di Genova, ha ammesso che le chiusure totali non erano necessarie.
«Nella fase iniziale - ha detto Bassetti - è mancato un protocollo unico per i trattamenti, inoltre i medici non visitavano a casa e questo è stato un problema perché la malattia colpiva le persone a casa». Il medico del San Martino, che ha passato gli ultimi due anni in tv premendo insistentemente sulla vaccinazione di massa, ha temerariamente puntato il dito anche sulla campagna vaccinale italiana, a suo dire «influenzata dalla comunicazione dei mass media», sic.
A dispetto dei desiderata delle opposizioni, che di questa commissione forse farebbero volentieri a meno, gli esperti si sono tuttavia trovati concordi sulla necessità di istituirla.
«Sarebbe delittuoso farci trovare impreparati - ha ammonito Eugenia Tognotti, ordinaria di Storia della medicina e Scienze umane a Sassari, osservando però che «più che uno sforzo volenteroso di imparare da ciò che la pandemia ci ha insegnato, si nota una ricerca degli errori del passato».
Il timore di un regolamento di conti politici è dietro l’angolo ma, come ha supplicato Consuelo Locati, presidente dell’Associazione «Familiari delle vittime Covid-19», bisogna andare a fondo «per mantenere alta l’attenzione su una delle pagine più buie della nostra storia. Siamo stati abbandonati, vogliamo sapere cosa è successo e vogliamo delle risposte in tempi ragionevoli», che verosimilmente saranno i diciotto mesi proposti da Bignami: «La commissione non dovrà allungarsi fino a fine legislatura», ha detto il generale Pierpaolo Lunelli, e anche Ugo Cappellacci, presidente della commissione Affari sociali, ha confermato che i tempi rapidi sono auspicabili, «come hanno già fatto altri Paesi». «Il testo base per l’istituzione della Commissione parlamentare arriverà in Aula entro aprile», ha aggiunto.
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Per i pm, sia il governo che la Regione potevano isolare la Val Seriana. Silvio Brusaferro replica alle accuse: non mi occupo di programmi pandemici.Ieri le prime audizioni per istituire l’organo ad hoc. Matteo Bassetti: «Lockdown inefficaci».Lo speciale contiene due articoli.«Ci abbiamo impiegato tre anni, ma mi risulta che in tre anni non sia stata ancora iniziata una commissione parlamentare. Noi, in tre anni comunque abbiamo fatto un’inchiesta». Con queste parole, il procuratore di Bergamo, Antonio Chiappani, ha voluto sintetizzare il «lavoro mastodontico» di indagini, audizioni, di analisi di documenti cartacei e informatici compiuto per ricostruire quanto accadde nella Bergamasca a partire dal 5 gennaio 2020. L’inchiesta della Procura si è chiusa con 19 indagati. Epidemia colposa aggravata, omicidio colposo plurimo e rifiuto di atti d’ufficio sono i principali capi di imputazione. Molti i nomi «eccellenti», tra cui l’allora premier Giuseppe Conte (sotto accusa per epidemia colposa e omicidio colposo) e l’ex ministro della Salute, Roberto Speranza (epidemia colposa, omicidio colposo e rifiuto di atti d’ufficio. Nei loro confronti procederà il tribunale dei ministri. Ma vediamo quali sono i reati contestati ai personaggi più di spicco di questa inchiesta, ovvero il presidente dell’Istituto superiore della sanità Silvio Brusaferro; l’allora capo della Protezione civile Angelo Borrelli; il presidente dell’Istituto superiore di sanità Franco Locatelli; il coordinatore del Comitato tecnico scientifico nella prima fase dell’emergenza, Agostino Miozzo; l’allora direttore scientifico dello Spallanzani, Giuseppe Ippolito; il riconfermato governatore della Regione Lombardia, Attilio Fontana; l’ex assessore al Welfare lombardo, Giulio Gallera. Per la mancata istituzione della zona rossa in Val Seriana, indagati per epidemia colposa e omicidio colposo sono Conte e Fontana, assieme a diversi membri del primo Cts. I componenti del Comitato tecnico scientifico, tra cui Brusaferro, Locatelli, Ippolito e Miozzo, non proposero l’«estensione delle misure previste per la c.d. “zona rossa” ai Comuni della Val Seriana, inclusi i comuni di Alzano Lombardo e Nembro», nonostante a quella data il comitato tecnico scientifico fosse a conoscenza del numero di casi (531) registrati sino a quel momento in Lombardia. Sono indagati per epidemia colposa e omicidio colposo i dirigenti delle aziende sanitarie di Bergamo e di Bergamo est. Per il mancato aggiornamento del piano pandemico, che vede tra gli indagati per omissione di atti di ufficio oltre all’ex segretario generale, Giuseppe Ruocco e all’attuale responsabile delle malattie infettive, Francesco Maraglino, anche l’ex Oms Ranieri Guerra, che a Bergamo è pure indagato per false informazioni ai pm, la Procura di Bergamo invierà gli atti a Roma. Gli ex ministri della salute Roberto Speranza, Giulia Grillo e Beatrice Lorenzin sono indagati per l’omessa istituzione o rinnovo del comitato nazionale per la pandemia. Brusaferro, ieri, ha fatto diramare un comunicato nel quale dichiara che «non è nei poteri del presidente dell’Istituto adottare piani pandemici o dar seguito alla loro esecuzione», che la linea dell’Iss durante la pandemia «è stata improntata alla massima precauzione e al massimo rigore scientifico», e che non gli è stato notificato «alcun atto relativo all’inchiesta». Certo, molti interrogativi rimangono. Su perché a Gallera e all’ex dg del Welfare lombardo, Luigi Cajazzo venga imputato di non aver dato «risposta ad una pandemia influenzale secondo le direttive del ministro della Salute del 2 ottobre 2006 nonché in violazione del Piano nazionale di preparazione e risposta per una pandemia influenzale del 9 febbraio 2006», quando sappiamo che non era stato attivato un piano nazionale pandemico, nonostante le sollecitazioni dell’Oms. Il piano pandemico, se applicato, avrebbe probabilmente evitato i lockdown indiscriminati che poi seguirono. La colpa del governatore Fontana, secondo i pm, sarebbe stata di non aver chiuso abbastanza, di non aver applicato «misure di contenimento e gestione adeguate e proporzionate all’evolversi della situazione», provocando «la diffusione dell’epidemia» in Val Seriana con un «incremento stimato non inferiore al contagio di 4.148 persone, pari al numero di decessi in meno che si sarebbero verificati», se fosse stata la zona rossa «a partire dal 27 febbraio 2020». «C’era la possibilità sia a livello regionale che a livello locale, di fare atti contingibili d’urgenza, cioè chiudere determinate zone», ha dichiarato ieri il procuratore Chiappani. Dal canto suo, il presidente lombardo Fontana, a Radio anch’io, ha tenuto a precisare che «quando si tratta di emergenza pandemica la competenza è esclusiva dello Stato, secondo la Costituzione, non secondo me. E poi se avessi emesso l’ordinanza, con chi l’avrei fatta eseguire? Non ho a disposizione né l’esercito né i carabinieri», ha detto, ricordando che durante la prima ondata della pandemia l’allora ministro Lamorgese «emise un provvedimento che diceva: guai a voi se volete sovrapporvi con iniziative sulle cosiddette zone rosse perché è competenza dello Stato». Così pure non si comprende come le indagini si siano concluse, senza che nessun primo cittadino risulti indagato anche se c’era un decreto del 23 febbraio 2020 sulle misure urgenti di contenimento del contagio nei comuni delle Regioni Lombardia e Veneto. Secondo il procuratore Chiappani, c’è stata una «insufficiente valutazione di rischio. Estendendo la zona rossa si sarebbero evitati più di 4.000 morti», ma sulla mancata zona rossa nella Val Seriana non è cosa scontata «la consapevolezza che poteva avere un sindaco che si fosse in una situazione di emergenza». 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Gli esperti interpellati dalle opposizioni di Pd e Cinque stelle, a cominciare dall’ex primario dell’ospedale Sacco di Milano, Massimo Galli, si sono infatti affrettati a minimizzare il mancato aggiornamento del piano pandemico del 2006, oggetto della proposta di legge 446 presentata dai deputati di Fratelli d’Italia, con primo firmatario il viceministro delle Infrastrutture e dei trasporti Galeazzo Bignami. «È vero che mancava un piano pandemico - ha dichiarato Galli - ma se lo avessimo avuto prima della pandemia da Covid sarebbe stato contro l’influenza, che è cosa diversa dal Sars Cov 2. Il Sars Cov 2 è un fatto completamente nuovo - si è affrettato a dichiarare Galli - che quando ci è capitato tra capo e collo non poteva essere affrontato allo stesso modo di come potrebbe essere affrontato ora». Sulla presunta inutilità del piano si è soffermato anche l’epidemiologo del Cts, Donato Greco: «Il piano era contro l’influenza, che è cosa completamente diversa dal Sars Cov 2 - ha detto Greco - quindi a gennaio 2020 non è mancato il piano, sono mancati i 14 anni di inattività precedenti, è mancato il tessuto». Concetto ribadito anche dal presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta: «L’aggiornamento è uno step, ma al di là dell’aggiornamento è mancata l’applicazione del piano pandemico». A non lasciare appesa la questione dell’utilità del piano ci ha pensato Francesco Zambon, ex capo dei ricercatori dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) che scrissero un rapporto sulla gestione italiana della prima ondata, dimessosi due anni fa a causa del clima insostenibile che si era creato intorno a lui dopo la pubblicazione del report. «A dispetto di tutti coloro che hanno detto che il piano pandemico non sarebbe stato influente - ha affermato Zambon - sappiamo che non è vero: la commissione sulla gestione pandemica istituita dalla rivista Lancet ha chiarito una volta per tutte che i Paesi che lo avevano, soprattutto in Asia orientale, sono andati di gran lunga meglio di quelli che non lo avevano», anche perché, come ha specificato Giulio Valesini, giornalista di Report interpellato dai deputati della commissione Affari sociali della Camera, «serviva ad avviare la macchina per attivare le necessità primarie, a cominciare dalle mascherine». Il lavoro della commissione Covid auspicabilmente non verterà soltanto sul mancato aggiornamento del piano, ma più in generale sulla gestione pandemica, come specificato nelle altre due proposte di legge presentate da Lega (Pdl 384) e Azione-Italia Viva (Pdl 459). «La commissione d’inchiesta - ha chiarito Galeazzo Bignami - dovrà occuparsi della verità dei fatti, non delle responsabilità penali. E per verità dei fatti noi intendiamo tutta la gestione della pandemia: piano pandemico ma anche mascherine, vaccini, contratti dei vaccini, green pass, terapie, tutto». Qualcosa è già stato anticipato nel corso della seduta di ieri: «Il total lockdown non ha funzionato - ha dichiarato ad esempio Donato Greco - così come la chiusura delle scuole», e anche Matteo Bassetti, ordinario di malattie infettive all’università di Genova, ha ammesso che le chiusure totali non erano necessarie. «Nella fase iniziale - ha detto Bassetti - è mancato un protocollo unico per i trattamenti, inoltre i medici non visitavano a casa e questo è stato un problema perché la malattia colpiva le persone a casa». Il medico del San Martino, che ha passato gli ultimi due anni in tv premendo insistentemente sulla vaccinazione di massa, ha temerariamente puntato il dito anche sulla campagna vaccinale italiana, a suo dire «influenzata dalla comunicazione dei mass media», sic. A dispetto dei desiderata delle opposizioni, che di questa commissione forse farebbero volentieri a meno, gli esperti si sono tuttavia trovati concordi sulla necessità di istituirla. «Sarebbe delittuoso farci trovare impreparati - ha ammonito Eugenia Tognotti, ordinaria di Storia della medicina e Scienze umane a Sassari, osservando però che «più che uno sforzo volenteroso di imparare da ciò che la pandemia ci ha insegnato, si nota una ricerca degli errori del passato». Il timore di un regolamento di conti politici è dietro l’angolo ma, come ha supplicato Consuelo Locati, presidente dell’Associazione «Familiari delle vittime Covid-19», bisogna andare a fondo «per mantenere alta l’attenzione su una delle pagine più buie della nostra storia. Siamo stati abbandonati, vogliamo sapere cosa è successo e vogliamo delle risposte in tempi ragionevoli», che verosimilmente saranno i diciotto mesi proposti da Bignami: «La commissione non dovrà allungarsi fino a fine legislatura», ha detto il generale Pierpaolo Lunelli, e anche Ugo Cappellacci, presidente della commissione Affari sociali, ha confermato che i tempi rapidi sono auspicabili, «come hanno già fatto altri Paesi». «Il testo base per l’istituzione della Commissione parlamentare arriverà in Aula entro aprile», ha aggiunto.
Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti e il premier Giorgia Meloni (Ansa)
Con il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, i due vicepremier, Matteo Salvini e Antonio Tajani, il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi. Una riunione decisiva che avrà una ricaduta diretta sul Consiglio dei ministri di oggi che dovrà affrontare risolutivamente il nodo del caro carburanti.
A unire il campo largo invece in questo momento c’è poco se non una convinzione: Giuseppe Conte farebbe qualunque cosa pur di tornare a fare il premier. Non un semplice sospetto ma una certezza con cui deve fare i conti Elly Schlein. Da segretario del Pd e quindi del partito con maggior percentuale di voti, dovrebbe essere lei il punto di riferimento e l’interlocutore di chiunque volesse relazionarsi con le opposizioni in Italia. I fatti però hanno dimostrato tutto il contrario. L’incontro di Conte con Paolo Zampolli l’uomo di Donald Trump in Italia, infatti, dice tante cose. La prima è che da ex premier, il leader pentastellato è considerato l’uomo di riferimento dall’entourage del presidente degli Stati Uniti. Un fatto che Giuseppi ha tenuto a sbandierare. Il San Lorenzo è uno dei più noti locali di pesce a Roma, e come altri, viene spesso usato per incontri di lavoro ai più alti vertici. È nella categoria dei ristoranti dove si va «per farsi vedere». Ed è quindi così che dovrebbe arrivare il messaggio a Schlein. Forte e chiaro. «Il leader sono io», sembra dire, «lo sanno anche Oltreoceano».
Per Carlo Calenda, «Conte può incontrare Vladimir Putin e dire che è progressista, poi incontrare Trump e dire che è liberale, può fare la manifestazione “No Kings” e poi mandargli un messaggino. È concavo e convesso, dove lo metti sta e se dovesse saltare l’alleanza col centrosinistra lui per rientrare a Palazzo Chigi fa l’alleanza con Casapound e visto che c’è si porta dietro quello che è il secondo trasformista in Italia dopo di lui, cioè Matteo Renzi. Quindi sono una coppia perfetta», ironizza pungente. Poi aggiunge: «Schlein deve sapere e il Pd deve sapere che questa roba porterà alla scomparsa del Partito democratico, come già fu il Conte due. Io gli avevo detto: non lo fate e l’hanno fatto. Il Movimento 5 stelle era inesistente e adesso abbiamo un Movimento 5 stelle che contende la leadership al Partito democratico».
Ed è chiaro a tutti che il tema della leadership è estremamente divisivo, un elefante nella stanza che non può più continuare a esser ignorato. Eppure c’è chi rimanda il problema.
Goffredo Bettini, dirigente nazionale del Pd, in un editoriale pubblicato dal suo Rinascita, scrive: «Sono giorni che si parla solo di questo. Delle divisioni nella coalizione progressista, delle ambizioni che ognuno coltiva, dei reciproci sospetti e, infine, nelle ultime ore è divampata la ricerca verticistica, irrealistica, inopportuna del cosiddetto federatore». Per questo, per Bettini, su un punto «occorre essere chiari: troveremo il modo più largo, trasparente e sensato di scegliere il leader delle forze progressiste, il candidato premier. Allo stato attuale, tuttavia, occorre il più rapidamente possibile levare dal campo questo tema divisivo e prematuro. Questo affanno personalistico e distraente». Piuttosto, per l’esponente dem, «occorre agire da subito, insieme, come opposizione al governo Meloni, che allo stato attuale resta». E poi: «In secondo luogo, nel modo più ragionato, pacato e responsabile vanno create le condizioni perché i vari partiti della coalizione elaborino una posizione comune sulle grandi questioni del futuro. Non sono affatto pessimista».
All’ottimista Bettini si affianca Andrea Orlando, che rincara: «Penso che sia stato un errore precipitare la discussione sulle primarie, credo che la vittoria referendaria non si possa trasferire automaticamente nel campo politico. Lo può diventare se siamo in grado di far sì che tutto il popolo che ha partecipato al voto sia partecipe alla costruzione dell’alternativa. Si ridia la possibilità di partecipare non solo per andare a votare questo o quell’altro alle primarie ma per costruire dal basso un altro percorso alternativo a quello della destra».
Anche per Matteo Renzi, leader di Italia viva, bisogna stare sui temi. Per l’ex premier bisogna puntare tutto sulla sicurezza: «Il centrosinistra deve dire parole chiare. Su questo tema ci giochiamo le prossime elezioni ma soprattutto il futuro dei nostri ragazzi».
Schlein ha detto la sua due sere fa, ospite di Rete 4. «Io lavorerò come sempre per costruire un’alleanza. Ricordo che nel 2022 abbiamo perso le elezioni perché non c’era un’alleanza. Lavoriamo anzitutto sui programmi e poi naturalmente condivideremo la scelta del candidato premier e se saranno le primarie, io ho sempre detto benissimo, perché io sarò assolutamente disponibile a questo».
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Claudia Conte (Ansa)
Quando ci sono di mezzo i sentimenti, le cose sono sempre complicate.
Il caso della relazione extraconiugale del titolare del Viminale, Matteo Piantedosi, con la giornalista Anna Claudia Conte sta agitando le acque intorno al governo. Non solo perché il ministro dell’Interno, 62 anni, è ancora sposato con il prefetto di Grosseto, Paola Berardino (dalla quale starebbe comunque divorziando), ma anche perché c’è da capire chi sia davvero questa Conte, da dove sia sbucata e, soprattutto, se abbia ottenuto favori da questo rapporto (cosa che comunque il ministro nega con forza). Originaria di Aquino, provincia di Frosinone, 34 anni, padre poliziotto, laurea in giurisprudenza alla Luiss, dopo gli inizi come attrice su Rai Cinema e modella, si butta sull’informazione: speaker di Isoradio, presentatrice e opinionista tv, scrittrice (cinque libri).
In questi anni la Conte è stata la madrina del tour mondiale della nave Amerigo Vespucci, la presentatrice ufficiale dei concerti di tutte le bande delle Forze Armate.
Radio Esercito l’ha inviata a seguire il Festival di Sanremo. Molto vicina anche all’ex generale Roberto Vannacci per il quale ha moderato diversi eventi. Ha anche fondato l’associazione «per la cultura a 360 gradi» Nova Era, insieme ad Emanuele Ajello, militante di Futuro nazionale.
Il 12 febbraio è stata nominata «a tempo parziale e a titolo gratuito» consulente della commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie, organismo di Montecitorio presieduto dal deputato di Forza Italia, Alessandro Battilocchio. «Si è autocandidata e nessuno si è opposto», spiegano dalla commissione. Conte è stata presa «in quanto portavoce dell’Osservatorio nazionale sul bullismo e sul disagio giovanile», chiarisce Battilocchio. Sul suo profilo Whatsapp c’è una foto mentre stringe la mano al Papa, su Instagram (conta 311.000 follower ma pare che il 21% siano sospetti) alterna foto con politici e militari a video del suo programma su Rai Radio Uno. Dal 2024 conduce, infatti, La mezz’ora legale, uno spazio realizzato insieme alla Polizia di Stato. Ad assumerla l’ex direttore Francesco Pionati, ex parlamentare Udc, amico d’infanzia e compaesano di Piantedosi.
È stata anche socia in affari con Renzo Lusetti, ex parlamentare Pd e volto storico della Dc, con il quale ha fondato, nel 2021, la Shallow srls «un’impresa culturale femminile, con focus sulla responsabilità sociale e lo sviluppo sostenibile».
Lusetti è amico intimo di Pionati. Conte è pure codirettrice artistica del Ferrara film festival e producer di eventi realizzati in collaborazione con istituzioni, Santa Sede e realtà del Terzo settore.
Ma la verace e vorace (di visibilità) giornalista ciociara s’intende anche di arte contemporanea: infatti fa parte del cda della Fondazione Marini San Pancrazio di Firenze, nominata nel 2022 dall’allora sindaco Dario Nardella, oggi eurodeputato Pd.
In passato ha avuto una relazione con il calciatore Angelo Paradiso (ex Napoli e Lecce), conclusa dopo che lei lo ha denunciato per stalking, diffamazione e revenge porn. Paradiso venne arrestato e rimase cinque mesi ai domiciliari, salvo poi essere assolto alla fine del 2023, perché «il fatto non sussiste». Una vicenda che pesa ancora.
Ieri, la Conte ha interrotto il mutismo, pubblicando prima un video sulla giornata dell’autismo e poi per inviare solamente un breve messaggio all’agenzia di stampa Ansa in cui affermava: «Al momento preferisco il silenzio, ricordo solo le mie competenze professionali di circa dieci anni».
Avs guarda solo nei letti degli altri
Il leader di Azione, Carlo Calenda, in un post su X ha centrato il problema: «Fare i guardoni nelle camere da letto altrui, con una buona dose di sessismo, è indegno della politica e del giornalismo. Continuate a nuotare in questo mare di fango mentre il mondo va a fuoco». Chiarimenti a parte, sugli incarichi che Claudia Conte ha avuto in questi anni e che giustamente Mario Giordano sollecita, irrita vedere quanto ecciti Avs la relazione della giornalista con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
In un’interrogazione scritta, Angelo Bonelli di Alleanza Verdi Sinistra ha chiesto alla premier Giorgia Meloni non solo lumi sulle consulenze pubbliche conferite alla scrittrice e conduttrice, ma «se, alla luce dei fatti esposti e al fine di tutelare il corretto funzionamento delle istituzioni, il ministro dell’Interno sia nelle condizioni di continuare a svolgere pienamente le proprie funzioni».
Davvero singolare che proprio il gruppo politico che candidò alle Europee una detenuta italiana in Ungheria, divenuta intoccabile una volta eletta, sollevi obiezioni sull’idoneità del ministro dell’Interno. Piantedosi non ha commesso reati, non si è fatto più di un anno di carcere con l’accusa di aver aggredito a martellate due presunti neonazisti come nel caso di Ilaria Salis, eppure per Bonelli e Fratoianni dovrebbe lasciare il Viminale. «L’obiettivo è chiaro, fare fuori Piantedosi con una faccenda privata, così come si è fatto per Sangiuliano», scriveva ieri il direttore Maurizio Belpietro.
Guardare attraverso il buco della serratura non sembra sconveniente per Avs, quando nel letto c’è un esponente del governo, però guai se la polizia bussa alla porta della camera d’hotel dove la Salis era con Ivan Bonnin, suo assistente al Parlamento europeo. «L’idea, è che intorno alla candidatura di Ilaria Salis si possa generare una grande e generosa battaglia affinché l’Unione europea difenda i principi dello stato di diritto e riaffermi l’inviolabilità dei diritti umani fondamentali su tutto il suo territorio e in ognuno degli stati membri», dichiaravano nell’aprile di due anni fa Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli.
Potevano dirlo subito, che puntavano non solo all’immunità dell’ex detenuta che rischiava fino a 24 anni di carcere, ma anche al suo essere al di fuori di ogni controllo. I cittadini devono sottostare a procedure, l’eurodeputata pagata con i soldi nostri è al di sopra delle regole tanto da non dover aprire la porta e mostrare i propri documenti?
Per Alleanza Verdi Sinistra il controllo alla Salis è diventato una questione di Stato, anzi di «Regime». Un affronto di cui la Germania dovrebbe pagarne le conseguenze per l’alert «inopportuno» e Piantedosi chiedere scusa. Anzi, oggi possibilmente dimettersi dopo la relazione data in pasto ai media.
Nessuna remora, visti i precedenti dell’eurodeputata passata dal carcere a Bruxelles, aveva suggerito un ragionevole silenzio al duo Avs. «Solo l’ipotesi che una rappresentante delle istituzioni europee possa essere in qualche maniera collegata ad ambienti politici violenti, sicuramente è una questione molto grave, molto seria e da affrontare con rigore e non solo con la polemica», ha fatto notare invece in un’interrogazione Letizia Giorgianni, deputata Fdi.
La capogruppo alla Camera di Avs, Luana Zanella, ha chiesto chiarimenti al titolare del Viminale. «Perché Conte ha avuto bisogno di raccontare la sua relazione che dovrebbe essere un fatto privato?», è partita all’attacco, definendo «comunque molto opache le rivelazioni di Claudia Conte […] Stiamo parlando di una istituzione cruciale, il ministero degli Interni, che non può essere travolta dal gossip».
Il Parlamento europeo, invece, doveva accogliere dalla galera senza fiatare un’attivista che partecipava a spedizioni punitive armata di martello.
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Matteo Piantedosi (Ansa)
Dal punto di vista personale, diciamolo chiaro e tondo, ognuno nella sua vita privata ha il sacrosanto diritto di fare quello che gli pare, e Piantedosi non commenta per non alimentare gossip. A quanto apprende La Verità, il ministro è assolutamente sereno: la Conte non ha mai fatto parte di chat del ministero, non si è mai vista al Viminale, non c’erano per lei incarichi all’orizzonte, e del resto la professionista ha avuto modo di collaborare anche con amministrazioni di sinistra. Piantedosi, trapela dal Viminale, è «come sempre al lavoro», e la sua agenda resta confermata. Nei confronti di Claudia Conte si apprende ancora, «non ci sono mai stati favoritismi, incarichi, favori o interessamenti nei confronti di nessuno», e chi ha sostenuto o sostiene il contrario «ne risponderà nelle sedi competenti: il ministro ha già dato mandato a un legale per tutelare la propria persona». Sempre a quanto apprende La Verità, Piantedosi sfida chiunque a passare in rassegna tutti gli incarichi professionali della Conte trovando una sola pressione, sollecitazione o interessamento del ministro.
Su questo punto infatti insistono le opposizioni: «Ho presentato», annuncia il co-leader di Avs Angelo Bonelli, «un’interrogazione parlamentare alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Chiedo di sapere quanti siano gli incarichi, in varie forme, conferiti a Claudia Conte nella pubblica amministrazione e in Rai e sulla base di quali criteri e competenze siano stati assegnati. Domando inoltre quali competenze abbia Claudia Conte per svolgere una docenza presso l’Alta scuola di formazione della polizia di Stato e se i contratti in Rai vengano definiti attraverso incontri casuali, come riportato da alcuni quotidiani che citano dichiarazioni di Pionati, ex direttore del Gr1». I componenti del Pd nella commissione di Vigilanza Rai chiedono all’azienda «di fare piena chiarezza sui dettagli delle collaborazioni e dei contratti con la signora Conte. Riteniamo necessario», recita una nota, «escludere qualsiasi possibile collegamento tra le relazioni con un ministro in carica pro tempore e le scelte editoriali e contrattuali del servizio pubblico. Chiediamo risposte puntuali e presenteremo un’interrogazione parlamentare a riguardo». La deputata e responsabile giustizia del Pd, Debora Serracchiani, introduce un ulteriore elemento: «Non vorremmo», attacca la Serracchiani, «che questa situazione comprometta l’autonomia e la serenità necessaria all’esercizio della sua funzione o, peggio ancora, renda il ministro ricattabile». Ricattabile, e come? Qui occorre addentrarsi nel mondo degli spifferi di Palazzo, mai così gelidi come in questi giorni di ritardato inverno. Perché, si chiedono tutti, la Conte ha deciso di rivelare la liaison con Piantedosi, tra l’altro chiedendo esplicitamente all’intervistatore di farle quella precisa domanda?
Ipotesi uno: ha voluto, in sintonia col ministro, anticipare qualche scoop in arrivo. Possibile ma, visti i risultati, la genialata avrebbe sortito l’effetto opposto a quello desiderato. Seconda ipotesi: la donna potrebbe essere arrabbiata con Piantedosi per motivi personali e avrebbe così spiattellato la relazione. Questo secondo scenario apre un orizzonte infinito di suggestioni: c’è chi teme uno stillicidio di rivelazioni, di conversazioni in chat, addirittura di foto imbarazzanti. Incubi, probabilmente paranoie da sindrome di accerchiamento: la Conte del resto ha competenze professionali pubbliche e riconosciute, ha alle spalle una carriera decennale che si è snodata e si snoda attraverso una fitta rete di contatti assolutamente trasversali, appare più delusa che vendicativa nei confronti del ministro dell’Interno.
Fdi fa muro: «Fratelli d’Italia», dichiarano i capigruppo del partito alla Camera e al Senato, Galeazzo Bignami e Lucio Malan, «rinnova la piena fiducia al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, per l’ottimo lavoro svolto in questi anni alla guida del ministero nel contrasto all’immigrazione clandestina di massa, alla criminalità e nel rafforzamento della sicurezza degli italiani». «A me non risulta», argomenta la deputata Sara Kelany, «che la signora abbia avuto degli incarichi retribuiti. È una giornalista che fa il suo lavoro, immagino che abbia la sua rete di rapporti, relazioni e contatti, indipendentemente dal fatto che abbiano esplicitato questa vicenda di carattere personale». Anche da Forza Italia arriva la vicinanza al ministro: «Rinnoviamo solidarietà e piena fiducia nel ministro Piantedosi», dichiara il deputato di Fi Alessandro Cattaneo a Rainews24, «Claudia Conte io l’ho vista in tante presentazioni con esponenti politici di ogni colore, poi se ci sono dei risvolti privati devono rimanere privati». «Io sono una grandissima tifosa del ministro Piantedosi», sottolinea Matilde Siracusano, sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento e deputata di Forza Italia, a Tagadà su La7, «uno dei più bravi ministri di questo governo, una persona perbene, con un grande senso delle istituzioni. E per questo mi sento di escludere sinceramente qualsiasi illazione legata a un fantomatico uso improprio di risorse pubbliche o a rapporti poco trasparenti».
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Ansa
In pratica le due condotte sono distinte (quella del militare per eccesso colposo) ma, secondo i pm, convergono nello stesso esito. Con Lenoci e Bouzidi altri sei militari rischiano il processo. Le accuse, a vario titolo, sono di favoreggiamento, depistaggio e falso. Ovvero il secondo livello dell’inchiesta condotta dai pm Giancarla Serafini e Marco Cirigliano (coordinati dal procuratore aggiunto Paolo Ielo), che non riguarda più la strada, ma ciò che è accaduto dopo con i verbali, le presunte omissioni e i video.
La richiesta di rinvio a giudizio arriva dopo la chiusura delle indagini preliminari notificata lo scorso 16 febbraio. E ora dovrà essere valutata dal giudice dell’udienza preliminare. Secondo l’accusa, Lenoci (difeso dagli avvocati Roberto Borgogno e Arianna Dutto) avrebbe mantenuto «una distanza e una velocità inidonee a prevenire eventuali collisioni o tamponamenti con il mezzo in fuga», con una «manovra particolarmente avventata». Non viene messo in discussione il fatto che stesse agendo «nell’adempimento di un dovere». Per i pm, però, avrebbe «ecceduto colposamente i limiti stabiliti dalla legge», con una «condotta di guida sproporzionata» rispetto alla necessità di bloccare lo scooter, anche perché era già stata comunicata via radio la targa del TMax in fuga. A Lenoci vengono contestate anche le lesioni nei confronti di Bouzidi (condannato in primo grado per resistenza a 2 anni e 8 mesi e difeso dai legali Debora Piazza e Marco Romagnoli), sempre per «eccesso colposo nell’adempimento del dovere». La linea difensiva, però, si muove su un crinale diverso: riconoscere l’inseguimento come atto dovuto, dentro un contesto operativo segnato dall’urgenza e dalla necessità di fermare una condotta pericolosa. La dinamica dello schianto, nonostante perizie e relazioni tecniche non sempre allineate, è fissata negli atti. Un passaggio che segnala già possibili margini di confronto tra consulenze e ricostruzioni. L’urto tra il lato posteriore destro del TMax e la «fascia anteriore del paraurti» della Giulietta. Poi lo schianto finale all’incrocio tra via Ripamonti e via Quaranta. Ramy viene sbalzato contro il palo di un semaforo. E subito dopo schiacciato dalla macchina dei carabinieri. È la sequenza che, per l’accusa, legherebbe materialmente le due condotte all’esito fatale. Il nodo centrale del processo sarà stabilire se quella sequenza sia l’effetto inevitabile di una fuga pericolosa o il risultato di scelte operative ritenute sproporzionate.
Sul versante opposto, quello della fuga, i pm contestano a Bouzidi il concorso in omicidio stradale. Poi arriva il turno di quattro dei sette militari, ai quali vengono contestate le ipotesi di depistaggio e favoreggiamento, anche per aver costretto, secondo l’accusa, testimoni a cancellare video. Un altro filone riguarda i verbali d’arresto e le accuse di falso. Secondo i pm, quattro carabinieri avrebbero omesso «di menzionare l’urto», scrivendo «falsamente» che lo scooter «a causa del sovrasterzo scivolava». Una differenza che per gli inquirenti non sarebbe solo lessicale, ma sostanziale nella descrizione della dinamica. La versione sarebbe poi smentita dalla ricostruzione della Polizia locale, dalla consulenza dell’esperto dei pm e dalle immagini acquisite. In quattro, invece, sono accusati anche di aver omesso di riferire la presenza di un testimone oculare, di una dashcam e di una bodycam, «dispositivi che», riporta l’accusa, «riprendevano l’intera fase dell’inseguimento». La contestazione di false informazioni ai pm, che vede indagati due militari, è stata, invece, stralciata per motivi tecnico-procedurali e proseguirà in un ulteriore procedimento penale.
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