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2023-03-03
La Procura si concentra sulle mancate chiusure: «La zona rossa avrebbe evitato 4.000 morti»
Giuseppe Conte e Roberto Speranza (Ansa)
«Ci abbiamo impiegato tre anni, ma mi risulta che in tre anni non sia stata ancora iniziata una commissione parlamentare. Noi, in tre anni comunque abbiamo fatto un’inchiesta».
Con queste parole, il procuratore di Bergamo, Antonio Chiappani, ha voluto sintetizzare il «lavoro mastodontico» di indagini, audizioni, di analisi di documenti cartacei e informatici compiuto per ricostruire quanto accadde nella Bergamasca a partire dal 5 gennaio 2020.
L’inchiesta della Procura si è chiusa con 19 indagati. Epidemia colposa aggravata, omicidio colposo plurimo e rifiuto di atti d’ufficio sono i principali capi di imputazione. Molti i nomi «eccellenti», tra cui l’allora premier Giuseppe Conte (sotto accusa per epidemia colposa e omicidio colposo) e l’ex ministro della Salute, Roberto Speranza (epidemia colposa, omicidio colposo e rifiuto di atti d’ufficio. Nei loro confronti procederà il tribunale dei ministri.
Ma vediamo quali sono i reati contestati ai personaggi più di spicco di questa inchiesta, ovvero il presidente dell’Istituto superiore della sanità Silvio Brusaferro; l’allora capo della Protezione civile Angelo Borrelli; il presidente dell’Istituto superiore di sanità Franco Locatelli; il coordinatore del Comitato tecnico scientifico nella prima fase dell’emergenza, Agostino Miozzo; l’allora direttore scientifico dello Spallanzani, Giuseppe Ippolito; il riconfermato governatore della Regione Lombardia, Attilio Fontana; l’ex assessore al Welfare lombardo, Giulio Gallera. Per la mancata istituzione della zona rossa in Val Seriana, indagati per epidemia colposa e omicidio colposo sono Conte e Fontana, assieme a diversi membri del primo Cts. I componenti del Comitato tecnico scientifico, tra cui Brusaferro, Locatelli, Ippolito e Miozzo, non proposero l’«estensione delle misure previste per la c.d. “zona rossa” ai Comuni della Val Seriana, inclusi i comuni di Alzano Lombardo e Nembro», nonostante a quella data il comitato tecnico scientifico fosse a conoscenza del numero di casi (531) registrati sino a quel momento in Lombardia. Sono indagati per epidemia colposa e omicidio colposo i dirigenti delle aziende sanitarie di Bergamo e di Bergamo est. Per il mancato aggiornamento del piano pandemico, che vede tra gli indagati per omissione di atti di ufficio oltre all’ex segretario generale, Giuseppe Ruocco e all’attuale responsabile delle malattie infettive, Francesco Maraglino, anche l’ex Oms Ranieri Guerra, che a Bergamo è pure indagato per false informazioni ai pm, la Procura di Bergamo invierà gli atti a Roma.
Gli ex ministri della salute Roberto Speranza, Giulia Grillo e Beatrice Lorenzin sono indagati per l’omessa istituzione o rinnovo del comitato nazionale per la pandemia. Brusaferro, ieri, ha fatto diramare un comunicato nel quale dichiara che «non è nei poteri del presidente dell’Istituto adottare piani pandemici o dar seguito alla loro esecuzione», che la linea dell’Iss durante la pandemia «è stata improntata alla massima precauzione e al massimo rigore scientifico», e che non gli è stato notificato «alcun atto relativo all’inchiesta».
Certo, molti interrogativi rimangono. Su perché a Gallera e all’ex dg del Welfare lombardo, Luigi Cajazzo venga imputato di non aver dato «risposta ad una pandemia influenzale secondo le direttive del ministro della Salute del 2 ottobre 2006 nonché in violazione del Piano nazionale di preparazione e risposta per una pandemia influenzale del 9 febbraio 2006», quando sappiamo che non era stato attivato un piano nazionale pandemico, nonostante le sollecitazioni dell’Oms.
Il piano pandemico, se applicato, avrebbe probabilmente evitato i lockdown indiscriminati che poi seguirono. La colpa del governatore Fontana, secondo i pm, sarebbe stata di non aver chiuso abbastanza, di non aver applicato «misure di contenimento e gestione adeguate e proporzionate all’evolversi della situazione», provocando «la diffusione dell’epidemia» in Val Seriana con un «incremento stimato non inferiore al contagio di 4.148 persone, pari al numero di decessi in meno che si sarebbero verificati», se fosse stata la zona rossa «a partire dal 27 febbraio 2020».
«C’era la possibilità sia a livello regionale che a livello locale, di fare atti contingibili d’urgenza, cioè chiudere determinate zone», ha dichiarato ieri il procuratore Chiappani. Dal canto suo, il presidente lombardo Fontana, a Radio anch’io, ha tenuto a precisare che «quando si tratta di emergenza pandemica la competenza è esclusiva dello Stato, secondo la Costituzione, non secondo me. E poi se avessi emesso l’ordinanza, con chi l’avrei fatta eseguire? Non ho a disposizione né l’esercito né i carabinieri», ha detto, ricordando che durante la prima ondata della pandemia l’allora ministro Lamorgese «emise un provvedimento che diceva: guai a voi se volete sovrapporvi con iniziative sulle cosiddette zone rosse perché è competenza dello Stato». Così pure non si comprende come le indagini si siano concluse, senza che nessun primo cittadino risulti indagato anche se c’era un decreto del 23 febbraio 2020 sulle misure urgenti di contenimento del contagio nei comuni delle Regioni Lombardia e Veneto. Secondo il procuratore Chiappani, c’è stata una «insufficiente valutazione di rischio. Estendendo la zona rossa si sarebbero evitati più di 4.000 morti», ma sulla mancata zona rossa nella Val Seriana non è cosa scontata «la consapevolezza che poteva avere un sindaco che si fosse in una situazione di emergenza». Alla fine, chi pagherà per pandemia colposa?
Le virostar minimizzano sul piano: «Aggiornarlo sarebbe stato inutile»
Le audizioni alla Camera dei deputati avviate ieri per valutare le tre proposte di legge per l’istituzione della commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid hanno dato un primo assaggio di cosa sarebbe successo se oggi al governo non ci fosse la coalizione guidata da Giorgia Meloni, bensì quella che ha gestito la pandemia.
Gli esperti interpellati dalle opposizioni di Pd e Cinque stelle, a cominciare dall’ex primario dell’ospedale Sacco di Milano, Massimo Galli, si sono infatti affrettati a minimizzare il mancato aggiornamento del piano pandemico del 2006, oggetto della proposta di legge 446 presentata dai deputati di Fratelli d’Italia, con primo firmatario il viceministro delle Infrastrutture e dei trasporti Galeazzo Bignami. «È vero che mancava un piano pandemico - ha dichiarato Galli - ma se lo avessimo avuto prima della pandemia da Covid sarebbe stato contro l’influenza, che è cosa diversa dal Sars Cov 2. Il Sars Cov 2 è un fatto completamente nuovo - si è affrettato a dichiarare Galli - che quando ci è capitato tra capo e collo non poteva essere affrontato allo stesso modo di come potrebbe essere affrontato ora». Sulla presunta inutilità del piano si è soffermato anche l’epidemiologo del Cts, Donato Greco: «Il piano era contro l’influenza, che è cosa completamente diversa dal Sars Cov 2 - ha detto Greco - quindi a gennaio 2020 non è mancato il piano, sono mancati i 14 anni di inattività precedenti, è mancato il tessuto».
Concetto ribadito anche dal presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta: «L’aggiornamento è uno step, ma al di là dell’aggiornamento è mancata l’applicazione del piano pandemico».
A non lasciare appesa la questione dell’utilità del piano ci ha pensato Francesco Zambon, ex capo dei ricercatori dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) che scrissero un rapporto sulla gestione italiana della prima ondata, dimessosi due anni fa a causa del clima insostenibile che si era creato intorno a lui dopo la pubblicazione del report. «A dispetto di tutti coloro che hanno detto che il piano pandemico non sarebbe stato influente - ha affermato Zambon - sappiamo che non è vero: la commissione sulla gestione pandemica istituita dalla rivista Lancet ha chiarito una volta per tutte che i Paesi che lo avevano, soprattutto in Asia orientale, sono andati di gran lunga meglio di quelli che non lo avevano», anche perché, come ha specificato Giulio Valesini, giornalista di Report interpellato dai deputati della commissione Affari sociali della Camera, «serviva ad avviare la macchina per attivare le necessità primarie, a cominciare dalle mascherine».
Il lavoro della commissione Covid auspicabilmente non verterà soltanto sul mancato aggiornamento del piano, ma più in generale sulla gestione pandemica, come specificato nelle altre due proposte di legge presentate da Lega (Pdl 384) e Azione-Italia Viva (Pdl 459). «La commissione d’inchiesta - ha chiarito Galeazzo Bignami - dovrà occuparsi della verità dei fatti, non delle responsabilità penali. E per verità dei fatti noi intendiamo tutta la gestione della pandemia: piano pandemico ma anche mascherine, vaccini, contratti dei vaccini, green pass, terapie, tutto».
Qualcosa è già stato anticipato nel corso della seduta di ieri: «Il total lockdown non ha funzionato - ha dichiarato ad esempio Donato Greco - così come la chiusura delle scuole», e anche Matteo Bassetti, ordinario di malattie infettive all’università di Genova, ha ammesso che le chiusure totali non erano necessarie.
«Nella fase iniziale - ha detto Bassetti - è mancato un protocollo unico per i trattamenti, inoltre i medici non visitavano a casa e questo è stato un problema perché la malattia colpiva le persone a casa». Il medico del San Martino, che ha passato gli ultimi due anni in tv premendo insistentemente sulla vaccinazione di massa, ha temerariamente puntato il dito anche sulla campagna vaccinale italiana, a suo dire «influenzata dalla comunicazione dei mass media», sic.
A dispetto dei desiderata delle opposizioni, che di questa commissione forse farebbero volentieri a meno, gli esperti si sono tuttavia trovati concordi sulla necessità di istituirla.
«Sarebbe delittuoso farci trovare impreparati - ha ammonito Eugenia Tognotti, ordinaria di Storia della medicina e Scienze umane a Sassari, osservando però che «più che uno sforzo volenteroso di imparare da ciò che la pandemia ci ha insegnato, si nota una ricerca degli errori del passato».
Il timore di un regolamento di conti politici è dietro l’angolo ma, come ha supplicato Consuelo Locati, presidente dell’Associazione «Familiari delle vittime Covid-19», bisogna andare a fondo «per mantenere alta l’attenzione su una delle pagine più buie della nostra storia. Siamo stati abbandonati, vogliamo sapere cosa è successo e vogliamo delle risposte in tempi ragionevoli», che verosimilmente saranno i diciotto mesi proposti da Bignami: «La commissione non dovrà allungarsi fino a fine legislatura», ha detto il generale Pierpaolo Lunelli, e anche Ugo Cappellacci, presidente della commissione Affari sociali, ha confermato che i tempi rapidi sono auspicabili, «come hanno già fatto altri Paesi». «Il testo base per l’istituzione della Commissione parlamentare arriverà in Aula entro aprile», ha aggiunto.
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Per i pm, sia il governo che la Regione potevano isolare la Val Seriana. Silvio Brusaferro replica alle accuse: non mi occupo di programmi pandemici.Ieri le prime audizioni per istituire l’organo ad hoc. Matteo Bassetti: «Lockdown inefficaci».Lo speciale contiene due articoli.«Ci abbiamo impiegato tre anni, ma mi risulta che in tre anni non sia stata ancora iniziata una commissione parlamentare. Noi, in tre anni comunque abbiamo fatto un’inchiesta». Con queste parole, il procuratore di Bergamo, Antonio Chiappani, ha voluto sintetizzare il «lavoro mastodontico» di indagini, audizioni, di analisi di documenti cartacei e informatici compiuto per ricostruire quanto accadde nella Bergamasca a partire dal 5 gennaio 2020. L’inchiesta della Procura si è chiusa con 19 indagati. Epidemia colposa aggravata, omicidio colposo plurimo e rifiuto di atti d’ufficio sono i principali capi di imputazione. Molti i nomi «eccellenti», tra cui l’allora premier Giuseppe Conte (sotto accusa per epidemia colposa e omicidio colposo) e l’ex ministro della Salute, Roberto Speranza (epidemia colposa, omicidio colposo e rifiuto di atti d’ufficio. Nei loro confronti procederà il tribunale dei ministri. Ma vediamo quali sono i reati contestati ai personaggi più di spicco di questa inchiesta, ovvero il presidente dell’Istituto superiore della sanità Silvio Brusaferro; l’allora capo della Protezione civile Angelo Borrelli; il presidente dell’Istituto superiore di sanità Franco Locatelli; il coordinatore del Comitato tecnico scientifico nella prima fase dell’emergenza, Agostino Miozzo; l’allora direttore scientifico dello Spallanzani, Giuseppe Ippolito; il riconfermato governatore della Regione Lombardia, Attilio Fontana; l’ex assessore al Welfare lombardo, Giulio Gallera. Per la mancata istituzione della zona rossa in Val Seriana, indagati per epidemia colposa e omicidio colposo sono Conte e Fontana, assieme a diversi membri del primo Cts. I componenti del Comitato tecnico scientifico, tra cui Brusaferro, Locatelli, Ippolito e Miozzo, non proposero l’«estensione delle misure previste per la c.d. “zona rossa” ai Comuni della Val Seriana, inclusi i comuni di Alzano Lombardo e Nembro», nonostante a quella data il comitato tecnico scientifico fosse a conoscenza del numero di casi (531) registrati sino a quel momento in Lombardia. Sono indagati per epidemia colposa e omicidio colposo i dirigenti delle aziende sanitarie di Bergamo e di Bergamo est. Per il mancato aggiornamento del piano pandemico, che vede tra gli indagati per omissione di atti di ufficio oltre all’ex segretario generale, Giuseppe Ruocco e all’attuale responsabile delle malattie infettive, Francesco Maraglino, anche l’ex Oms Ranieri Guerra, che a Bergamo è pure indagato per false informazioni ai pm, la Procura di Bergamo invierà gli atti a Roma. Gli ex ministri della salute Roberto Speranza, Giulia Grillo e Beatrice Lorenzin sono indagati per l’omessa istituzione o rinnovo del comitato nazionale per la pandemia. Brusaferro, ieri, ha fatto diramare un comunicato nel quale dichiara che «non è nei poteri del presidente dell’Istituto adottare piani pandemici o dar seguito alla loro esecuzione», che la linea dell’Iss durante la pandemia «è stata improntata alla massima precauzione e al massimo rigore scientifico», e che non gli è stato notificato «alcun atto relativo all’inchiesta». Certo, molti interrogativi rimangono. Su perché a Gallera e all’ex dg del Welfare lombardo, Luigi Cajazzo venga imputato di non aver dato «risposta ad una pandemia influenzale secondo le direttive del ministro della Salute del 2 ottobre 2006 nonché in violazione del Piano nazionale di preparazione e risposta per una pandemia influenzale del 9 febbraio 2006», quando sappiamo che non era stato attivato un piano nazionale pandemico, nonostante le sollecitazioni dell’Oms. Il piano pandemico, se applicato, avrebbe probabilmente evitato i lockdown indiscriminati che poi seguirono. La colpa del governatore Fontana, secondo i pm, sarebbe stata di non aver chiuso abbastanza, di non aver applicato «misure di contenimento e gestione adeguate e proporzionate all’evolversi della situazione», provocando «la diffusione dell’epidemia» in Val Seriana con un «incremento stimato non inferiore al contagio di 4.148 persone, pari al numero di decessi in meno che si sarebbero verificati», se fosse stata la zona rossa «a partire dal 27 febbraio 2020». «C’era la possibilità sia a livello regionale che a livello locale, di fare atti contingibili d’urgenza, cioè chiudere determinate zone», ha dichiarato ieri il procuratore Chiappani. Dal canto suo, il presidente lombardo Fontana, a Radio anch’io, ha tenuto a precisare che «quando si tratta di emergenza pandemica la competenza è esclusiva dello Stato, secondo la Costituzione, non secondo me. E poi se avessi emesso l’ordinanza, con chi l’avrei fatta eseguire? Non ho a disposizione né l’esercito né i carabinieri», ha detto, ricordando che durante la prima ondata della pandemia l’allora ministro Lamorgese «emise un provvedimento che diceva: guai a voi se volete sovrapporvi con iniziative sulle cosiddette zone rosse perché è competenza dello Stato». Così pure non si comprende come le indagini si siano concluse, senza che nessun primo cittadino risulti indagato anche se c’era un decreto del 23 febbraio 2020 sulle misure urgenti di contenimento del contagio nei comuni delle Regioni Lombardia e Veneto. Secondo il procuratore Chiappani, c’è stata una «insufficiente valutazione di rischio. Estendendo la zona rossa si sarebbero evitati più di 4.000 morti», ma sulla mancata zona rossa nella Val Seriana non è cosa scontata «la consapevolezza che poteva avere un sindaco che si fosse in una situazione di emergenza». 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Gli esperti interpellati dalle opposizioni di Pd e Cinque stelle, a cominciare dall’ex primario dell’ospedale Sacco di Milano, Massimo Galli, si sono infatti affrettati a minimizzare il mancato aggiornamento del piano pandemico del 2006, oggetto della proposta di legge 446 presentata dai deputati di Fratelli d’Italia, con primo firmatario il viceministro delle Infrastrutture e dei trasporti Galeazzo Bignami. «È vero che mancava un piano pandemico - ha dichiarato Galli - ma se lo avessimo avuto prima della pandemia da Covid sarebbe stato contro l’influenza, che è cosa diversa dal Sars Cov 2. Il Sars Cov 2 è un fatto completamente nuovo - si è affrettato a dichiarare Galli - che quando ci è capitato tra capo e collo non poteva essere affrontato allo stesso modo di come potrebbe essere affrontato ora». Sulla presunta inutilità del piano si è soffermato anche l’epidemiologo del Cts, Donato Greco: «Il piano era contro l’influenza, che è cosa completamente diversa dal Sars Cov 2 - ha detto Greco - quindi a gennaio 2020 non è mancato il piano, sono mancati i 14 anni di inattività precedenti, è mancato il tessuto». Concetto ribadito anche dal presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta: «L’aggiornamento è uno step, ma al di là dell’aggiornamento è mancata l’applicazione del piano pandemico». A non lasciare appesa la questione dell’utilità del piano ci ha pensato Francesco Zambon, ex capo dei ricercatori dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) che scrissero un rapporto sulla gestione italiana della prima ondata, dimessosi due anni fa a causa del clima insostenibile che si era creato intorno a lui dopo la pubblicazione del report. «A dispetto di tutti coloro che hanno detto che il piano pandemico non sarebbe stato influente - ha affermato Zambon - sappiamo che non è vero: la commissione sulla gestione pandemica istituita dalla rivista Lancet ha chiarito una volta per tutte che i Paesi che lo avevano, soprattutto in Asia orientale, sono andati di gran lunga meglio di quelli che non lo avevano», anche perché, come ha specificato Giulio Valesini, giornalista di Report interpellato dai deputati della commissione Affari sociali della Camera, «serviva ad avviare la macchina per attivare le necessità primarie, a cominciare dalle mascherine». Il lavoro della commissione Covid auspicabilmente non verterà soltanto sul mancato aggiornamento del piano, ma più in generale sulla gestione pandemica, come specificato nelle altre due proposte di legge presentate da Lega (Pdl 384) e Azione-Italia Viva (Pdl 459). «La commissione d’inchiesta - ha chiarito Galeazzo Bignami - dovrà occuparsi della verità dei fatti, non delle responsabilità penali. E per verità dei fatti noi intendiamo tutta la gestione della pandemia: piano pandemico ma anche mascherine, vaccini, contratti dei vaccini, green pass, terapie, tutto». Qualcosa è già stato anticipato nel corso della seduta di ieri: «Il total lockdown non ha funzionato - ha dichiarato ad esempio Donato Greco - così come la chiusura delle scuole», e anche Matteo Bassetti, ordinario di malattie infettive all’università di Genova, ha ammesso che le chiusure totali non erano necessarie. «Nella fase iniziale - ha detto Bassetti - è mancato un protocollo unico per i trattamenti, inoltre i medici non visitavano a casa e questo è stato un problema perché la malattia colpiva le persone a casa». Il medico del San Martino, che ha passato gli ultimi due anni in tv premendo insistentemente sulla vaccinazione di massa, ha temerariamente puntato il dito anche sulla campagna vaccinale italiana, a suo dire «influenzata dalla comunicazione dei mass media», sic. A dispetto dei desiderata delle opposizioni, che di questa commissione forse farebbero volentieri a meno, gli esperti si sono tuttavia trovati concordi sulla necessità di istituirla. «Sarebbe delittuoso farci trovare impreparati - ha ammonito Eugenia Tognotti, ordinaria di Storia della medicina e Scienze umane a Sassari, osservando però che «più che uno sforzo volenteroso di imparare da ciò che la pandemia ci ha insegnato, si nota una ricerca degli errori del passato». Il timore di un regolamento di conti politici è dietro l’angolo ma, come ha supplicato Consuelo Locati, presidente dell’Associazione «Familiari delle vittime Covid-19», bisogna andare a fondo «per mantenere alta l’attenzione su una delle pagine più buie della nostra storia. Siamo stati abbandonati, vogliamo sapere cosa è successo e vogliamo delle risposte in tempi ragionevoli», che verosimilmente saranno i diciotto mesi proposti da Bignami: «La commissione non dovrà allungarsi fino a fine legislatura», ha detto il generale Pierpaolo Lunelli, e anche Ugo Cappellacci, presidente della commissione Affari sociali, ha confermato che i tempi rapidi sono auspicabili, «come hanno già fatto altri Paesi». «Il testo base per l’istituzione della Commissione parlamentare arriverà in Aula entro aprile», ha aggiunto.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa dell'8 giugno con Carlo Cambi
A rompere gli indugi è stato Banco Bpm. Era nell’aria da mesi. E ieri, all’ora di pranzo, è uscito il comunicato: l’istituto milanese chiede a Mps di andare a nozze. Nessuna Opa. Solo «concordare un’operazione di aggregazione». Operazione finalizzata alla creazione di un nuovo gruppo bancario e finanziario di riferimento in Italia, secondo operatore nazionale per dimensioni, si legge nella nota. L’aggregazione verrebbe attuata nelle modalità tipiche dei «cosiddetti merger of equals, la soluzione più coerente per allineare tutti gli azionisti su un disegno industriale comune, preservando il Dna dei due istituti e valorizzando le rispettive culture», prosegue il comunicato.
Secondo operatore nazionale per dimensioni… Bnp Paribas stima che le nozze potrebbero creare sì un terzo polo bancario, dopo Unicredit e Intesa Sanpaolo, ma appunto il secondo per asset (450 miliardi circa), con un 15% di market share nei prestiti, il 13% nei depositi e 2.900 filiali. L’istituto di Piazza Meda potrebbe contare su sinergie superiori a 1,1 miliardi lordi annui e una capitalizzazione di Borsa potenzialmente superiore a 50 miliardi (attualmente siamo sui 28 miliardi per Siena a 20 per Bpm). L’istituto guidato da Giuseppe Castagna stima inoltre una potenziale generazione di profitto netto a regime pari a 6 miliardi, con una crescita degli utili per azione a doppia cifra.
Numeri incredibili. Ma i numeri sono paradossalmente niente in confronto al centro di potere che «passa da Siena» con questa aggregazione, come ha detto pochi giorni fa Luigi Lovaglio, amministratore delegato di Montepaschi. Mps controlla oltre l’85% di Mediobanca. Mediobanca che ha in mano il 13,2% di Generali, primo azionista del Leone. Non è finita, perché il primo socio del Monte è Delfin - la holding degli eredi di Leonardo Del Vecchio - con il 17,5%, ma Delfin è pure secondo socio nel capitale del Leone di Trieste con il 10,1%. Nel caso di fusione Siena-Milano l’azionista più importante sarebbe sempre Delfin con circa l’11%. Seguito da Credit Agricole. La banca francese, storicamente presente in Italia con Cariparma, Friuladria e non solo, ha iniziato una scalata a Bpm che l’ha portata al 22,9% del capitale. La Banque Verte transalpina potrebbe inoltre essere interessata ad acquistare gli sportelli che il gruppo Bpm-Mps dovrebbe cedere per questioni di Antitrust: 130 filiali, il 4% della futura super banca, calcolano Bnp Paribas e Morgan Stanley. L’Agricole sarebbe così protagonista della finanza italiana, un gradino sotto Leonardo Maria Del Vecchio, figlio del fondatore di Luxottica, che in questi giorni sta per mettere le mani sul 37,5% di Delfin, rilevando quote dai fratelli grazie a un prestito da circa 11 miliardi che vede in prima fila come finanziatori Unicredit (azionista di Generali con l’8,9% e con Delfin socia della banca di piazza Gae Aulenti con il 2,85%) e proprio Credit Agricole.
Visto il potere in ballo, a metà pomeriggio, arriva la controproposta. Da parte di chi? Secondo il Financial Times Intesa Sanpaolo sta preparando un’offerta congiunta con Bpere Unipol su Monte dei Paschi. L’istituto modenese - quinto in Italia per dimensioni con l’assicurazione guidata da Carlo Cimbri come primo azionista - acquisterebbe le attività bancarie del Monte, mentre la banca di Carlo Messina, ne acquisterebbe la recente unità Mediobanca e, di conseguenza, la quota del 13% in Generali. Da Siena non commentano. Oggi però il cda di Mps approfitterà della riunione già convocata per dare le prime risposte.
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Un uomo, un aeroplano, il freddo da domare per stabilire un record. Ma soprattutto il tentativo di capire come gli aeroplani avrebbero potuto volare più in alto per sfuggire alla contraerea.
Nicole Minetti (Getty Images)
In pratica, la testimone chiave smonta le accuse che secondo il giornale di Marco Travaglio lei stessa aveva formulato e fa intendere che le sue parole siano state strumentalizzate. Ovviamente non fa cenno a chi sia l’autore della manipolazione, ma si capisce che l’ex dipendente del ranch non ha alcuna intenzione di puntellare le traballanti accuse del Fatto, lasciando dunque il quotidiano con il cerino in mano.
E la fiammella ora rischia di scottare i polpastrelli di Travaglio e compagni, prova ne sia che il giornale, dopo aver letto la relazione con cui la Procura generale della corte d’appello di Milano spazzava via le insinuazioni circa la vita di Minetti in Spagna e Uruguay, ha spedito un cronista direttamente a Punta dell’Est, alla disperata ricerca di nuovi testimoni. La lettera della procuratrice Francesca Nanni non era infatti tenerissima nei confronti del Fatto.
Anche se con un linguaggio burocratico, la magistratura incaricata dal Quirinale di verificare se Minetti continuasse la vita di prima, e dunque non fosse meritevole di un provvedimento di clemenza da parte del presidente della Repubblica, ha accusato il giornale di aver diffuso «notizie non veritiere». Un pugno in faccia per quello che un tempo era definito l’organo delle Procure, che ha costretto Travaglio a pronunciare, come un Oscar Luigi Scalfaro qualsiasi, «non ci sto», minacciando querela nei confronti della stessa Procura generale.
Tuttavia, il problema non è quanto ha scritto Francesca Nanni, ma che cosa ha firmato Graciela di fronte al notaio. Per questo l’inviato in Uruguay insegue tassisti, cronisti e poliziotti, nella speranza non soltanto di riuscire a parlare con Graciela e strapparle la smentita della smentita, ma anche nel tentativo di trovare altri che possano confermare che nel ranch di Cipriani e Minetti si svolgessero incontri a luci rosse. Al momento, il cronista in trasferta è costretto a registrare solo mezze frasi e qualche suggestione: troppo poco per riuscire a ribaltare la «sentenza» della procuratrice generale.
Forse Graciela si è spaventata del clamore della faccenda e teme di fare la fine del vaso di coccio fra vasi di ferro. Forse qualcuno l’ha minacciata. Forse è stata inghiottita dal mare. Insomma, gli scenari evocati sono misteriosi. L’unico non preso in considerazione è che la donna, magari risentita per essere stata licenziata, abbia voluto vendicarsi di Cipriani e pure di Minetti. Un’ipotesi che certo lascerebbe ancor più esposto il Fatto, che in questa storia sembra giocarsi la partita della vita.
Già, perché oltre a doversi difendere dalle accuse che la procuratrice generale Francesca Nanni ha rivolto contro la testata, Travaglio e compagni hanno un grosso problema costituito dalla causa che l’ex igienista dentale e il compagno hanno intentato contro il giornale. Non in Italia ma di fronte al tribunale di New York. I procedimenti giudiziari per diffamazione e per danni, in America non seguono l’iter a cui siamo abituati da noi. E nemmeno vengono applicati i parametri risarcitori in vigore a Milano o Roma. Dover ingaggiare uno studio legale rischia di costare molte centinaia di migliaia di euro e in caso di condanna l’esborso potrebbe essere pesantissimo. Insomma, oltre alla reputazione del giornale, che secondo Travaglio sarebbe stata lesa dalla relazione di Francesca Nanni, in gioco c’è la sopravvivenza stessa del quotidiano. Il caso dunque non è più costituito dalla grazia a Minetti, ma dalla disgrazia che rischia di abbattersi sul Fatto. L’aspetto paradossale della faccenda è che il giornale, dopo aver a lungo beneficiato dei guai giudiziari di Berlusconi, ora da una costola dei processi a Berlusconi rischia di subire il danno più grave nei suoi vent’anni di storia. Per la sinistra e per la corrente giudiziaria dei compagni sarebbe un colpo mortale.
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