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2023-03-03
La Procura si concentra sulle mancate chiusure: «La zona rossa avrebbe evitato 4.000 morti»
Giuseppe Conte e Roberto Speranza (Ansa)
«Ci abbiamo impiegato tre anni, ma mi risulta che in tre anni non sia stata ancora iniziata una commissione parlamentare. Noi, in tre anni comunque abbiamo fatto un’inchiesta».
Con queste parole, il procuratore di Bergamo, Antonio Chiappani, ha voluto sintetizzare il «lavoro mastodontico» di indagini, audizioni, di analisi di documenti cartacei e informatici compiuto per ricostruire quanto accadde nella Bergamasca a partire dal 5 gennaio 2020.
L’inchiesta della Procura si è chiusa con 19 indagati. Epidemia colposa aggravata, omicidio colposo plurimo e rifiuto di atti d’ufficio sono i principali capi di imputazione. Molti i nomi «eccellenti», tra cui l’allora premier Giuseppe Conte (sotto accusa per epidemia colposa e omicidio colposo) e l’ex ministro della Salute, Roberto Speranza (epidemia colposa, omicidio colposo e rifiuto di atti d’ufficio. Nei loro confronti procederà il tribunale dei ministri.
Ma vediamo quali sono i reati contestati ai personaggi più di spicco di questa inchiesta, ovvero il presidente dell’Istituto superiore della sanità Silvio Brusaferro; l’allora capo della Protezione civile Angelo Borrelli; il presidente dell’Istituto superiore di sanità Franco Locatelli; il coordinatore del Comitato tecnico scientifico nella prima fase dell’emergenza, Agostino Miozzo; l’allora direttore scientifico dello Spallanzani, Giuseppe Ippolito; il riconfermato governatore della Regione Lombardia, Attilio Fontana; l’ex assessore al Welfare lombardo, Giulio Gallera. Per la mancata istituzione della zona rossa in Val Seriana, indagati per epidemia colposa e omicidio colposo sono Conte e Fontana, assieme a diversi membri del primo Cts. I componenti del Comitato tecnico scientifico, tra cui Brusaferro, Locatelli, Ippolito e Miozzo, non proposero l’«estensione delle misure previste per la c.d. “zona rossa” ai Comuni della Val Seriana, inclusi i comuni di Alzano Lombardo e Nembro», nonostante a quella data il comitato tecnico scientifico fosse a conoscenza del numero di casi (531) registrati sino a quel momento in Lombardia. Sono indagati per epidemia colposa e omicidio colposo i dirigenti delle aziende sanitarie di Bergamo e di Bergamo est. Per il mancato aggiornamento del piano pandemico, che vede tra gli indagati per omissione di atti di ufficio oltre all’ex segretario generale, Giuseppe Ruocco e all’attuale responsabile delle malattie infettive, Francesco Maraglino, anche l’ex Oms Ranieri Guerra, che a Bergamo è pure indagato per false informazioni ai pm, la Procura di Bergamo invierà gli atti a Roma.
Gli ex ministri della salute Roberto Speranza, Giulia Grillo e Beatrice Lorenzin sono indagati per l’omessa istituzione o rinnovo del comitato nazionale per la pandemia. Brusaferro, ieri, ha fatto diramare un comunicato nel quale dichiara che «non è nei poteri del presidente dell’Istituto adottare piani pandemici o dar seguito alla loro esecuzione», che la linea dell’Iss durante la pandemia «è stata improntata alla massima precauzione e al massimo rigore scientifico», e che non gli è stato notificato «alcun atto relativo all’inchiesta».
Certo, molti interrogativi rimangono. Su perché a Gallera e all’ex dg del Welfare lombardo, Luigi Cajazzo venga imputato di non aver dato «risposta ad una pandemia influenzale secondo le direttive del ministro della Salute del 2 ottobre 2006 nonché in violazione del Piano nazionale di preparazione e risposta per una pandemia influenzale del 9 febbraio 2006», quando sappiamo che non era stato attivato un piano nazionale pandemico, nonostante le sollecitazioni dell’Oms.
Il piano pandemico, se applicato, avrebbe probabilmente evitato i lockdown indiscriminati che poi seguirono. La colpa del governatore Fontana, secondo i pm, sarebbe stata di non aver chiuso abbastanza, di non aver applicato «misure di contenimento e gestione adeguate e proporzionate all’evolversi della situazione», provocando «la diffusione dell’epidemia» in Val Seriana con un «incremento stimato non inferiore al contagio di 4.148 persone, pari al numero di decessi in meno che si sarebbero verificati», se fosse stata la zona rossa «a partire dal 27 febbraio 2020».
«C’era la possibilità sia a livello regionale che a livello locale, di fare atti contingibili d’urgenza, cioè chiudere determinate zone», ha dichiarato ieri il procuratore Chiappani. Dal canto suo, il presidente lombardo Fontana, a Radio anch’io, ha tenuto a precisare che «quando si tratta di emergenza pandemica la competenza è esclusiva dello Stato, secondo la Costituzione, non secondo me. E poi se avessi emesso l’ordinanza, con chi l’avrei fatta eseguire? Non ho a disposizione né l’esercito né i carabinieri», ha detto, ricordando che durante la prima ondata della pandemia l’allora ministro Lamorgese «emise un provvedimento che diceva: guai a voi se volete sovrapporvi con iniziative sulle cosiddette zone rosse perché è competenza dello Stato». Così pure non si comprende come le indagini si siano concluse, senza che nessun primo cittadino risulti indagato anche se c’era un decreto del 23 febbraio 2020 sulle misure urgenti di contenimento del contagio nei comuni delle Regioni Lombardia e Veneto. Secondo il procuratore Chiappani, c’è stata una «insufficiente valutazione di rischio. Estendendo la zona rossa si sarebbero evitati più di 4.000 morti», ma sulla mancata zona rossa nella Val Seriana non è cosa scontata «la consapevolezza che poteva avere un sindaco che si fosse in una situazione di emergenza». Alla fine, chi pagherà per pandemia colposa?
Le virostar minimizzano sul piano: «Aggiornarlo sarebbe stato inutile»
Le audizioni alla Camera dei deputati avviate ieri per valutare le tre proposte di legge per l’istituzione della commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid hanno dato un primo assaggio di cosa sarebbe successo se oggi al governo non ci fosse la coalizione guidata da Giorgia Meloni, bensì quella che ha gestito la pandemia.
Gli esperti interpellati dalle opposizioni di Pd e Cinque stelle, a cominciare dall’ex primario dell’ospedale Sacco di Milano, Massimo Galli, si sono infatti affrettati a minimizzare il mancato aggiornamento del piano pandemico del 2006, oggetto della proposta di legge 446 presentata dai deputati di Fratelli d’Italia, con primo firmatario il viceministro delle Infrastrutture e dei trasporti Galeazzo Bignami. «È vero che mancava un piano pandemico - ha dichiarato Galli - ma se lo avessimo avuto prima della pandemia da Covid sarebbe stato contro l’influenza, che è cosa diversa dal Sars Cov 2. Il Sars Cov 2 è un fatto completamente nuovo - si è affrettato a dichiarare Galli - che quando ci è capitato tra capo e collo non poteva essere affrontato allo stesso modo di come potrebbe essere affrontato ora». Sulla presunta inutilità del piano si è soffermato anche l’epidemiologo del Cts, Donato Greco: «Il piano era contro l’influenza, che è cosa completamente diversa dal Sars Cov 2 - ha detto Greco - quindi a gennaio 2020 non è mancato il piano, sono mancati i 14 anni di inattività precedenti, è mancato il tessuto».
Concetto ribadito anche dal presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta: «L’aggiornamento è uno step, ma al di là dell’aggiornamento è mancata l’applicazione del piano pandemico».
A non lasciare appesa la questione dell’utilità del piano ci ha pensato Francesco Zambon, ex capo dei ricercatori dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) che scrissero un rapporto sulla gestione italiana della prima ondata, dimessosi due anni fa a causa del clima insostenibile che si era creato intorno a lui dopo la pubblicazione del report. «A dispetto di tutti coloro che hanno detto che il piano pandemico non sarebbe stato influente - ha affermato Zambon - sappiamo che non è vero: la commissione sulla gestione pandemica istituita dalla rivista Lancet ha chiarito una volta per tutte che i Paesi che lo avevano, soprattutto in Asia orientale, sono andati di gran lunga meglio di quelli che non lo avevano», anche perché, come ha specificato Giulio Valesini, giornalista di Report interpellato dai deputati della commissione Affari sociali della Camera, «serviva ad avviare la macchina per attivare le necessità primarie, a cominciare dalle mascherine».
Il lavoro della commissione Covid auspicabilmente non verterà soltanto sul mancato aggiornamento del piano, ma più in generale sulla gestione pandemica, come specificato nelle altre due proposte di legge presentate da Lega (Pdl 384) e Azione-Italia Viva (Pdl 459). «La commissione d’inchiesta - ha chiarito Galeazzo Bignami - dovrà occuparsi della verità dei fatti, non delle responsabilità penali. E per verità dei fatti noi intendiamo tutta la gestione della pandemia: piano pandemico ma anche mascherine, vaccini, contratti dei vaccini, green pass, terapie, tutto».
Qualcosa è già stato anticipato nel corso della seduta di ieri: «Il total lockdown non ha funzionato - ha dichiarato ad esempio Donato Greco - così come la chiusura delle scuole», e anche Matteo Bassetti, ordinario di malattie infettive all’università di Genova, ha ammesso che le chiusure totali non erano necessarie.
«Nella fase iniziale - ha detto Bassetti - è mancato un protocollo unico per i trattamenti, inoltre i medici non visitavano a casa e questo è stato un problema perché la malattia colpiva le persone a casa». Il medico del San Martino, che ha passato gli ultimi due anni in tv premendo insistentemente sulla vaccinazione di massa, ha temerariamente puntato il dito anche sulla campagna vaccinale italiana, a suo dire «influenzata dalla comunicazione dei mass media», sic.
A dispetto dei desiderata delle opposizioni, che di questa commissione forse farebbero volentieri a meno, gli esperti si sono tuttavia trovati concordi sulla necessità di istituirla.
«Sarebbe delittuoso farci trovare impreparati - ha ammonito Eugenia Tognotti, ordinaria di Storia della medicina e Scienze umane a Sassari, osservando però che «più che uno sforzo volenteroso di imparare da ciò che la pandemia ci ha insegnato, si nota una ricerca degli errori del passato».
Il timore di un regolamento di conti politici è dietro l’angolo ma, come ha supplicato Consuelo Locati, presidente dell’Associazione «Familiari delle vittime Covid-19», bisogna andare a fondo «per mantenere alta l’attenzione su una delle pagine più buie della nostra storia. Siamo stati abbandonati, vogliamo sapere cosa è successo e vogliamo delle risposte in tempi ragionevoli», che verosimilmente saranno i diciotto mesi proposti da Bignami: «La commissione non dovrà allungarsi fino a fine legislatura», ha detto il generale Pierpaolo Lunelli, e anche Ugo Cappellacci, presidente della commissione Affari sociali, ha confermato che i tempi rapidi sono auspicabili, «come hanno già fatto altri Paesi». «Il testo base per l’istituzione della Commissione parlamentare arriverà in Aula entro aprile», ha aggiunto.
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Per i pm, sia il governo che la Regione potevano isolare la Val Seriana. Silvio Brusaferro replica alle accuse: non mi occupo di programmi pandemici.Ieri le prime audizioni per istituire l’organo ad hoc. Matteo Bassetti: «Lockdown inefficaci».Lo speciale contiene due articoli.«Ci abbiamo impiegato tre anni, ma mi risulta che in tre anni non sia stata ancora iniziata una commissione parlamentare. Noi, in tre anni comunque abbiamo fatto un’inchiesta». Con queste parole, il procuratore di Bergamo, Antonio Chiappani, ha voluto sintetizzare il «lavoro mastodontico» di indagini, audizioni, di analisi di documenti cartacei e informatici compiuto per ricostruire quanto accadde nella Bergamasca a partire dal 5 gennaio 2020. L’inchiesta della Procura si è chiusa con 19 indagati. Epidemia colposa aggravata, omicidio colposo plurimo e rifiuto di atti d’ufficio sono i principali capi di imputazione. Molti i nomi «eccellenti», tra cui l’allora premier Giuseppe Conte (sotto accusa per epidemia colposa e omicidio colposo) e l’ex ministro della Salute, Roberto Speranza (epidemia colposa, omicidio colposo e rifiuto di atti d’ufficio. Nei loro confronti procederà il tribunale dei ministri. Ma vediamo quali sono i reati contestati ai personaggi più di spicco di questa inchiesta, ovvero il presidente dell’Istituto superiore della sanità Silvio Brusaferro; l’allora capo della Protezione civile Angelo Borrelli; il presidente dell’Istituto superiore di sanità Franco Locatelli; il coordinatore del Comitato tecnico scientifico nella prima fase dell’emergenza, Agostino Miozzo; l’allora direttore scientifico dello Spallanzani, Giuseppe Ippolito; il riconfermato governatore della Regione Lombardia, Attilio Fontana; l’ex assessore al Welfare lombardo, Giulio Gallera. Per la mancata istituzione della zona rossa in Val Seriana, indagati per epidemia colposa e omicidio colposo sono Conte e Fontana, assieme a diversi membri del primo Cts. I componenti del Comitato tecnico scientifico, tra cui Brusaferro, Locatelli, Ippolito e Miozzo, non proposero l’«estensione delle misure previste per la c.d. “zona rossa” ai Comuni della Val Seriana, inclusi i comuni di Alzano Lombardo e Nembro», nonostante a quella data il comitato tecnico scientifico fosse a conoscenza del numero di casi (531) registrati sino a quel momento in Lombardia. Sono indagati per epidemia colposa e omicidio colposo i dirigenti delle aziende sanitarie di Bergamo e di Bergamo est. Per il mancato aggiornamento del piano pandemico, che vede tra gli indagati per omissione di atti di ufficio oltre all’ex segretario generale, Giuseppe Ruocco e all’attuale responsabile delle malattie infettive, Francesco Maraglino, anche l’ex Oms Ranieri Guerra, che a Bergamo è pure indagato per false informazioni ai pm, la Procura di Bergamo invierà gli atti a Roma. Gli ex ministri della salute Roberto Speranza, Giulia Grillo e Beatrice Lorenzin sono indagati per l’omessa istituzione o rinnovo del comitato nazionale per la pandemia. Brusaferro, ieri, ha fatto diramare un comunicato nel quale dichiara che «non è nei poteri del presidente dell’Istituto adottare piani pandemici o dar seguito alla loro esecuzione», che la linea dell’Iss durante la pandemia «è stata improntata alla massima precauzione e al massimo rigore scientifico», e che non gli è stato notificato «alcun atto relativo all’inchiesta». Certo, molti interrogativi rimangono. Su perché a Gallera e all’ex dg del Welfare lombardo, Luigi Cajazzo venga imputato di non aver dato «risposta ad una pandemia influenzale secondo le direttive del ministro della Salute del 2 ottobre 2006 nonché in violazione del Piano nazionale di preparazione e risposta per una pandemia influenzale del 9 febbraio 2006», quando sappiamo che non era stato attivato un piano nazionale pandemico, nonostante le sollecitazioni dell’Oms. Il piano pandemico, se applicato, avrebbe probabilmente evitato i lockdown indiscriminati che poi seguirono. La colpa del governatore Fontana, secondo i pm, sarebbe stata di non aver chiuso abbastanza, di non aver applicato «misure di contenimento e gestione adeguate e proporzionate all’evolversi della situazione», provocando «la diffusione dell’epidemia» in Val Seriana con un «incremento stimato non inferiore al contagio di 4.148 persone, pari al numero di decessi in meno che si sarebbero verificati», se fosse stata la zona rossa «a partire dal 27 febbraio 2020». «C’era la possibilità sia a livello regionale che a livello locale, di fare atti contingibili d’urgenza, cioè chiudere determinate zone», ha dichiarato ieri il procuratore Chiappani. Dal canto suo, il presidente lombardo Fontana, a Radio anch’io, ha tenuto a precisare che «quando si tratta di emergenza pandemica la competenza è esclusiva dello Stato, secondo la Costituzione, non secondo me. E poi se avessi emesso l’ordinanza, con chi l’avrei fatta eseguire? Non ho a disposizione né l’esercito né i carabinieri», ha detto, ricordando che durante la prima ondata della pandemia l’allora ministro Lamorgese «emise un provvedimento che diceva: guai a voi se volete sovrapporvi con iniziative sulle cosiddette zone rosse perché è competenza dello Stato». Così pure non si comprende come le indagini si siano concluse, senza che nessun primo cittadino risulti indagato anche se c’era un decreto del 23 febbraio 2020 sulle misure urgenti di contenimento del contagio nei comuni delle Regioni Lombardia e Veneto. Secondo il procuratore Chiappani, c’è stata una «insufficiente valutazione di rischio. Estendendo la zona rossa si sarebbero evitati più di 4.000 morti», ma sulla mancata zona rossa nella Val Seriana non è cosa scontata «la consapevolezza che poteva avere un sindaco che si fosse in una situazione di emergenza». Alla fine, chi pagherà per pandemia colposa?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/procura-mancate-chiusure-zona-rossa-2659494775.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-virostar-minimizzano-sul-piano-aggiornarlo-sarebbe-stato-inutile" data-post-id="2659494775" data-published-at="1677810784" data-use-pagination="False"> Le virostar minimizzano sul piano: «Aggiornarlo sarebbe stato inutile» Le audizioni alla Camera dei deputati avviate ieri per valutare le tre proposte di legge per l’istituzione della commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid hanno dato un primo assaggio di cosa sarebbe successo se oggi al governo non ci fosse la coalizione guidata da Giorgia Meloni, bensì quella che ha gestito la pandemia. Gli esperti interpellati dalle opposizioni di Pd e Cinque stelle, a cominciare dall’ex primario dell’ospedale Sacco di Milano, Massimo Galli, si sono infatti affrettati a minimizzare il mancato aggiornamento del piano pandemico del 2006, oggetto della proposta di legge 446 presentata dai deputati di Fratelli d’Italia, con primo firmatario il viceministro delle Infrastrutture e dei trasporti Galeazzo Bignami. «È vero che mancava un piano pandemico - ha dichiarato Galli - ma se lo avessimo avuto prima della pandemia da Covid sarebbe stato contro l’influenza, che è cosa diversa dal Sars Cov 2. Il Sars Cov 2 è un fatto completamente nuovo - si è affrettato a dichiarare Galli - che quando ci è capitato tra capo e collo non poteva essere affrontato allo stesso modo di come potrebbe essere affrontato ora». Sulla presunta inutilità del piano si è soffermato anche l’epidemiologo del Cts, Donato Greco: «Il piano era contro l’influenza, che è cosa completamente diversa dal Sars Cov 2 - ha detto Greco - quindi a gennaio 2020 non è mancato il piano, sono mancati i 14 anni di inattività precedenti, è mancato il tessuto». Concetto ribadito anche dal presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta: «L’aggiornamento è uno step, ma al di là dell’aggiornamento è mancata l’applicazione del piano pandemico». A non lasciare appesa la questione dell’utilità del piano ci ha pensato Francesco Zambon, ex capo dei ricercatori dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) che scrissero un rapporto sulla gestione italiana della prima ondata, dimessosi due anni fa a causa del clima insostenibile che si era creato intorno a lui dopo la pubblicazione del report. «A dispetto di tutti coloro che hanno detto che il piano pandemico non sarebbe stato influente - ha affermato Zambon - sappiamo che non è vero: la commissione sulla gestione pandemica istituita dalla rivista Lancet ha chiarito una volta per tutte che i Paesi che lo avevano, soprattutto in Asia orientale, sono andati di gran lunga meglio di quelli che non lo avevano», anche perché, come ha specificato Giulio Valesini, giornalista di Report interpellato dai deputati della commissione Affari sociali della Camera, «serviva ad avviare la macchina per attivare le necessità primarie, a cominciare dalle mascherine». Il lavoro della commissione Covid auspicabilmente non verterà soltanto sul mancato aggiornamento del piano, ma più in generale sulla gestione pandemica, come specificato nelle altre due proposte di legge presentate da Lega (Pdl 384) e Azione-Italia Viva (Pdl 459). «La commissione d’inchiesta - ha chiarito Galeazzo Bignami - dovrà occuparsi della verità dei fatti, non delle responsabilità penali. E per verità dei fatti noi intendiamo tutta la gestione della pandemia: piano pandemico ma anche mascherine, vaccini, contratti dei vaccini, green pass, terapie, tutto». Qualcosa è già stato anticipato nel corso della seduta di ieri: «Il total lockdown non ha funzionato - ha dichiarato ad esempio Donato Greco - così come la chiusura delle scuole», e anche Matteo Bassetti, ordinario di malattie infettive all’università di Genova, ha ammesso che le chiusure totali non erano necessarie. «Nella fase iniziale - ha detto Bassetti - è mancato un protocollo unico per i trattamenti, inoltre i medici non visitavano a casa e questo è stato un problema perché la malattia colpiva le persone a casa». Il medico del San Martino, che ha passato gli ultimi due anni in tv premendo insistentemente sulla vaccinazione di massa, ha temerariamente puntato il dito anche sulla campagna vaccinale italiana, a suo dire «influenzata dalla comunicazione dei mass media», sic. A dispetto dei desiderata delle opposizioni, che di questa commissione forse farebbero volentieri a meno, gli esperti si sono tuttavia trovati concordi sulla necessità di istituirla. «Sarebbe delittuoso farci trovare impreparati - ha ammonito Eugenia Tognotti, ordinaria di Storia della medicina e Scienze umane a Sassari, osservando però che «più che uno sforzo volenteroso di imparare da ciò che la pandemia ci ha insegnato, si nota una ricerca degli errori del passato». Il timore di un regolamento di conti politici è dietro l’angolo ma, come ha supplicato Consuelo Locati, presidente dell’Associazione «Familiari delle vittime Covid-19», bisogna andare a fondo «per mantenere alta l’attenzione su una delle pagine più buie della nostra storia. Siamo stati abbandonati, vogliamo sapere cosa è successo e vogliamo delle risposte in tempi ragionevoli», che verosimilmente saranno i diciotto mesi proposti da Bignami: «La commissione non dovrà allungarsi fino a fine legislatura», ha detto il generale Pierpaolo Lunelli, e anche Ugo Cappellacci, presidente della commissione Affari sociali, ha confermato che i tempi rapidi sono auspicabili, «come hanno già fatto altri Paesi». «Il testo base per l’istituzione della Commissione parlamentare arriverà in Aula entro aprile», ha aggiunto.
Stefania Craxi (Ansa)
Guai a sbottonarsi, ma il senso è quello di cercare di trovare una sintesi prima del 3 giugno, come spiegato già dal presidente della Commissione Franco Zaffini: «Il 3 giugno siamo calendarizzati in Aula al Senato, a termine di regolamento, con il ddl Bazoli sul fine vita, ovvero il testo messo a disposizione dal Pd e dall’opposizione nella precedente legislatura. Ma contemporaneamente c’è un testo di maggioranza che sta camminando in commissione e mi auguro che potremo portare in Aula questo».
Il disegno di legge presentato in questa legislatura da Bazoli è nella sostanza il testo approvato dalla Camera nel marzo 2022 e rimasto incompiuto con la fine anticipata della legislatura. Disciplina la morte volontaria medicalmente assistita come un atto autonomo della persona malata, inserito in un percorso svolto con il supporto e sotto il controllo del Servizio sanitario nazionale (Ssn). Contrari all’ipotesi di un coinvolgimento del Ssn ci sarebbero soprattutto esponenti di Fratelli d’Italia e parte della Lega che, come Forza Italia, ha precisato che in assenza di un testo condiviso lasceranno libertà di coscienza ai loro parlamentari. In Forza Italia l’ultima a esprimersi è stata Stefania Craxi in un’intervista rilasciata al Dubbio. «Sul tema del fine vita proveremo, nei modi che saranno possibili, a formulare una proposta chiara e coerente, capace di rappresentare un compromesso non al ribasso ma ragionevole e rispettoso di tutte le sensibilità. L’obiettivo per noi è costruire un terreno d’incontro reale, perché su questioni come il fine vita non può prevalere la logica di parte. Il testo Zanettin-Zullo, che potrà naturalmente essere emendato, corretto e integrato in alcune parti, rappresenta un buon punto di partenza», ha spiegato il presidente dei senatori di Forza Italia. «Sono convinta che la maggioranza possa e debba restare unita intorno a un testo alto ed equilibrato. Spero che nessuno pensi o lavori in senso contrario. Non sarebbe un torto a Forza Italia, ma un errore politico, perché il Paese attende riposte ed esige responsabilità su una materia così delicata».
Il testo cui fa riferimento Craxi è quello base su cui stanno lavorando le commissioni presentato dai senatori Pierantonio Zanettin (Forza Italia) e Ignazio Zullo (Fratelli d’Italia) che mette insieme diversi disegni di legge presentati sul fine vita, compreso quello di Bazoli cambiando però un punto essenziale: il coinvolgimento del Servizio sanitario nazionale. Il testo Zanettin-Zullo interviene sull’articolo 580 del Codice penale e stabilisce in quali casi l’aiuto al suicidio non deve essere punito. Secondo Zullo, che rappresenta tuttora la posizione di Fratelli d’Italia, il suicidio assistito non può rientrare «nelle finalità proprie del Servizio sanitario nazionale». Al contrario del testo Bazoli che parla di «trattamenti sanitari di sostegno vitale», questa proposta parla di «trattamenti sostitutivi di funzioni vitali». Craxi nell’intervista ha auspicato che «nel rispetto delle prerogative dei rispettivi presidenti, la riunione congiunta delle commissioni competenti» sia convocata «al più presto per proseguire la discussione e il voto sul testo unificato Zullo-Zanetti, così da consentirne l’approdo in Aula nei tempi stabiliti. Cerchiamo dialogo e confronto, senza pregiudizi. E spero che anche il presidente Zaia, con la sua autorevolezza e il suo peso politico, voglia spendersi e contribuire a questo percorso, con tutto il suo partito. Tutti insieme possiamo lavorare affinché questo sforzo non finisca in un nulla di fatto».
Il fine vita sarà uno degli argomenti al centro del punto azzurro, un foglio di comunicazione periodico ad uso interno sugli argomenti della settimana, all’interno del quale viene esplicitata la linea tenuta dagli azzurri. Sul fine vita l’idea è quella di trovare «una sintesi umana e costituzionalmente solida». Ad ogni modo a livello nazionale il centrodestra dovrebbe fare il punto all’inizio della prossima settimana, mentre a sinistra la sintesi si trova nel testo a prima firma di Alfredo Bazoli (Pd), il quale è tornato a esprimersi proprio ieri nel merito: «Siamo alla finestra. Vediamo intanto se matura qualcosa nella maggioranza», anche perché «al momento non ci sono interlocuzioni. Se dalla maggioranza ci sarà qualche passo avanti, valuteremo e verificheremo la proposta. Io continuo a pensare che il nostro testo sia un buon punto di partenza» ma «non è un testo scolpito nella pietra. Se dovesse andare in Aula a giugno, si potrà eventualmente anche emendare». Infine ha aggiunto: «Inviterei tutte le forze politiche a non dare vincoli di partito e lasciare libertà di coscienza ai singoli parlamentari perché possano decidere come ritengono più giusto. Stiamo parlando di un tema trasversale agli schieramenti e soprattutto agli elettori».
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