True
2023-03-03
La Procura si concentra sulle mancate chiusure: «La zona rossa avrebbe evitato 4.000 morti»
Giuseppe Conte e Roberto Speranza (Ansa)
«Ci abbiamo impiegato tre anni, ma mi risulta che in tre anni non sia stata ancora iniziata una commissione parlamentare. Noi, in tre anni comunque abbiamo fatto un’inchiesta».
Con queste parole, il procuratore di Bergamo, Antonio Chiappani, ha voluto sintetizzare il «lavoro mastodontico» di indagini, audizioni, di analisi di documenti cartacei e informatici compiuto per ricostruire quanto accadde nella Bergamasca a partire dal 5 gennaio 2020.
L’inchiesta della Procura si è chiusa con 19 indagati. Epidemia colposa aggravata, omicidio colposo plurimo e rifiuto di atti d’ufficio sono i principali capi di imputazione. Molti i nomi «eccellenti», tra cui l’allora premier Giuseppe Conte (sotto accusa per epidemia colposa e omicidio colposo) e l’ex ministro della Salute, Roberto Speranza (epidemia colposa, omicidio colposo e rifiuto di atti d’ufficio. Nei loro confronti procederà il tribunale dei ministri.
Ma vediamo quali sono i reati contestati ai personaggi più di spicco di questa inchiesta, ovvero il presidente dell’Istituto superiore della sanità Silvio Brusaferro; l’allora capo della Protezione civile Angelo Borrelli; il presidente dell’Istituto superiore di sanità Franco Locatelli; il coordinatore del Comitato tecnico scientifico nella prima fase dell’emergenza, Agostino Miozzo; l’allora direttore scientifico dello Spallanzani, Giuseppe Ippolito; il riconfermato governatore della Regione Lombardia, Attilio Fontana; l’ex assessore al Welfare lombardo, Giulio Gallera. Per la mancata istituzione della zona rossa in Val Seriana, indagati per epidemia colposa e omicidio colposo sono Conte e Fontana, assieme a diversi membri del primo Cts. I componenti del Comitato tecnico scientifico, tra cui Brusaferro, Locatelli, Ippolito e Miozzo, non proposero l’«estensione delle misure previste per la c.d. “zona rossa” ai Comuni della Val Seriana, inclusi i comuni di Alzano Lombardo e Nembro», nonostante a quella data il comitato tecnico scientifico fosse a conoscenza del numero di casi (531) registrati sino a quel momento in Lombardia. Sono indagati per epidemia colposa e omicidio colposo i dirigenti delle aziende sanitarie di Bergamo e di Bergamo est. Per il mancato aggiornamento del piano pandemico, che vede tra gli indagati per omissione di atti di ufficio oltre all’ex segretario generale, Giuseppe Ruocco e all’attuale responsabile delle malattie infettive, Francesco Maraglino, anche l’ex Oms Ranieri Guerra, che a Bergamo è pure indagato per false informazioni ai pm, la Procura di Bergamo invierà gli atti a Roma.
Gli ex ministri della salute Roberto Speranza, Giulia Grillo e Beatrice Lorenzin sono indagati per l’omessa istituzione o rinnovo del comitato nazionale per la pandemia. Brusaferro, ieri, ha fatto diramare un comunicato nel quale dichiara che «non è nei poteri del presidente dell’Istituto adottare piani pandemici o dar seguito alla loro esecuzione», che la linea dell’Iss durante la pandemia «è stata improntata alla massima precauzione e al massimo rigore scientifico», e che non gli è stato notificato «alcun atto relativo all’inchiesta».
Certo, molti interrogativi rimangono. Su perché a Gallera e all’ex dg del Welfare lombardo, Luigi Cajazzo venga imputato di non aver dato «risposta ad una pandemia influenzale secondo le direttive del ministro della Salute del 2 ottobre 2006 nonché in violazione del Piano nazionale di preparazione e risposta per una pandemia influenzale del 9 febbraio 2006», quando sappiamo che non era stato attivato un piano nazionale pandemico, nonostante le sollecitazioni dell’Oms.
Il piano pandemico, se applicato, avrebbe probabilmente evitato i lockdown indiscriminati che poi seguirono. La colpa del governatore Fontana, secondo i pm, sarebbe stata di non aver chiuso abbastanza, di non aver applicato «misure di contenimento e gestione adeguate e proporzionate all’evolversi della situazione», provocando «la diffusione dell’epidemia» in Val Seriana con un «incremento stimato non inferiore al contagio di 4.148 persone, pari al numero di decessi in meno che si sarebbero verificati», se fosse stata la zona rossa «a partire dal 27 febbraio 2020».
«C’era la possibilità sia a livello regionale che a livello locale, di fare atti contingibili d’urgenza, cioè chiudere determinate zone», ha dichiarato ieri il procuratore Chiappani. Dal canto suo, il presidente lombardo Fontana, a Radio anch’io, ha tenuto a precisare che «quando si tratta di emergenza pandemica la competenza è esclusiva dello Stato, secondo la Costituzione, non secondo me. E poi se avessi emesso l’ordinanza, con chi l’avrei fatta eseguire? Non ho a disposizione né l’esercito né i carabinieri», ha detto, ricordando che durante la prima ondata della pandemia l’allora ministro Lamorgese «emise un provvedimento che diceva: guai a voi se volete sovrapporvi con iniziative sulle cosiddette zone rosse perché è competenza dello Stato». Così pure non si comprende come le indagini si siano concluse, senza che nessun primo cittadino risulti indagato anche se c’era un decreto del 23 febbraio 2020 sulle misure urgenti di contenimento del contagio nei comuni delle Regioni Lombardia e Veneto. Secondo il procuratore Chiappani, c’è stata una «insufficiente valutazione di rischio. Estendendo la zona rossa si sarebbero evitati più di 4.000 morti», ma sulla mancata zona rossa nella Val Seriana non è cosa scontata «la consapevolezza che poteva avere un sindaco che si fosse in una situazione di emergenza». Alla fine, chi pagherà per pandemia colposa?
Le virostar minimizzano sul piano: «Aggiornarlo sarebbe stato inutile»
Le audizioni alla Camera dei deputati avviate ieri per valutare le tre proposte di legge per l’istituzione della commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid hanno dato un primo assaggio di cosa sarebbe successo se oggi al governo non ci fosse la coalizione guidata da Giorgia Meloni, bensì quella che ha gestito la pandemia.
Gli esperti interpellati dalle opposizioni di Pd e Cinque stelle, a cominciare dall’ex primario dell’ospedale Sacco di Milano, Massimo Galli, si sono infatti affrettati a minimizzare il mancato aggiornamento del piano pandemico del 2006, oggetto della proposta di legge 446 presentata dai deputati di Fratelli d’Italia, con primo firmatario il viceministro delle Infrastrutture e dei trasporti Galeazzo Bignami. «È vero che mancava un piano pandemico - ha dichiarato Galli - ma se lo avessimo avuto prima della pandemia da Covid sarebbe stato contro l’influenza, che è cosa diversa dal Sars Cov 2. Il Sars Cov 2 è un fatto completamente nuovo - si è affrettato a dichiarare Galli - che quando ci è capitato tra capo e collo non poteva essere affrontato allo stesso modo di come potrebbe essere affrontato ora». Sulla presunta inutilità del piano si è soffermato anche l’epidemiologo del Cts, Donato Greco: «Il piano era contro l’influenza, che è cosa completamente diversa dal Sars Cov 2 - ha detto Greco - quindi a gennaio 2020 non è mancato il piano, sono mancati i 14 anni di inattività precedenti, è mancato il tessuto».
Concetto ribadito anche dal presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta: «L’aggiornamento è uno step, ma al di là dell’aggiornamento è mancata l’applicazione del piano pandemico».
A non lasciare appesa la questione dell’utilità del piano ci ha pensato Francesco Zambon, ex capo dei ricercatori dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) che scrissero un rapporto sulla gestione italiana della prima ondata, dimessosi due anni fa a causa del clima insostenibile che si era creato intorno a lui dopo la pubblicazione del report. «A dispetto di tutti coloro che hanno detto che il piano pandemico non sarebbe stato influente - ha affermato Zambon - sappiamo che non è vero: la commissione sulla gestione pandemica istituita dalla rivista Lancet ha chiarito una volta per tutte che i Paesi che lo avevano, soprattutto in Asia orientale, sono andati di gran lunga meglio di quelli che non lo avevano», anche perché, come ha specificato Giulio Valesini, giornalista di Report interpellato dai deputati della commissione Affari sociali della Camera, «serviva ad avviare la macchina per attivare le necessità primarie, a cominciare dalle mascherine».
Il lavoro della commissione Covid auspicabilmente non verterà soltanto sul mancato aggiornamento del piano, ma più in generale sulla gestione pandemica, come specificato nelle altre due proposte di legge presentate da Lega (Pdl 384) e Azione-Italia Viva (Pdl 459). «La commissione d’inchiesta - ha chiarito Galeazzo Bignami - dovrà occuparsi della verità dei fatti, non delle responsabilità penali. E per verità dei fatti noi intendiamo tutta la gestione della pandemia: piano pandemico ma anche mascherine, vaccini, contratti dei vaccini, green pass, terapie, tutto».
Qualcosa è già stato anticipato nel corso della seduta di ieri: «Il total lockdown non ha funzionato - ha dichiarato ad esempio Donato Greco - così come la chiusura delle scuole», e anche Matteo Bassetti, ordinario di malattie infettive all’università di Genova, ha ammesso che le chiusure totali non erano necessarie.
«Nella fase iniziale - ha detto Bassetti - è mancato un protocollo unico per i trattamenti, inoltre i medici non visitavano a casa e questo è stato un problema perché la malattia colpiva le persone a casa». Il medico del San Martino, che ha passato gli ultimi due anni in tv premendo insistentemente sulla vaccinazione di massa, ha temerariamente puntato il dito anche sulla campagna vaccinale italiana, a suo dire «influenzata dalla comunicazione dei mass media», sic.
A dispetto dei desiderata delle opposizioni, che di questa commissione forse farebbero volentieri a meno, gli esperti si sono tuttavia trovati concordi sulla necessità di istituirla.
«Sarebbe delittuoso farci trovare impreparati - ha ammonito Eugenia Tognotti, ordinaria di Storia della medicina e Scienze umane a Sassari, osservando però che «più che uno sforzo volenteroso di imparare da ciò che la pandemia ci ha insegnato, si nota una ricerca degli errori del passato».
Il timore di un regolamento di conti politici è dietro l’angolo ma, come ha supplicato Consuelo Locati, presidente dell’Associazione «Familiari delle vittime Covid-19», bisogna andare a fondo «per mantenere alta l’attenzione su una delle pagine più buie della nostra storia. Siamo stati abbandonati, vogliamo sapere cosa è successo e vogliamo delle risposte in tempi ragionevoli», che verosimilmente saranno i diciotto mesi proposti da Bignami: «La commissione non dovrà allungarsi fino a fine legislatura», ha detto il generale Pierpaolo Lunelli, e anche Ugo Cappellacci, presidente della commissione Affari sociali, ha confermato che i tempi rapidi sono auspicabili, «come hanno già fatto altri Paesi». «Il testo base per l’istituzione della Commissione parlamentare arriverà in Aula entro aprile», ha aggiunto.
Continua a leggereRiduci
Per i pm, sia il governo che la Regione potevano isolare la Val Seriana. Silvio Brusaferro replica alle accuse: non mi occupo di programmi pandemici.Ieri le prime audizioni per istituire l’organo ad hoc. Matteo Bassetti: «Lockdown inefficaci».Lo speciale contiene due articoli.«Ci abbiamo impiegato tre anni, ma mi risulta che in tre anni non sia stata ancora iniziata una commissione parlamentare. Noi, in tre anni comunque abbiamo fatto un’inchiesta». Con queste parole, il procuratore di Bergamo, Antonio Chiappani, ha voluto sintetizzare il «lavoro mastodontico» di indagini, audizioni, di analisi di documenti cartacei e informatici compiuto per ricostruire quanto accadde nella Bergamasca a partire dal 5 gennaio 2020. L’inchiesta della Procura si è chiusa con 19 indagati. Epidemia colposa aggravata, omicidio colposo plurimo e rifiuto di atti d’ufficio sono i principali capi di imputazione. Molti i nomi «eccellenti», tra cui l’allora premier Giuseppe Conte (sotto accusa per epidemia colposa e omicidio colposo) e l’ex ministro della Salute, Roberto Speranza (epidemia colposa, omicidio colposo e rifiuto di atti d’ufficio. Nei loro confronti procederà il tribunale dei ministri. Ma vediamo quali sono i reati contestati ai personaggi più di spicco di questa inchiesta, ovvero il presidente dell’Istituto superiore della sanità Silvio Brusaferro; l’allora capo della Protezione civile Angelo Borrelli; il presidente dell’Istituto superiore di sanità Franco Locatelli; il coordinatore del Comitato tecnico scientifico nella prima fase dell’emergenza, Agostino Miozzo; l’allora direttore scientifico dello Spallanzani, Giuseppe Ippolito; il riconfermato governatore della Regione Lombardia, Attilio Fontana; l’ex assessore al Welfare lombardo, Giulio Gallera. Per la mancata istituzione della zona rossa in Val Seriana, indagati per epidemia colposa e omicidio colposo sono Conte e Fontana, assieme a diversi membri del primo Cts. I componenti del Comitato tecnico scientifico, tra cui Brusaferro, Locatelli, Ippolito e Miozzo, non proposero l’«estensione delle misure previste per la c.d. “zona rossa” ai Comuni della Val Seriana, inclusi i comuni di Alzano Lombardo e Nembro», nonostante a quella data il comitato tecnico scientifico fosse a conoscenza del numero di casi (531) registrati sino a quel momento in Lombardia. Sono indagati per epidemia colposa e omicidio colposo i dirigenti delle aziende sanitarie di Bergamo e di Bergamo est. Per il mancato aggiornamento del piano pandemico, che vede tra gli indagati per omissione di atti di ufficio oltre all’ex segretario generale, Giuseppe Ruocco e all’attuale responsabile delle malattie infettive, Francesco Maraglino, anche l’ex Oms Ranieri Guerra, che a Bergamo è pure indagato per false informazioni ai pm, la Procura di Bergamo invierà gli atti a Roma. Gli ex ministri della salute Roberto Speranza, Giulia Grillo e Beatrice Lorenzin sono indagati per l’omessa istituzione o rinnovo del comitato nazionale per la pandemia. Brusaferro, ieri, ha fatto diramare un comunicato nel quale dichiara che «non è nei poteri del presidente dell’Istituto adottare piani pandemici o dar seguito alla loro esecuzione», che la linea dell’Iss durante la pandemia «è stata improntata alla massima precauzione e al massimo rigore scientifico», e che non gli è stato notificato «alcun atto relativo all’inchiesta». Certo, molti interrogativi rimangono. Su perché a Gallera e all’ex dg del Welfare lombardo, Luigi Cajazzo venga imputato di non aver dato «risposta ad una pandemia influenzale secondo le direttive del ministro della Salute del 2 ottobre 2006 nonché in violazione del Piano nazionale di preparazione e risposta per una pandemia influenzale del 9 febbraio 2006», quando sappiamo che non era stato attivato un piano nazionale pandemico, nonostante le sollecitazioni dell’Oms. Il piano pandemico, se applicato, avrebbe probabilmente evitato i lockdown indiscriminati che poi seguirono. La colpa del governatore Fontana, secondo i pm, sarebbe stata di non aver chiuso abbastanza, di non aver applicato «misure di contenimento e gestione adeguate e proporzionate all’evolversi della situazione», provocando «la diffusione dell’epidemia» in Val Seriana con un «incremento stimato non inferiore al contagio di 4.148 persone, pari al numero di decessi in meno che si sarebbero verificati», se fosse stata la zona rossa «a partire dal 27 febbraio 2020». «C’era la possibilità sia a livello regionale che a livello locale, di fare atti contingibili d’urgenza, cioè chiudere determinate zone», ha dichiarato ieri il procuratore Chiappani. Dal canto suo, il presidente lombardo Fontana, a Radio anch’io, ha tenuto a precisare che «quando si tratta di emergenza pandemica la competenza è esclusiva dello Stato, secondo la Costituzione, non secondo me. E poi se avessi emesso l’ordinanza, con chi l’avrei fatta eseguire? Non ho a disposizione né l’esercito né i carabinieri», ha detto, ricordando che durante la prima ondata della pandemia l’allora ministro Lamorgese «emise un provvedimento che diceva: guai a voi se volete sovrapporvi con iniziative sulle cosiddette zone rosse perché è competenza dello Stato». Così pure non si comprende come le indagini si siano concluse, senza che nessun primo cittadino risulti indagato anche se c’era un decreto del 23 febbraio 2020 sulle misure urgenti di contenimento del contagio nei comuni delle Regioni Lombardia e Veneto. Secondo il procuratore Chiappani, c’è stata una «insufficiente valutazione di rischio. Estendendo la zona rossa si sarebbero evitati più di 4.000 morti», ma sulla mancata zona rossa nella Val Seriana non è cosa scontata «la consapevolezza che poteva avere un sindaco che si fosse in una situazione di emergenza». Alla fine, chi pagherà per pandemia colposa?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/procura-mancate-chiusure-zona-rossa-2659494775.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-virostar-minimizzano-sul-piano-aggiornarlo-sarebbe-stato-inutile" data-post-id="2659494775" data-published-at="1677810784" data-use-pagination="False"> Le virostar minimizzano sul piano: «Aggiornarlo sarebbe stato inutile» Le audizioni alla Camera dei deputati avviate ieri per valutare le tre proposte di legge per l’istituzione della commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid hanno dato un primo assaggio di cosa sarebbe successo se oggi al governo non ci fosse la coalizione guidata da Giorgia Meloni, bensì quella che ha gestito la pandemia. Gli esperti interpellati dalle opposizioni di Pd e Cinque stelle, a cominciare dall’ex primario dell’ospedale Sacco di Milano, Massimo Galli, si sono infatti affrettati a minimizzare il mancato aggiornamento del piano pandemico del 2006, oggetto della proposta di legge 446 presentata dai deputati di Fratelli d’Italia, con primo firmatario il viceministro delle Infrastrutture e dei trasporti Galeazzo Bignami. «È vero che mancava un piano pandemico - ha dichiarato Galli - ma se lo avessimo avuto prima della pandemia da Covid sarebbe stato contro l’influenza, che è cosa diversa dal Sars Cov 2. Il Sars Cov 2 è un fatto completamente nuovo - si è affrettato a dichiarare Galli - che quando ci è capitato tra capo e collo non poteva essere affrontato allo stesso modo di come potrebbe essere affrontato ora». Sulla presunta inutilità del piano si è soffermato anche l’epidemiologo del Cts, Donato Greco: «Il piano era contro l’influenza, che è cosa completamente diversa dal Sars Cov 2 - ha detto Greco - quindi a gennaio 2020 non è mancato il piano, sono mancati i 14 anni di inattività precedenti, è mancato il tessuto». Concetto ribadito anche dal presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta: «L’aggiornamento è uno step, ma al di là dell’aggiornamento è mancata l’applicazione del piano pandemico». A non lasciare appesa la questione dell’utilità del piano ci ha pensato Francesco Zambon, ex capo dei ricercatori dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) che scrissero un rapporto sulla gestione italiana della prima ondata, dimessosi due anni fa a causa del clima insostenibile che si era creato intorno a lui dopo la pubblicazione del report. «A dispetto di tutti coloro che hanno detto che il piano pandemico non sarebbe stato influente - ha affermato Zambon - sappiamo che non è vero: la commissione sulla gestione pandemica istituita dalla rivista Lancet ha chiarito una volta per tutte che i Paesi che lo avevano, soprattutto in Asia orientale, sono andati di gran lunga meglio di quelli che non lo avevano», anche perché, come ha specificato Giulio Valesini, giornalista di Report interpellato dai deputati della commissione Affari sociali della Camera, «serviva ad avviare la macchina per attivare le necessità primarie, a cominciare dalle mascherine». Il lavoro della commissione Covid auspicabilmente non verterà soltanto sul mancato aggiornamento del piano, ma più in generale sulla gestione pandemica, come specificato nelle altre due proposte di legge presentate da Lega (Pdl 384) e Azione-Italia Viva (Pdl 459). «La commissione d’inchiesta - ha chiarito Galeazzo Bignami - dovrà occuparsi della verità dei fatti, non delle responsabilità penali. E per verità dei fatti noi intendiamo tutta la gestione della pandemia: piano pandemico ma anche mascherine, vaccini, contratti dei vaccini, green pass, terapie, tutto». Qualcosa è già stato anticipato nel corso della seduta di ieri: «Il total lockdown non ha funzionato - ha dichiarato ad esempio Donato Greco - così come la chiusura delle scuole», e anche Matteo Bassetti, ordinario di malattie infettive all’università di Genova, ha ammesso che le chiusure totali non erano necessarie. «Nella fase iniziale - ha detto Bassetti - è mancato un protocollo unico per i trattamenti, inoltre i medici non visitavano a casa e questo è stato un problema perché la malattia colpiva le persone a casa». Il medico del San Martino, che ha passato gli ultimi due anni in tv premendo insistentemente sulla vaccinazione di massa, ha temerariamente puntato il dito anche sulla campagna vaccinale italiana, a suo dire «influenzata dalla comunicazione dei mass media», sic. A dispetto dei desiderata delle opposizioni, che di questa commissione forse farebbero volentieri a meno, gli esperti si sono tuttavia trovati concordi sulla necessità di istituirla. «Sarebbe delittuoso farci trovare impreparati - ha ammonito Eugenia Tognotti, ordinaria di Storia della medicina e Scienze umane a Sassari, osservando però che «più che uno sforzo volenteroso di imparare da ciò che la pandemia ci ha insegnato, si nota una ricerca degli errori del passato». Il timore di un regolamento di conti politici è dietro l’angolo ma, come ha supplicato Consuelo Locati, presidente dell’Associazione «Familiari delle vittime Covid-19», bisogna andare a fondo «per mantenere alta l’attenzione su una delle pagine più buie della nostra storia. Siamo stati abbandonati, vogliamo sapere cosa è successo e vogliamo delle risposte in tempi ragionevoli», che verosimilmente saranno i diciotto mesi proposti da Bignami: «La commissione non dovrà allungarsi fino a fine legislatura», ha detto il generale Pierpaolo Lunelli, e anche Ugo Cappellacci, presidente della commissione Affari sociali, ha confermato che i tempi rapidi sono auspicabili, «come hanno già fatto altri Paesi». «Il testo base per l’istituzione della Commissione parlamentare arriverà in Aula entro aprile», ha aggiunto.
Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
Continua a leggereRiduci
Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara
Ansa
Trattasi dell’evento in programma sabato a Bologna, piazza Galvani, organizzato dal comitato Remigrazione e riconquista e regolarmente autorizzato dalle autorità. Cosa di cui, però, alla sinistra emiliana sembra non importare nulla. Maurizio Gaigher, consigliere comunale del Pd, dice in consiglio comunale che bisognerebbe «impedire» la manifestazione. A suo dire, essa «non costituisce un fatto isolato ma fa riferimento a una precisa operazione politica, che prova a spostare i confini del dibattito pubblico legittimando parole e concetti che fino a poco tempo fa sarebbero stati considerati inaccettabili. [...] Non stiamo discutendo solo di ordine pubblico o della gestione di un semplice e banale corteo: stiamo discutendo di quale idea di società vogliamo legittimare e qui la politica non può nascondersi».
Gaigher rivolge dunque «un appello a tutte le forze politiche, senza eccezioni anche quelle come la Lega e Fdi, che oggi troppo spesso scelgono il silenzio e l’ambiguità: unitevi all’appello delle forze democratiche della città, chiediamo insieme che questo corteo non si svolga, perché i suoi contenuti non sono neutri e rischiano di produrre conseguenze molto concrete sul piano della convivenza civile. Non è una questione ideologica, è una questione di responsabilità istituzionale».
Come al solito è tutto straordinario: in nome della libertà e della democrazia pretendono di vietare un presidio. Meraviglioso, a tale riguardo, il ragionamento di un’altra esponente del Pd, Mery De Martino. Costei, evidentemente ignara di che cosa sia la remigrazione, la definisce una «teoria razzista e disumana. La buona notizia è che questa roba può fare un po’ di rumore ma a Bologna non passa davvero». Poi la sincera democratica aggiunge: il 9 maggio «non diventi il palcoscenico di una mera provocazione mentre la città sarà impegnata nelle iniziative istituzionali per la festa dell’Europa, organizzata dal Comune e dal Tavolo Europa voluto dalla cittadinanza». Capito? Bisogna oscurare la manifestazione contro l’immigrazione di massa per non togliere visibilità alla festa dell’Europa prevista per lo stesso giorno.
Decisamente più minaccioso è il tono utilizzato da Giacomo Tarsitano della Lista Lepore che fa capo al sindaco di Bologna. «Iniziative come quella annunciata da un piccolo numero di estremisti, certamente fascisti», dice, «non possono essere ben accette in questa città, perché sono offensive non solo verso le comunità di origine straniera ma anche verso i valori che la stessa città ha, conserva e tenta di promuovere nelle esperienze quotidiane». Quali sarebbero questi valori? La censura e la prevaricazione? Altri consiglieri parlano dei manifestanti per la remigrazione come di fascisti che devono tornare nelle fogne, minacce che in altri tempi si sarebbero tradotte in azioni violente. Ma a quanto pare a sinistra tutto è concesso: sono leciti insulti, intimidazioni e forzature immotivate.
Il problema è che le frasi dei progressisti intolleranti, purtroppo, sembrano ottenere effetti. La stampa di sinistra bolognese infatti scrive che la manifestazione potrebbe in effetti essere spostata, cioè tolta da una piazza centrale e confinata altrove. Se così fosse, sarebbe estremamente grave. Forse il centro di Bologna deve essere accessibile solo ai progressisti? Negli ultimi giorni abbiamo raccontato quali siano le strategie della provocazione messe in atto dai movimenti antagonisti della sinistra radicale nelle più svariate occasioni: a costoro tuttavia non viene impedito di marciare. Perché allora chi esprime una visione diversa dovrebbe essere ostacolato?
«Abbiamo deciso di organizzare questa iniziativa di piazza per pubblicizzare la proposta di legge sulla remigrazione, con cui abbiamo fatto anche una raccolta di firme che sarà portata in Parlamento nei prossimi giorni», dice Stefano Colato del comitato remigrazione. «Abbiamo presentato regolare avviso in data 24 aprile per avere appunto una piazza centrale di Bologna, precisamente Piazza Galvani. Poi però abbiamo letto sulla cronaca locale di Repubblica che la nostra piazza sarebbe stata spostata, che ci sarebbe stata assegnata un’altra piazza perché quella è troppo centrale. Ovviamente siamo rimasti un po’ stupiti dalle modalità di comunicazione della questura di Bologna che non ha neanche fatto una telefonata o una Pec per comunicarci che la manifestazione sarebbe stata spostata. Leggere cose riguardanti la nostra iniziativa sulla Repubblica ci lascia basiti, come se decidesse quel giornale chi a Bologna ha diritto di parlare».
Secondo Colato, «anche le motivazioni di questo presunto spostamento ci sono sembrate risibili: la questura avrebbe avanzato un allarme riguardante la situazione internazionale, ma il nostro comitato si occupa esclusivamente di una raccolta di firme per una legge che riguarda la politica interna, non ci azzecca niente con la politica internazionale. E poi, tra parentesi, noi non dovremmo neanche avere paura di tensioni con i pro Pal o simili, dato che la nostra associazione di Bologna, che fa parte del comitato Remigrazione, ha sempre espresso solidarietà al popolo palestinese. Un’altra perplessità», continua Colato, «è sicuramente relativa al fatto che le altre iniziative che abbiamo organizzato a Bologna sono sempre state sottoposte a restrizioni dopo qualche annuncio di contestazioni. Ebbene, questa volta non c’è ombra di contestazione da parte di antagonisti o simili: ci vogliono vietare il centro cittadino in virtù di un allarme che non c’è?».
Di comunicazioni ufficiali, in ogni caso, non ne sono arrivate. Per questo motivo il comitato Remigrazione afferma che i suoi «simpatizzanti sono mobilitati sulla stessa piazza e allo stesso orario, le 16 di sabato, poi vedremo in questi giorni se saremo contattati».
Spostamento o meno, a emergere con chiarezza è la proverbiale intolleranza progressista. A conferma che in Italia il problema vero, ancora più dell’immigrazione, è la sinistra.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 6 maggio 2026. L'avvocato Capozzo, vicepresidente Accademia Italiana Scienze Forensi, sugli sviluppi del caso Garlasco.