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2019-11-06
Prima fanno causa, poi vanno da Conte. Gli indiani pronti alla guerra totale
Ansa
Il futuro dell'Ilva è appeso a un filo. Oggi è in programma l'incontro tra il premier, Giuseppe Conte, e i proprietari di Arcelor Mittal, la multinazionale angloindiana dell'acciaio che ha annunciato il suo addio allo stabilimento di Taranto. Un incontro che si annuncia molto complicato per il governo, anche alla luce della mossa di Arcelor Mittal, che ha depositato al Tribunale civile di Milano, come rivelato dal Corriere del giorno, un atto di citazione nei confronti dell'Ilva in amministrazione straordinaria e delle aziende collegate, preparando il terreno per lo scontro legale con l'Avvocatura dello Stato.
L'atto di citazione, firmato da ben 7 avvocati, composto 37 pagine e altrettanti allegati, inchioda il governo giallorosso alle proprie responsabilità, elencando i motivi che hanno indotto il colosso siderurgico a rinunciare all'investimento a Taranto. Come ampiamente prevedibile, è la cancellazione della protezione legale per i nuovi manager di Ilva, votata dalla maggioranza giallorossa pochi giorni fa, il punto cardine dell'atto di citazione.
«In particolare», si legge nell'atto, «l'art. 2, comma 6, del D. L. n. 1/2015 aveva previsto un periodo di tutela durante il quale i commissari e poi l'aggiudicatario della procedura competitiva avrebbero potuto eseguire il Piano ambientale senza incorrere in responsabilità penali conseguenti ai problemi ereditati dalle precedenti gestioni. In altri termini, la protezione legale costituiva una necessaria tutela per contemperare diversi diritti e interessi di rilevanza costituzionale, fra cui, da un lato, la protezione dell'ambiente, della salute e della sicurezza; dall'altro, le esigenze produttive e i connessi livelli occupazionali. Del resto, nel corso della gestione commissariale, i manager di Ilva sono stati sottoposti a procedimenti penali in relazione a situazioni preesistenti, che non sono sfociati in rinvii a giudizio proprio per effetto della protezione legale. Quindi», prosegue il documento, «Arcelor Mittal InvestCo ha accettato di partecipare all'operazione e di stipulare il contratto proprio nel presupposto e per l'esistenza della Protezione Legale».
Il ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, ha risposto attraverso un post su Facebook al vetriolo: «Arcelor Mittal», ha scritto Patuanelli, «ha deciso di andarsene da Taranto ancora prima della ristrutturazione della governance dell'azienda. Il compito del nuovo ad e dei nuovi dirigenti è di traghettare la proprietà indiana fuori dallo stabilimento; il piano industriale dell'azienda è stato disatteso nei numeri, disatteso nella prospettiva di rilancio e non ha proiezione futura. Questa notte (ieri, ndr)», ha aggiunto Patuanelli, «è stato depositato da Arcelor Mittal, presso il Tribunale di Milano, un atto di citazione nei confronti dei Commissari straordinari, a dimostrazione che da settimane, forse da mesi, l'azienda preparava l'abbandono dell'area». In realtà basta leggere l'atto di citazione per verificare che l'azienda ha imputato alla cancellazione della protezione legale, avvenuta pochi giorni fa, l'addio a Taranto.
Ieri il premier Conte ha esternato sulla vicenda, in attesa dell'incontro di oggi con i proprietari dell'azienda: «È stato stipulato un contratto», ha detto Conte, «e domani (oggi, ndr) saremo inflessibili sul rispetto degli impegni incontrando Arcelor Mittal. Ci sono impegni contrattuali da rispettare, non si può pensare di cambiare una strategia imprenditoriale adducendo a giustificazione lo scudo o il non scudo penale che tra l'altro non è previsto contrattualmente».
Ieri sera, nel corso di un incontro che si è svolto presso lo stabilimento di Taranto, l'ad di Arcelor Mittal Italia, Lucia Morselli, che oggi non parteciperà all'incontro con il governo, ha confermato ai segretari generali di Fim, Fiom, Uilm e Usb, la volontà di recedere dal contratto per l'acquisizione. La mancata partecipazione della Morselli al tavolo con il governo di oggi, a questo punto, potrebbe voler dire che la proprietà è pronta a sciogliere la «succursale» italiana, creata apposta per questa operazione. Un ulteriore segnale del fatto che il colosso indiano fa sul serio: il multimiliardario indiano Lakshmi Mittal, presidente e amministratore delegato del colosso siderurgico, non ha alcuna intenzione di farsi prendere in giro da Conte, Patuanelli e compagnia bella. «Non permetteremo la ripresa dei lavori del parlamento», ha annunciato ieri il leader della Lega, Matteo Salvini, «fino a che il presidente del Consiglio non verrà in aula a dire che nessun posto di lavoro è a rischio. Altrimenti si dimetta. Questo governo indegno ha nominato un ministro del Sud ma il primo atto concreto è stato mettere in mezzo a una strada 10.000 lavoratori dell'acciaieria Ilva. Questo vuol dire», ha argomentato Salvini, «che al governo ci sono degli incapaci ignoranti. Il governo Conte 1 aveva partorito un decreto con lo scudo penale. Invece Leu e 5 stelle hanno tolto lo scudo penale ed è stato approvato con la fiducia dal Conte 2, senza scudo».
Una bussola tra i paletti ambientali. Ecco cosa prevede l’immunità penale
Da quando Arcelor Mittal ha fatto marcia indietro sull'Ilva, si sente molto parlare di immunità penale per i vertici aziendali del colosso angloindiano. Su questo tema è il caso di fare chiarezza.
L'immunità penale è stata concessa all'Ilva quando era in amministrazione straordinaria. Successivamente è stata concessa anche ai nuovi proprietari di Arcelor Mittal. La norma era nata nel 2015 con il decreto legge n.1. Quell'anno l'Ilva era entrata in amministrazione straordinaria a gennaio; erano aperte tutte le conseguenze del sequestro giudiziario dell'area fatto nel 2012, e con questa norma si era voluto di fatto garantire una protezione legale sia ai gestori dell'azienda (i commissari), che ai futuri acquirenti, relativamente all'attuazione del piano ambientale della fabbrica.
Si voleva evitare, cioè, che attuando il piano ambientale, normato da un decreto ministeriale del settembre 2017, i commissari o i futuri acquirenti restassero coinvolti in vicissitudini giudiziarie derivanti dal passato, essendo l'inquinamento Ilva un problema di lunga data. In parole povere, il problema era che gli altiforni delle acciaierie non si possono spegnere, pena la loro completa sostituzione. Per questo, durante la fase di rinnovamento che avrebbe reso meno inquinanti gli altiforni, questi ultimi avrebbero inevitabilmente continuato a danneggiare l'ambiente fino a lavori ultimati.
L'idea dello scudo penale nasceva dunque per evitare che i commissari prima e i nuovi proprietari poi potessero andare incontro a guai legali per problemi che non dipendevano da loro.
Le trattative con ArcelorMittal iniziano però a incrinarsi nella primavera del 2019, ad un anno circa dell'insediamento del primo governo Conte. I 5 stelle ritenevano infatti che questa norma fosse illegittima e andasse abrogata perché si trattava di un privilegio concesso ad Arcelor Mittal.
La fine dello scudo penale ebbe inizio con il decreto Crescita voluto dal governo di coalizione gialloblù. Una scelta che non fu per nulla gradita ad Arcelor Mittal che aveva intenzione di rilevare l'azienda con un altro quadro giuridico.
Così la minaccia di lasciare l'impianto costrinse l'esecutivo a tornare sulla questione e a concedere, anche se in maniera ridotta rispetto al disegno originale, l'immunità penale presente al momento dell'acquisizione. La stop, solo parziale, prevedeva «l'impunità per la violazione delle disposizioni a tutela della salute e della sicurezza sul lavoro».
Il colpo di grazia, però, arrivò quando 17 senatori M5s chiesero la linea dura e, all'interno del decreto Salva imprese, venne aggiunto un emendamento a firma della pentastellata Barbara Lezzi (e votato da Pd, Italia viva e Leu) che eliminava del tutto lo scudo penale per i vertici del gruppo. Il provvedimento è andato in Gazzetta il 3 novembre e il giorno successiva il colosso ha comunicato l'intenzione di abbandonare il tavolo delle trattative.
Prima che lo scudo cadesse, Arcelor Mittal si era impegnata a realizzare investimenti ambientali per 1,1 miliardi, industriali per 1,2 miliardi e a pagare l'ex Ilva 1,8 milioni di euro, una volta terminato il periodo d'affitto, iniziato il primo novembre dello scorso anno e che avrebbe dovuto durare per 18 mesi. Va ricordato che lo scudo penale non copriva i vertici aziendali da qualunque reato potessero commettere all'interno dello stabilimento tarantino, ma solo da «eventuali reati ambientali nel momento in cui l'azione dell'azienda è conforme alla legge e al piano ambientale».
Ora non resta che attendere l'esito dell'incontro di oggi tra il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte e i vertici di Arcelor Mittal, nel tentativo di ricomporre la frattura tra le parti. Il premier si è detto intenzionato «a fare di tutto, qualsiasi misura» pur di non far chiudere gli stabilimenti.
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I commissari dell'ex Ilva citati in tribunale da Arcelor Mittal. Oggi l'incontro proprietà-premier, che insiste: «Noi inflessibili».Il lasciapassare era nato per consentire le bonifiche senza incorrere in cause pregresse.Lo speciale contiene due articoli.Il futuro dell'Ilva è appeso a un filo. Oggi è in programma l'incontro tra il premier, Giuseppe Conte, e i proprietari di Arcelor Mittal, la multinazionale angloindiana dell'acciaio che ha annunciato il suo addio allo stabilimento di Taranto. Un incontro che si annuncia molto complicato per il governo, anche alla luce della mossa di Arcelor Mittal, che ha depositato al Tribunale civile di Milano, come rivelato dal Corriere del giorno, un atto di citazione nei confronti dell'Ilva in amministrazione straordinaria e delle aziende collegate, preparando il terreno per lo scontro legale con l'Avvocatura dello Stato.L'atto di citazione, firmato da ben 7 avvocati, composto 37 pagine e altrettanti allegati, inchioda il governo giallorosso alle proprie responsabilità, elencando i motivi che hanno indotto il colosso siderurgico a rinunciare all'investimento a Taranto. Come ampiamente prevedibile, è la cancellazione della protezione legale per i nuovi manager di Ilva, votata dalla maggioranza giallorossa pochi giorni fa, il punto cardine dell'atto di citazione.«In particolare», si legge nell'atto, «l'art. 2, comma 6, del D. L. n. 1/2015 aveva previsto un periodo di tutela durante il quale i commissari e poi l'aggiudicatario della procedura competitiva avrebbero potuto eseguire il Piano ambientale senza incorrere in responsabilità penali conseguenti ai problemi ereditati dalle precedenti gestioni. In altri termini, la protezione legale costituiva una necessaria tutela per contemperare diversi diritti e interessi di rilevanza costituzionale, fra cui, da un lato, la protezione dell'ambiente, della salute e della sicurezza; dall'altro, le esigenze produttive e i connessi livelli occupazionali. Del resto, nel corso della gestione commissariale, i manager di Ilva sono stati sottoposti a procedimenti penali in relazione a situazioni preesistenti, che non sono sfociati in rinvii a giudizio proprio per effetto della protezione legale. Quindi», prosegue il documento, «Arcelor Mittal InvestCo ha accettato di partecipare all'operazione e di stipulare il contratto proprio nel presupposto e per l'esistenza della Protezione Legale».Il ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, ha risposto attraverso un post su Facebook al vetriolo: «Arcelor Mittal», ha scritto Patuanelli, «ha deciso di andarsene da Taranto ancora prima della ristrutturazione della governance dell'azienda. Il compito del nuovo ad e dei nuovi dirigenti è di traghettare la proprietà indiana fuori dallo stabilimento; il piano industriale dell'azienda è stato disatteso nei numeri, disatteso nella prospettiva di rilancio e non ha proiezione futura. Questa notte (ieri, ndr)», ha aggiunto Patuanelli, «è stato depositato da Arcelor Mittal, presso il Tribunale di Milano, un atto di citazione nei confronti dei Commissari straordinari, a dimostrazione che da settimane, forse da mesi, l'azienda preparava l'abbandono dell'area». In realtà basta leggere l'atto di citazione per verificare che l'azienda ha imputato alla cancellazione della protezione legale, avvenuta pochi giorni fa, l'addio a Taranto.Ieri il premier Conte ha esternato sulla vicenda, in attesa dell'incontro di oggi con i proprietari dell'azienda: «È stato stipulato un contratto», ha detto Conte, «e domani (oggi, ndr) saremo inflessibili sul rispetto degli impegni incontrando Arcelor Mittal. Ci sono impegni contrattuali da rispettare, non si può pensare di cambiare una strategia imprenditoriale adducendo a giustificazione lo scudo o il non scudo penale che tra l'altro non è previsto contrattualmente».Ieri sera, nel corso di un incontro che si è svolto presso lo stabilimento di Taranto, l'ad di Arcelor Mittal Italia, Lucia Morselli, che oggi non parteciperà all'incontro con il governo, ha confermato ai segretari generali di Fim, Fiom, Uilm e Usb, la volontà di recedere dal contratto per l'acquisizione. La mancata partecipazione della Morselli al tavolo con il governo di oggi, a questo punto, potrebbe voler dire che la proprietà è pronta a sciogliere la «succursale» italiana, creata apposta per questa operazione. Un ulteriore segnale del fatto che il colosso indiano fa sul serio: il multimiliardario indiano Lakshmi Mittal, presidente e amministratore delegato del colosso siderurgico, non ha alcuna intenzione di farsi prendere in giro da Conte, Patuanelli e compagnia bella. «Non permetteremo la ripresa dei lavori del parlamento», ha annunciato ieri il leader della Lega, Matteo Salvini, «fino a che il presidente del Consiglio non verrà in aula a dire che nessun posto di lavoro è a rischio. Altrimenti si dimetta. Questo governo indegno ha nominato un ministro del Sud ma il primo atto concreto è stato mettere in mezzo a una strada 10.000 lavoratori dell'acciaieria Ilva. Questo vuol dire», ha argomentato Salvini, «che al governo ci sono degli incapaci ignoranti. Il governo Conte 1 aveva partorito un decreto con lo scudo penale. Invece Leu e 5 stelle hanno tolto lo scudo penale ed è stato approvato con la fiducia dal Conte 2, senza scudo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/prima-fanno-causa-poi-vanno-da-conte-gli-indiani-pronti-alla-guerra-totale-2641228447.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="una-bussola-tra-i-paletti-ambientali-ecco-cosa-prevede-limmunita-penale" data-post-id="2641228447" data-published-at="1781027158" data-use-pagination="False"> Una bussola tra i paletti ambientali. Ecco cosa prevede l’immunità penale Da quando Arcelor Mittal ha fatto marcia indietro sull'Ilva, si sente molto parlare di immunità penale per i vertici aziendali del colosso angloindiano. Su questo tema è il caso di fare chiarezza. L'immunità penale è stata concessa all'Ilva quando era in amministrazione straordinaria. Successivamente è stata concessa anche ai nuovi proprietari di Arcelor Mittal. La norma era nata nel 2015 con il decreto legge n.1. Quell'anno l'Ilva era entrata in amministrazione straordinaria a gennaio; erano aperte tutte le conseguenze del sequestro giudiziario dell'area fatto nel 2012, e con questa norma si era voluto di fatto garantire una protezione legale sia ai gestori dell'azienda (i commissari), che ai futuri acquirenti, relativamente all'attuazione del piano ambientale della fabbrica. Si voleva evitare, cioè, che attuando il piano ambientale, normato da un decreto ministeriale del settembre 2017, i commissari o i futuri acquirenti restassero coinvolti in vicissitudini giudiziarie derivanti dal passato, essendo l'inquinamento Ilva un problema di lunga data. In parole povere, il problema era che gli altiforni delle acciaierie non si possono spegnere, pena la loro completa sostituzione. Per questo, durante la fase di rinnovamento che avrebbe reso meno inquinanti gli altiforni, questi ultimi avrebbero inevitabilmente continuato a danneggiare l'ambiente fino a lavori ultimati. L'idea dello scudo penale nasceva dunque per evitare che i commissari prima e i nuovi proprietari poi potessero andare incontro a guai legali per problemi che non dipendevano da loro. Le trattative con ArcelorMittal iniziano però a incrinarsi nella primavera del 2019, ad un anno circa dell'insediamento del primo governo Conte. I 5 stelle ritenevano infatti che questa norma fosse illegittima e andasse abrogata perché si trattava di un privilegio concesso ad Arcelor Mittal. La fine dello scudo penale ebbe inizio con il decreto Crescita voluto dal governo di coalizione gialloblù. Una scelta che non fu per nulla gradita ad Arcelor Mittal che aveva intenzione di rilevare l'azienda con un altro quadro giuridico. Così la minaccia di lasciare l'impianto costrinse l'esecutivo a tornare sulla questione e a concedere, anche se in maniera ridotta rispetto al disegno originale, l'immunità penale presente al momento dell'acquisizione. La stop, solo parziale, prevedeva «l'impunità per la violazione delle disposizioni a tutela della salute e della sicurezza sul lavoro». Il colpo di grazia, però, arrivò quando 17 senatori M5s chiesero la linea dura e, all'interno del decreto Salva imprese, venne aggiunto un emendamento a firma della pentastellata Barbara Lezzi (e votato da Pd, Italia viva e Leu) che eliminava del tutto lo scudo penale per i vertici del gruppo. Il provvedimento è andato in Gazzetta il 3 novembre e il giorno successiva il colosso ha comunicato l'intenzione di abbandonare il tavolo delle trattative. Prima che lo scudo cadesse, Arcelor Mittal si era impegnata a realizzare investimenti ambientali per 1,1 miliardi, industriali per 1,2 miliardi e a pagare l'ex Ilva 1,8 milioni di euro, una volta terminato il periodo d'affitto, iniziato il primo novembre dello scorso anno e che avrebbe dovuto durare per 18 mesi. Va ricordato che lo scudo penale non copriva i vertici aziendali da qualunque reato potessero commettere all'interno dello stabilimento tarantino, ma solo da «eventuali reati ambientali nel momento in cui l'azione dell'azienda è conforme alla legge e al piano ambientale». Ora non resta che attendere l'esito dell'incontro di oggi tra il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte e i vertici di Arcelor Mittal, nel tentativo di ricomporre la frattura tra le parti. Il premier si è detto intenzionato «a fare di tutto, qualsiasi misura» pur di non far chiudere gli stabilimenti.
@Petronas
Searah integra portafogli, competenze industriali ed esperienza regionale complementari, con l’obiettivo di creare valore di lungo periodo e rafforzare l’eccellenza operativa nei due Paesi. La nuova piattaforma parte con 19 asset di produzione e sviluppo gas, di cui 14 in Indonesia e 5 in Malesia. La produzione iniziale sarà superiore a 300.000 barili equivalenti di petrolio al giorno, con l’obiettivo di superare i 500.000 barili al giorno di produzione sostenibile entro i prossimi tre anni.
La costituzione della joint venture è stata completata dopo l’ottenimento di tutte le autorizzazioni regolatorie, governative e dei partner in Indonesia e Malesia, insieme al soddisfacimento delle condizioni sospensive previste.
Per Eni, Searah rappresenta una nuova applicazione della propria strategia, basata sulla creazione di società focalizzate, efficienti e capaci di accelerare la crescita degli asset. L’amministratore delegato Claudio Descalzi ha sottolineato che «Searah riflette la nostra consolidata strategia satellitare, volta a creare business mirati e di qualità, in grado di coniugare dimensioni, efficienza e crescita». Descalzi ha aggiunto che la nuova società sarà «una nuova e solida entità nel Sud-Est asiatico, la prima e la più grande del suo genere nella regione», nata per sostenere lo sviluppo delle risorse energetiche in Indonesia e Malesia, con attenzione alla tutela dell’ambiente e alla crescita locale.
Anche Petronas attribuisce all’operazione un valore strategico rilevante. Il presidente e amministratore delegato del gruppo, Tengku Muhammad Taufik, ha evidenziato che la costituzione di Searah è in linea con «una maggiore disciplina nello sviluppo delle risorse», con «un impiego del capitale più agile» e con una maggiore attenzione alla creazione di valore sostenibile lungo l’intera catena del gas. Facendo leva sui portafogli e sulle capacità complementari dei due gruppi, Searah punta a rafforzare profondità operativa, resilienza finanziaria e capacità di crescita, contribuendo alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici di Indonesia e Malesia.
A sostegno dei piani industriali, Searah ha ottenuto una linea di credito revolving da sei miliardi di dollari, segnale della fiducia dei mercati finanziari nella nuova piattaforma. Gli investimenti previsti superano i 20 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni e saranno destinati allo sviluppo di oltre tre miliardi di barili equivalenti di petrolio di risorse scoperte, oltre alla valorizzazione di un potenziale esplorativo addizionale stimato in diversi miliardi di boe.
La nuova società punta, inoltre, a generare sinergie significative, soprattutto in ambito logistico e tecnologico, grazie a un modello operativo indipendente e integrato. Tutto il personale di Eni Indonesia e Petronas Indonesia è confluito in Searah, mentre in Malesia è stata costituita Searah Malaysia Sdn Bhd, società dedicata alla gestione delle attività locali.
Il lancio di Searah segue le recenti decisioni finali di investimento relative ai giacimenti Gendalo e Gandang, nel South Hub, e Geng North e Gehem, nel North Hub, annunciate da Eni nel marzo 2026. Questi progetti contengono quasi 283 miliardi di metri cubi di gas inizialmente in posto e circa 550 milioni di barili di condensato associato. La produzione è attesa dal 2028, con un plateau previsto entro il 2029 pari a 56,5 milioni di metri cubi di gas e 90.000 barili al giorno di condensato.
Alla crescita futura contribuirà anche la scoperta del pozzo Geliga-1, nel blocco Ganal, all’interno del bacino del Kutei. La scoperta è stimata in circa 140 miliardi di metri cubi di gas e 300 milioni di barili di condensato in posto. Il pozzo ha mostrato un’elevata qualità del giacimento, con capacità produttiva indicata in circa 5,7 milioni di metri cubi di gas e 10.000 barili al giorno di condensato.
In particolare, per il cane a sei zampe, presente in Indonesia dal 2001, l’operazione segna un nuovo capitolo di crescita all’interno del gruppo, che può fare affidamento su un portafoglio diversificato di attività di esplorazione, sviluppo e produzione, con una produzione netta di circa 90.000 barili al giorno.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 giugno 2026. Il generale Giuseppe Santomartino, docente di intelligence, spiega perché in Medio Oriente la situazione è pericolosissima.
Papa Leone XIV (Ansa)
«Matematico» anche nel gestire le citazioni di Benedetto XVI e Francesco, il Papa squaderna una visione del diritto naturale che tocca aborto, eutanasia, migrazioni, concezione della libertà e origine dei diritti. Un discorso accolto da una standing ovation promossa con particolare convinzione soprattutto dal Partito popolare.
Prevost tesse una lode storico-culturale della Spagna, poggiando su citazioni di Cervantes (1547-1616, da cui pesca l’inno alla libertà del Don Chisciotte), Santa Teresa d’Avila (1515-1582, prima donna proclamata Dottore della Chiesa) e Miguel de Unamuno (1864-1936, autore del Sentimento tragico della vita). Ma è sulla «scuola di Salamanca» che il Papa si dilunga per entrare nel vivo dell’intervento. La grande ondata di studiosi salita sotto il regno di Isabella e Fernando circa mezzo secolo fa è ritenuta una delle vette filosofiche nella riflessione pre-moderna sul diritto internazionale. «Alcuni maestri», spiega Leone riferendosi a frate Francisco de Vitoria (1483?-1546) e ai suoi allievi e colleghi, «compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così [...] la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti del potere».
Da questa premessa, il pontefice desume i giudizi sull’attualità: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze»: e qui incastra un riferimento diretto a un discorso analogo per peso, quello di Ratzinger al Bundestag del 22 settembre 2011. Non è da meno la successiva puntualizzazione: «La fede cristiana la proclama (la dignità, ndr) a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo». Arriva il colpo più deciso su aborto ed eutanasia: «Se la vita cessa di essere riconosciuta come un valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre società? Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?».
Non scontata la definizione di bene comune (che non è «mera somma di interessi particolari»), così come il vallo invocato a tutela della famiglia, che passa dal «diritto primario e inalienabile dei genitori di scegliere il tipo di istruzione e formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose». Sul «dramma migratorio», Leone XIV al dovere dell’accoglienza fa precedere un approccio che «affronti le cause che costringono a partire», promuovendo «il diritto di rimanere nella propria terra»: e lo ha detto a un Paese che ha appena regolarizzato centinaia di migliaia di migranti. «Nessuna nazione», aggiunge, «può affrontare da sola una sfida di questa portata». L’invocazione della pace in un mondo che «sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale» ha toccato anche una nota cara a questo Papa: il linguaggio, capace di «instaurare e tutelare» la pace stessa dando forma e forza alla diplomazia e al dialogo.
Dopo l’affondo sull’aborto, altre parole saranno suonate aspre per un premier socialista, ma anche a diverse latitudini politiche: Prevost indica come «questione decisiva per ogni società veramente democratica la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. La libertà su cui si fonda lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente». Questa libertà non è né creata né concessa dallo Stato: «Essere liberi non significa solo disporre di possibilità di scelta ma poter riconoscere il bene e aderirvi: ogni società libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico. [...] La fede non può essere relegata al silenzio come fosse irrilevante per la vita pubblica». Altro affondo diretto a Macron e Sànchez, che a diverso titolo hanno messo in discussione il vincolo del segreto confessionale: «Il sigillo sacramentale della confessione si inserisce nel contesto più ampio della libertà religiosa».
La giornata è proseguita con l’incontro coi vescovi iberici, l’omaggio alla Vergine dell’Almudena, una drammatica visita ad alcune vittime di abusi commessi da preti e un incontro con la comunità diocesana. Ma l’eco più forte risuona sulla libertà: «Quella moderna è stata preparata anche da una luna educazione alla coscienza profondamente segnata dalla tradizione cristiana».
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Francesca Michielin (Getty Images)
Ne hanno tutto il diritto, intendiamoci: ciascuno si impegna per le battaglie in cui crede e, se è davvero motivato, fa bene a sostenerle perché la democrazia funziona bene proprio grazie all’impegno dei singoli e appassisce nell’indifferenza. Il problema, però, è nella gran parte delle «lotte per i diritti» della sinistra odierna c’è ben poco di alato ideale e molto di concreto tornaconto. Più che l’onor, insomma, può il digiuno o il timore del digiuno, cioè la paura di restare senza soldi.
Assistiamo in queste ore alla mobilitazione del consueto gruppo di artisti, Vip e presunti intellettuali contro il ddl Valditara sul consenso informato, una norma sacrosanta che introduce per i genitori la possibilità di difendersi da intrusioni ideologiche di varia natura nelle classi dei loro figli. L’esercito degli impegnati non ha perso un momento, è subito sceso in campo con furore.
La fondazione «Una nessuna centomila» ha inviato al ministro una lettera di protesta firmata da Fiorella Mannoia, Anna Foglietta, Vittoria Puccini, Pierfrancesco Favino, Noemi, Tosca, Lino Guanciale, Gigi D’Alessio, Ermal Meta, l’immancabile Piero Pelù, Caterina Caselli, Ferzan Özpetek, Carolina Crescentini, Francesca Michielin (quella che voleva lasciare l’Italia per colpa dei fascisti), Giuliano Sangiorgi, Paola Turci, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Claudia Pandolfi, Edoardo Leo, Brunori Sas, Cristina Comencini, Serena Dandini e ci fermiamo qui per evitare svenimenti. Sono sempre i soliti, quelli che militano per tutte le buone cause, i travet della firma e della mobilitazione politica.
«Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’ennesimo passo indietro del nostro Paese su uno strumento fondamentale per la prevenzione della violenza di genere, l’eduzione sessuoaffettiva», dicono gli eroici combattenti. E spiegano che «ostacolare il cambiamento culturale significa rallentare un processo di trasformazione che ha l’obiettivo di contrastare la violenza prima che si manifesti».
Inutile stare a spiegare che nella scuola italiana esistono già miriadi di progetti di educazione sessuale, affettiva, ai diritti... Inutile pure ribadire che è un diritto consentire alle famiglie di esprimersi sull’educazione dei figli. La verità è che ai nostri Vip della firma pronta non interessano realmente né i cambiamenti culturali né la libertà di espressione né tantomeno il benessere di questo o quell’altro. La ragione della protesta è una sola: i soldi.
Il ddl Valditara di certo non danneggia i ragazzi e nemmeno impedisce che siano trattati a scuola argomenti delicati. Rischia, però, di fare perdere a qualche associazione e cooperativa incarichi remunerativi. Ecco perché suscita tanta rabbia: perché qualche attivista finora abituato a entrare nelle classi col generoso finanziamento degli istituti pubblici potrebbe vedersi tagliato il budget. Per questo ogni volta, attorno ai temi dell’educazione, si sviluppa tanta accorata attenzione: perché c’è in ballo il grano che foraggia gli amichetti del quartierino.
Tra coloro che in queste ore si scagliano contro Valditara c’è Silvia Salis, sindaco di Genova. Dura e un po’ destrorsa in materia di sicurezza (come ha notato ieri Giacomo Amadori), ma sempre bene attenta a garantirsi l’appoggio arcobaleno. La giunta genovese, infatti, ha annunciato lotta dura senza paura: «Non cancelliamo nulla: se il ddl Valditara vieta l’educazione sessuo-affettiva negli asili, le cambieremo nome, ma porteremo avanti questa battaglia di educazione ai diritti: ce lo chiedono le famiglie, gli insegnanti, è un nostro impegno», dichiara Rita Bruzzone, assessore al Diritto all’istruzione, alle pari opportunità e alle politiche di genere. «Ora interpelleremo il Garante dei diritti dell’infanzia, sia comunale che regionale, e ovviamente l’ufficio scolastico regionale, ma non abbandoneremo il nostro percorso».
L’iniziativa che il Comune intende difendere a ogni costo è una sperimentazione partita all’inizio dell’anno scolastico in quattro scuole dell’infanzia che coinvolge 300 bambini tra i 3 e i 6 anni. Non ci sarebbe nemmeno da perdere tempo a commentarla: parlare di educazione sessuo-affettiva a bambini di 3 o 4 anni è una totale assurdità, una idiozia dolosa che va fermata. E se nel progetto non c’è «niente di sessuale», come ribadisce l’assessore Bruzzone, una ragione in più per non farlo. A insegnare ai bambini le «competenze relazionali» basta quel che già si fa normalmente nelle scuole italiane, senza stravaganti integrazioni utili a compiacere questa o quella associazione di pedagogisti.
In fondo, è sempre la solita vecchia storia, già ampiamente vista ai tempi del ddl Zan. Anche allora il vero tema non era tanto la difesa delle minoranze quanto, piuttosto, la possibilità per attivisti e sedicenti formatori di ottenere preziose prebende dagli istituti. Non c’entrano la libertà e i diritti, ma il potere e il denaro. L’egemonia culturale tanto discussa, dopo tutto, è solo il corollario di una più profonda e pervasiva egemonia senza cultura basata sull’occupazione degli spazi e l’utilizzo dei fondi.
A questo punto, tanto varrebbe che i progressisti lasciassero perdere l’educazione affettiva per concentrarsi sull’educazione finanziaria: mostrerebbero maggiore onestà intellettuale.
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