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2019-11-06
Prima fanno causa, poi vanno da Conte. Gli indiani pronti alla guerra totale
Ansa
Il futuro dell'Ilva è appeso a un filo. Oggi è in programma l'incontro tra il premier, Giuseppe Conte, e i proprietari di Arcelor Mittal, la multinazionale angloindiana dell'acciaio che ha annunciato il suo addio allo stabilimento di Taranto. Un incontro che si annuncia molto complicato per il governo, anche alla luce della mossa di Arcelor Mittal, che ha depositato al Tribunale civile di Milano, come rivelato dal Corriere del giorno, un atto di citazione nei confronti dell'Ilva in amministrazione straordinaria e delle aziende collegate, preparando il terreno per lo scontro legale con l'Avvocatura dello Stato.
L'atto di citazione, firmato da ben 7 avvocati, composto 37 pagine e altrettanti allegati, inchioda il governo giallorosso alle proprie responsabilità, elencando i motivi che hanno indotto il colosso siderurgico a rinunciare all'investimento a Taranto. Come ampiamente prevedibile, è la cancellazione della protezione legale per i nuovi manager di Ilva, votata dalla maggioranza giallorossa pochi giorni fa, il punto cardine dell'atto di citazione.
«In particolare», si legge nell'atto, «l'art. 2, comma 6, del D. L. n. 1/2015 aveva previsto un periodo di tutela durante il quale i commissari e poi l'aggiudicatario della procedura competitiva avrebbero potuto eseguire il Piano ambientale senza incorrere in responsabilità penali conseguenti ai problemi ereditati dalle precedenti gestioni. In altri termini, la protezione legale costituiva una necessaria tutela per contemperare diversi diritti e interessi di rilevanza costituzionale, fra cui, da un lato, la protezione dell'ambiente, della salute e della sicurezza; dall'altro, le esigenze produttive e i connessi livelli occupazionali. Del resto, nel corso della gestione commissariale, i manager di Ilva sono stati sottoposti a procedimenti penali in relazione a situazioni preesistenti, che non sono sfociati in rinvii a giudizio proprio per effetto della protezione legale. Quindi», prosegue il documento, «Arcelor Mittal InvestCo ha accettato di partecipare all'operazione e di stipulare il contratto proprio nel presupposto e per l'esistenza della Protezione Legale».
Il ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, ha risposto attraverso un post su Facebook al vetriolo: «Arcelor Mittal», ha scritto Patuanelli, «ha deciso di andarsene da Taranto ancora prima della ristrutturazione della governance dell'azienda. Il compito del nuovo ad e dei nuovi dirigenti è di traghettare la proprietà indiana fuori dallo stabilimento; il piano industriale dell'azienda è stato disatteso nei numeri, disatteso nella prospettiva di rilancio e non ha proiezione futura. Questa notte (ieri, ndr)», ha aggiunto Patuanelli, «è stato depositato da Arcelor Mittal, presso il Tribunale di Milano, un atto di citazione nei confronti dei Commissari straordinari, a dimostrazione che da settimane, forse da mesi, l'azienda preparava l'abbandono dell'area». In realtà basta leggere l'atto di citazione per verificare che l'azienda ha imputato alla cancellazione della protezione legale, avvenuta pochi giorni fa, l'addio a Taranto.
Ieri il premier Conte ha esternato sulla vicenda, in attesa dell'incontro di oggi con i proprietari dell'azienda: «È stato stipulato un contratto», ha detto Conte, «e domani (oggi, ndr) saremo inflessibili sul rispetto degli impegni incontrando Arcelor Mittal. Ci sono impegni contrattuali da rispettare, non si può pensare di cambiare una strategia imprenditoriale adducendo a giustificazione lo scudo o il non scudo penale che tra l'altro non è previsto contrattualmente».
Ieri sera, nel corso di un incontro che si è svolto presso lo stabilimento di Taranto, l'ad di Arcelor Mittal Italia, Lucia Morselli, che oggi non parteciperà all'incontro con il governo, ha confermato ai segretari generali di Fim, Fiom, Uilm e Usb, la volontà di recedere dal contratto per l'acquisizione. La mancata partecipazione della Morselli al tavolo con il governo di oggi, a questo punto, potrebbe voler dire che la proprietà è pronta a sciogliere la «succursale» italiana, creata apposta per questa operazione. Un ulteriore segnale del fatto che il colosso indiano fa sul serio: il multimiliardario indiano Lakshmi Mittal, presidente e amministratore delegato del colosso siderurgico, non ha alcuna intenzione di farsi prendere in giro da Conte, Patuanelli e compagnia bella. «Non permetteremo la ripresa dei lavori del parlamento», ha annunciato ieri il leader della Lega, Matteo Salvini, «fino a che il presidente del Consiglio non verrà in aula a dire che nessun posto di lavoro è a rischio. Altrimenti si dimetta. Questo governo indegno ha nominato un ministro del Sud ma il primo atto concreto è stato mettere in mezzo a una strada 10.000 lavoratori dell'acciaieria Ilva. Questo vuol dire», ha argomentato Salvini, «che al governo ci sono degli incapaci ignoranti. Il governo Conte 1 aveva partorito un decreto con lo scudo penale. Invece Leu e 5 stelle hanno tolto lo scudo penale ed è stato approvato con la fiducia dal Conte 2, senza scudo».
Una bussola tra i paletti ambientali. Ecco cosa prevede l’immunità penale
Da quando Arcelor Mittal ha fatto marcia indietro sull'Ilva, si sente molto parlare di immunità penale per i vertici aziendali del colosso angloindiano. Su questo tema è il caso di fare chiarezza.
L'immunità penale è stata concessa all'Ilva quando era in amministrazione straordinaria. Successivamente è stata concessa anche ai nuovi proprietari di Arcelor Mittal. La norma era nata nel 2015 con il decreto legge n.1. Quell'anno l'Ilva era entrata in amministrazione straordinaria a gennaio; erano aperte tutte le conseguenze del sequestro giudiziario dell'area fatto nel 2012, e con questa norma si era voluto di fatto garantire una protezione legale sia ai gestori dell'azienda (i commissari), che ai futuri acquirenti, relativamente all'attuazione del piano ambientale della fabbrica.
Si voleva evitare, cioè, che attuando il piano ambientale, normato da un decreto ministeriale del settembre 2017, i commissari o i futuri acquirenti restassero coinvolti in vicissitudini giudiziarie derivanti dal passato, essendo l'inquinamento Ilva un problema di lunga data. In parole povere, il problema era che gli altiforni delle acciaierie non si possono spegnere, pena la loro completa sostituzione. Per questo, durante la fase di rinnovamento che avrebbe reso meno inquinanti gli altiforni, questi ultimi avrebbero inevitabilmente continuato a danneggiare l'ambiente fino a lavori ultimati.
L'idea dello scudo penale nasceva dunque per evitare che i commissari prima e i nuovi proprietari poi potessero andare incontro a guai legali per problemi che non dipendevano da loro.
Le trattative con ArcelorMittal iniziano però a incrinarsi nella primavera del 2019, ad un anno circa dell'insediamento del primo governo Conte. I 5 stelle ritenevano infatti che questa norma fosse illegittima e andasse abrogata perché si trattava di un privilegio concesso ad Arcelor Mittal.
La fine dello scudo penale ebbe inizio con il decreto Crescita voluto dal governo di coalizione gialloblù. Una scelta che non fu per nulla gradita ad Arcelor Mittal che aveva intenzione di rilevare l'azienda con un altro quadro giuridico.
Così la minaccia di lasciare l'impianto costrinse l'esecutivo a tornare sulla questione e a concedere, anche se in maniera ridotta rispetto al disegno originale, l'immunità penale presente al momento dell'acquisizione. La stop, solo parziale, prevedeva «l'impunità per la violazione delle disposizioni a tutela della salute e della sicurezza sul lavoro».
Il colpo di grazia, però, arrivò quando 17 senatori M5s chiesero la linea dura e, all'interno del decreto Salva imprese, venne aggiunto un emendamento a firma della pentastellata Barbara Lezzi (e votato da Pd, Italia viva e Leu) che eliminava del tutto lo scudo penale per i vertici del gruppo. Il provvedimento è andato in Gazzetta il 3 novembre e il giorno successiva il colosso ha comunicato l'intenzione di abbandonare il tavolo delle trattative.
Prima che lo scudo cadesse, Arcelor Mittal si era impegnata a realizzare investimenti ambientali per 1,1 miliardi, industriali per 1,2 miliardi e a pagare l'ex Ilva 1,8 milioni di euro, una volta terminato il periodo d'affitto, iniziato il primo novembre dello scorso anno e che avrebbe dovuto durare per 18 mesi. Va ricordato che lo scudo penale non copriva i vertici aziendali da qualunque reato potessero commettere all'interno dello stabilimento tarantino, ma solo da «eventuali reati ambientali nel momento in cui l'azione dell'azienda è conforme alla legge e al piano ambientale».
Ora non resta che attendere l'esito dell'incontro di oggi tra il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte e i vertici di Arcelor Mittal, nel tentativo di ricomporre la frattura tra le parti. Il premier si è detto intenzionato «a fare di tutto, qualsiasi misura» pur di non far chiudere gli stabilimenti.
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I commissari dell'ex Ilva citati in tribunale da Arcelor Mittal. Oggi l'incontro proprietà-premier, che insiste: «Noi inflessibili».Il lasciapassare era nato per consentire le bonifiche senza incorrere in cause pregresse.Lo speciale contiene due articoli.Il futuro dell'Ilva è appeso a un filo. Oggi è in programma l'incontro tra il premier, Giuseppe Conte, e i proprietari di Arcelor Mittal, la multinazionale angloindiana dell'acciaio che ha annunciato il suo addio allo stabilimento di Taranto. Un incontro che si annuncia molto complicato per il governo, anche alla luce della mossa di Arcelor Mittal, che ha depositato al Tribunale civile di Milano, come rivelato dal Corriere del giorno, un atto di citazione nei confronti dell'Ilva in amministrazione straordinaria e delle aziende collegate, preparando il terreno per lo scontro legale con l'Avvocatura dello Stato.L'atto di citazione, firmato da ben 7 avvocati, composto 37 pagine e altrettanti allegati, inchioda il governo giallorosso alle proprie responsabilità, elencando i motivi che hanno indotto il colosso siderurgico a rinunciare all'investimento a Taranto. Come ampiamente prevedibile, è la cancellazione della protezione legale per i nuovi manager di Ilva, votata dalla maggioranza giallorossa pochi giorni fa, il punto cardine dell'atto di citazione.«In particolare», si legge nell'atto, «l'art. 2, comma 6, del D. L. n. 1/2015 aveva previsto un periodo di tutela durante il quale i commissari e poi l'aggiudicatario della procedura competitiva avrebbero potuto eseguire il Piano ambientale senza incorrere in responsabilità penali conseguenti ai problemi ereditati dalle precedenti gestioni. In altri termini, la protezione legale costituiva una necessaria tutela per contemperare diversi diritti e interessi di rilevanza costituzionale, fra cui, da un lato, la protezione dell'ambiente, della salute e della sicurezza; dall'altro, le esigenze produttive e i connessi livelli occupazionali. Del resto, nel corso della gestione commissariale, i manager di Ilva sono stati sottoposti a procedimenti penali in relazione a situazioni preesistenti, che non sono sfociati in rinvii a giudizio proprio per effetto della protezione legale. Quindi», prosegue il documento, «Arcelor Mittal InvestCo ha accettato di partecipare all'operazione e di stipulare il contratto proprio nel presupposto e per l'esistenza della Protezione Legale».Il ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, ha risposto attraverso un post su Facebook al vetriolo: «Arcelor Mittal», ha scritto Patuanelli, «ha deciso di andarsene da Taranto ancora prima della ristrutturazione della governance dell'azienda. Il compito del nuovo ad e dei nuovi dirigenti è di traghettare la proprietà indiana fuori dallo stabilimento; il piano industriale dell'azienda è stato disatteso nei numeri, disatteso nella prospettiva di rilancio e non ha proiezione futura. Questa notte (ieri, ndr)», ha aggiunto Patuanelli, «è stato depositato da Arcelor Mittal, presso il Tribunale di Milano, un atto di citazione nei confronti dei Commissari straordinari, a dimostrazione che da settimane, forse da mesi, l'azienda preparava l'abbandono dell'area». In realtà basta leggere l'atto di citazione per verificare che l'azienda ha imputato alla cancellazione della protezione legale, avvenuta pochi giorni fa, l'addio a Taranto.Ieri il premier Conte ha esternato sulla vicenda, in attesa dell'incontro di oggi con i proprietari dell'azienda: «È stato stipulato un contratto», ha detto Conte, «e domani (oggi, ndr) saremo inflessibili sul rispetto degli impegni incontrando Arcelor Mittal. Ci sono impegni contrattuali da rispettare, non si può pensare di cambiare una strategia imprenditoriale adducendo a giustificazione lo scudo o il non scudo penale che tra l'altro non è previsto contrattualmente».Ieri sera, nel corso di un incontro che si è svolto presso lo stabilimento di Taranto, l'ad di Arcelor Mittal Italia, Lucia Morselli, che oggi non parteciperà all'incontro con il governo, ha confermato ai segretari generali di Fim, Fiom, Uilm e Usb, la volontà di recedere dal contratto per l'acquisizione. La mancata partecipazione della Morselli al tavolo con il governo di oggi, a questo punto, potrebbe voler dire che la proprietà è pronta a sciogliere la «succursale» italiana, creata apposta per questa operazione. Un ulteriore segnale del fatto che il colosso indiano fa sul serio: il multimiliardario indiano Lakshmi Mittal, presidente e amministratore delegato del colosso siderurgico, non ha alcuna intenzione di farsi prendere in giro da Conte, Patuanelli e compagnia bella. «Non permetteremo la ripresa dei lavori del parlamento», ha annunciato ieri il leader della Lega, Matteo Salvini, «fino a che il presidente del Consiglio non verrà in aula a dire che nessun posto di lavoro è a rischio. Altrimenti si dimetta. Questo governo indegno ha nominato un ministro del Sud ma il primo atto concreto è stato mettere in mezzo a una strada 10.000 lavoratori dell'acciaieria Ilva. Questo vuol dire», ha argomentato Salvini, «che al governo ci sono degli incapaci ignoranti. Il governo Conte 1 aveva partorito un decreto con lo scudo penale. Invece Leu e 5 stelle hanno tolto lo scudo penale ed è stato approvato con la fiducia dal Conte 2, senza scudo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/prima-fanno-causa-poi-vanno-da-conte-gli-indiani-pronti-alla-guerra-totale-2641228447.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="una-bussola-tra-i-paletti-ambientali-ecco-cosa-prevede-limmunita-penale" data-post-id="2641228447" data-published-at="1776324768" data-use-pagination="False"> Una bussola tra i paletti ambientali. Ecco cosa prevede l’immunità penale Da quando Arcelor Mittal ha fatto marcia indietro sull'Ilva, si sente molto parlare di immunità penale per i vertici aziendali del colosso angloindiano. Su questo tema è il caso di fare chiarezza. L'immunità penale è stata concessa all'Ilva quando era in amministrazione straordinaria. Successivamente è stata concessa anche ai nuovi proprietari di Arcelor Mittal. La norma era nata nel 2015 con il decreto legge n.1. Quell'anno l'Ilva era entrata in amministrazione straordinaria a gennaio; erano aperte tutte le conseguenze del sequestro giudiziario dell'area fatto nel 2012, e con questa norma si era voluto di fatto garantire una protezione legale sia ai gestori dell'azienda (i commissari), che ai futuri acquirenti, relativamente all'attuazione del piano ambientale della fabbrica. Si voleva evitare, cioè, che attuando il piano ambientale, normato da un decreto ministeriale del settembre 2017, i commissari o i futuri acquirenti restassero coinvolti in vicissitudini giudiziarie derivanti dal passato, essendo l'inquinamento Ilva un problema di lunga data. In parole povere, il problema era che gli altiforni delle acciaierie non si possono spegnere, pena la loro completa sostituzione. Per questo, durante la fase di rinnovamento che avrebbe reso meno inquinanti gli altiforni, questi ultimi avrebbero inevitabilmente continuato a danneggiare l'ambiente fino a lavori ultimati. L'idea dello scudo penale nasceva dunque per evitare che i commissari prima e i nuovi proprietari poi potessero andare incontro a guai legali per problemi che non dipendevano da loro. Le trattative con ArcelorMittal iniziano però a incrinarsi nella primavera del 2019, ad un anno circa dell'insediamento del primo governo Conte. I 5 stelle ritenevano infatti che questa norma fosse illegittima e andasse abrogata perché si trattava di un privilegio concesso ad Arcelor Mittal. La fine dello scudo penale ebbe inizio con il decreto Crescita voluto dal governo di coalizione gialloblù. Una scelta che non fu per nulla gradita ad Arcelor Mittal che aveva intenzione di rilevare l'azienda con un altro quadro giuridico. 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Prima che lo scudo cadesse, Arcelor Mittal si era impegnata a realizzare investimenti ambientali per 1,1 miliardi, industriali per 1,2 miliardi e a pagare l'ex Ilva 1,8 milioni di euro, una volta terminato il periodo d'affitto, iniziato il primo novembre dello scorso anno e che avrebbe dovuto durare per 18 mesi. Va ricordato che lo scudo penale non copriva i vertici aziendali da qualunque reato potessero commettere all'interno dello stabilimento tarantino, ma solo da «eventuali reati ambientali nel momento in cui l'azione dell'azienda è conforme alla legge e al piano ambientale». Ora non resta che attendere l'esito dell'incontro di oggi tra il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte e i vertici di Arcelor Mittal, nel tentativo di ricomporre la frattura tra le parti. Il premier si è detto intenzionato «a fare di tutto, qualsiasi misura» pur di non far chiudere gli stabilimenti.
Giorgia Meloni (Ansa)
Il crescendo di azioni, dichiarazioni e post sui social del presidente degli Stati Uniti, sempre più scomposte e volgari, avevano ridotto drasticamente il consenso di Trump tra gli italiani; l’attacco maleducato e senza precedenti a papa Leone XIV ha suscitato un moto di sdegno tale che per il presidente del Consiglio non era più possibile restare in silenzio. Non lo ha fatto: Giorgia, «donna, madre, e cristiana», ha difeso a spada tratta il Santo Padre, e la reazione di Trump, anche in questo caso al di fuori di ogni regola diplomatica, ha dimostrato che in questo momento storico il tycoon, almeno dal punto di vista del dialogo con gli altri leader, è indifendibile.
Giorgia Meloni di nuovo in sintonia con gli italiani, dicevamo: lo si era capito immediatamente leggendo le reazioni degli esponenti politici, anche di opposizione, e sbirciando i social. Ma anche i maggiori esperti di sondaggi confermano: «Non abbiamo ancora dati precisi», dice all’Adnkronos Renato Mannheimer, «ma la Meloni potrebbe guadagnare qualche punto e passare dal 40% al 45%. Ritengo che le parole di Trump abbiamo giovato al premier, che, al contrario, nei mesi scorsi sia stata danneggiata dalla sua relazione con il presidente Usa, tanto da aver perso al referendum della giustizia. Molti elettori di destra non hanno voluto votare sì perché infastiditi dalla posizione della Meloni verso Trump. Il premier con Sigonella aveva un po’ cambiato rotta e determinante è stata la sua presa di distanza dalle parole del tycoon contro il Pontefice. Credo senz’altro che il distacco da Trump le giovi». Del resto, come rileva Youtrend, Fratelli d’Italia ha la percentuale più alta di cattolici tra i suoi elettori: ben l’84%.
Ci permettiamo di aggiungere che anche le dure prese di posizione degli ultimi giorni nei confronti del governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu, altro personaggio le cui azioni in Italia (e non solo) vengono ormai giudicate positive soltanto da una esigua minoranza, non potranno che far crescere ancora la popolarità della Meloni.
La giornata del premier è stata densa: al mattino, un videomessaggio realizzato per l’evento «Mille marchi storici per il futuro del Made in Italy», promosso dal ministero delle Imprese e dall’Associazione Marchi storici d’Italia; poi le congratulazioni alla Dda di Roma e all’Arma dei Carabinieri per l’importante operazione contro la criminalità messa a segno; un rapido «Ciao!» a Fiorello, che l’ha contattata durante la puntata de La Pennicanza, e nel pomeriggio, un appuntamento estremamente importante, l’incontro a Palazzo Chigi con il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky. Un colloquio al quale sono seguite dichiarazioni ai giornalisti.
Giorgia Meloni, pur senza mai citare Trump, non si è mossa di un millimetro dalla sua rotta: l’unione tra Usa e Ue è stato e continua, naturalmente, a essere il pilastro della politica estera del governo: «L’Italia», argomenta Giorgia Meloni, «intende continuare a fare la sua parte per arrivare a soluzioni condivise, che tutelino la sovranità di Kiev che assicurino la solidità dell’alleanza euroatlantica perché un Occidente diviso, un’Europa spaccata sarebbero l’unico vero regalo che potremmo fare a Mosca». Non sapremo mai se Giorgia ha ricevuto qualche messaggio privato dai leader europei dopo l’attacco di Trump nei suoi confronti, ma è evidente che il richiamo all’unità europea non è banale, né di circostanza. Così come non banali e non di circostanza sono le parole che la Meloni dedica alla guerra in Ucraina: del resto, la postura del suo partito prima e del suo governo poi è stata sempre la stessa, sia che alla Casa Bianca ci fosse Joe Biden, che con l’arrivo di Trump: «Gli sforzi diplomatici per arrivare a una pace giusta e duratura», chiamano direttamente in causa l’Europa e l’Italia intende continuare a fare la sua parte per arrivare a soluzioni condivise che tutelino la sovranità di Kiev. L’Italia continuerà a promuovere in sede G7 e in sede di Unione europea la pressione economica sulla Federazione russa, che continua a non mostrare segnali concreti nel percorso negoziale, insiste negli attacchi contro i civili, persevera nel colpire le infrastrutture indispensabili per la popolazione. Il ventesimo pacchetto di sanzioni che l’Europa si appresta ad adottare rappresenta da questo punto di vista un passaggio importante per ridurre ancora le entrate che alimentano la macchina bellica russa». Uno sguardo alla crisi in Iran: «Con Zelensky», sottolinea ancora la Meloni, «abbiamo avuto modo di confrontarci su quello che accade intorno a noi, quin anche sulla crisi iraniana che ovviamente preoccupa tutti, che sta diventando sempre più complessa. Continuiamo ovviamente a credere nella validità del cessate il fuoco tra Iran, Stati Uniti e rispettivi alleati, nutriamo la speranza che il negoziato di pace possa riprendere, anche se in un contesto sicuramente non facile. L’Italia è come sempre pronta a fare la sua parte. Ed è molto interessata a sviluppare con Kiev una produzione congiunta di droni».
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L'incontro del 17 aprile 2025 alla Casa Bianca tra Giorgia Meloni e Donald Trump (Ansa)
Oltre a mantenere il punto, dopo che martedì aveva già tacciato il presidente del Consiglio di «mancanza di coraggio», ieri il tycoon, abituato ai giri di valzer, non ha escluso un cambiamento nelle relazioni tra i due alleati: «Chiunque abbia rifiutato il proprio aiuto nella gestione della situazione con l’Iran, con quel Paese non abbiamo più lo stesso rapporto». E non si è risparmiato nel ribadire la vulnerabilità italiana riguardo al petrolio. Se al Corriere della Sera aveva detto: «A voi italiani piace il fatto che la vostra presidente non stia facendo nulla per ottenere il petrolio?», anche nell’intervista a Fox Business ha affermato: «Giusto per vostra informazione: l’Italia riceve grandi quantità di petrolio dallo Stretto di Hormuz».
Dalla maggioranza, che ha espresso a più riprese la vicinanza a Giorgia Meloni e la ferma condanna alle parole del tycoon contro il premier e papa Leone XIV, emerge un’interpretazione comune in merito alla solidità dei rapporti bilaterali. A stemperare i toni e a ridimensionare l’impatto dei contrasti è stato infatti il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, durante un punto stampa a Berlino. Assodato che «un rapporto di alleanza e di amicizia come quello fra l’Italia e gli Stati Uniti debba essere fatto di lealtà e rispetto» a cui il nostro Paese non è mai venuto meno, il vicepremier ha sottolineato che si tratta meramente di «una divergenza d’opinioni». Esclusa quindi l’esistenza di una crisi tra i due Paesi, Tajani ha sottolineato: «Non è un confronto franco su questioni dove non si è d’accordo a poter lacerare le relazioni tra l’Italia e gli Stati Uniti». E visto che «quando non si è d’accordo lo si dice», Tajani ha ricordato: «Non abbiamo condiviso le parole a proposito del Santo Padre, come non abbiamo condiviso le parole sulla Groenlandia perché abbiamo una posizione diversa, così come non abbiamo partecipato alla guerra in Iran perché non è la nostra guerra. Ma questo non significa non avere buone relazioni con gli Stati Uniti».
Anche secondo il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, le relazioni tra Roma e Washington non sono in discussione: «I rapporti con gli Stati Uniti sono e continueranno a essere positivi, non è qualche caduta di stile di queste ore a mettere in discussione il rapporto tra l’Italia e gli Stati Uniti». Oltre ad augurarsi che «smettano gli attacchi al Papa», Salvini, riferendosi alle immagini blasfeme postate da Trump, ha fatto presente: «Mettersi sui social nei panni di Gesù Cristo non penso che aiuti la pace o la credibilità di nessuno». Tra l’altro, ha invitato a prendere con le pinze le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti in merito alla fine del conflitto in Medio Oriente: «Se la guerra, come dice Trump, finisce tra una settimana, tanto meglio, ma la guerra a parole di Trump è già finita parecchie volte e non è ancora finita. E quindi se dovesse ancora andare avanti alcune settimane, non vogliamo lasciare a piedi gli italiani». Poco prima del nuovo affondo del capo della Casa Bianca contro Meloni, il vicepremier ha ribadito il «totale sostegno all’attività del governo e del presidente del Consiglio da tutti i punti di vista. Se Trump attacca il Papa sbaglia, se attacca il governo italiano sbaglia».
Dello stesso avviso è stato il presidente del Senato, Ignazio La Russa: «Non c’è niente di insanabile perché la Meloni e il governo italiano sanno benissimo che anche nei rapporti di amicizia la chiarezza è d’obbligo». E quindi «nessuno come la Meloni è stata così chiara nel dire “sono d’accordo con certe scelte di Trump“», ma è altrettanto vero che «nessuno come la Meloni è stata così chiara, quando non è stata d’accordo, nel dire “non sono d’accordo con alcune dichiarazioni di Trump“». Il presidente del Senato ha anche ricordato come fosse inevitabile la presa di posizione del premier contro gli insulti che il tycoon ha rivolto al pontefice: «Giorgia Meloni non può e non avrebbe mai potuto stare in silenzio di fronte a un atteggiamento nei confronti del Papa come quello che si è verificato da parte del presidente Trump, come cattolica e come presidente del Consiglio».
Pare che non si intravedano criticità all’orizzonte in ambito commerciale. A rassicurare su questo fronte, prima però dell’ultima invettiva di Donald Trump, è stato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. A Radio24 ha infatti dichiarato che «non ci sarà nessun contraccolpo commerciale dopo lo scontro tra il presidente del Consiglio, Meloni, e il presidente degli Stati Uniti, Trump», considerato il fatto che è «anche grazie al governo italiano, responsabile e lungimirante, che l’Ue ha ratificato un accordo con gli Usa per dazi orientativi del 15 per cento che i nostri prodotti hanno saputo oltrepassare». Oltretutto, «il consumatore americano ha dimostrato in questi mesi di non aver nessuna intenzione di rinunciare al made in Italy». Urso ha anche aggiunto: «Tutti hanno compreso che la Meloni ha tutelato l’immagine e l’interesse nazionale. Noi riconosciamo al Sommo pontefice il suo Magistero che deve esercitare al meglio e credo che lo comprendano bene anche gli americani e l’amministrazione degli Stati Uniti».
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Con Margherita Mastromauro (presidente pastai Uif) raccontiamo il Carbonara day, la giornata di grande successo dedicata a un piatto simbolo della cucina italiana.