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2019-11-06
Prima fanno causa, poi vanno da Conte. Gli indiani pronti alla guerra totale
Ansa
Il futuro dell'Ilva è appeso a un filo. Oggi è in programma l'incontro tra il premier, Giuseppe Conte, e i proprietari di Arcelor Mittal, la multinazionale angloindiana dell'acciaio che ha annunciato il suo addio allo stabilimento di Taranto. Un incontro che si annuncia molto complicato per il governo, anche alla luce della mossa di Arcelor Mittal, che ha depositato al Tribunale civile di Milano, come rivelato dal Corriere del giorno, un atto di citazione nei confronti dell'Ilva in amministrazione straordinaria e delle aziende collegate, preparando il terreno per lo scontro legale con l'Avvocatura dello Stato.
L'atto di citazione, firmato da ben 7 avvocati, composto 37 pagine e altrettanti allegati, inchioda il governo giallorosso alle proprie responsabilità, elencando i motivi che hanno indotto il colosso siderurgico a rinunciare all'investimento a Taranto. Come ampiamente prevedibile, è la cancellazione della protezione legale per i nuovi manager di Ilva, votata dalla maggioranza giallorossa pochi giorni fa, il punto cardine dell'atto di citazione.
«In particolare», si legge nell'atto, «l'art. 2, comma 6, del D. L. n. 1/2015 aveva previsto un periodo di tutela durante il quale i commissari e poi l'aggiudicatario della procedura competitiva avrebbero potuto eseguire il Piano ambientale senza incorrere in responsabilità penali conseguenti ai problemi ereditati dalle precedenti gestioni. In altri termini, la protezione legale costituiva una necessaria tutela per contemperare diversi diritti e interessi di rilevanza costituzionale, fra cui, da un lato, la protezione dell'ambiente, della salute e della sicurezza; dall'altro, le esigenze produttive e i connessi livelli occupazionali. Del resto, nel corso della gestione commissariale, i manager di Ilva sono stati sottoposti a procedimenti penali in relazione a situazioni preesistenti, che non sono sfociati in rinvii a giudizio proprio per effetto della protezione legale. Quindi», prosegue il documento, «Arcelor Mittal InvestCo ha accettato di partecipare all'operazione e di stipulare il contratto proprio nel presupposto e per l'esistenza della Protezione Legale».
Il ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, ha risposto attraverso un post su Facebook al vetriolo: «Arcelor Mittal», ha scritto Patuanelli, «ha deciso di andarsene da Taranto ancora prima della ristrutturazione della governance dell'azienda. Il compito del nuovo ad e dei nuovi dirigenti è di traghettare la proprietà indiana fuori dallo stabilimento; il piano industriale dell'azienda è stato disatteso nei numeri, disatteso nella prospettiva di rilancio e non ha proiezione futura. Questa notte (ieri, ndr)», ha aggiunto Patuanelli, «è stato depositato da Arcelor Mittal, presso il Tribunale di Milano, un atto di citazione nei confronti dei Commissari straordinari, a dimostrazione che da settimane, forse da mesi, l'azienda preparava l'abbandono dell'area». In realtà basta leggere l'atto di citazione per verificare che l'azienda ha imputato alla cancellazione della protezione legale, avvenuta pochi giorni fa, l'addio a Taranto.
Ieri il premier Conte ha esternato sulla vicenda, in attesa dell'incontro di oggi con i proprietari dell'azienda: «È stato stipulato un contratto», ha detto Conte, «e domani (oggi, ndr) saremo inflessibili sul rispetto degli impegni incontrando Arcelor Mittal. Ci sono impegni contrattuali da rispettare, non si può pensare di cambiare una strategia imprenditoriale adducendo a giustificazione lo scudo o il non scudo penale che tra l'altro non è previsto contrattualmente».
Ieri sera, nel corso di un incontro che si è svolto presso lo stabilimento di Taranto, l'ad di Arcelor Mittal Italia, Lucia Morselli, che oggi non parteciperà all'incontro con il governo, ha confermato ai segretari generali di Fim, Fiom, Uilm e Usb, la volontà di recedere dal contratto per l'acquisizione. La mancata partecipazione della Morselli al tavolo con il governo di oggi, a questo punto, potrebbe voler dire che la proprietà è pronta a sciogliere la «succursale» italiana, creata apposta per questa operazione. Un ulteriore segnale del fatto che il colosso indiano fa sul serio: il multimiliardario indiano Lakshmi Mittal, presidente e amministratore delegato del colosso siderurgico, non ha alcuna intenzione di farsi prendere in giro da Conte, Patuanelli e compagnia bella. «Non permetteremo la ripresa dei lavori del parlamento», ha annunciato ieri il leader della Lega, Matteo Salvini, «fino a che il presidente del Consiglio non verrà in aula a dire che nessun posto di lavoro è a rischio. Altrimenti si dimetta. Questo governo indegno ha nominato un ministro del Sud ma il primo atto concreto è stato mettere in mezzo a una strada 10.000 lavoratori dell'acciaieria Ilva. Questo vuol dire», ha argomentato Salvini, «che al governo ci sono degli incapaci ignoranti. Il governo Conte 1 aveva partorito un decreto con lo scudo penale. Invece Leu e 5 stelle hanno tolto lo scudo penale ed è stato approvato con la fiducia dal Conte 2, senza scudo».
Una bussola tra i paletti ambientali. Ecco cosa prevede l’immunità penale
Da quando Arcelor Mittal ha fatto marcia indietro sull'Ilva, si sente molto parlare di immunità penale per i vertici aziendali del colosso angloindiano. Su questo tema è il caso di fare chiarezza.
L'immunità penale è stata concessa all'Ilva quando era in amministrazione straordinaria. Successivamente è stata concessa anche ai nuovi proprietari di Arcelor Mittal. La norma era nata nel 2015 con il decreto legge n.1. Quell'anno l'Ilva era entrata in amministrazione straordinaria a gennaio; erano aperte tutte le conseguenze del sequestro giudiziario dell'area fatto nel 2012, e con questa norma si era voluto di fatto garantire una protezione legale sia ai gestori dell'azienda (i commissari), che ai futuri acquirenti, relativamente all'attuazione del piano ambientale della fabbrica.
Si voleva evitare, cioè, che attuando il piano ambientale, normato da un decreto ministeriale del settembre 2017, i commissari o i futuri acquirenti restassero coinvolti in vicissitudini giudiziarie derivanti dal passato, essendo l'inquinamento Ilva un problema di lunga data. In parole povere, il problema era che gli altiforni delle acciaierie non si possono spegnere, pena la loro completa sostituzione. Per questo, durante la fase di rinnovamento che avrebbe reso meno inquinanti gli altiforni, questi ultimi avrebbero inevitabilmente continuato a danneggiare l'ambiente fino a lavori ultimati.
L'idea dello scudo penale nasceva dunque per evitare che i commissari prima e i nuovi proprietari poi potessero andare incontro a guai legali per problemi che non dipendevano da loro.
Le trattative con ArcelorMittal iniziano però a incrinarsi nella primavera del 2019, ad un anno circa dell'insediamento del primo governo Conte. I 5 stelle ritenevano infatti che questa norma fosse illegittima e andasse abrogata perché si trattava di un privilegio concesso ad Arcelor Mittal.
La fine dello scudo penale ebbe inizio con il decreto Crescita voluto dal governo di coalizione gialloblù. Una scelta che non fu per nulla gradita ad Arcelor Mittal che aveva intenzione di rilevare l'azienda con un altro quadro giuridico.
Così la minaccia di lasciare l'impianto costrinse l'esecutivo a tornare sulla questione e a concedere, anche se in maniera ridotta rispetto al disegno originale, l'immunità penale presente al momento dell'acquisizione. La stop, solo parziale, prevedeva «l'impunità per la violazione delle disposizioni a tutela della salute e della sicurezza sul lavoro».
Il colpo di grazia, però, arrivò quando 17 senatori M5s chiesero la linea dura e, all'interno del decreto Salva imprese, venne aggiunto un emendamento a firma della pentastellata Barbara Lezzi (e votato da Pd, Italia viva e Leu) che eliminava del tutto lo scudo penale per i vertici del gruppo. Il provvedimento è andato in Gazzetta il 3 novembre e il giorno successiva il colosso ha comunicato l'intenzione di abbandonare il tavolo delle trattative.
Prima che lo scudo cadesse, Arcelor Mittal si era impegnata a realizzare investimenti ambientali per 1,1 miliardi, industriali per 1,2 miliardi e a pagare l'ex Ilva 1,8 milioni di euro, una volta terminato il periodo d'affitto, iniziato il primo novembre dello scorso anno e che avrebbe dovuto durare per 18 mesi. Va ricordato che lo scudo penale non copriva i vertici aziendali da qualunque reato potessero commettere all'interno dello stabilimento tarantino, ma solo da «eventuali reati ambientali nel momento in cui l'azione dell'azienda è conforme alla legge e al piano ambientale».
Ora non resta che attendere l'esito dell'incontro di oggi tra il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte e i vertici di Arcelor Mittal, nel tentativo di ricomporre la frattura tra le parti. Il premier si è detto intenzionato «a fare di tutto, qualsiasi misura» pur di non far chiudere gli stabilimenti.
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I commissari dell'ex Ilva citati in tribunale da Arcelor Mittal. Oggi l'incontro proprietà-premier, che insiste: «Noi inflessibili».Il lasciapassare era nato per consentire le bonifiche senza incorrere in cause pregresse.Lo speciale contiene due articoli.Il futuro dell'Ilva è appeso a un filo. Oggi è in programma l'incontro tra il premier, Giuseppe Conte, e i proprietari di Arcelor Mittal, la multinazionale angloindiana dell'acciaio che ha annunciato il suo addio allo stabilimento di Taranto. Un incontro che si annuncia molto complicato per il governo, anche alla luce della mossa di Arcelor Mittal, che ha depositato al Tribunale civile di Milano, come rivelato dal Corriere del giorno, un atto di citazione nei confronti dell'Ilva in amministrazione straordinaria e delle aziende collegate, preparando il terreno per lo scontro legale con l'Avvocatura dello Stato.L'atto di citazione, firmato da ben 7 avvocati, composto 37 pagine e altrettanti allegati, inchioda il governo giallorosso alle proprie responsabilità, elencando i motivi che hanno indotto il colosso siderurgico a rinunciare all'investimento a Taranto. Come ampiamente prevedibile, è la cancellazione della protezione legale per i nuovi manager di Ilva, votata dalla maggioranza giallorossa pochi giorni fa, il punto cardine dell'atto di citazione.«In particolare», si legge nell'atto, «l'art. 2, comma 6, del D. L. n. 1/2015 aveva previsto un periodo di tutela durante il quale i commissari e poi l'aggiudicatario della procedura competitiva avrebbero potuto eseguire il Piano ambientale senza incorrere in responsabilità penali conseguenti ai problemi ereditati dalle precedenti gestioni. In altri termini, la protezione legale costituiva una necessaria tutela per contemperare diversi diritti e interessi di rilevanza costituzionale, fra cui, da un lato, la protezione dell'ambiente, della salute e della sicurezza; dall'altro, le esigenze produttive e i connessi livelli occupazionali. Del resto, nel corso della gestione commissariale, i manager di Ilva sono stati sottoposti a procedimenti penali in relazione a situazioni preesistenti, che non sono sfociati in rinvii a giudizio proprio per effetto della protezione legale. Quindi», prosegue il documento, «Arcelor Mittal InvestCo ha accettato di partecipare all'operazione e di stipulare il contratto proprio nel presupposto e per l'esistenza della Protezione Legale».Il ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, ha risposto attraverso un post su Facebook al vetriolo: «Arcelor Mittal», ha scritto Patuanelli, «ha deciso di andarsene da Taranto ancora prima della ristrutturazione della governance dell'azienda. Il compito del nuovo ad e dei nuovi dirigenti è di traghettare la proprietà indiana fuori dallo stabilimento; il piano industriale dell'azienda è stato disatteso nei numeri, disatteso nella prospettiva di rilancio e non ha proiezione futura. Questa notte (ieri, ndr)», ha aggiunto Patuanelli, «è stato depositato da Arcelor Mittal, presso il Tribunale di Milano, un atto di citazione nei confronti dei Commissari straordinari, a dimostrazione che da settimane, forse da mesi, l'azienda preparava l'abbandono dell'area». In realtà basta leggere l'atto di citazione per verificare che l'azienda ha imputato alla cancellazione della protezione legale, avvenuta pochi giorni fa, l'addio a Taranto.Ieri il premier Conte ha esternato sulla vicenda, in attesa dell'incontro di oggi con i proprietari dell'azienda: «È stato stipulato un contratto», ha detto Conte, «e domani (oggi, ndr) saremo inflessibili sul rispetto degli impegni incontrando Arcelor Mittal. Ci sono impegni contrattuali da rispettare, non si può pensare di cambiare una strategia imprenditoriale adducendo a giustificazione lo scudo o il non scudo penale che tra l'altro non è previsto contrattualmente».Ieri sera, nel corso di un incontro che si è svolto presso lo stabilimento di Taranto, l'ad di Arcelor Mittal Italia, Lucia Morselli, che oggi non parteciperà all'incontro con il governo, ha confermato ai segretari generali di Fim, Fiom, Uilm e Usb, la volontà di recedere dal contratto per l'acquisizione. La mancata partecipazione della Morselli al tavolo con il governo di oggi, a questo punto, potrebbe voler dire che la proprietà è pronta a sciogliere la «succursale» italiana, creata apposta per questa operazione. Un ulteriore segnale del fatto che il colosso indiano fa sul serio: il multimiliardario indiano Lakshmi Mittal, presidente e amministratore delegato del colosso siderurgico, non ha alcuna intenzione di farsi prendere in giro da Conte, Patuanelli e compagnia bella. «Non permetteremo la ripresa dei lavori del parlamento», ha annunciato ieri il leader della Lega, Matteo Salvini, «fino a che il presidente del Consiglio non verrà in aula a dire che nessun posto di lavoro è a rischio. Altrimenti si dimetta. Questo governo indegno ha nominato un ministro del Sud ma il primo atto concreto è stato mettere in mezzo a una strada 10.000 lavoratori dell'acciaieria Ilva. Questo vuol dire», ha argomentato Salvini, «che al governo ci sono degli incapaci ignoranti. Il governo Conte 1 aveva partorito un decreto con lo scudo penale. Invece Leu e 5 stelle hanno tolto lo scudo penale ed è stato approvato con la fiducia dal Conte 2, senza scudo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/prima-fanno-causa-poi-vanno-da-conte-gli-indiani-pronti-alla-guerra-totale-2641228447.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="una-bussola-tra-i-paletti-ambientali-ecco-cosa-prevede-limmunita-penale" data-post-id="2641228447" data-published-at="1769862748" data-use-pagination="False"> Una bussola tra i paletti ambientali. Ecco cosa prevede l’immunità penale Da quando Arcelor Mittal ha fatto marcia indietro sull'Ilva, si sente molto parlare di immunità penale per i vertici aziendali del colosso angloindiano. Su questo tema è il caso di fare chiarezza. L'immunità penale è stata concessa all'Ilva quando era in amministrazione straordinaria. Successivamente è stata concessa anche ai nuovi proprietari di Arcelor Mittal. La norma era nata nel 2015 con il decreto legge n.1. Quell'anno l'Ilva era entrata in amministrazione straordinaria a gennaio; erano aperte tutte le conseguenze del sequestro giudiziario dell'area fatto nel 2012, e con questa norma si era voluto di fatto garantire una protezione legale sia ai gestori dell'azienda (i commissari), che ai futuri acquirenti, relativamente all'attuazione del piano ambientale della fabbrica. Si voleva evitare, cioè, che attuando il piano ambientale, normato da un decreto ministeriale del settembre 2017, i commissari o i futuri acquirenti restassero coinvolti in vicissitudini giudiziarie derivanti dal passato, essendo l'inquinamento Ilva un problema di lunga data. In parole povere, il problema era che gli altiforni delle acciaierie non si possono spegnere, pena la loro completa sostituzione. Per questo, durante la fase di rinnovamento che avrebbe reso meno inquinanti gli altiforni, questi ultimi avrebbero inevitabilmente continuato a danneggiare l'ambiente fino a lavori ultimati. L'idea dello scudo penale nasceva dunque per evitare che i commissari prima e i nuovi proprietari poi potessero andare incontro a guai legali per problemi che non dipendevano da loro. Le trattative con ArcelorMittal iniziano però a incrinarsi nella primavera del 2019, ad un anno circa dell'insediamento del primo governo Conte. I 5 stelle ritenevano infatti che questa norma fosse illegittima e andasse abrogata perché si trattava di un privilegio concesso ad Arcelor Mittal. La fine dello scudo penale ebbe inizio con il decreto Crescita voluto dal governo di coalizione gialloblù. Una scelta che non fu per nulla gradita ad Arcelor Mittal che aveva intenzione di rilevare l'azienda con un altro quadro giuridico. Così la minaccia di lasciare l'impianto costrinse l'esecutivo a tornare sulla questione e a concedere, anche se in maniera ridotta rispetto al disegno originale, l'immunità penale presente al momento dell'acquisizione. La stop, solo parziale, prevedeva «l'impunità per la violazione delle disposizioni a tutela della salute e della sicurezza sul lavoro». Il colpo di grazia, però, arrivò quando 17 senatori M5s chiesero la linea dura e, all'interno del decreto Salva imprese, venne aggiunto un emendamento a firma della pentastellata Barbara Lezzi (e votato da Pd, Italia viva e Leu) che eliminava del tutto lo scudo penale per i vertici del gruppo. Il provvedimento è andato in Gazzetta il 3 novembre e il giorno successiva il colosso ha comunicato l'intenzione di abbandonare il tavolo delle trattative. Prima che lo scudo cadesse, Arcelor Mittal si era impegnata a realizzare investimenti ambientali per 1,1 miliardi, industriali per 1,2 miliardi e a pagare l'ex Ilva 1,8 milioni di euro, una volta terminato il periodo d'affitto, iniziato il primo novembre dello scorso anno e che avrebbe dovuto durare per 18 mesi. Va ricordato che lo scudo penale non copriva i vertici aziendali da qualunque reato potessero commettere all'interno dello stabilimento tarantino, ma solo da «eventuali reati ambientali nel momento in cui l'azione dell'azienda è conforme alla legge e al piano ambientale». Ora non resta che attendere l'esito dell'incontro di oggi tra il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte e i vertici di Arcelor Mittal, nel tentativo di ricomporre la frattura tra le parti. Il premier si è detto intenzionato «a fare di tutto, qualsiasi misura» pur di non far chiudere gli stabilimenti.
Mohammed Hannoun (Ansa)
Il cuore della decisione è nella qualificazione del ruolo attribuito ad Hannoun in quanto finanziatore di Hamas. Per i giudici non si tratta di un simpatizzante, di un militante o di un intermediario occasionale. L’indagato viene collocato all’interno di una rete stabile, strutturata e consapevole, che attraverso associazioni formalmente benefiche ha garantito un flusso continuo di risorse verso Hamas, rafforzandone la capacità di sopravvivenza e di azione. L’ordinanza dedica ampio spazio alla ricostruzione del funzionamento di queste realtà, descritte come strumenti operativi attraverso i quali la raccolta fondi veniva presentata come umanitaria, ma inserita in un contesto di piena consapevolezza della destinazione finale delle risorse. È qui che il tribunale compie una scelta interpretativa netta: il finanziamento non perde rilevanza penale perché veicolato attraverso finalità umanitarie dichiarate, né perché destinato a un’organizzazione che esercita anche funzioni di governo locale.
Il Riesame respinge in modo esplicito il tentativo difensivo di separare l’ala politica, sociale e amministrativa di Hamas dalla sua dimensione terroristica. Secondo il collegio, questa distinzione non regge né sul piano fattuale né su quello giuridico. Hamas viene descritta come soggetto unitario, dotato di una strategia complessiva in cui l’assistenza sociale, la propaganda, il consenso politico e la violenza armata concorrono allo stesso obiettivo. In questo quadro, le associazioni riconducibili ad Hannoun non vengono considerate meri contenitori neutri, ma ingranaggi funzionali di un sistema più ampio, idoneo a garantire continuità finanziaria e copertura operativa.
Un passaggio particolarmente delicato dell’ordinanza riguarda l’utilizzabilità della documentazione acquisita tramite canali di cooperazione internazionale, in particolare quella proveniente dalle autorità israeliane. La difesa aveva sostenuto l’inutilizzabilità dei materiali, evocando il rischio di una prova politicamente orientata e priva delle garanzie proprie del contraddittorio. Il tribunale respinge l’eccezione con una motivazione, che segna un punto fermo: non si è in presenza di atti anonimi o di informazioni occulte, ma di documentazione formalmente trasmessa nell’ambito della cooperazione giudiziaria e investigativa internazionale, acquisita secondo le procedure previste dall’ordinamento italiano. I giudici chiariscono che la provenienza estera degli atti non ne determina automaticamente l’illegittimità, né tantomeno l’inutilizzabilità patologica. La documentazione israeliana che non è anonima, viene considerata un elemento valutabile, soprattutto in fase cautelare, dove il giudizio non è di colpevolezza ma di gravità indiziaria.
Viene inoltre sottolineato come tali atti non siano isolati, ma trovino riscontro e conferma in intercettazioni, flussi finanziari, rapporti associativi e dichiarazioni raccolte in Italia, escludendo che l’impianto accusatorio poggi su fonti unilaterali o non verificabili. In questo senso il tribunale sposta il baricentro dalla polemica sulla fonte alla tenuta complessiva del mosaico indiziario. La fase cautelare, ricordano i giudici, non richiede una prova piena ma una valutazione d’insieme capace di reggere il vaglio di ragionevolezza: non basta smontare un singolo elemento, occorre incrinare l’intero impianto. Ed è proprio qui che la documentazione estera viene ricondotta alla sua funzione processuale di tassello, non di pilastro esclusivo. Il quadro accusatorio prende forma nella convergenza tra conversazioni intercettate, ricostruzione dei rapporti associativi e movimenti di denaro, letti come condotte funzionali a un programma unitario.
Sul piano probatorio, il collegio valorizza la coerenza interna degli elementi raccolti. Le intercettazioni non vengono lette come frammenti isolati o come semplici espressioni retoriche, ma come indicatori di consapevolezza, continuità e condivisione di obiettivi. Il linguaggio utilizzato, i riferimenti alla necessità dei fondi, gli incontri con i vertici di Hamas, il ruolo attribuito ai donatori esteri e la centralità del sostegno economico nella strategia del gruppo jihadista assumono, nella lettura del tribunale, un significato inequivoco, incompatibile con la tesi di una mera attività solidaristica o informativa. Secondo il tribunale del Riesame, le associazioni riconducibili a Mohammed Hannoun non operavano come semplici soggetti umanitari, ma come strutture funzionali a un sistema stabile di sostegno economico a Hamas. I giudici evidenziano come la raccolta fondi, presentata in forma solidaristica, fosse caratterizzata da continuità, organizzazione e reiterazione, elementi incompatibili con un’attività episodica o emergenziale. Per i giudici del Riesame le associazioni riconducibili ad Hannoun non operavano come semplici soggetti umanitari, ma come strutture funzionali a un sistema stabile di sostegno economico a Hamas. La raccolta fondi, presentata in forma solidaristica, era caratterizzata da continuità e organizzazione, elementi incompatibili con un’attività episodica. Le risorse venivano ritenute idonee a rafforzare l’organizzazione nel suo complesso. L’ordinanza sottolinea la piena consapevolezza dell’indagato circa la destinazione finale dei fondi e chiarisce che la veste umanitaria non esclude la rilevanza penale della condotta.
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Il ministro a Furci Siculo: «Il ponte? Non possiamo togliere fondi degli stessi siciliani».
«Dal mio sopralluogo emerge la necessità di fare in fretta, tutti i sindaci, tecnici e gli imprenditori mi chiedono soldi, abbiamo messo 100 milioni di euro per l’urgenza, un taglio alla burocrazia». Lo ha affermato il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini a Furci Siculo in provincia di Messina, uno dei Comuni della fascia ionica colpito dal ciclone Harry. «Bisogna rivedere – ha aggiunto – norme vecchie, piani spiagge, valutazione di impatto ambientale, pulizia dei fiumi, barriere, frangiflutti, cose che, se uno dovesse seguire la normativa esistente, tra sei mesi siamo ancora qua a parlare. Sono rimasto colpito dalla devastazione, un conto è seguirlo dall’ufficio e dal ministero, un conto è sorvolare e andare sul posto. Più che dai soldi, anche forte di vecchie esperienze, sono preoccupato dei tempi della burocrazia. Qua la stagione bella è alle porte. Dobbiamo tagliare i tempi della burocrazia per spendere le risorse in fretta».
Il 4 febbraio il Blue Note di Milano ospiterà lo spettacolo di Luigi Viva «Viva De André», dedicato al cantautore genovese Fabrizio De André e all'amicizia che ha legato i due sin dal 1975.
Recep Tayyip Erdogan (Ansa)
La crisi iraniana è sempre più caratterizzata da un inestricabile groviglio di tensione militare e diplomazia. Ieri, il presidente della Repubblica islamica, Masoud Pezeshkian, ha affermato che Teheran risponderà immediatamente a «qualsiasi aggressione», per poi accusare Washington di «azioni ostili». Dal canto suo, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha annunciato che, al momento, non sono previsti dei colloqui con esponenti del governo statunitense.
Parole, le sue, che cozzano con quanto affermato da Donald Trump, il quale, nella serata di giovedì, aveva reso noto di aver avuto delle conversazioni con Teheran. «Le ho avute e ho intenzione di farle», aveva dichiarato. Ciononostante, ieri, le parole del presidente americano sono tornate a farsi minacciose. «Abbiamo una grande armata, una flottiglia, chiamatela come volete, che si sta dirigendo verso l’Iran in questo momento», ha detto, specificando che la flotta schierata è «persino più grande di quella che avevamo in Venezuela». «La situazione è difficile», ha specificato, pur ribadendo che, secondo lui, «l’Iran vuole fare un accordo». Il presidente americano ha anche confermato di aver dato agli ayatollah una scadenza entro cui accettare un’intesa prima di un eventuale attacco.
Tuttavia, secondo Al Monitor, un alto funzionario iraniano ha fatto sapere che Teheran non avrebbe intenzione di accettare gli ultimatum di Washington sull’arricchimento dell’uranio e sulle limitazioni del programma balistico. In questo quadro, il New York Times ha riportato che, tra le opzioni militari considerate dalla Casa Bianca, vi sarebbe anche quella di possibili incursioni di soldati americani volte a colpire quei siti nucleari iraniani che Washington non aveva bombardato lo scorso giugno. Non solo. Ieri, il Dipartimento del Tesoro americano ha imposto nuove sanzioni a un’entità collegata alla Repubblica islamica, oltreché a una serie di soggetti, tra cui il ministro dell’Interno iraniano e alcuni alti esponenti delle Guardie della rivoluzione.
Insomma, la possibilità di un’azione bellica da parte di Washington è più concreta che mai. E il regime khomeinista ne è consapevole. Ecco perché, oltre a fare la voce grossa, sta cercando di far leva sulla Turchia. La Repubblica islamica spera che Ankara riesca a convincere Trump a desistere. Non a caso, ieri Pezeshkian ha avuto un colloquio telefonico con Recep Tayyip Erdogan. Nell’occasione, il sultano ha garantito che «la Turchia è pronta ad assumere un ruolo di mediazione tra l’Iran e gli Stati Uniti per allentare le tensioni e risolvere i problemi». Non solo. Sempre ieri, Araghchi si è recato a Istanbul, dove ha incontrato l’omologo turco, Hakan Fidan. «Abbiamo detto ai nostri omologhi in ogni occasione che siamo contrari a un intervento militare contro l’Iran», ha affermato il ministro turco in una conferenza stampa congiunta. «Ci auguriamo che i problemi interni dell’Iran vengano risolti pacificamente dal popolo iraniano, senza alcun intervento esterno», ha proseguito, rendendo anche noto di aver parlato giovedì con Steve Witkoff.
La Repubblica islamica sa bene che, per quanto riguarda il dossier mediorientale, Ankara ha un ascendente maggiore di Mosca su Washington. Oltre a far parte della Nato, la Turchia è il principale sponsor dell’attuale regime siriano e, negli scorsi mesi, ha anche rafforzato notevolmente i suoi legami con l’Arabia Saudita: quell’Arabia Saudita che Trump spera presto di convincere ad aderire agli Accordi di Abramo. Ankara ha insomma un peso notevole nel Medio Oriente che l’attuale presidente americano vorrebbe costruire. È per questo che gli ayatollah stanno cercando di far leva su un Erdogan, il cui ascendente sulla Casa Bianca, per quanto significativo, è comunque limitato: difficilmente il sultano potrà evitare un attacco americano contro la Repubblica islamica, se gli ayatollah non accetteranno di ammorbidire le proprie posizioni su arricchimento dell’uranio e missili balistici. Dall’altra parte, temendo la crescente influenza diplomatica turca, la Russia sta cercando di ritagliarsi un ruolo maggiormente incisivo. Ieri, Vladimir Putin ha infatti ricevuto al Cremlino il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Ali Larijani. Ad auspicare una de-escalation è stato anche il presidente egiziano, Abdel Fattah al Sisi. «Stiamo compiendo sforzi significativi, con calma e perseveranza, per raggiungere un dialogo in ogni modo possibile, al fine di ridurre l’escalation della crisi iraniana», ha detto.
Continua nel frattempo a salire la tensione tra la Repubblica islamica e l’Ue. Dopo dieci anni di sostanziale appeasement verso gli ayatollah, Bruxelles ha adottato la linea dura, designando i pasdaran come organizzazione terroristica. A mo’ di ritorsione, Teheran sta ipotizzando di designare a sua volta come «terroriste» le forze armate dei Paesi europei.
Mosca: niente raid fino a domani. Il vertice ad Abu Dhabi può slittare
La tregua in Ucraina «a causa del freddo estremo» annunciata dal presidente americano, Donald Trump, è stata confermata ufficialmente da Mosca, ma dovrebbe terminare già domani. Mentre la Capitale ucraina deve far fronte a quasi 400 edifici senza riscaldamento, con le temperature che scenderanno a -30 °C nei prossimi giorni, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato che lo zar russo, Vladimir Putin, ha accettato la proposta americana. Tuttavia, la Russia si asterrà dai bombardamenti solamente fino a domani. Peskov ha infatti spiegato: «Il presidente Trump ha effettivamente chiesto personalmente al presidente Putin di astenersi dall’attaccare Kiev per una settimana, fino al 1° febbraio, al fine di creare condizioni favorevoli ai negoziati». A questo proposito, l’inviato speciale dello zar, Kirill Dmitriev, è atteso oggi a Miami per incontrare membri dell’amministrazione Usa.
Il leader ucraino, Volodymyr Zelensky , ha rivelato che giovedì pomeriggio «sono stati colpiti proprio gli impianti energetici in diverse regioni». Prima della conferma del Cremlino, Zelensky aveva spiegato che quanto annunciato giovedì da Trump fosse «più un’opportunità, anziché un accordo». In ogni caso aveva dato la disponibilità da parte ucraina: «Se Mosca interromperà gli attacchi alle infrastrutture energetiche dell’Ucraina, Kiev in cambio si asterrà dal colpire i siti energetici russi». Più tardi ha precisato che nella notte «non ci sono stati attacchi contro obiettivi energetici» da parte di Mosca. Ma, secondo quanto rivelato da Zelensky, la Russia sta indirizzando i suoi raid «contro la logistica». E nonostante il Cremlino abbia accolto la tregua in vista dei negoziati ad Abu Dhabi, non è nemmeno certo che si terranno domani. A sollevare il dubbio di fronte ai giornalisti è stato lo stesso Zelensky: «La data o il luogo potrebbero cambiare perché, a nostro avviso, sta succedendo qualcosa nella situazione tra gli Stati Uniti e l’Iran. E questi sviluppi potrebbero probabilmente influire sulle tempistiche». Peraltro, ha precisato che è importante che al round di colloqui partecipino sempre le stesse delegazioni per monitorare meglio gli sviluppi su quanto precedentemente concordato.
A essere sicuramente rimandato è il faccia a faccia tra i due protagonisti della guerra. Dopo che lo zar russo ha accettato di vedere Zelensky a Mosca, il leader ucraino ha rilanciato: «Per me è impossibile incontrare Putin a Mosca. Sarebbe come incontrarlo a Kiev. Posso anche invitarlo a Kiev, lasciarlo venire. Lo inviterò pubblicamente, se ha coraggio».
Ma Zelensky ha puntato il dito anche contro l’Europa: è colpevole, a suo dire, di aver lasciato scoperta la difesa ucraina proprio mentre i raid russi spingevano l’Ucraina «sull’orlo del blackout». Ha raccontato che i missili intercettori Pac-3, essenziali per i sistemi Patriot, sarebbero arrivati con un giorno di ritardo perché «la tranche dell’iniziativa Purl (Prioritised Ukraine requirements list) non era stata pagata» agli Stati Uniti e quindi «i missili non sono arrivati». E sarebbe questo il motivo che ha portato il leader di Kiev a lanciare l’invettiva contro gli europei dal palco del World economic forum di Davos la scorsa settimana. A criticare però quanto detto da Zelensky sono stati due funzionari occidentali: al Financial Times hanno rivelato che le dichiarazioni del presidente ucraino non sono corrette. E anche un funzionario della Nato ha affermato che il Purl «continua a fornire equipaggiamento statunitense cruciale all’Ucraina, finanziato da alleati e partner della Nato» in modo costante.
A tenere banco è anche la questione del processo accelerato per l’adesione dell’Ucraina all’Ue. Zelensky, a tal proposito, ha rimarcato: «Ho chiesto ai nostri diplomatici: quando saremo pronti? Tecnicamente, nel 2027». A suo dire il «processo accelerato» è necessario per Kiev, visto che «gli altri Paesi candidati non sono in guerra». Dall’altra parte, il premier ungherese, Viktor Orbán, ha continuato a lanciare avvertimenti: «Se l’Ucraina diventa un membro dell’Ue ci sarà la guerra in Europa». A commentare l’ipotetica adesione dell’Ucraina è stato anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Ora è importante raggiungere la pace. L’Ue sarà parte dell’intesa finale».
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