2022-04-13
Prezzi, il falco Issing contro la Bce: «L’inflazione è anche colpa sua»

Otmar Issing critica la politica monetaria della Bance centrale europea
L’inflazione sale a livelli mai visti da quarant’anni e la Germania freme. Mettendo pressione sulla Banca centrale europea, chiamata presto a prendere decisioni difficili su tassi di interesse e politica di acquisto delle obbligazioni pubbliche. Ieri sul Financial Times ha preso la parola un “grande vecchio” della politica monetaria tedesca. Sul quotidiano finanziario britannico l’ex capo economista ed ex influentissimo membro del consiglio della Banca centrale europea Otmar Issing ha criticato la politica monetaria dell’istituto di Francoforte, reo di aver esagerato nell’acquisto di titoli di Stato sottovalutando il pericolo inflazionistico che ora si trova a dover affrontare.
La Banca centrale europea ha mantenuto le misure di stimolo per troppo tempo e questa è una politica «molto difficile da difendere», ha esordito Issing. L’istituto presieduto dalla francese Christine Lagarde «ha vissuto nella fantasia di continuare questa politica senza conseguenze negative». Una pia illusione. «Sarebbero in una situazione migliore, o almeno meno grave, se avessero iniziato a normalizzare la politica prima, la guerra non dovrebbe distrarre da questo fatto». La prospettiva, che pare delinearsi nel Vecchio Continente, di una situazione "stagflazionistica", cioè di un aumento dell’inflazione associato ad un rallentamento della crescita è «la peggiore combinazione» con cui una banca centrale possa avere a che fare, ha sottolineato Issing.
Per l’ottantaseienne economista, la Banca centrale europea ha fatto una «diagnosi errata» dei fattori dietro l’impennata dei prezzi, avendo «vissuto in una fantasia» che minimizzava il pericolo di un’inflazione fuori controllo. «La Bce ha contribuito massicciamente a questa trappola in cui è ora catturata perché ci stiamo dirigendo verso il rischio di una stagflazione». Dopo avere negli ultimi dieci anni lottato per portare l'inflazione, spesso vicina allo zero, all’obiettivo del 2 per cento scritto nel suo statuto dell’istituto di Francoforte, la Bce affronta ora il problema opposto, con un balzo dei prezzi, ricorda il Financial Times, e una inflazione nell’eurozona a marzo al nuovo record del 7,5%.
Questa settimana si riunisce il consiglio direttivo della Bce a Francoforte per discutere se accelerare il piano di ritiro graduale degli stimoli mettendo fine all’acquisto di obbligazioni nel terzo trimestre. «L’inflazione era un drago addormentato; questo drago si è risvegliato»: questa la colorita immagine usata da Issing, parlando al Financial Times nella sua casa di Wuerzburg.
MODELLO SBAGLIATO
«La Bce si è basata sul suo modello di previsione e questo modello non può dare i segnali giusti perché si basa sull’esperienza passata e ciclica - e la pandemia non ha causato un rallentamento ciclico», ha sottolinea anche Issing. «E’ necessario un approccio molto più ampio per spiegare l’inflazione in un momento di cambiamenti strutturali. Se si ha una diagnosi errata, naturalmente, si ha una politica errata».
A marzo l’inflazione in Germania ha toccato il 7,3%, in netto rialzo sul +5,1% registrato il mese precedente. Tra gli effetti si è registrato un rialzo dei rendimenti dei Bund decennali che hanno superato lo 0,8% (livello che non raggiungevano dal 2015), mentre a inizio anno erano sotto lo zero.
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(iStock)
Il medico greco e il cantante pugliese tra grandi fan (con giudizio) della bevanda di Bacco. «Beatificata» anche da Santa Ildegarda.
«Felicità/ è un bicchiere di vino con un panino,/ la felicità…». Cuore e vino, la storia continua.
Due settimane fa abbiamo lasciato Noè - primo viticoltore e primo flebotomista della vigna ad estrarre il «sangue dell’uva» - con una domanda da un milione di euro: il vino fa bene o male al cuore? Riprendiamo l’argomento intonando l’inno alla gioia versione Romina Power e Al Bano. Il cantante pugliese produce due milioni di bottiglie nella Tenuta Al Bano Carrisi di Cellino San Marco, in terra salentina. Tra le etichette, guarda caso, spicca Felicità, un Salento bianco Igp ottenuto per il 70% da uve di Sauvignon Blanc e il 30% di Chardonnay in vendita in Internet sui 16 euro. Ovvio che Al Bano sia un supporter del vino, ma lo fa con giudizio, non da ultras. In una recente intervista al periodico dei sommelier Ais del Veneto, ha sottolineato: «Il vino è come una medicina: con la giusta dose tu vivi bene, ma con la dose sbagliata ti freghi il fegato. Il vino è un regalo di Dio: non puoi mai abusarne altrimenti si vendica». Parole sante, già dette dallo scienziato greco Ippocrate, padre della medicina, 2.500 anni prima di Al Bano. Comunque l’invito alla moderazione torna ad onore del cantavignaiolo brindisino.
Ippocrate considerava il vino un pharmakon, un farmaco, raccomandando di usarlo con saggezza: «È una bevanda portentosa, ma va preso nella giusta misura». Per lui era un toccasana multiterapeutico: era l’alcol per disinfettare le ferite, il paracetamolo per ridurre la febbre, il Lasix per eliminare le tossine con la pipì. Il vino ippocratico mescolato con miele ridava vigore al convalescente, era un tonico per il cuore. Rosso, ricco di tannini, alleviava gli afflitti da cacarella gastrointestinale. Il padre della medicina usava il vino come «veicolo» per portare all’interno dell’organismo gli estratti delle erbe medicinali, utili a guarirlo, macerate nello stesso. Non è forse quello che fanno i farmacologi d’oggidì che sfruttano i nanovettori lipidici per veicolare i farmaci nelle parti del corpo dove devono agire?
Ippocrate predicava di usare il vino con buon senso e, a seconda dell’età, in modi diversi. Prima regola, mai puro, ma mescolato con acqua, miele, spezie, erbe. Seconda: niente vino ai giovani che di energia ne hanno da vendere. Allentava le redini per anziani, malinconici, freddolosi e filosofi. Non dimentichiamo che negli ambienti intellettuali dell’antica Ellade era di moda il symposión, parola che significa «bere insieme». Non erano bevute d’osteria, ma intrattenimenti colti, raffinati, praticati da menti superiori: cittadini liberi della polis, politici (pensate agli attuali e immaginate esattamente il contrario), artisti e filosofi. Platone scrisse un dialogo intitolato Symposión nel quale fa discutere sull’amore Socrate che beve vino senza mai perdere la lucidità, acquistando, anzi, in loquacità e acume.
C’è da precisare che il vino nei simposi circolava nelle coppe abbondantemente annacquato: quanta H2O si dovesse aggiungere al nettare di Dioniso nel cratere collettivo lo decideva il simposiarca, ma era sempre un bel po’ di acqua in modo di non permettere al vino di ottundere la mente. Al symposión partecipavano flautisti ed Hetaìrai, le etere, donne colte, dotate di arguzia e cervello fino che offrivano, così lasciò detto Demostene, «il piacere dello spirito». E, diciamolo, il brivido della sensualità.
Nel II secolo prima di Cristo, l’Ellade finisce nelle fauci di Roma. «Graecia capta ferum victorem cepit», scrive Orazio in una delle sue Epistole, «et artes intulit agresti Latio»: la Grecia conquistata conquistò il feroce vincitore e introdusse le arti nel Lazio contadino. Traduzione migliore: nella terra dei bifolchi. Non solo la Grecia capta introdusse nell’Spqr le arti, ma anche la letteratura, la filosofia, il teatro. E il vino. Lo dimostrano ancora oggi alcuni vitigni del sud che affondano le radici nella Magna Grecia o le allungano fino al Pelopponeso: Greco, Primitivo, Negroamaro, Aglianico (deriva da Ellenico?), Fiano… Sia i Greci che i Romani consideravano un barbaro ubriacone chi beveva vino puro. Sia i primi che i secondi allungavano il nettare di Dioniso (Bacco) con acqua calda d’inverno e fredda d’estate secondo i precetti di Ippocrate e di Galeno, medico greco con passaporto romano vissuto nell’Urbe nel II secolo dopo Cristo. Nei banchetti romani a decidere la quantità d’acqua che stemperava il vino era il magister bibendi, erede del simposiarca.
I Romani di allora somigliavano molto, quanto a concretezza e senso degli affari, ai milanesi di adesso: appresa l’arte di fare il vino, non lo mescolarono soltanto con l’acqua nel cratere e nelle coppe dai quali i Greci attingevano cultura, poesia e filosofia, ma secolo dopo secolo, tra la res publica e l’impero, trasformarono quell’arte in agronomia, in viticoltura specializzata grazie agli scritti sull’agricoltura di Catone, Varrone e Columella: tanta conoscenza agraria con l’occhio rivolto agli ettari vitati, al torchio, alla cantina e al fatturato. Se in Grecia il vino filosofava, a Roma generava profitto e democrazia. In Grecia beveva vino la crema della società, a Roma tutti, dall’imperatore all’ultimo schiavo. È vero che non c’era paragone tra il vino dei convivi dei patrizi, dei senatori e dell’augusto signore con quello versato nei pocula delle tabernae e delle thermopolia, le osterie della romanità. Nei primi venivano serviti Falernum, Caecubum o altri vini di pregio, ma plebei, legionari e schiavi s’accontentavano del loro vino quotidiano, d’infimo pregio, ma distributore di illusioni: il posca, praticamente acqua e aceto, il lora ottenuto pressando gli ultimi succhi delle vinacce innaffiate d’acqua. Questo è resistito fino a qualche decennio fa nel mondo della civiltà contadina col nome di «vin piccolo». Per avere un’idea di quanto sangue d’uva circolava nell’impero, basti pensare ai milioni e milioni di anfore vinarie e ai milioni e milioni di ettolitri trasportati dalle navi onerarie in tutti i porti del Mediterraneo. Un Mare nostrum di vino.
Galeno, medico di corte dell’imperatore Marco Aurelio, come Ippocrate, considerava il vino alimento salutare. I suoi scritti influenzarono la medicina e l’enologia fino a medioevo inoltrato. Santa Ildegarda di Bingen (1098-1179), suora, teologa e mistica innalzata agli altari da papa Benedetto XVI nel 2012, fu colei che inventò il «vino del cuore», una bevanda medicinale preparata con vino rosso, prezzemolo, miele e aceto bolliti insieme. Garantiva la badessa tedesca che la mistura presa tre volte al giorno per una quindicina di giorni fortificava il muscolo cardiaco, faceva correre il sangue nei vasi e preveniva i disturbi al cuore. Se vi scappa da ridere, non fatelo. Non solo il «vino del cuore» di Santa Ildegarda si usa ancora, preparato in casa o venduto nelle erboristerie e nelle farmacie con angolo natura, ma in Germania un’associazione che porta il nome della santa monaca diffonde e difende i suoi insegnamenti: «La medicina di Santa Ildegarda è eccezionale, in quanto trasmessa all’umanità direttamente da Dio. Ildegarda ricevette il compito dal Signore di annotare quello che vedeva nelle sue visioni e di portarlo a conoscenza degli uomini». Insomma, la mistica anticipò di quasi 900 anni il paradosso di Serge Renaud e Michel de Longeril, i ricercatori che sostennero alla vigilia del 2000 che il robusto vino rosso grazie al resveratrolo, polifenolo con qualità antiossidanti e antinfiammatorie, è un protettore cardiovascolare. A differenza dei due scienziati francesi, Sant’Ildegarda ha finora evitato gli strali dell’Organizzazione mondiale della sanità che confuta il paradosso sostenendo che è statisticamente sbagliato e sconsiglia assolutamente il consumo del vino.
Il vino, dunque, ha santi in calendario che sostengono che un cuore ce l’ha se bevuto con moderazione. «E ha anche un’anima», garantisce il patron della Masi, Sandro Boscaini, Mister Amarone. «Il cuore è la porta della dimensione più profonda dell’uomo: l’anima».
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Nel riquadro, lo stilista Brett Johnson
Lo stilista americano con base a Milano: «Penso che il miglior design nasca dal dialogo continuo tra lavoro manuale e creatività. Il vostro Paese mi ha mostrato che l’eccellenza non è il risultato di una scorciatoia ma è disciplina, pazienza e attenzione ai dettagli».
Settantacinque appuntamenti, tra cui 16 sfilate fisiche, 6 eventi digitali, 44 presentazioni, 2 presentazioni su appuntamento e 7 eventi speciali. Un programma ricco che testimonia la vitalità del settore e la capacità di Milano di attrarre brand affermati e nuove realtà creative. Questi i numeri della fashion week (19/23 giugno) dedicata all’abbigliamento da uomo. In calendario anche Brett Johnson, stilista americano specializzato nel lusso maschile di alta gamma. Ha lanciato il suo marchio durante la settimana della moda di New York nel 2013-2014 e successivamente ha trasferito il centro operativo a Milano, dove oggi ha showroom e uffici. Dietro a ogni sua collezione c’è molto di più: una visione della qualità fondata sull’artigianalità italiana, sul valore della permanenza e sulla volontà di costruire una nuova eredità culturale nel panorama internazionale dell’ultra-lusso. In questa conversazione, Brett Johnson racconta la sua idea di stile, il rapporto con il made in Italy e l’ambizione di creare una maison capace di lasciare un segno nella storia della moda contemporanea.
La Costiera Amalfitana è stata la principale fonte d’ispirazione per la Primavera-estate 2027. Quali emozioni o immagini desiderava tradurre in questa collezione?
«La Costiera ha qualcosa di magnetico, un luogo sospeso tra mare e roccia, dove la luce scolpisce le superfici, i colori si fondono con il paesaggio e il tempo sembra seguire un ritmo diverso. Ho voluto evocare la naturale eleganza del territorio sia attraverso i colori sia i materiali e le costruzioni. Ho scelto per questo il bianco della calce, le sfumature minerali della sabbia, l’acquamarina del mare, il verde salvia della vegetazione costiera. Ho voluto utilizzare lini superfini, cotoni mercerizzati, blend di seta e cotone, suede impalpabili e pelli ultraleggere, molto confortevoli. Anche il tailoring segue questa filosofia: le forme sono leggere, le strutture morbide e rilassate. Giacche destrutturate, pantaloni fluidi, bermuda sartoriali, overshit. Questa collezione racchiude un equilibrio perfetto tra eleganza disinvolta, artigianalità ed energia vibrante».
Nelle sue collezioni il concetto di «lusso silenzioso» emerge con grande forza. Come definirebbe oggi il vero lusso in un’epoca dominata dalla velocità e dall’ostentazione?
«Credo che oggi il vero lusso sia avere il tempo e la libertà di fare le cose nel modo giusto. Quando acquisti qualcosa, dovresti sapere che è stato prodotto con cura, con materiali straordinari e da artigiani capaci di valorizzare i capi. Questo, per me, è il lusso. In un mondo che corre sempre più veloce e premia l’ostentazione, penso che le persone sentano il bisogno di qualcosa di più autentico. Un abito non dovrebbe gridare per essere notato: dovrebbe parlare attraverso la sua costruzione, il comfort e il modo in cui ti fa sentire quando lo indossi. Il lusso è anche correttezza. È offrire il miglior prodotto possibile, realizzato con rispetto per chi lo crea e a un prezzo che rifletta il suo vero valore. Non mi interessa il lusso come simbolo di status. Mi interessa creare capi destinati a durare».
Lei lavora esclusivamente con manifatture d’eccellenza in Toscana e Umbria. Che cosa ha imparato dagli artigiani italiani e in che modo questa esperienza ha influenzato la sua visione creativa?
«Gli artigiani italiani mi hanno insegnato prima di tutto il rispetto. Rispetto per il materiale, per il tempo necessario a realizzare qualcosa bene e per un sapere che si tramanda da generazioni. Quando ho iniziato, non avevo una formazione tradizionale nella moda: ho imparato osservando, facendo domande e lavorando ogni giorno al loro fianco. È stata un’esperienza che ha cambiato completamente il mio modo di pensare il design. Oggi, quando sviluppo una collezione, non parto solo da un’idea estetica, ma da ciò che una manifattura è realmente in grado di esprimere al massimo livello. Credo che il miglior design nasca proprio da questo dialogo continuo tra creatività e artigianalità. L’Italia mi ha insegnato che l’eccellenza non è mai il risultato di una scorciatoia. È disciplina, pazienza e attenzione ai dettagli. Lavorare con le manifatture in Toscana e in Umbria significa confrontarsi ogni giorno con persone che fanno questo mestiere da tutta la vita e che hanno un livello di competenza incredibile. Il mio ruolo è valorizzare quel patrimonio di conoscenze e trasformarlo in qualcosa di contemporaneo».
La ricerca delle materie prime è un elemento centrale del suo lavoro. Quando seleziona una pelle o un tessuto, quali caratteristiche cerca per capire se quel materiale è davvero straordinario?
«La prima cosa che cerco è il carattere. Un materiale straordinario non deve solo essere bello da vedere, deve trasmettere qualcosa già al primo contatto. Mi interessa la mano del tessuto, il modo in cui cade sul corpo, come reagisce al movimento e, soprattutto, come evolve nel tempo. Mi interessa capire se possiede un’autenticità che il cliente percepirà anche tra dieci anni. I materiali migliori hanno una qualità quasi silenziosa. Dietro una pelle o un tessuto ci sono persone, competenze e decenni di esperienza. Non acquisto semplicemente una materia prima: scelgo di lavorare con aziende che condividono i miei stessi valori. Se un materiale è eccellente ma nasce da una filiera che non rispetta le persone o il territorio, per me perde immediatamente gran parte del suo valore. La qualità non può essere separata dall’integrità».
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Turisti in piazza San Marco a Venezia (iStock)
Il neo sindaco Simone Venturini chiederà al governo di alzare la soglia minima d’ingresso nella città lagunare. Obiettivo: disincentivare ulteriormente l’overtourism.
Un superticket che potrebbe arrivare fino a 50 euro. È questa l’idea lanciata dal primo cittadino, che ha annunciato la richiesta al governo di alzare la soglia del biglietto di ingresso per i turisti nella città lagunare dagli attuali 5-10 euro a 30-50 euro.
Un superticket che potrebbe arrivare fino a 50 euro. È questa l’idea lanciata dal neosindaco di Venezia, Simone Venturini, che ha annunciato la richiesta al governo di alzare la soglia del biglietto di ingresso per i turisti nella città lagunare dagli attuali 5-10 euro a 30-50 euro. I dieci euro del provvedimento varato nel 2024, insomma, non basterebbero a calmierare gli accessi dei visitatori per un giorno, per questo il sindaco penda a un aumento. Anche perché meno della metà dei turisti che hanno pagato il ticket per entrare a Venezia si sono prenotati in anticipo per godere della tariffa scontata a 5 euro. Su un totale di 514.710 contributi versati nei primi 42 giorni di applicazione, quelli da 5 euro sono stati 245.503, quelli da 10 euro 268.207. Per un incasso di 3.919.585 euro. I dati resi noti dall’amministrazione comunale confermano come la tariffa differenziata, sperimentata ormai da un paio d’anni, incida poco sulle scelte dei visitatori per un giorno.
Non si è verificato l’effetto disincentivo al cosiddetto overtourism nella sua versione «mordi e fuggi». Per farlo, serve una modifica legislativa. Che, in caso di accoglimento, vedrebbe quasi certamente schizzare alle stelle le sanzioni per i furbetti. Oggi chi non paga il biglietto rischia una multa da 50 a 300 euro. In pratica, oggi con il biglietto tra i 5 e 10 euro, la sanzione minima è 10 volte tanto il prezzo del biglietto prenotato online: è ovvio che se passa la proposta di portare la tariffa a 30 e 50 euro, le sanzioni verranno riviste al rialzo.
Va detto che, anche se il fenomeno dell’overtourism è un argomento che tutte le città storiche si trovano ad affrontare, le caratteristiche uniche di Venezia, proprio quelle che attraggono un numero enorme di visitatori, rendono la gestione dei flussi particolarmente delicata.
A dicembre scorso, l’allora l’assessore all’Ambiente, Massimiliano De Martin, aveva spiegato che «alcune analisi recenti stimano che nel 2024, nel centro storico della città lagunare, la media giornaliera delle persone presenti - residenti, lavoratori, turisti, escursionisti - sia risultata di circa 170.000 persone al giorno, di cui quasi 80.000 “city users” (non residenti, non domiciliati, presenti anche per lavoro o studio, prestazioni sanitarie, eventi artistici, sportivi)». Una situazione delicata, che negli anni scorsi aveva già portato a una serie di provvedimenti per cercare di frenare gli accessi di turisti per poche ore. Un primo tentativo era stato fatto nel 2021 con la limitazione all’ingresso nella Laguna delle grandi navi da crociera, mai diventato definitivo. Nel 2024, invece, era stato approvato un codice deontologico dagli operatori di incoming che lavorano in città e che aderiscono alla Federazione turismo organizzato di Confcommercio. Nel codice, tra le indicazioni rivolte agli operatori, spiccava l’incentivo a proporre itinerari alternativi a Piazza San Marco e Rialto, l’utilizzo di auricolari per ascoltare le spiegazioni delle guide al fine di ridurre il disturbo acustico e la visita ai musei cittadini.
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