Prezzi, il falco Issing contro la Bce: «L’inflazione è anche colpa sua»

Otmar Issing critica la politica monetaria della Bance centrale europea
L’inflazione sale a livelli mai visti da quarant’anni e la Germania freme. Mettendo pressione sulla Banca centrale europea, chiamata presto a prendere decisioni difficili su tassi di interesse e politica di acquisto delle obbligazioni pubbliche. Ieri sul Financial Times ha preso la parola un “grande vecchio” della politica monetaria tedesca. Sul quotidiano finanziario britannico l’ex capo economista ed ex influentissimo membro del consiglio della Banca centrale europea Otmar Issing ha criticato la politica monetaria dell’istituto di Francoforte, reo di aver esagerato nell’acquisto di titoli di Stato sottovalutando il pericolo inflazionistico che ora si trova a dover affrontare.
La Banca centrale europea ha mantenuto le misure di stimolo per troppo tempo e questa è una politica «molto difficile da difendere», ha esordito Issing. L’istituto presieduto dalla francese Christine Lagarde «ha vissuto nella fantasia di continuare questa politica senza conseguenze negative». Una pia illusione. «Sarebbero in una situazione migliore, o almeno meno grave, se avessero iniziato a normalizzare la politica prima, la guerra non dovrebbe distrarre da questo fatto». La prospettiva, che pare delinearsi nel Vecchio Continente, di una situazione "stagflazionistica", cioè di un aumento dell’inflazione associato ad un rallentamento della crescita è «la peggiore combinazione» con cui una banca centrale possa avere a che fare, ha sottolineato Issing.
Per l’ottantaseienne economista, la Banca centrale europea ha fatto una «diagnosi errata» dei fattori dietro l’impennata dei prezzi, avendo «vissuto in una fantasia» che minimizzava il pericolo di un’inflazione fuori controllo. «La Bce ha contribuito massicciamente a questa trappola in cui è ora catturata perché ci stiamo dirigendo verso il rischio di una stagflazione». Dopo avere negli ultimi dieci anni lottato per portare l'inflazione, spesso vicina allo zero, all’obiettivo del 2 per cento scritto nel suo statuto dell’istituto di Francoforte, la Bce affronta ora il problema opposto, con un balzo dei prezzi, ricorda il Financial Times, e una inflazione nell’eurozona a marzo al nuovo record del 7,5%.
Questa settimana si riunisce il consiglio direttivo della Bce a Francoforte per discutere se accelerare il piano di ritiro graduale degli stimoli mettendo fine all’acquisto di obbligazioni nel terzo trimestre. «L’inflazione era un drago addormentato; questo drago si è risvegliato»: questa la colorita immagine usata da Issing, parlando al Financial Times nella sua casa di Wuerzburg.
MODELLO SBAGLIATO
«La Bce si è basata sul suo modello di previsione e questo modello non può dare i segnali giusti perché si basa sull’esperienza passata e ciclica - e la pandemia non ha causato un rallentamento ciclico», ha sottolinea anche Issing. «E’ necessario un approccio molto più ampio per spiegare l’inflazione in un momento di cambiamenti strutturali. Se si ha una diagnosi errata, naturalmente, si ha una politica errata».
A marzo l’inflazione in Germania ha toccato il 7,3%, in netto rialzo sul +5,1% registrato il mese precedente. Tra gli effetti si è registrato un rialzo dei rendimenti dei Bund decennali che hanno superato lo 0,8% (livello che non raggiungevano dal 2015), mentre a inizio anno erano sotto lo zero.
«Ho capito che non riesco più a fare il prete e quindi a stare solo». Con queste parole, qualche giorno fa, don Giovanni Gatto, sacerdote cinquantunenne di una frazione dell’Aquila ma originario di Montebelluna, nel Trevigiano, ha annunciato al Papa e al vescovo del capoluogo abruzzese la sua decisione di abbandonare la tonaca. Forse non è a lui direttamente che ha risposto, ieri, Leone, in una lettera al Presbiterio dell’arcidiocesi di Madrid. E magari, nemmeno ad Alberto Ravagnani, il don influencer, noto per i suoi dibattiti social con Fedez, il quale, alla vigilia della pubblicazione del suo libro, ha dismesso la talare, citando dubbi sulla dottrina e sul celibato. Però, le parole che Robert Francis Prevost ha indirizzato ai «figli» in Spagna aiutano a raddrizzare la barra, dopo le sbandate che fanno il gioco della crociata laicista.
«Nessuno», ha scritto il pontefice, parlando di chi ha preso i voti, «dovrebbe sentirsi esposto o solo nell’esercizio del ministero: resistete insieme all’individualismo che impoverisce il cuore e debilita la missione!».
Il Papa è stato chiaro: «Non si tratta», ha ammonito, «di inventare modelli nuovi né di ridefinire l’identità che abbiamo ricevuto, ma di tornare a proporre, con rinnovata intensità, il sacerdozio nel suo nucleo più autentico - essere alter Christus - lasciando che sia Lui a configurare la nostra vita, a unificare il nostro cuore e a dare forma a un ministero vissuto a partire dall’intimità con Dio, la dedizione fedele alla Chiesa e il servizio concreto alle persone che ci sono state affidate». È in questa prospettiva che, anche secondo Leone XIV, va difeso il celibato, insieme ai requisiti della povertà e dell’obbedienza: «Non come negazione della vita, ma come la forma concreta che permette al sacerdote di appartenere interamente a Dio senza smettere di camminare tra gli uomini». «Stando nel mondo, ma senza essere del mondo», come prescrive il Vangelo. Perché - qualcuno avrebbe dovuto segnarselo - «il sacerdote non vive per esibirsi, ma neppure per nascondersi». «Tutta la sua vita», ha osservato Prevost, «è chiamata a rimandare a Dio e ad accompagnare il passaggio verso il Mistero, senza usurparne il posto». Il prete indica e, nel farlo, si mostra; e però vuole che l’attenzione del fedele sia poi rivolta alla realtà più grande che egli presenta. Rimane sulla «soglia»: sta in mezzo agli altri, in quanto segno del trascendente.
Sono, in fondo, argomenti analoghi a quelli del famoso testo di Benedetto XVI che, diffuso quale prefazione al libro del cardinale Robert Sarah, crearono un piccolo scandalo editoriale in Vaticano: all’inizio del 2020, le tesi di Joseph Ratzinger furono interpretate come una reprimenda teologica a Francesco, al tempo in cui l’argentino valutava di allentare la regola del celibato, almeno in alcuni casi limite, tipo il contesto amazzonico. L’idea del pontefice emerito, invece, era che il celibato servisse al sacerdote per dedicarsi totalmente a Dio e alla Chiesa, ma che fosse pure un segno escatologico: una sorta di anticipazione del Regno dei Cieli, dove - avvertì Gesù - «non si prende né moglie né marito». La crisi delle vocazioni, secondo Ratzinger, non si risolveva con una riforma di tipo burocratico-amministrativo; non dipendeva da ragioni funzionali, bensì da una questione di fede. È la vera fede che va restaurata; è inutile ammorbidire i principi per correre dietro alle mode e alle pressioni del pensiero unico nichilista.
In effetti, anche nella lettera del Santo Padre al Presbiterio madrileno c’è una diagnosi delle tendenze antireligiose dell’epoca, non nuova nel magistero di Leone. «In molti ambienti», ha osservato così il Papa, «constatiamo processi avanzati di secolarizzazione, una crescente polarizzazione del discorso pubblico e la tendenza a ridurre la complessità della persona umana, interpretandola a partire da ideologie o categorie parziali e insufficienti. In tale contesto, la fede corre il rischio di essere strumentalizzata, banalizzata o relegata nell’ambito dell’irrilevante, mentre si rafforzano forme di convivenza che prescindono da ogni riferimento trascendente». A completare il quadro contribuisce «la progressiva scomparsa di riferimenti comuni», che ha complicato «la trasmissione del messaggio cristiano»: «Il Vangelo», ha notato Prevost, «non si confronta solo con l’indifferenza, ma anche con un orizzonte culturale diverso, in cui le parole non significano più lo stesso».
Ma quella del pontefice non è fatalistica rassegnazione. Anzi, Leone vede che, «nel cuore di non poche persone, specialmente dei giovani, sta nascendo oggi un’inquietudine di nuova», scaturita dal tradimento delle promesse fondate sull’«assolutizzazione del benessere», sulla «libertà svincolata dalla verità», sul «progresso materiale». Ed è questa apertura a «una ricerca più onesta e autentica», questa sete di senso, in definitiva, ad aprire spazi a un incontro con Cristo che deve essere mediato dal sacerdote. Per l’uomo di Dio, quello attuale «non è tempo di ripiegamento né di rassegnazione, ma di presenza fedele e di disponibilità generosa». Purché, per dirla con San Paolo, si decida di combattere la «buona battaglia». Che non è quella per farsi applaudire dai media progressisti, o per strappare qualche like in più. Gesù non ragiona per algoritmi.
«Vogliamo che i componenti del Cts rispondano penalmente. Dovevano bloccare la somministrazione di Astrazeneca al di sotto dei 60 anni», dichiara l’avvocato Federico Bertorello. Gli articoli e gli audio pubblicati dalla Verità sono alla base dell’opposizione alla richiesta di archiviazione, presentata lo scorso 4 dicembre dalla Procura di Genova, nel procedimento penale a carico di ignoti per la morte, il 4 aprile 2021, di Francesca Tuscano, colpita da trombosi cerebrale con crollo delle piastrine dopo la somministrazione di Astrazeneca.
Il civilista Bertorello e il penalista Salvatore Bottiglieri, legali dei genitori della trentaduenne insegnante genovese, chiedono la prosecuzione delle indagini. Non sono emerse responsabilità penali dei medici vaccinatori, né di coloro che la assistettero in ospedale, ma non basta per chiedere l’archiviazione: occorre indagare ai piani alti, politici e sanitari.
Gli avvocati sostengono che i profili di indagine penale devono rivolgersi a tutta la «catena di comando» dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, del Comitato tecnico scientifico (Cts) ed «eventuali altri organismi pubblici come l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa)», che in Italia nella primavera del 2021, tra togliere e rimettere in commercio il vaccino, concessero l’autorizzazione per Astrazeneca anche a tutti i soggetti di età superiore ai 18 anni «in iniziative, quali i vaccination day».
Il decesso di Francesca Tuscano è «ragionevolmente da riferirsi a effetti avversi da somministrazione di vaccino anti Covid-19», dichiararono i sanitari incaricati dalla Procura di Genova di redigere la perizia medico legale. Il 22 marzo 2021 la giovane aveva ricevuto la prima dose di Astrazeneca al polo vaccinale della struttura nota a Genova come Albergo dei poveri.
Pochi giorni dopo, il 3 aprile, i genitori con i quali viveva la trovarono in tarda mattinata ancora a letto, priva di coscienza. Il 118 la trasportò in stato comatoso all’Ospedale San Martino di Genova dove una Tac dell’encefalo rivelò una vasta emorragia celebrale, associata a trombosi dei seni venosi, con marcati segni di effetto massa. Il neurochirurgo decise di non intervenire chirurgicamente, Francesca venne trasferita nel reparto di rianimazione. Non ne uscirà viva: alle 9 di mattina del 4 aprile venne certificata la sua morte cerebrale.
Un fascicolo di indagine venne aperto d’ufficio dalla Procura di Genova, che diede incarico di redigere l’apposita relazione di consulenza tecnica al dottor Luca Tajana, specialista in medicina legale e delle assicurazioni, e al dottor Franco Piovella, specialista in ematologia clinica e di laboratorio. Le conclusioni furono che il decesso della giovane erano da riferirsi a effetti avversi da somministrazione di vaccino anti Covid-19, come successivamente confermò la Commissione medica ospedaliera del Dipartimento militare di medicina legale della Spezia e un’ulteriore perizia.
L’indagine era andata parallela a quella per la morte di Camilla Canepa, la studentessa diciottenne di Sestri Levante deceduta sempre per Vitt dopo una dose di Astrazeneca che le era stata somministrata in un Open day del maggio di quell’anno. Il nesso causale per Francesca è stato accertato, la morte era avvenuta per trombocitopenia e trombosi immunitaria indotta dal vaccino a vettore adenovirale
Per Tuscano, l’opposizione all’archiviazione verrà discussa il prossimo 26 febbraio davanti al gip Angela Nutini. «Non ci interessa verificare le responsabilità di Astrazeneca», spiega Bertorello. «Ci interessano le responsabilità penali e civili dello Stato italiano, chiediamo che si interroghino e si perseguano coloro che hanno deciso e coadiuvato le scelte dell’allora ministero della Salute di continuare a somministrare Astrazeneca».
L’avvocato sottolinea che Francesca era morta dopo Zelia Guzzo, l’insegnante di Gela di 37 anni deceduta per una trombosi celebrale il 24 marzo 2021 in seguito alla somministrazione dello stesso vaccino anglosvedese. «Obbligata pure Zelia a vaccinarsi in quanto insegnante, il ministero si limitò a sospendere Astrazeneca per una settimana, salvo poi riutilizzarlo malgrado ci fossero grandi dubbi, come documentò la Verità pubblicando i file video dove si faceva cenno anche a pressioni politiche per abbassare la soglia di età».
Si riferisce a un fuori onda, con l’allora presidente dell’Aifa, Giorgio Palù, che parlava con il microfono aperto: «Ci sono pressioni che non capisco sia per portarla più bassa Astrazeneca che Johnson&Johnson. Le dico la verità, glielo dico perché, uno per la responsabilità, perché il Cts in questo momento dà un parere e credo che ho espresso il mio parere anche come virologo e non mi sento di tornare indietro ecco, per qualche insistenza o desiderata ministeriale, ecco, volevo dirglielo questo…».
Bertorello trova inaccettabile che ancora non si sia provveduto a desecretare «i contratti firmati dal governo Conte con i produttori di vaccino, sulla base di accordi stipulati dall’Unione europea. Purtroppo la maggioranza di centrodestra non è compatta nel chiedere che siano resi noti. E c’è ancora chi confonde queste battaglie per i diritti dei danneggiati, o dei morti da vaccino, come rivendicazioni di no vax».
Il riconoscimento dello Stato per i genitori di Francesca Tuscano è stato irrisorio, poco più di 77.468,53 euro. «Una riapertura delle indagini e possibilmente un rinvio a giudizio di questi soggetti potrebbe aprire uno spiraglio per ottenere il risarcimento dei danni», dichiara Bertorello.
«Bambini di piombo», la serie Netflix sulla dottoressa che sfidò il regime comunista
La nuova serie Netflix racconta la storia vera di Jolanta Wadowska-Król, che nella Polonia del 1974 scoprì l’avvelenamento da piombo nei bambini di Slesia e, in silenzio, sfidò il regime comunista per curarli e salvarli. In sei episodi, una battaglia solitaria contro paura e censura.
I bambini di piombo non sono italiani. E il piombo non ha nulla a che spartire con gli anni della contestazione studentesca, della violenza. Il piombo è quel che è, nell'economia della nuova serie Netflix, al debutto online mercoledì 11 febbraio: un metallo pesante, responsabile di un avvelenamento di cui le cronache italiane hanno riportato poco. Il Paese era lontano, la Polonia. Gli anni estranei ai meccanismi di comunicazione odierni.
Quando Jolanta Wadowska-Król ha iniziato il proprio percorso di ricerca era il 1974. In Alta Slesia, come nel resto della Polonia, comandava il regime comunista. Nulla era chiaro, perché tutto doveva essere subordinato all'ideologia e funzionale alla sua sopravvivenza. Di più, alla sua magnificazione.
La dottoressa, però, era donna di scienza, e fra il dovere implicito di compiacere il proprio governo e la verità medica non ha faticato a scegliere. Jolanta Wadowska-Król, che sarebbe poi stata soprannominata la Erin Brockovich della Slesia, ha fatto tutto di nascosto. Giorno dopo giorno, esame dopo esame. In silenzio, ha visitato oltre cinquemila bambini, lei che nel distretto di Szopienice si è resa conto per prima dello stato di salute precario in cui versavano i più piccoli. Notò un'incidenza anomala di anemia e disturbi neurologici tra i bambini del distretto. Avevano alti livelli di saturnismo. E, nonostante i proclami del regime, la dottoressa decise di imputare queste patologie alla vicina fonderia di zinco. Alle sue esalazioni. A quel che il governo negava, minacciando ritorsioni per chiunque avesse sostenuto il contrario.
Jolanta Wadowska-Król, cui Netflix ora ha dedicato la serie Bambini di piombo, non ha chinato il capo. Sola, è andata avanti, riuscendo a far ricoverare i casi più gravi nei sanatori polacchi e riuscendo persino a ricollocare intere famiglie, procurando loro un'esistenza diversa, lontana dalla fonderia. Nessuno le ha teso una mano. Il regime, al contrario, ha provato a spogliarla della sua credibilità. E lei è finita così, isolata, impaurita. Ma determinata, in ogni caso, a portare avanti quel che aveva iniziato.
Quel che Bambini di piombo documenta in sei episodi, muovendosi indietro nel tempo fino a ritrovare quel clima di terrore, quella paura, quella lotta impari, condotta da una donna che - sulla carta - non avrebbe dovuto avere alcuna possibilità di sopravvivere al governo che le stava sopra.














