Per non vedere più ribaltoni e intrallazzi del Quirinale bisogna cambiare la Carta
Sergio Mattarella e Giorgio Napolitano (Ansa)
Chi parla di deriva autocratica ignora i voltagabbana e l’instabilità delle legislature. L’elezione diretta del premier è utile e ci avrebbe risparmiato D’Alema, Monti e Letta.

Nell’ultima legislatura ci sono stati più di 300 cambi di casacca. Alcuni onorevoli sono riusciti a indossarne una nuova per cinque volte, ossia una all’anno, trasferendosi con disinvoltura dai 5 stelle al gruppo Misto, dagli autonomisti agli europeisti, dal Centro democratico di nuovo al gruppo Misto. Altri si sono accontentati di quattro, eletti con i grillini e finiti dopo vari approdi con Forza Italia. Tuttavia, fra il 2018 e il 2022 tutto sommato le giravolte sono state contenute a 214 parlamentari. La volta prima, infatti, era andata peggio: i voltagabbana erano stati 347 e i cambi di gruppo 566. In pratica, il 35,53% dei deputati e senatori durante i cinque anni in Parlamento aveva sentito l’irrefrenabile desiderio di traslocare e ovviamente anche di far vacillare il governo. L’instabilità delle legislature e l’esistenza di maggioranze variabili sono come è noto alla base dell’incapacità degli esecutivi di decidere. Ogni volta, il ricatto di chi pretende una poltrona oppure di regolare i conti fra correnti mette i presidenti del Consiglio davanti a un bivio: tirare diritto, con il rischio di essere costretti alle dimissioni oppure accettare il «ricatto» di una minoranza? È l’eterno problema della politica italiana, dove ogni scelta è ostaggio di pochi e, spesso, dei furbi.

Tuttavia, nonostante il problema sia noto a tutti, è bastato che Giorgia Meloni aprisse bocca e promettesse una riforma volta a togliere il potere di veto di chi cambiando casacca è in grado di cambiare la storia della legislatura, che subito è partito il solito coro di chi teme la deriva antidemocratica. Per mettere fine ai voltagabbana non ci sono molte possibilità: o si introduce nella Costituzione il vincolo di mandato, ovvero l’obbligo per chi è eletto di rispettare le indicazioni degli elettori, oppure bisogna fare in modo che gli italiani si scelgano il premier e se poi il Parlamento decide di mandarlo a casa non ci sia alcuna possibilità di rimpiazzarlo con qualcun altro, ma solo di tornare a votare.

Sì, lo so che l’argomento delle riforme non è tra i più eccitanti (e infatti questo giornale si limita a riferire lo stretto necessario, per non annoiare i lettori). Tuttavia, la sostanza di cui si discute si riduce in pratica a questo, ovvero alla possibilità di introdurre in Costituzione il premierato, cioè l’elezione diretta del capo del governo. Finora noi abbiamo fatto finta di avere questa possibilità perché, con una trovata geniale, nel 1994 Silvio Berlusconi si intestò la leadership della coalizione di centrodestra, mettendo il suo nome davanti a tutto. Ma anche se mettevano la croce sul vessillo azzurro e dunque sul Cavaliere, gli italiani non avevano alcuna certezza che in caso di vittoria lui sarebbe stato il premier, perché questa scelta la Costituzione la assegna al presidente della Repubblica. È ovvio che il capo dello Stato non può infischiarsene del parere degli elettori e dunque, come è successo di recente con Giorgia Meloni, la scelta risulta in qualche modo obbligata. Ma poi, se la maggioranza va in crisi, non è affatto scontato che caduto un presidente del Consiglio si torni alle urne. Anzi, se riavvolgiamo il nastro degli ultimi 30 anni ci si rende conto che così non è mai stato, perché una volta aperta la crisi è l’inquilino del Quirinale a condurre il ballo e, come si è visto, nessuno, né Giorgio Napolitano Sergio Mattarella (ma prima di loro neppure Scalfaro o Ciampi), si lascia sfuggire l’occasione di decidere chi mettere al posto del dimissionato. La Costituzione dice che il popolo è sovrano, ma i presidenti della Repubblica, una volta sul Colle, si convincono di essere i veri monarchi, soprattutto ora che hanno preso il vizio di rimanere incollati alla poltrona anche una volta scaduto il settennato. Infatti, quando nel 1994 Berlusconi cadde, il Campanaro (soprannome che fu affibbiato all’onorevole di Novara che guidò il Paese ai tempi di Mani pulite) lo sostituì con Lamberto Dini. E quando fu Romano Prodi a essere costretto a gettare la spugna, a Palazzo Chigi arrivò Massimo D’Alema, che gli italiani di certo non volevano come capo del governo. Grazie ai giochi di potere ci toccò anche Giuliano Amato, per poi ritrovarci dopo qualche anno Mario Monti, quindi Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, tutti signori che non furono certo scelti dagli elettori, ma che una maggioranza di onorevoli timorosi di andare a casa votò senza alcuna esitazione.

Ecco, se ci fosse stato il premierato, ci saremmo risparmiati D’Alema, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni e perfino Mario Draghi, perché una volta caduti Prodi, Berlusconi e perfino Giuseppe Conte saremmo tornati dritti alle elezioni. Lo so che il dibattito sulle riforme fa addormentare anche il più attento dei lettori. Però, pensate: se davvero si riuscisse a cambiare la Costituzione e restituire la parola agli italiani, quanti governi dei «migliori» e dei professori ci risparmieremmo? Quanti voltagabbana in meno avremmo? E, soprattutto, i Napolitano e i Mattarella non potrebbero più fare e disfare i governi. Anzi, forse non potrebbero più neppure stare al Quirinale, soprattutto se insieme al premierato ci fosse anche l’elezione diretta del capo dello Stato. Non vale dunque la pena di prestare un po’ di attenzione alle riforme? Io penso di sì.

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