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2025-10-07
Premier francese giù dopo 836 minuti. Ma l’Eliseo gli allunga la vita di 48 ore
Sébastien Lecornu (Ansa)
La maionese transalpina è impazzita. Per la terza volta nel giro di un anno, la Francia non ha più un governo. Salvo salvataggi in extremis. Il premier Sébastien Lecornu ha infatti gettato la spugna prima ancora di iniziare a governare, anche se ieri Macron gli ha concesso un altro giorno per delle «ultime consultazioni». Lecornu ha accettato, ma escludendo di poter essere lui il premier di un eventuale esecutivo per cui si trovasse la quadra (e non si capisce, a questo punto, a che titolo tenga le consultazioni). Il giovane macroniano si era preso una ventina di giorni per partorire un nuovo esecutivo, praticamente una fotocopia del precedente guidato da François Bayrou, ma gli sono bastate meno di 24 ore per mandare tutto all’aria. Lecornu ha spiegato i motivi della sua scelta ieri mattina, davanti ai giornalisti riuniti nel cortile di Palazzo Matignon, l’equivalente transalpino di Palazzo Chigi, e non ha risparmiato critiche ai partiti.
«Non sussistevano più le condizioni per poter esercitare le mie funzioni e consentire al governo di presentarsi domani all’Assemblea Nazionale» ha dichiarato Lecornu prima di criticare l’atteggiamento dei «partiti politici che a volte fingevano di non vedere il cambiamento, la rottura profonda» rappresentata dalla scelta «di non applicare l’articolo 49.3» che permette ai governi francesi di funzionare a colpi di fiducia.
A far precipitare la situazione sembra aver contribuito fortemente la nomina di Bruno Le Maire al ministero della Difesa. L’annuncio del nuovo incarico per colui che è stato, per anni, il ministro delle Finanze di Emmanuel Macron, è stato accolto come un lampo a ciel sereno soprattutto dalla destra moderata de Les Républicains (Lr). La conferma è arrivata dal leader del partito, nonché ministro dell’Interno uscente, Bruno Retailleau, che ieri al tg delle 13 di Tf1 ha dichiarato senza giri di parole: «Lecornu mi ha nascosto la nomina di Bruno Le Maire». Insomma, per Lr l’arrivo di Le Maire alla Difesa (ministero guidato fino a poche settimane fa proprio da Lecornu) è stato una sorta di pugnalata alle spalle che li ha fatti sentire come una stampella di soccorso di un nuovo governo troppo macronista per i loro gusti.
Il leader repubblicano ha anche detto che «bisogna che Macron prenda la parola» perché è l’unico che ha «il potere di sciogliere l’Assemblea nazionale o di nominare un altro governo». Il caos che regna nella politica d’Oltralpe non significa però, per Retailleau, che l’unica strada percorribile sia quella delle elezioni anticipate. Tuttavia, se Macron decidesse, una volta fallite le consultazioni supplementari, di sciogliere la Camera bassa del parlamento francese, per i Républicains non ci sarebbero problemi. Lo ha confermato alla radio France Inter il capogruppo Lr al parlamento Ue, François-Xavier Bellamy, secondo il quale «noi non abbiamo nulla da temere» nemmeno «uno scioglimento».
La fine anticipata della legislatura sembra essere qualcosa di ineluttabile. Per la leader del Rassemblement national (Rn), Marine Le Pen, le dimissioni di Lecornu sono state una «misura di saggezza». La stessa politica si è chiesta quanto Macron riuscirà ancora a «resistere allo scioglimento» che lei ha richiesto nuovamente. Lo stesso concetto è stato espresso anche dal suo collega di partito, Jordan Bardella, per il quale «è necessario che la Francia ritrovi un funzionamento democratico sano». Secondo il giovane capogruppo Rn al parlamento Ue, l’alternativa al voto anticipato sarebbe l’uscita di scena di Macron. Bardella ha ammesso, con lucidità, che «la mozione di destituzione» del presidente della Repubblica, presentata dalle sinistre «non ha alcuna possibilità di riuscita» e dunque Macron «non avrà altra scelta» se non quella di dimettersi, ha chiosato Bardella.
Anche l’esponente Lr David Lisnard, primo cittadino di Cannes nonché presidente dell’associazione dei sindaci francesi, ha chiesto le dimissioni del capo dello Stato transalpino. Una richiesta condivisa da Mathilde Panot, deputata dell’estrema sinistra de La France insoumise (Lfi) che ha evocato su X l’avvio di un «conto alla rovescia» per la fine del mandato di Macron. Il fondatore di Lfi, Jean-Luc Mélenchon, ha invece ricordato la mozione di destituzione del capo dello Stato, già firmata da più di cento deputati.
Va anche detto che, tra le sinistre, non tutti credono all’uscita di scena del presidente della Repubblica. È il caso degli ecologisti, guidati da Marine Tondelier; secondo la quale, Macron ha davanti a sé tre opzioni : «le dimissioni, lo scioglimento o la nomina di un primo ministro di sinistra». La stessa richiesta è stata avanzata da Pierre Jouvet, deputato socialista, che ha parlato della «nomina di un primo ministro proveniente dalla sinistra e dagli ecologisti». Anche Marion Maréchal non ha parlato delle dimissioni di Macron ma, piuttosto, della formazione di una «coalizione delle destre» nella prospettiva di un «ritorno alle urne».
Tutte ipotesi che verrebbero meno se Lecornu riuscisse a ritrovare una maggioranza entro domani.
Macron valuta soluzioni drastiche
Oltre che i conti pubblici e la pazienza dei cittadini, la grave crisi politica da cui Parigi non riesce a uscire mette a dura prova anche la fantasia degli analisti. Difficile, infatti, ipotizzare scenari diversi rispetto a quanto già fatto poche settimane fa. Qualora fallisse il tentativo in extremis con Sébastien Lecornu, che ha ottenuto 48 ore per delle «ultime consultazioni», le alternative sul tavolo di Emmanuel Macron sarebbero sempre quelle, con l’unica differenza che a ogni giro di giostra diventano tutte un po’ meno credibili e percorribili. Salvo forse una: le dimissioni del presidente stesso.
Un tempo era solo La France insoumise e la destra sovranista a chiedere questo passo di lato del presidente, mentre oggi sempre più esponenti dei Républicains cominciano ad aggiungersi al coro. Sarebbe un gesto clamoroso e che potrebbe essere risolutivo. Ma finora era ritenuto uno dei più improbabili. Non solo per fattori caratteriali e per il ben noto narcisismo di Macron, ma anche perché aprirebbe le porte a un possibile scenario da armageddon per l’establishment francese. La vittoria del candidato del Rassemblement national, quanto meno al primo turno, sarebbe infatti scontata in caso di nuove elezioni presidenziali. Certo, il sistema col doppio turno permette alle élite di sperare nell’ennesima riedizione del fronte repubblicano. Che tuttavia, col passare del tempo, appare sempre più simile alla linea Maginot, apparentemente incrollabile, ma nei fatti con sempre più crepe. Le pressioni sull’inquilino dell’Eliseo, in una parabola di impopolarità crescente, affinché tolga il disturbo sono forti. Finora sono andate a vuoto. Ieri, tuttavia, Le Parisien scriveva che, secondo fonti dell’Eliseo, il presidente sarebbe pronto a «prendersi le sue responsabilità» qualora le consultazioni andassero a vuoto. Una formula sibillina, tutta da indagare.
Un’altra possibilità, molto meno risolutiva, prevede la nomina di un nuovo premier, l’ennesimo. Le figure papabili, tuttavia, cominciano a scarseggiare. Un esponente di sinistra (il Partito socialista lo ha chiesto apertamente) o di destra avrebbe ben poche possibilità di superare le forche caudine dell’Aula. È vero, in Francia il primo ministro non è obbligato a presentarsi all’Assemblea nazionale per ottenere un voto di fiducia. Ma può essere chiamato a superare una «mozione di censura». Trovare l’incastro numerico e politico tra i quattro blocchi (sinistra, centro macroniano, destra moderata e destra sovranista) è quasi impossibile. Mancano anche all’orizzonte figure autorevoli super partes, o presunte tali, che possano ottenere consensi bipartisan. O forse i francesi sono semplicemente meno ingenui di noi e non si fanno abbindolare dal primo loden che passa.
Un ulteriore scenario prevede l’annuncio di una nuova dissoluzione dell’Assemblea nazionale, la seconda in poco più di un anno dopo quella decisa nel giugno 2024. Un po’ tutti i partiti la stanno chiedendo a gran voce. Ma non è chiaro cosa, dopo così pochi mesi, potrebbe rompere quella sorta di stallo alla messicana che si è venuto a creare fra i partiti.
C’è poi un’ulteriore, estrema ipotesi, che era circolata già alla vigilia della nomina di Sébastien Lecornu e che a maggior ragione potrebbe ritornare in auge oggi. Si tratta di quanto previsto dall’articolo 16 della Costituzione francese, che prefigura una sorta di stato d’emergenza. Nel caso, l’Eliseo assumerebbe sia il potere legislativo che quello esecutivo. Finora l’articolo è stato applicato solo da Charles De Gaulle, dopo il tentato putsch dei generali nel 1961. Si tratta di una misura estrema, prevista in molti ordinamenti, con la non trascurabile differenza che la Francia è l’unico Paese in cui è proprio la persona che assume i pieni poteri a conferirseli da sola. Qualche settimana fa, secondo i media francesi, Macron aveva avviato delle consultazioni con i giuristi per sapere se tale eventualità sia compatibile con lo scenario in essere. Per applicare l’articolo 16, il presidente della Repubblica deve giustificare «un’interruzione del regolare funzionamento dei poteri pubblici» o «una minaccia insurrezionale grave e immediata, suscettibile di mettere in discussione l’integrità del territorio, l’indipendenza della nazione o l’esecuzione degli impegni internazionali francesi». Ovviamente una crisi di governo, di suo, mal si presta a essere evocata come pretesto per questa sorta di colpo di mano, sia pur a norma di legge. Una serie di crisi una dopo l’altra, con lo spettro del default economico dietro l’angolo, le proteste nelle piazze e i venti di guerra nel mondo, forse sì. Chissà che non sia questa l’«assunzione di responsabilità» che ha in mente Macron.
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Caos Francia: la destra fa saltare Lecornu appena insediato. L’accusa: «Ci ha mentito sulle nomine». Indette altre consultazioni in extremis, però l’effimero primo ministro già si sfila: «In ogni caso non governerò io».Macron si dichiara pronto a «prendersi le proprie responsabilità» se il suo uomo fallisse ancora. Dimissioni o nuove elezioni politiche? L’ipotesi del «colpo di mano».Lo speciale contiene due articoli.La maionese transalpina è impazzita. Per la terza volta nel giro di un anno, la Francia non ha più un governo. Salvo salvataggi in extremis. Il premier Sébastien Lecornu ha infatti gettato la spugna prima ancora di iniziare a governare, anche se ieri Macron gli ha concesso un altro giorno per delle «ultime consultazioni». Lecornu ha accettato, ma escludendo di poter essere lui il premier di un eventuale esecutivo per cui si trovasse la quadra (e non si capisce, a questo punto, a che titolo tenga le consultazioni). Il giovane macroniano si era preso una ventina di giorni per partorire un nuovo esecutivo, praticamente una fotocopia del precedente guidato da François Bayrou, ma gli sono bastate meno di 24 ore per mandare tutto all’aria. Lecornu ha spiegato i motivi della sua scelta ieri mattina, davanti ai giornalisti riuniti nel cortile di Palazzo Matignon, l’equivalente transalpino di Palazzo Chigi, e non ha risparmiato critiche ai partiti.«Non sussistevano più le condizioni per poter esercitare le mie funzioni e consentire al governo di presentarsi domani all’Assemblea Nazionale» ha dichiarato Lecornu prima di criticare l’atteggiamento dei «partiti politici che a volte fingevano di non vedere il cambiamento, la rottura profonda» rappresentata dalla scelta «di non applicare l’articolo 49.3» che permette ai governi francesi di funzionare a colpi di fiducia.A far precipitare la situazione sembra aver contribuito fortemente la nomina di Bruno Le Maire al ministero della Difesa. L’annuncio del nuovo incarico per colui che è stato, per anni, il ministro delle Finanze di Emmanuel Macron, è stato accolto come un lampo a ciel sereno soprattutto dalla destra moderata de Les Républicains (Lr). La conferma è arrivata dal leader del partito, nonché ministro dell’Interno uscente, Bruno Retailleau, che ieri al tg delle 13 di Tf1 ha dichiarato senza giri di parole: «Lecornu mi ha nascosto la nomina di Bruno Le Maire». Insomma, per Lr l’arrivo di Le Maire alla Difesa (ministero guidato fino a poche settimane fa proprio da Lecornu) è stato una sorta di pugnalata alle spalle che li ha fatti sentire come una stampella di soccorso di un nuovo governo troppo macronista per i loro gusti.Il leader repubblicano ha anche detto che «bisogna che Macron prenda la parola» perché è l’unico che ha «il potere di sciogliere l’Assemblea nazionale o di nominare un altro governo». Il caos che regna nella politica d’Oltralpe non significa però, per Retailleau, che l’unica strada percorribile sia quella delle elezioni anticipate. Tuttavia, se Macron decidesse, una volta fallite le consultazioni supplementari, di sciogliere la Camera bassa del parlamento francese, per i Républicains non ci sarebbero problemi. Lo ha confermato alla radio France Inter il capogruppo Lr al parlamento Ue, François-Xavier Bellamy, secondo il quale «noi non abbiamo nulla da temere» nemmeno «uno scioglimento».La fine anticipata della legislatura sembra essere qualcosa di ineluttabile. Per la leader del Rassemblement national (Rn), Marine Le Pen, le dimissioni di Lecornu sono state una «misura di saggezza». La stessa politica si è chiesta quanto Macron riuscirà ancora a «resistere allo scioglimento» che lei ha richiesto nuovamente. Lo stesso concetto è stato espresso anche dal suo collega di partito, Jordan Bardella, per il quale «è necessario che la Francia ritrovi un funzionamento democratico sano». Secondo il giovane capogruppo Rn al parlamento Ue, l’alternativa al voto anticipato sarebbe l’uscita di scena di Macron. Bardella ha ammesso, con lucidità, che «la mozione di destituzione» del presidente della Repubblica, presentata dalle sinistre «non ha alcuna possibilità di riuscita» e dunque Macron «non avrà altra scelta» se non quella di dimettersi, ha chiosato Bardella.Anche l’esponente Lr David Lisnard, primo cittadino di Cannes nonché presidente dell’associazione dei sindaci francesi, ha chiesto le dimissioni del capo dello Stato transalpino. Una richiesta condivisa da Mathilde Panot, deputata dell’estrema sinistra de La France insoumise (Lfi) che ha evocato su X l’avvio di un «conto alla rovescia» per la fine del mandato di Macron. Il fondatore di Lfi, Jean-Luc Mélenchon, ha invece ricordato la mozione di destituzione del capo dello Stato, già firmata da più di cento deputati.Va anche detto che, tra le sinistre, non tutti credono all’uscita di scena del presidente della Repubblica. È il caso degli ecologisti, guidati da Marine Tondelier; secondo la quale, Macron ha davanti a sé tre opzioni : «le dimissioni, lo scioglimento o la nomina di un primo ministro di sinistra». La stessa richiesta è stata avanzata da Pierre Jouvet, deputato socialista, che ha parlato della «nomina di un primo ministro proveniente dalla sinistra e dagli ecologisti». Anche Marion Maréchal non ha parlato delle dimissioni di Macron ma, piuttosto, della formazione di una «coalizione delle destre» nella prospettiva di un «ritorno alle urne».Tutte ipotesi che verrebbero meno se Lecornu riuscisse a ritrovare una maggioranza entro domani.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/premier-francese-giu-836-minuti-2674160643.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="macron-valuta-soluzioni-drastiche" data-post-id="2674160643" data-published-at="1759818183" data-use-pagination="False"> Macron valuta soluzioni drastiche Oltre che i conti pubblici e la pazienza dei cittadini, la grave crisi politica da cui Parigi non riesce a uscire mette a dura prova anche la fantasia degli analisti. Difficile, infatti, ipotizzare scenari diversi rispetto a quanto già fatto poche settimane fa. Qualora fallisse il tentativo in extremis con Sébastien Lecornu, che ha ottenuto 48 ore per delle «ultime consultazioni», le alternative sul tavolo di Emmanuel Macron sarebbero sempre quelle, con l’unica differenza che a ogni giro di giostra diventano tutte un po’ meno credibili e percorribili. Salvo forse una: le dimissioni del presidente stesso.Un tempo era solo La France insoumise e la destra sovranista a chiedere questo passo di lato del presidente, mentre oggi sempre più esponenti dei Républicains cominciano ad aggiungersi al coro. Sarebbe un gesto clamoroso e che potrebbe essere risolutivo. Ma finora era ritenuto uno dei più improbabili. Non solo per fattori caratteriali e per il ben noto narcisismo di Macron, ma anche perché aprirebbe le porte a un possibile scenario da armageddon per l’establishment francese. La vittoria del candidato del Rassemblement national, quanto meno al primo turno, sarebbe infatti scontata in caso di nuove elezioni presidenziali. Certo, il sistema col doppio turno permette alle élite di sperare nell’ennesima riedizione del fronte repubblicano. Che tuttavia, col passare del tempo, appare sempre più simile alla linea Maginot, apparentemente incrollabile, ma nei fatti con sempre più crepe. Le pressioni sull’inquilino dell’Eliseo, in una parabola di impopolarità crescente, affinché tolga il disturbo sono forti. Finora sono andate a vuoto. Ieri, tuttavia, Le Parisien scriveva che, secondo fonti dell’Eliseo, il presidente sarebbe pronto a «prendersi le sue responsabilità» qualora le consultazioni andassero a vuoto. Una formula sibillina, tutta da indagare.Un’altra possibilità, molto meno risolutiva, prevede la nomina di un nuovo premier, l’ennesimo. Le figure papabili, tuttavia, cominciano a scarseggiare. Un esponente di sinistra (il Partito socialista lo ha chiesto apertamente) o di destra avrebbe ben poche possibilità di superare le forche caudine dell’Aula. È vero, in Francia il primo ministro non è obbligato a presentarsi all’Assemblea nazionale per ottenere un voto di fiducia. Ma può essere chiamato a superare una «mozione di censura». Trovare l’incastro numerico e politico tra i quattro blocchi (sinistra, centro macroniano, destra moderata e destra sovranista) è quasi impossibile. Mancano anche all’orizzonte figure autorevoli super partes, o presunte tali, che possano ottenere consensi bipartisan. O forse i francesi sono semplicemente meno ingenui di noi e non si fanno abbindolare dal primo loden che passa.Un ulteriore scenario prevede l’annuncio di una nuova dissoluzione dell’Assemblea nazionale, la seconda in poco più di un anno dopo quella decisa nel giugno 2024. Un po’ tutti i partiti la stanno chiedendo a gran voce. Ma non è chiaro cosa, dopo così pochi mesi, potrebbe rompere quella sorta di stallo alla messicana che si è venuto a creare fra i partiti.C’è poi un’ulteriore, estrema ipotesi, che era circolata già alla vigilia della nomina di Sébastien Lecornu e che a maggior ragione potrebbe ritornare in auge oggi. Si tratta di quanto previsto dall’articolo 16 della Costituzione francese, che prefigura una sorta di stato d’emergenza. Nel caso, l’Eliseo assumerebbe sia il potere legislativo che quello esecutivo. Finora l’articolo è stato applicato solo da Charles De Gaulle, dopo il tentato putsch dei generali nel 1961. Si tratta di una misura estrema, prevista in molti ordinamenti, con la non trascurabile differenza che la Francia è l’unico Paese in cui è proprio la persona che assume i pieni poteri a conferirseli da sola. Qualche settimana fa, secondo i media francesi, Macron aveva avviato delle consultazioni con i giuristi per sapere se tale eventualità sia compatibile con lo scenario in essere. Per applicare l’articolo 16, il presidente della Repubblica deve giustificare «un’interruzione del regolare funzionamento dei poteri pubblici» o «una minaccia insurrezionale grave e immediata, suscettibile di mettere in discussione l’integrità del territorio, l’indipendenza della nazione o l’esecuzione degli impegni internazionali francesi». Ovviamente una crisi di governo, di suo, mal si presta a essere evocata come pretesto per questa sorta di colpo di mano, sia pur a norma di legge. Una serie di crisi una dopo l’altra, con lo spettro del default economico dietro l’angolo, le proteste nelle piazze e i venti di guerra nel mondo, forse sì. Chissà che non sia questa l’«assunzione di responsabilità» che ha in mente Macron.
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Una terra molto diversa, sconfinata, abitata da strani esseri (ci vollero circa una cinquantina di anni, e pagine e pagine di discussioni sulla loro natura, affinché gli indios fossero riconosciuti come «veri uomini», dunque dotati di pieni diritti e non riducibili in schiavitù). Pochi anni dopo, nel 1516, Tommaso Moro (poi martire e santo) inventò il termine «utopia», giocando su una possibile doppia etimologia greca: «non-luogo» o «buon luogo». E non è un caso che, proprio in quel periodo, nella cultura occidentale si insinuò l’idea che fosse possibile ripartire da zero, costruire un «mondo nuovo», più giusto e più libero. Per Moro era il tratteggio di uno Stato ideale, ma per molti fu la speranza, al di là degli esiti, di un «altrove» esistente, una nuova terra appena scoperta. E la rottura di una gabbia ideologica che aveva, nel tardo Medioevo, forse un po’ soffocato il mondo in un sistema di pensiero - benché straordinario - come quello scolastico.
Nemmeno può essere un caso, dunque, che gli Stati Uniti, nazione nata dall’incontro di avventurieri e immigrati in cerca di fortuna, siano diventati i grandi produttori globali di narrazioni sugli alieni (dal latino «altrui», ma anche «estraneo») e sull’ignoto, a volte sotto il segno della minaccia a volte sotto quello della curiosità e del mistero. Anche altre culture, naturalmente, hanno raccontato mondi altri, con forme di vita extraterrestri, ma è nella natura stessa degli Stati Uniti una tensione a scoprire e colonizzare l’ignoto. Sono gli Usa la patria di Star Wars, di Et e Isaac Asimov, solo per citarne alcuni. È evidente che queste storie toccano corde profonde dell’inconscio collettivo americano, rinnovano uno slancio originario. Ecco perché, forse, l’amministrazione Maga ha deciso di desecretare i file governativi relativi «alla vita aliena ed extraterrestre, ai fenomeni aerei non identificati (Uap) e agli oggetti volanti non identificati (Ufo)» (Donald Trump, 19 febbraio 2026, su Truth). Per alcuni si tratta del solito vecchio espediente, cioè distrarre la popolazione dai fallimenti del governo, ma sicuramente per gli americani - e non solo - è un tema che va a sollecitare le fibre più intime.
Venerdì il ministero della Guerra ha rilasciato la prima tranche di file. Si tratta di documenti - report, immagini, filmati, audio - che arrivano fino agli anni recenti ma partono già dal 1947. Per esempio, la registrazione delle comunicazioni aria-terra durante il volo della missione Gemini 7. L’astronauta Frank Borman riferisce al centro di controllo missione Nasa a Houston, il 5 dicembre 1965, di aver avvistato un oggetto non identificato che ha chiamato «bogey». Durante lo scambio, Borman descrive tre elementi: il booster (il razzo che ha portato la navicella in orbita), centinaia di piccole particelle e, appunto, un terzo oggetto non identificato.
Una foto della superficie lunare vista dal sito di allunaggio dell’Apollo 12, quindi nel 1969, presenta fenomeni visibili non identificati sopra l’orizzonte. Nel debriefing dell’Apollo 11, reso pubblico per la prima volta dopo quasi 60 anni, l’astronauta Buzz Aldrin descrive la vista di un oggetto «di dimensioni considerevoli» vicino alla superficie lunare e una fonte di luce così intensa da sembrare un laser.
Tra i file figurano video ripresi da sensori militari in diverse aree del mondo. Uno mostra un oggetto a forma di «pallone da football» avvistato nel Mar Cinese Orientale nel 2022, ma in molti altri filmati si vedono «puntini» che si muovono in modo erratico sopra Iraq, Siria ed Emirati Arabi Uniti negli ultimi anni. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha inviato un rapporto su un fenomeno anomalo non identificato ripreso in cinque secondi di filmato da un sensore a infrarossi installato su una piattaforma militare a maggio del 2022. Nel video, un oggetto simile a un missile attraversa lo schermo per pochi secondi a velocità molto sostenuta. «I lettori non devono interpretare alcuna parte di questa descrizione come un giudizio analitico, una conclusione investigativa o una determinazione fattuale riguardo alla validità, natura o rilevanza dell’evento descritto», si legge in fondo al commento del filmato. Eppure, evidentemente, gli esperti Oltreoceano non riescono a spiegare il fenomeno.
Tra i file c’è anche una foto elaborata dall’Fbi che ricrea i resoconti concordanti di testimoni oculari del settembre 2023 riguardanti un apparente oggetto metallico di colore bronzo a forma ellissoidale, lungo tra i 130 e i 195 piedi, che si materializzò da una luce brillante nel cielo e scomparve istantaneamente. In generale, non vi è alcunché di inequivocabile, ed è anzi verosimile che la maggior parte le anomalie registrate dalle videocamere abbiano spiegazioni plausibili da parte degli addetti ai lavori.
Si tratta, comunque, solo della prima tranche: altri rilasci avverranno nei prossimi mesi, in quello che è un immaginario senz’altro molto americano, capace però di affascinare anche il Vecchio continente. E che forse riflette, oggi come allora, un po’ l’archetipo del cercatore/esploratore (antico almeno quanto Ulisse), un po’ la possibilità di un’evasione. E forse anche la speranza, attraverso l’incontro con l’Altro, di scoprire qualcosa di più su noi stessi.
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Fanno eccezioni le scuole in situazioni disagiate, come nelle piccole isole, nei Comuni montani, nelle zone abitate da minoranze linguistiche dove possono essere costituite classi uniche con un numero di alunni inferiori.
Il problema è che in tutta Italia nascono sempre meno bimbi, da 576.659 del 2008 siamo passati a 355.000 del 2025; il numero medio di figli per donna è sceso da 2,34 del 2008 a 1,14 del 2025 e la soglia d’obbligo della normativa vigente ostacola di fatto l’avvio del ciclo d’istruzione.
Come accade nelle frazioni romagnole di Macerone e Ponte Pietra. «Nell’arco di dieci anni a Cesena abbiamo perso il 33% delle nascite», ha spiegato l’assessore comunale alla Scuola, Elena Baredi, ricordando sul Resto del Carlino che «nel 2020 i nuovi nati erano 624, nel 2025 sono scesi a 471: 153 bambini in meno, un dato pesante se pensiamo agli effetti che avrà sulle scuole primarie nei prossimi anni».
A sedere a settembre sui banchi della prima elementare saranno i bambini nati nel 2020, inizio Covid, e dopo quello che hanno passato tra restrizioni nei giochi all’aria aperta e socialità ridotta per non dire assente, si vedono negare pure il diritto di andare a scuola nel proprio Comune. A Montesicuro, frazione di Ancona, malgrado le rassicurazioni dell’assessore comunale alle Politiche educative, Antonella Andreoli, i genitori non sono ancora certi che partirà la prima elementare. Le domande di iscrizione si sono fermate a quota 8 e rimane il rischio di dover spostare i bambini su altri plessi, con grande disagio delle famiglie malgrado sia stato promesso il trasporto scolastico.
In Toscana, sulle colline della Valdinievole, nel Comune di Massa e Cozzile, con soli 11 bambini iscritti l’Ufficio scolastico regionale potrebbe non attivare la classe prima. I cittadini hanno promosso una raccolta firme, segnalando che il Comune ha investito nel recupero di cinque appartamenti nel centro storico per attirare nuove famiglie e sarebbe un controsenso tagliare i servizi scolastici. Secondo l’associazione Gilda degli insegnanti di Lucca e Massa Carrara, la stima del calo delle iscrizioni 2026-2027 nella scuola primaria è del - 6,8% rispetto al 2025, con conseguente mancata attivazione delle classi prime.
La Puglia registra -950 iscrizioni nella scuola primaria, con perdite più importanti a Taranto (-6,76%), oltre a prevedere una diminuzione di 3.080 studenti considerando anche la secondaria di primo e secondo grado. In Sardegna, Regione col tasso di fecondità più basso in Italia per il sesto anno consecutivo (0,85 figli per donna), nel 2025 si registrarono circa 2.000 iscrizioni in meno, rispetto al 2024. La scuola elementare di Villa Carcina, frazione di Brescia, chiuderà a settembre perché non ci sono bambini, non è possibile formare le classi. Stessa sorte subiranno le elementari «Aldo Moro» di Fontana e «Giovanni Paolo II» di Rossaghe; incerta anche la sorte della scuola primaria di Temù, nell’Alta Val Camonica, dove cinque dei sette bambini che la frequentano andranno alle medie a settembre e nessuno entrerà in prima. Lo scorso settembre era stata chiusa la scuola elementare «Gianni Rodari» di Gazzolo, frazione di Lumezzane, sempre nel Bresciano.
«Stimiamo circa 420-440 nuovi iscritti in prima, contro i 600 dei primi anni 2000: una riduzione che supera il 30%», ha dichiarato Piervincenzo Di Terlizzi, dirigente scolastico dell’istituto tecnico Kennedy di Pordenone, Friuli-Venezia Giulia. In un’intervista a Tecnica della scuola ha ricordato: «Settembre 2026 segna anche l’ingresso nella scuola primaria dei bimbi nati nel 2020, anno del Covid. È un momento simbolico e concreto: questi bambini sono nati in uno dei periodi più difficili del dopoguerra, in un anno in cui le nascite in provincia hanno toccato uno dei valori più bassi degli ultimi decenni. Non è solo statistica; è la conseguenza di scelte fatte anni fa che ora si manifestano nelle nostre aule».
A febbraio, Marcello Pacifico, presidente nazionale di Anief, Sssociazione professionale e sindacale del mondo dell’Istruzione, aveva dichiarato: «Salvaguardare l’attivazione delle classi prime nei piccoli comuni significa tutelare il diritto allo studio, ma anche la coesione territoriale e la vitalità delle comunità». Secondo Anief, serve rivedere la norma del 2009 includendo le realtà demograficamente critiche nelle deroghe alla formazione delle classi per le quali non è vincolante il numero minimo di 15 alunni. Sarebbe un segnale importante, di attenzione alle politiche familiari.
Non dimentichiamo, inoltre, che il nuovo Fondo per le attività socioeducative territoriali a favore dei minori, 60 milioni di euro annui a decorrere dal 2026, (decreto firmato il 7 maggio) vedrà le sue risorse ripartite tra i Comuni tenendo conto dei dati Istat relativi alla popolazione minorile residente risultante dall’ultimo censimento. I finanziamenti calano, con il calo della natalità.
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