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2025-10-07
Premier francese giù dopo 836 minuti. Ma l’Eliseo gli allunga la vita di 48 ore
Sébastien Lecornu (Ansa)
La maionese transalpina è impazzita. Per la terza volta nel giro di un anno, la Francia non ha più un governo. Salvo salvataggi in extremis. Il premier Sébastien Lecornu ha infatti gettato la spugna prima ancora di iniziare a governare, anche se ieri Macron gli ha concesso un altro giorno per delle «ultime consultazioni». Lecornu ha accettato, ma escludendo di poter essere lui il premier di un eventuale esecutivo per cui si trovasse la quadra (e non si capisce, a questo punto, a che titolo tenga le consultazioni). Il giovane macroniano si era preso una ventina di giorni per partorire un nuovo esecutivo, praticamente una fotocopia del precedente guidato da François Bayrou, ma gli sono bastate meno di 24 ore per mandare tutto all’aria. Lecornu ha spiegato i motivi della sua scelta ieri mattina, davanti ai giornalisti riuniti nel cortile di Palazzo Matignon, l’equivalente transalpino di Palazzo Chigi, e non ha risparmiato critiche ai partiti.
«Non sussistevano più le condizioni per poter esercitare le mie funzioni e consentire al governo di presentarsi domani all’Assemblea Nazionale» ha dichiarato Lecornu prima di criticare l’atteggiamento dei «partiti politici che a volte fingevano di non vedere il cambiamento, la rottura profonda» rappresentata dalla scelta «di non applicare l’articolo 49.3» che permette ai governi francesi di funzionare a colpi di fiducia.
A far precipitare la situazione sembra aver contribuito fortemente la nomina di Bruno Le Maire al ministero della Difesa. L’annuncio del nuovo incarico per colui che è stato, per anni, il ministro delle Finanze di Emmanuel Macron, è stato accolto come un lampo a ciel sereno soprattutto dalla destra moderata de Les Républicains (Lr). La conferma è arrivata dal leader del partito, nonché ministro dell’Interno uscente, Bruno Retailleau, che ieri al tg delle 13 di Tf1 ha dichiarato senza giri di parole: «Lecornu mi ha nascosto la nomina di Bruno Le Maire». Insomma, per Lr l’arrivo di Le Maire alla Difesa (ministero guidato fino a poche settimane fa proprio da Lecornu) è stato una sorta di pugnalata alle spalle che li ha fatti sentire come una stampella di soccorso di un nuovo governo troppo macronista per i loro gusti.
Il leader repubblicano ha anche detto che «bisogna che Macron prenda la parola» perché è l’unico che ha «il potere di sciogliere l’Assemblea nazionale o di nominare un altro governo». Il caos che regna nella politica d’Oltralpe non significa però, per Retailleau, che l’unica strada percorribile sia quella delle elezioni anticipate. Tuttavia, se Macron decidesse, una volta fallite le consultazioni supplementari, di sciogliere la Camera bassa del parlamento francese, per i Républicains non ci sarebbero problemi. Lo ha confermato alla radio France Inter il capogruppo Lr al parlamento Ue, François-Xavier Bellamy, secondo il quale «noi non abbiamo nulla da temere» nemmeno «uno scioglimento».
La fine anticipata della legislatura sembra essere qualcosa di ineluttabile. Per la leader del Rassemblement national (Rn), Marine Le Pen, le dimissioni di Lecornu sono state una «misura di saggezza». La stessa politica si è chiesta quanto Macron riuscirà ancora a «resistere allo scioglimento» che lei ha richiesto nuovamente. Lo stesso concetto è stato espresso anche dal suo collega di partito, Jordan Bardella, per il quale «è necessario che la Francia ritrovi un funzionamento democratico sano». Secondo il giovane capogruppo Rn al parlamento Ue, l’alternativa al voto anticipato sarebbe l’uscita di scena di Macron. Bardella ha ammesso, con lucidità, che «la mozione di destituzione» del presidente della Repubblica, presentata dalle sinistre «non ha alcuna possibilità di riuscita» e dunque Macron «non avrà altra scelta» se non quella di dimettersi, ha chiosato Bardella.
Anche l’esponente Lr David Lisnard, primo cittadino di Cannes nonché presidente dell’associazione dei sindaci francesi, ha chiesto le dimissioni del capo dello Stato transalpino. Una richiesta condivisa da Mathilde Panot, deputata dell’estrema sinistra de La France insoumise (Lfi) che ha evocato su X l’avvio di un «conto alla rovescia» per la fine del mandato di Macron. Il fondatore di Lfi, Jean-Luc Mélenchon, ha invece ricordato la mozione di destituzione del capo dello Stato, già firmata da più di cento deputati.
Va anche detto che, tra le sinistre, non tutti credono all’uscita di scena del presidente della Repubblica. È il caso degli ecologisti, guidati da Marine Tondelier; secondo la quale, Macron ha davanti a sé tre opzioni : «le dimissioni, lo scioglimento o la nomina di un primo ministro di sinistra». La stessa richiesta è stata avanzata da Pierre Jouvet, deputato socialista, che ha parlato della «nomina di un primo ministro proveniente dalla sinistra e dagli ecologisti». Anche Marion Maréchal non ha parlato delle dimissioni di Macron ma, piuttosto, della formazione di una «coalizione delle destre» nella prospettiva di un «ritorno alle urne».
Tutte ipotesi che verrebbero meno se Lecornu riuscisse a ritrovare una maggioranza entro domani.
Macron valuta soluzioni drastiche
Oltre che i conti pubblici e la pazienza dei cittadini, la grave crisi politica da cui Parigi non riesce a uscire mette a dura prova anche la fantasia degli analisti. Difficile, infatti, ipotizzare scenari diversi rispetto a quanto già fatto poche settimane fa. Qualora fallisse il tentativo in extremis con Sébastien Lecornu, che ha ottenuto 48 ore per delle «ultime consultazioni», le alternative sul tavolo di Emmanuel Macron sarebbero sempre quelle, con l’unica differenza che a ogni giro di giostra diventano tutte un po’ meno credibili e percorribili. Salvo forse una: le dimissioni del presidente stesso.
Un tempo era solo La France insoumise e la destra sovranista a chiedere questo passo di lato del presidente, mentre oggi sempre più esponenti dei Républicains cominciano ad aggiungersi al coro. Sarebbe un gesto clamoroso e che potrebbe essere risolutivo. Ma finora era ritenuto uno dei più improbabili. Non solo per fattori caratteriali e per il ben noto narcisismo di Macron, ma anche perché aprirebbe le porte a un possibile scenario da armageddon per l’establishment francese. La vittoria del candidato del Rassemblement national, quanto meno al primo turno, sarebbe infatti scontata in caso di nuove elezioni presidenziali. Certo, il sistema col doppio turno permette alle élite di sperare nell’ennesima riedizione del fronte repubblicano. Che tuttavia, col passare del tempo, appare sempre più simile alla linea Maginot, apparentemente incrollabile, ma nei fatti con sempre più crepe. Le pressioni sull’inquilino dell’Eliseo, in una parabola di impopolarità crescente, affinché tolga il disturbo sono forti. Finora sono andate a vuoto. Ieri, tuttavia, Le Parisien scriveva che, secondo fonti dell’Eliseo, il presidente sarebbe pronto a «prendersi le sue responsabilità» qualora le consultazioni andassero a vuoto. Una formula sibillina, tutta da indagare.
Un’altra possibilità, molto meno risolutiva, prevede la nomina di un nuovo premier, l’ennesimo. Le figure papabili, tuttavia, cominciano a scarseggiare. Un esponente di sinistra (il Partito socialista lo ha chiesto apertamente) o di destra avrebbe ben poche possibilità di superare le forche caudine dell’Aula. È vero, in Francia il primo ministro non è obbligato a presentarsi all’Assemblea nazionale per ottenere un voto di fiducia. Ma può essere chiamato a superare una «mozione di censura». Trovare l’incastro numerico e politico tra i quattro blocchi (sinistra, centro macroniano, destra moderata e destra sovranista) è quasi impossibile. Mancano anche all’orizzonte figure autorevoli super partes, o presunte tali, che possano ottenere consensi bipartisan. O forse i francesi sono semplicemente meno ingenui di noi e non si fanno abbindolare dal primo loden che passa.
Un ulteriore scenario prevede l’annuncio di una nuova dissoluzione dell’Assemblea nazionale, la seconda in poco più di un anno dopo quella decisa nel giugno 2024. Un po’ tutti i partiti la stanno chiedendo a gran voce. Ma non è chiaro cosa, dopo così pochi mesi, potrebbe rompere quella sorta di stallo alla messicana che si è venuto a creare fra i partiti.
C’è poi un’ulteriore, estrema ipotesi, che era circolata già alla vigilia della nomina di Sébastien Lecornu e che a maggior ragione potrebbe ritornare in auge oggi. Si tratta di quanto previsto dall’articolo 16 della Costituzione francese, che prefigura una sorta di stato d’emergenza. Nel caso, l’Eliseo assumerebbe sia il potere legislativo che quello esecutivo. Finora l’articolo è stato applicato solo da Charles De Gaulle, dopo il tentato putsch dei generali nel 1961. Si tratta di una misura estrema, prevista in molti ordinamenti, con la non trascurabile differenza che la Francia è l’unico Paese in cui è proprio la persona che assume i pieni poteri a conferirseli da sola. Qualche settimana fa, secondo i media francesi, Macron aveva avviato delle consultazioni con i giuristi per sapere se tale eventualità sia compatibile con lo scenario in essere. Per applicare l’articolo 16, il presidente della Repubblica deve giustificare «un’interruzione del regolare funzionamento dei poteri pubblici» o «una minaccia insurrezionale grave e immediata, suscettibile di mettere in discussione l’integrità del territorio, l’indipendenza della nazione o l’esecuzione degli impegni internazionali francesi». Ovviamente una crisi di governo, di suo, mal si presta a essere evocata come pretesto per questa sorta di colpo di mano, sia pur a norma di legge. Una serie di crisi una dopo l’altra, con lo spettro del default economico dietro l’angolo, le proteste nelle piazze e i venti di guerra nel mondo, forse sì. Chissà che non sia questa l’«assunzione di responsabilità» che ha in mente Macron.
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Caos Francia: la destra fa saltare Lecornu appena insediato. L’accusa: «Ci ha mentito sulle nomine». Indette altre consultazioni in extremis, però l’effimero primo ministro già si sfila: «In ogni caso non governerò io».Macron si dichiara pronto a «prendersi le proprie responsabilità» se il suo uomo fallisse ancora. Dimissioni o nuove elezioni politiche? L’ipotesi del «colpo di mano».Lo speciale contiene due articoli.La maionese transalpina è impazzita. Per la terza volta nel giro di un anno, la Francia non ha più un governo. Salvo salvataggi in extremis. Il premier Sébastien Lecornu ha infatti gettato la spugna prima ancora di iniziare a governare, anche se ieri Macron gli ha concesso un altro giorno per delle «ultime consultazioni». Lecornu ha accettato, ma escludendo di poter essere lui il premier di un eventuale esecutivo per cui si trovasse la quadra (e non si capisce, a questo punto, a che titolo tenga le consultazioni). Il giovane macroniano si era preso una ventina di giorni per partorire un nuovo esecutivo, praticamente una fotocopia del precedente guidato da François Bayrou, ma gli sono bastate meno di 24 ore per mandare tutto all’aria. Lecornu ha spiegato i motivi della sua scelta ieri mattina, davanti ai giornalisti riuniti nel cortile di Palazzo Matignon, l’equivalente transalpino di Palazzo Chigi, e non ha risparmiato critiche ai partiti.«Non sussistevano più le condizioni per poter esercitare le mie funzioni e consentire al governo di presentarsi domani all’Assemblea Nazionale» ha dichiarato Lecornu prima di criticare l’atteggiamento dei «partiti politici che a volte fingevano di non vedere il cambiamento, la rottura profonda» rappresentata dalla scelta «di non applicare l’articolo 49.3» che permette ai governi francesi di funzionare a colpi di fiducia.A far precipitare la situazione sembra aver contribuito fortemente la nomina di Bruno Le Maire al ministero della Difesa. L’annuncio del nuovo incarico per colui che è stato, per anni, il ministro delle Finanze di Emmanuel Macron, è stato accolto come un lampo a ciel sereno soprattutto dalla destra moderata de Les Républicains (Lr). La conferma è arrivata dal leader del partito, nonché ministro dell’Interno uscente, Bruno Retailleau, che ieri al tg delle 13 di Tf1 ha dichiarato senza giri di parole: «Lecornu mi ha nascosto la nomina di Bruno Le Maire». Insomma, per Lr l’arrivo di Le Maire alla Difesa (ministero guidato fino a poche settimane fa proprio da Lecornu) è stato una sorta di pugnalata alle spalle che li ha fatti sentire come una stampella di soccorso di un nuovo governo troppo macronista per i loro gusti.Il leader repubblicano ha anche detto che «bisogna che Macron prenda la parola» perché è l’unico che ha «il potere di sciogliere l’Assemblea nazionale o di nominare un altro governo». Il caos che regna nella politica d’Oltralpe non significa però, per Retailleau, che l’unica strada percorribile sia quella delle elezioni anticipate. Tuttavia, se Macron decidesse, una volta fallite le consultazioni supplementari, di sciogliere la Camera bassa del parlamento francese, per i Républicains non ci sarebbero problemi. Lo ha confermato alla radio France Inter il capogruppo Lr al parlamento Ue, François-Xavier Bellamy, secondo il quale «noi non abbiamo nulla da temere» nemmeno «uno scioglimento».La fine anticipata della legislatura sembra essere qualcosa di ineluttabile. Per la leader del Rassemblement national (Rn), Marine Le Pen, le dimissioni di Lecornu sono state una «misura di saggezza». La stessa politica si è chiesta quanto Macron riuscirà ancora a «resistere allo scioglimento» che lei ha richiesto nuovamente. Lo stesso concetto è stato espresso anche dal suo collega di partito, Jordan Bardella, per il quale «è necessario che la Francia ritrovi un funzionamento democratico sano». Secondo il giovane capogruppo Rn al parlamento Ue, l’alternativa al voto anticipato sarebbe l’uscita di scena di Macron. Bardella ha ammesso, con lucidità, che «la mozione di destituzione» del presidente della Repubblica, presentata dalle sinistre «non ha alcuna possibilità di riuscita» e dunque Macron «non avrà altra scelta» se non quella di dimettersi, ha chiosato Bardella.Anche l’esponente Lr David Lisnard, primo cittadino di Cannes nonché presidente dell’associazione dei sindaci francesi, ha chiesto le dimissioni del capo dello Stato transalpino. Una richiesta condivisa da Mathilde Panot, deputata dell’estrema sinistra de La France insoumise (Lfi) che ha evocato su X l’avvio di un «conto alla rovescia» per la fine del mandato di Macron. Il fondatore di Lfi, Jean-Luc Mélenchon, ha invece ricordato la mozione di destituzione del capo dello Stato, già firmata da più di cento deputati.Va anche detto che, tra le sinistre, non tutti credono all’uscita di scena del presidente della Repubblica. È il caso degli ecologisti, guidati da Marine Tondelier; secondo la quale, Macron ha davanti a sé tre opzioni : «le dimissioni, lo scioglimento o la nomina di un primo ministro di sinistra». La stessa richiesta è stata avanzata da Pierre Jouvet, deputato socialista, che ha parlato della «nomina di un primo ministro proveniente dalla sinistra e dagli ecologisti». Anche Marion Maréchal non ha parlato delle dimissioni di Macron ma, piuttosto, della formazione di una «coalizione delle destre» nella prospettiva di un «ritorno alle urne».Tutte ipotesi che verrebbero meno se Lecornu riuscisse a ritrovare una maggioranza entro domani.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/premier-francese-giu-836-minuti-2674160643.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="macron-valuta-soluzioni-drastiche" data-post-id="2674160643" data-published-at="1759818183" data-use-pagination="False"> Macron valuta soluzioni drastiche Oltre che i conti pubblici e la pazienza dei cittadini, la grave crisi politica da cui Parigi non riesce a uscire mette a dura prova anche la fantasia degli analisti. Difficile, infatti, ipotizzare scenari diversi rispetto a quanto già fatto poche settimane fa. Qualora fallisse il tentativo in extremis con Sébastien Lecornu, che ha ottenuto 48 ore per delle «ultime consultazioni», le alternative sul tavolo di Emmanuel Macron sarebbero sempre quelle, con l’unica differenza che a ogni giro di giostra diventano tutte un po’ meno credibili e percorribili. Salvo forse una: le dimissioni del presidente stesso.Un tempo era solo La France insoumise e la destra sovranista a chiedere questo passo di lato del presidente, mentre oggi sempre più esponenti dei Républicains cominciano ad aggiungersi al coro. Sarebbe un gesto clamoroso e che potrebbe essere risolutivo. Ma finora era ritenuto uno dei più improbabili. Non solo per fattori caratteriali e per il ben noto narcisismo di Macron, ma anche perché aprirebbe le porte a un possibile scenario da armageddon per l’establishment francese. La vittoria del candidato del Rassemblement national, quanto meno al primo turno, sarebbe infatti scontata in caso di nuove elezioni presidenziali. Certo, il sistema col doppio turno permette alle élite di sperare nell’ennesima riedizione del fronte repubblicano. Che tuttavia, col passare del tempo, appare sempre più simile alla linea Maginot, apparentemente incrollabile, ma nei fatti con sempre più crepe. Le pressioni sull’inquilino dell’Eliseo, in una parabola di impopolarità crescente, affinché tolga il disturbo sono forti. Finora sono andate a vuoto. Ieri, tuttavia, Le Parisien scriveva che, secondo fonti dell’Eliseo, il presidente sarebbe pronto a «prendersi le sue responsabilità» qualora le consultazioni andassero a vuoto. Una formula sibillina, tutta da indagare.Un’altra possibilità, molto meno risolutiva, prevede la nomina di un nuovo premier, l’ennesimo. Le figure papabili, tuttavia, cominciano a scarseggiare. Un esponente di sinistra (il Partito socialista lo ha chiesto apertamente) o di destra avrebbe ben poche possibilità di superare le forche caudine dell’Aula. È vero, in Francia il primo ministro non è obbligato a presentarsi all’Assemblea nazionale per ottenere un voto di fiducia. Ma può essere chiamato a superare una «mozione di censura». Trovare l’incastro numerico e politico tra i quattro blocchi (sinistra, centro macroniano, destra moderata e destra sovranista) è quasi impossibile. Mancano anche all’orizzonte figure autorevoli super partes, o presunte tali, che possano ottenere consensi bipartisan. O forse i francesi sono semplicemente meno ingenui di noi e non si fanno abbindolare dal primo loden che passa.Un ulteriore scenario prevede l’annuncio di una nuova dissoluzione dell’Assemblea nazionale, la seconda in poco più di un anno dopo quella decisa nel giugno 2024. Un po’ tutti i partiti la stanno chiedendo a gran voce. Ma non è chiaro cosa, dopo così pochi mesi, potrebbe rompere quella sorta di stallo alla messicana che si è venuto a creare fra i partiti.C’è poi un’ulteriore, estrema ipotesi, che era circolata già alla vigilia della nomina di Sébastien Lecornu e che a maggior ragione potrebbe ritornare in auge oggi. Si tratta di quanto previsto dall’articolo 16 della Costituzione francese, che prefigura una sorta di stato d’emergenza. Nel caso, l’Eliseo assumerebbe sia il potere legislativo che quello esecutivo. Finora l’articolo è stato applicato solo da Charles De Gaulle, dopo il tentato putsch dei generali nel 1961. Si tratta di una misura estrema, prevista in molti ordinamenti, con la non trascurabile differenza che la Francia è l’unico Paese in cui è proprio la persona che assume i pieni poteri a conferirseli da sola. Qualche settimana fa, secondo i media francesi, Macron aveva avviato delle consultazioni con i giuristi per sapere se tale eventualità sia compatibile con lo scenario in essere. Per applicare l’articolo 16, il presidente della Repubblica deve giustificare «un’interruzione del regolare funzionamento dei poteri pubblici» o «una minaccia insurrezionale grave e immediata, suscettibile di mettere in discussione l’integrità del territorio, l’indipendenza della nazione o l’esecuzione degli impegni internazionali francesi». Ovviamente una crisi di governo, di suo, mal si presta a essere evocata come pretesto per questa sorta di colpo di mano, sia pur a norma di legge. Una serie di crisi una dopo l’altra, con lo spettro del default economico dietro l’angolo, le proteste nelle piazze e i venti di guerra nel mondo, forse sì. Chissà che non sia questa l’«assunzione di responsabilità» che ha in mente Macron.
Ansa
A distanza di ore dall’accaduto, che si commenta da sé, l’associazione presieduta da Toni Brandi registra con incredulità l’assenza di solidarietà da parte della classe politica progressista. «Immaginiamo la scena a parti invertite», recita una nota di Pro vita & famiglia, «se dei manifestanti pro life avessero rivolto minacce di morte ad associazioni transfemministe o Lgbt. Sarebbe scoppiato uno scandalo nazionale, con titoli di apertura su tutti i giornali e i vari Schlein, Zan, Conte, Gualtieri e Boldrini si sarebbero stracciati le vesti. Dove sono ora? Non hanno nulla da dichiarare contro questo odio?».
Ad amareggiare ancor più l’associazione è il fatto di essere stata presa deliberatamente di mira. Lo provano, in aggiunta ai cori irripetibili poc’anzi ricordati, anche i manifesti affissi sempre domenica nelle strade adiacenti e realizzati dal collettivo Pro Scelta e Sorellanz3. Manifesti, tanto per cambiare, a loro volta aggressivi, come provano gli slogan riportati: «Pro vita parassita a che pro sei in vita?», «Donna: chi ce se sente», «Trans*: il vostro peggiore incubo», «Pro vita: prepotenti omofobi, contro la vita e la libertà di tutt3». Parole, anche qui, che se fossero state rivolte a qualsivoglia sigla cara all’intellighenzia avrebbero destato scandalo.
Invece contro i pro life, a quanto pare, è tutto lecito. Aggrava tutto ciò anche il fatto che quanto avvenuto domenica abbia già dei precedenti. In particolare, si allude qui al gravissimo attacco del 25 novembre 2023, quando i collettivi transfemministi - sempre loro - dalle parole passarono ai fatti, lanciando un ordigno all’interno della sede di Pro vita dopo aver sfondato le vetrine. Solo per un caso fortuito non andò tutto a fuoco. In quell’occasione Jacopo Coghe, portavoce dell’associazione, si era detto scosso «da questo vero e proprio atto terroristico, volto a intimidirci».
Non a caso, quella volta, gran parte del mondo della politica e delle istituzioni aveva manifestato solidarietà alla onlus: dal premier Giorgia Meloni al vicepremier Matteo Salvini, dal sottosegretario Alfredo Mantovano al ministro Maria Elisabetta Alberti Casellati; perfino Giuseppe Conte, leader dei 5 stelle nell’occasione aveva avuto - va riconosciuto - parole di condanna «contro ogni violenza». Dalla sinistra dem, invece, non erano neppure allora arrivate chiare parole di condanna.
Fecero in particolare notizia i mancati attestati di solidarietà da parte di Elly Schlein, segretaria del Pd, e di Maurizio Landini, segretario generale della Cgil; gli stessi che, finora, non hanno avuto modo neppure in queste ore di esprimere solidarietà a Pro vita & famiglia dopo che c’è chi si è pubblicamente augurato, con tanto di cori, di poterne rinchiudere gli associati nella sede «col fuoco». Merita infine di essere ricordato come, sul proprio sito, Non una di meno da tempo lamenti che «nelle scuole l’educazione sessuale e all’affettività non» trovino «spazio». Certo, se l’«educazione» è quella mostrata domenica…
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Ecco #DimmiLaVerità del 10 marzo 2026. Il nostro vicedirettore Giuliano Zulin spiega nel dettaglio le ripercussioni della guerra sul prezzo di gas, diesel e benzina.
Ilaria Salis (Imagoeconomica)
Per affrontare questa situazione, la Commissione europea ha nominato il suo primo Commissario per l’energia e gli alloggi e il Parlamento europeo ha creato una commissione speciale sulla crisi abitativa, con l’obiettivo di trovare soluzioni per case dignitose, sostenibili e accessibili in tutta Europa. Il lavoro prende spunto da un report sulla crisi abitativa in Europa disponibile sul sito internet del Parlamento europeo.
Detto ciò, sono due emendamenti di Ilaria Salis, la paladina delle occupazioni abusive, a far discutere. Insieme ad altri colleghi del gruppo The Left, la Salis ha presentato queste proposte di modifica: la prima «sottolinea la necessità di contrastare la criminalizzazione dell’occupazione di alloggi vacanti, in particolare di proprietà pubbliche e di proprietari con molteplici patrimoni residenziali, laddove tale occupazione sia effettuata da individui che non possono permettersi un alloggio ai prezzi di mercato prevalenti».
Il secondo emendamento di Salis & company «invita gli Stati membri ad attuare misure di protezione per le persone che non sono in grado di pagare l’affitto, tra cui il divieto di sfratti per mancato pagamento dell’affitto quando non è possibile fornire un’alternativa dignitosa; chiede misure di protezione speciali per garantire che i bambini non vengano sfrattati e l’istituzione di una moratoria europea sugli sfratti invernali».
La prode Ilaria quindi, avete letto bene, invita gli Stati membri a «contrastare la criminalizzazione dell’occupazione di alloggi vacanti», invece di contrastare le occupazioni, in barba ai diritti dei proprietari. Non solo: questo invito riguarda in particolare gli alloggi «di proprietà pubbliche e di proprietari con molteplici patrimoni residenziali», ma non specifica cosa significa «grandi patrimoni», accomunando di fatto chi possiede magari la propria abitazione, una casa al mare e una destinata ai propri figli, con i grandi immobiliaristi multimilionari.
Sono molteplici e documentati i casi di poveri cristi, pensionati, lavoratori, che si sono ritrovati con la casa di proprietà occupata abusivamente, e che non riescono a rientrarne in possesso (il governo guidato da Giorgia Meloni ha varato alcuni provvedimenti proprio per velocizzare gli sfratti in questi casi). Naturalmente, la proposta della Salis e dei suoi colleghi ha scatenato diverse reazioni, che La Verità ha raccolto: «Ilaria Salis», ci dice Carlo Fidanza, capodelegazione di Fratelli d’Italia-Ecr al Parlamento europeo, «non fa mistero di essere il principale sponsor di ogni tipo di illegalità. Abbiamo già respinto questi emendamenti in commissione e così sarà anche in plenaria. L’immunità che le è stata scandalosamente garantita per un cinico gioco politico contro Orbán, per fortuna non significa adesione alle sue folli posizioni». Sul piede di guerra anche la Lega: «Le proposte della Salis non stupiscono», commenta al nostro giornale l’eurodeputata del Carroccio Silvia Sardone, «il suo è il volto della sinistra estrema che considera l’illegalità quasi un vanto. Chi ha passato anni a sostenere le occupazioni abusive ora vuole farne un diritto. Il sogno della Salis e dei compagni è istituzionalizzare l’occupazione abusiva: d’altra parte i suoi amici dei centri sociali sono protagonisti in tutta Italia di abusi di questo tipo e quindi la Salis, loro riferimento in Parlamento, si spende per salvaguardare i delinquenti antagonisti. Noi ci opporremo in ogni modo a qualsiasi tentativo di questo tipo: le occupazioni sono un danno per le persone perbene, in difficoltà, che attendono un alloggio rispettando le leggi». Ci va giù dura anche l’europarlamentare della Lega Anna Cisint: «Legalizzare i ladri di case. Questa è la geniale proposta di Ilaria Salis e dei suoi colleghi della sinistra al Parlamento europeo. In sostanza», riflette la Cisint con La Verità, «se possiedi più di una casa, secondo loro, non hai più diritto ad alcuna tutela! Se qualcuno non paga l’affitto, beh pazienza, sei capitalista e quindi non puoi sfrattare proprio nessuno. D’altro canto Salis alle illegalità pare essere abituata: oggi siede su uno scranno europeo dopo essere diventata famosa nell’ambiente dell’estrema sinistra per essere stata accusata di aver malmenato, con lesioni potenzialmente letali, un manifestante che lei ha definito “fascista”. Non solo le sue sono proposte irricevibili», aggiunge Anna Cisint, «ma ovviamente in Parlamento faremo le barricate per non farle passare. Anche questa volta lei e i suoi sodali mostrano tutta la barbarie ideologica di chi trasforma il mancato rispetto della legge in un diritto da acquisire, a discapito di chi le regole, con sacrificio, le rispetta. Una vergogna istituzionalizzata».
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La direttiva Bolkestein dietro cui si ripara la Commissione europea doveva servire a mitigare il cosiddetto «caro ombrellone» e a liberalizzare le licenze. Il risultato è esattamente l’opposto. Avremo quest’anno un’ impennata dei prezzi perché le poche gare che si sono sin qui concluse - un migliaio su circa 25.000 concessioni in scadenza - per la riassegnazione delle «licenze» sono state vinte nella stragrande maggioranza da gruppi finanziari. Le multinazionali sono già sbarcate in Costa Smeralda e oggi i titolari delle circa 1.500 concessioni dell’isola temono «un effetto Grecia».
Grandi gruppi come Lvmh, Forte, Dior, Dolce & Gabbana, Missoni, Loro Piana e Armani e in ultimo Del Vecchio junior stanno acquisendo concessioni che piano piano vanno all’asta: dalla Sardegna, alla Versilia passando per Sicilia e Romagna. Molti di questi lidi vengono trasformati in mete di lusso con un aumento vertiginoso dei prezzi (e ovviamente una qualità altissima dei servizi) ma ci sono anche gruppi immobiliari che fanno incetta di licenze e poi le subaffittano ai vecchi gestori.
«Partecipano alle aste», evidenzia Licordari, «poi vanno dal vecchio concessionario e gli dicono: se mi dai 50.000 euro ti lascio la gestione. In pratica visto che uno degli argomenti forti di chi contesta il nostro turismo balneare è che si pagano concessioni irrisorie al demanio con le aste si raggiunte questo eccezionale risultato: il canone anche raddoppiato per lo Stato resta basso, i grandi gruppi lucrano sul subaffitto della gestione e il cliente alla fine paga di più». Che via sia questo tentativo di scalare le vecchie imprese familiari – in Italia sono 30.000 con, malcontati, 300.000 addetti – è confermato dalla nascita del cosiddetto «club deal» Onda che riunisce Marzotto, Enrico Giacomelli di Namirial, Rivetti, storica dinastia del tessile che ha lanciato Stone Island, Zucchetti, leader del software, Davide Tavaniello e la famiglia Lunelli delle Cantine Ferrari. Questo trust sta partecipando a tutte le aste del Nord-Est. La ragione? Sta nei numeri. Il business balneare in sé fattura attorno ai 25 miliardi, se sviluppa l’indotto – dalla ristorazione alle Spa passando per la moda- Nomisma stima che si arrivi a sfiorare i cento miliardi. «Ho provato a spiegarlo», dice ancora Licordari, «cento volte a Salvatore D’Acunto che è uno dei direttori della Concorrenza a Bruxelles, ma lui non ci riceve neppure e ha un giudizio non troppo lusinghiero dei nostri governi».
La pratica stabilimenti balneari è ferma a un anno fa. Le concessioni sono prorogate fino al settembre del 2027, possono esserci in casi particolari slittamenti di altri sei-otto mesi ma entro la fine di quest’anno le gare vano espletate. Il problema è che non si sa come. Ogni comune va in ordine sparso: c’è chi fa concessioni e cinque anni, chi a venti, chi a tre. In Liguria è un caos con continui ricorsi al Tar e con sindaci come Mattia Fiorini di Spotorno che vuole almeno il 40% di spiagge libere. C’è poi un tema cruciale: quello degli indennizzi. Anche qui c’è una confusione normativa assoluta. Secondo l’articolo 49 del codice della navigazione chi perde la concessione non ha diritto a nulla e tutto ciò che ha costruito sul demanio viene inglobato dallo Stato. Per il Consiglio di Stato è così mentre la Cassazione si ritiene che il subentro nella concessione messa all’asta segni una continuità di attività e dunque ci sia diritto all’indennizzo. Anche su questo punto il governo sta preparando un decreto che dovrebbe consentire al vecchio gestore di recuperare gli investimenti fatti negli ultimi cinque anni e non ancora ammortizzati. «È l’ennesima presa in giro», sottolinea Licordari, «perché negli ultimi cinque anni nessuno ha più investito e se non mi paghi l’avviamento, non mi fai recuperare l’investimento che ho fatto sulle strutture, sui moli, sulla depurazione, sulla sicurezza in mare e la tutela dell’ambiente mi stai confiscando un bene, non è neppure un esproprio perché almeno quello prevede un indennizzo».
Se la Bolkestein doveva servire a liberalizzare il mercato e ad abbassare le tariffe ha fallito. E poi c’è sempre l’interpretazione della direttiva. «Per essere applicata» -spiega il presidente di Assobalneari, «prevede che vi sia scarsità della risorsa, noi e i tecnici che hanno lavorato al tavolo interministeriale voluto da Giorgia Meloni abbiamo dimostrato, e lo abbiamo inutilmente ripetuto anche a Salvatore D’Acunto, che solo il 34% delle spiagge italiane è coperto da concessioni; non c’è alcuna scarsità». Semmai rischia che finiscano per scarseggiare i turisti.
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