2024-07-04
Lo Stato a passo di danza: Pound difensore dell’Italia in Gran Bretagna
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Ezra Pound a Rapallo (Getty Images)
Un saggio ricostruisce i rapporti tra il poeta statunitense e i fascisti britannici di Oswald Mosley, traducendo per la prima volta gli articoli poundiani usciti sulle riviste inglesi.L'Italia è sicuramente il Paese in cui, dopo l'America, sono state pubblicati più libri di e su Ezra Pound. C'è ovviamente una ragione legata alla biografia del poeta, che visse a lungo in Italia, produsse poesie e prose direttamente nella nostra lingua, strinse contatti con intellettuali e critici nostrani, oltre, ovviamente, ad aver lasciato il segno per le sue idee politiche, che l'hanno reso caro a tutta una comunità ideale che ha continuato a interessarsi alle sue idee anche quando questo non era di moda. Eppure, restano ancora testi inediti tutti da scoprire. È il caso, per esempio, della settantina di articoli che Pound pubblicò su riviste britanniche e di cui finora poco o nulla si sapeva da queste parti. A colmare il vuoto ci ha pensato il giornalista Fabrizio Vincenti, che per i tipi di Eclettica ha appena pubblicato Ezra Pound e il fascismo spiegato agli inglesi. Il saggio – assieme a un corposo inquadramento storico-letterario di Vincenti – riproduce e traduce per la prima volta in italiano gli articoli di Pound usciti sulla stampa fascista inglese. In particolare parliamo dei testi scritti da Ezra Pound a Rapallo e pubblicati in Gran Bretagna nell’arco temporale che va dal 1935 al 1940 su tre diverse riviste. Si tratta di The British-Italian Bulletin, edito da L’Italia Nostra, settimanale della comunità italiana in Gran Bretagna, ma finanziato per il tramite dell’ambasciata dal ministero degli Esteri e con il quale Pound era entrato in contatto tramite Camillo Pellizzi, intellettuale e funzionario fascista, attivo sull’asse Roma-Londra; un’altra testata era il The Fascist Quarterly poi rinominato British Union Quarterly, il trimestrale di approfondimento della British Union of Fascists, ovvero il movimento fascista inglese guidato da Oswald Mosley. Infine, troviamo articoli pubblicati su Action, pubblicazione settimanale sempre legato alla Buf. Scrive lo stesso Mosley nella sua autobiografia: «Ezra Pound l’ho incontrato quando avevo appena quarant’anni, e l’ho trovato esattamente il contrario di quello che m’aspettavo dal genio astruso della sua poesia, che tanto ha affascinato le giovani generazioni del periodo presente. Si presentava come una persona vivace, vivace e pratica, fece l’accorta osservazione che gli inglesi della mia classe in passato non erano mai vissuti sino ai quarant’anni». In realtà, come ricorda Vincenti, i rapporti tra i due erano stati a lungo complicati. Ancora nel 1935, il poeta, dalle colonne del The New English Weekly, parlava delle «pagliacciate di Sir O. Mosley» e definiva i suoi militanti «fascisti travestiti». A guastare sul nascere i rapporti c’era stata la mancata pubblicazione in Inghilterra di Jefferson e/o Mussolini, principale pamphlet politico di Pound. I fascisti inglesi avevano inoltre pessimi rapporti con i fanatici del Credito sociale, l’eresia economica che Pound teneva in gran conto. Ma alla fine entrambi i problemi furono risolti. Scrive Vincenti: «I rapporti del poeta con il fascismo inglese, finirono comunque per svoltare definitivamente quando gli esponenti della Buf misero nero su bianco, proprio a Pound, l’accettazione dei cardini del Credito sociale. A quel punto, i principali motivi di dissenso erano venuti meno. Il campo era libero per provare prima ad annusarsi, poi ad avvicinarsi con passi sempre più rapidi».Quanto agli articoli di Pound raccolti nel volume, è il solito Pound che scrive: un attivista febbrile, un genio un po’ ispirato e un po’ scombiccherato. Anche i temi sono quelli ben noti ai lettori del poeta corsivista: la difesa del fascismo italiano dalle critiche che, in Gran Bretagna, erano particolarmente insistenti, il tema onnipresente della lotta all’usura e della sovranità monetaria, l’affermazione di una certa idea di civiltà, di bellezza, di armonia. Alcuni passaggi infilati nel contesto di digressioni che non si sa dove vogliano andare a parare, come sempre accade con Pound, tolgono comunque il fiato per la capacità visionaria. In un articolo per esempio scrive: «La convinzione che «LO STATO DOVREBBE MUOVERSI COME UNA DANZA» non è semplicemente un raggio di luna poetico proiettato verso un futuro irraggiungibile. […] Esiste un’estetica nel movimento delle grandi masse umane. L'idea della danza in questi movimenti non è nuova. Ne sentiamo parlare, alcuni europei ne hanno visto tracce nei resti di culture perdute in Africa. E queste tracce non sono assolutamente barbare. Sono tracce di civiltà elevata ma in rovina. Così come la scultura del Benin o il telegrafo a tamburo sono tracce di qualcosa di rigoroso ed elaborato che ora non può più essere ricreato dai restanti custodi».
Giuseppe Caschetto (Ansa)