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Pedro Sánchez (Ansa)
Dopo i guai di José Luis Zapatero, la Guardia Civil perquisisce la sede del partito di Pedro Sánchez a Madrid a caccia di prove su finanziamenti illeciti. L’idolo di Elly Schlein però s’incolla alla poltrona. A New York il sindaco Zoran Mamdani, in stile Ilaria Salis, vuol requisire le case a chi le tiene chiuse. In Francia la macroniana presidente della Corte dei Conti studia il prelievo sui depositi bancari per tappare il buco sanitario.
Parafrasando la frase del celebre filosofo di Zagarolo, alias Stefano Ricucci, fanno tutti i socialisti con i soldi degli altri. Anzi, rimaneggiando l’aforisma attribuito a Pietro Nenni sui puri che trovano sempre qualcuno più puro che li epura, si potrebbe dire che dietro qualcuno che si proclama puro c’è sempre qualcuno che ti depura, nel senso che ti alleggerisce di qualche cosa. A volte mettendo direttamente le mani in tasca, altre volte nascondendo le proprie intenzioni dietro nobili ideali, ma sempre dando sonore fregature al prossimo.
Lo testimoniano gli esempi di questi giorni, a partire da quello di José Luis Zapatero, l’icona socialista a cui la sinistra nostrana ha guardato per anni. L’ex premier rappresentava la quarta via, dopo quella di Bill Clinton e pure quella di Tony Blair. Con gli occhioni da Bambi aveva incantato tutti, introducendo nella cattolicissima Spagna le unioni Lgbt e le adozioni da parte di coppie dello stesso sesso. Dal franchismo all’attivismo gay: in effetti, il salto in avanti o nel buio era stato forte e in Italia i compagni in crisi di identità, dopo le sconfitte elettorali, erano caduti in deliquio di fronte a tanto coraggio.
Una volta lasciato il governo Zapatero, come altri leader della sinistra, ha però trovato i soldi. Tanti, a giudicare da tutto quello che c’era nella cassaforte del suo ufficio. Orologi, gioielli, contanti: una prima stima parla di tre milioni. Ma a quanto pare si tratta dell’antipasto, perché da una società sull’orlo del crac, che però grazie al governo di Pedro Sánchez, altro socialista, aveva ricevuto contributi pubblici, sono arrivati consistenti bonifici, all’ex premier e pure alla società delle figlie. In totale, si parlerebbe di un vorticoso giro di denaro, con annessa una serie di reati. Avuto sentore dell’inchiesta, Zapatero pare volesse levare l’ancora e fuggire a Caracas, dove anche senza Maduro resistono un po’ di compagni. In sovrappiù, mentre crolla il mito del Bambi duro e puro, la magistratura ha spedito la Guardia civil a perquisire la sede del Psoe, il Partito socialista operaio spagnolo.
Così, tra un rinvio a giudizio della moglie dell’attuale premier, l’arresto dei principali collaboratori e ombre di corruzione che lambiscono il governo, anche l’immagine di Pedro Sánchez, icona della sinistra di casa nostra subentrata a Zapatero, rischia di fare la fine evocata da Nenni: epurato.
Ma i socialisti a cui si ispirano Schlein e compagni non portano solo guai giudiziari e sospetti di corruzione. Per i miti della sinistra c’è anche altro. Ieri il sindaco di New York, il democratico Zohran Mamdani ha annunciato un piano casa per fronteggiare l’emergenza abitativa della Grande mela. Il programma, denominato Block by Block, promette 200.000 nuovi alloggi, ma tra le misure ne spunta una perlomeno discutibile. Mamdani, infatti, annuncia di avere intenzione di espropriare i proprietari di casa che non migliorino le condizioni degli edifici e di trasferirne la proprietà agli inquilini. «Quando necessario, intraprenderemo azioni legali energiche per allontanare i proprietari e i gestori immobiliari negligenti», ha annunciato tra gli applausi. L’appropriazione di un patrimonio privato confligge con il V emendamento della Costituzione americana? Non è cosa che paia preoccuparlo.
Ma il vizio di mettere le mani in tasca al contribuente (come non ricordare Giuliano Amato che di notte prelevò i soldi dai conti correnti degli italiani e Romano Prodi che introdusse l’euro-tassa?) non è solo americano. In Francia, la nuova presidente della Corte dei Conti, Amélie de Montchalin, già ministro dell’Ecologia con la premier socialista Élisabeth Borne, ha avuto un’ideona per ripianare il deficit della sanità transalpina. La proposta prevede che lo Stato prelevi direttamente i soldi dai conti correnti degli assistiti, riscuotendo dunque forzosamente le franchigie per medicinali ed esami che restano a carico dei pazienti. Ovviamente, il prelievo riguarderebbe solo i francesi, per i clandestini e pure per i residenti nei dipartimenti d’Oltremare tipo La Mayotte le cure invece rimarrebbero gratis. O meglio, con i socialisti e Macron, a pagare sarebbe come sempre Pantalone.
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Andrea Delmastro (Ansa)
Gli inquirenti romani chiedono le chat tra il sottosegretario Andrea Delmastro e Mauro Caroccia. Istanza simile a quella arrivata da Milano su Mps-Mediobanca. E i dem gongolano.
La Procura di Roma, due sere fa, ha chiesto alla giunta per le autorizzazioni della Camera di poter acquisire tutte le conversazioni avvenute tra l’ex sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, e Mauro Caroccia che sta scontando una condanna definitiva per intestazione fittizia dei beni.
La richiesta arriva nell’ambito dell’indagine sul riciclaggio del clan Senese. Il centrodestra non pare intenzionato a dare il via libera, anche se Forza Italia ha posto condizioni, il che lascia intendere che potrebbe decidere di votare diversamente. «Prima abbiamo necessità di leggere le carte» si apprende fa fonti parlamentari.
Naturalmente le opposizioni insorgono. «Se così fosse il messaggio politico sarebbe devastante. Parliamo di atti richiesti dall’autorità giudiziaria in un’inchiesta che chiede chiarezza. Giorgia Meloni ha due strade davanti a sé: coprire Delmastro e i suoi rapporti con personaggi in orbita mafiosa, oppure ordinare ai suoi dare l’ok alla richiesta, provare a fare luce e sgomberare il campo dall’idea che lei il suo partito abbiano qualcosa da nascondere», le parole del capogruppo M5S al Senato, Luca Pirondini. E Angelo Bonelli (Avs) rincara: «È un fatto molto grave: invece di aiutare i magistrati a fare chiarezza e arrivare alla verità, la maggioranza alza un muro politico».
«Apprendiamo che il centrodestra sarebbe orientato a respingere la richiesta della Procura di Roma», dice Debora Serracchiani, responsabile giustizia del Pd, «Meloni non aveva detto che non avrebbe coperto più nessuno? E allora che problema c’è ad acquisire le chat dell’ex sottosegretario e anche quelle del caso Mps?». Infatti quelle di Delmastro non sono le uniche chat che si chiede di acquisire. Anche la Procura di Milano ha fatto una richiesta poco tempo fa: ha chiesto di visionare le chat dell’ex direttore generale del Mef, Marcello Sala. Il caso è quello della scalata di Mps a Mediobanca, i pm hanno chiesto al Parlamento di autorizzare la visione delle chat di Sala in quanto, secondo quel che riporta lo stesso ex dirigente ministeriale (non indagato), nelle conversazioni sarebbero citati anche nove parlamentari, tra cui i ministri Giancarlo Giorgetti e Matteo Salvini.
La chiave è qui. L’intenzione sembra quella di voler usare due inchieste per sfruttare la possibilità di andare a cercare all’interno delle chat di maggioranza ed esecutivo per vedere di trovare qualcosa da utilizzare contro il governo. Sul caso di Delmastro, ad esempio, perché, avendo le chat di Caroccia, si chiede di visionare quelle dell’ex sottosegretario? Cosa può aver scambiato con queste persone che non si possa leggere dalle chat già acquisite? È chiaro che si cerchi dell’altro. «In base agli elementi a mia conoscenza, in quelle chat sono presenti discorsi e frasi inopportune per il ruolo che all’epoca rivestiva Delmastro ma che nulla hanno a che fare con la criminalità organizzata», ha detto Fabrizio Gallo, difensore di Mauro Caroccia, commentando la richiesta avanzata dalla Procura. Certo è che le richieste delle Procure hanno fornito un grande assist alla sinistra che in questo modo evita di parlare dei guai giudiziari spagnoli gravati sui loro idoli: Pedro Sánchez e José Zapatero.
Il fratello minore di Sánchez dovrà comparire in tribunale dove è chiamato a rispondere delle accuse di traffico di influenze, abuso d’ufficio e malversazione. Guai familiari grossi per Sánchez perché anche la moglie del premier spagnolo, Begoña Gómez, dovrà comparire in tribunale il 9 giugno accusata di aver usato la sua influenza, come consorte del primo ministro, per ottenere sponsor per un corso di laurea da lei diretto. Secondo l’accusa, inoltre, avrebbe utilizzato fondi statali per pagare la sua assistente per l’aiuto in questioni personali. La sinistra italiana non ne parla e ignora anche il fatto che nel fine settimana a Madrid sono scese in piazza 40.000 persone per manifestare «contro il governo corrotto di Sánchez». Scandali che si allargano anche agli altri socialisti. Anche l’ex primo ministro spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero sta mettendo in difficoltà il governo (di cui è un forte alleato) perché è stato accusato di traffico di influenze illecite e altri reati di corruzione.
Uno scandalo enorme in Spagna, mentre in Italia, a sinistra, invece di prendere distante, si pensa alle chat di governo nella speranza di trovare qualcosa a cui appendersi per fare opposizione.
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Maria Sole Ferrieri Caputi (Ansa)
Scambio di osservatori Aia e voti sospetti ai fischietti nell’ultima giornata di A. Maria Sole Ferrieri Caputi, prima «imposta» solo per avere una donna in campo, è stata silurata dalla top 25 dopo una direzione «impeccabile». Esattamente come previsto dalle gole profonde.
Nel linguaggio dell’Aia si chiama dismissione. Significa una cosa semplice: un arbitro viene tolto dall’elenco di quelli che possono dirigere in Serie A e Serie B. Perde le partite più importanti, i compensi collegati e il posto nella categoria più alta. È quello che è accaduto nei giorni scorsi a Federico Dionisi, arbitro della sezione dell’Aquila.
Ed è per questo che il suo presidente di sezione, Guido Alfonsi, ha scritto un esposto alla Procura federale della Figc e a Maurizio Ascione, il pubblico ministero milanese che già sta indagando sulla presunta Arbitropoli nel calcio italiano.
Di sicuro il caso arriva nel momento peggiore per l’Associazione italiana arbitri. La Figc aveva provato a commissariarla, ma il parere del Collegio di garanzia del Coni ha fermato l’operazione: la Federazione, con Gabriele Gravina dimissionario, è in regime di prorogatio e può compiere solo atti ordinari. Così l’Aia continua a restare nelle mani dei suoi organi interni. E proprio quegli organi, senza commissario e con l’ex designatore Gianluca Rocchi autosospeso, continuano a fare ciò che più conta, ovvero designare, valutare, compilare graduatorie, decidere promozioni e dismissioni. In pratica non è cambiato nulla, nonostante una raffica di esposti in Procura e un’indagine in corso. Per vedere qualche cambiamento, forse (e se mai ci sarà), bisognerà aspettare la fine dell’estate.
L’esposto è di due pagine, datato 25 maggio. Parte da un voto: 8,40, assegnato a Maria Sole Ferrieri Caputi dopo Lazio-Pisa, ultima giornata della Serie A 2025-26. Secondo Guido Alfonsi, quella valutazione avrebbe fatto scendere Ferrieri Caputi in classifica e prodotto l’effetto decisivo sulla graduatoria finale: Antonio Rapuano salvo, Federico Dionisi fuori dall’organico degli arbitri di Serie A e Serie B. Il meccanismo è questo. A fine stagione l’Aia fa una classifica interna degli arbitri. I voti degli osservatori pesano sulla graduatoria. Chi finisce troppo in basso rischia di uscire dall’organico. Per gli arbitri con più di dieci anni di anzianità, restare tra i primi 25 è decisivo. Se non ci riescono, possono essere dismessi. Cioè vengono esclusi.
Secondo la ricostruzione dell’esposto, Rapuano era sul limite. Ferrieri Caputi, con un voto più alto, sarebbe potuta restare davanti a lui. In quel caso Rapuano sarebbe uscito dai primi 25 e avrebbe rischiato la dismissione per anzianità. Con l’8,40, invece, Ferrieri Caputi scivola dietro, Rapuano resta dentro e Dionisi, penultimo in graduatoria, viene dismesso.
È qui che nasce l’accusa. Per Alfonsi quel voto non sarebbe stato solo severo. Sarebbe stato decisivo. E, soprattutto, sarebbe arrivato dopo un cambio di osservatore che il presidente della sezione dell’Aquila considera sospetto. Per Lazio-Pisa, scrive Alfonsi, era inizialmente previsto Andrea Antonelli. Poi Antonelli viene spostato su Napoli-Udinese e all’Olimpico arriva Sandro Rossomando, in origine destinato al Maradona.
Alfonsi chiede di capire chi abbia deciso quel cambio e perché. Nell’esposto indica Dino Tommasi, designatore ad interim dopo l’autosospensione di Gianluca Rocchi, come persona da ascoltare. Chiama poi in causa la Commissione osservatori nazionale professionisti guidata da Riccardo Tozzi, sostenendo che Rossomando sarebbe stato mandato a visionare Ferrieri Caputi «ad ogni costo». Dopo la gara arriva l’8,40: per Alfonsi un voto «indotto dall’alto», non coerente con una direzione che definisce «impeccabile e priva di sbavature».
L’esposto chiede anche il sequestro cautelare del portale Aia Sinfonia4You, dove sarebbero registrati il cambio degli osservatori e la relazione su Lazio-Pisa. È il punto documentale della denuncia: capire se la sequenza designazione-voto-graduatoria sia stata ordinaria o costruita. «Andrò fino in fondo a questa vicenda, avranno pane per i loro denti. Mi cacciassero se lo ritengono, questa casta deve cadere», spiegava ieri Alfonsi all’Agi.
Il nome di Ferrieri Caputi, però, non compare per la prima volta con l’esposto dell’Aquila. Era già finito al centro del secondo episodio di «Bunker», il video del direttore di Sportitalia Michele Criscitiello dedicato al mondo arbitrale. In quel video si parla dell’unica donna arbitro e si sostiene che la sua carriera sarebbe stata «particolare». In pratica non ci sarebbe stata soltanto una promozione tecnica, ma anche una scelta di rappresentanza, legata alla necessità dell’Aia di portare una donna stabilmente in Serie A.
Non si tratta di uomo contro donna, ma di merito contro gestione interna. Ferrieri Caputi viene descritta come un arbitro protetto da dinamiche associative e tenuta dentro il sistema anche quando altri, con valutazioni peggiori o carriere più lineari, sarebbero stati mandati fuori.
Lo stesso schema viene esteso a Francesca Di Monte, assistente arbitrale. Anche qui il tema è la gestione delle carriere femminili dentro l’Aia: designazioni concentrate nei momenti decisivi, voti utili, salvataggi di graduatoria. Il sospetto è che voti e designazioni non siano solo strumenti tecnici, ma leve per tenere dentro qualcuno e mandare fuori qualcun altro.
Ed è qui che il caso Dionisi si lega al mancato commissariamento dell’Aia. La Figc voleva fermare la macchina e affidarla a una gestione straordinaria. Secondo le ricostruzioni circolate nei giorni precedenti al Consiglio federale, erano già pronti i nomi di Mauro Vladovich come commissario e Domenico Messina come vicecommissario. Il piano avrebbe dovuto mettere mano a regolamenti, commissioni, nomine e meccanismi elettorali. Non è accaduto.
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Ansa
La vittima, di origini ecuadoriane, è stata aggredita alla stazione Certosa da dieci persone a volto coperto, che hanno gettato poi il corpo sui binari. Il gruppo, in fuga, parrebbe far parte di una banda sudamericana.
Non è una rissa degenerata, né un regolamento di conti.
Questa volta i baby latinos avrebbero colpito solo per dimostrare superiorità, per sbandierare la loro forza. Avevano il volto in parte coperto. E dopo l’aggressione sono spariti saltando su un treno diretto fuori città.
Sono dieci i ragazzi ricercati per la morte di Gianluca Ibarra Silvera, il ventiduenne accoltellato tra i binari della stazione Certosa, alla periferia nord di Milano. Le immagini delle telecamere, che gli investigatori della Squadra mobile e della Polfer stanno analizzando fotogramma per fotogramma, raccontano la fuga sotto i neon sporchi della stazione, proprio pochi istanti dopo la caccia collettiva e l’aggressione. Secondo una prima ricostruzione investigativa, Gianluca era insieme al fratello e al cugino quando il gruppo li ha circondati. E dopo l’accerchiamento sono volate bottiglie, sono spuntati coltelli, sono stati sferrati colpi in rapida sequenza. E alla fine, il fendente che ha trasformato il pestaggio in un omicidio. Arteria femorale recisa. Tecnicamente, sarebbe emerso dagli accertamenti medico-legali, non sarebbe stata una ferita «in sé potenzialmente mortale». Ma nel giro di pochi minuti l’emorragia è diventata inarrestabile, trasformando quel colpo in una condanna. Gianluca si è accasciato sulla banchina del binario sei ed è rimasto a terra mentre gli aggressori fuggivano verso i treni. Secondo gli investigatori gli aggressori avrebbero «agito come degli animali», poi avrebbero «gettato» il ragazzo «su un binario», come un oggetto di cui disfarsi. Gianluca morirà poco dopo all'Ospedale Fatebenefratelli senza mai riprendere conoscenza. Sulla fuga si è subito concentrata l’inchiesta, guidata dal procuratore aggiunto Elio Ramondini e dalla pm Bruna Albertini (coordinati dal procuratore Marcello Viola). La caccia è partita da lì. Ma anche da alcune deduzioni. Non sarebbero emersi elementi rispetto a «uno scontro tra gang», né di relazioni della vittima con gruppi criminali giovanili. Gianluca era incensurato. Seconda generazione ecuadoriana cresciuta a Milano. Ma senza contatti con quel mondo parallelo che ha incrociato martedì alle 22.30. Fuori dalla stazione, nel punto in cui il figlio è stato ucciso, il papà della vittima pronuncia parole che riportano Milano indietro di anni, nell’oscuro universo delle «pandillas» latinoamericane. «Ero qua prima che succedesse e ho riconosciuto uno di loro dai tatuaggi, è il capo dell’MS13». Il riferimento è alla Mara Salvatrucha, la gang salvadoregna diventata uno dei simboli mondiali della violenza urbana latinoamericana. Una sigla che a Milano era già emersa in passato nelle indagini sulle bande giovanili e che molti ricordano anche per la brutale aggressione a un capotreno avvenuta nel 2015. Poi aggiunge che il gruppo era armato: «Bottiglie e coltelli». E soprattutto pronuncia la frase che più ha creato interesse negli investigatori: «Questo è il loro territorio». La stazione.
Un confine da presidiare e da controllare. Un pezzo di periferia in cui il branco detta le regole. Poi arriva il dolore puro: «Vorrei che li prendessero quei bastardi». Il fratello di Gianluca e il cugino, finiti pure loro al centro del pestaggio, hanno assunto il ruolo di testimoni oculari. Il fratello, in particolare, avrebbe riferito agli investigatori della Squadra mobile di non conoscere gli aggressori, precisando che erano persone ignote anche a Gianluca. Parole che avrebbero trovato conferme nei terminali delle forze di polizia.
Il vicepremier e ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha subito fatto sapere che il governo è «al lavoro per raddoppiare la presenza di militari, forze dell’ordine e personale di Fs Security che opera sui treni e nelle stazioni». Secondo il leader della Lega, «questa presenza va almeno raddoppiata, per stroncare una violenza quotidiana ormai diventata intollerabile». L’assessore lombardo alla Sicurezza, Romano La Russa, propone invece metal detector nelle stazioni, nelle metropolitane e nelle aree della movida. Una misura che servirebbe a contrastare «il fenomeno delle gang di sudamericani dedite a rapine violente, spaccio e aggressioni a coltellate o machete». Il sindaco di Milano, Beppe Sala, invece, continua a mantenere la sua posizione morbida e boccia l’idea come «una reazione buttata lì», chiedendosi «come si fa a non pensare cosa vuol dire nelle nostre stazioni mettere la gente in fila e impiegare 30-40 secondi per ogni persona che entra». E cerca di spostare l’attenzione: «È un problema non solo di Milano, c’è nel nostro mondo e c’è nel nostro Paese».
Solo qualche ora dopo è scoppiata una maxi-rissa alla stazione di Garbagnate Milanese. Due gruppi di nordafricani si sono fronteggiati a bastonate. Poi è partita una sassaiola contro un treno fermo in banchina. Un sasso ha ferito un giovane al volto, un altro ha mandato in frantumi un finestrino. La Polfer ha identificato 13 ragazzi tra i 19 e i 24 anni. Due i feriti non gravi e 5 contusi, tra cui un bambino di 9 anni.
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