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- Choc a Napoli: carabiniere azzannato al petto da un africano irregolare che stava molestando i passanti Arezzo, nigeriano spezza la caviglia a un uomo dell’Arma in borghese. Roma, vigili assaliti da camerunese.
- Milano, i fari della Procura sulla pattuglia che ha ferito un rapinatore cinese armato. Città blindata in vista dei Giochi, ma le forze dell’ordine temono i calvari giudiziari.
Lo speciale contiene due articoli
Forze dell’ordine sotto assedio da Nord a Sud solo perché svolgono «il loro dovere». Dopo la violenza inaudita di Torino contro i poliziotti, quanto accaduto nella periferia di Napoli ha dell’incredibile: un cinquantenne ghanese è stato fermato mentre molestava i passanti e per tutta risposta ha morso al petto uno dei militari.
È successo in via Roma, nei pressi di Scampia: al 112 sono giunte diverse segnalazioni di residenti allarmati per la presenza di un cittadino straniero che molestava le persone della zona.
Immediatamente, sul posto sono arrivati i carabinieri della stazione di Secondigliano, intervenuti per riportare la calma e mettere in sicurezza i cittadini. I militari hanno fermato l’uomo chiedendogli le generalità. Ma a quel punto, il cittadino ghanese (che è risultato irregolare sul territorio nazionale) si è opposto alle richieste dei carabinieri e in preda a una furia incontrollabile si è avventato contro uno degli uomini dell’Arma dandogli un forte morso al petto. I carabinieri sono riusciti a bloccare l’uomo e lo hanno portato in caserma, mentre il militare è stato subito soccorso e trasferito in ospedale. Le sue lesioni sono state ritenute guaribili in sette giorni. Il cinquantenne è stato arrestato con l’accusa di lesioni personali e resistenza a pubblico ufficiale. Quindi il ghanese è stato portato in camera di sicurezza.
Sono in corso le indagini per verificare se l’uomo avesse precedenti penali e se avesse già compiuto gesti simili, anche perché risulta senza alcun permesso per vivere in Italia. L’aggressione di Scampia ha provocato reazioni molto forti sia sui social che nell’opinione pubblica, soprattutto per la violenza con la quale il cinquantenne si è fiondato contro il carabiniere mordendolo al petto. Numerosi i post su Facebook e Instagram di cittadini spaventati dalla «ferocia» e dalla «violenza» del ghanese e dalla «forza brutale» con la quale chi «commette reati» si scaglia contro uomini e donne delle forze dell’ordine mentre lavorano. Infatti, l’episodio di Scampia non è stato l’unico delle scorse ore.
Nella giornata di ieri, è stata resa nota anche un’altra aggressione avvenuta in provincia di Arezzo lo scorso sabato pomeriggio. Un carabiniere, in quel momento libero dal servizio, è stato colpito con un calcio da un cittadino della Nigeria che si trovava all’interno di un supermercato a Levane. Da quanto è stato ricostruito, il militare non solo ha riportato la frattura di una caviglia con una prognosi di 30 giorni, ma è stato ricoverato anche per una tachicardia causata dalla violenta aggressione. Il carabiniere, che in quel momento non era appunto in servizio, ha avuto la «colpa» di intervenire per invitare il cittadino africano a mantenere un comportamento corretto, perché l’uomo stava creando momenti di tensione. La situazione è degenerata e il nigeriano ha perso il controllo prendendo a calci il carabiniere. A quel punto è giunta una pattuglia dell’Arma della compagnia di San Giovanni Valdarno che è riuscita ad arrestare il trentenne africano non senza difficoltà. Ieri mattina si è svolta l’udienza per la convalida dell’arresto davanti al giudice Ada Grignani e al pm Bernardo Albergotti. Il giudice ha convalidato l’arresto disponendo per il trentenne l’obbligo di presentazione ai carabinieri di Montevarchi, dove è domiciliato.
Non è andata meglio nemmeno agli agenti intervenuti a Roma per fermare un camerunense di 30 anni, che stava inveendo contro un commerciante della zona. La situazione stava degenerando quando nel corso di un servizio di controllo, nell’area compresa tra via Guglielmo Pepe e via Filippo Turati, rione Esquilino, gli agenti del Gruppo centro della polizia locale di Roma hanno sorpreso il cittadino straniero minacciare un esercente. Il camerunense, però, alla vista degli agenti si è fiondato contro di loro aggredendoli. A quel punto è giunta un’altra pattuglia: il trentenne ha iniziato a sferrare calci e pugni contro i vigili e ha poi danneggiato l’automobile di servizio della Municipale. Un agente è rimasto ferito. Il camerunense, con precedenti penali, è finito in manette per danneggiamento, lesioni personali, resistenza a pubblico ufficiale e di porto abusivo di arma perché è stato trovato in possesso di un coltello.
Ma la furia violenta ha raggiunto l’apice con il gesto di un senegalese che prima ha preso a calci e pugni una donna e poi si è lanciato contro un gruppo di agenti, intervenuti per calmarlo. È accaduto nei pressi della stazione ferroviaria di Padova. Gli agenti, dopo una chiamata al 118, sono giunti in zona e hanno trovato una donna con ferite agli arti e al volto. I poliziotti, seguendo le informazioni fornite dalla vittima, si sono messi sulle tracce dell’uomo e hanno arrestato il senegalese, che è risultato senza fissa dimora e con numerosi precedenti penali.
Il trentacinquenne, alla vista delle forze dell’ordine, si è opposto con violenza all’arresto aggredendo brutalmente gli agenti e ferendone tre.
Altri 4 poliziotti indagati per lesioni
Quattro poliziotti indagati per lesioni colpose, con la scriminante dell’uso legittimo delle armi. Un altro agente, pochi giorni prima e a poche centinaia di metri di distanza, indagato per omicidio volontario. È da qui che bisogna partire per leggere le due sparatorie di Rogoredo: dal peso che quelle iscrizioni nel registro degli indagati producono su chi è chiamato a intervenire in uno dei contesti più violenti della città.
In vista delle Olimpiadi invernali, su Milano è scattato un dispositivo di sicurezza rafforzato: migliaia di operatori tra forze dell’ordine ed esercito, rinforzi quotidiani, servizi ad alto impatto e zone rosse con controlli mirati attorno a stazioni, cantieri olimpici e aree sensibili. Rogoredo, snodo olimpico anche per l’arena dell’hockey, rientra stabilmente in questo perimetro di massima attenzione: presidi fissi, pattuglie continue e unità specializzate come le Uopi raccontano un territorio che, nonostante il dispiegamento, resta uno dei fronti più delicati della città.
È dentro questo quadro che si è consumata la scena di domenica in piazza Mistral. A pochi giorni di distanza dall’altra sparatoria, in via Impastato, dove un agente in borghese ha reagito dopo essersi visto puntare contro una pistola - una replica a salve di Beretta 92, priva di tappo rosso - uccidendo Abderrahim Mansouri.
Domenica, una volante blindata delle Uopi, le Unità operative di primo intervento, viene raggiunta da una raffica di colpi: almeno tre proiettili. Se gli agenti sono vivi è grazie alla blindatura del mezzo. Di fronte, un rapinatore cinese irregolare che poco prima aveva aggredito una guardia giurata con una mazza di ferro, sottraendole la pistola d’ordinanza. La risposta della polizia è stata immediata.
Nei giorni immediatamente precedenti l’uomo era stato fermato più volte: trovato con pietre e catena, denunciato per porto di oggetti atti a offendere; segnalato per minacce con bastoni; accompagnato in ospedale per un controllo psichiatrico e dimesso poche ore dopo. Tre interventi, tre rilasci. Nessuna misura capace di toglierlo stabilmente dalla strada. È da qui che nasce la domanda centrale: si poteva fermarlo prima?
Le difficoltà operative sono strutturali. In Italia non esiste un arresto preventivo in senso proprio: la Costituzione tutela la libertà personale e consente restrizioni solo in casi specifici e sotto controllo giudiziario. Le misure cautelari e di prevenzione non equivalgono a una detenzione; il Tso è sanitario e temporaneo; l’obbligo di firma presuppone che venga rispettato; gli arresti domiciliari richiedono un domicilio, che chi è senza fissa dimora spesso non ha. Anche quando c’è un fermo, il rischio concreto è che la persona torni rapidamente in strada.
A Rogoredo, intanto, la Procura ha iscritto appunto nel registro degli indagati anche gli altri tre agenti dell’Uopi intervenuti in piazza Mistral, oltre al collega che ha sparato, per lesioni colpose con la scriminante dell’uso legittimo delle armi: un atto a garanzia che potrebbe concludersi con l’archiviazione. Sul fronte opposto, il trentenne cinese dovrà rispondere di tentato omicidio dei quattro poliziotti, oltre che di rapina e lesioni aggravate per l’aggressione alla guardia giurata.
Va ricordato che in altri Paesi europei l’approccio è diverso: nel Regno Unito, come in Francia e Germania, la reazione armata della polizia viene valutata prima sul piano funzionale e disciplinare, e l’indagine penale non scatta automaticamente, ma solo se emergono elementi di abuso.
Andrea Varone, segretario del Siulp di Milano, collega la sparatoria di Rogoredo a quella di via Impastato e all’aggressione di un collega a Torino: «Anche una minima esitazione può rivelarsi fatale, con un calvario giudiziario che compromette la serenità degli agenti. Lavorare così diventa sempre più difficile». In questo clima, a Milano sono comparse scritte contro la polizia - «All cops are targets», «Colpirne uno per fargli male» e «Lo sbirro non è un tuo amico» -: un pessimo biglietto da visita mentre la città si prepara alle Olimpiadi.
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Giornalisti e politici alla ricerca di «infiltrati», smentiti persino da Askatasuna.
Per farla breve: è colpa di tutti tranne che sei simpatici militanti del centro sociale. Nelle versioni fornite dalla sinistra italiana sui fatti di Torino dello scorso fine settimana ci sono ovviamente sfumature di diversa intensità, ma un comune denominatore: le forze oscure della reazione hanno tramato per trasformare un grande momento di festa democratica in un disastro con botte e martellate.
Una tesi molto diffusa è quella degli infiltrati. Storia vecchia, che si sente ripetere già dai tempi del G8 di Genova e ritorna ogni volta che ci sono scontri di strada. La sostiene ad esempio Luca Bottura, il fine umorista involontario, il quale spiega che a Torino come a Genova hanno agito «i fascisti» ovvero i violenti che menano e spaccano, cioè i famigerati black block. I quali manco a dirlo sono infiltrati, cioè manovrati, dagli agenti o dai servizi segreti. Fa sorridere, questa posizione, anche solo per il fatto che uno dei capi di Askatasuna, Nicola Gastini, ci tiene a specificare sui suoi profili social che il blocco nero non esiste, e che è una invenzione del sistema per depotenziare le rivolte e la legittima violenza politica delle masse.
Appena più moderata è la posizione di commentatori autorevoli come Marco Revelli, secondo cui un corteo pacifico è stato oscurato da pochi violenti. Versione analoga a quella della Cgil torinese. «Quella di sabato», dice il sindacato rosso, «è stata un’enorme e pacifica manifestazione, con tanti giovani e tantissimi torinesi, che non può essere cancellata dalla violenza di pochi. Violenza che condanniamo fermamente, e che peraltro oscura le ragioni di tutti i manifestanti. Il tema degli spazi sociali non può essere ridotto ad un problema di ordine pubblico, scaricato sui lavoratori delle forze dell’ordine, né strumentalizzato a fini elettorali da una destra incapace di affrontare le crescenti diseguaglianze sociali».
Che cosa c’entrino le diseguaglianze sociali non è dato sapere. Giova ricordare a tale proposito che a Torino non hanno sfilato cittadini indignati per gli stipendi bassi o per gli affitti opprimenti. Hanno marciato per lo più antagonisti in protesta contro la chiusura di un centro sociale che il Comune avrebbe dovuto sgomberare anni fa, visto il curriculum dei militanti. Per altro, l’amministrazione torinese sta ancora mantenendo Aska in un limbo: dovrebbe destinare lo spazio a qualche coop o ad altre attività sociali, ma non lo fa. Dunque gli attivisti sperano ancora di tenersi la struttura, magari pensano di ottenerla pestando e creando guai, minacciando e ricattando. Motivo per cui si dovrebbe provvedere a chiudere la partita quanto prima. Ma veniamo all’ultima e più suggestiva tesi progressista sull’accaduto. È quella rilanciata l’altra sera da Massimo Giannini a Che tempo che fa. Secondo la nota firma sinistrorsa quello di cui dobbiamo preoccuparci «non è tanto la violenza di quei cento criminali, che poi sono sempre gli stessi ogni volta che c’è una manifestazione, soprattutto a Torino». No, dobbiamo piuttosto temere il governo. E perché mai? Beh, perché non ha agito prima del corteo. «Se sono sempre gli stessi, è possibile che non si riesce a intervenire, ad arrestarli, a metterli in prigione, a fargli pagare i loro conti con la giustizia?», dice Giannini. Su una linea simile Ilaria Cucchi, senatrice di Avs. «Abbiamo tutti condannato la violenza che ha insanguinato le strade di Torino. Ho visto che Giorgia Meloni ci ha messo poche ore a raggiungere l’agente rimasto ferito», spiega. «Ha fatto bene a esprimere la propria solidarietà, e ci mancherebbe altro. Ma ha per caso trovato il coraggio di chiedere scusa a tutti, agenti, giornalisti, cittadini, per quello che è successo? Quelli che ora si lamentano dei disordini che si sono scatenati sono proprio gli stessi che avrebbero dovuto fare di tutto per scongiurarli. Invece niente, nessuna assunzione di responsabiltà». Capito? Il governo avrebbe lasciato fare agli antagonisti per poi giustificare una feroce repressione e una comprensione delle libertà. Una operazione in stile incendio del Reichstag, in pratica. Quindi o il governo avrebbe infiltrato black block nel corteo o avrebbe lasciato liberi di agire i violenti. Che esistano attivisti di sinistra che menano per ragioni politiche ai nostri illustri commentatori non passa nemmeno per l’anticamera del cervello: il cattivo o è di destra o non è. Però su un punto hanno ragione: Aska andava fermato prima. Bisognava sgomberarlo almeno dieci anni fa.
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Il pacchetto domani in Consiglio dei ministri, ma si lavora per evitare trappole. Forza Italia frena sulla cauzione anticipata da parte degli organizzatori dei cortei.
Il pacchetto sicurezza approderà domani in Consiglio dei ministri: dopo il vertice di ieri a Palazzo Chigi, si limano gli ultimi punti dei temi più delicati per far sì che le norme siano pienamente coerenti con la Carta costituzionale e con le leggi già vigenti. Il governo sta definendo quali norme faranno parte di un decreto legge, quindi immediatamente efficaci, e quali di un disegno di legge, che diventa effettivo solo dopo l’approvazione del Parlamento. A quanto apprende La Verità da autorevoli fonti, sono due le misure che occorre definire in maniera estremamente precisa: lo scudo penale per le forze dell’ordine e il cosiddetto fermo preventivo per impedire la partecipazione di personaggi potenzialmente pericolosi, in quanto già noti alle forze dell’ordine o con precedenti per reati specifici, alle manifestazioni di piazza.
Sullo scudo penale la maggioranza va avanti compatta, ma occorre evitare che la legge possa avere profili di incostituzionalità, e non passare quindi l’esame del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La «protezione» invocata per le forze dell’ordine, lo ricordiamo, eviterebbe l’iscrizione automatica nel registro degli indagati nei casi di «evidente» legittima difesa. Introdurre questo «scudo« solo per una categoria di cittadini può andare in contraddizione con la Costituzione, che prevede l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Per superare questo scoglio, l’idea è di estendere questa sorta di «protezione» anche a tutti i civili, come ad esempio a chi apre il fuoco contro ladri che si sono introdotti in casa. Sul fermo preventivo Forza Italia invita a non varare provvedimenti affrettati: «Di questo si è discusso», dice al termine del vertice il capogruppo in Senato di Forza Italia, Maurizio Gasparri, «però è un tema che approfondirà il governo tenendo conto dei principi giuridici che vigono nel nostro Paese. Già adesso un tifoso che non può andare allo stadio viene chiamato a firmare all’ora della partita per avere la garanzia che sia in commissariato e non allo stadio. Non è un fermo, ma in Italia molte volte ci si dimentica di norme che sono in vigore. L’obiettivo è quello di impedire concentrazioni di persone che, come abbiamo visto a Bologna, a Roma a Torino, molte volte sono le stesse, gli stessi ambienti che si spostano, delle frange di disordine». Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, sta lavorando per sciogliere gli ultimi nodi, partendo dal presupposto che questo provvedimento, un fermo in questura non avallato da un giudice, non possa comunque superare le 12 ore. A differenza degli stadi, che sono luoghi chiusi, ai quali è quindi possibile negare l’accesso con provvedimenti amministrativi (il famoso Daspo), le manifestazioni si svolgono in luoghi aperti. Può succedere che un noto scalmanato venga fermato mentre è diretto, ad esempio, a Roma, dove è in programma una manifestazione. Se il soggetto fermato sostiene di recarsi a nella capitale per un controllo in ospedale, o in visita a un parente, o per impegni di lavoro, che succede? Molto più lineare invece la possibilità di applicare il fermo preventivo in presenza di «elementi di fatto», come il possesso di armi, strumenti atti a offendere, o caschi, passamontagna o altri strumenti per camuffare il volto. C’è poi comunque il tema del diritto alla manifestazione, pure tutelato dalla Costituzione: occorre dunque fare le cose per bene evitando lacune o bug che potrebbero compromettere l’applicabilità delle norme. Forza Italia esprime dubbi anche sulla possibilità di obbligare gli organizzatori di una manifestazione di piazza a versare in anticipo una cauzione da trattenere nel caso in cui l’evento degeneri in violenza creando danni e rischi per cittadini e beni pubblici. «È una misura complicata da attuare», argomenta Gasparri, «ci sono delle valutazioni, perché c’è il tema della responsabilità oggettiva. Io per esempio posso anche essere l’organizzatore ma magari arriva qualcuno che compie atti violenti in piazza quando sono già andato via».
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Maria Rita Parsi (Imagoeconomica)
Il suo lavoro è stato fondamentale, anche per la tutela dell’infanzia dalle ideologie.
Per Maria Rita Parsi, l’infanzia non era un tempo minore, ma il luogo decisivo in cui si misura la responsabilità degli adulti e la salute di una società. È un insegnamento prezioso, quello della celebre - e celebrata - psicoterapeuta. Soprattutto in un’epoca, la nostra, che talvolta usa i bambini come cavie per strampalati esperimenti di ingegneria sociale: basti pensare all’obbrobrio delle drag queen che raccontano favole gender agli alunni dell’asilo, o a chi propone corsi di educazione sessuale già alle elementari. Ecco perché la Parsi, scomparsa oggi all’età di 78 anni, ci mancherà.
Psicoterapeuta, saggista e divulgatrice, Maria Rita Parsi è stata per decenni una delle voci più riconoscibili del dibattito pubblico sui temi dell’infanzia, dell’educazione e delle relazioni familiari. Nata a Roma nel 1947, aveva costruito una carriera che intrecciava pratica clinica, impegno civile e presenza costante sui media, diventando un punto di riferimento per il grande pubblico ben oltre il proprio ambito specialistico. Oltre a essere componente dell’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, poi, è stata anche membro del Comitato Onu sui diritti del fanciullo. Per la sua indefessa opera di tutela dei bambini è stata insignita dell’Ordine al merito della Repubblica italiana.
Autrice di oltre 100 volumi, tra saggi, libri divulgativi e opere di narrativa, la Parsi ha affrontato temi come il rapporto tra genitori e figli, il disagio adolescenziale, la violenza domestica, il bullismo e la responsabilità educativa degli adulti. Tra i suoi titoli più noti figurano Il pensiero bambino, Maladolescenza e Sos pedofilia: parole per uccidere l’orco, tutti libri che hanno contribuito a portare il linguaggio della psicologia fuori dall’accademia, facendolo entrare nelle case degli italiani.
Accanto all’attività editoriale, la Parsi è stata anche giornalista pubblicista, collaborando nel corso degli anni con diverse testate, tra cui Il Messaggero, La Nazione e Donna Moderna, e partecipando regolarmente a programmi televisivi e radiofonici: basti pensare che fu tra le conduttrici di Junior Tv. Non mancò neppure un’incursione, per molti sorprendente, nel mondo della fiction: fu infatti tra gli autori di Professione vacanze, la fortunata serie televisiva degli anni Ottanta con Jerry Calà (che era stato suo paziente), a testimonianza di una versatilità culturale che l’ha sempre portata a sperimentare linguaggi diversi, pur restando fedele ai temi a lei più cari.
Il suo impegno per i diritti dei bambini e degli adolescenti è stato ricordato anche dal ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, che ha espresso il proprio cordoglio sottolineando che «con Maria Rita Parsi perdiamo una figura che ha dedicato tutta la sua vita alla tutela dell’infanzia e alla promozione di un’educazione fondata sulla responsabilità degli adulti». Valditara ha aggiunto che «il suo contributo al dibattito culturale e educativo del Paese resterà un patrimonio prezioso, soprattutto in una fase storica in cui il ruolo della scuola e della famiglia è messo a dura prova».
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