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2018-07-11
«L’euro? Altri potrebbero decidere per noi»
Ansa
«Mi dicono: "Tu vuoi uscire dall'euro"? Badate che potremmo trovarci in situazioni in cui sono altri a decidere. La mia posizione è essere pronti a ogni evenienza». Il famigerato «piano B» di Paolo Savona è tutto qui, e assomiglia molto a una pura dichiarazione di buon senso istituzionale. «In Banca d'Italia mi hanno insegnato», prosegue il ministro per gli Affari europei davanti alle Commissioni Ue di Camera e Senato, «a essere pronti non ad affrontare la normalità ma il “cigno nero", lo choc straordinario». Le parole di Savona non sono ambigue, e anche per questo, ieri, lo staff del ministro è rimasto stupito quando è ripartito, su diversi siti di informazione, il tam tam di titolazioni allusive alla volontà di Savona di uscire dalla moneta unica unilateralmente: atto, peraltro, non compreso nel contratto di governo. La relazione del professore, mancato ministro del Tesoro a causa dell'esplicito veto del Quirinale proprio per le posizioni sulla moneta unica, mostra come il pensiero di Savona da un lato non sia affatto cambiato rispetto a fine maggio, e dall'altro come esso si richiami alla migliore e più consolidata teoria economica internazionale. «Dal momento che sono stato delegittimato dai media, ho cercato legittimazione democratica», ha scandito.
La disfunzionalità dell'unione monetaria, descritta con dovizia dagli economisti ancor prima della sua entrata in vigore, mostra oggi la corda, sembra spiegare Savona, soprattutto perché le «riforme» tanto invocate hanno significato fin qui politiche dal lato dell'offerta a scapito di interventi di stimolo alla domanda aggregata in grado di correggere i «difetti strutturali» dell'architettura dell'eurozona. E dunque, spiega ai membri della commissione, l'euro è a rischio non perché qualche esponente politico italiano o straniero si agiti particolarmente, ma perché mancano politiche di stabilità e crescita capaci di garantire benessere economico e sociale ai Paesi membri, assicurando così il necessario consenso alle istituzioni europee e ai singoli governi, come si conviene a una «casa comune».
Che fare? Savona elenca tre esempi. Primo: dotare la Bce di «pieni poteri sul cambio»; secondo, rendere l'Eurotower «prestatore di ultima istanza», cioè garante dei titoli del debito sovrano (senza questo, i debiti stessi restano oggetto di attacchi speculativi indipendenti dai fondamentali economici del Paese, amplificando squilibri e asimmetrie); terzo, keynesiamente, fare investimenti.
Qui Savona mostra astuzia dialettica, dipingendo l'azione comunitaria del governo Conte come autenticamente europea («Sono europeo, non europeista, e sono trattativista e non sovranista», chiosa il ministro): «Questa politica (di investimenti, ndr) si è scontrata con l'assenza di mezzi finanziari autonomi dell'Ue, ma soprattutto con il rifiuto di conciliare le riforme richieste - la politica dell'offerta - e l'indispensabile politica di stimolo della crescita del reddito e dell'occupazione -la politica della domanda -, finendo con il far dominare la seconda dalla prima». Così, spiega, «la preoccupazione del mercato è che la spesa relativa causi un aumento del disavanzo di bilancio e del rapporto tra debito pubblico e Pil usati come indicatori di solvibilità. Giusto o sbagliato che sia, la politica del governo ne deve tenere conto». Savona conferma così che a finanziare investimenti e programma di governo sarà nuovo deficit, e non nasconde che la scelta può produrre turbamenti sui mercati e sullo spread. Dunque? «L'ideale sarebbe che fosse l'Ue a chiedere di fare la politica indicata, delimitata nei tempi e nelle dimensioni, il che non equivarrebbe alla consueta richiesta di “flessibilità" di bilancio. L'Ue avrebbe interesse a farlo se si intende riproporre come un'alleanza tra stati favorevole al progresso economico e sociale, e non solo a un accordo per la stabilità monetaria e finanziaria da imporre ai Paesi in difficoltà, che non genera sufficiente crescita». Come dire: o l'Europa è capace di fare questo, o non è Europa.
Il primo nodo, Savona lo ripete alle Commissioni, è la Bce, e non a caso fa sapere di avere chiesto udienza a Mario Draghi. Poi tocca agli investimenti, e qui viene la parte più politicamente cruciale: «Per raggiungere questo risultato occorre uscire dai vincoli finanziari del bilancio europeo che non generano spinte autopropulsive e ricorrere a meccanismi capaci di imprimere una spinta esogena alla domanda, ricorrendo ai finanziamenti della Banca europea degli investimenti come esplicitamente previsto dagli accordi di Maastricht».
Le «idee chiare» di cui aveva parlato il vicepremier Matteo Salvini alla Verità sono dunque queste, e Savona le chiarisce ulteriormente: «L'esecutivo deve realizzare i provvedimenti promessi: reddito di cittadinanza, flat tax, Fornero: non è vero che l'Italia vive al di sopra delle sue risorse. Viviamo al di sotto, perché esistono i vincoli europei».
Così, nel giorno in cui il presidente dell'Abi Antonio Patuelli dipinge un'Italia che potrebbe finire nei «gorghi di un nazionalismo mediterraneo molto simile a quelli sudamericani» (sic) e il governatore di Bankitalia Ignazio Visco ammette che il Paese è «più fragile di dieci anni fa» - malgrado le «riforme» - Savona indica una strada che ha più i toni della ragionevolezza quasi ovvia (eppure mai percorsa dagli ultimi governi) che quelli del tavolo da ribaltare, tanto che perfino dal Pd arrivano timidi plausi. Resta un problema: e se su statuto della Bce, investimenti e vincoli ci dicono di no? Ecco, è in casi del genere che può tornare utile avere nel cassetto un «piano B».
Martino Cervo
Martino Cervo
Il capo dei banchieri ci inchioda all'Ue: «Altrimenti si finisce come l’Argentina»
Per l'Italia occorre «partecipare maggiormente all'Unione europea», altrimenti il nostro Paese «potrebbe finire nei gorghi di un nazionalismo mediterraneo molto simile a quelli sudamericani». È il monito lanciato da Antonio Patuelli nel corso dell'Assemblea annuale dell'Associazione bancaria italiana svoltasi ieri a Roma. Al termine dell'evento, Patuelli è stato confermato all'unanimità nell'incarico di presidente dell'Abi per il biennio 2018-2020.
Un discorso poco tecnico e molto politico, a volte quasi confusionario, quello pronunciato dal sessantasettenne imprenditore italiano convertitosi al mondo della politica bancaria. Ma soprattutto condito da una forte dose di allarmismo, specie nel paragone choc tra la crisi argentina e i pericoli a cui rischia di andare incontro il nostro Paese se non decide di viaggiare sui giusti (a suo dire) binari. «Questa primavera, in Argentina, il tasso di sconto ha perfino raggiunto il 40%», ha ammonito Patuelli, aggiungendo che «con la lira italiana, negli anni Ottanta, il tasso di sconto fu anche del 19%».
Un dardo velenoso nei confronti di chi, anche in ambito governativo, è convinto che la soluzione ai problemi dell'Italia stia nell'allentamento dei legami con l'Europa o, addirittura, nell'uscita dalla moneta unica. Per uno strano caso del destino, quasi in contemporanea con la sua relazione, il ministro per gli Affari europei Paolo Savona, in audizione alle commissioni riunite di Camera e Senato, affermava che anche se «l'Italia non intende uscire dall'euro e intende rispettare gli impegni fiscali», si rende comunque «necessario essere pronti a ogni evento, anche all'uscita dall'euro».
Il presidente dell'Abi ha quindi citato il programma del governo tedesco, sostenendo che «l'Europa combina integrazione economica e prosperità con libertà, democrazia e giustizia sociale. Un'Europa forte e unita», ha proseguito «è la migliore garanzia per un futuro di pace, libertà e prosperità. L'Unione ha bisogno di un rinnovamento e di un nuovo inizio: vogliamo un'Europa della democrazia e della solidarietà. Vogliamo approfondire la coesione europea sulla base dei valori democratici e costituzionali a tutti i livelli e rafforzare il principio della solidarietà reciproca». Non è mancato un riferimento al presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, che con la sua azione «ha garantito assai bassi tassi che, penalizzando le banche, hanno favorito la ripresa e salvato la Repubblica nella gestione del debito pubblico il cui peso, altrimenti, sarebbe caduto fiscalmente drammaticamente (sic!) sulle imprese e sulle famiglie italiane». Patuelli ha quindi auspicato una nuova spinta per l'unione bancaria, con testi e regole uguali per tutti i paesi membri.
Ma non è solo la mancata coesione europea a turbare i sogni del presidente dell'Abi. Un pensiero va al debito pubblico (va ridotto «per diminuire la pressione fiscale») e all'immancabile spread, ogni aumento del quale «impatta su Stato, banche, imprese e famiglie, rallentando la ripresa». Se la minaccia di finire in bancarotta e l'ennesimo richiamo al rispetto dei conti pubblici non fossero sufficienti, è quando si parla di banche che Patuelli dà il meglio di sé. Sono proprio gli istituti di credito infatti ad aver «sostenuto il peso maggiore della crisi», rimanendo «compresse dalla crisi, da tassi infimi e da norme in continuo mutamento, talvolta anche da eccessi di burocratizzazione che non servono all'Europa». Nessun cenno alla crisi occupazionale o all'aumento della povertà, ci mancherebbe. Il pensiero, semmai, è rivolto ai «circa 12 miliardi per i salvataggi e per nuovi fondi europei e nazionali e di garanzia» e ai «grandi sforzi e progressi» nella riduzione delle sofferenze e dei crediti deteriorati.
Chiaroscuri anche dalla relazione del governatore di Banca d'Italia, Ignazio Visco, intervenuto a margine dell'assemblea. Anche se il nostro Paese «è in grado di fronteggiare i graduali cambiamenti nel tono della politica monetaria», ha affermato Visco, «il conseguimento di un tasso di crescita soddisfacente e stabile è però ostacolato dalla dinamica ancora troppo debole della produttività, dalle inefficienze e dalle rigidità del contesto in cui operano le imprese e dall'elevata incidenza del debito pubblico sul prodotto». Negativo il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, che ha paventato un rischio al ribasso nelle stime della crescita del Pil.
Gianluca De Maio
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Paolo Savona parla alle commissioni Ue del Parlamento: «Vogliamo un'Europa più forte ed equa, la Bce deve garantire i titoli del debito e servono investimenti senza gli attuali vincoli. Nessuno vuole uscire, ma mi hanno insegnato a essere pronto a tutto». Antonio Patuelli, numero uno dell'Abi, punta il dito sul nazionalismo: «Con meno partecipazione all'Unione, scenari da Sudamerica». Lo speciale contiene due articoli «Mi dicono: "Tu vuoi uscire dall'euro"? Badate che potremmo trovarci in situazioni in cui sono altri a decidere. La mia posizione è essere pronti a ogni evenienza». Il famigerato «piano B» di Paolo Savona è tutto qui, e assomiglia molto a una pura dichiarazione di buon senso istituzionale. «In Banca d'Italia mi hanno insegnato», prosegue il ministro per gli Affari europei davanti alle Commissioni Ue di Camera e Senato, «a essere pronti non ad affrontare la normalità ma il “cigno nero", lo choc straordinario». Le parole di Savona non sono ambigue, e anche per questo, ieri, lo staff del ministro è rimasto stupito quando è ripartito, su diversi siti di informazione, il tam tam di titolazioni allusive alla volontà di Savona di uscire dalla moneta unica unilateralmente: atto, peraltro, non compreso nel contratto di governo. La relazione del professore, mancato ministro del Tesoro a causa dell'esplicito veto del Quirinale proprio per le posizioni sulla moneta unica, mostra come il pensiero di Savona da un lato non sia affatto cambiato rispetto a fine maggio, e dall'altro come esso si richiami alla migliore e più consolidata teoria economica internazionale. «Dal momento che sono stato delegittimato dai media, ho cercato legittimazione democratica», ha scandito. La disfunzionalità dell'unione monetaria, descritta con dovizia dagli economisti ancor prima della sua entrata in vigore, mostra oggi la corda, sembra spiegare Savona, soprattutto perché le «riforme» tanto invocate hanno significato fin qui politiche dal lato dell'offerta a scapito di interventi di stimolo alla domanda aggregata in grado di correggere i «difetti strutturali» dell'architettura dell'eurozona. E dunque, spiega ai membri della commissione, l'euro è a rischio non perché qualche esponente politico italiano o straniero si agiti particolarmente, ma perché mancano politiche di stabilità e crescita capaci di garantire benessere economico e sociale ai Paesi membri, assicurando così il necessario consenso alle istituzioni europee e ai singoli governi, come si conviene a una «casa comune». Che fare? Savona elenca tre esempi. Primo: dotare la Bce di «pieni poteri sul cambio»; secondo, rendere l'Eurotower «prestatore di ultima istanza», cioè garante dei titoli del debito sovrano (senza questo, i debiti stessi restano oggetto di attacchi speculativi indipendenti dai fondamentali economici del Paese, amplificando squilibri e asimmetrie); terzo, keynesiamente, fare investimenti. Qui Savona mostra astuzia dialettica, dipingendo l'azione comunitaria del governo Conte come autenticamente europea («Sono europeo, non europeista, e sono trattativista e non sovranista», chiosa il ministro): «Questa politica (di investimenti, ndr) si è scontrata con l'assenza di mezzi finanziari autonomi dell'Ue, ma soprattutto con il rifiuto di conciliare le riforme richieste - la politica dell'offerta - e l'indispensabile politica di stimolo della crescita del reddito e dell'occupazione -la politica della domanda -, finendo con il far dominare la seconda dalla prima». Così, spiega, «la preoccupazione del mercato è che la spesa relativa causi un aumento del disavanzo di bilancio e del rapporto tra debito pubblico e Pil usati come indicatori di solvibilità. Giusto o sbagliato che sia, la politica del governo ne deve tenere conto». Savona conferma così che a finanziare investimenti e programma di governo sarà nuovo deficit, e non nasconde che la scelta può produrre turbamenti sui mercati e sullo spread. Dunque? «L'ideale sarebbe che fosse l'Ue a chiedere di fare la politica indicata, delimitata nei tempi e nelle dimensioni, il che non equivarrebbe alla consueta richiesta di “flessibilità" di bilancio. L'Ue avrebbe interesse a farlo se si intende riproporre come un'alleanza tra stati favorevole al progresso economico e sociale, e non solo a un accordo per la stabilità monetaria e finanziaria da imporre ai Paesi in difficoltà, che non genera sufficiente crescita». Come dire: o l'Europa è capace di fare questo, o non è Europa. Il primo nodo, Savona lo ripete alle Commissioni, è la Bce, e non a caso fa sapere di avere chiesto udienza a Mario Draghi. Poi tocca agli investimenti, e qui viene la parte più politicamente cruciale: «Per raggiungere questo risultato occorre uscire dai vincoli finanziari del bilancio europeo che non generano spinte autopropulsive e ricorrere a meccanismi capaci di imprimere una spinta esogena alla domanda, ricorrendo ai finanziamenti della Banca europea degli investimenti come esplicitamente previsto dagli accordi di Maastricht». Le «idee chiare» di cui aveva parlato il vicepremier Matteo Salvini alla Verità sono dunque queste, e Savona le chiarisce ulteriormente: «L'esecutivo deve realizzare i provvedimenti promessi: reddito di cittadinanza, flat tax, Fornero: non è vero che l'Italia vive al di sopra delle sue risorse. Viviamo al di sotto, perché esistono i vincoli europei». Così, nel giorno in cui il presidente dell'Abi Antonio Patuelli dipinge un'Italia che potrebbe finire nei «gorghi di un nazionalismo mediterraneo molto simile a quelli sudamericani» (sic) e il governatore di Bankitalia Ignazio Visco ammette che il Paese è «più fragile di dieci anni fa» - malgrado le «riforme» - Savona indica una strada che ha più i toni della ragionevolezza quasi ovvia (eppure mai percorsa dagli ultimi governi) che quelli del tavolo da ribaltare, tanto che perfino dal Pd arrivano timidi plausi. Resta un problema: e se su statuto della Bce, investimenti e vincoli ci dicono di no? Ecco, è in casi del genere che può tornare utile avere nel cassetto un «piano B». Martino Cervo Martino Cervo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/piano-b-di-savona-patuelli-2585522291.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-capo-dei-banchieri-ci-inchioda-allue-altrimenti-si-finisce-come-largentina" data-post-id="2585522291" data-published-at="1765818845" data-use-pagination="False"> Il capo dei banchieri ci inchioda all'Ue: «Altrimenti si finisce come l’Argentina» Per l'Italia occorre «partecipare maggiormente all'Unione europea», altrimenti il nostro Paese «potrebbe finire nei gorghi di un nazionalismo mediterraneo molto simile a quelli sudamericani». È il monito lanciato da Antonio Patuelli nel corso dell'Assemblea annuale dell'Associazione bancaria italiana svoltasi ieri a Roma. Al termine dell'evento, Patuelli è stato confermato all'unanimità nell'incarico di presidente dell'Abi per il biennio 2018-2020. Un discorso poco tecnico e molto politico, a volte quasi confusionario, quello pronunciato dal sessantasettenne imprenditore italiano convertitosi al mondo della politica bancaria. Ma soprattutto condito da una forte dose di allarmismo, specie nel paragone choc tra la crisi argentina e i pericoli a cui rischia di andare incontro il nostro Paese se non decide di viaggiare sui giusti (a suo dire) binari. «Questa primavera, in Argentina, il tasso di sconto ha perfino raggiunto il 40%», ha ammonito Patuelli, aggiungendo che «con la lira italiana, negli anni Ottanta, il tasso di sconto fu anche del 19%». Un dardo velenoso nei confronti di chi, anche in ambito governativo, è convinto che la soluzione ai problemi dell'Italia stia nell'allentamento dei legami con l'Europa o, addirittura, nell'uscita dalla moneta unica. Per uno strano caso del destino, quasi in contemporanea con la sua relazione, il ministro per gli Affari europei Paolo Savona, in audizione alle commissioni riunite di Camera e Senato, affermava che anche se «l'Italia non intende uscire dall'euro e intende rispettare gli impegni fiscali», si rende comunque «necessario essere pronti a ogni evento, anche all'uscita dall'euro». Il presidente dell'Abi ha quindi citato il programma del governo tedesco, sostenendo che «l'Europa combina integrazione economica e prosperità con libertà, democrazia e giustizia sociale. Un'Europa forte e unita», ha proseguito «è la migliore garanzia per un futuro di pace, libertà e prosperità. L'Unione ha bisogno di un rinnovamento e di un nuovo inizio: vogliamo un'Europa della democrazia e della solidarietà. Vogliamo approfondire la coesione europea sulla base dei valori democratici e costituzionali a tutti i livelli e rafforzare il principio della solidarietà reciproca». Non è mancato un riferimento al presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, che con la sua azione «ha garantito assai bassi tassi che, penalizzando le banche, hanno favorito la ripresa e salvato la Repubblica nella gestione del debito pubblico il cui peso, altrimenti, sarebbe caduto fiscalmente drammaticamente (sic!) sulle imprese e sulle famiglie italiane». Patuelli ha quindi auspicato una nuova spinta per l'unione bancaria, con testi e regole uguali per tutti i paesi membri. Ma non è solo la mancata coesione europea a turbare i sogni del presidente dell'Abi. Un pensiero va al debito pubblico (va ridotto «per diminuire la pressione fiscale») e all'immancabile spread, ogni aumento del quale «impatta su Stato, banche, imprese e famiglie, rallentando la ripresa». Se la minaccia di finire in bancarotta e l'ennesimo richiamo al rispetto dei conti pubblici non fossero sufficienti, è quando si parla di banche che Patuelli dà il meglio di sé. Sono proprio gli istituti di credito infatti ad aver «sostenuto il peso maggiore della crisi», rimanendo «compresse dalla crisi, da tassi infimi e da norme in continuo mutamento, talvolta anche da eccessi di burocratizzazione che non servono all'Europa». Nessun cenno alla crisi occupazionale o all'aumento della povertà, ci mancherebbe. Il pensiero, semmai, è rivolto ai «circa 12 miliardi per i salvataggi e per nuovi fondi europei e nazionali e di garanzia» e ai «grandi sforzi e progressi» nella riduzione delle sofferenze e dei crediti deteriorati. Chiaroscuri anche dalla relazione del governatore di Banca d'Italia, Ignazio Visco, intervenuto a margine dell'assemblea. Anche se il nostro Paese «è in grado di fronteggiare i graduali cambiamenti nel tono della politica monetaria», ha affermato Visco, «il conseguimento di un tasso di crescita soddisfacente e stabile è però ostacolato dalla dinamica ancora troppo debole della produttività, dalle inefficienze e dalle rigidità del contesto in cui operano le imprese e dall'elevata incidenza del debito pubblico sul prodotto». Negativo il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, che ha paventato un rischio al ribasso nelle stime della crescita del Pil. Gianluca De Maio
La risposta alla scoppiettante Atreju è stata una grigia assemblea piddina
Il tema di quest’anno, Angeli e Demoni, ha guidato il percorso visivo e narrativo dell’evento. Il manifesto ufficiale, firmato dal torinese Antonio Lapone, omaggia la Torino magica ed esoterica e il fumetto franco-belga. Nel visual, una cosplayer attraversa il confine tra luce e oscurità, tra bene e male, tra simboli antichi e cultura pop moderna, sfogliando un fumetto da cui si sprigiona luce bianca: un ponte tra tradizione e innovazione, tra arte e narrazione.
Fumettisti e illustratori sono stati il cuore pulsante dell’Oval: oltre 40 autori, tra cui il cinese Liang Azha e Lorenzo Pastrovicchio della scuderia Disney, hanno accolto il pubblico tra sketch e disegni personalizzati, conferenze e presentazioni. Primo Nero, fenomeno virale del web con oltre 400.000 follower, ha presentato il suo debutto editoriale con L’Inkredibile Primo Nero Show, mentre Sbam! e altre case editrici hanno ospitato esposizioni, reading e performance di autori come Giorgio Sommacal, Claudio Taurisano e Vince Ricotta, che ha anche suonato dal vivo.
Il cosplay ha confermato la sua centralità: più di 120 partecipanti si sono sfidati nella tappa italiana del Nordic Cosplay Championship, con Carlo Visintini vincitore e qualificato per la finale in Svezia. Parallelamente, il propmaking ha permesso di scoprire il lavoro artigianale dietro armi, elmi e oggetti scenici, rivelando la complessità della costruzione dei personaggi.
La musica ha attraversato generazioni e stili. La Battle of the Bands ha offerto uno spazio alle band emergenti, mentre le icone delle sigle tv, Giorgio Vanni e Cristina D’Avena, hanno trasformato l’Oval in un grande palco popolare, richiamando migliaia di fan. Non è mancato il K-pop, con workshop, esibizioni e karaoke coreano, che ha coinvolto i più giovani in una dimensione interattiva e partecipativa. La manifestazione ha integrato anche dimensioni educative e culturali. Il Dipartimento di Matematica dell’Università di Torino ha esplorato il ruolo della matematica nei fumetti, mostrando come concetti scientifici possano dialogare con la narrazione visiva. Lo chef Carlo Mele, alias Ojisan, ha illustrato la relazione tra cibo e animazione giapponese, trasformando piatti iconici degli anime in esperienze reali. Il pubblico ha potuto immergersi nella magia del Villaggio di Natale, quest’anno allestito nella Casa del Grinch, tra laboratori creativi, truccabimbi e la Christmas Elf Dance, mentre l’area games e l’area videogames hanno offerto tornei, postazioni libere e spazi dedicati a giochi indipendenti, modellismo e miniature, garantendo una partecipazione attiva e immersiva a tutte le età.
Con 28.000 visitatori in due giorni, Xmas Comics & Games conferma la propria crescita come festival della cultura pop, capace di unire creatività, spettacolo e narrazione, senza dimenticare la componente sociale e educativa. Tra fumetti, cosplay, musica e gioco, Torino è diventata il punto d’incontro per chi vuole vivere in prima persona il racconto pop contemporaneo, dove ogni linguaggio si intreccia e dialoga con gli altri, trasformando la fiera in una grande esperienza culturale condivisa.
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i,Hamza Abdi Barre (Getty Images)
La Somalia è intrappolata in una spirale di instabilità sempre più profonda: un’insurrezione jihadista in crescita, un apparato di sicurezza inefficiente, una leadership politica divisa e la competizione tra potenze vicine che alimenta rivalità interne. Il controllo effettivo del governo federale si riduce ormai alla capitale e a poche località satelliti, una sorta di isola amministrativa circondata da gruppi armati e clan in competizione. L’esercito nazionale, logorato, frammentato e privo di una catena di comando solida, non è in grado di garantire la sicurezza nemmeno sulle principali rotte commerciali che costeggiano il Paese. In queste condizioni, il collasso dell’autorità centrale e la caduta di Mogadiscio nelle mani di gruppi ostili rappresentano scenari sempre meno remoti, con ripercussioni dirette sulla navigazione internazionale e sulla sicurezza regionale.
La pirateria somala, un tempo contenuta da pattugliamenti congiunti e operazioni navali multilaterali, è oggi alimentata anche dal radicamento di milizie jihadiste che controllano vaste aree dell’entroterra. Questi gruppi, dopo anni di scontri contro il governo federale e di brevi avanzate respinte con l’aiuto delle forze speciali straniere, hanno recuperato terreno e consolidato le proprie basi logistiche proprio lungo i corridoi costieri. Da qui hanno intensificato sequestri, assalti e sabotaggi, colpendo infrastrutture critiche e perfino centri governativi di intelligence. L’attacco del 2025 contro una sede dei servizi somali, che portò alla liberazione di decine di detenuti, diede il segnale dell’audacia crescente di questi movimenti.
Le debolezze dell’apparato statale restano uno dei fattori decisivi. Nonostante due decenni di aiuti, investimenti e programmi di addestramento militare, le forze somale non riescono a condurre operazioni continuative contro reti criminali e gruppi jihadisti. Il consumo interno di risorse, la corruzione diffusa, i legami di fedeltà clanici e la dipendenza dall’Agenzia dell’Unione africana per il supporto alla sicurezza hanno sgretolato ogni tentativo di riforma. Nel frattempo, l’interferenza politica nella gestione della missione internazionale ha sfiancato i donatori, ridotto il coordinamento e lasciato presagire un imminente disimpegno. A questo si aggiungono le tensioni istituzionali: modifiche costituzionali controverse, una mappa federale contestata e tentativi percepiti come manovre per prolungare la permanenza al potere della leadership attuale hanno spaccato la classe politica e paralizzato qualsiasi risposta comune alla minaccia emergente. Mentre i vertici si dividono, le bande armate osservano, consolidano il controllo del territorio e preparano nuovi colpi contro la navigazione e le città costiere. Sul piano internazionale cresce il numero di governi che, temendo un collasso definitivo del sistema federale, sondano discretamente la possibilità di una trattativa con i gruppi armati. Ma l’ipotesi di una Mogadiscio conquistata da milizie che già controllano ampie aree della costa solleva timori concreti: un ritorno alla pirateria sistemica, attacchi oltre confine e una spirale di conflitti locali che coinvolgerebbe l’intero Corno d’Africa.
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Il presidente eletto del Cile José Antonio Kast e sua moglie Maria Pia Adriasola (Ansa)
Un elemento significativo di queste elezioni presidenziali è stata l’elevata affluenza alle urne, che si è rivelata in aumento del 38% rispetto al 2021. Quelle di ieri sono infatti state le prime elezioni tenute dopo che, nel 2022, è stato introdotto il voto obbligatorio. La vittoria di Kast ha fatto da contraltare alla crisi della sinistra cilena. Il presidente uscente, Gabriel Boric, aveva vinto quattro anni fa, facendo leva soprattutto sull’impopolarità dell’amministrazione di centrodestra, guidata da Sebastián Piñera. Tuttavia, a partire dal 2023, gli indici di gradimento di Boric sono iniziati a crollare. E questo ha danneggiato senza dubbio la Jara, che è stata ministro del Lavoro fino allo scorso aprile. Certo, Kast si accinge a governare a fronte di un Congresso diviso: il che potrebbe rappresentare un problema per alcune delle sue proposte più incisive. Resta tuttavia il fatto che la sua vittoria ha avuto dei numeri assai significativi.
«La vittoria di Kast in Cile segue una serie di elezioni in America Latina che negli ultimi anni hanno spostato la regione verso destra, tra cui quelle in Argentina, Ecuador, Costa Rica ed El Salvador», ha riferito la Bbc. Lo spostamento a destra dell’America Latina è una buona notizia per la Casa Bianca. Ricordiamo che, alcuni giorni fa, Washington a pubblicato la sua nuova strategia di sicurezza nazionale: un documento alla cui base si registra il rilancio della Dottrina Monroe. Per Trump, l’obiettivo, da questo punto di vista, è duplice. Innanzitutto, punta a contrastare il fenomeno dell’immigrazione irregolare. In secondo luogo, mira ad arginare l’influenza geopolitica della Cina sull’Emisfero occidentale. Vale a tal proposito la pena di ricordare che Boric, negli ultimi anni, ha notevolmente avvicinato Santiago a Pechino. Una linea che, di certo, a Washington non è stata apprezzata.
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