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2019-04-16
Trump protegge Big pharma Usa e dichiara guerra alle medicine indiane
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Ansa
Washington «intende estinguere le designazioni dell'India e della Turchia come paesi in via di sviluppo beneficiari nell'ambito del programma Sistema di preferenze generalizzate (Spg) perché non rispettano più i criteri di ammissibilità statutari», ha dichiarato l'Ufficio del rappresentante commerciale degli Stati Uniti. In particolare, secondo la Casa Bianca, Nuova Delhi non avrebbe «assicurato agli Stati Uniti un accesso equo e ragionevole ai suoi mercati». La mossa potrebbe produrre delle conseguenze non poco rilevanti: si pensi solo che nel 2017 - attraverso questo sistema preferenziale - l'India ha esportato beni per 5,7 miliardi di dollari senza dazi.
Insomma, le relazioni tra Stati Uniti e India sembrano essere entrate in una fase piuttosto turbolenta. Del resto, i rapporti tra le due nazioni non sono mai risultati scevri da una certa ambiguità. E le tensioni non sono mancate. A partire dal settore farmaceutico. Non solo infatti Nuova Delhi è profondamente specializzata nella produzione di farmaci generici. Ma, in passato, hanno avuto luogo svariati episodi di attrito proprio con Washington che ha spesso accusato l'India di danneggiare l'America sul fronte della proprietà intellettuale. In questo senso, già nel 1992, l'amministrazione di George Herbert Walker Bush prese dei provvedimenti per limitare i benefici goduti da Nuova Delhi nell'export legato al settore chimico e farmaceutico. L'India adeguò nel 2005 la propria legislazione sui brevetti ai criteri stabiliti dalla Wto, pur mantenendo determinate eccezioni: in particolare Nuova Delhi decretò che soltanto i farmaci effettivamente nuovi dovessero essere messi sotto brevetto, onde evitare che le case farmaceutiche allungassero il diritto di sfruttamento attraverso leggere modifiche del medicinale.
Questo accordo, per quanto non eliminasse tutte le ragioni di attrito con gli Stati Uniti, venne usato dall'establishment di Washington come mezzo per rinsaldare le relazioni con l'India. Le alte sfere della politica americana hanno sempre considerato Nuova Delhi come un imprescindibile alleato internazionale. E questo essenzialmente per due ragioni. In primis, tale vicinanza ha consentito agli Stati Uniti di sottrarre alla Cina la pretesa di presentarsi come capofila esclusivo dei Paesi emergenti (soprattutto in funzione antiamericana). In secondo luogo, ci sono da tempo in ballo anche questioni di collaborazione nel settore militare e nucleare. In particolare, nel 2008 è stato siglato l'India–United States civil nuclear agreement, un trattato bilaterale finalizzato alla cooperazione nucleare per scopi civili. Senza poi dimenticare che, a partire dal 2002, siano state firmate una serie di intese militari tra i due Paesi: intese con il principale obiettivo di incrementare la condivisione di informazioni di intelligence.
Ciononostante la simpatia mostrata dall'establishment di Washington verso Nuova Delhi non ha impedito il risorgere di un certo malcontento da parte della grande industria farmaceutica americana. Dal momento che - rispetto ai Paesi sviluppati - i costi operativi, di produzione e di manodopera indiani possono essere inferiori del 70%, i principali produttori di farmaci generici come Lupin, Mylan e Sun pharmaceuticals sono diventati leader di mercato a livello mondiale grazie alla loro presenza in India. Nel 2018, l'India ha rappresentato quasi il 40% di tutti i farmaci generici approvati dalla Food and drug administration ed è stata il principale esportatore al mondo in questo settore. Gli Stati Uniti risultano, del resto, il partner commerciale più importante dell'India in materia di farmaci generici, importando circa un quarto dell'export indiano nel comparto. Eppure, la Fda ha col tempo iniziato a mettere sotto i riflettori questa situazione, concentrandosi su alcuni problemi specifici: dalle controverse pratiche commerciali dell'India alla qualità dei suoi medicinali. Più in generale - questa è la posizione degli Stati Uniti - mentre l'industria farmaceutica americana si concentrerebbe maggiormente sull'innovazione, quella indiana mirerebbe invece principalmente ad aumentare le proprie quote di mercato nel settore dei medicinali generici. Strategia che porterebbe Nuova Delhi ad adottare pratiche commerciali scorrette e a violare le normative in termini di proprietà intellettuale. Dall'altra parte, i sostenitori dell'India ribattono, difendendo la produzione di medicinali a basso costo e criticando lo strapotere delle grandi ditte farmaceutiche (americane e non).
Come che sia, questa situazione rischia adesso di produrre delle pesanti ripercussioni non solo nelle relazioni tra Stati Uniti e India ma anche in seno alla stessa politica interna americana. Si potrebbe, in altre parole, aprire l'ennesimo fronte di scontro tra l'establishment di Washington e lo stesso Donald Trump. Se il primo mira ancora oggi a un approccio conciliante e collaborativo verso Nuova Delhi nel settore militare, il secondo sembrerebbe maggiormente puntare alla difesa dell'industria statunitense. Senza poi dimenticare le dinamiche elettorali. Non bisogna infatti trascurare come recenti sondaggi abbiano mostrato che - tra la base repubblicana - non si nutra particolare fiducia verso l'India. Il tutto viene poi a legarsi al progressivo scetticismo che si sta diffondendo in America verso i trattati internazionali di libero scambio. Insomma, i recenti attriti commerciali tra la Casa Bianca e Nuova Delhi potrebbero inserirsi nel più complicato quadro degli attriti attinenti al campo chimico-farmaceutico. Un elemento che potrebbe spingere Trump non solo a rinverdire il suo classico messaggio protezionista ma anche a riprendere la propria battaglia contro le alte sfere dell'establishment statunitense. Sotto questo aspetto, bisognerà capire quale posizione sceglierà di adottare il Congresso americano: se da una parte le ispezioni della Fda hanno recentemente riscosso un'approvazione bipartisan, dall'altra alcuni senatori statunitensi hanno criticato Trump per lo schiaffo commerciale a Nuova Delhi del mese scorso. E - con la campagna elettorale del 2020 alle porte - il quadro sarà probabilmente destinato a ingarbugliarsi.
Gli Stati Uniti detengono da soli oltre il 45% del mercato farmaceutico mondiale: nel 2016, tale quota è stata valutata intorno ai 446 miliardi di dollari. In questo quadro, quasi 60 miliardi di dollari vengono spesi ogni anno in ricerca e sviluppo nel settore. I costi per lo sviluppo di un nuovo farmaco sono aumentati drasticamente negli ultimi decenni: da meno di 200 milioni di dollari negli anni Settanta fino a oltre 2,6 miliardi al giorno d'oggi. Nel 2017 il Nord America ha rappresentato il 48,1% di vendite farmaceutiche mondiali rispetto al 22,2% dell'Europa. Secondo dati Iqvia, il 64,1% delle vendite di nuovi farmaci lanciati nel periodo 2012-2017 sarebbe avvenuto sul mercato statunitense, rispetto al 18,1% del mercato europeo. Stando a quanto riportato da Reuters, un recente studio ha dimostrato che gli investimenti in marketing farmaceutico sarebbero passati da 15,6 miliardi di dollari a 20,3 miliardi: elemento che ha suscitato qualche polemica. Soprattutto negli ultimi mesi, il dibattito politico americano si è concentrato sul fatto che la grande industria farmaceutica stia continuando a tenere alti i prezzi di listino dei medicinali da prescrizione. L'amministrazione Trump in questo senso ha assunto un atteggiamento critico verso le grandi aziende del comparto farmaceutico statunitense. Il dipartimento di Giustizia sta indagando sui sovrapprezzi imposti dalle compagnie farmaceutiche, sospettando la possibilità di pratiche anticoncorrenziali da parte loro. Tutto questo, mentre il dipartimento della Salute si è più volte espresso negli ultimi mesi contro questa situazione, proibendo anche quelle clausole che impedivano alle farmacie di rendere nota ai pazienti la possibilità di ricorrere a medicinali meno costosi. Inoltre, nel 2018, la Casa Bianca ha proposto l'introduzione di una norma che allinei il prezzo di alcuni farmaci a quello degli altri Paesi. Del resto, trattandosi di una questione molto avvertita dall'elettorato, lo stesso Congresso si colloca sostanzialmente su questa linea in modo bipartisan. In un simile contesto, lo scorso gennaio, il senatore socialista del Vermont, Bernie Sanders, ha per esempio avanzato una proposta di legge che ridurrebbe i costi di un elevato numero di medicinali.
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I rapporti tra Stati Uniti e India sembrano farsi tesi. Il mese scorso il presidente americano si è detto pronto ad aprire un nuovo fronte di scontro, affermando di voler porre fine al trattamento commerciale preferenziale per Nuova Delhi. Washington «intende estinguere le designazioni dell'India e della Turchia come paesi in via di sviluppo beneficiari nell'ambito del programma Sistema di preferenze generalizzate (Spg) perché non rispettano più i criteri di ammissibilità statutari», ha dichiarato l'Ufficio del rappresentante commerciale degli Stati Uniti. In particolare, secondo la Casa Bianca, Nuova Delhi non avrebbe «assicurato agli Stati Uniti un accesso equo e ragionevole ai suoi mercati». La mossa potrebbe produrre delle conseguenze non poco rilevanti: si pensi solo che nel 2017 - attraverso questo sistema preferenziale - l'India ha esportato beni per 5,7 miliardi di dollari senza dazi.Insomma, le relazioni tra Stati Uniti e India sembrano essere entrate in una fase piuttosto turbolenta. Del resto, i rapporti tra le due nazioni non sono mai risultati scevri da una certa ambiguità. E le tensioni non sono mancate. A partire dal settore farmaceutico. Non solo infatti Nuova Delhi è profondamente specializzata nella produzione di farmaci generici. Ma, in passato, hanno avuto luogo svariati episodi di attrito proprio con Washington che ha spesso accusato l'India di danneggiare l'America sul fronte della proprietà intellettuale. In questo senso, già nel 1992, l'amministrazione di George Herbert Walker Bush prese dei provvedimenti per limitare i benefici goduti da Nuova Delhi nell'export legato al settore chimico e farmaceutico. L'India adeguò nel 2005 la propria legislazione sui brevetti ai criteri stabiliti dalla Wto, pur mantenendo determinate eccezioni: in particolare Nuova Delhi decretò che soltanto i farmaci effettivamente nuovi dovessero essere messi sotto brevetto, onde evitare che le case farmaceutiche allungassero il diritto di sfruttamento attraverso leggere modifiche del medicinale.Questo accordo, per quanto non eliminasse tutte le ragioni di attrito con gli Stati Uniti, venne usato dall'establishment di Washington come mezzo per rinsaldare le relazioni con l'India. Le alte sfere della politica americana hanno sempre considerato Nuova Delhi come un imprescindibile alleato internazionale. E questo essenzialmente per due ragioni. In primis, tale vicinanza ha consentito agli Stati Uniti di sottrarre alla Cina la pretesa di presentarsi come capofila esclusivo dei Paesi emergenti (soprattutto in funzione antiamericana). In secondo luogo, ci sono da tempo in ballo anche questioni di collaborazione nel settore militare e nucleare. In particolare, nel 2008 è stato siglato l'India–United States civil nuclear agreement, un trattato bilaterale finalizzato alla cooperazione nucleare per scopi civili. Senza poi dimenticare che, a partire dal 2002, siano state firmate una serie di intese militari tra i due Paesi: intese con il principale obiettivo di incrementare la condivisione di informazioni di intelligence.Ciononostante la simpatia mostrata dall'establishment di Washington verso Nuova Delhi non ha impedito il risorgere di un certo malcontento da parte della grande industria farmaceutica americana. Dal momento che - rispetto ai Paesi sviluppati - i costi operativi, di produzione e di manodopera indiani possono essere inferiori del 70%, i principali produttori di farmaci generici come Lupin, Mylan e Sun pharmaceuticals sono diventati leader di mercato a livello mondiale grazie alla loro presenza in India. Nel 2018, l'India ha rappresentato quasi il 40% di tutti i farmaci generici approvati dalla Food and drug administration ed è stata il principale esportatore al mondo in questo settore. Gli Stati Uniti risultano, del resto, il partner commerciale più importante dell'India in materia di farmaci generici, importando circa un quarto dell'export indiano nel comparto. Eppure, la Fda ha col tempo iniziato a mettere sotto i riflettori questa situazione, concentrandosi su alcuni problemi specifici: dalle controverse pratiche commerciali dell'India alla qualità dei suoi medicinali. Più in generale - questa è la posizione degli Stati Uniti - mentre l'industria farmaceutica americana si concentrerebbe maggiormente sull'innovazione, quella indiana mirerebbe invece principalmente ad aumentare le proprie quote di mercato nel settore dei medicinali generici. Strategia che porterebbe Nuova Delhi ad adottare pratiche commerciali scorrette e a violare le normative in termini di proprietà intellettuale. Dall'altra parte, i sostenitori dell'India ribattono, difendendo la produzione di medicinali a basso costo e criticando lo strapotere delle grandi ditte farmaceutiche (americane e non).Come che sia, questa situazione rischia adesso di produrre delle pesanti ripercussioni non solo nelle relazioni tra Stati Uniti e India ma anche in seno alla stessa politica interna americana. Si potrebbe, in altre parole, aprire l'ennesimo fronte di scontro tra l'establishment di Washington e lo stesso Donald Trump. Se il primo mira ancora oggi a un approccio conciliante e collaborativo verso Nuova Delhi nel settore militare, il secondo sembrerebbe maggiormente puntare alla difesa dell'industria statunitense. Senza poi dimenticare le dinamiche elettorali. Non bisogna infatti trascurare come recenti sondaggi abbiano mostrato che - tra la base repubblicana - non si nutra particolare fiducia verso l'India. Il tutto viene poi a legarsi al progressivo scetticismo che si sta diffondendo in America verso i trattati internazionali di libero scambio. Insomma, i recenti attriti commerciali tra la Casa Bianca e Nuova Delhi potrebbero inserirsi nel più complicato quadro degli attriti attinenti al campo chimico-farmaceutico. Un elemento che potrebbe spingere Trump non solo a rinverdire il suo classico messaggio protezionista ma anche a riprendere la propria battaglia contro le alte sfere dell'establishment statunitense. Sotto questo aspetto, bisognerà capire quale posizione sceglierà di adottare il Congresso americano: se da una parte le ispezioni della Fda hanno recentemente riscosso un'approvazione bipartisan, dall'altra alcuni senatori statunitensi hanno criticato Trump per lo schiaffo commerciale a Nuova Delhi del mese scorso. E - con la campagna elettorale del 2020 alle porte - il quadro sarà probabilmente destinato a ingarbugliarsi.Gli Stati Uniti detengono da soli oltre il 45% del mercato farmaceutico mondiale: nel 2016, tale quota è stata valutata intorno ai 446 miliardi di dollari. In questo quadro, quasi 60 miliardi di dollari vengono spesi ogni anno in ricerca e sviluppo nel settore. I costi per lo sviluppo di un nuovo farmaco sono aumentati drasticamente negli ultimi decenni: da meno di 200 milioni di dollari negli anni Settanta fino a oltre 2,6 miliardi al giorno d'oggi. Nel 2017 il Nord America ha rappresentato il 48,1% di vendite farmaceutiche mondiali rispetto al 22,2% dell'Europa. Secondo dati Iqvia, il 64,1% delle vendite di nuovi farmaci lanciati nel periodo 2012-2017 sarebbe avvenuto sul mercato statunitense, rispetto al 18,1% del mercato europeo. Stando a quanto riportato da Reuters, un recente studio ha dimostrato che gli investimenti in marketing farmaceutico sarebbero passati da 15,6 miliardi di dollari a 20,3 miliardi: elemento che ha suscitato qualche polemica. Soprattutto negli ultimi mesi, il dibattito politico americano si è concentrato sul fatto che la grande industria farmaceutica stia continuando a tenere alti i prezzi di listino dei medicinali da prescrizione. L'amministrazione Trump in questo senso ha assunto un atteggiamento critico verso le grandi aziende del comparto farmaceutico statunitense. Il dipartimento di Giustizia sta indagando sui sovrapprezzi imposti dalle compagnie farmaceutiche, sospettando la possibilità di pratiche anticoncorrenziali da parte loro. Tutto questo, mentre il dipartimento della Salute si è più volte espresso negli ultimi mesi contro questa situazione, proibendo anche quelle clausole che impedivano alle farmacie di rendere nota ai pazienti la possibilità di ricorrere a medicinali meno costosi. Inoltre, nel 2018, la Casa Bianca ha proposto l'introduzione di una norma che allinei il prezzo di alcuni farmaci a quello degli altri Paesi. Del resto, trattandosi di una questione molto avvertita dall'elettorato, lo stesso Congresso si colloca sostanzialmente su questa linea in modo bipartisan. In un simile contesto, lo scorso gennaio, il senatore socialista del Vermont, Bernie Sanders, ha per esempio avanzato una proposta di legge che ridurrebbe i costi di un elevato numero di medicinali.
L'Aston Villa festeggia l'Europa League dopo aver vinto la finale contro il Friburgo (Ansa)
Quando in panchina siede (per modo di dire, visto che si è fatto tutta la partita in piedi) un allenatore che ha un rapporto privilegiato con una competizione come l’Europa League e un curriculum di altissimo livello, il risultato non può che essere uno solo: riportare l’Aston Villa sul tetto d’Europa dopo 44 anni. Allora, era il 1992, un altro calcio, un altro mondo, un altro tutto e la squadra di Birmingham sollevava al cielo di Rotterdam la Coppa dei Campioni battendo in finale il Bayern Monaco. Oggi, il trofeo non è la coppa dalle grandi orecchie, ma la pur sempre prestigiosa Uefa Europa League. Un titolo a cui Unai Emery è particolarmente affezionato e che nella sua personalissima bacheca ci è finito cinque volte. Dopo la tripletta consecutiva alla guida del Siviglia (2014, 2015, 2016) e il successo con il Villarreal nel 2021, l’allenatore spagnolo è riuscito a fare cinquina con l’Aston Villa. Parliamo di un tecnico che ha preso l’Aston Villa nell’ottobre del 2022 nei bassifondi della Premier League e l’ha portato a fine stagione alla qualificazione in Conference League, per poi centrare in quella successiva lo storico ritorno, dopo 41 anni, dei Villans in Champions.
La finale di Istanbul ha chiaramente espresso sul campo una differenza netta non solo tra le due squadre, ma anche tra il sempre più ricco e competitivo campionato inglese e quello tedesco, che eccezion fatta per lo strapotere del Bayern Monaco e qualche exploit di Borussia Dortmund, Eintracht Francoforte e Leverkusen, non è ancora all’altezza della situazione. È vero, probabilmente il Friburgo ha pagato a caro prezzo la poca, se non nulla, esperienza a questi livelli; mentre la squadra di Birmingham è già da qualche stagione che bazzica i palcoscenici più importanti d’Europa e ha tra le fila giocatori con un certo pedigree internazionale, a cominciare dal portiere Emiliano Martinez, campione del mondo con l’Argentina. Per non parlare poi della profondità di rosa, visto che Emery può permettersi il lusso di lasciare in panchina giocatori che sono transitati dalla Serie A o cercati dai nostri club, come l’ex juventino Douglas Luiz, l’ex Roma e Milan Tammy Abraham, Leon Bailey, che dopo una prima parte di stagione anonima in giallorosso ha deciso di tornare a Birmingham, o quel Jadon Sancho più volte cercato da Juventus e Roma e stasera campione d’Europa guardando l’intero match dalla panchina.
Il 3-0 racconta dunque un divario troppo netto tra la quarta in classifica della Premier e la settima della Bundesliga. L’approccio della squadra tedesca, almeno nei primi minuti, non era stato neppure timido. Il Friburgo aveva provato a partire con coraggio, cercando subito Matanovic e tentando di tenere il baricentro abbastanza alto. Ma è bastato poco per capire che il piano partita dell’Aston Villa fosse di tutt'altro tenore. Ogni recupero palla degli inglesi dava la sensazione di poter trasformarsi in una potenziale occasione da gol, soprattutto grazie alla qualità di Tielemans e alla capacità di Rogers di muoversi tra le linee. Proprio Rogers è stato uno dei grandi protagonisti della serata di Istanbul. Già nei primi minuti aveva impegnato Atubolu con un destro ben calibrato e per tutto il primo tempo è stato il giocatore che più ha creato problemi alla difesa tedesca. Il Friburgo, invece, ha vissuto soprattutto di iniziative isolate e dei tentativi di Vincenzo Grifo, italiano e capitano della squadra tedesca, di accendersi tra le linee. Spesso costretto ad abbassarsi per ricevere palloni giocabili, ha provato a dare ordine e fantasia a una squadra che però faticava tremendamente ad arrivare nell’ultimo terzo di campo con lucidità. La partita si è definitivamente indirizzata poco prima dell’intervallo. A rompere l’equilibrio è stato Tielemans, probabilmente il migliore in campo insieme a Rogers e Buendia. Il belga ha trovato il vantaggio con una conclusione al volo di grande qualità sugli sviluppi di un corner, premiando il momento migliore dei Villans. Da lì in avanti il Friburgo si è completamente disunito, accusando il colpo anche dal punto di vista mentale. Il 2-0 arrivato nei minuti di recupero del primo tempo, con il sinistro a giro di Buendia sotto l’incrocio, ha di fatto tolto ogni margine di rimonta alla squadra di Schuster. Nel secondo tempo l’Aston Villa ha fatto esattamente quello che serviva fare in una finale: controllo dei ritmi, gestione del possesso e ripartenze continue negli spazi lasciati dal Friburgo. Emery dalla panchina ha continuato a guidare ogni movimento dei suoi, chiedendo attenzione anche sul doppio vantaggio. Il terzo gol, firmato da Rogers dopo una bellissima azione sviluppata sulla destra, è stato la fotografia della differenza tecnica e atletica vista in campo per tutta la serata.
Da quel momento in poi, il Besiktas Park si è trasformato in una festa inglese. I tifosi del Villa hanno accompagnato gli ultimi minuti tra cori e bandiere, mentre il Friburgo ha lentamente accettato un risultato che non è mai sembrato realmente in discussione dopo l’intervallo. In tribuna, ad assistere al trionfo dei Villans, c’era anche il principe William, tifoso dichiarato dell’Aston Villa. Emery ha così potuto gestire le energie nel finale, inserendo giocatori di qualità ed esperienza come Douglas Luiz e Tyrone Mings a partita ormai chiusa. Per l’Aston Villa questo successo rappresenta molto più di una semplice vittoria europea. È la conferma definitiva del salto di dimensione compiuto dal club negli ultimi anni sotto la guida di Emery. Una squadra che fino a poco tempo fa lottava nelle zone basse della Premier oggi torna a vincere in Europa e lo fa mostrando solidità, qualità e una mentalità ormai da grande squadra. Per il Friburgo resta invece una finale storica raggiunta con merito, ma anche la sensazione di aver incontrato un avversario semplicemente superiore sotto ogni aspetto.
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Getty Images
La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.