True
2023-09-25
Perché si può parlare di invasione
(Ansa)
Una delle giustificazioni addotte dai sostenitori della politica dell’accoglienza, a cominciare dalla sinistra, nonostante l’aumento esponenziale degli arrivi, è che l’immigrazione è indispensabile per colmare il deficit della natalità nel nostro Paese, per risolvere il problema del cosiddetto «inverno demografico». Siccome gli italiani non fanno più figli mentre nella cultura islamica (che è la predominante tra gli immigrati) sopravvive il valore della natalità, la soluzione è aprire le frontiere. In questa direzione va anche lo ius soli, altra battaglia del Pd, che spinge tante donne nel pieno della gravidanza a mettersi in mare sui barchini per dare alla luce il figlio sul nostro suolo e garantirsi così la cittadinanza. A questo tema si accompagna l’altro, sempre sottolineato a sinistra, che gli immigrati sono essenziali per pagarci le future pensioni, dimenticando che chi arriva, non avendo alte specializzazioni, viene assorbito da un mercato del lavoro con bassissime retribuzioni, la maggior parte senza il versamento dei contributi previdenziali e di alcun tipo di assistenza. Al tempo stesso i migranti usufruiscono della gratuità del sistema sanitario, del welfare e possono accedere all’edilizia residenziale pubblica.
Ma secondo la politica progressista questo è un percorso inevitabile a fronte della scarsa natalità italiana.
Ad arrivare a questo ha anche contribuito la stessa cultura liberal di stampo progressista che negli ultimi decenni ha smontato il valore della famiglia mettendo al centro il primato dell’individuo e creando il presupposto sociale per un processo che avrebbe come caduta finale, in modo estremo, una sorta di «sostituzione etnica» (espressione infelice ma da alcuni studiosi riconosciuta), di colonizzazione di valori da parte delle popolazioni immigrate.
La difesa delle peculiarità culturali tra gli immigrati soprattutto islamici è molto forte al punto che anche alcuni magistrati sono arrivati a giustificare comportamenti al limite della legalità, proprio perché riconducibili a radicate abitudini culturali. È il caso del pm della Procura di Brescia che ha chiesto l’assoluzione per l’ex marito di una donna nata in Bangladesh ma cresciuta in Italia, che nel 2019 ha trovato il coraggio di denunciare le violenze subite dall’ex coniuge. La motivazione del pm è stata che il comportamento era «il frutto dell’impianto culturale”. Cioè il maltrattamento va giustificato perché fa parte della cultura. Inquietante ma è così. È un episodio isolato al momento ma indicativo della direzione verso cui stiamo andando.
Come pure ha suscitato un dibattito acceso, la decisione del preside di una scuola di Firenze, l’Itt Marco Polo, che in occasione del Ramadan, ricorrenza annuale prevista dalla religione musulmana, ha pensato di offrire agli studenti che professano questa fede un’aula per raccogliersi in preghiera. Il capogruppo di Fratelli d’Italia in Palazzo Vecchio Alessandro Draghi, ha fatto notare che «se si sceglie la laicità della scuola, come non ci sono i crocifissi, non ci devono essere nemmeno le aule per il Ramadan». Per il preside invece la questione andava posta dal punto di vista dell’inclusione. Queste due situazioni dimostrano quanto siano profonde le radici della cultura islamica.
In parallelo continua da parte del pensiero progressista la demonizzazione della famiglia e quindi del valore della natalità. Un indicatore è il libro uscito recentemente in Francia e diventato presto un successo editoriale. Il titolo, Perché ho scelto di avere un cane e non un bambino, dice tutto. L’autrice, la veterinaria quarantenne Hélène Gateau scrive senza girarci attorno: «Non ho mai voluto avere figli, preferisco dedicarmi al mio cane (un Bordier Terrier adottato dopo una separazione) e lo rivendico. Ho scelto di essere più individualista e di dare priorità al mio stile di vita, alla mia libertà».
Eppure Gateau vive in un Paese, la Francia, che ha politiche molto attente e generose per incentivare la maternità. Questo a conferma che il calo delle nascite non può essere ricondotto essenzialmente a un problema di tipo economico. Se una coppia decide di non avere figli non è unicamente perché ha difficoltà di reddito. C’è anche questo tema ma non è l’unico, come dimostra la scrittrice francese. Gateau arriva a dire che da un punto di vista ormonale, biochimico e neuronale, prova verso il suo cane, qualcosa di molto simile all’attaccamento madre-bambino. E conclude sottolineando che l’animale le consente di avere una vita sociale e affettiva ricca.
Ad aprile scorso il Guardian, quotidiano del pensiero democrat, ospitava un articolo dal titolo «Perché i proprietari di animali domestici sono più popolari dei genitori» di Nell Frizzell, autrice di un libro sulla maternità. Frizzell spiegava che cane e gatto «sono socialmente più accettabili dei bambini perché sono semplicemente più facili da amare». La scrittrice spiegava che i libri sulla genitorialità (incluso il suo) raccontano il lato faticoso della maternità, tra sensi di colpa, ansie e, quando va bene, autoironia. Al contrario i proprietari di cani e gatti sono assecondati e celebrati con una sorta di adorazione al punto che sono viziati in ogni modo. I padroni creano account Instagram e se hanno un comportamento giudicato insolito, sono disposti a spendere anche cifre importanti per sedute da psicologi specialisti di animali domestici. Frizzell ricorda che i cani che, sempre più di frequente, vengono portati in ufficio o presentati come «il mio bambino» senza particolare scandalo. E aggiunge che la genitorialità è un’area di interesse «di nicchia» (l’81% delle donne avrà un bambino quando raggiungerà i 45 anni), mentre gli animali domestici hanno un’«attrattiva di massa» (il 62% delle famiglie nel Regno Unito possiede un animale domestico ). «Le stesse persone che sbadigliano ai colleghi che discutono dei loro figli in ufficio spesso ti intrattengono con storie dei loro gatti seduti sulle loro spalle o cani che mangiano burro di arachidi».
Se quindi, fare figli oltre ad essere un costo è faticoso e un ostacolo alla vita sociale (impedisce di andare agli aperitivi o alle feste), che se ne occupino altre società, sembra essere la conclusione.
«Il fattore economico non basta a spiegare il crollo delle nascite»
«La denatalità ha una molteplicità di cause. Cause materiali come la precarietà del lavoro, i bassi salari, la difficoltà ad acquistare o a prendere in affitto una casa e il costo anche dei figli. Ma oltre a queste incide, nel porre la procreazione ad un posto non di primo piano, una diversa visione della vita. Nell’universo giovanile la prospettiva di diventare genitori è presente ma non è una priorità». Gian Carlo Blangiardo, ex presente dell’Istat, è un autorevole demografo che sta seguendo con grande attenzione l’evoluzione della natalità nella popolazione «non solo italiana e europea. Sostengo che il calo demografico interessa tutto il mondo. Anche in Africa dove le famiglie numerose sono la normalità». Lo studioso mette in fila le cifre di questo inverno delle nascite. «Nel 2008 i neonati erano 577.000 e nel 2022 sono scesi a 393.000. Nei primi sei mesi di quest’anno già si registra un calo dell’1,9%, rispetto allo stesso periodo del 2022. Tutto lascia prevedere che a fine anno dovremmo prender atto dell’ennesimo record al ribasso anche se sono state attivate alcune interessanti iniziative volte a produrre una qualche inversione di tendenza».
È la conseguenza della distruzione culturale del valore della famiglia?
«Una volta il modello era la famiglia, oggi la priorità è di far rientrare l’investimento che è stato fatto negli anni per l’istruzione. Il discorso di creare una coppia e poi di mettere al mondo dei figli, non è rifiutato ma non è più centrale ed è spostato in avanti nel tempo. Si dice spesso: non adesso, non è questo il momento, aspettiamo e vediamo quando le condizioni sono più favorevoli. Ma questa attesa sempre più si trasforma in un accantonamento definitivo del progetto di genitorialità anche perché la coppia poi deve fare i conti con l’elemento fisiologico del calo della capacità riproduttiva con l’avanzare dell’età. Ecco quindi che il punto di caduta di tale orientamento culturale è il calo demografico».
Eppure il nostro Paese ha attraversato periodi economici ben più difficili durante i quali la natalità era più alta, come lo spiega?
«Rispetto al dopoguerra, dove la speranza di un futuro migliore era riposto nelle nuove generazioni e si esprimeva nelle famiglie numerose, oggi nonostante ci siano condizioni di maggior benessere, pesano alcuni fattori culturali che inducono a rinviare la formazione di una famiglia. Nel corso degli ultimi decenni abbiamo assistito a profonde trasformazioni di tipo sociale e normativo. Basti pensare a come è stato modificato il diritto di famiglia e al diverso ruolo della donna nel mercato del lavoro. Questi cambiamenti hanno generato nei giovani una diversa visione della vita, della coppia e della famiglia».
Quanto ha influito la cultura liberal di sinistra e la messa in discussione del modello e della centralità della famiglia?
«Non mi sbilancio in considerazioni di questo tipo. I cambiamenti li abbiamo visti tutti e dietro c’è una società che ha avuto trasformazioni da tanti punti di vista, favorite da certe visioni rispetto ad altre. Guardo il risultato».
E il risultato è che i figli escono di casa per formare una famiglia sempre più tardi e talvolta non per creare una coppia.
«Si calcola che per ogni 100 30-34enni già genitori ce ne siano 279 ancora nella condizione di figli che vivono nella loro famiglia originaria. Ed è una situazione che ultimamente è decisamente peggiorata: fino al 2018 il valore era nel complesso attorno a 150-200 in condizione di figli per ogni 100 già genitori».
In Francia ha fatto discutere ed è un successo editoriale, il libro Perché ho scelto di avere un cane e non un bambino, nel quale l’autrice, la veterinaria Hélène Gateau dice di preferire il suo Border Terrier, a un compagno e ad una famiglia. Che ne pensa?
«È il segno di una scelta di libertà che si può criticare ma è comunque una prerogativa di un individuo. Diventare genitori è una scelta. Piuttosto bisogna intervenire su ciò che ostacola chi vorrebbe diventare genitore».
C’è un deficit di educazione alla famiglia?
«La famiglia è riconosciuta costituzionalmente e svolge e svolgerà un ruolo fondamentale nella società. Il problema è che la famiglia si sta indebolendo e questo una società che invecchia non se lo può permettere. Una rete familiare solida è un obiettivo che va perseguito perché è nell’interesse della società».
La sinistra sostiene che il problema demografico si risolve con più immigrati, è così?
«L’immigrazione non è la soluzione magica a tutti i problemi e non è un contributo risolutivo al crollo delle nascite anche se nel 2022 i bambini da genitori stranieri erano 55.000 su un totale di 393.000. Anche se è una quota importante non è la soluzione a cui puntare perché non funziona. Gli stranieri nel tempo hanno ridotto la loro fecondità perché si trovano a dover far fronte agli stessi problemi dei residenti. Quando si va in un Paese con condizioni diverse, si tende a fare meno figli. Inoltre la natalità sta diminuendo in tutto il mondo».
Quelli che lo dicono esplicitamente
Che la sostituzione di popolo sia un complotto è solo una volgare calunnia. Quale complotto viene pubblicamente e sistematicamente ammesso dai suoi stessi protagonisti?
Già, perché la volontà di rendere le società europee meno europee è del tutto trasparente in una parte importante delle élite politiche e culturali globali. Pietra miliare nella storia del sostituzionismo esplicito è senz’altro il rapporto dell’Onu del 21 marzo 2000 dal titolo Replacement Migration: Is it A Solution to Declining and Ageing Populations?. Fior di debunker vi spiegheranno che questo titolo non deve spaventare. Ancora recentemente, l’Huffington Post spiegava che nel 2000 «l’Onu non prefigurava alcuna cospirazione contro i Paesi ad alta anzianità e bassa natalità, né tanto meno augurava uno scenario in cui tali Stati puntassero sulle popolazioni meno fortunate per correggere le storture del loro sistema. Quello che piuttosto intende il report è l’opportunità - temporanea - che offre la migrazione». Ma in realtà non c’è bisogno di alcuna cospirazione: il semplice fatto che si immagini di spostare popoli sul planisfero come fossero i carri armati del Risiko è già gravissimo. Che poi tali trasferimenti di massa siano «temporanei» lo dice il giornalista, senza prove (anche perché gli stessi ambienti che propongono queste «soluzioni» spingono contestualmente formule di cittadinanza sempre più facile per i nuovi arrivati). Non contente, comunque, le Nazioni Unite, nel 2017, sono tornate sull’argomento. Nel rapporto World Population Prospects: 2017 Revision, l’Onu si preoccupava del fatto che non ci stessimo facendo sostituire abbastanza in fretta. Testualmente: «Anche se le migrazioni internazionali al livello attuale non saranno sufficienti a compensare pienamente la perdita prevista della popolazione legata ai livelli di fertilità, specialmente nella regione europea, il movimento delle persone tra i vari Paesi può contribuire ad attenuare alcune delle conseguenze negative dell’invecchiamento della popolazione». Con tali input giunti dalle massime istituzioni globali, non stupisce che i fiduciari locali colgano al volo il messaggio. Nel 2015, per esempio, un tweet del profilo ufficiale «Deputati Pd», che riprendeva una frase pronunciata dal deputato Enrico Borghi, allora presidente della commissione Ambiente e territorio, recitava: «Dati dicono immigrati si stanno integrando e sostituendo ad autoctoni nella filiera produttiva».
Incredibilmente, questa cosa veniva raccontata con una certa fierezza (notare come la parola «autoctoni» suoni razzista se rivendicata in positivo, mentre diventi neutra se li si sta sostituendo). Ma c’è chi ha formulato gli stessi concetti con ancora meno peli sulla lingua. In un articolo uscito sull’Espresso nel 2017, Eugenio Scalfari se ne uscì così: «La vera politica dei Paesi europei è quindi d’essere capofila di questo movimento migratorio: ridurre le diseguaglianze, aumentare l’integrazione. Si profila come fenomeno positivo, il meticciato, la tendenza alla nascita di un popolo unico, che ha una ricchezza media, una cultura media, un sangue integrato. Questo è un futuro che dovrà realizzarsi entro due o tre generazioni e che va politicamente effettuato dall’Europa. E questo deve essere il compito della sinistra europea e in particolare di quella italiana». Chi non ha bisogno di queste esortazioni è l’esponente della sinistra francese, Jean-Luc Mélenchon. Nel 2011 criticò l’allora ministro dell’Interno, Claude Guéant, spiegando che «la sua idea di una Francia bionda dagli occhi azzurri non è mai esistita». Nel 2013 sbottò: «Non posso sopravvivere quando ci sono solo biondi con gli occhi azzurri, è al di là delle mie forze». Il 21 settembre 2020, al lancio del think tank Institut La Boétie, tenne un vero e proprio elogio della sostituzione etnica, pudicamente ribattezzata come créolisation: «Il popolo francese ha cominciato una forma di creolizzazione che è nuova nella nostra storia. Ma non bisogna averne paura, è un bene! Si va avanti, si cambia, si respira, si vive!». Infine, se servisse una conferma «dall’altra parte», si veda il discorso del presidente turco Recep Tayyip Erdogan ai connazionali in Europa, pronunciato nel 2017: «Non fate tre figli, ma cinque. Perché voi siete il futuro dell’Europa. Questa sarà la migliore risposta all’ingiustizia che vi è stata fatta». Complottista!
Continua a leggereRiduci
La filosofia dominante, che dileggia la famiglia e magnifica la vita senza figli, è la stessa che chiede più migranti. Che hanno un tasso di fertilità altissimo.«Il fattore economico non basta a spiegare il crollo delle nascite». L’ex presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo: «Il clima culturale spinge i giovani a rinviare la procreazione. Finché non diventa troppo tardi». Quelli che lo dicono esplicitamente. Il cambiamento di popolo non nasce da alcun complotto segreto: anzi, spesso è un obiettivo candidamente ammesso. Dall’Onu a Scalfari fino a Erdogan. Lo speciale comprende tre articoli.Una delle giustificazioni addotte dai sostenitori della politica dell’accoglienza, a cominciare dalla sinistra, nonostante l’aumento esponenziale degli arrivi, è che l’immigrazione è indispensabile per colmare il deficit della natalità nel nostro Paese, per risolvere il problema del cosiddetto «inverno demografico». Siccome gli italiani non fanno più figli mentre nella cultura islamica (che è la predominante tra gli immigrati) sopravvive il valore della natalità, la soluzione è aprire le frontiere. In questa direzione va anche lo ius soli, altra battaglia del Pd, che spinge tante donne nel pieno della gravidanza a mettersi in mare sui barchini per dare alla luce il figlio sul nostro suolo e garantirsi così la cittadinanza. A questo tema si accompagna l’altro, sempre sottolineato a sinistra, che gli immigrati sono essenziali per pagarci le future pensioni, dimenticando che chi arriva, non avendo alte specializzazioni, viene assorbito da un mercato del lavoro con bassissime retribuzioni, la maggior parte senza il versamento dei contributi previdenziali e di alcun tipo di assistenza. Al tempo stesso i migranti usufruiscono della gratuità del sistema sanitario, del welfare e possono accedere all’edilizia residenziale pubblica.Ma secondo la politica progressista questo è un percorso inevitabile a fronte della scarsa natalità italiana. Ad arrivare a questo ha anche contribuito la stessa cultura liberal di stampo progressista che negli ultimi decenni ha smontato il valore della famiglia mettendo al centro il primato dell’individuo e creando il presupposto sociale per un processo che avrebbe come caduta finale, in modo estremo, una sorta di «sostituzione etnica» (espressione infelice ma da alcuni studiosi riconosciuta), di colonizzazione di valori da parte delle popolazioni immigrate.La difesa delle peculiarità culturali tra gli immigrati soprattutto islamici è molto forte al punto che anche alcuni magistrati sono arrivati a giustificare comportamenti al limite della legalità, proprio perché riconducibili a radicate abitudini culturali. È il caso del pm della Procura di Brescia che ha chiesto l’assoluzione per l’ex marito di una donna nata in Bangladesh ma cresciuta in Italia, che nel 2019 ha trovato il coraggio di denunciare le violenze subite dall’ex coniuge. La motivazione del pm è stata che il comportamento era «il frutto dell’impianto culturale”. Cioè il maltrattamento va giustificato perché fa parte della cultura. Inquietante ma è così. È un episodio isolato al momento ma indicativo della direzione verso cui stiamo andando. Come pure ha suscitato un dibattito acceso, la decisione del preside di una scuola di Firenze, l’Itt Marco Polo, che in occasione del Ramadan, ricorrenza annuale prevista dalla religione musulmana, ha pensato di offrire agli studenti che professano questa fede un’aula per raccogliersi in preghiera. Il capogruppo di Fratelli d’Italia in Palazzo Vecchio Alessandro Draghi, ha fatto notare che «se si sceglie la laicità della scuola, come non ci sono i crocifissi, non ci devono essere nemmeno le aule per il Ramadan». Per il preside invece la questione andava posta dal punto di vista dell’inclusione. Queste due situazioni dimostrano quanto siano profonde le radici della cultura islamica.In parallelo continua da parte del pensiero progressista la demonizzazione della famiglia e quindi del valore della natalità. Un indicatore è il libro uscito recentemente in Francia e diventato presto un successo editoriale. Il titolo, Perché ho scelto di avere un cane e non un bambino, dice tutto. L’autrice, la veterinaria quarantenne Hélène Gateau scrive senza girarci attorno: «Non ho mai voluto avere figli, preferisco dedicarmi al mio cane (un Bordier Terrier adottato dopo una separazione) e lo rivendico. Ho scelto di essere più individualista e di dare priorità al mio stile di vita, alla mia libertà». Eppure Gateau vive in un Paese, la Francia, che ha politiche molto attente e generose per incentivare la maternità. Questo a conferma che il calo delle nascite non può essere ricondotto essenzialmente a un problema di tipo economico. Se una coppia decide di non avere figli non è unicamente perché ha difficoltà di reddito. C’è anche questo tema ma non è l’unico, come dimostra la scrittrice francese. Gateau arriva a dire che da un punto di vista ormonale, biochimico e neuronale, prova verso il suo cane, qualcosa di molto simile all’attaccamento madre-bambino. E conclude sottolineando che l’animale le consente di avere una vita sociale e affettiva ricca.Ad aprile scorso il Guardian, quotidiano del pensiero democrat, ospitava un articolo dal titolo «Perché i proprietari di animali domestici sono più popolari dei genitori» di Nell Frizzell, autrice di un libro sulla maternità. Frizzell spiegava che cane e gatto «sono socialmente più accettabili dei bambini perché sono semplicemente più facili da amare». La scrittrice spiegava che i libri sulla genitorialità (incluso il suo) raccontano il lato faticoso della maternità, tra sensi di colpa, ansie e, quando va bene, autoironia. Al contrario i proprietari di cani e gatti sono assecondati e celebrati con una sorta di adorazione al punto che sono viziati in ogni modo. I padroni creano account Instagram e se hanno un comportamento giudicato insolito, sono disposti a spendere anche cifre importanti per sedute da psicologi specialisti di animali domestici. Frizzell ricorda che i cani che, sempre più di frequente, vengono portati in ufficio o presentati come «il mio bambino» senza particolare scandalo. E aggiunge che la genitorialità è un’area di interesse «di nicchia» (l’81% delle donne avrà un bambino quando raggiungerà i 45 anni), mentre gli animali domestici hanno un’«attrattiva di massa» (il 62% delle famiglie nel Regno Unito possiede un animale domestico ). «Le stesse persone che sbadigliano ai colleghi che discutono dei loro figli in ufficio spesso ti intrattengono con storie dei loro gatti seduti sulle loro spalle o cani che mangiano burro di arachidi».Se quindi, fare figli oltre ad essere un costo è faticoso e un ostacolo alla vita sociale (impedisce di andare agli aperitivi o alle feste), che se ne occupino altre società, sembra essere la conclusione. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/perche-si-puo-parlare-di-invasione-2665725191.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-fattore-economico-non-basta-a-spiegare-il-crollo-delle-nascite" data-post-id="2665725191" data-published-at="1695583209" data-use-pagination="False"> «Il fattore economico non basta a spiegare il crollo delle nascite» «La denatalità ha una molteplicità di cause. Cause materiali come la precarietà del lavoro, i bassi salari, la difficoltà ad acquistare o a prendere in affitto una casa e il costo anche dei figli. Ma oltre a queste incide, nel porre la procreazione ad un posto non di primo piano, una diversa visione della vita. Nell’universo giovanile la prospettiva di diventare genitori è presente ma non è una priorità». Gian Carlo Blangiardo, ex presente dell’Istat, è un autorevole demografo che sta seguendo con grande attenzione l’evoluzione della natalità nella popolazione «non solo italiana e europea. Sostengo che il calo demografico interessa tutto il mondo. Anche in Africa dove le famiglie numerose sono la normalità». Lo studioso mette in fila le cifre di questo inverno delle nascite. «Nel 2008 i neonati erano 577.000 e nel 2022 sono scesi a 393.000. Nei primi sei mesi di quest’anno già si registra un calo dell’1,9%, rispetto allo stesso periodo del 2022. Tutto lascia prevedere che a fine anno dovremmo prender atto dell’ennesimo record al ribasso anche se sono state attivate alcune interessanti iniziative volte a produrre una qualche inversione di tendenza». È la conseguenza della distruzione culturale del valore della famiglia? «Una volta il modello era la famiglia, oggi la priorità è di far rientrare l’investimento che è stato fatto negli anni per l’istruzione. Il discorso di creare una coppia e poi di mettere al mondo dei figli, non è rifiutato ma non è più centrale ed è spostato in avanti nel tempo. Si dice spesso: non adesso, non è questo il momento, aspettiamo e vediamo quando le condizioni sono più favorevoli. Ma questa attesa sempre più si trasforma in un accantonamento definitivo del progetto di genitorialità anche perché la coppia poi deve fare i conti con l’elemento fisiologico del calo della capacità riproduttiva con l’avanzare dell’età. Ecco quindi che il punto di caduta di tale orientamento culturale è il calo demografico». Eppure il nostro Paese ha attraversato periodi economici ben più difficili durante i quali la natalità era più alta, come lo spiega? «Rispetto al dopoguerra, dove la speranza di un futuro migliore era riposto nelle nuove generazioni e si esprimeva nelle famiglie numerose, oggi nonostante ci siano condizioni di maggior benessere, pesano alcuni fattori culturali che inducono a rinviare la formazione di una famiglia. Nel corso degli ultimi decenni abbiamo assistito a profonde trasformazioni di tipo sociale e normativo. Basti pensare a come è stato modificato il diritto di famiglia e al diverso ruolo della donna nel mercato del lavoro. Questi cambiamenti hanno generato nei giovani una diversa visione della vita, della coppia e della famiglia». Quanto ha influito la cultura liberal di sinistra e la messa in discussione del modello e della centralità della famiglia? «Non mi sbilancio in considerazioni di questo tipo. I cambiamenti li abbiamo visti tutti e dietro c’è una società che ha avuto trasformazioni da tanti punti di vista, favorite da certe visioni rispetto ad altre. Guardo il risultato». E il risultato è che i figli escono di casa per formare una famiglia sempre più tardi e talvolta non per creare una coppia. «Si calcola che per ogni 100 30-34enni già genitori ce ne siano 279 ancora nella condizione di figli che vivono nella loro famiglia originaria. Ed è una situazione che ultimamente è decisamente peggiorata: fino al 2018 il valore era nel complesso attorno a 150-200 in condizione di figli per ogni 100 già genitori». In Francia ha fatto discutere ed è un successo editoriale, il libro Perché ho scelto di avere un cane e non un bambino, nel quale l’autrice, la veterinaria Hélène Gateau dice di preferire il suo Border Terrier, a un compagno e ad una famiglia. Che ne pensa? «È il segno di una scelta di libertà che si può criticare ma è comunque una prerogativa di un individuo. Diventare genitori è una scelta. Piuttosto bisogna intervenire su ciò che ostacola chi vorrebbe diventare genitore». C’è un deficit di educazione alla famiglia? «La famiglia è riconosciuta costituzionalmente e svolge e svolgerà un ruolo fondamentale nella società. Il problema è che la famiglia si sta indebolendo e questo una società che invecchia non se lo può permettere. Una rete familiare solida è un obiettivo che va perseguito perché è nell’interesse della società». La sinistra sostiene che il problema demografico si risolve con più immigrati, è così? «L’immigrazione non è la soluzione magica a tutti i problemi e non è un contributo risolutivo al crollo delle nascite anche se nel 2022 i bambini da genitori stranieri erano 55.000 su un totale di 393.000. Anche se è una quota importante non è la soluzione a cui puntare perché non funziona. Gli stranieri nel tempo hanno ridotto la loro fecondità perché si trovano a dover far fronte agli stessi problemi dei residenti. Quando si va in un Paese con condizioni diverse, si tende a fare meno figli. Inoltre la natalità sta diminuendo in tutto il mondo». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/perche-si-puo-parlare-di-invasione-2665725191.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="quelli-che-lo-dicono-esplicitamente" data-post-id="2665725191" data-published-at="1695583209" data-use-pagination="False"> Quelli che lo dicono esplicitamente Che la sostituzione di popolo sia un complotto è solo una volgare calunnia. Quale complotto viene pubblicamente e sistematicamente ammesso dai suoi stessi protagonisti? Già, perché la volontà di rendere le società europee meno europee è del tutto trasparente in una parte importante delle élite politiche e culturali globali. Pietra miliare nella storia del sostituzionismo esplicito è senz’altro il rapporto dell’Onu del 21 marzo 2000 dal titolo Replacement Migration: Is it A Solution to Declining and Ageing Populations?. Fior di debunker vi spiegheranno che questo titolo non deve spaventare. Ancora recentemente, l’Huffington Post spiegava che nel 2000 «l’Onu non prefigurava alcuna cospirazione contro i Paesi ad alta anzianità e bassa natalità, né tanto meno augurava uno scenario in cui tali Stati puntassero sulle popolazioni meno fortunate per correggere le storture del loro sistema. Quello che piuttosto intende il report è l’opportunità - temporanea - che offre la migrazione». Ma in realtà non c’è bisogno di alcuna cospirazione: il semplice fatto che si immagini di spostare popoli sul planisfero come fossero i carri armati del Risiko è già gravissimo. Che poi tali trasferimenti di massa siano «temporanei» lo dice il giornalista, senza prove (anche perché gli stessi ambienti che propongono queste «soluzioni» spingono contestualmente formule di cittadinanza sempre più facile per i nuovi arrivati). Non contente, comunque, le Nazioni Unite, nel 2017, sono tornate sull’argomento. Nel rapporto World Population Prospects: 2017 Revision, l’Onu si preoccupava del fatto che non ci stessimo facendo sostituire abbastanza in fretta. Testualmente: «Anche se le migrazioni internazionali al livello attuale non saranno sufficienti a compensare pienamente la perdita prevista della popolazione legata ai livelli di fertilità, specialmente nella regione europea, il movimento delle persone tra i vari Paesi può contribuire ad attenuare alcune delle conseguenze negative dell’invecchiamento della popolazione». Con tali input giunti dalle massime istituzioni globali, non stupisce che i fiduciari locali colgano al volo il messaggio. Nel 2015, per esempio, un tweet del profilo ufficiale «Deputati Pd», che riprendeva una frase pronunciata dal deputato Enrico Borghi, allora presidente della commissione Ambiente e territorio, recitava: «Dati dicono immigrati si stanno integrando e sostituendo ad autoctoni nella filiera produttiva». Incredibilmente, questa cosa veniva raccontata con una certa fierezza (notare come la parola «autoctoni» suoni razzista se rivendicata in positivo, mentre diventi neutra se li si sta sostituendo). Ma c’è chi ha formulato gli stessi concetti con ancora meno peli sulla lingua. In un articolo uscito sull’Espresso nel 2017, Eugenio Scalfari se ne uscì così: «La vera politica dei Paesi europei è quindi d’essere capofila di questo movimento migratorio: ridurre le diseguaglianze, aumentare l’integrazione. Si profila come fenomeno positivo, il meticciato, la tendenza alla nascita di un popolo unico, che ha una ricchezza media, una cultura media, un sangue integrato. Questo è un futuro che dovrà realizzarsi entro due o tre generazioni e che va politicamente effettuato dall’Europa. E questo deve essere il compito della sinistra europea e in particolare di quella italiana». Chi non ha bisogno di queste esortazioni è l’esponente della sinistra francese, Jean-Luc Mélenchon. Nel 2011 criticò l’allora ministro dell’Interno, Claude Guéant, spiegando che «la sua idea di una Francia bionda dagli occhi azzurri non è mai esistita». Nel 2013 sbottò: «Non posso sopravvivere quando ci sono solo biondi con gli occhi azzurri, è al di là delle mie forze». Il 21 settembre 2020, al lancio del think tank Institut La Boétie, tenne un vero e proprio elogio della sostituzione etnica, pudicamente ribattezzata come créolisation: «Il popolo francese ha cominciato una forma di creolizzazione che è nuova nella nostra storia. Ma non bisogna averne paura, è un bene! Si va avanti, si cambia, si respira, si vive!». Infine, se servisse una conferma «dall’altra parte», si veda il discorso del presidente turco Recep Tayyip Erdogan ai connazionali in Europa, pronunciato nel 2017: «Non fate tre figli, ma cinque. Perché voi siete il futuro dell’Europa. Questa sarà la migliore risposta all’ingiustizia che vi è stata fatta». Complottista!
Ecco #DimmiLaVerità del 4 febbraio 2026. Il capogruppo di Avs al Senato, Giuseppe De Cristofaro, parla di Gaza, dei fatti di Torino e del pacchetto sicurezza.
La nuova Giulia Quadrifoglio dei Carabinieri presentata in Val Gardena (Arma dei Carabinieri)
Il sodalizio tra Alfa Romeo e l’Arma dei Carabinieri ha origine nel secondo dopoguerra; la prima Alfa Romeo dell’Arma fu la 1900 M «Matta» del 1951. Con la Giulia degli Anni ‘60, impiegata dal 1963 al 1968, nasce la Gazzella del Nucleo Radiomobile, simbolo del pronto intervento. Da allora il legame tra l’Arma e Alfa Romeo è proseguito negli anni: Alfetta, 90, 75, 155, 156 e 159, Giulietta, Giulia, Tonale, arrivando fino alla Giulia Quadrifoglio. Molte di queste auto sono in mostra oggi presso il Museo Alfa Romeo, nella sezione «Alfa Romeo in Divisa» realizzata in collaborazione con l’Arma e inaugurata il 24 giugno 2020 in occasione del 110° anniversario del Biscione.
Il Ceo di Alfa Romeo Santo Ficili ha dichiarato in occasione dell'anniversario: «75 anni di unione con l’Arma dei Carabinieri rappresentano un legame che va oltre la semplice collaborazione. Alfa Romeo e l’Arma dei Carabinieri condividono da sempre gli stessi valori: dedizione, coraggio, eccellenza italiana. Questo anniversario rappresenta per noi un orgoglio profondo e un impegno rinnovato nel mettere il meglio della nostra tecnologia e della nostra passione al servizio di chi protegge il Paese ogni giorno.»
Il Generale di C.A. Salvatore Luongo, Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, ha poi sottolineato che: «Il legame indissolubile con Alfa Romeo rappresenta non solo un’alleanza tra l’eccellenza automobilistica italiana e l’efficienza operativa istituzionale, ma un sodalizio tecnico e valoriale che garantisce una presenza vigile e sempre più efficace sul territorio. Le autovetture Alfa Romeo contribuiscono infatti al rafforzamento della capacità operativa dell’Arma, assicurando mezzi affidabili, performanti e tecnologicamente avanzati, supporto essenziale per lo svolgimento dei quotidiani servizi d’Istituto, e che, in 75 anni di storia insieme, sono divenuti simbolo del Pronto intervento offrendo ai cittadini la certezza che i Carabinieri sono costantemente presenti a tutela della collettività».
A testimonianza della vicinanza e collaborazione tra il brand e l’Arma, spettatori e atleti dell’evento «Arma 1814 Ski Challenge» hanno potuto ammirare la Giulia Quadrifoglio in livrea istituzionale che ha preso parte, insieme alle autorità istituzionali, alle attività addestrative tra cui il lancio dei paracadutisti sportivi, la gara tiratori scelti, la simulazione di un salvataggio con cani ed elicotteri e il concerto della fanfara.
Massima espressione del Dna del Biscione in termini di prestazioni, design e innovazione meccanica, la berlina sportiva è stata da poco consegnata da Alfa Romeo all’ Arma dei Carabinieri dotata di un equipaggiamento speciale per il trasporto rapido e sicuro di organi e sangue, per assicurare la massima efficienza nelle missioni sanitarie.
La grintosa Giulia Quadrifoglio è il risultato di una centenaria ricerca dell’eccellenza tecnica applicata alle competizioni e alle vetture di produzione. Contraddistinto dal leggendario logo Quadrifoglio Verde, il modello si posiziona al vertice del proprio segmento per handling e rapporto peso-potenza, assicurando un’esperienza di guida unica, diretta e coinvolgente da vera Alfa Romeo. Sotto il cofano della Giulia Quadrifoglio ruggisce il potente 2.9 V6 da 520 Cv, che incarna tutta la tradizione sportiva Alfa Romeo e restituisce alla guida quella connessione istintiva tipica del marchio. La fibra di carbonio, simbolo dell’anima racing delle Quadrifoglio, riveste lo scudetto nel frontale, le calotte degli specchietti e le finiture del tunnel centrale e della plancia. Infine, l’impianto frenante carboceramico che garantisce massime prestazioni in frenata.
Continua a leggereRiduci
Saif El Islam Gheddafi in una foto d'archivio (Ansa)
L'emittente al-Arabiya aveva inizialmente parlato di uno scontro fra milizie, ma fonti locali hanno smentito che Saif el Islam sia caduto in un combattimento fra gruppi rivali.
L’uomo aveva 53 anni e stavo lavorando da tempo ad un progetto politico che potesse radunare sia i nostalgici del regime di Gheddafi, che i tanti libici delusi dalla violenza e dall’incertezza nella quale continua a trovarsi il paese arabo. Nel 2021 Saif avrebbe voluto candidarsi alle elezioni presidenziali, ma era stato escluso per la condanna inflittagli nel 2015. Elezioni che poi non si sono mai tenute, lasciando la Libia in una situazione di pericoloso stallo politico. Nell’autunno del 2024 la formazione politica guidata dall’ex secondogenito del Rais aveva vinto alcune elezioni amministrative nella regione del Fezzan, precisamente nella municipalità di Sabha, una località dove si è concentrata la tribù Qadhādhfa, di cui fa parte il clan Gheddafi.
Questo successo elettorale aveva fatto comprendere le potenzialità di Saif che, stando ai suoi più stretti collaboratori, stava lavorando per un progetto politico che portasse alla riunificazione della nazione. Un concetto ribadito su X anche da Moussa Ibrahim, l’ultimo portavoce di Muammar Gheddafi, che ha dichiarato: «Lo hanno ucciso a tradimento. Voleva una Libia unita e sovrana, sicura per tutti i suoi cittadini. Ho parlato con lui solo due giorni fa e non ha parlato d’altro che di una Libia pacifica e della sicurezza del suo popolo.» Nessuno dei due governi che si contendono il potere ha ufficialmente reagito per il momento, ma diversi politici della Tripolitania hanno condannato con forza queste omicidio. La magistratura libica ha già aperto un’inchiesta inviando a Zintan esperti legali che possono capire la dinamica dei fatti, perché l’opinione pubblica ha subito reagito. Saif era stato condannato a morte in contumacia da una corte libica ed era ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità, ma nel paese, soprattutto fra alcune tribù godeva di grande seguito.
L’avvocato francese di Gheddafi, Marcel Ceccaldi, parlando con l’agenzia France Presse ha detto di aver appreso da un suo stretto collaboratore che c’erano problemi con la sicurezza di Saif. Intanto la 444ª brigata da combattimento, che opera sotto l'autorità del Governo di Unità Nazionale (GNU) di Tripoli, ha diramato un comunicato per smentire tutte le voci che circolano secondo le quali il gruppo sarebbe coinvolto. Questa milizia guidata dal comandante Mohamed Hamza, è una delle più potenti della Libia occidentale e rappresenta l’alleato più forte del premier Dbeibah che li ha utilizzati per colpire tutte le milizie ribelli e per uccidere al Kikli, un capo milizia divenuto troppo ingombrante. Il governo di Tripoli dipende ormai interamente dalle milizie per la sua sopravvivenza e queste amministrano quartieri e città occupando tutti i posti chiave nell’economia nazionale. Al momento non ci sono prove che i sicari appartenessero alla Brigata 444, ma la rapida smentita ha insospettito tutti. La città di Zintan era stata scelta da Saif al Islam Gheddafi perche molte tribù e milizie locali lo appoggiavano politicamente e lui si sentiva al sicuro, anche se la sua tribù, i Qadhādhfa, aveva recentemente insistito per inviare alcuni uomini a proteggerlo. Saif aveva sempre rifiutato, sostenendo di voler restare a contatto con la gente per preparare la sua corsa alla presidenza. Con la morte di Gheddafi il governo di Tripoli vede scomparire un pericoloso avversario politico, ma la violenza ed il caos rischiano di prendere ancora una volta il sopravvento.
Continua a leggereRiduci
Ormai ci siamo. Il conto alla rovescia è pressoché agli sgoccioli. Vent’anni dopo Torino, l’Italia torna ad accendere la fiamma olimpica. Milano-Cortina 2026 comincia venerdì 6 febbraio alle 20 con una scelta che dice già molto di questi Giochi: non una sola scena, ma due. La cerimonia d’apertura sarà divisa tra lo stadio di San Siro e Cortina d’Ampezzo, a raccontare un’Olimpiade che non vive in un solo luogo ma si allunga lungo l’arco alpino, tra città e montagne, palazzetti e piste.
È la prima volta che l’inizio dei Giochi viene pensato così, come un racconto condiviso. E non è un dettaglio: questa edizione nasce proprio dall’idea di usare sedi diverse, impianti esistenti, territori lontani tra loro ma uniti dallo stesso evento. Milano, la Valtellina, le Dolomiti, il Trentino-Alto Adige: il programma è distribuito, con le gare che si muovono tra hockey, pattinaggio, sci alpino, biathlon, fondo e le altre discipline. Anche la chiusura, il 22 febbraio, seguirà questa logica, con l’Arena di Verona scelta come cornice finale.
Il simbolo più evidente di questa Olimpiade «doppia» sarà il braciere. Per la prima volta nella storia dei Giochi olimpici e paralimpici, la fiamma arderà contemporaneamente in due città: all’Arco della Pace a Milano e in piazza Dibona a Cortina. I due bracieri sono stati progettati in alluminio aeronautico e si muovono come strutture vive, capaci di aprirsi e chiudersi. Il loro disegno richiama i nodi di Leonardo da Vinci, un omaggio al legame tra ingegno umano e natura, e anche alla storia di Milano come città di creatività. Dentro, la fiamma è racchiusa in un sistema pensato per ridurre al minimo l’impatto ambientale, con effetti scenici sostenibili e massima attenzione alla sicurezza. L’accensione del 6 febbraio chiuderà il viaggio della Fiamma Olimpica, che ha attraversato tutte le 110 province italiane per un totale di 12.000 chilometri. Da quel momento, il braciere di Milano diventerà anche un appuntamento quotidiano: ogni sera, tra le 17 e le 23, uno spettacolo breve accompagnerà cittadini e visitatori fino allo spegnimento della fiamma, previsto il 22 febbraio. Poi, con l’arrivo della Fiamma paralimpica, i due bracieri torneranno ad ardere per tutta la durata dei Giochi paralimpici.
La cerimonia d’apertura, intanto, punta a essere uno dei momenti più spettacolari di questa Olimpiade. A San Siro saliranno sul palco artisti molto diversi tra loro, da Mariah Carey ad Andrea Bocelli, da Laura Pausini a Ghali, mentre il racconto dell’identità italiana passerà anche dalle voci di Pierfrancesco Favino e Sabrina Impacciatore. Il tema scelto è quello dell’armonia, intesa come dialogo tra mondi lontani: la città e la montagna, il cemento e il ghiaccio. Dietro quei novanta minuti di show c’è stato un lavoro lungo mesi, con migliaia di persone coinvolte tra tecnici, sarti, truccatori e scenografi, e con prove organizzate in più sedi.
Accanto all’entusiasmo, però, non sono mancate le critiche. Il New York Times ha definito questa Olimpiade un possibile «incubo logistico», sottolineando le distanze tra le sedi, le strade strette e la complessità dei collegamenti. Nel suo reportage, il quotidiano americano ha ricordato che le gare si svolgono in otto aree diverse distribuite su un territorio molto ampio, e che per rendere possibile il sistema dei trasporti sono stati aggiunti autobus a zero emissioni, più treni e una flotta di auto per spostare atleti, funzionari e ospiti. Secondo il giornale, tra viaggi, cantieri e ultimi ritocchi, l’organizzazione ha vissuto una corsa contro il tempo, con strade trasformate in slalom di coni arancioni e lavori ancora in corso fino a pochi giorni fa. Anche la tedesca Bild ha puntato il dito sui ritardi, citando in particolare alcuni impianti di Cortina. A queste osservazioni hanno risposto le istituzioni sportive. La presidente del Cio, Kirsty Coventry, dopo un incontro con il governatore lombardo Attilio Fontana e con i vertici della Fondazione Milano-Cortina, ha parlato di «grande entusiasmo» e di «un’organizzazione meravigliosa», spiegando di percepire ovunque lo spirito olimpico e ringraziando per il lavoro svolto dietro le quinte. Fontana ha sottolineato i complimenti ricevuti per le sedi visitate e ha detto di essere fiducioso anche grazie alle immagini di Bormio e Livigno già coperte di neve. Giovanni Malagò ha parlato di «rush finale», ricordando che gli ultimi giorni prima dell’inizio servono sempre per sistemare i dettagli e che l’obiettivo è essere all’altezza delle aspettative delle federazioni internazionali.
Intanto, mentre alcuni sport sono già partiti nei giorni precedenti per ragioni di calendario, il conto alla rovescia è finito. Da venerdì l’Italia non sarà più solo il Paese che ospita i Giochi, ma il palcoscenico su cui il mondo dello sport invernale si darà appuntamento.
Parte l’Olimpiade: obiettivo 20 medaglie
Tregua olimpica un accidente. Quella riguarda il marketing politico, ma da sabato sarà ghiaccio bollente a caccia di una medaglia d’oro. Dopo la cerimonia inaugurale allo stadio di San Siro, le XXV Olimpiadi invernali di Milano-Cortina cominciano a distribuire metalli sulla leggendaria pista «Stelvio» di Bormio, dove va in scena la Discesa libera maschile e potrebbe arrivare il primo lampo italiano. Sarebbe necessario per tenere il passo delle ambizioni: per i Giochi in casa il Coni ha messo il target su 20 medaglie, il record ottenuto a Lillehammer (allora le gare erano 61, qui 116), obiettivo non impossibile per il Team Italia, ritenuto il più forte della storia.
In Valtellina, dove si disputano le gare maschili di sci alpino, subito un nome che vale un candelotto di dinamite: Giovanni Franzoni di Manerba del Garda, un uomo di lago capace di planare in alta quota, la sorpresa di questo inverno azzurro. Primo nel SuperG di Wengen, primo nella Libera di Kitzbuhel, la più difficile del mondo. Il jet bresciano ha 25 anni ed è in una forma da Alberto Tomba a Calgary (correva l’anno 1988, due ori) anche se dovrà scalare la montagna costituita dai fenomeni svizzeri Marco Odermatt e Franjo Von Allmen. Ma c’è un altro italiano pronto a gettarsi a 130 all’ora nella lingua bianca in mezzo al bosco: nonno Dominik Paris che definisce la Stelvio «la mia vasca da bagno preferita» e a 36 anni potrebbe aggrapparsi al podio. Non vince da quattro anni ma è arrivato secondo qualche giorno fa a Crans Montana, bel segnale.
Per rimanere nella bolla dello sci alpino bisogna trasferirsi a Cortina dove la valanga rosa può regalarci meraviglie con le ex nemiche Sofia Goggia e Federica Brignone in Discesa, SuperG, Combinata, Gigante. Sono le punte di diamante della squadra italiana, per loro un trionfo significherebbe entrare nella leggenda. Ha dichiarato Goggia, che ha già vinto l’oro in Corea nel 2018: «Qui sarà tutto più speciale. Oltre il cancelletto delle Tofane c’è un intero Paese che trattiene il respiro, dominare l’emozione sarà l’impresa più grande». La leonessa Brignone è chiamata al miracolo: reduce da un infortunio gravissimo, ha recuperato in tempo record e sarà al via del Gigante, forse non della Libera. Sua mamma Ninna Quario, ex campionessa e giornalista, ha detto: «Non mollerà di sicuro. Per essere qui ha bruciato i tempi di recupero e fare la portabandiera è stata una molla straordinaria». Le due azzurre dovranno abbattere due statunitensi: la Wonder woman Mikaela Shiffrin (l’atleta più vincente di sempre, signora degli slalom) e la veterana di tungsteno Lindsey Vonn, che a 41 anni non intende scendere dagli sci. A conferma della tigna, ha annunciato che gareggerà con il crociato del ginocchio sinistro rotto e una ginocchiera. Per gli sponsor questo ed altro.
Una portabandiera italiana in fibrillazione da podio è anche la veterana Arianna Fontana, 35 anni di Sondrio, leggenda dello Short Track che dopo 11 medaglie (due ori) intende chiudere con un trionfo al Forum di Assago. Nella stessa specialità il medagliere potrebbe sorridere grazie a Pietro Sighel, già argento e bronzo a Pechino quattro anni fa. Per rimanere in un palazzo del ghiaccio milanese (questa volta a Rho Fiera), ecco una certezza del Pattinaggio di velocità: Francesca Lollobrigida, pronipote della Gina nazionale, capace di passare senza problemi dalle rotelle alle lame. Nella voliera dai mille colori dove l’arancione olandese è il più classico, anche Davide Ghiotto e Andrea Giovannini sperano di far risaltare l’azzurro.
Si torna all’aperto, sulle cime di Anterselva, per trovare un’italiana destinata a fare centro. È la regina del Biathlon Dorothea Wierer (35 anni) all’ultimo valzer sulle nevi di casa dopo una carriera straordinaria: tre medaglie olimpiche e 12 titoli mondiali in una delle specialità più massacranti. Formidabili a sciare e sparare con il podio nel mirino sono anche Lisa Vittozzi e Tommaso Giacomel. Anche sulla discussa pista di slittino di Cortina tira aria di medaglia, secondo tradizione: Dominik Fischnaller, Leon Felderer, Verena Hofer sono pronti a continuare l’epopea dei proiettili umani con il nome tedesco e la bandiera italiana sulla tuta. Nel bob puntiamo tutto su Patrick Baumgartner, con il sogno di rinverdire a casa sua la leggenda del Rosso Volante Eugenio Monti.
Nello Snowboard Michela Moioli, argento a Pechino nel 2022, può domare le gobbe e ripetersi. Nello Sci di fondo in Val di Fiemme si farà il tifo per Federico Pellegrino aspettando Johannes Klaebo, il fenomeno norvegese erede dei leggendari giganti dei boschi con la barba ghiacciata (la memoria corre al finlandese Juha Mieto). Il signore della fatica ha già al collo sette medaglie olimpiche, ha messo via oltre 100 vittorie, ha dominato tutte le specialità. Nel vederlo passare tornerà ad aleggiare l’immagine che Vujadin Boskov dedicò a Ruud Gullit: «Sembra cervo che esce di foresta».
Saranno le Olimpiadi di Ilia Malinin, americano figlio di uzbeki, destinato a confermarsi il re del pattinaggio su ghiaccio al Forum di Assago. Saranno le Olimpiadi di Eileen Gu, nata a San Francisco, laureata a Stanford, campionessa di Freestyle che decise di gareggiare per la Cina. A 22 anni è anche modella di Vogue e Marie Claire, è seguita dagli sponsor di mezzo mondo, secondo Forbes guadagna più di 20 milioni di dollari e ha 2 milioni di followers su Instagram. Ma saranno anche i Giochi di Lucas Pinheiro Braaten, lo slalomista brasiliano che danza fra i paletti. È lui il campione dell’esotismo, in attesa che compaiano gli eredi dei bobbisti giamaicani.
Infine c’è l’hockey, il torneo stellare con i campioni dell’Nhl (Auston Matthews, Sidney Crosby), Stati Uniti, Canada e i guerrieri scandinavi (i russi no). Il 22 febbraio chiuderà, con la finale maschile, l’Olimpiade italiana. Boati mondiali a Milano, ma anche stridore di denti, mazzate in balaustra, ferocia infernale dentro un immenso frigorifero. Il più macho degli sport che il woke ha tentato di trasformare in passerella gay nella serie Heated Rivalry. Tregua olimpica, poi rientrare nella realtà sarà dura.
Continua a leggereRiduci