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2023-08-11
Il Pd ora spara sull’Ue e propone traghetti per scortare in Italia i migranti dall’Africa
Getty Images
Un tempo i Profeti dell’Accoglienza avevano vita appena più facile. Al Viminale c’era il perfido Matteo Salvini, e - per quanto la sua azione ministeriale stesse effettivamente funzionando, fermando le partenze - potevano prendersela con lui, accusarlo di far morire i migranti ostacolando il lavoro delle Ong, mandarlo a processo per aver chiuso i porti. La bestia nera era lui, e ogni cadavere nel Mediterraneo poteva essergli attribuito. Ma oggi? Beh, oggi la destra di governo agisce diversamente. Nonostante Giorgia Meloni sia stata ripetutamente presentata alla stregua di una potenziale killer di stranieri, ha scelto un percorso diverso da quello del fu governo gialloverde. Ha cercato - riuscendoci - di coinvolgere le autorità europee, ha ottenuto un appoggio condiviso sulla trattativa con la Tunisia, ha messo da parte misure più frontali (che pure sarebbero state auspicabili) per tentare un approccio più collegiale. Che è esattamente ciò che i cari progressisti hanno richiesto più e più volte alle destre. «Serve una soluzione europea», era il mantra che Pd e soci ripetevano in ogni occasione.
Bene, ora la soluzione europea l’abbiamo. Ovviamente con i tempi europei, che sono lunghissimi e mai certi, proprio perché si deve mediare tra parecchie esigenze. E quando i tempi sono lunghi, i problemi si trascinano e talvolta si complicano. Cosa che - nel caso della migrazione - significa più partenze e di conseguenza più morti in mare, come i 41 finiti sotto i flutti al largo di Lampedusa non troppe ore fa. Quest’ultima tragedia dovrebbe far riflettere, e suggerire ai grandi teorici della società multiculturale e degli ingressi indiscriminati che l’unico modo di fermare i decessi è, appunto, la riduzione delle partenze.
Invece a sinistra che fanno? Manco a dirlo, polemizzano. Solo che, non sapendo bene con chi prendersela, sparacchiano a caso: un po’ contro il governo, un po’ contro la loro tanto amata Europa.
«Ancora un tragico naufragio a largo di Lampedusa. Il governo finalmente ammetta che fare la faccia feroce non ferma la disperazione dei migranti», dice Marina Sereni della segreteria nazionale Pd. A questo punto è naturale chiedersi: ma esattamente quale sarebbe la faccia cattiva del governo? In che cosa hanno mancato le istituzioni italiane? In che modo si sarebbero rifiutate di soccorrere persone bisognose e avrebbero mandato a morte i naufraghi?
Salvatore Vella, procuratore reggente capo di Agrigento - non certo un estremista di destra - ha usato parole piuttosto precise: il barchino su cui i trafficanti hanno caricato i migranti, ha detto, «era un guscio fatiscente. È stato criminale farli partire in quella finestra di tre giorni con il mare pessimo. Li hanno presi in giro, li hanno rassicurati perché l’acqua attorno a Sfax era calma. Ma li hanno mandati a morire». Lo stesso procuratore, inoltre, ha fatto presente che «la guardia costiera libica ha detto che non poteva intervenire per le condizioni meteo».
Da sinistra, soprattutto tramite la stampa, piovono critiche persino su questi ultimi due aspetti. C’è chi dice che l’accordo con la Tunisia non sta funzionando, chi ripete che l’intervento dei libici avrebbe potuto salvare la vita ai migranti. Anche qui, però, un minimo di decenza sarebbe gradita. Per settimane i progressisti hanno contestato il memorandum con i tunisini, adesso certo non possono pretendere - dopo averlo ostacolato - che produca risultati immediati. Stesso discorso sulla Libia: dopo averne consentito lo smembramento e aver accusato a ripetizione la guardia costiera locale (da noi addestrata) di essere una sorta di squadrone della morte, ora gli amici sinistrorsi ne invocano la presenza. È per lo meno curioso, converrete.
Che le contestazioni al governo di destra siano deboli, alla fine dei conti, lo sanno anche gli stessi dem. E infatti che fanno? Puntano il dito sulla Ue. «Piangiamo nuove ulteriori 41 vittime di un naufragio al largo di Lampedusa. Un dramma infinito che l’Europa unita e l’Italia devono affrontare con razionalità e umanità. Riposino in pace loro, si attivino le nostre coscienze», dice la senatrice Sandra Zampa su Twitter. Le fa eco Beatrice Lorenzin: «La tragedia senza fine di Lampedusa è lo specchio della nostra indifferenza, così come le immagini devastanti delle famiglie abbandonate nel deserto a morire di sete. Quanti migranti dovranno ancora perdere la vita prima che il governo faccia qualcosa? Qualsiasi cosa, invece di voltarsi dall’altra parte. È necessaria una nuova Mare Nostrum europea e una politica decisa per l’Africa da parte dell’Europa e delle Nazioni Unite». Conclude in bellezza - facendo totalmente sua la proposta avanzata da Elly Schlein - il sempre loquace Alessandro Zan: «Una strage senza fine, altri 41 morti a largo di Lampedusa. L’unica, urgente risposta è un’operazione di ricerca e soccorso europea, una Mare Nostrum europea, perché chi è in mare deve sempre essere salvato».
Uscite molto suggestive, non c’è che dire. In sostanza, il Pd propone di organizzare un servizio navetta dal nordafrica: quale modo migliore di facilitare il lavoro ai trafficanti? Una operazione di questo genere ci riporterebbe in un lampo al caos del 2016-2017. Ma l’aspetto ancora più surreale della polemica imbastita da Schlein e soci è proprio l’invettiva contro l’Europa. Per anni ci hanno martellato gridando che si doveva attendere l’Ue, che bisogna agire a livello comunitario, che non si poteva fare da soli. Ma ecco che, all’improvviso, si avvedono del fallimento europeo.
Riassumendo: chiudere i porti non andava bene; il blocco navale era criminale; la soluzione concertata con l’Ue non va bene. Va bene soltanto mettere in piedi una operazione di ricerca e soccorso in grande stile per portare qui gli stranieri. Poi si stupiscono per i morti in mare.
Sbarchi a raffica a Lampedusa: in un giorno oltre 1.200 arrivi
Il flusso sulla rotta Tunisia-Italia si fa sempre più imponente: ieri, con 30 barchini, a Lampedusa sono approdati in 1.213. Tutti partiti da Sfax, che ormai è il primo porto di partenza per l’Italia. Nelle ultime 24 ore le motovedette della Guardia di finanza e della Capitaneria di porto hanno fatto avanti e indietro in modo frenetico. Sulle ultime carrette del mare c’erano da un minimo di 37 persone a un massimo di 69, fra cui donne e bambini, originari di Burkina Faso, Camerun, Costa d’Avorio, Guinea, Mali, Sierra Leone, Nigeria, Senegal, Liberia, Benin, Siria e Gambia. Sono finiti tutti nell’hotspot di contrada Imbriacola. Che ieri è arrivato a contenere 1.767 persone. «Siamo stanchi e stufi di sentire e leggere “hotspot di Lampedusa al collasso”. Grazie all’impegno organizzativo di questura e prefettura l’hotspot, gestito dalla Croce rossa italiana, non è in sofferenza. È pieno, ma ordinato». Dalla questura di Agrigento precisano che il turnover di migranti (mercoledì ne sono stati trasferiti 1.100) permette di non mandare il centro in affanno. «La Croce rossa», fanno sapere dalla questura, «riesce a governare tranquillamente la situazione, mentre la polizia sta effettuando le operazioni di identificazione e fotosegnalamento con ritmi altissimi e con ordine esaurendo gli oltre mille arrivi al giorno». Oggi lasceranno Lampedusa altre 600 persone. Anche il sindaco Filippo Mannino certifica che «la macchina dell’accoglienza sta funzionando in maniera ottimale». L’hotspot viene liberato di continuo, «però», dice Mannino, «è un po' come se cercassimo di svuotare il mare con un cucchiaino». Dopo la tragedia in mare dell’altro giorno, con 41 morti, i superstiti stanno raccontando la dura prova che hanno dovuto superare: «Siamo riusciti a sopravvivere perché nella barca alla deriva che abbiamo trovato c’erano quattro bottiglie d’acqua e mezza scatola di biscotti». In quattro sono arrivati sani e salvi a riva, tre uomini e una donna, originari di Costa d’Avorio e Guinea. Il barcone sul quale viaggiavano si è capovolto ed è affondato. Anche loro erano partiti da Sfax. «Siamo rimasti per ore in acqua. Due del nostro gruppo li abbiamo visti annegare. Quando abbiamo visto, a distanza, una barca di ferro, abbiamo cominciato a nuotare», hanno raccontato. E si sono salvati. A più partenze, ovviamente, corrispondono sempre più tragedie. Il segretario generale di Unarma, associazione sindacale dei carabinieri, Antonio Nicolosi, spiega: «L’Europa continua a fare molto poco. Oggi l’Italia è l’unica nazione che risulta veramente invasa. Siamo molto preoccupati per la sicurezza dei nostri concittadini anche in considerazione che le Forze dell’ordine soffrono una grave ed endemica carenza di organico e ogni giorno si trovano a fronteggiare un’emergenza che non è circoscritta solo a Lampedusa». Sfiora infatti quota 94.000 il numero di migranti sbarcati in Italia dall’inizio del 2023, un flusso costante che potrebbe portare a sfondare quota 100.000 già entro la fine del mese di agosto. Al 9 agosto, stando ai dati del Viminale, sono sbarcate 93.754 persone (di cui 9.857 minori non accompagnati) rispetto alle 44.951 dello stesso giorno del 2022. Un aumento che lambisce il 110 per cento. Ed è pesante anche il bilancio in termini di perdite di vite umane: la rotta del Mediterraneo centrale si conferma la più pericolosa, con oltre 22.000 morti dal 2014, secondo i dati diffusi dall’Oim, e circa 2.000 dall’inizio dell’anno. I dati confermano che la rotta più utilizzata è quella che parte dalle coste tunisine. Nei primi otto mesi dell’anno sono stati 58.488 i barchini partiti dalla Tunisia, in netta crescita rispetto al 2022 (12.237). Quella libica è la seconda rotta: 30.495 barchini (24.382 nel 2022) mentre dalla Turchia sono stati messi in mare 4.315 natanti, in calo rispetto ai 6.828 dello stesso periodo dell’anno scorso.
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Dopo l’ultimo naufragio, la sinistra accusa tutti: governo, Europa, Tunisi. Il suo rimedio? Andare a cercare gli stranieri e portarli qui.I 30 barchini sono partiti tutti da Sfax. Nell’hotspot quasi 1.800 ospiti. Oggi 600 saranno trasferiti.Lo speciale contiene due articoli.Un tempo i Profeti dell’Accoglienza avevano vita appena più facile. Al Viminale c’era il perfido Matteo Salvini, e - per quanto la sua azione ministeriale stesse effettivamente funzionando, fermando le partenze - potevano prendersela con lui, accusarlo di far morire i migranti ostacolando il lavoro delle Ong, mandarlo a processo per aver chiuso i porti. La bestia nera era lui, e ogni cadavere nel Mediterraneo poteva essergli attribuito. Ma oggi? Beh, oggi la destra di governo agisce diversamente. Nonostante Giorgia Meloni sia stata ripetutamente presentata alla stregua di una potenziale killer di stranieri, ha scelto un percorso diverso da quello del fu governo gialloverde. Ha cercato - riuscendoci - di coinvolgere le autorità europee, ha ottenuto un appoggio condiviso sulla trattativa con la Tunisia, ha messo da parte misure più frontali (che pure sarebbero state auspicabili) per tentare un approccio più collegiale. Che è esattamente ciò che i cari progressisti hanno richiesto più e più volte alle destre. «Serve una soluzione europea», era il mantra che Pd e soci ripetevano in ogni occasione.Bene, ora la soluzione europea l’abbiamo. Ovviamente con i tempi europei, che sono lunghissimi e mai certi, proprio perché si deve mediare tra parecchie esigenze. E quando i tempi sono lunghi, i problemi si trascinano e talvolta si complicano. Cosa che - nel caso della migrazione - significa più partenze e di conseguenza più morti in mare, come i 41 finiti sotto i flutti al largo di Lampedusa non troppe ore fa. Quest’ultima tragedia dovrebbe far riflettere, e suggerire ai grandi teorici della società multiculturale e degli ingressi indiscriminati che l’unico modo di fermare i decessi è, appunto, la riduzione delle partenze. Invece a sinistra che fanno? Manco a dirlo, polemizzano. Solo che, non sapendo bene con chi prendersela, sparacchiano a caso: un po’ contro il governo, un po’ contro la loro tanto amata Europa. «Ancora un tragico naufragio a largo di Lampedusa. Il governo finalmente ammetta che fare la faccia feroce non ferma la disperazione dei migranti», dice Marina Sereni della segreteria nazionale Pd. A questo punto è naturale chiedersi: ma esattamente quale sarebbe la faccia cattiva del governo? In che cosa hanno mancato le istituzioni italiane? In che modo si sarebbero rifiutate di soccorrere persone bisognose e avrebbero mandato a morte i naufraghi? Salvatore Vella, procuratore reggente capo di Agrigento - non certo un estremista di destra - ha usato parole piuttosto precise: il barchino su cui i trafficanti hanno caricato i migranti, ha detto, «era un guscio fatiscente. È stato criminale farli partire in quella finestra di tre giorni con il mare pessimo. Li hanno presi in giro, li hanno rassicurati perché l’acqua attorno a Sfax era calma. Ma li hanno mandati a morire». Lo stesso procuratore, inoltre, ha fatto presente che «la guardia costiera libica ha detto che non poteva intervenire per le condizioni meteo». Da sinistra, soprattutto tramite la stampa, piovono critiche persino su questi ultimi due aspetti. C’è chi dice che l’accordo con la Tunisia non sta funzionando, chi ripete che l’intervento dei libici avrebbe potuto salvare la vita ai migranti. Anche qui, però, un minimo di decenza sarebbe gradita. Per settimane i progressisti hanno contestato il memorandum con i tunisini, adesso certo non possono pretendere - dopo averlo ostacolato - che produca risultati immediati. Stesso discorso sulla Libia: dopo averne consentito lo smembramento e aver accusato a ripetizione la guardia costiera locale (da noi addestrata) di essere una sorta di squadrone della morte, ora gli amici sinistrorsi ne invocano la presenza. È per lo meno curioso, converrete. Che le contestazioni al governo di destra siano deboli, alla fine dei conti, lo sanno anche gli stessi dem. E infatti che fanno? Puntano il dito sulla Ue. «Piangiamo nuove ulteriori 41 vittime di un naufragio al largo di Lampedusa. Un dramma infinito che l’Europa unita e l’Italia devono affrontare con razionalità e umanità. Riposino in pace loro, si attivino le nostre coscienze», dice la senatrice Sandra Zampa su Twitter. Le fa eco Beatrice Lorenzin: «La tragedia senza fine di Lampedusa è lo specchio della nostra indifferenza, così come le immagini devastanti delle famiglie abbandonate nel deserto a morire di sete. Quanti migranti dovranno ancora perdere la vita prima che il governo faccia qualcosa? Qualsiasi cosa, invece di voltarsi dall’altra parte. È necessaria una nuova Mare Nostrum europea e una politica decisa per l’Africa da parte dell’Europa e delle Nazioni Unite». Conclude in bellezza - facendo totalmente sua la proposta avanzata da Elly Schlein - il sempre loquace Alessandro Zan: «Una strage senza fine, altri 41 morti a largo di Lampedusa. L’unica, urgente risposta è un’operazione di ricerca e soccorso europea, una Mare Nostrum europea, perché chi è in mare deve sempre essere salvato». Uscite molto suggestive, non c’è che dire. In sostanza, il Pd propone di organizzare un servizio navetta dal nordafrica: quale modo migliore di facilitare il lavoro ai trafficanti? Una operazione di questo genere ci riporterebbe in un lampo al caos del 2016-2017. Ma l’aspetto ancora più surreale della polemica imbastita da Schlein e soci è proprio l’invettiva contro l’Europa. Per anni ci hanno martellato gridando che si doveva attendere l’Ue, che bisogna agire a livello comunitario, che non si poteva fare da soli. Ma ecco che, all’improvviso, si avvedono del fallimento europeo. Riassumendo: chiudere i porti non andava bene; il blocco navale era criminale; la soluzione concertata con l’Ue non va bene. Va bene soltanto mettere in piedi una operazione di ricerca e soccorso in grande stile per portare qui gli stranieri. 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Sulle ultime carrette del mare c’erano da un minimo di 37 persone a un massimo di 69, fra cui donne e bambini, originari di Burkina Faso, Camerun, Costa d’Avorio, Guinea, Mali, Sierra Leone, Nigeria, Senegal, Liberia, Benin, Siria e Gambia. Sono finiti tutti nell’hotspot di contrada Imbriacola. Che ieri è arrivato a contenere 1.767 persone. «Siamo stanchi e stufi di sentire e leggere “hotspot di Lampedusa al collasso”. Grazie all’impegno organizzativo di questura e prefettura l’hotspot, gestito dalla Croce rossa italiana, non è in sofferenza. È pieno, ma ordinato». Dalla questura di Agrigento precisano che il turnover di migranti (mercoledì ne sono stati trasferiti 1.100) permette di non mandare il centro in affanno. «La Croce rossa», fanno sapere dalla questura, «riesce a governare tranquillamente la situazione, mentre la polizia sta effettuando le operazioni di identificazione e fotosegnalamento con ritmi altissimi e con ordine esaurendo gli oltre mille arrivi al giorno». Oggi lasceranno Lampedusa altre 600 persone. Anche il sindaco Filippo Mannino certifica che «la macchina dell’accoglienza sta funzionando in maniera ottimale». L’hotspot viene liberato di continuo, «però», dice Mannino, «è un po' come se cercassimo di svuotare il mare con un cucchiaino». Dopo la tragedia in mare dell’altro giorno, con 41 morti, i superstiti stanno raccontando la dura prova che hanno dovuto superare: «Siamo riusciti a sopravvivere perché nella barca alla deriva che abbiamo trovato c’erano quattro bottiglie d’acqua e mezza scatola di biscotti». In quattro sono arrivati sani e salvi a riva, tre uomini e una donna, originari di Costa d’Avorio e Guinea. Il barcone sul quale viaggiavano si è capovolto ed è affondato. Anche loro erano partiti da Sfax. «Siamo rimasti per ore in acqua. Due del nostro gruppo li abbiamo visti annegare. Quando abbiamo visto, a distanza, una barca di ferro, abbiamo cominciato a nuotare», hanno raccontato. E si sono salvati. A più partenze, ovviamente, corrispondono sempre più tragedie. Il segretario generale di Unarma, associazione sindacale dei carabinieri, Antonio Nicolosi, spiega: «L’Europa continua a fare molto poco. Oggi l’Italia è l’unica nazione che risulta veramente invasa. Siamo molto preoccupati per la sicurezza dei nostri concittadini anche in considerazione che le Forze dell’ordine soffrono una grave ed endemica carenza di organico e ogni giorno si trovano a fronteggiare un’emergenza che non è circoscritta solo a Lampedusa». Sfiora infatti quota 94.000 il numero di migranti sbarcati in Italia dall’inizio del 2023, un flusso costante che potrebbe portare a sfondare quota 100.000 già entro la fine del mese di agosto. Al 9 agosto, stando ai dati del Viminale, sono sbarcate 93.754 persone (di cui 9.857 minori non accompagnati) rispetto alle 44.951 dello stesso giorno del 2022. Un aumento che lambisce il 110 per cento. Ed è pesante anche il bilancio in termini di perdite di vite umane: la rotta del Mediterraneo centrale si conferma la più pericolosa, con oltre 22.000 morti dal 2014, secondo i dati diffusi dall’Oim, e circa 2.000 dall’inizio dell’anno. I dati confermano che la rotta più utilizzata è quella che parte dalle coste tunisine. Nei primi otto mesi dell’anno sono stati 58.488 i barchini partiti dalla Tunisia, in netta crescita rispetto al 2022 (12.237). Quella libica è la seconda rotta: 30.495 barchini (24.382 nel 2022) mentre dalla Turchia sono stati messi in mare 4.315 natanti, in calo rispetto ai 6.828 dello stesso periodo dell’anno scorso.
Enrica Bonaccorti (Ansa)
Il grande pubblico la conosce per i suoi trascorsi di conduttrice e opinionista tv, ruoli ricoperti a partire dai primi anni Ottanta e proseguiti in modo pressoché continuativo fino a pochi anni or sono, ma la Bonaccorti, nei suoi 75 anni di vita (era nata a Savona il 18 novembre 1949), ha fatto tantissimo altro. Innanzitutto l’attrice, muovendo i primi passi in ambito teatrale tra il finire degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, in quella Capitale dove si era da poco trasferita con la famiglia. Il suo debutto avviene presso il Teatro alla Ringhiera di Trastevere, uno dei tanti luoghi di sperimentazione e avanguardia della Roma di quel tempo (curiosità: lo spazio era situato in Via dei Riari e i Riario erano una nobile famiglia di origini savonesi, come Enrica), quindi giunge la partecipazione, nel 1970, allo spettacolo Mi è cascata una ragazza nel piatto (dalla pièce dell’inglese Terence Frisby), al fianco di Domenico Modugno e Paola Quattrini. Nello stesso periodo, in virtù della frequentazione di Modugno, si cimenta nella stesura di liriche, co-firmando i testi di due capisaldi del repertorio dell’artista pugliese: Amara terra mia (1971) e l’ancor più celebre La lontananza, uscita l’anno precedente. Al 1973 risale un evento fondamentale nell’esistenza della Bonaccorti: la nascita dell’amata (e unica) figlia Verdiana, frutto della relazione con l’allora marito Daniele Pettinari, regista e sceneggiatore. Nel 1969, intanto, Enrica aveva debuttato al cinema, entrando nel cast del film Metti, una sera a cena di Giuseppe Patroni Griffi. Seguirà la partecipazione a numerose pellicole, buona parte delle quali riconducibili ai generi (talvolta fusi tra loro) della commedia e dell’erotismo, quest’ultimo frequentato dalla Bonaccorti in ragione di un fisico procace e statuario, esibito in film come Il maschio ruspante di Antonio Racioppi (1973) e Rag. Arturo De Fanti, bancario precario di Luciano Salce (1980) e in seguito, nel 1982, in un servizio fotografico per la rivista Playboy.
La carriera televisiva, che le darà la piena celebrità, ha inizio come già detto nei primi anni Ottanta, dapprima con le trasmissioni Rai Italia sera (1983-1986) e Pronto, chi gioca? (1985-1987, continuazione del Pronto, Raffaella? condotto dalla Carrà), poi con vari programmi per la Fininvest come La giostra (1987-1988), Cari genitori (1988) e l’indimenticata prima edizione di Non è la Rai (1991-1992). La Bonaccorti è stata anche scrittrice: nel suo ultimo libro, Nove novelle senza lieto fine, pubblicato pochi mesi fa, vi è un componimento in cui, confermando la sua abilità nell’uso delle parole, affronta con ironia ammirevole quella morte che sapeva vicina a causa del carcinoma al pancreas da cui era affetta: «Ho spesso pensato / alla morte / ma non ci ho mai veramente creduto / Soprattutto alla mia / Ora fra anagrafe e acciacchi / qualche dubbio mi assale / E se anch’io fossi mortale? / Ma non voglio sapere / né approfondire / l’idea di morire / mi uccide».
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Non solo talento e allenamento: l’era dei dati entra nelle competizioni e vale miliardi. Dopo l’esperienza di Milano-Cortina 2026, l’intelligenza artificiale spinge performance, strategie e coinvolgimento dei tifosi, con un mercato globale previsto in crescita del 310% entro il 2034.
Alle Olimpiadi Invernali di Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026 non si è visto solo talento, fatica e spettacolo. Accanto agli atleti, spesso lontano dalle telecamere, ha lavorato anche un altro protagonista: l’algoritmo. Silenzioso, invisibile, ma sempre più decisivo. È il segno di una trasformazione che non riguarda solo una singola edizione dei Giochi, ma l’intero sistema sportivo.
I numeri aiutano a capire la portata del fenomeno. Secondo Fortune Business Insights, il mercato globale dell’intelligenza artificiale applicata allo sport valeva 1,22 miliardi di dollari nel 2025, salirà a 1,43 miliardi nel 2026 e toccherà i 5,01 miliardi entro il 2034. Una crescita del +310% in meno di dieci anni, con un tasso medio annuo del 16,9%. A trainare questa espansione sono soprattutto le decisioni basate sui dati per migliorare le prestazioni e i risultati competitivi, insieme alle soluzioni di coinvolgimento personalizzato dei tifosi. Sempre più diffusa è anche l’analisi predittiva, utilizzata per prevenire infortuni, gestire i carichi di allenamento e programmare lo sviluppo degli atleti, mentre le piattaforme cloud rendono questi strumenti accessibili a squadre e campionati di ogni dimensione.
A Milano-Cortina l’intelligenza artificiale si è vista in modo concreto. Il Comitato Olimpico Internazionale ha presentato Olympic Gpt, un assistente digitale capace di rispondere in tempo reale alle domande degli spettatori su regolamenti, risultati e curiosità. Una sorta di guida virtuale per orientarsi tra gare e classifiche. Dietro le quinte, Olympic Broadcasting Services ha sperimentato strumenti di Ia per catalogare enormi flussi video, creare highlight automatici e arricchire le immagini con dati e analisi in tempo reale. Il salto di uno sciatore «fermato» a mezz’aria, con grafica su velocità e angolo d’atterraggio, non è solo un effetto scenico: è un nuovo modo di raccontare lo sport.
L’intelligenza artificiale però non si limita a descrivere le imprese, contribuisce a costruirle. La snowboarder americana Maddie Mastro ha corretto un errore tecnico grazie alla ricostruzione tridimensionale del suo movimento attraverso modelli basati su IA. La nazionale statunitense di bob e skeleton ha trasformato micro-variazioni e dati in un vantaggio competitivo. Nel pattinaggio di velocità sono stati creati gemelli digitali degli atleti per simulare la resistenza dell’aria, replicando virtualmente ciò che un tempo si faceva in galleria del vento. Secondo Giacinto Fiore e Pasquale Viscanti, fondatori della community Intelligenza Artificiale Spiegata Semplice e organizzatori della Ai Week, l’Ai non sostituisce il talento ma lo amplifica, permettendo di vedere dettagli invisibili e di prendere decisioni migliori in meno tempo. In discipline dove le medaglie si decidono per centesimi, anche una micro-correzione può fare la differenza. Anche l’Italia ha investito in monitoraggi e protocolli scientifici. Le due medaglie d’oro nello sci di Federica Brignone, tornata in gara dopo un grave infortunio, raccontano anche di analisi continue e della collaborazione tra la Federazione Italiana Sport Invernali e partner privati per prevenire ricadute e ottimizzare il rientro. E perfino il curling, diventato popolare grazie ai successi di Stefania Constantini e Amos Mosaner, ha visto l’impiego di sistemi capaci di tracciare traiettorie reali e previsionali in tempo reale, offrendo un supporto tattico che fino a ieri era affidato soprattutto all’intuito.
La trasformazione in atto si muove lungo cinque direttrici principali: l’ottimizzazione delle performance in tempo reale attraverso sensori e dispositivi indossabili; la previsione preventiva degli infortuni grazie all’analisi di dati biometrici e carichi di lavoro; il coinvolgimento personalizzato dei tifosi con contenuti e offerte su misura; lo storytelling automatizzato con riassunti generati in tempo reale; e un modello decisionale sempre più fondato su analisi oggettive di video e dati statistici. La passione resta umana, ma l’infrastruttura che la sostiene è sempre più intelligente. E quanto visto a Milano-Cortina potrebbe essere solo l’inizio.
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Sul fronte macro, il conflitto che coinvolge Usa, Israele e Iran ha riacceso petrolio e gas, riportando al centro il rischio inflazione e la possibilità che la discesa dei tassi diventi più lenta e accidentata. «La situazione geopolitica fragile e il balzo energetico rischiano di mettere in difficoltà molte aziende, con possibili effetti a catena sul fronte dei prestiti e un aumento delle sofferenze», commenta Gaziano, «rendendo il percorso di riduzione dei tassi da parte delle banche centrali molto più accidentato del previsto. Uno scenario che lo stesso Donald Trump non può permettersi a lungo, visto il calo di gradimento tra i suoi sostenitori iniziali dovuto all’incertezza economica». Negli Usa la volatilità sostiene ancora trading e advisory; in Europa, invece, la maggiore dipendenza energetica rende il settore più esposto a uno choc prolungato.
«L’esposizione diretta delle banche europee al conflitto in Medio Oriente è molto limitata e si concentra essenzialmente negli Emirati Arabi Uniti, riguardando due istituti, Standard Chartered e Hsbc», aggiunge Jerome Legras, head of research Axiom Alternative Investments. «Dato ciò», continua, «il meccanismo di trasmissione del rischio dominante per gli istituti di credito del Vecchio continente è quello macroeconomico: uno choc dei prezzi del petrolio che si ripercuote sull’inflazione, sulle aspettative dei tassi di interesse e sulle condizioni di finanziamento in generale, piuttosto che tradursi in perdite dirette di bilancio. Sebbene i fattori geopolitici siano molto diversi, questo scenario macroeconomico non è dissimile da quello osservato durante le prime settimane della guerra in Ucraina. In quell’occasione, l’impatto sui tassi ha pesato di più rispetto a quello sulla qualità degli attivi, grazie alle ingenti riserve detenute dalle banche e ai loro criteri conservativi nella concessione dei prestiti. Resta da vedere se lo stesso vale per una guerra che probabilmente sarà molto più breve».
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Un secolo di storia, un racconto di famiglia, cultura e bollicine italiane: così Valdo ha celebrato a Milano i suoi primi cento anni. Il Teatro Gerolamo è diventato per un giorno il palcoscenico di un viaggio attraverso i riti sociali, le trasformazioni del gusto, una visione imprenditoriale e l’evoluzione di un prodotto che è diventato un’icona contemporanea.
È così che l’evento Cento anni di Valdo. Quando il Prosecco diventa cultura ha intrecciato narrazione corale, immagini e racconti, restituendo il Prosecco non solo come prodotto, ma come gesto conviviale, linguaggio sociale e simbolo di italianità.
A guidare il pubblico tra ricordi, aneddoti e visioni future è stato Pino Strabioli, conduttore televisivo e divulgatore di costume. Al suo fianco, Pierluigi Bolla, presidente di Valdo e seconda generazione alla guida dell’azienda, ha raccontato il percorso della famiglia e della società, affiancato dalla chef stellata Chiara Pavan e dal giornalista wine expert Giulio Somma. «Se dovessi rappresentare in una definizione la storia di Valdo direi: “una vita vivace”», ha spiegato Bolla, citando lo storico claim pubblicitario degli anni Novanta. «Valdo ha sempre guardato al cambiamento con ottimismo, portando, con la freschezza di un perlage unico, gioia e leggerezza anche nei momenti quotidiani». La storia della famiglia Bolla, partita da Albano che nel 1883 produceva vino per i propri ospiti a Soave, ha trovato continuità nella creazione di Valdo nel 1951, un nome e un brand capaci di coniugare tradizione e innovazione. L’azienda ha saputo anticipare i tempi e costruire uno stile vinicolo riconoscibile. «Dalle sperimentazioni sul metodo classico alle cuvée dedicate alla ristorazione, Valdo ha creato vini che raccontano una storia enologica significativa», ha sottolineato Somma. Per Chiara Pavan, il legame tra territorio e gusto è centrale: «Il prosecco è legato a una terra vocata, con sapori unici, ed è ideale per una cucina sostenibile e attenta alle materie prime».
Pierluigi Bolla
L’intervista esclusiva realizzata a margine con Pierluigi Bolla ha reso ancora più chiaro il filo rosso tra passato e futuro dell’azienda. «Innovazione e tradizione sono sempre stati un mantra per Valdo», spiega l'imprenditore. «Oggi abbiamo sfide importanti: lo sviluppo dell’azienda Magredi, nuovi vini e spumanti, e il progetto dello spumante no alcohol. Innovazione e tradizione sono i binari su cui l’azienda deve continuare a muoversi». Ma l’attualità impone anche di guardare con prudenza ai mercati internazionali. Bolla parla di una «tempesta perfetta»: dazi, svalutazione dell’euro e un cambiamento nei comportamenti dei consumatori globali. «Si produce più vino di quello che si consuma. Negli Stati Uniti e in Francia si stanno spiantando migliaia di ettari. La situazione è complessa e richiede esperienza, prudenza, visione e qualche scommessa». Nonostante le difficoltà, il presidente di Valdo mantiene un ottimismo realistico: «Bisogna navigare in tempesta con la consapevolezza del nostro DNA imprenditoriale: avere visione, essere ottimisti e fare scelte coraggiose. L’impegno è vincere, come abbiamo fatto per cento anni».
Il talk e l’intervista hanno anche esplorato la strada del Prosecco del futuro. Valdo Purø – Alcohol Free Blanc de Blancs rappresenta una sperimentazione significativa: il primo spumante analcolico dell’azienda, premiato con la medaglia d’oro al Berliner Wein Trophy. Un esempio di come Valdo sappia conciliare innovazione, identità storica e attenzione al mercato contemporaneo. La sostenibilità è un tema centrale, sia per la produzione del vino sia per la cucina. «Oggi la cucina è più sobria, concentrata sulla materia prima e attenta all’ambiente», spiega Pavan. «È proprio il rispetto del territorio e dell’ecosistema a permetterci di avere prodotti di qualità e sapori autentici». Il territorio rimane cuore pulsante dell’azienda: le colline di Conegliano e Valdobbiadene, patrimonio Unesco, continuano a offrire la miglior espressione della Glera, interpretata con competenza e spirito innovativo. L’acquisizione di nuovi vigneti nelle Grave del Friuli amplia le possibilità di sperimentazione, tra metodo Charmat, classico e vini fermi.
La celebrazione del centenario non è solo memoria, ma impegno verso il futuro. Bolla sottolinea l’importanza di gestire la crescita in un mercato maturo, senza inseguire mode ma guidando il proprio percorso con responsabilità. «Cent’anni non sono un traguardo, sono una responsabilità», conclude. «Significa aver attraversato la storia senza perdere identità, sapere cambiare senza smarrirsi e avere ancora voglia e coraggio di innovare». Tra brindisi, ricordi e visioni, Milano ha salutato un secolo di Valdo, un’azienda che ha trasformato le bollicine in cultura, leggerezza e futuro, pronta a continuare a raccontare la propria storia, e quella di un’Italia che cambia ma continua a brindare con le sue eccellenze vinicole.
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