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2023-08-11
Il Pd ora spara sull’Ue e propone traghetti per scortare in Italia i migranti dall’Africa
Getty Images
Un tempo i Profeti dell’Accoglienza avevano vita appena più facile. Al Viminale c’era il perfido Matteo Salvini, e - per quanto la sua azione ministeriale stesse effettivamente funzionando, fermando le partenze - potevano prendersela con lui, accusarlo di far morire i migranti ostacolando il lavoro delle Ong, mandarlo a processo per aver chiuso i porti. La bestia nera era lui, e ogni cadavere nel Mediterraneo poteva essergli attribuito. Ma oggi? Beh, oggi la destra di governo agisce diversamente. Nonostante Giorgia Meloni sia stata ripetutamente presentata alla stregua di una potenziale killer di stranieri, ha scelto un percorso diverso da quello del fu governo gialloverde. Ha cercato - riuscendoci - di coinvolgere le autorità europee, ha ottenuto un appoggio condiviso sulla trattativa con la Tunisia, ha messo da parte misure più frontali (che pure sarebbero state auspicabili) per tentare un approccio più collegiale. Che è esattamente ciò che i cari progressisti hanno richiesto più e più volte alle destre. «Serve una soluzione europea», era il mantra che Pd e soci ripetevano in ogni occasione.
Bene, ora la soluzione europea l’abbiamo. Ovviamente con i tempi europei, che sono lunghissimi e mai certi, proprio perché si deve mediare tra parecchie esigenze. E quando i tempi sono lunghi, i problemi si trascinano e talvolta si complicano. Cosa che - nel caso della migrazione - significa più partenze e di conseguenza più morti in mare, come i 41 finiti sotto i flutti al largo di Lampedusa non troppe ore fa. Quest’ultima tragedia dovrebbe far riflettere, e suggerire ai grandi teorici della società multiculturale e degli ingressi indiscriminati che l’unico modo di fermare i decessi è, appunto, la riduzione delle partenze.
Invece a sinistra che fanno? Manco a dirlo, polemizzano. Solo che, non sapendo bene con chi prendersela, sparacchiano a caso: un po’ contro il governo, un po’ contro la loro tanto amata Europa.
«Ancora un tragico naufragio a largo di Lampedusa. Il governo finalmente ammetta che fare la faccia feroce non ferma la disperazione dei migranti», dice Marina Sereni della segreteria nazionale Pd. A questo punto è naturale chiedersi: ma esattamente quale sarebbe la faccia cattiva del governo? In che cosa hanno mancato le istituzioni italiane? In che modo si sarebbero rifiutate di soccorrere persone bisognose e avrebbero mandato a morte i naufraghi?
Salvatore Vella, procuratore reggente capo di Agrigento - non certo un estremista di destra - ha usato parole piuttosto precise: il barchino su cui i trafficanti hanno caricato i migranti, ha detto, «era un guscio fatiscente. È stato criminale farli partire in quella finestra di tre giorni con il mare pessimo. Li hanno presi in giro, li hanno rassicurati perché l’acqua attorno a Sfax era calma. Ma li hanno mandati a morire». Lo stesso procuratore, inoltre, ha fatto presente che «la guardia costiera libica ha detto che non poteva intervenire per le condizioni meteo».
Da sinistra, soprattutto tramite la stampa, piovono critiche persino su questi ultimi due aspetti. C’è chi dice che l’accordo con la Tunisia non sta funzionando, chi ripete che l’intervento dei libici avrebbe potuto salvare la vita ai migranti. Anche qui, però, un minimo di decenza sarebbe gradita. Per settimane i progressisti hanno contestato il memorandum con i tunisini, adesso certo non possono pretendere - dopo averlo ostacolato - che produca risultati immediati. Stesso discorso sulla Libia: dopo averne consentito lo smembramento e aver accusato a ripetizione la guardia costiera locale (da noi addestrata) di essere una sorta di squadrone della morte, ora gli amici sinistrorsi ne invocano la presenza. È per lo meno curioso, converrete.
Che le contestazioni al governo di destra siano deboli, alla fine dei conti, lo sanno anche gli stessi dem. E infatti che fanno? Puntano il dito sulla Ue. «Piangiamo nuove ulteriori 41 vittime di un naufragio al largo di Lampedusa. Un dramma infinito che l’Europa unita e l’Italia devono affrontare con razionalità e umanità. Riposino in pace loro, si attivino le nostre coscienze», dice la senatrice Sandra Zampa su Twitter. Le fa eco Beatrice Lorenzin: «La tragedia senza fine di Lampedusa è lo specchio della nostra indifferenza, così come le immagini devastanti delle famiglie abbandonate nel deserto a morire di sete. Quanti migranti dovranno ancora perdere la vita prima che il governo faccia qualcosa? Qualsiasi cosa, invece di voltarsi dall’altra parte. È necessaria una nuova Mare Nostrum europea e una politica decisa per l’Africa da parte dell’Europa e delle Nazioni Unite». Conclude in bellezza - facendo totalmente sua la proposta avanzata da Elly Schlein - il sempre loquace Alessandro Zan: «Una strage senza fine, altri 41 morti a largo di Lampedusa. L’unica, urgente risposta è un’operazione di ricerca e soccorso europea, una Mare Nostrum europea, perché chi è in mare deve sempre essere salvato».
Uscite molto suggestive, non c’è che dire. In sostanza, il Pd propone di organizzare un servizio navetta dal nordafrica: quale modo migliore di facilitare il lavoro ai trafficanti? Una operazione di questo genere ci riporterebbe in un lampo al caos del 2016-2017. Ma l’aspetto ancora più surreale della polemica imbastita da Schlein e soci è proprio l’invettiva contro l’Europa. Per anni ci hanno martellato gridando che si doveva attendere l’Ue, che bisogna agire a livello comunitario, che non si poteva fare da soli. Ma ecco che, all’improvviso, si avvedono del fallimento europeo.
Riassumendo: chiudere i porti non andava bene; il blocco navale era criminale; la soluzione concertata con l’Ue non va bene. Va bene soltanto mettere in piedi una operazione di ricerca e soccorso in grande stile per portare qui gli stranieri. Poi si stupiscono per i morti in mare.
Sbarchi a raffica a Lampedusa: in un giorno oltre 1.200 arrivi
Il flusso sulla rotta Tunisia-Italia si fa sempre più imponente: ieri, con 30 barchini, a Lampedusa sono approdati in 1.213. Tutti partiti da Sfax, che ormai è il primo porto di partenza per l’Italia. Nelle ultime 24 ore le motovedette della Guardia di finanza e della Capitaneria di porto hanno fatto avanti e indietro in modo frenetico. Sulle ultime carrette del mare c’erano da un minimo di 37 persone a un massimo di 69, fra cui donne e bambini, originari di Burkina Faso, Camerun, Costa d’Avorio, Guinea, Mali, Sierra Leone, Nigeria, Senegal, Liberia, Benin, Siria e Gambia. Sono finiti tutti nell’hotspot di contrada Imbriacola. Che ieri è arrivato a contenere 1.767 persone. «Siamo stanchi e stufi di sentire e leggere “hotspot di Lampedusa al collasso”. Grazie all’impegno organizzativo di questura e prefettura l’hotspot, gestito dalla Croce rossa italiana, non è in sofferenza. È pieno, ma ordinato». Dalla questura di Agrigento precisano che il turnover di migranti (mercoledì ne sono stati trasferiti 1.100) permette di non mandare il centro in affanno. «La Croce rossa», fanno sapere dalla questura, «riesce a governare tranquillamente la situazione, mentre la polizia sta effettuando le operazioni di identificazione e fotosegnalamento con ritmi altissimi e con ordine esaurendo gli oltre mille arrivi al giorno». Oggi lasceranno Lampedusa altre 600 persone. Anche il sindaco Filippo Mannino certifica che «la macchina dell’accoglienza sta funzionando in maniera ottimale». L’hotspot viene liberato di continuo, «però», dice Mannino, «è un po' come se cercassimo di svuotare il mare con un cucchiaino». Dopo la tragedia in mare dell’altro giorno, con 41 morti, i superstiti stanno raccontando la dura prova che hanno dovuto superare: «Siamo riusciti a sopravvivere perché nella barca alla deriva che abbiamo trovato c’erano quattro bottiglie d’acqua e mezza scatola di biscotti». In quattro sono arrivati sani e salvi a riva, tre uomini e una donna, originari di Costa d’Avorio e Guinea. Il barcone sul quale viaggiavano si è capovolto ed è affondato. Anche loro erano partiti da Sfax. «Siamo rimasti per ore in acqua. Due del nostro gruppo li abbiamo visti annegare. Quando abbiamo visto, a distanza, una barca di ferro, abbiamo cominciato a nuotare», hanno raccontato. E si sono salvati. A più partenze, ovviamente, corrispondono sempre più tragedie. Il segretario generale di Unarma, associazione sindacale dei carabinieri, Antonio Nicolosi, spiega: «L’Europa continua a fare molto poco. Oggi l’Italia è l’unica nazione che risulta veramente invasa. Siamo molto preoccupati per la sicurezza dei nostri concittadini anche in considerazione che le Forze dell’ordine soffrono una grave ed endemica carenza di organico e ogni giorno si trovano a fronteggiare un’emergenza che non è circoscritta solo a Lampedusa». Sfiora infatti quota 94.000 il numero di migranti sbarcati in Italia dall’inizio del 2023, un flusso costante che potrebbe portare a sfondare quota 100.000 già entro la fine del mese di agosto. Al 9 agosto, stando ai dati del Viminale, sono sbarcate 93.754 persone (di cui 9.857 minori non accompagnati) rispetto alle 44.951 dello stesso giorno del 2022. Un aumento che lambisce il 110 per cento. Ed è pesante anche il bilancio in termini di perdite di vite umane: la rotta del Mediterraneo centrale si conferma la più pericolosa, con oltre 22.000 morti dal 2014, secondo i dati diffusi dall’Oim, e circa 2.000 dall’inizio dell’anno. I dati confermano che la rotta più utilizzata è quella che parte dalle coste tunisine. Nei primi otto mesi dell’anno sono stati 58.488 i barchini partiti dalla Tunisia, in netta crescita rispetto al 2022 (12.237). Quella libica è la seconda rotta: 30.495 barchini (24.382 nel 2022) mentre dalla Turchia sono stati messi in mare 4.315 natanti, in calo rispetto ai 6.828 dello stesso periodo dell’anno scorso.
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Dopo l’ultimo naufragio, la sinistra accusa tutti: governo, Europa, Tunisi. Il suo rimedio? Andare a cercare gli stranieri e portarli qui.I 30 barchini sono partiti tutti da Sfax. Nell’hotspot quasi 1.800 ospiti. Oggi 600 saranno trasferiti.Lo speciale contiene due articoli.Un tempo i Profeti dell’Accoglienza avevano vita appena più facile. Al Viminale c’era il perfido Matteo Salvini, e - per quanto la sua azione ministeriale stesse effettivamente funzionando, fermando le partenze - potevano prendersela con lui, accusarlo di far morire i migranti ostacolando il lavoro delle Ong, mandarlo a processo per aver chiuso i porti. La bestia nera era lui, e ogni cadavere nel Mediterraneo poteva essergli attribuito. Ma oggi? Beh, oggi la destra di governo agisce diversamente. Nonostante Giorgia Meloni sia stata ripetutamente presentata alla stregua di una potenziale killer di stranieri, ha scelto un percorso diverso da quello del fu governo gialloverde. Ha cercato - riuscendoci - di coinvolgere le autorità europee, ha ottenuto un appoggio condiviso sulla trattativa con la Tunisia, ha messo da parte misure più frontali (che pure sarebbero state auspicabili) per tentare un approccio più collegiale. Che è esattamente ciò che i cari progressisti hanno richiesto più e più volte alle destre. «Serve una soluzione europea», era il mantra che Pd e soci ripetevano in ogni occasione.Bene, ora la soluzione europea l’abbiamo. Ovviamente con i tempi europei, che sono lunghissimi e mai certi, proprio perché si deve mediare tra parecchie esigenze. E quando i tempi sono lunghi, i problemi si trascinano e talvolta si complicano. Cosa che - nel caso della migrazione - significa più partenze e di conseguenza più morti in mare, come i 41 finiti sotto i flutti al largo di Lampedusa non troppe ore fa. Quest’ultima tragedia dovrebbe far riflettere, e suggerire ai grandi teorici della società multiculturale e degli ingressi indiscriminati che l’unico modo di fermare i decessi è, appunto, la riduzione delle partenze. Invece a sinistra che fanno? Manco a dirlo, polemizzano. Solo che, non sapendo bene con chi prendersela, sparacchiano a caso: un po’ contro il governo, un po’ contro la loro tanto amata Europa. «Ancora un tragico naufragio a largo di Lampedusa. Il governo finalmente ammetta che fare la faccia feroce non ferma la disperazione dei migranti», dice Marina Sereni della segreteria nazionale Pd. A questo punto è naturale chiedersi: ma esattamente quale sarebbe la faccia cattiva del governo? In che cosa hanno mancato le istituzioni italiane? In che modo si sarebbero rifiutate di soccorrere persone bisognose e avrebbero mandato a morte i naufraghi? Salvatore Vella, procuratore reggente capo di Agrigento - non certo un estremista di destra - ha usato parole piuttosto precise: il barchino su cui i trafficanti hanno caricato i migranti, ha detto, «era un guscio fatiscente. È stato criminale farli partire in quella finestra di tre giorni con il mare pessimo. Li hanno presi in giro, li hanno rassicurati perché l’acqua attorno a Sfax era calma. Ma li hanno mandati a morire». Lo stesso procuratore, inoltre, ha fatto presente che «la guardia costiera libica ha detto che non poteva intervenire per le condizioni meteo». Da sinistra, soprattutto tramite la stampa, piovono critiche persino su questi ultimi due aspetti. C’è chi dice che l’accordo con la Tunisia non sta funzionando, chi ripete che l’intervento dei libici avrebbe potuto salvare la vita ai migranti. Anche qui, però, un minimo di decenza sarebbe gradita. Per settimane i progressisti hanno contestato il memorandum con i tunisini, adesso certo non possono pretendere - dopo averlo ostacolato - che produca risultati immediati. Stesso discorso sulla Libia: dopo averne consentito lo smembramento e aver accusato a ripetizione la guardia costiera locale (da noi addestrata) di essere una sorta di squadrone della morte, ora gli amici sinistrorsi ne invocano la presenza. È per lo meno curioso, converrete. Che le contestazioni al governo di destra siano deboli, alla fine dei conti, lo sanno anche gli stessi dem. E infatti che fanno? Puntano il dito sulla Ue. «Piangiamo nuove ulteriori 41 vittime di un naufragio al largo di Lampedusa. Un dramma infinito che l’Europa unita e l’Italia devono affrontare con razionalità e umanità. Riposino in pace loro, si attivino le nostre coscienze», dice la senatrice Sandra Zampa su Twitter. Le fa eco Beatrice Lorenzin: «La tragedia senza fine di Lampedusa è lo specchio della nostra indifferenza, così come le immagini devastanti delle famiglie abbandonate nel deserto a morire di sete. Quanti migranti dovranno ancora perdere la vita prima che il governo faccia qualcosa? Qualsiasi cosa, invece di voltarsi dall’altra parte. È necessaria una nuova Mare Nostrum europea e una politica decisa per l’Africa da parte dell’Europa e delle Nazioni Unite». Conclude in bellezza - facendo totalmente sua la proposta avanzata da Elly Schlein - il sempre loquace Alessandro Zan: «Una strage senza fine, altri 41 morti a largo di Lampedusa. L’unica, urgente risposta è un’operazione di ricerca e soccorso europea, una Mare Nostrum europea, perché chi è in mare deve sempre essere salvato». Uscite molto suggestive, non c’è che dire. In sostanza, il Pd propone di organizzare un servizio navetta dal nordafrica: quale modo migliore di facilitare il lavoro ai trafficanti? Una operazione di questo genere ci riporterebbe in un lampo al caos del 2016-2017. Ma l’aspetto ancora più surreale della polemica imbastita da Schlein e soci è proprio l’invettiva contro l’Europa. Per anni ci hanno martellato gridando che si doveva attendere l’Ue, che bisogna agire a livello comunitario, che non si poteva fare da soli. Ma ecco che, all’improvviso, si avvedono del fallimento europeo. Riassumendo: chiudere i porti non andava bene; il blocco navale era criminale; la soluzione concertata con l’Ue non va bene. Va bene soltanto mettere in piedi una operazione di ricerca e soccorso in grande stile per portare qui gli stranieri. 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Sulle ultime carrette del mare c’erano da un minimo di 37 persone a un massimo di 69, fra cui donne e bambini, originari di Burkina Faso, Camerun, Costa d’Avorio, Guinea, Mali, Sierra Leone, Nigeria, Senegal, Liberia, Benin, Siria e Gambia. Sono finiti tutti nell’hotspot di contrada Imbriacola. Che ieri è arrivato a contenere 1.767 persone. «Siamo stanchi e stufi di sentire e leggere “hotspot di Lampedusa al collasso”. Grazie all’impegno organizzativo di questura e prefettura l’hotspot, gestito dalla Croce rossa italiana, non è in sofferenza. È pieno, ma ordinato». Dalla questura di Agrigento precisano che il turnover di migranti (mercoledì ne sono stati trasferiti 1.100) permette di non mandare il centro in affanno. «La Croce rossa», fanno sapere dalla questura, «riesce a governare tranquillamente la situazione, mentre la polizia sta effettuando le operazioni di identificazione e fotosegnalamento con ritmi altissimi e con ordine esaurendo gli oltre mille arrivi al giorno». Oggi lasceranno Lampedusa altre 600 persone. Anche il sindaco Filippo Mannino certifica che «la macchina dell’accoglienza sta funzionando in maniera ottimale». L’hotspot viene liberato di continuo, «però», dice Mannino, «è un po' come se cercassimo di svuotare il mare con un cucchiaino». Dopo la tragedia in mare dell’altro giorno, con 41 morti, i superstiti stanno raccontando la dura prova che hanno dovuto superare: «Siamo riusciti a sopravvivere perché nella barca alla deriva che abbiamo trovato c’erano quattro bottiglie d’acqua e mezza scatola di biscotti». In quattro sono arrivati sani e salvi a riva, tre uomini e una donna, originari di Costa d’Avorio e Guinea. Il barcone sul quale viaggiavano si è capovolto ed è affondato. Anche loro erano partiti da Sfax. «Siamo rimasti per ore in acqua. Due del nostro gruppo li abbiamo visti annegare. Quando abbiamo visto, a distanza, una barca di ferro, abbiamo cominciato a nuotare», hanno raccontato. E si sono salvati. A più partenze, ovviamente, corrispondono sempre più tragedie. Il segretario generale di Unarma, associazione sindacale dei carabinieri, Antonio Nicolosi, spiega: «L’Europa continua a fare molto poco. Oggi l’Italia è l’unica nazione che risulta veramente invasa. Siamo molto preoccupati per la sicurezza dei nostri concittadini anche in considerazione che le Forze dell’ordine soffrono una grave ed endemica carenza di organico e ogni giorno si trovano a fronteggiare un’emergenza che non è circoscritta solo a Lampedusa». Sfiora infatti quota 94.000 il numero di migranti sbarcati in Italia dall’inizio del 2023, un flusso costante che potrebbe portare a sfondare quota 100.000 già entro la fine del mese di agosto. Al 9 agosto, stando ai dati del Viminale, sono sbarcate 93.754 persone (di cui 9.857 minori non accompagnati) rispetto alle 44.951 dello stesso giorno del 2022. Un aumento che lambisce il 110 per cento. Ed è pesante anche il bilancio in termini di perdite di vite umane: la rotta del Mediterraneo centrale si conferma la più pericolosa, con oltre 22.000 morti dal 2014, secondo i dati diffusi dall’Oim, e circa 2.000 dall’inizio dell’anno. I dati confermano che la rotta più utilizzata è quella che parte dalle coste tunisine. Nei primi otto mesi dell’anno sono stati 58.488 i barchini partiti dalla Tunisia, in netta crescita rispetto al 2022 (12.237). Quella libica è la seconda rotta: 30.495 barchini (24.382 nel 2022) mentre dalla Turchia sono stati messi in mare 4.315 natanti, in calo rispetto ai 6.828 dello stesso periodo dell’anno scorso.
Federica Brignone vince l'oro nel Super G femminile delle gare di sci alpino ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Dieci mesi fa Brignone era ancora alle prese con la riabilitazione dopo il grave infortunio dell’aprile 2025. Era tornata a gareggiare solo a fine novembre e si presentava a questi Giochi con poche prove nelle gambe. Oggi, invece, ha trovato la discesa giusta al momento giusto: una prova pulita, senza forzare le linee, costruita più sulla scorrevolezza che sull’aggressività, come lei stessa ha spiegato a caldo. «Ero tranquilla, ho cercato di sciare morbida e fluida, pensando a fare tutte le curve il più veloce possibile», ha detto ancora con l’adrenalina addosso.
La sua discesa ha fatto la differenza soprattutto nella parte centrale del tracciato, dove molte atlete hanno pagato caro ogni minima imprecisione. Brignone ha preceduto la francese Romane Miradoli, argento a 41 centesimi, e l’austriaca Cornelia Huetter, bronzo a 52. Ai piedi del podio è rimasta l’altra austriaca Ariane Raedler, staccata di un solo centesimo dalla connazionale. Quinta Laura Pirovano, appaiata alla norvegese Kajsa Vickhoff Lie, e settima Elena Curtoni, che ha comunque portato un’altra azzurra nella top ten. La gara è stata segnata anche da molte uscite di scena eccellenti. Sono finite fuori Weidle, Puchner, Aicher, Ledecka, Stuhec e Breezy Johnson. Ma il momento che ha cambiato il volto della prova è stato l’errore di Sofia Goggia. L’azzurra stava sciando all’attacco e nel tratto intermedio aveva oltre mezzo secondo di vantaggio su Brignone, poi una traiettoria sbagliata e l’uscita che ha chiuso ogni possibilità di doppietta italiana. «Onore e merito a Brignone» – ha detto Goggia dopo la gara – «Con tutto quello che ha passato dopo l’infortunio, tornare così non è facile». Pirovano ha chiuso con il rammarico di una medaglia solo sfiorata. «Ho perso tanto in alto, mi mangio le mani» – ha ammesso – «ma è il mio esordio olimpico e ho sciato all-in». Parole che raccontano bene la durezza di una prova in cui bastava poco per compromettere tutto. Per Brignone, invece, è il completamento di un percorso: dopo l’argento e i due bronzi olimpici, arriva finalmente l’oro. È anche la quinta medaglia d’oro dell’Italia in questi Giochi, che portano il bilancio complessivo a 14 podi e confermano la squadra azzurra tra le protagoniste del medagliere.
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Jeffrey Epstein (Ansa)
Si attribuiscono a lui nefandezze e trame oscure, si racconta che al centro del tornado vi sarebbe il presidente americano con il suo circo di sodali fascistoidi. Si scrive a ripetizione che il nome di Trump compare un milione di volte negli Epstein files, anche se non significa nulla: un conto - come sa chiunque stia spulciando i faldoni - è essere citati, un altro è che sbuchino prove di questa o quella porcheria. E su Trump, per ora, nulla di grave è emerso. Se uscirà saremo i primi a scriverlo, come del resto abbiamo scritto dei sotterfugi attribuiti a Steve Bannon, ma per ora non ci sono elementi tali da giustificare l’insistenza su The Donald.
Anzi, a dirla tutta ci sono elementi a suo favore. Come ha scritto pure la Bcc, «secondo un documento dell’Fbi diffuso dal dipartimento di giustizia, un ex capo della polizia della Florida ha dichiarato di aver ricevuto una chiamata da Donald Trump nel 2006, in cui l’attuale presidente gli diceva che tutti erano a conoscenza del comportamento di Jeffrey Epstein. Il documento», dice la Bbc, «è una registrazione scritta di un’intervista dell’Fbi del 2019 con l’ex capo della polizia di Palm Beach, il quale sostiene che Trump lo abbia chiamato dopo che il dipartimento ha avviato un’indagine su Epstein e gli abbia detto: “Grazie al cielo lo state fermando, tutti sapevano che cosa stava facendo”». Insomma, The Donald avrebbe addirittura stimolato le autorità ad agire sul faccendiere. Eppure anche questa vicenda viene incredibilmente ribaltata. Fanpage ad esempio la vende così: «Trump sapeva tutto dal 2006». Come a dire: visto, era coinvolto.
Ma il Corriere della Sera riesce a fare persino di meglio. Ieri, nonostante fossero uscite rivelazioni sul businessman emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem e sulle mail che si scambiava con Epstein in cui si discuteva di «video di torture», al centro di tutto il racconto di via Solferino c’era ancora lui, Donald, sempre lo stesso. Il Corriere ha dedicato al caso due pagine, la prima con un titolone sul fatto che «un ex poliziotto imbarazza Trump», la seconda - con articolo di una firma imponente quale Federico Fubini - interamente dedicata a Jared Kushner, genero del presidente. In sostanza Fubini cita un documento dell’Fbi in cui a parlare è una fonte anonima la quale afferma che Kushner avrebbe avuto strani legami con i russi, con annesso passaggio di soldi. Fubini stesso scrive che «il contenuto della deposizione, oggi impossibile da verificare, è controverso». Ma non importa: alla fonte anonima si dedica una paginata perché si può fare un titolo che mette in cattiva luce Trump e i suoi.
Il punto, vedete, non è difendere Trump, cosa di cui non ci importa un fico. Il punto è che lo scandalo Epstein travolge anche e in alcuni casi soprattutto una bella fetta delle élite occidentali liberal-progressiste, e su queste si tende sempre a sorvolare. Si scrive lo stretto indispensabile su Bill Gates, si evita di insistere sulla ipocrisia del guru antagonista Noam Chomsky che consigliava Epstein su come evitare gli assalti mediatici, si liquidano gli indizi su pedofilia, satanismo e barbarie assortite quali curiosità per dietrologi. E intanto si martella su Trump, così che ai lettori arrivi una visione distorta e parziale di tutta la faccenda.
Il bello è che proprio sulla versione digitale del Corriere della Sera, Federico Rampini - sempre intellettualmente onesto - ha pronunciato parole sacrosante: «Per ora, i fatti parlano chiaro: chi sperava di usare Jeffrey Epstein come arma letale contro Donald Trump viveva in un’illusione. Il finanziere, predatore sessuale e criminale finito giustamente in carcere, era parte integrante dell’élite newyorkese, storicamente legata al Partito democratico. [...] Al contrario, il fango Epstein sta colpendo i Clinton e i loro alleati: dall’ex ministro del Tesoro Larry Summers, consigliere di Obama e mecenate progressista, a Bill Gates. Lo scandalo lambisce persino il premier laburista britannico Keir Starmer». Al Corriere dovrebbero forse ascoltare meglio almeno i loro editorialisti.
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