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2024-03-31
Il Pd chiedeva più Superbonus, ora lo stronca
Antonio Misiani (Imagoeconomica)
Che il superbonus edilizio (omettendo le perplessità sulla percentuale esagerata del 110% e l’assenza di limitazioni) potesse essere un’idea concettualmente non sbagliata è opinione abbastanza comune. Rimettere in circolo il sistema economico dopo lo choc pandemico puntando sul volano delle costruzioni, ha un senso in un Paese dove il parco immobiliare è effettivamente vetusto. Così come è altrettanto vero che bisogna sfidare il buonsenso per omettere che la sua applicazione, dal sistema della cessione dei crediti a quello dello sconto in fattura fino ad arrivare alla mancanza di controlli, sia stata disastrosa creando un buco nei conti dello Stato. Partendo da questi presupposti poi è altrettanto innegabile che, come a più riprese ricordato dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, questa sia una grana, sostanzialmente creata da altri, e che adesso il governo in carica da circa un anno e mezzo si trova a dover gestire.
Le regole della politica poi sono impietose e quindi ci sta che l’opposizione cavalchi il tema. Anche in questi casi però ci vorrebbe un minimo, non troppa, di coerenza e un accenno di senso del pudore. Del tipo, non è possibile partire lancia in resta contro il provvedimento se hai fatto parte del governo (il secondo di Giuseppe Conte, quello giallorosso) che a maggio del 2020 ha varato il Superbonus e sei stato centrale anche nell’esecutivo successivo, quello di Mario Draghi, che quella norma ha prorogato. Si potrebbe anche valutare l’astensione dal parlare (non è un reato) o quantomeno avere lo scrupolo di provare minimamente a circostanziare i fatti. E invece niente. È di poche ore fa il commento del responsabile economico, del Pd, Antonio Misiani, che si è dato il compito di mettere all’indice i conti pubblici. E mettendo da parte la memoria si è scagliato contro l’incentivo edilizio che tanto sta facendo discutere.
«L’ennesimo decreto per riportare sotto controllo il Superbonus conferma il sostanziale fallimento delle misure decise precedentemente dal governo Meloni e il fatto che i conti pubblici siano fuori controllo». Motivo? «Il governo è ormai in carica da diciotto mesi ma in tutto questo tempo non è riuscito a gestire in modo ordinato ed efficace il riordino degli incentivi per la riqualificazione degli edifici. Il fiasco delle misure salva-conti si è ripercosso nell’esplosione del deficit 2023, previsto al 5,3% dalla Nadef ma impennatosi al 7,2% a consuntivo essenzialmente a causa degli extra costi del Superbonus. Secondo fatto: nel 2024 la situazione complessiva dei conti pubblici sta rapidamente peggiorando rispetto alle previsioni iniziali del governo. Pesa il trascinamento della coda del Supebonus ma anche un andamento dell’economia più debole rispetto alle (ottimistiche) stime dell’esecutivo e, paradossalmente, la brusca frenata dell’inflazione, che comprime la dinamica del Pil nominale. Se a tutto questo aggiungiamo l’entrata in vigore dall’anno prossimo del nuovo Patto di stabilità europeo, il quadro che emerge è decisamente preoccupante».
E già qui ci sarebbe da chiedersi perché i i dem usino il tema delle regole europee a giorni alterni e a seconda delle convenienze. Quando il governo si batte per evitare norme troppo «oppressive» diventa il rappresentante del più pericolo sovranismo, quando invece si devono rispettare quelle stesse imposizioni, diventano guai per l’esecutivo. Ma lasciamo perdere e proviamo a restare sul tema.
In buona sostanza il responsabile economico del Partito Democratico accusa il governo di mandare i conti pubblici a scatafascio sulla base di un provvedimento che ha contribuito a creare e a prorogare. Ma non solo. Perché c’è la firma dello stesso Antonio Misiani sotto diversi emendamenti che ancora nel 2023 chiedevano un’estensione del Superbonus che invece adesso è messo all’indice.
Siamo a fine novembre 2023 e la commissione Bilancio era alacremente al lavoro per l’esame del disegno di legge di conversione del Decreto Anticipi, che poneva all’attenzione dei parlamentari la richiesta di proroga per il Superbonus 110%. Più che di una vera e propria proroga si trattava di un prolungamento delle tempistiche per i cantieri già in corso di esecuzione che a causa del blocco della cessione dei crediti avevano subito rallentamenti o erano stati sospesi in attesa di tempi migliori.
Tra gli emendamenti al decreto spuntano ben 5 proposte di cambiamento firmate da Misiani che chiedono con oggetti e modalità diverse tutti la stessa cosa: una estensione del Superbonus. Inutile entrare nei dettagli. Le estensione riguardavano non solo i condomini ma anche le persone fisiche.
Diciamo che il Misiani di qualche mese fa era stato coerente con il Misiani del 2020 (peraltro dal 2020 al febbraio 2021 il nostro è stato anche viceministro dell’Economia) e del 2022. È quello di queste ore che proprio non si capisce.
Stretta su permessi e pagamenti. Rischio esodati sul maxi-incentivo
La nuova stretta sul Superbonus mette definitivamente fine allo sconto in fattura e alla cessione dei crediti per tutte quelle realtà che finora erano state tutelate. Il governo nel cdm di questa settimana ha infatti approvato un decreto, voluto dal ministero dell’Economia e delle Finanze, per salvaguardare i conti dello Stato, visto che le agevolazioni fiscali legati al superbonus, nonostante siano state ridotte, continuano a pesare sulle finanze pubbliche. A partire dal 30 marzo, chi non ha aperto i cantieri o non ha sostenuto le spese per iniziare i lavori non potrà più chiedere lo sconto in fattura o la cessione dei crediti. L’intervento del governo ha dunque colpito tutte quelle situazioni che fino alla legge di Bilancio 2024 erano state escluse dalla passate strette. Nel dettaglio parliamo delle case popolari, delle cooperative di abitazione a proprietà indivisa e delle Onlus, che se hanno firmato solo il contratto con l’impresa, che avrebbe dovuto iniziare i lavori nel 2024, senza aver depositato la Cilas, verranno esclusi automaticamente dalla cessione o dallo sconto in fattura per i lavori di riqualificazione. Ma non solo, perché potrebbero avere dei problemi anche tutti quei condomini che, rispettando le ultime modifiche, hanno depositato la Cilas entro il 16 febbraio 2023. Questa era la data spartiacque tra chi poteva richiedere la cessione per quest’anno oppure no. Con le ultime modifiche si è però deciso che, anche se si è presentata la Cilas entro il 16 febbraio scorso, ma non si è pagata nemmeno una fattura collegata a lavori effettivamente realizzati, entro il 30 marzo 2024, si può dire addio alla cessione del credito. Stessa sorte se si sono anticipate fatture, schema che era diventato una consuetudine, per interventi ancora da realizzare.
Va male anche per chi deve regolarizzare gli errori fatti in passato. Il decreto approvato dal Cdm ha infatti rivisto la regola della «remissione in bonis», secondo la quale chi ha fatto un errore o non ha comunicato all’Agenzia delle entrate di aver optato per lo sconto in fattura e la cessione del credito, poteva regolarizzare la sua posizione comunicando quanto dovuto entro il 15 ottobre e pagando 250 euro di sanzioni. Le tempistiche con l’ultimo decreto Superbonus si sono notevolmente ridotte, dato che, se non si vuole perdere la possibilità di cedere il credito si dovrà regolarizzare la posizione entro il 4 aprile. Parliamo di una vera e propria corsa contro il tempo, se si pensa che il decreto è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 29, è entrato in vigore il 30 marzo e siamo nel pieno delle vacanze di Pasqua.
Gli unici che possono dirsi «mezzi salvi», da queste ultime strette, sono gli immobili che sono stati danneggiati dai terremoti di Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria verificatisi il 6 aprile 2009 e il 24 agosto 2016. Mezzi perché il Mef ha inserito un tetto massimo di spesa: «nel limite di 400 milioni di euro per l’anno 2024 di cui 70 milioni per gli eventi sismici verificatisi il 6 aprile 2009». L’unica forma di agevolazione fiscale che rimane, dopo queste ultime modifiche, è la detrazione in 10 anni. Questa però implica la capacità economica di anticipare l’intera somma dei lavori e poi vedersela rimborsata dallo Stato nei successivi anni. Opzione che non sarà perseguibile da tutti.
Inoltre, è anche immaginabile che il non riuscire a portare a termine i lavori, che si sono commissionati ad una determinata imprese, porti con sé l’avvio di cause legali di natura civilistica. Ovviamente anche in questo caso la spesa ricadrà sulle spalle della famiglie. E dunque, se da una parte la mossa del governo è stata pensata per cercare di mettere un freno ai continui effetti distorsivi legati ad una misura progettata in modo poco lungimirante dal governo Conte, dall’altra le continue modifiche hanno inevitabili effetti negativi sulle famiglie e le imprese.
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Il responsabile economico Antonio Misiani accusa l’esecutivo: ha rovinato i conti pubblici a causa degli incentivi edilizi. Ma non dice che ha partecipato al Conte bis, ideatore della misura, e poi è stato con Mario Draghi, chiedendo di prorogarla e persino di estenderla.Stop a «sconto» e cessione del credito. In forse anche chi ha già presentato la Cilas.Lo speciale contiene due articoli.Che il superbonus edilizio (omettendo le perplessità sulla percentuale esagerata del 110% e l’assenza di limitazioni) potesse essere un’idea concettualmente non sbagliata è opinione abbastanza comune. Rimettere in circolo il sistema economico dopo lo choc pandemico puntando sul volano delle costruzioni, ha un senso in un Paese dove il parco immobiliare è effettivamente vetusto. Così come è altrettanto vero che bisogna sfidare il buonsenso per omettere che la sua applicazione, dal sistema della cessione dei crediti a quello dello sconto in fattura fino ad arrivare alla mancanza di controlli, sia stata disastrosa creando un buco nei conti dello Stato. Partendo da questi presupposti poi è altrettanto innegabile che, come a più riprese ricordato dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, questa sia una grana, sostanzialmente creata da altri, e che adesso il governo in carica da circa un anno e mezzo si trova a dover gestire. Le regole della politica poi sono impietose e quindi ci sta che l’opposizione cavalchi il tema. Anche in questi casi però ci vorrebbe un minimo, non troppa, di coerenza e un accenno di senso del pudore. Del tipo, non è possibile partire lancia in resta contro il provvedimento se hai fatto parte del governo (il secondo di Giuseppe Conte, quello giallorosso) che a maggio del 2020 ha varato il Superbonus e sei stato centrale anche nell’esecutivo successivo, quello di Mario Draghi, che quella norma ha prorogato. Si potrebbe anche valutare l’astensione dal parlare (non è un reato) o quantomeno avere lo scrupolo di provare minimamente a circostanziare i fatti. E invece niente. È di poche ore fa il commento del responsabile economico, del Pd, Antonio Misiani, che si è dato il compito di mettere all’indice i conti pubblici. E mettendo da parte la memoria si è scagliato contro l’incentivo edilizio che tanto sta facendo discutere. «L’ennesimo decreto per riportare sotto controllo il Superbonus conferma il sostanziale fallimento delle misure decise precedentemente dal governo Meloni e il fatto che i conti pubblici siano fuori controllo». Motivo? «Il governo è ormai in carica da diciotto mesi ma in tutto questo tempo non è riuscito a gestire in modo ordinato ed efficace il riordino degli incentivi per la riqualificazione degli edifici. Il fiasco delle misure salva-conti si è ripercosso nell’esplosione del deficit 2023, previsto al 5,3% dalla Nadef ma impennatosi al 7,2% a consuntivo essenzialmente a causa degli extra costi del Superbonus. Secondo fatto: nel 2024 la situazione complessiva dei conti pubblici sta rapidamente peggiorando rispetto alle previsioni iniziali del governo. Pesa il trascinamento della coda del Supebonus ma anche un andamento dell’economia più debole rispetto alle (ottimistiche) stime dell’esecutivo e, paradossalmente, la brusca frenata dell’inflazione, che comprime la dinamica del Pil nominale. Se a tutto questo aggiungiamo l’entrata in vigore dall’anno prossimo del nuovo Patto di stabilità europeo, il quadro che emerge è decisamente preoccupante».E già qui ci sarebbe da chiedersi perché i i dem usino il tema delle regole europee a giorni alterni e a seconda delle convenienze. Quando il governo si batte per evitare norme troppo «oppressive» diventa il rappresentante del più pericolo sovranismo, quando invece si devono rispettare quelle stesse imposizioni, diventano guai per l’esecutivo. Ma lasciamo perdere e proviamo a restare sul tema. In buona sostanza il responsabile economico del Partito Democratico accusa il governo di mandare i conti pubblici a scatafascio sulla base di un provvedimento che ha contribuito a creare e a prorogare. Ma non solo. Perché c’è la firma dello stesso Antonio Misiani sotto diversi emendamenti che ancora nel 2023 chiedevano un’estensione del Superbonus che invece adesso è messo all’indice. Siamo a fine novembre 2023 e la commissione Bilancio era alacremente al lavoro per l’esame del disegno di legge di conversione del Decreto Anticipi, che poneva all’attenzione dei parlamentari la richiesta di proroga per il Superbonus 110%. Più che di una vera e propria proroga si trattava di un prolungamento delle tempistiche per i cantieri già in corso di esecuzione che a causa del blocco della cessione dei crediti avevano subito rallentamenti o erano stati sospesi in attesa di tempi migliori.Tra gli emendamenti al decreto spuntano ben 5 proposte di cambiamento firmate da Misiani che chiedono con oggetti e modalità diverse tutti la stessa cosa: una estensione del Superbonus. Inutile entrare nei dettagli. Le estensione riguardavano non solo i condomini ma anche le persone fisiche. Diciamo che il Misiani di qualche mese fa era stato coerente con il Misiani del 2020 (peraltro dal 2020 al febbraio 2021 il nostro è stato anche viceministro dell’Economia) e del 2022. È quello di queste ore che proprio non si capisce.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pd-piu-superbonus-ora-stronca-2667639519.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="stretta-su-permessi-e-pagamenti-rischio-esodati-sul-maxi-incentivo" data-post-id="2667639519" data-published-at="1711867625" data-use-pagination="False"> Stretta su permessi e pagamenti. Rischio esodati sul maxi-incentivo La nuova stretta sul Superbonus mette definitivamente fine allo sconto in fattura e alla cessione dei crediti per tutte quelle realtà che finora erano state tutelate. Il governo nel cdm di questa settimana ha infatti approvato un decreto, voluto dal ministero dell’Economia e delle Finanze, per salvaguardare i conti dello Stato, visto che le agevolazioni fiscali legati al superbonus, nonostante siano state ridotte, continuano a pesare sulle finanze pubbliche. A partire dal 30 marzo, chi non ha aperto i cantieri o non ha sostenuto le spese per iniziare i lavori non potrà più chiedere lo sconto in fattura o la cessione dei crediti. L’intervento del governo ha dunque colpito tutte quelle situazioni che fino alla legge di Bilancio 2024 erano state escluse dalla passate strette. Nel dettaglio parliamo delle case popolari, delle cooperative di abitazione a proprietà indivisa e delle Onlus, che se hanno firmato solo il contratto con l’impresa, che avrebbe dovuto iniziare i lavori nel 2024, senza aver depositato la Cilas, verranno esclusi automaticamente dalla cessione o dallo sconto in fattura per i lavori di riqualificazione. Ma non solo, perché potrebbero avere dei problemi anche tutti quei condomini che, rispettando le ultime modifiche, hanno depositato la Cilas entro il 16 febbraio 2023. Questa era la data spartiacque tra chi poteva richiedere la cessione per quest’anno oppure no. Con le ultime modifiche si è però deciso che, anche se si è presentata la Cilas entro il 16 febbraio scorso, ma non si è pagata nemmeno una fattura collegata a lavori effettivamente realizzati, entro il 30 marzo 2024, si può dire addio alla cessione del credito. Stessa sorte se si sono anticipate fatture, schema che era diventato una consuetudine, per interventi ancora da realizzare. Va male anche per chi deve regolarizzare gli errori fatti in passato. Il decreto approvato dal Cdm ha infatti rivisto la regola della «remissione in bonis», secondo la quale chi ha fatto un errore o non ha comunicato all’Agenzia delle entrate di aver optato per lo sconto in fattura e la cessione del credito, poteva regolarizzare la sua posizione comunicando quanto dovuto entro il 15 ottobre e pagando 250 euro di sanzioni. Le tempistiche con l’ultimo decreto Superbonus si sono notevolmente ridotte, dato che, se non si vuole perdere la possibilità di cedere il credito si dovrà regolarizzare la posizione entro il 4 aprile. Parliamo di una vera e propria corsa contro il tempo, se si pensa che il decreto è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 29, è entrato in vigore il 30 marzo e siamo nel pieno delle vacanze di Pasqua. Gli unici che possono dirsi «mezzi salvi», da queste ultime strette, sono gli immobili che sono stati danneggiati dai terremoti di Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria verificatisi il 6 aprile 2009 e il 24 agosto 2016. Mezzi perché il Mef ha inserito un tetto massimo di spesa: «nel limite di 400 milioni di euro per l’anno 2024 di cui 70 milioni per gli eventi sismici verificatisi il 6 aprile 2009». L’unica forma di agevolazione fiscale che rimane, dopo queste ultime modifiche, è la detrazione in 10 anni. Questa però implica la capacità economica di anticipare l’intera somma dei lavori e poi vedersela rimborsata dallo Stato nei successivi anni. Opzione che non sarà perseguibile da tutti. Inoltre, è anche immaginabile che il non riuscire a portare a termine i lavori, che si sono commissionati ad una determinata imprese, porti con sé l’avvio di cause legali di natura civilistica. Ovviamente anche in questo caso la spesa ricadrà sulle spalle della famiglie. E dunque, se da una parte la mossa del governo è stata pensata per cercare di mettere un freno ai continui effetti distorsivi legati ad una misura progettata in modo poco lungimirante dal governo Conte, dall’altra le continue modifiche hanno inevitabili effetti negativi sulle famiglie e le imprese.
A finire sotto pressione sono stati i Gilt, i titoli di Stato britannici. «Sull’obbligazionario britannico avevamo visto segnali di stabilizzazione importanti, ma le tensioni internazionali hanno rimescolato le carte in modo brutale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Quello che doveva essere l’anno del grande allentamento monetario si è trasformato in un nuovo stress test sui rendimenti, con i tassi di interesse che hanno subito un’impennata vertiginosa, facendo scendere i prezzi delle obbligazioni».
Gli Etf sui governativi inglesi hanno accusato cali fra il -3,7% e il -4,5%, con punte di 7% sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del decennale è tornato oltre il 5,1%, ai massimi dalla crisi del 2008.
A pesare non è solo il petrolio, ma la politica. Il governo laburista di Keir Starmer, nato con la promessa di riportare serietà a Westminster, si trova indebolito dalle ricadute dello scandalo Epstein. «L’instabilità politica è tornata a essere un fattore di rischio primario», osserva Gaziano. «I mercati reagiscono con estrema sensibilità quando percepiscono un vuoto di potere. Lo scandalo Epstein non è solo una questione di cronaca, ma un colpo alla stabilità di un governo già sotto pressione per la gestione economica».
La Borsa di Londra ha mostrato maggiore tenuta. «In un mondo incerto, i giganti dell’energia e delle materie prime, che abbondano a Londra, hanno agito parzialmente da paracadute», osserva Gaziano. Ma la spaccatura interna si allarga: se il Ftse 100 regge grazie alle multinazionali, il Ftse 250, più esposto all’economia domestica, soffre molto di più.
Il nodo, però, è anche strutturale. «il Regno Unito sconta una rigidità strutturale che l’Europa continentale ha in parte superato», spiega Salvatore Gaziano, «Mentre Germania e Francia hanno imparato a diversificare le scorte e gestire meglio i picchi dei prezzi energetici, l’Uk è rimasto prigioniero di un modello di fissazione dei prezzi che scarica immediatamente ogni aumento sulle bollette delle famiglie. Se a questo aggiungiamo mutui che corrono verso il 5%, capiamo perché la fiducia dei consumatori britannici sia oggi ai minimi termini, molto più che in Italia o in Spagna».
Fra i titoli spicca Legal & General, con dividendi elevati e il ruolo di «cassaforte». In negativo, invece, 3i Group, crollata del -19% in una sola seduta dopo i segnali di rallentamento della catena Action. «Quando le aspettative di crescita vengono deluse anche di poco, i multipli del private equity vengono ricalcolati con una rapidità brutale», conclude Gaziano.
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Maurizio Landini (Ansa)
Firme che giustificano, neanche a dirlo, il commento entusiasta del ministro Paolo Zangrillo, che ha parlato di «obiettivo raggiunto», e che hanno spinto il premier, parco di parole negli ultimi tempi, a intervenire via social per rivendicare il successo. «Il governo», ha evidenziato Giorgia Meloni, «continua a lavorare sull’aumento dei salari. Oggi la firma del rinnovo della parte economica del contratto collettivo nazionale del comparto Istruzione, per il triennio 2025-2027, che interessa oltre un milione di dipendenti. È il terzo rinnovo per il comparto Istruzione dall’inizio della legislatura: una cosa mai accaduta prima».
La Meloni ha ragione a rivendicare la firma anche perché si tratta di uno schiaffo alla gestione politica che Maurizio Landini ha impresso alla Cgil. Schiaffone ancora più sonoro, perché non arriva dall’esecutivo, cosa che di questi tempi non farebbe notizia, ma dalla stessa Cgil. Il segretario ha fatto del no a prescindere al rinnovo dei contratti della Pa una delle cifre distintiva del suo mandato. Istruzione, sanità, lavoratori dei ministeri o delle Regioni poco importa. Nell’ultima tornata c’è stata solo opposizione. Il leader che ormai partecipa come capopolo a tutte le battaglie politiche della sinistra (l’impiego di forze della Cgil sul No al referendum della giustizia è comparabile a quello del Pd) si è sempre opposto ai nuovi contratti, nonostante il governo avesse messo sul piatto circa 20 miliardi. Un cifra record, insufficiente per i desiderata di Landini. Motivo? Nel rinnovo precedente, 2022-2024, non veniva coperta l’inflazione monstre del periodo. Copertura impossibile, visto che parlavamo di un costo della vita schizzato del 17%. Insomma, aumenti del 7-8% non bastavano. E adesso? Cos’è cambiato? Perché la Cgil firma? La motivazione ufficiale è che in quest’ultima tranche, incrementi in busta paga da 135 euro per la parte economica 2025-27, l’inflazione verrebbe potenzialmente coperta, ma la realtà è tutt’altra. Entrando nel merito, va infatti ricordato che senza il contratto precedente, che è stato rinnovato senza l’avallo della Cgil, quest’ultimo rinnovo non ci sarebbe mai stato. E del resto Landini questa firma la subisce. Il segretario è costretto a fare buon viso a cattivo gioco rispetto ai mal di pancia di una categoria, quella della scuola (e non è la sola), che è stanca di seguire la linea politica del capo e capisce che continuando a dire sempre no gli iscritti fuggono.
C’è di più. Perché i rapporti tra Maurizio Landini e Gianna Fracassi, la segretaria generale della Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), non sono idilliaci. La Fracassi era legata alla gestione precedente (con Susanna Camusso è diventata segretaria confederale con deleghe importantissime, comprese le politiche economiche) e si sussurra che ambisca a prendere il posto dell’ex Fiom, anche per depoliticizzare il sindacato.
Ma al di là della questione personale, la firma sul contratto della scuola squarcia il velo di ipocrisia che ormai da mesi nasconde le tensioni tra la gestione del segretario e una parte consistente del sindacato.
Perso il sostegno dei suoi, sembra che nelle scorse ore Landini abbia addirittura contattato un esponente molto importante del governo, particolarmente vicino a Palazzo Chigi, per chiedere margini su una riapertura del contratto in caso di inflazione galoppante causa guerra. Il senso del discorso sarebbe stato: «Alla fine noi firmiamo, ma se la situazione precipita qui si ricontratta tutto». Diplomatica, ma eloquente la risposta: guarda che quello che chiedi non si può fare.
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