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2021-11-25
È partita la campagna del governo per somministrare il siero ai bimbi
Ansa
Libertà di circolazione per tutti i bambini sotto i 12 anni, ma tanto sopra i 5 anni si avvicina a grandi passi la vaccinazione di massa. Se il governo italiano ieri sera ha evitato di estendere il green pass anche ai bambini di scuole primarie e medie, l'Ema potrebbe ammettere già oggi il vaccino anche per la fascia di popolazione tra i 5 e i 12 anni. E una volta che si sarà espressa a favore l'Agenzia europea per i medicinali, arriverà immediatamente il semaforo verde dell'italiana Aifa. A sua volta, questo via libera sarà nuovo carburante per la martellante campagna mediatica che mira a introdurre obblighi vaccinali per tutti. Bambini compresi. La campagna sui bambini, però, partirà subito e lo ha anticipato Mario Draghi: «Al via da subito un'importante campagna di sensibilizzazione sulla vaccinazione per i più piccoli», perché «immaginiamo che potranno esserci delle resistenze».
Pur nella confusione di messaggi e ballon d'essai che arrivano quotidianamente dal governo e dalla pletora di consulenti del ministro Roberto Speranza, la direzione di marcia delle autorità italiane nei metodi di contrasto della pandemia cinese è chiara e coerente fin dai tempi di Giuseppe Conte: su obblighi e limitazioni, indietro non si torna. Ogni volta, si tratta solo di preparare il campo adeguatamente al nuovo giro di vite, con la tenaglia rappresentata da green pass e vaccinazione, e con sullo sfondo il fantasma dell'impoverimento di massa da lockdown. O, quantomeno, del Natale «rovinato».
Ecco perché c'è poco da illudersi sul fatto che la cabina di regia di ieri abbia escluso l'obbligo di green pass per i ragazzini sotto i 12 anni di età, sui quali la Lega di Matteo Salvini ha fatto le barricate. Il Carroccio si è fatto promettere che il certificato non sarà richiesto neppure quando ci sarà il via libera alla vaccinazione dei bambini. Per vedere se il governo sarà di parola non serviranno molti giorni. L'estensione della puntura di Stato ai pargoli corre ormai a grandi falcate, accompagnata dalla diffusione di dati sempre più ansiogeni, nonostante il Covid continui a essere un virus che sembra dare più problemi ai nonni che ai nipoti. Ma i nonni votano e i nipoti no. E l'Italia, dalle pensioni al mercato del lavoro, passando per sindacati e partiti, è sempre più un Paese per anziani. Ieri, alla cabina di regia il presidente dell'Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, e il coordinatore dei «saggi» ministeriali, Franco Locatelli, hanno spiegato a Draghi e ai capi delegazione dei partiti che occorre «sensibilizzare le famiglie italiane» sulla vaccinazione dei minori tra i 5 e i 12 anni. Durante la riunione, però, si sarebbe convenuto che per ora non sia il caso di obbligare alla vaccinazione e al green pass anche i ragazzini. E questo, come detto, anche quando l'Aifa approverà la loro vaccinazione. Non un'ipotesi avanti nel tempo, ma di poche ore.
Giorgio Palù, presidente dell'Agenzia del farmaco e membro del Cts, ieri non ha brillato per diplomazia e ha affermato che «il Covid-19 sta mutando». Glissando come al solito sui dati che contano davvero, ovvero terapie intensive e morti, Palù si è dedicato ai famosi «contagi». «Se prima il 2% dei bambini contraeva l'infezione, con la variante Alfa, oggi siamo al 25-30%», ha osservato il capo di Aifa, e non a caso «l'Ema sta discutendo sull'estensione della possibilità di vaccinare questa fascia d'età». «La decisione potrebbe già arrivare tra oggi o domani, a cui seguirebbe quella dell'Aifa entro 24 ore», ha concluso.
Ma il punto più interessante delle dichiarazioni di Palù riguarda l'obbligo. «Una valutazione sull'obbligo di vaccinazione», ha rivelato, «verrà fatta progressivamente, ponderata con rischi e benefici. I dati dell'epidemia ci stanno dicendo che la categoria 5-11 anni è quella che presenta il maggior numero di casi incidenti». La formula un po' oscura dei «casi incidenti» rimanda a un calcolo probabilistico sulla possibilità che una persona si ammali e si distingue dal concetto di «prevalenza», che invece è il rapporto tra gli «eventi sanitari rilevati» in una popolazione in un certo arco di tempo e il numero di cittadini sotto osservazione. Insomma, il gioco di prestigio di Palù è quello di non voler usare la locuzione «soggetti a rischio», che gli sembra meno forte di «casi» veri e propri.
Al momento le fiale autorizzate per i bambini sono quelle della Pfizer e sono diverse da quelle per gli adulti. Sarà interessante vedere quale strada sceglierà il governo italiano, tra la somministrazione nei normali hub oppure negli studi dei pediatri. Il dibattito non sarà semplice e poi c'è ancora da organizzare la campagna, motivo per il quale, di fatto, la possibilità di vaccinare gli under 12 dovrebbe iniziare con il prossimo anno. Anche se lo zelante capo dell'Aifa ha affermato che «le vaccinazioni anti Covid sui bambini potrebbero partire anche dal prossimo lunedì». Del resto Speranza ieri, su Facebook, ha dettato la linea con chiarezza: «Ora le prenotazioni vanno aperte a tutti, senza fasce di età». Nel corso della conferenza stampa di Palazzo Chigi, in serata, il ministro ha invece teso una mano ai pediatri, affermando che la campagna di comunicazione annunciata da Draghi mirerà in sostanza a far sì che i genitori dubbiosi «ascoltino i propri pediatri».
Privacy, per il Garante è uno sgarbo
Il super green pass altererà il delicato equilibrio raggiunto, in materia di privacy, con l'attuale versione del certificato Covid. Con l'introduzione del modello 2G praticamente per ogni attività sociale, al di fuori del lavoro, cadrà ogni velo di riservatezza sui dati sanitari ultrasensibili.
Chi frequenterà bar e ristoranti, per il semplice fatto di averci messo piede, dovrà attestare al titolare dell'attività o a un cameriere di essere vaccinato. A meno che non sia guarito da meno di sei mesi e, quindi, non ancora tenuto a sottoporsi all'iniezione. Una circostanza sempre più rara, vista l'elevatissima copertura vaccinale raggiunta in Italia tra gli over 12: scommettiamo che, tra chi è uscito dal Covid negli ultimi 180 giorni, una buona parte era già inoculata. Anche in fabbriche e uffici verrà meno l'ultima foglia di fico: al netto delle modifiche tecniche all'app dei codici a barre, che vanno ancora definite, la prevedibile differenziazione dei Qr code per chi è guarito o vaccinato e per chi ha ottenuto un tampone negativo consentirà, ai datori di lavoro, di accertare lo status dei dipendenti.
Insomma, l'ennesima, isterica stretta archivia i paletti che il Garante aveva fissato la scorsa estate, facendo in modo che, dal solo codice a barre, non si potesse risalire alla situazione particolare del possessore della tessera. Il giro di vite è arrivato senza che l'esecutivo consultasse l'Authority, dalla quale, non a caso, ieri sono filtrati disappunto e insofferenza per quello che appare come un sostanziale esautoramento. Da parte degli uffici del presidente, Pasquale Stanzione, e della sua vice, Ginevra Cerrina Feroni, non c'è mai stato alcun atteggiamento preconcetto nei confronti dei provvedimenti di Palazzo Chigi. Ecco perché fonti interne al Garante, pur evitando di rilasciare una dichiarazione ufficiale, hanno fatto trasparire una certa perplessità per il trattamento subito.
Lo «sgarbo» del governo, d'altronde, è una logica conseguenza del blitz attuato, il mese scorso, con il decreto Capienze. Il dl ha abrogato l'articolo 2 quinquiesdecies del Codice privacy (il dlsg 196/2003), con il quale era stato istituito l'obbligo di consultare in via preventiva il Garante, in caso di trattamenti di dati ad alto rischio. Proprio questa facoltà in capo all'Authority aveva determinato alcuni momenti di attrito con l'esecutivo: il blocco temporaneo dell'app Io e l'ammonimento ufficiale rispetto alla prima versione del green pass, messa in piedi, appunto, senza previo e obbligatorio parere di Stanzione.
Ecco, dunque, la risposta di Mario Draghi, del quale abbiamo ormai compreso la propensione accentratrice: visto che il Regolamento Ue non prevede questo potere d'ispezione preventiva da parte del Garante, esso è stato abolito.
Adesso rimane da capire se, sia pure alla luce della nuova cornice legislativa, il super green pass sia compatibile con l'imperativo del rispetto della privacy. Il decreto Capienze interveniva sui trattamenti dati effettuati dalla Pa; tuttavia, come abbiamo visto, il sistema 2G altera il quadro anche sul fronte dei controlli: con scaltrezza, il governo aveva già scaricato l'onere della sorveglianza sulla società civile. In merito a questi cortocircuiti, attendiamo che l'Autorità rompa il silenzio.
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Mario Draghi annuncia le attività di «sensibilizzazione» per vincere le resistenze. Roberto Speranza intanto dà per certo gli ok di Ema e Aifa per l'iniezione nella fascia 5-11 anni. E Giorgio Palù si spinge oltre, ipotizzandone già l'obbligo.La super carta verde leva ogni residua riservatezza sui dati. E spazza via i paletti fissati dall'Authority, già esautorata dal dl Capienze, che lascia trapelare irritazione.Lo speciale contiene due articoli.Libertà di circolazione per tutti i bambini sotto i 12 anni, ma tanto sopra i 5 anni si avvicina a grandi passi la vaccinazione di massa. Se il governo italiano ieri sera ha evitato di estendere il green pass anche ai bambini di scuole primarie e medie, l'Ema potrebbe ammettere già oggi il vaccino anche per la fascia di popolazione tra i 5 e i 12 anni. E una volta che si sarà espressa a favore l'Agenzia europea per i medicinali, arriverà immediatamente il semaforo verde dell'italiana Aifa. A sua volta, questo via libera sarà nuovo carburante per la martellante campagna mediatica che mira a introdurre obblighi vaccinali per tutti. Bambini compresi. La campagna sui bambini, però, partirà subito e lo ha anticipato Mario Draghi: «Al via da subito un'importante campagna di sensibilizzazione sulla vaccinazione per i più piccoli», perché «immaginiamo che potranno esserci delle resistenze». Pur nella confusione di messaggi e ballon d'essai che arrivano quotidianamente dal governo e dalla pletora di consulenti del ministro Roberto Speranza, la direzione di marcia delle autorità italiane nei metodi di contrasto della pandemia cinese è chiara e coerente fin dai tempi di Giuseppe Conte: su obblighi e limitazioni, indietro non si torna. Ogni volta, si tratta solo di preparare il campo adeguatamente al nuovo giro di vite, con la tenaglia rappresentata da green pass e vaccinazione, e con sullo sfondo il fantasma dell'impoverimento di massa da lockdown. O, quantomeno, del Natale «rovinato». Ecco perché c'è poco da illudersi sul fatto che la cabina di regia di ieri abbia escluso l'obbligo di green pass per i ragazzini sotto i 12 anni di età, sui quali la Lega di Matteo Salvini ha fatto le barricate. Il Carroccio si è fatto promettere che il certificato non sarà richiesto neppure quando ci sarà il via libera alla vaccinazione dei bambini. Per vedere se il governo sarà di parola non serviranno molti giorni. L'estensione della puntura di Stato ai pargoli corre ormai a grandi falcate, accompagnata dalla diffusione di dati sempre più ansiogeni, nonostante il Covid continui a essere un virus che sembra dare più problemi ai nonni che ai nipoti. Ma i nonni votano e i nipoti no. E l'Italia, dalle pensioni al mercato del lavoro, passando per sindacati e partiti, è sempre più un Paese per anziani. Ieri, alla cabina di regia il presidente dell'Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, e il coordinatore dei «saggi» ministeriali, Franco Locatelli, hanno spiegato a Draghi e ai capi delegazione dei partiti che occorre «sensibilizzare le famiglie italiane» sulla vaccinazione dei minori tra i 5 e i 12 anni. Durante la riunione, però, si sarebbe convenuto che per ora non sia il caso di obbligare alla vaccinazione e al green pass anche i ragazzini. E questo, come detto, anche quando l'Aifa approverà la loro vaccinazione. Non un'ipotesi avanti nel tempo, ma di poche ore. Giorgio Palù, presidente dell'Agenzia del farmaco e membro del Cts, ieri non ha brillato per diplomazia e ha affermato che «il Covid-19 sta mutando». Glissando come al solito sui dati che contano davvero, ovvero terapie intensive e morti, Palù si è dedicato ai famosi «contagi». «Se prima il 2% dei bambini contraeva l'infezione, con la variante Alfa, oggi siamo al 25-30%», ha osservato il capo di Aifa, e non a caso «l'Ema sta discutendo sull'estensione della possibilità di vaccinare questa fascia d'età». «La decisione potrebbe già arrivare tra oggi o domani, a cui seguirebbe quella dell'Aifa entro 24 ore», ha concluso. Ma il punto più interessante delle dichiarazioni di Palù riguarda l'obbligo. «Una valutazione sull'obbligo di vaccinazione», ha rivelato, «verrà fatta progressivamente, ponderata con rischi e benefici. I dati dell'epidemia ci stanno dicendo che la categoria 5-11 anni è quella che presenta il maggior numero di casi incidenti». La formula un po' oscura dei «casi incidenti» rimanda a un calcolo probabilistico sulla possibilità che una persona si ammali e si distingue dal concetto di «prevalenza», che invece è il rapporto tra gli «eventi sanitari rilevati» in una popolazione in un certo arco di tempo e il numero di cittadini sotto osservazione. Insomma, il gioco di prestigio di Palù è quello di non voler usare la locuzione «soggetti a rischio», che gli sembra meno forte di «casi» veri e propri. Al momento le fiale autorizzate per i bambini sono quelle della Pfizer e sono diverse da quelle per gli adulti. Sarà interessante vedere quale strada sceglierà il governo italiano, tra la somministrazione nei normali hub oppure negli studi dei pediatri. Il dibattito non sarà semplice e poi c'è ancora da organizzare la campagna, motivo per il quale, di fatto, la possibilità di vaccinare gli under 12 dovrebbe iniziare con il prossimo anno. Anche se lo zelante capo dell'Aifa ha affermato che «le vaccinazioni anti Covid sui bambini potrebbero partire anche dal prossimo lunedì». Del resto Speranza ieri, su Facebook, ha dettato la linea con chiarezza: «Ora le prenotazioni vanno aperte a tutti, senza fasce di età». Nel corso della conferenza stampa di Palazzo Chigi, in serata, il ministro ha invece teso una mano ai pediatri, affermando che la campagna di comunicazione annunciata da Draghi mirerà in sostanza a far sì che i genitori dubbiosi «ascoltino i propri pediatri». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/partita-campagna-governo-siero-bimbi-2655793310.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="privacy-per-il-garante-e-uno-sgarbo" data-post-id="2655793310" data-published-at="1637782326" data-use-pagination="False"> Privacy, per il Garante è uno sgarbo Il super green pass altererà il delicato equilibrio raggiunto, in materia di privacy, con l'attuale versione del certificato Covid. Con l'introduzione del modello 2G praticamente per ogni attività sociale, al di fuori del lavoro, cadrà ogni velo di riservatezza sui dati sanitari ultrasensibili. Chi frequenterà bar e ristoranti, per il semplice fatto di averci messo piede, dovrà attestare al titolare dell'attività o a un cameriere di essere vaccinato. A meno che non sia guarito da meno di sei mesi e, quindi, non ancora tenuto a sottoporsi all'iniezione. Una circostanza sempre più rara, vista l'elevatissima copertura vaccinale raggiunta in Italia tra gli over 12: scommettiamo che, tra chi è uscito dal Covid negli ultimi 180 giorni, una buona parte era già inoculata. Anche in fabbriche e uffici verrà meno l'ultima foglia di fico: al netto delle modifiche tecniche all'app dei codici a barre, che vanno ancora definite, la prevedibile differenziazione dei Qr code per chi è guarito o vaccinato e per chi ha ottenuto un tampone negativo consentirà, ai datori di lavoro, di accertare lo status dei dipendenti. Insomma, l'ennesima, isterica stretta archivia i paletti che il Garante aveva fissato la scorsa estate, facendo in modo che, dal solo codice a barre, non si potesse risalire alla situazione particolare del possessore della tessera. Il giro di vite è arrivato senza che l'esecutivo consultasse l'Authority, dalla quale, non a caso, ieri sono filtrati disappunto e insofferenza per quello che appare come un sostanziale esautoramento. Da parte degli uffici del presidente, Pasquale Stanzione, e della sua vice, Ginevra Cerrina Feroni, non c'è mai stato alcun atteggiamento preconcetto nei confronti dei provvedimenti di Palazzo Chigi. Ecco perché fonti interne al Garante, pur evitando di rilasciare una dichiarazione ufficiale, hanno fatto trasparire una certa perplessità per il trattamento subito. Lo «sgarbo» del governo, d'altronde, è una logica conseguenza del blitz attuato, il mese scorso, con il decreto Capienze. Il dl ha abrogato l'articolo 2 quinquiesdecies del Codice privacy (il dlsg 196/2003), con il quale era stato istituito l'obbligo di consultare in via preventiva il Garante, in caso di trattamenti di dati ad alto rischio. Proprio questa facoltà in capo all'Authority aveva determinato alcuni momenti di attrito con l'esecutivo: il blocco temporaneo dell'app Io e l'ammonimento ufficiale rispetto alla prima versione del green pass, messa in piedi, appunto, senza previo e obbligatorio parere di Stanzione. Ecco, dunque, la risposta di Mario Draghi, del quale abbiamo ormai compreso la propensione accentratrice: visto che il Regolamento Ue non prevede questo potere d'ispezione preventiva da parte del Garante, esso è stato abolito. Adesso rimane da capire se, sia pure alla luce della nuova cornice legislativa, il super green pass sia compatibile con l'imperativo del rispetto della privacy. Il decreto Capienze interveniva sui trattamenti dati effettuati dalla Pa; tuttavia, come abbiamo visto, il sistema 2G altera il quadro anche sul fronte dei controlli: con scaltrezza, il governo aveva già scaricato l'onere della sorveglianza sulla società civile. In merito a questi cortocircuiti, attendiamo che l'Autorità rompa il silenzio.
Elly Schlein (Ansa)
Il commento è arrivato dopo che il consiglio dei ministri aveva approvato le pre-intese con quattro Regioni - Liguria, Lombardia, Piemonte, Veneto - su quattro materie: tutela della salute-coordinamento della finanza pubblica (che lascerà ben oltre un miliardo nelle casse delle quattro regioni), protezione civile, professioni, previdenza complementare e integrativa. Niente che porterà alla sedicente «secessione dei ricchi» o ad avere «cittadini di serie A e di serie B», che per altro già esistono senza l’autonomia. La battaglia contro il federalismo è puramente ideologica. La segretaria Pd non a caso era in prima fila contro la devoluzione di alcune materie ai governatori, come scritto nella Costituzione, a partire dalla raccolta firme per indire un referendum - bocciato dalla Consulta - contro la legge Calderoli. Solo perché il progetto autonomista è portato avanti dal centrodestra. Infatti, quando al governo c’erano altri, l’idea del Pd e di Elly era tutt’altra.
Il 28 aprile 2022, Stefano Bonaccini, all’epoca presidente della Regione Emilia-Romagna e adesso europarlamentare nonché presidente del Pd, fece un discorso in consiglio regionale dell’Emilia Romagna, che se avessimo sentito solo le parole senza sapere chi le pronunciava avremmo pensato che si trattasse di un leghista. Ecco alcuni passaggi del suo intervento in aula consiliare. «Ho chiesto esplicitamente un mandato agli elettori nel 2020, cioè la possibilità di vedere attuata la Costituzione per quanto dispone al terzo comma dell’articolo 116 e di veder quindi riconosciute alle nostre Regione ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia; un percorso che fu avviato, ricorderete, nella precedente legislatura e approdato ad una prima significativa tappa il 28 febbraio 2018 con la stipula dell’intesa preliminare con l’allora governo Gentiloni». Secondo Bonaccini, «la nostra richiesta si fondava invece su un progetto specifico, cesellato materia per materia, funzione per funzione, indicando obiettivi di miglioramento circostanziati».
In che modo? «Nella nostra proposta [...] si prospettava la possibilità, a parità di risorse, di poter ottenere maggiori economie attraverso l’efficienza e maggiore sviluppo attraverso la programmazione di politiche, investimenti, servizi di qualità. Queste differenze mi hanno sempre fatto dire che la nostra proposta, pur specifica e calibrata per il sistema territoriale dell’Emilia-Romagna, ha, però, il pregio di poter essere sostenibile, riproducibile e replicabile per le altre Regioni, e che farebbe bene anche al resto delle Regioni che non utilizzassero la riforma perché – mi si perdoni l’espressione – costringere lo Stato a programmare a determinati costi standard, fabbisogni standard, livelli essenziali delle prestazioni sarebbe, comunque, un passo avanti per l’Italia, non solo e non tanto per l’Emilia-Romagna in sé», sosteneva Bonaccini.
«Purtroppo, però, anche molte richieste ragionevoli hanno trovato un muro non solo in un certo conservatorismo politico, anche questo piuttosto trasversale in Parlamento, ma soprattutto da parte delle strutture ministeriali a mettersi in discussione, a farsi misurare, anche solo a discutere e distinguere le funzioni e i costi. Questo lo considero, naturalmente, un male», evidenziava l’attuale presidente dem. «Me l’avete sentito dire più volte: se qualcuno venisse da Roma in Emilia-Romagna a dire che la sanità regionale non deve essere più gestita in Emilia-Romagna, ma gestita direttamente dal centro, io credo troverebbe non la mia opposizione, che sarebbe naturale, credo anche la vostra, ma troverebbe l’opposizione, a mio parere, della stragrande maggioranza degli emiliani e dei romagnoli…».
E ancora: «Noi non chiediamo un euro in più di quello che già ci arriva. Anzi, ci dessero un euro in meno di quello che oggi arriva, a noi andrebbe bene ugualmente e firmo subito. Basta che ci lascino gestire alcune materie, la gestione di quelle risorse definite prima a livello anche di livelli essenziali, di prestazioni e fabbisogni standard e, soprattutto, che ci permettano, da un lato, di programmare e soprattutto di semplificare e sburocratizzare», sosteneva ancora Bonaccini.
Da notare che, come si legge dallo stenografico del 28 aprile 2022 e dunque non cento anni fa, alla seduta parteciparono oltre appunto al «sottosegretario alla Presidenza Davide Baruffi e al presidente della Giunta Stefano Bonaccini», appunto, anche «gli assessori Paolo Calvano, Vincenzo Colla, Andrea Corsini, Raffaele Donini, Barbara Lori, Paola Salomoni, Elena Schlein». Schlein proprio lei? Certo che sì, poiché l’attuale segretario del Pd era vicepresidente dell’Emilia-Romagna. All’epoca però nessuno definiva l’autonomia come lo spacca-Italia, anzi. Cos’è cambiato tre anni e mezzo dopo? Forse che il Pd non è più nella maggioranza politica che governa l’Italia?
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Il presidente di Confapi Cristian Camisa (Imagoeconomica)
Insomma un grande caos e le aziende nelle sabbie mobili». Cristian Camisa, presidente di Confapi, l’associazione che riunisce le piccole e medie imprese fa da megafono alle difficoltà degli associati. «Con questo clima nessuno si azzarda a fare investimenti e progetti a medio e tantomeno a lungo termine».
Circa il 70% delle pmi ha come mercato di sbocco l’Europa, in che modo vi preoccupano i dazi americani?
«Tutte le pmi risentono, in un modo o nell’altro, della situazione di incertezza internazionale. I dazi del 10% dovrebbero rimanere per 150 giorni ma quello che succede dopo è un grande punto interrogativo e nel frattempo c’è anche la problematica del cambio sfavorevole con il dollaro che in un anno si è deprezzato del 13% e raddoppia il costo delle tariffe. In un sistema globalizzato e di mercati interconnessi, nessuno è al riparo dalla politica di Washington. Questa situazione finisce per privilegiare e rendere più agguerrita la concorrenza delle aziende di Cina, India e Paesi del Sud America. Il paradosso dei dazi flat, uguali per tutti, favorisce coloro che erano soggetti a tariffe superiori come il Brasile che avrà variazione -13,6%, la Cina con -7,1% e l’India con -5,6% mentre per l’Italia la variazione sarà di +1,7-2%. I prodotti provenienti da questi Paesi rischiano di rubare ulteriori quote di mercato alle imprese italiane».
Quali settori merceologici sono più esposti?
«Il farmaceutico, l’alimentare, la meccanica e i macchinari. Gli aumenti dei prezzi al dettaglio rischia di portare a una riduzione dei volumi delle vendite. Fino a ora l’affidabilità del Made in Italy ha consentito di trattare con i buyer americani e assorbire i maggiori costi senza riversarli sul consumatore, ma questa situazione non può durare a lungo soprattutto nella prospettiva che si passi dal 10 al 15% come vuole Trump. C’è una situazione di attesa, nessuno firma commesse per il medio termine. Un’azienda di grandi dimensioni, ha le spalle forti per reggere ma il piccolo imprenditore è in difficoltà. Il nostro Rapporto congiunturale dice che solo il 20% delle imprese prevede di assumere nei prossimi mesi. L’Europa deve agire su almeno due fronti: il cambio e la sospensione di quelli che sono a tutti gli effetti dei dazi auto imposti, ovvero i costi del Green deal e del Cbam».
Le svalutazioni competitive non sono più possibili.
«Noi non possiamo agire sulla politica monetaria ma l’Europa sì. E poi c’è la questione della transizione energetica. Sarebbe necessaria una sospensione delle politiche di sostenibilità ambientale imposte alle aziende e del Cbam che fissa un prezzo sulle emissioni di Co2 incorporate nelle merci importate. Le aziende avrebbero maggiore liquidità per far fronte a questo momento di incertezza. Al tempo stesso bisognerebbe concedere un credito d’imposta pari al 20% per compensare l’incidenza dei dazi. Queste richieste fanno parte di un pacchetto che abbiamo presentato al tavolo con il ministro degli Esteri, Antonio Tajani».
Quali sono le altre richieste inoltrate al ministro Tajani?
«Abbiamo chiesto un supporto legale per il recupero dei dazi applicati precedentemente e bocciati dalla Corte suprema. Le aziende dovrebbero chiedere indietro le somme. Sono circa 1-2 miliardi di euro di dazi riscossi in modo non dovuto. Infine, sarebbe necessario un pacchetto assicurativo per proteggere le imprese dalla cancellazione degli ordini da parte dei buyer americani».
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Donald Trump (Ansa)
«Oggi la nostra frontiera è sicura, il nostro spirito è rinato, l’inflazione sta crollando, i redditi stanno aumentando rapidamente, l’economia è in piena espansione come mai prima d’ora, i nostri nemici sono spaventati», ha affermato, per poi aggiungere che «l’America è di nuovo rispettata, forse come mai prima d’ora».
Trump si è poi mosso su vari livelli. In primis, ha scelto di focalizzarsi sui principali temi al centro della campagna elettorale per le prossime elezioni di metà mandato: a partire dall’inflazione. «L’amministrazione Biden e i suoi alleati al Congresso ci hanno regalato la peggiore inflazione nella storia del nostro Paese. Ma, in dodici mesi, la mia amministrazione ha portato l’inflazione di fondo al livello più basso in oltre cinque anni. E negli ultimi tre mesi del 2025, è scesa all’1,7%», ha detto. Un altro fronte caldo è stato poi quello della sanità e della previdenza sociale. «Proteggeremo sempre la previdenza sociale, Medicare, Medicaid», ha dichiarato. «Voglio interrompere tutti i pagamenti alle grandi compagnie assicurative e invece dare quei soldi direttamente ai cittadini, in modo che possano acquistare la propria assistenza sanitaria, che sarà migliore a un costo molto più basso», ha anche affermato. Il presidente, oltre a sottolineare di aver vietato alle grandi società di Wall Street di acquistare migliaia di case unifamiliari, ha altresì orgogliosamente rivendicato il suo uso dei dazi. «Ho usato questi dazi, ho incassato centinaia di miliardi di dollari per concludere ottimi affari per il nostro Paese, sia economicamente che per la sicurezza nazionale», ha affermato, tornando poi a lamentarsi della sentenza della Corte Suprema che ha recentemente cassato una parte delle tariffe da lui decretate: una sentenza che l’inquilino della Casa Bianca, martedì, ha bollato come «davvero infelice» e «deludente».
Tra l’altro, sempre guardando al voto di Midterm, il presidente si è concentrato sulla lotta all’immigrazione clandestina. «Invito ogni parlamentare a unirsi alla mia amministrazione e a riaffermare un principio fondamentale. Se siete d’accordo con questa affermazione, allora alzatevi in piedi e mostrate il vostro sostegno: il primo dovere del governo americano è proteggere i cittadini americani, non gli immigrati clandestini», ha dichiarato, rivolgendosi ai parlamentari. Se i repubblicani si sono alzati in piedi, i democratici sono rimasti seduti, scatenando la dura reazione del presidente. «Dovreste vergognarvi di voi stessi», ha tuonato Trump in direzione dei dem. «Ecco perché vi chiedo anche di porre fine alle mortali città santuario che proteggono i criminali e di imporre pene severe per i funzionari pubblici che bloccano l’espulsione di immigrati clandestini», ha proseguito.
Non sono poi mancati dei riferimenti alla questione del gender. «Sicuramente possiamo tutti concordare che a nessuno Stato può essere permesso di strappare i bambini dalle braccia dei genitori e farli passare a un nuovo genere contro la loro volontà», ha dichiarato. Infine, il presidente è tornato a invocare la tutela dell’integrità del processo elettorale. «Tutti gli elettori devono mostrare un documento di cittadinanza per poter votare», ha detto, chiedendo che il Congresso approvi il Save America Act: un disegno di legge che imporrebbe di esibire documenti d’identità per poter votare.
Tuttavia, se l’orizzonte delle Midterm ha dominato, Trump, nel suo discorso di martedì sera, si è mosso anche su altri due piani: uno interno e uno internazionale. Per quanto riguarda il primo, il presidente ha sotterraneamente guardato alle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Ha definito JD Vance un «grande vicepresidente», conferendogli l’incarico di supervisionare le attività di contrasto alle frodi. Al contempo, però, il presidente ha elogiato Marco Rubio. «Hai fatto un ottimo lavoro, grande segretario di Stato. Penso che passerà alla storia come il migliore di sempre», ha dichiarato Trump. L’inquilino della Casa Bianca è ben conscio che saranno verosimilmente Vance e Rubio a contendersi la nomination presidenziale repubblicana del 2028. E, in questo quadro, un po’ vuole alimentare la loro rivalità per spingere entrambi all’efficienza, un po’ vuole però evitare che lo scontro possa deragliare in una guerra fratricida che spacchi il partito.
L’ultimo piano in cui si è mosso Trump è stato quello della politica estera. Oltre a rivendicare la cattura di Nicolàs Maduro e ad auspicare la fine del conflitto russo-ucraino, il presidente si è concentrato soprattutto sul dossier iraniano. «Gli iraniani vogliono raggiungere un accordo, ma non abbiamo sentito quelle parole segrete: “Non avremo mai un’arma nucleare”. La mia preferenza è risolvere questo problema attraverso la diplomazia. Ma una cosa è certa: non permetterò mai a colui che è di gran lunga il principale sponsor del terrorismo al mondo di avere un’arma nucleare», ha dichiarato, riferendosi al regime khomeinista. Insomma, Trump, nel suo discorso, si è mosso tra Midterm, primarie presidenziali e scenario internazionale. Le sfide future sono numerose. E il presidente si sta già preparando a difendere la propria eredità politica.
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