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2021-11-25
È partita la campagna del governo per somministrare il siero ai bimbi
Ansa
Libertà di circolazione per tutti i bambini sotto i 12 anni, ma tanto sopra i 5 anni si avvicina a grandi passi la vaccinazione di massa. Se il governo italiano ieri sera ha evitato di estendere il green pass anche ai bambini di scuole primarie e medie, l'Ema potrebbe ammettere già oggi il vaccino anche per la fascia di popolazione tra i 5 e i 12 anni. E una volta che si sarà espressa a favore l'Agenzia europea per i medicinali, arriverà immediatamente il semaforo verde dell'italiana Aifa. A sua volta, questo via libera sarà nuovo carburante per la martellante campagna mediatica che mira a introdurre obblighi vaccinali per tutti. Bambini compresi. La campagna sui bambini, però, partirà subito e lo ha anticipato Mario Draghi: «Al via da subito un'importante campagna di sensibilizzazione sulla vaccinazione per i più piccoli», perché «immaginiamo che potranno esserci delle resistenze».
Pur nella confusione di messaggi e ballon d'essai che arrivano quotidianamente dal governo e dalla pletora di consulenti del ministro Roberto Speranza, la direzione di marcia delle autorità italiane nei metodi di contrasto della pandemia cinese è chiara e coerente fin dai tempi di Giuseppe Conte: su obblighi e limitazioni, indietro non si torna. Ogni volta, si tratta solo di preparare il campo adeguatamente al nuovo giro di vite, con la tenaglia rappresentata da green pass e vaccinazione, e con sullo sfondo il fantasma dell'impoverimento di massa da lockdown. O, quantomeno, del Natale «rovinato».
Ecco perché c'è poco da illudersi sul fatto che la cabina di regia di ieri abbia escluso l'obbligo di green pass per i ragazzini sotto i 12 anni di età, sui quali la Lega di Matteo Salvini ha fatto le barricate. Il Carroccio si è fatto promettere che il certificato non sarà richiesto neppure quando ci sarà il via libera alla vaccinazione dei bambini. Per vedere se il governo sarà di parola non serviranno molti giorni. L'estensione della puntura di Stato ai pargoli corre ormai a grandi falcate, accompagnata dalla diffusione di dati sempre più ansiogeni, nonostante il Covid continui a essere un virus che sembra dare più problemi ai nonni che ai nipoti. Ma i nonni votano e i nipoti no. E l'Italia, dalle pensioni al mercato del lavoro, passando per sindacati e partiti, è sempre più un Paese per anziani. Ieri, alla cabina di regia il presidente dell'Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, e il coordinatore dei «saggi» ministeriali, Franco Locatelli, hanno spiegato a Draghi e ai capi delegazione dei partiti che occorre «sensibilizzare le famiglie italiane» sulla vaccinazione dei minori tra i 5 e i 12 anni. Durante la riunione, però, si sarebbe convenuto che per ora non sia il caso di obbligare alla vaccinazione e al green pass anche i ragazzini. E questo, come detto, anche quando l'Aifa approverà la loro vaccinazione. Non un'ipotesi avanti nel tempo, ma di poche ore.
Giorgio Palù, presidente dell'Agenzia del farmaco e membro del Cts, ieri non ha brillato per diplomazia e ha affermato che «il Covid-19 sta mutando». Glissando come al solito sui dati che contano davvero, ovvero terapie intensive e morti, Palù si è dedicato ai famosi «contagi». «Se prima il 2% dei bambini contraeva l'infezione, con la variante Alfa, oggi siamo al 25-30%», ha osservato il capo di Aifa, e non a caso «l'Ema sta discutendo sull'estensione della possibilità di vaccinare questa fascia d'età». «La decisione potrebbe già arrivare tra oggi o domani, a cui seguirebbe quella dell'Aifa entro 24 ore», ha concluso.
Ma il punto più interessante delle dichiarazioni di Palù riguarda l'obbligo. «Una valutazione sull'obbligo di vaccinazione», ha rivelato, «verrà fatta progressivamente, ponderata con rischi e benefici. I dati dell'epidemia ci stanno dicendo che la categoria 5-11 anni è quella che presenta il maggior numero di casi incidenti». La formula un po' oscura dei «casi incidenti» rimanda a un calcolo probabilistico sulla possibilità che una persona si ammali e si distingue dal concetto di «prevalenza», che invece è il rapporto tra gli «eventi sanitari rilevati» in una popolazione in un certo arco di tempo e il numero di cittadini sotto osservazione. Insomma, il gioco di prestigio di Palù è quello di non voler usare la locuzione «soggetti a rischio», che gli sembra meno forte di «casi» veri e propri.
Al momento le fiale autorizzate per i bambini sono quelle della Pfizer e sono diverse da quelle per gli adulti. Sarà interessante vedere quale strada sceglierà il governo italiano, tra la somministrazione nei normali hub oppure negli studi dei pediatri. Il dibattito non sarà semplice e poi c'è ancora da organizzare la campagna, motivo per il quale, di fatto, la possibilità di vaccinare gli under 12 dovrebbe iniziare con il prossimo anno. Anche se lo zelante capo dell'Aifa ha affermato che «le vaccinazioni anti Covid sui bambini potrebbero partire anche dal prossimo lunedì». Del resto Speranza ieri, su Facebook, ha dettato la linea con chiarezza: «Ora le prenotazioni vanno aperte a tutti, senza fasce di età». Nel corso della conferenza stampa di Palazzo Chigi, in serata, il ministro ha invece teso una mano ai pediatri, affermando che la campagna di comunicazione annunciata da Draghi mirerà in sostanza a far sì che i genitori dubbiosi «ascoltino i propri pediatri».
Privacy, per il Garante è uno sgarbo
Il super green pass altererà il delicato equilibrio raggiunto, in materia di privacy, con l'attuale versione del certificato Covid. Con l'introduzione del modello 2G praticamente per ogni attività sociale, al di fuori del lavoro, cadrà ogni velo di riservatezza sui dati sanitari ultrasensibili.
Chi frequenterà bar e ristoranti, per il semplice fatto di averci messo piede, dovrà attestare al titolare dell'attività o a un cameriere di essere vaccinato. A meno che non sia guarito da meno di sei mesi e, quindi, non ancora tenuto a sottoporsi all'iniezione. Una circostanza sempre più rara, vista l'elevatissima copertura vaccinale raggiunta in Italia tra gli over 12: scommettiamo che, tra chi è uscito dal Covid negli ultimi 180 giorni, una buona parte era già inoculata. Anche in fabbriche e uffici verrà meno l'ultima foglia di fico: al netto delle modifiche tecniche all'app dei codici a barre, che vanno ancora definite, la prevedibile differenziazione dei Qr code per chi è guarito o vaccinato e per chi ha ottenuto un tampone negativo consentirà, ai datori di lavoro, di accertare lo status dei dipendenti.
Insomma, l'ennesima, isterica stretta archivia i paletti che il Garante aveva fissato la scorsa estate, facendo in modo che, dal solo codice a barre, non si potesse risalire alla situazione particolare del possessore della tessera. Il giro di vite è arrivato senza che l'esecutivo consultasse l'Authority, dalla quale, non a caso, ieri sono filtrati disappunto e insofferenza per quello che appare come un sostanziale esautoramento. Da parte degli uffici del presidente, Pasquale Stanzione, e della sua vice, Ginevra Cerrina Feroni, non c'è mai stato alcun atteggiamento preconcetto nei confronti dei provvedimenti di Palazzo Chigi. Ecco perché fonti interne al Garante, pur evitando di rilasciare una dichiarazione ufficiale, hanno fatto trasparire una certa perplessità per il trattamento subito.
Lo «sgarbo» del governo, d'altronde, è una logica conseguenza del blitz attuato, il mese scorso, con il decreto Capienze. Il dl ha abrogato l'articolo 2 quinquiesdecies del Codice privacy (il dlsg 196/2003), con il quale era stato istituito l'obbligo di consultare in via preventiva il Garante, in caso di trattamenti di dati ad alto rischio. Proprio questa facoltà in capo all'Authority aveva determinato alcuni momenti di attrito con l'esecutivo: il blocco temporaneo dell'app Io e l'ammonimento ufficiale rispetto alla prima versione del green pass, messa in piedi, appunto, senza previo e obbligatorio parere di Stanzione.
Ecco, dunque, la risposta di Mario Draghi, del quale abbiamo ormai compreso la propensione accentratrice: visto che il Regolamento Ue non prevede questo potere d'ispezione preventiva da parte del Garante, esso è stato abolito.
Adesso rimane da capire se, sia pure alla luce della nuova cornice legislativa, il super green pass sia compatibile con l'imperativo del rispetto della privacy. Il decreto Capienze interveniva sui trattamenti dati effettuati dalla Pa; tuttavia, come abbiamo visto, il sistema 2G altera il quadro anche sul fronte dei controlli: con scaltrezza, il governo aveva già scaricato l'onere della sorveglianza sulla società civile. In merito a questi cortocircuiti, attendiamo che l'Autorità rompa il silenzio.
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Mario Draghi annuncia le attività di «sensibilizzazione» per vincere le resistenze. Roberto Speranza intanto dà per certo gli ok di Ema e Aifa per l'iniezione nella fascia 5-11 anni. E Giorgio Palù si spinge oltre, ipotizzandone già l'obbligo.La super carta verde leva ogni residua riservatezza sui dati. E spazza via i paletti fissati dall'Authority, già esautorata dal dl Capienze, che lascia trapelare irritazione.Lo speciale contiene due articoli.Libertà di circolazione per tutti i bambini sotto i 12 anni, ma tanto sopra i 5 anni si avvicina a grandi passi la vaccinazione di massa. Se il governo italiano ieri sera ha evitato di estendere il green pass anche ai bambini di scuole primarie e medie, l'Ema potrebbe ammettere già oggi il vaccino anche per la fascia di popolazione tra i 5 e i 12 anni. E una volta che si sarà espressa a favore l'Agenzia europea per i medicinali, arriverà immediatamente il semaforo verde dell'italiana Aifa. A sua volta, questo via libera sarà nuovo carburante per la martellante campagna mediatica che mira a introdurre obblighi vaccinali per tutti. Bambini compresi. La campagna sui bambini, però, partirà subito e lo ha anticipato Mario Draghi: «Al via da subito un'importante campagna di sensibilizzazione sulla vaccinazione per i più piccoli», perché «immaginiamo che potranno esserci delle resistenze». Pur nella confusione di messaggi e ballon d'essai che arrivano quotidianamente dal governo e dalla pletora di consulenti del ministro Roberto Speranza, la direzione di marcia delle autorità italiane nei metodi di contrasto della pandemia cinese è chiara e coerente fin dai tempi di Giuseppe Conte: su obblighi e limitazioni, indietro non si torna. Ogni volta, si tratta solo di preparare il campo adeguatamente al nuovo giro di vite, con la tenaglia rappresentata da green pass e vaccinazione, e con sullo sfondo il fantasma dell'impoverimento di massa da lockdown. O, quantomeno, del Natale «rovinato». Ecco perché c'è poco da illudersi sul fatto che la cabina di regia di ieri abbia escluso l'obbligo di green pass per i ragazzini sotto i 12 anni di età, sui quali la Lega di Matteo Salvini ha fatto le barricate. Il Carroccio si è fatto promettere che il certificato non sarà richiesto neppure quando ci sarà il via libera alla vaccinazione dei bambini. Per vedere se il governo sarà di parola non serviranno molti giorni. L'estensione della puntura di Stato ai pargoli corre ormai a grandi falcate, accompagnata dalla diffusione di dati sempre più ansiogeni, nonostante il Covid continui a essere un virus che sembra dare più problemi ai nonni che ai nipoti. Ma i nonni votano e i nipoti no. E l'Italia, dalle pensioni al mercato del lavoro, passando per sindacati e partiti, è sempre più un Paese per anziani. Ieri, alla cabina di regia il presidente dell'Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, e il coordinatore dei «saggi» ministeriali, Franco Locatelli, hanno spiegato a Draghi e ai capi delegazione dei partiti che occorre «sensibilizzare le famiglie italiane» sulla vaccinazione dei minori tra i 5 e i 12 anni. Durante la riunione, però, si sarebbe convenuto che per ora non sia il caso di obbligare alla vaccinazione e al green pass anche i ragazzini. E questo, come detto, anche quando l'Aifa approverà la loro vaccinazione. Non un'ipotesi avanti nel tempo, ma di poche ore. Giorgio Palù, presidente dell'Agenzia del farmaco e membro del Cts, ieri non ha brillato per diplomazia e ha affermato che «il Covid-19 sta mutando». Glissando come al solito sui dati che contano davvero, ovvero terapie intensive e morti, Palù si è dedicato ai famosi «contagi». «Se prima il 2% dei bambini contraeva l'infezione, con la variante Alfa, oggi siamo al 25-30%», ha osservato il capo di Aifa, e non a caso «l'Ema sta discutendo sull'estensione della possibilità di vaccinare questa fascia d'età». «La decisione potrebbe già arrivare tra oggi o domani, a cui seguirebbe quella dell'Aifa entro 24 ore», ha concluso. Ma il punto più interessante delle dichiarazioni di Palù riguarda l'obbligo. «Una valutazione sull'obbligo di vaccinazione», ha rivelato, «verrà fatta progressivamente, ponderata con rischi e benefici. I dati dell'epidemia ci stanno dicendo che la categoria 5-11 anni è quella che presenta il maggior numero di casi incidenti». La formula un po' oscura dei «casi incidenti» rimanda a un calcolo probabilistico sulla possibilità che una persona si ammali e si distingue dal concetto di «prevalenza», che invece è il rapporto tra gli «eventi sanitari rilevati» in una popolazione in un certo arco di tempo e il numero di cittadini sotto osservazione. Insomma, il gioco di prestigio di Palù è quello di non voler usare la locuzione «soggetti a rischio», che gli sembra meno forte di «casi» veri e propri. Al momento le fiale autorizzate per i bambini sono quelle della Pfizer e sono diverse da quelle per gli adulti. Sarà interessante vedere quale strada sceglierà il governo italiano, tra la somministrazione nei normali hub oppure negli studi dei pediatri. Il dibattito non sarà semplice e poi c'è ancora da organizzare la campagna, motivo per il quale, di fatto, la possibilità di vaccinare gli under 12 dovrebbe iniziare con il prossimo anno. Anche se lo zelante capo dell'Aifa ha affermato che «le vaccinazioni anti Covid sui bambini potrebbero partire anche dal prossimo lunedì». Del resto Speranza ieri, su Facebook, ha dettato la linea con chiarezza: «Ora le prenotazioni vanno aperte a tutti, senza fasce di età». Nel corso della conferenza stampa di Palazzo Chigi, in serata, il ministro ha invece teso una mano ai pediatri, affermando che la campagna di comunicazione annunciata da Draghi mirerà in sostanza a far sì che i genitori dubbiosi «ascoltino i propri pediatri». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/partita-campagna-governo-siero-bimbi-2655793310.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="privacy-per-il-garante-e-uno-sgarbo" data-post-id="2655793310" data-published-at="1637782326" data-use-pagination="False"> Privacy, per il Garante è uno sgarbo Il super green pass altererà il delicato equilibrio raggiunto, in materia di privacy, con l'attuale versione del certificato Covid. Con l'introduzione del modello 2G praticamente per ogni attività sociale, al di fuori del lavoro, cadrà ogni velo di riservatezza sui dati sanitari ultrasensibili. Chi frequenterà bar e ristoranti, per il semplice fatto di averci messo piede, dovrà attestare al titolare dell'attività o a un cameriere di essere vaccinato. A meno che non sia guarito da meno di sei mesi e, quindi, non ancora tenuto a sottoporsi all'iniezione. Una circostanza sempre più rara, vista l'elevatissima copertura vaccinale raggiunta in Italia tra gli over 12: scommettiamo che, tra chi è uscito dal Covid negli ultimi 180 giorni, una buona parte era già inoculata. Anche in fabbriche e uffici verrà meno l'ultima foglia di fico: al netto delle modifiche tecniche all'app dei codici a barre, che vanno ancora definite, la prevedibile differenziazione dei Qr code per chi è guarito o vaccinato e per chi ha ottenuto un tampone negativo consentirà, ai datori di lavoro, di accertare lo status dei dipendenti. Insomma, l'ennesima, isterica stretta archivia i paletti che il Garante aveva fissato la scorsa estate, facendo in modo che, dal solo codice a barre, non si potesse risalire alla situazione particolare del possessore della tessera. Il giro di vite è arrivato senza che l'esecutivo consultasse l'Authority, dalla quale, non a caso, ieri sono filtrati disappunto e insofferenza per quello che appare come un sostanziale esautoramento. Da parte degli uffici del presidente, Pasquale Stanzione, e della sua vice, Ginevra Cerrina Feroni, non c'è mai stato alcun atteggiamento preconcetto nei confronti dei provvedimenti di Palazzo Chigi. Ecco perché fonti interne al Garante, pur evitando di rilasciare una dichiarazione ufficiale, hanno fatto trasparire una certa perplessità per il trattamento subito. Lo «sgarbo» del governo, d'altronde, è una logica conseguenza del blitz attuato, il mese scorso, con il decreto Capienze. Il dl ha abrogato l'articolo 2 quinquiesdecies del Codice privacy (il dlsg 196/2003), con il quale era stato istituito l'obbligo di consultare in via preventiva il Garante, in caso di trattamenti di dati ad alto rischio. Proprio questa facoltà in capo all'Authority aveva determinato alcuni momenti di attrito con l'esecutivo: il blocco temporaneo dell'app Io e l'ammonimento ufficiale rispetto alla prima versione del green pass, messa in piedi, appunto, senza previo e obbligatorio parere di Stanzione. Ecco, dunque, la risposta di Mario Draghi, del quale abbiamo ormai compreso la propensione accentratrice: visto che il Regolamento Ue non prevede questo potere d'ispezione preventiva da parte del Garante, esso è stato abolito. Adesso rimane da capire se, sia pure alla luce della nuova cornice legislativa, il super green pass sia compatibile con l'imperativo del rispetto della privacy. Il decreto Capienze interveniva sui trattamenti dati effettuati dalla Pa; tuttavia, come abbiamo visto, il sistema 2G altera il quadro anche sul fronte dei controlli: con scaltrezza, il governo aveva già scaricato l'onere della sorveglianza sulla società civile. In merito a questi cortocircuiti, attendiamo che l'Autorità rompa il silenzio.
Un secolo di storia, un racconto di famiglia, cultura e bollicine italiane: così Valdo ha celebrato a Milano i suoi primi cento anni. Il Teatro Gerolamo è diventato per un giorno il palcoscenico di un viaggio attraverso i riti sociali, le trasformazioni del gusto, una visione imprenditoriale e l’evoluzione di un prodotto che è diventato un’icona contemporanea.
È così che l’evento Cento anni di Valdo. Quando il Prosecco diventa cultura ha intrecciato narrazione corale, immagini e racconti, restituendo il Prosecco non solo come prodotto, ma come gesto conviviale, linguaggio sociale e simbolo di italianità.
A guidare il pubblico tra ricordi, aneddoti e visioni future è stato Pino Strabioli, conduttore televisivo e divulgatore di costume. Al suo fianco, Pierluigi Bolla, presidente di Valdo e seconda generazione alla guida dell’azienda, ha raccontato il percorso della famiglia e della società, affiancato dalla chef stellata Chiara Pavan e dal giornalista wine expert Giulio Somma. «Se dovessi rappresentare in una definizione la storia di Valdo direi: “una vita vivace”», ha spiegato Bolla, citando lo storico claim pubblicitario degli anni Novanta. «Valdo ha sempre guardato al cambiamento con ottimismo, portando, con la freschezza di un perlage unico, gioia e leggerezza anche nei momenti quotidiani». La storia della famiglia Bolla, partita da Albano che nel 1883 produceva vino per i propri ospiti a Soave, ha trovato continuità nella creazione di Valdo nel 1951, un nome e un brand capaci di coniugare tradizione e innovazione. L’azienda ha saputo anticipare i tempi e costruire uno stile vinicolo riconoscibile. «Dalle sperimentazioni sul metodo classico alle cuvée dedicate alla ristorazione, Valdo ha creato vini che raccontano una storia enologica significativa», ha sottolineato Somma. Per Chiara Pavan, il legame tra territorio e gusto è centrale: «Il prosecco è legato a una terra vocata, con sapori unici, ed è ideale per una cucina sostenibile e attenta alle materie prime».
Pierluigi Bolla
L’intervista esclusiva realizzata a margine con Pierluigi Bolla ha reso ancora più chiaro il filo rosso tra passato e futuro dell’azienda. «Innovazione e tradizione sono sempre stati un mantra per Valdo», spiega l'imprenditore. «Oggi abbiamo sfide importanti: lo sviluppo dell’azienda Magredi, nuovi vini e spumanti, e il progetto dello spumante no alcohol. Innovazione e tradizione sono i binari su cui l’azienda deve continuare a muoversi». Ma l’attualità impone anche di guardare con prudenza ai mercati internazionali. Bolla parla di una «tempesta perfetta»: dazi, svalutazione dell’euro e un cambiamento nei comportamenti dei consumatori globali. «Si produce più vino di quello che si consuma. Negli Stati Uniti e in Francia si stanno spiantando migliaia di ettari. La situazione è complessa e richiede esperienza, prudenza, visione e qualche scommessa». Nonostante le difficoltà, il presidente di Valdo mantiene un ottimismo realistico: «Bisogna navigare in tempesta con la consapevolezza del nostro DNA imprenditoriale: avere visione, essere ottimisti e fare scelte coraggiose. L’impegno è vincere, come abbiamo fatto per cento anni».
Il talk e l’intervista hanno anche esplorato la strada del Prosecco del futuro. Valdo Purø – Alcohol Free Blanc de Blancs rappresenta una sperimentazione significativa: il primo spumante analcolico dell’azienda, premiato con la medaglia d’oro al Berliner Wein Trophy. Un esempio di come Valdo sappia conciliare innovazione, identità storica e attenzione al mercato contemporaneo. La sostenibilità è un tema centrale, sia per la produzione del vino sia per la cucina. «Oggi la cucina è più sobria, concentrata sulla materia prima e attenta all’ambiente», spiega Pavan. «È proprio il rispetto del territorio e dell’ecosistema a permetterci di avere prodotti di qualità e sapori autentici». Il territorio rimane cuore pulsante dell’azienda: le colline di Conegliano e Valdobbiadene, patrimonio Unesco, continuano a offrire la miglior espressione della Glera, interpretata con competenza e spirito innovativo. L’acquisizione di nuovi vigneti nelle Grave del Friuli amplia le possibilità di sperimentazione, tra metodo Charmat, classico e vini fermi.
La celebrazione del centenario non è solo memoria, ma impegno verso il futuro. Bolla sottolinea l’importanza di gestire la crescita in un mercato maturo, senza inseguire mode ma guidando il proprio percorso con responsabilità. «Cent’anni non sono un traguardo, sono una responsabilità», conclude. «Significa aver attraversato la storia senza perdere identità, sapere cambiare senza smarrirsi e avere ancora voglia e coraggio di innovare». Tra brindisi, ricordi e visioni, Milano ha salutato un secolo di Valdo, un’azienda che ha trasformato le bollicine in cultura, leggerezza e futuro, pronta a continuare a raccontare la propria storia, e quella di un’Italia che cambia ma continua a brindare con le sue eccellenze vinicole.
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Partiamo dal primo. Il World travel & Tourism council stima che il conflitto stia già costando al Medio Oriente almeno 600 milioni di dollari al giorno in spesa internazionale; la regione vale circa il 5% degli arrivi turistici globali e il 14% del traffico internazionale di transito, mentre i soli hub di Dubai, Abu Dhabi, Doha e Bahrain movimentano normalmente circa 526.000 passeggeri al giorno. Secondo Oxford economics/tourism economics, nel 2026 il Medio Oriente potrebbe perdere da 23 a 38 milioni di visitatori rispetto alle attese, con un buco di 34-56 miliardi di dollari e un calo degli arrivi compreso fra 11% e 27% su base annua.
Per quanto riguarda i viaggi in aereo, nei primi due giorni del conflitto sono stati cancellati oltre 5.000 voli, e al 9 marzo le cancellazioni avevano raggiunto circa 40.000 tratte. Entro il 2 marzo erano già saltati oltre 6.000 voli in sette Paesi mediorientali, con la sola Dubai international responsabile di più di 3.000 cancellazioni. Dxb, l’aeroporto internazionale più trafficato del mondo, gestisce normalmente oltre 1.000 voli al giorno. Il 28 febbraio le compagnie avevano già cancellato circa la metà dei voli verso il Qatar e il 28% dei voli verso il Kuwait.
Secondo AirDna, il 28 febbraio le cancellazioni delle case vacanza negli Emirati sono schizzate a 8.450, contro una media di circa 3.100 nelle altre notti di febbraio; il tasso di cancellazione è salito al 43,8%, contro una media del 14,5% nel resto del mese, e la gran parte riguardava soggiorni previsti per marzo. Il Financial Times riferisce inoltre che nella sola Dubai sono state cancellate oltre 80.000 prenotazioni di affitti brevi nella settimana fino al 6 marzo.
In dettaglio, l’immobiliare emiratino, che fino a gennaio sembrava intoccabile, è il secondo fronte della crisi perché il 65% delle transazioni di Dubai nel 2025 era off-plan, quindi dipendente dalla fiducia di acquirenti esteri e dalla capacità dei costruttori di rifinanziarsi. Dopo i raid iraniani, Emaar e Aldar hanno perso il 5% in Borsa in una seduta, il mercato obbligazionario per nuove emissioni si è di fatto congelato e almeno un aumento di capitale immobiliare negli Emirati è stato rinviato. Il problema è che il settore entra in crisi con una grande ondata di offerta in arrivo: secondo JPMorgan, Dubai dovrà assorbire 300.000-400.000 nuove unità entro il 2028.
Il paradosso è che i prezzi erano ancora in corsa. Per Fitch, tra il 2022 e il primo trimestre 2025, i prezzi immobiliari di Dubai sono saliti del 60%; nel quarto trimestre 2025, secondo Cbre, i prezzi residenziali si sono mostrati in aumento di quasi il 13% annuo a Dubai e di circa il 32% ad Abu Dhabi.
Il Qatar entra nel conflitto da una posizione meno euforica ma comunque forte sul lato turistico. Nel 2025 ha registrato 5,1 milioni di visitatori internazionali (+3,7%), con il 61% arrivato per via aerea, una capacità di circa 42.500 catene alberghiere, occupazione media al 71,3% e 10,84 milioni di notti vendute (+8,6%). Ma proprio questa dipendenza dall’aereo lo rende vulnerabile: il 28 febbraio circa metà dei voli verso il Qatar è stata cancellata.
Anche il real estate qatariota stava già rallentando nei prezzi prima della guerra. Secondo Knight Frank, nel 2025 le vendite residenziali sono salite del 43,5% a 26,6 miliardi di riyal qatarini, con 6.831 transazioni (+50%), ma i prezzi delle ville nel quarto trimestre sono scesi dell’1% annuo e gli affitti medi delle ville del 2,4% gli affitti di uffici appena costruiti o riqualificati sono diminuiti dell’1,4%.
L’Arabia Saudita è il caso più complesso. Sul turismo internazionale i numeri erano robusti: nel 2025 il regno ha accolto circa 30 milioni di turisti con una spesa superiore a 172 miliardi di riyal. Ma sul real estate Riyadh stava già mostrando segni di fatica molto prima della guerra. A settembre 2025 il governo ha imposto un congelamento quinquennale degli aumenti degli affitti nella capitale, dopo rincari del 13,9% per le ville e del 6,9% per gli appartamenti nel secondo trimestre.
Inoltre, c’è stato un aumento dei prezzi degli appartamenti dell’82% e delle ville del 50% dal 2019. Il report Knight Frank 2026 è ancora più netto: a Riyadh il numero di transazioni residenziali è sceso da 67.520 nel 2024 a 30.408 nel 2025 (-55%), con valore giù del 48% a 42 miliardi di riyal, pur in presenza di prezzi ancora in crescita e di 346.700 unità previste fra il 2026 e il 2028.
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Ecco #DimmiLaVerità del 12 marzo 2026. Il nostro Stefano Graziosi ci spiega come sta reagendo il popolo americano alla guerra in Iran.
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O almeno così sostengono da InvestCloud. La multinazionale americana con sede in California che opera nel settore della tecnologia finanziaria ha fatto sapere a parti sociali e istituzionali di aver avviato le pratiche per il licenziamento collettivo di tutti i 37 dipendenti dell’unica sede italiana. Motivo? Il nuovo modello organizzativo, basato su sistemi integrati con l’intelligenza artificiale «non prevede il mantenimento di strutture locali autonome».
Nella lettera l’azienda spiega che l’attuale configurazione del business, «sviluppata nel tempo secondo un modello fortemente distribuito in diversi Paesi nel mondo e parzialmente basato su soluzioni adattate a livello locale, non risulta più compatibile con l’obiettivo di realizzare una piattaforma tecnologica integrata centrata su soluzioni basate sull’Ia». Una comunicazione asettica, probabilmente realizzata inserendo qualche parola chiave («tagli»?, «Italia»?, «profitti»?) su ChatGpt, Gemini o Grok, che se ne frega altamente del destino dei lavoratori.
E pensare che il motto aziendale, «Experience Wealth Connected», presuppone l’obiettivo di connettere tecnologia avanzata (quindi l’Ia), dati e persone per rendere più efficienti le relazioni tra consulenti e clienti. Alla faccia della coerenza.
«Nei prossimi giorni», spiega alla Verità il segretario generale della Cisl Veneto Michele Zanocco, «è prevista un’assemblea per valutare quali strumenti normativi opporre alla decisione, anche attraverso l’apertura di un tavolo di crisi della Regione Veneto. E chiederemo di parlare il prima possibile con un rappresentante dell’azienda. Detto questo, siamo consapevoli di non avere grandi armi a disposizione. Se una multinazionale decide di cambiare il suo modello organizzativo e di chiudere o ridimensionare una sede all’estero, purtroppo c’è ben poco che possiamo fare. Abbiamo degli esempi recenti non solo in questo campo. Qui in Italia penso ad Amazon».
E veniamo al punto. Che lo tsunami dell’intelligenza artificiale avrebbe travolto il mondo del lavoro è chiaro da tempo. Che quest’onda impetuosa avrebbe colpito alcuni settori (quello dei software e delle nuove tecnologie per esempio) più di altri era altrettanto evidente. Il problema sta nell’individuare le soluzioni e nel farlo in fretta.
«Pensare di fermare il processo in atto», continua Zanocco, «è pura illusione. Se lo blocchi in Italia continuerà a svilupparsi altrove provocando un gap competitivo del quale non sentiamo il bisogno. Nessuno ha la bacchetta magica, ma studio il fenomeno da tempo e quello che possiamo fare è gestirlo. Innanzitutto con una politica a livello nazionale che individui i settori sui quali puntare e le nuove professioni che questa rivoluzione può creare. Poi sta al territorio indicare le singole priorità sia industriali che di formazione e riqualificazione professionale».
Lo tsunami insomma non si può fermare, ma va di certo arginato. E qualche spunto in questa direzione potrebbe arrivare dal nuovo contratto della Pubblica Amministrazione. Se ne sta discutendo in queste ore. E per la prima volta prevede una regolamentazione articolata dell’Ia. Nelle bozze per esempio viene messo nero su bianco che «l’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale non può dar luogo a decisioni esclusivamente automatizzate [...] senza l’intervento dell’uomo», così come è evidenziato che il lavoratore ha il diritto di conoscere in forma comprensibile i criteri generali di funzionamento dell’Ia utilizzati per esempio per la valutazione della prestazione dei dipendenti.
Prevedere esplicitamente l’intervento dell’uomo e dare la possibilità anche ai lavoratori di comprendere l’algoritmo che sta alla base dell’Intelligenza artificiale va di certo nella corretta direzione. Altra cosa è capire come nella pratica tutto ciò sarà possibile. Probabilmente si procederà per tentativi. E per fallimenti. La speranza è di accelerare per evitare che quello di Marghera (Venezia) sia il primo «strike» di posti di lavoro di una lunga serie.
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