True
2021-11-25
È partita la campagna del governo per somministrare il siero ai bimbi
Ansa
Libertà di circolazione per tutti i bambini sotto i 12 anni, ma tanto sopra i 5 anni si avvicina a grandi passi la vaccinazione di massa. Se il governo italiano ieri sera ha evitato di estendere il green pass anche ai bambini di scuole primarie e medie, l'Ema potrebbe ammettere già oggi il vaccino anche per la fascia di popolazione tra i 5 e i 12 anni. E una volta che si sarà espressa a favore l'Agenzia europea per i medicinali, arriverà immediatamente il semaforo verde dell'italiana Aifa. A sua volta, questo via libera sarà nuovo carburante per la martellante campagna mediatica che mira a introdurre obblighi vaccinali per tutti. Bambini compresi. La campagna sui bambini, però, partirà subito e lo ha anticipato Mario Draghi: «Al via da subito un'importante campagna di sensibilizzazione sulla vaccinazione per i più piccoli», perché «immaginiamo che potranno esserci delle resistenze».
Pur nella confusione di messaggi e ballon d'essai che arrivano quotidianamente dal governo e dalla pletora di consulenti del ministro Roberto Speranza, la direzione di marcia delle autorità italiane nei metodi di contrasto della pandemia cinese è chiara e coerente fin dai tempi di Giuseppe Conte: su obblighi e limitazioni, indietro non si torna. Ogni volta, si tratta solo di preparare il campo adeguatamente al nuovo giro di vite, con la tenaglia rappresentata da green pass e vaccinazione, e con sullo sfondo il fantasma dell'impoverimento di massa da lockdown. O, quantomeno, del Natale «rovinato».
Ecco perché c'è poco da illudersi sul fatto che la cabina di regia di ieri abbia escluso l'obbligo di green pass per i ragazzini sotto i 12 anni di età, sui quali la Lega di Matteo Salvini ha fatto le barricate. Il Carroccio si è fatto promettere che il certificato non sarà richiesto neppure quando ci sarà il via libera alla vaccinazione dei bambini. Per vedere se il governo sarà di parola non serviranno molti giorni. L'estensione della puntura di Stato ai pargoli corre ormai a grandi falcate, accompagnata dalla diffusione di dati sempre più ansiogeni, nonostante il Covid continui a essere un virus che sembra dare più problemi ai nonni che ai nipoti. Ma i nonni votano e i nipoti no. E l'Italia, dalle pensioni al mercato del lavoro, passando per sindacati e partiti, è sempre più un Paese per anziani. Ieri, alla cabina di regia il presidente dell'Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, e il coordinatore dei «saggi» ministeriali, Franco Locatelli, hanno spiegato a Draghi e ai capi delegazione dei partiti che occorre «sensibilizzare le famiglie italiane» sulla vaccinazione dei minori tra i 5 e i 12 anni. Durante la riunione, però, si sarebbe convenuto che per ora non sia il caso di obbligare alla vaccinazione e al green pass anche i ragazzini. E questo, come detto, anche quando l'Aifa approverà la loro vaccinazione. Non un'ipotesi avanti nel tempo, ma di poche ore.
Giorgio Palù, presidente dell'Agenzia del farmaco e membro del Cts, ieri non ha brillato per diplomazia e ha affermato che «il Covid-19 sta mutando». Glissando come al solito sui dati che contano davvero, ovvero terapie intensive e morti, Palù si è dedicato ai famosi «contagi». «Se prima il 2% dei bambini contraeva l'infezione, con la variante Alfa, oggi siamo al 25-30%», ha osservato il capo di Aifa, e non a caso «l'Ema sta discutendo sull'estensione della possibilità di vaccinare questa fascia d'età». «La decisione potrebbe già arrivare tra oggi o domani, a cui seguirebbe quella dell'Aifa entro 24 ore», ha concluso.
Ma il punto più interessante delle dichiarazioni di Palù riguarda l'obbligo. «Una valutazione sull'obbligo di vaccinazione», ha rivelato, «verrà fatta progressivamente, ponderata con rischi e benefici. I dati dell'epidemia ci stanno dicendo che la categoria 5-11 anni è quella che presenta il maggior numero di casi incidenti». La formula un po' oscura dei «casi incidenti» rimanda a un calcolo probabilistico sulla possibilità che una persona si ammali e si distingue dal concetto di «prevalenza», che invece è il rapporto tra gli «eventi sanitari rilevati» in una popolazione in un certo arco di tempo e il numero di cittadini sotto osservazione. Insomma, il gioco di prestigio di Palù è quello di non voler usare la locuzione «soggetti a rischio», che gli sembra meno forte di «casi» veri e propri.
Al momento le fiale autorizzate per i bambini sono quelle della Pfizer e sono diverse da quelle per gli adulti. Sarà interessante vedere quale strada sceglierà il governo italiano, tra la somministrazione nei normali hub oppure negli studi dei pediatri. Il dibattito non sarà semplice e poi c'è ancora da organizzare la campagna, motivo per il quale, di fatto, la possibilità di vaccinare gli under 12 dovrebbe iniziare con il prossimo anno. Anche se lo zelante capo dell'Aifa ha affermato che «le vaccinazioni anti Covid sui bambini potrebbero partire anche dal prossimo lunedì». Del resto Speranza ieri, su Facebook, ha dettato la linea con chiarezza: «Ora le prenotazioni vanno aperte a tutti, senza fasce di età». Nel corso della conferenza stampa di Palazzo Chigi, in serata, il ministro ha invece teso una mano ai pediatri, affermando che la campagna di comunicazione annunciata da Draghi mirerà in sostanza a far sì che i genitori dubbiosi «ascoltino i propri pediatri».
Privacy, per il Garante è uno sgarbo
Il super green pass altererà il delicato equilibrio raggiunto, in materia di privacy, con l'attuale versione del certificato Covid. Con l'introduzione del modello 2G praticamente per ogni attività sociale, al di fuori del lavoro, cadrà ogni velo di riservatezza sui dati sanitari ultrasensibili.
Chi frequenterà bar e ristoranti, per il semplice fatto di averci messo piede, dovrà attestare al titolare dell'attività o a un cameriere di essere vaccinato. A meno che non sia guarito da meno di sei mesi e, quindi, non ancora tenuto a sottoporsi all'iniezione. Una circostanza sempre più rara, vista l'elevatissima copertura vaccinale raggiunta in Italia tra gli over 12: scommettiamo che, tra chi è uscito dal Covid negli ultimi 180 giorni, una buona parte era già inoculata. Anche in fabbriche e uffici verrà meno l'ultima foglia di fico: al netto delle modifiche tecniche all'app dei codici a barre, che vanno ancora definite, la prevedibile differenziazione dei Qr code per chi è guarito o vaccinato e per chi ha ottenuto un tampone negativo consentirà, ai datori di lavoro, di accertare lo status dei dipendenti.
Insomma, l'ennesima, isterica stretta archivia i paletti che il Garante aveva fissato la scorsa estate, facendo in modo che, dal solo codice a barre, non si potesse risalire alla situazione particolare del possessore della tessera. Il giro di vite è arrivato senza che l'esecutivo consultasse l'Authority, dalla quale, non a caso, ieri sono filtrati disappunto e insofferenza per quello che appare come un sostanziale esautoramento. Da parte degli uffici del presidente, Pasquale Stanzione, e della sua vice, Ginevra Cerrina Feroni, non c'è mai stato alcun atteggiamento preconcetto nei confronti dei provvedimenti di Palazzo Chigi. Ecco perché fonti interne al Garante, pur evitando di rilasciare una dichiarazione ufficiale, hanno fatto trasparire una certa perplessità per il trattamento subito.
Lo «sgarbo» del governo, d'altronde, è una logica conseguenza del blitz attuato, il mese scorso, con il decreto Capienze. Il dl ha abrogato l'articolo 2 quinquiesdecies del Codice privacy (il dlsg 196/2003), con il quale era stato istituito l'obbligo di consultare in via preventiva il Garante, in caso di trattamenti di dati ad alto rischio. Proprio questa facoltà in capo all'Authority aveva determinato alcuni momenti di attrito con l'esecutivo: il blocco temporaneo dell'app Io e l'ammonimento ufficiale rispetto alla prima versione del green pass, messa in piedi, appunto, senza previo e obbligatorio parere di Stanzione.
Ecco, dunque, la risposta di Mario Draghi, del quale abbiamo ormai compreso la propensione accentratrice: visto che il Regolamento Ue non prevede questo potere d'ispezione preventiva da parte del Garante, esso è stato abolito.
Adesso rimane da capire se, sia pure alla luce della nuova cornice legislativa, il super green pass sia compatibile con l'imperativo del rispetto della privacy. Il decreto Capienze interveniva sui trattamenti dati effettuati dalla Pa; tuttavia, come abbiamo visto, il sistema 2G altera il quadro anche sul fronte dei controlli: con scaltrezza, il governo aveva già scaricato l'onere della sorveglianza sulla società civile. In merito a questi cortocircuiti, attendiamo che l'Autorità rompa il silenzio.
Continua a leggereRiduci
Mario Draghi annuncia le attività di «sensibilizzazione» per vincere le resistenze. Roberto Speranza intanto dà per certo gli ok di Ema e Aifa per l'iniezione nella fascia 5-11 anni. E Giorgio Palù si spinge oltre, ipotizzandone già l'obbligo.La super carta verde leva ogni residua riservatezza sui dati. E spazza via i paletti fissati dall'Authority, già esautorata dal dl Capienze, che lascia trapelare irritazione.Lo speciale contiene due articoli.Libertà di circolazione per tutti i bambini sotto i 12 anni, ma tanto sopra i 5 anni si avvicina a grandi passi la vaccinazione di massa. Se il governo italiano ieri sera ha evitato di estendere il green pass anche ai bambini di scuole primarie e medie, l'Ema potrebbe ammettere già oggi il vaccino anche per la fascia di popolazione tra i 5 e i 12 anni. E una volta che si sarà espressa a favore l'Agenzia europea per i medicinali, arriverà immediatamente il semaforo verde dell'italiana Aifa. A sua volta, questo via libera sarà nuovo carburante per la martellante campagna mediatica che mira a introdurre obblighi vaccinali per tutti. Bambini compresi. La campagna sui bambini, però, partirà subito e lo ha anticipato Mario Draghi: «Al via da subito un'importante campagna di sensibilizzazione sulla vaccinazione per i più piccoli», perché «immaginiamo che potranno esserci delle resistenze». Pur nella confusione di messaggi e ballon d'essai che arrivano quotidianamente dal governo e dalla pletora di consulenti del ministro Roberto Speranza, la direzione di marcia delle autorità italiane nei metodi di contrasto della pandemia cinese è chiara e coerente fin dai tempi di Giuseppe Conte: su obblighi e limitazioni, indietro non si torna. Ogni volta, si tratta solo di preparare il campo adeguatamente al nuovo giro di vite, con la tenaglia rappresentata da green pass e vaccinazione, e con sullo sfondo il fantasma dell'impoverimento di massa da lockdown. O, quantomeno, del Natale «rovinato». Ecco perché c'è poco da illudersi sul fatto che la cabina di regia di ieri abbia escluso l'obbligo di green pass per i ragazzini sotto i 12 anni di età, sui quali la Lega di Matteo Salvini ha fatto le barricate. Il Carroccio si è fatto promettere che il certificato non sarà richiesto neppure quando ci sarà il via libera alla vaccinazione dei bambini. Per vedere se il governo sarà di parola non serviranno molti giorni. L'estensione della puntura di Stato ai pargoli corre ormai a grandi falcate, accompagnata dalla diffusione di dati sempre più ansiogeni, nonostante il Covid continui a essere un virus che sembra dare più problemi ai nonni che ai nipoti. Ma i nonni votano e i nipoti no. E l'Italia, dalle pensioni al mercato del lavoro, passando per sindacati e partiti, è sempre più un Paese per anziani. Ieri, alla cabina di regia il presidente dell'Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, e il coordinatore dei «saggi» ministeriali, Franco Locatelli, hanno spiegato a Draghi e ai capi delegazione dei partiti che occorre «sensibilizzare le famiglie italiane» sulla vaccinazione dei minori tra i 5 e i 12 anni. Durante la riunione, però, si sarebbe convenuto che per ora non sia il caso di obbligare alla vaccinazione e al green pass anche i ragazzini. E questo, come detto, anche quando l'Aifa approverà la loro vaccinazione. Non un'ipotesi avanti nel tempo, ma di poche ore. Giorgio Palù, presidente dell'Agenzia del farmaco e membro del Cts, ieri non ha brillato per diplomazia e ha affermato che «il Covid-19 sta mutando». Glissando come al solito sui dati che contano davvero, ovvero terapie intensive e morti, Palù si è dedicato ai famosi «contagi». «Se prima il 2% dei bambini contraeva l'infezione, con la variante Alfa, oggi siamo al 25-30%», ha osservato il capo di Aifa, e non a caso «l'Ema sta discutendo sull'estensione della possibilità di vaccinare questa fascia d'età». «La decisione potrebbe già arrivare tra oggi o domani, a cui seguirebbe quella dell'Aifa entro 24 ore», ha concluso. Ma il punto più interessante delle dichiarazioni di Palù riguarda l'obbligo. «Una valutazione sull'obbligo di vaccinazione», ha rivelato, «verrà fatta progressivamente, ponderata con rischi e benefici. I dati dell'epidemia ci stanno dicendo che la categoria 5-11 anni è quella che presenta il maggior numero di casi incidenti». La formula un po' oscura dei «casi incidenti» rimanda a un calcolo probabilistico sulla possibilità che una persona si ammali e si distingue dal concetto di «prevalenza», che invece è il rapporto tra gli «eventi sanitari rilevati» in una popolazione in un certo arco di tempo e il numero di cittadini sotto osservazione. Insomma, il gioco di prestigio di Palù è quello di non voler usare la locuzione «soggetti a rischio», che gli sembra meno forte di «casi» veri e propri. Al momento le fiale autorizzate per i bambini sono quelle della Pfizer e sono diverse da quelle per gli adulti. Sarà interessante vedere quale strada sceglierà il governo italiano, tra la somministrazione nei normali hub oppure negli studi dei pediatri. Il dibattito non sarà semplice e poi c'è ancora da organizzare la campagna, motivo per il quale, di fatto, la possibilità di vaccinare gli under 12 dovrebbe iniziare con il prossimo anno. Anche se lo zelante capo dell'Aifa ha affermato che «le vaccinazioni anti Covid sui bambini potrebbero partire anche dal prossimo lunedì». Del resto Speranza ieri, su Facebook, ha dettato la linea con chiarezza: «Ora le prenotazioni vanno aperte a tutti, senza fasce di età». Nel corso della conferenza stampa di Palazzo Chigi, in serata, il ministro ha invece teso una mano ai pediatri, affermando che la campagna di comunicazione annunciata da Draghi mirerà in sostanza a far sì che i genitori dubbiosi «ascoltino i propri pediatri». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/partita-campagna-governo-siero-bimbi-2655793310.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="privacy-per-il-garante-e-uno-sgarbo" data-post-id="2655793310" data-published-at="1637782326" data-use-pagination="False"> Privacy, per il Garante è uno sgarbo Il super green pass altererà il delicato equilibrio raggiunto, in materia di privacy, con l'attuale versione del certificato Covid. Con l'introduzione del modello 2G praticamente per ogni attività sociale, al di fuori del lavoro, cadrà ogni velo di riservatezza sui dati sanitari ultrasensibili. Chi frequenterà bar e ristoranti, per il semplice fatto di averci messo piede, dovrà attestare al titolare dell'attività o a un cameriere di essere vaccinato. A meno che non sia guarito da meno di sei mesi e, quindi, non ancora tenuto a sottoporsi all'iniezione. Una circostanza sempre più rara, vista l'elevatissima copertura vaccinale raggiunta in Italia tra gli over 12: scommettiamo che, tra chi è uscito dal Covid negli ultimi 180 giorni, una buona parte era già inoculata. Anche in fabbriche e uffici verrà meno l'ultima foglia di fico: al netto delle modifiche tecniche all'app dei codici a barre, che vanno ancora definite, la prevedibile differenziazione dei Qr code per chi è guarito o vaccinato e per chi ha ottenuto un tampone negativo consentirà, ai datori di lavoro, di accertare lo status dei dipendenti. Insomma, l'ennesima, isterica stretta archivia i paletti che il Garante aveva fissato la scorsa estate, facendo in modo che, dal solo codice a barre, non si potesse risalire alla situazione particolare del possessore della tessera. Il giro di vite è arrivato senza che l'esecutivo consultasse l'Authority, dalla quale, non a caso, ieri sono filtrati disappunto e insofferenza per quello che appare come un sostanziale esautoramento. Da parte degli uffici del presidente, Pasquale Stanzione, e della sua vice, Ginevra Cerrina Feroni, non c'è mai stato alcun atteggiamento preconcetto nei confronti dei provvedimenti di Palazzo Chigi. Ecco perché fonti interne al Garante, pur evitando di rilasciare una dichiarazione ufficiale, hanno fatto trasparire una certa perplessità per il trattamento subito. Lo «sgarbo» del governo, d'altronde, è una logica conseguenza del blitz attuato, il mese scorso, con il decreto Capienze. Il dl ha abrogato l'articolo 2 quinquiesdecies del Codice privacy (il dlsg 196/2003), con il quale era stato istituito l'obbligo di consultare in via preventiva il Garante, in caso di trattamenti di dati ad alto rischio. Proprio questa facoltà in capo all'Authority aveva determinato alcuni momenti di attrito con l'esecutivo: il blocco temporaneo dell'app Io e l'ammonimento ufficiale rispetto alla prima versione del green pass, messa in piedi, appunto, senza previo e obbligatorio parere di Stanzione. Ecco, dunque, la risposta di Mario Draghi, del quale abbiamo ormai compreso la propensione accentratrice: visto che il Regolamento Ue non prevede questo potere d'ispezione preventiva da parte del Garante, esso è stato abolito. Adesso rimane da capire se, sia pure alla luce della nuova cornice legislativa, il super green pass sia compatibile con l'imperativo del rispetto della privacy. Il decreto Capienze interveniva sui trattamenti dati effettuati dalla Pa; tuttavia, come abbiamo visto, il sistema 2G altera il quadro anche sul fronte dei controlli: con scaltrezza, il governo aveva già scaricato l'onere della sorveglianza sulla società civile. In merito a questi cortocircuiti, attendiamo che l'Autorità rompa il silenzio.
Giorgia Meloni e Tetsuo Hara (Ansa)
La frase del premier è peraltro significativa. Due parole risaltano: «crescita» e «immaginario». Nata nel 1977, la Meloni si è sicuramente trovata, da bambina, al centro dello tsunami giapponese che travolse un’intera generazione, la prima che ha vissuto la televisione come una esperienza formativa autonoma, oltre e spesso contro la vigilanza dei genitori. Nel libro Mia figlia, la filosofia, Simone Regazzoni ha dedicato a questo argomento alcune pagine ispirate: «Siamo alla fine degli anni Settanta e anch’io come milioni di altri bambini e bambine prendo parte a un evento inaudito, a un rito collettivo che provoca la reazione allarmata di genitori, intellettuali, uomini politici che portano Goldrake sui giornali e in Parlamento lanciando allarmi contro l’eccesso di violenza della religione delle macchine». Lo sbarco dei tecnomostri nipponici era avvenuto il 4 aprile 1978 quando, su Rai 2, era andata in onda la prima puntata di Goldrake. Grazie a lui, l’Italia scopriva finalmente il mondo eroico del Sol Levante. Da lì in poi sarebbe stato un diluvio di cartoni animati giapponesi, distribuiti per lo più su reti locali, in un’anarchia di traduzioni, censure e salti narrativi a casaccio.
Per i bambini di allora, il salto culturale fuori dall’universo Disney fu abbacinante: di punto in bianco un prodotto per ragazzini (o quanto meno qui percepito come tale) mescolava ironia surreale, parentesi poetiche, ammiccamenti erotici, tensione tragica. Gli adulti non si accorsero subito del fenomeno. E quando lo fecero, fu immediatamente moral panic. Silverio Corvisieri denunciava ad esempio su Repubblica «l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso”». Ken il guerriero, poi, ci mise il carico.
In Giappone, l’anime (e prima ancora il manga) comparve in un contesto contrassegnato da storie sempre più edonistiche ed eroticizzate. Kenshiro rappresentò un brutale richiamo all’ordine, grazie anche alla penna di Buronson, al secolo Yoshiyuki Okamura, lo sceneggiatore del fumetto disegnato per l’appunto da Tetsuo Hara. Buronson proveniva dal mondo militare e si ispirava a Mad Max e Sergio Leone. Nulla a che vedere con i nuovi autori fighetti che si affacciavano sulla scena. Arrivato in Italia nel 1987, l’anime vedeva il protagonista, Kenshiro, erede di una delle più importanti scuole di arti marziali del Giappone, attraversare un mondo post apocalittico popolato di bande di predoni. Nel cartone non c’erano i classici robottoni, ma c’era di peggio: una violenza smisurata. Ken sapeva come far, letteralmente, esplodere i suoi nemici toccando specifici punti di pressione. Di punto in bianco, l’Italia si popolò di bambini che tentavano, con risultati dubbi, di far esplodere fratelli minori e compagni di giochi.
Ma non c’era solo violenza bruta. Come gli eroi omerici, Ken era un eroe capace di alternare stragi di nemici e lacrime sincere. Era poi un eroe che non combatteva più «per l’umanità» o per ideali astratti, come Mazinga e gli altri, bensì per la sua famiglia, per l’amicizia, per legami concreti e solidi. Come educatore di una generazione, ci poteva capitare di peggio.
Continua a leggereRiduci
Pasquale Stanzione (Ansa)
Perché è importante la sua età? Come ci ricorda l’ex ministro per gli Affari regionali nei governi Renzi e Gentiloni, ex vicesegretario di Azione e oggi deputato di Fi, Enrico Costa, Stanzione venne scelto dal Pd, non tanto per le sue competenze, ma proprio per la sua età, che avrebbe permesso di scalzare un altro candidato eccellente, Ignazio La Russa. L’attuale presidente del Senato, infatti, cinque anni fa, quando aveva 73 anni, ambiva a ricoprire proprio il ruolo di Garante per la protezione dei dati. Ma il meccanismo che venne straordinariamente introdotto quella volta, non gli permise di conquistare quel posto. «Perché nel 2020 il Pd ha scelto Stanzione come commissario e poi Garante della privacy? Per competenza, per appartenenza, per le pubblicazioni? Niente di tutto ciò. Venne scelto per anzianità», scrive Costa su X. «I commissari privacy vengono eletti da Camera e Senato. Due eletti dal centrodestra, due dal centrosinistra. Tra di loro si elegge il presidente. A parità di voti vince il più anziano. Siccome La Russa non nascose il desiderio di fare il Garante, il Pd corse ai ripari per impedirglielo. Come? Scorrendo l’elenco dei candidati, non alla voce “cv”, ma alla voce “data di nascita”». Nome dopo nome, l’attenzione dei dem si fermò sulla domanda di “Stanzione Pasquale, nato il 3 luglio 1945”, due anni in più di La Russa. A quel punto Stanzione diventò il candidato anziano del Pd». Peraltro entrambi nati in luglio, ma per La Russa la corsa si interruppe lì. «Ecco la genesi di Stanzione presidente a cura delle menti sopraffine della sinistra», commenta Costa. «Magari era pure bravo ma non era quella la priorità in quel momento. La priorità era non far vincere La Russa. Fu scelto da loro e votato da loro. Il M5s aveva scelto Guido Scorza. La Lega Ginevra Cerrina Feroni. E Fratelli d’Italia Agostino Ghiglia. Ricordo questa storiella a chi parla di asservimento del Garante alla politica, ma dimentica qualche dettaglio. E la ricordo a quei dem che oggi fanno gli indignati. Fanno finta di nulla e fischiettano come i passanti».
Giovedì, infatti, la Procura di Roma ha ordinato la perquisizione della sede romana del Garante della privacy, e delle case a Roma, Torino, Firenze e Salerno dei quattro membri del collegio direttivo, incluso il presidente Stanzione, tutti indagati. Nelle accuse si legge di una gestione «abbastanza disinvolta» delle spese pubbliche e viene riportata una serie di episodi in cui i membri del collegio avrebbero usato in modo improprio fondi a cui avevano accesso. Inoltre, i membri del collegio si sarebbero fatti influenzare nelle loro decisioni in cambio di favori o denaro: i reati ipotizzati sono peculato e corruzione. La Procura dice che, dal 2021 al 2024, le spese per il collegio direttivo sono aumentate del 46 per cento. L’eccedenza sarebbe riconducibile «a rimborsi per viaggi, voli aerei in business, soggiorni in hotel di lusso, cene, servizi di lavanderia, fitness e cura della persona». Tra le accuse a Stanzione c’è anche quella di aver comprato carne per oltre 6.000 euro in una famosa macelleria e di essersi fatto rimborsare le spese dell’affitto della sua casa a Roma per 3.700 euro al mese, quando l’affitto era di 2.900 euro. Ieri, in serata, Scorza, membro del collegio del Garante (accusato di per peculato e corruzione), si è dimesso. Ma il Pd continua a fischiettare.
Continua a leggereRiduci
Matteo Renzi (Ansa)
È una chiamata alle armi, nel senso di turibolo da sacrestia. È un segnale di fumo a Ernesto Maria Ruffini e al suo «Più Uno», l’ammucchiata cattodem che si sta strutturando. Ma soprattutto è un siluro al Nazareno a trazione Elly Schlein e al campo largo, che Renzi boccia senza pudore dopo aver tentato in tutti i modi di entrarci come stampella morotea. A un anno abbondante dalle elezioni i movimenti politici pseudo-centristi hanno l’urgenza di definire un perimetro che somiglia al lodo Garofani, a quell’uscita natalizia del consigliere per la Difesa del Quirinale nella quale veniva auspicato «un provvidenziale scossone» per sconfiggere il centrodestra, con la chiosa: «Basterebbe una grande lista civica nazionale». Sotto il prestigioso cappello, ça va sans dire, del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la più margheritosa delle margherite.
È l’obiettivo dell’ex Gabelliere dell’Agenzia delle entrate. È il punto di approdo di «Comunità riformista» e dei ramoscelli sparsi dell’Ulivo prodiano. Adesso anche di Renzi, che sogna di diventarne il leader, o meglio il federatore. Ecco perché aggiunge: «Non vogliamo che questa casa riformista dia le chiavi di casa solo a qualcuno. Ma c’è un punto, chi entra non sta alla finestra e chi viene, viene a dare una mano. Questa è casa riformista, che fa vincere o perdere le elezioni, che decide se al Quirinale ci va una persona normale o no». Per normali, con un accenno di razzismo politico, intende coloro che piacciono a lui.
Francesco Saverio Garofani non può che stappare un’altra bottiglia. Quella che il nostro giornale anticipò e venne definita «un ridicolo sconfinamento» dal Colle, in realtà era una profezia. E il senatore di Scandicci - primo elettore di Mattarella da premier nel 2015 e sponsor del consigliere profeta nella sua avventura piddina - intende avverarla chiamando in causa soprattutto sindaci e riformisti del Pd, i più critici della gestione Schlein appiattita sul M5s e sulla Cgil estremista di Maurizio Landini. Gli fanno comodo. E infatti conclude: «Da soli non bastiamo, allargare le porte è indispensabile. Iv ha questo compito, dare una grande mano perché c’è un governo che sta impoverendo l'Italia. E l’opposizione deve smetterla di piangersi addosso, deve fare opposizione sui contenuti. Anche perché non va sottovalutato l’effetto Vannacci, che a destra porterà via il 3%».
Renzi spera di coalizzare il centrosinistra rosè, quello della «provvidenza» mattarelliana che va da Paolo Gentiloni ad Andrea Riccardi con tutto il Sant’Egidio; dal cardinal Matteo Zuppi ai gesuiti vaticani; da Dario Franceschini (anche se ha da poco varato il Correntone guardando a sinistra) a Graziano Delrio; dagli amici di Base riformista messi in un angolo nel Pd ai possibili esodati dalla segretaria che ha in mano le prossime liste elettorali. Al Nazareno è infatti in atto una guerriglia sotterranea per la deroga al tetto delle tre legislature, come da statuto. Riguarda 37 big. C’è chi la otterrà facilmente (gli ex ministri e gli ex capogruppo), chi con qualche escamotage (la durata temporale dei mandati, compresi i festivi), ma i peones rischiano grosso e la forbice è nelle mani della segretaria.
I riformisti si sentono nel mirino dopo che il presidente del partito, Stefano Bonaccini, li ha definiti «socialdemocratici da salotto». Un mese fa erano tutti alla convention di Siena guidati da ex sindaci che fanno il pieno di voti come Antonio Decaro e Giorgio Gori. Fra loro, numeri uno dell’epoca renziana come Lorenzo Guerini, Simona Malpezzi, Filippo Sensi, Marco Nannicini, oggi defilati. Non per niente ieri ad applaudire l’ex premier c’era il Vanity borgomastro di Milano, Beppe Sala. Quando l’ha visto, Renzi si è lanciato in un’invettiva contro il Pd milanese, che qualche giorno fa (parole del segretario Alessandro Capelli) aveva auspicato una discontinuità per lanciare la candidatura di Pierfrancesco Majorino. «A Milano vinciamo da 15 anni, la discontinuità è se perdiamo», ha tuonato Renzi. «I dem milanesi hanno commesso un errore da dilettanti perché la discontinuità ha un nome e un cognome: Matteo Salvini».
Garofani del Colle, cattodem, riformisti e sindaci: la scacchiera del leader di Iv al servizio del centrosinistra è quasi completa. A lui piacerebbe dare un attico con vista sulla torre di Babele anche a Forza Italia. Blandisce e strizza l’occhio invano. Per ora siamo alla risposta di Piersilvio Berlusconi: «Renzi è privo di credibilità politica». Margherita 4.0, nuova casa riformista. Il Metternich di Rignano si atteggia a gran visir ma su di lui aleggia pur sempre il giudizio del suo ex alleato naturale, Carlo Calenda: «La sua è la meravigliosa politica del ‘ndo cojo cojo».
Continua a leggereRiduci
Gerry Cardinale (Getty Images)
Dopo circa 3 anni e mezzo infatti la telenovelas del vendor loan da 489 milioni, il prestito del venditore all’acquirente, per il trasferimento del club dal fondo Elliott a RedBird, ha le ore contate. Da tempo Gerry Cardinale (fondatore di RedBird) è a caccia un soggetto finanziario disposto ripagare il fido che intanto, con gli interessi, è arrivato a quota 566 milioni, e secondo diversi fonti sarebbe prossimo ad arrivare a dama.
Chi ci sia dietro l’operazione al momento non è certo. Il nome più accreditato, per la prima volta è apparso sul sito Calcio e Finanza, è quello di Manulife Comvest, gruppo che fornisce finanziamenti a società private per accompagnarle nei processi di crescita e ristrutturazione. Il suo focus è il mercato nordamericano di fascia media e come rivelato dalla Verità ha già un piede nel Milan avendo preso garanzie su Redbird in virtù di un finanziamento che fa capo alla Ccp Agency (gruppo Manulife Comvest) ed ha come debitori la Rb Fc Holdings Fund IV Intermediate e la scatola che nell’albero di controllo del Milan le sta appena sopra, la RedBird Capital Partners Fund IV GenPar.
L’altro nome che è circolato è ben più noto alle cronache calcistiche e finanziarie. Parliamo di Apollo Sports Capital che ha già la maggioranza dell’Atletico Madrid oltre ad aver chiuso diversi investimenti nel mondo del tennis. In questo caso si tratterebbe di un mero rifinanziamento.
Di certo se l’operazione dovesse andare in porto, a cascata ci saranno ripercussioni anche sull’assetto societario del club. Probabile la convocazione di un cda per informare i consiglieri della nuova situazione finanziaria e del rilascio del pegno che Sheva Investments Limited (la società delle Cayman attraverso la quale Elliott ha prestato i 489 milioni a RedBird) vanta sul Milan.
La gestione ne guadagnerebbe in chiarezza. Non si sono mai dissipati infatti i dubbi su una sorta di doppia regia, spesso in scontro, su tutte le decisioni prese dal board. A questo proposito sta per concludersi l’indagine della Procura di Milano per ostacolo alla vigilanza a seguito della passaggio del Milan tra i due fondi. E ovviamente cambierebbero alcuni nomi.
Molto probabilmente i primi ad uscire sarebbero Dominic Mitchell e Gordon Singer che sono stati indicati direttamente da Elliott e al loro posto subentrerebbero altre figure di riferimento del rifinanziatore.
Così come dei ragionamenti andrebbero fatti rispetto all’attuale amministratore delegato, Giorgio Furlani, e al direttore finanziario, Stefano Cocirio, anche loro provenienti da Elliott. Cocirio si salva grazie ai risultati, non tutti ovviamente ascrivibili all’attuale cfo. Sta di fatto il Milan dopo la gestione turbolenta dell’ultimo periodo Berlusconi e quella dissennata di Yonghong Li, ha inanellato una serie utili (profitti per tre anni di seguito) e ha chiuso l’ultimo bilancio con il record di ricavi, a quota 494,5 milioni. Per Furlani la questione è diversa.
La sua gestione è stata spesso criticata, in primis dai tifosi, e i dissidi con Zlatan Ibrahimović (il consulente diretto di Gerry Cardinale mai entrato formalmente nell’organico del Milan) sono apparsi in alcune occasioni plateali. In passato si era parlato di Damien Comolli, l’ex Tolosa che poi si è accasato alla Juventus, per prendere il suo posto. E adesso il nome caldo è quello di Massimo Calvelli, l’ex ad dell’Atp (Association of Tennis Professionals) che nel giugno del 2025 ha lasciato il ruolo che ricopriva con successo dal 2020 per approdare in casa RedBird.
Il passaggio, a novembre, nel consiglio di amministrazione del Milan è stato quasi naturale, così come potrebbe essere altrettanto naturale la scalata verso la gestione della società. L’ingresso di Calvelli (fiorentino ex tennista e finalista nel 1990 del torneo Avvenire a Milano) rappresenta un passo importante nella strategia di RedBird, orientata a consolidare il legame tra la dimensione sportiva e quella economica del club.
«Con la cessione di San Siro all’orizzonte e la costruzione di nuove sinergie commerciali», si leggeva nel comunicato di presentazione del club, «il Milan punta a rafforzare la propria governance con figure di comprovata esperienza internazionale. L’era RedBird continua a evolversi, e il Milan sembra pronto a scrivere un nuovo capitolo nel suo percorso di crescita, tra tradizione italiana e visione globale». Sapremo a breve se con una nuova figura sulla tolda di comando.
Continua a leggereRiduci