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2022-12-31
Ci lascia Benedetto XVI, il Papa che santifica la vita
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Ansa
Benedetto XVI, il primo Papa in epoca moderna a rinunciare al pontificato (prima di lui era stato, seicento anni prima, Gregorio XII nel 1415, e prima ancora Celestino V, nel 1294), non si è mai pentito "neppure per un solo minuto" di quella decisione arrivata per molti come "un fulmine a ciel sereno", per usare le parole dell'allora cardinale decano Angelo Sodano, l'11 febbraio del 2013.
Al suo amico giornalista Peter Seewald, Ratzinger successivamente confidò: "Vedo ogni giorno che era la cosa giusta da fare", "era una cosa su cui avevo riflettuto a lungo e di cui avevo anche a lungo parlato con il Signore". Per questo, al momento dell'annuncio, "ho sottolineato che agivo liberamente; non si può andare via se si tratta di una fuga. Non bisogna cedere alle pressioni. Si può andare via solo se nessuno lo pretende, e nessuno nel mio caso lo ha preteso. Nessuno. Fu una assoluta sorpresa per tutti".
Lo fu anche per la stampa mondiale. Quel giorno a dare la notizia in anteprima mondiale fu un giornalista dell'Ansa che seguiva, dalla sala stampa vaticana, il concistoro per alcune canonizzazioni. Un appuntamento che poteva essere una routine per i vaticanisti e che invece ha cambiato il corso della storia. Il giornalista carpì al volo il senso della dichiarazione pronunciata in latino e diede la notizia per prima a tutto il mondo. Per Papa Bergoglio, che più volte ha chiarito che non intende dimettersi, comunque, dopo la rinuncia di Benedetto, "la porta è aperta", nel senso che le dimissioni di un Pontefice non saranno mai più una cosa eccezionale. E per mesi nelle stanze vaticane si è ipotizzata una specifica disciplina per il Papa emerito, per evitare di improvvisare regole e cerimoniale. Una regolamentazione che poteva prendere la forma di 'motu proprio' ma che di fatto non è mai arrivata.
Anche i muri e i «no» sono preziosi se ci aiutano a santificare la vita
Omelia del Papa emerito contro «l'ottimismo delle nuove aperture» secondo cui non esistono «confini» Una lezione sul valore del battesimo che ci preserva dalla «pompa diaboli» e dall'anticultura della morte.
La Chiesa ha mura. Il muro da una parte indica verso l'interno, ha la funzione di proteggere, raccoglierci e condurci uno verso l'altro. Il suo senso è quello di riportarci insieme dalle distrazioni nelle quali viviamo all'esterno, dall'opporci l'uno all'altro nel quale spesso ci perdiamo, di donarci la convivenza, di guidarci alla responsabilità dell'uno per l'altro, ma anche di darci il dono e la consolazione della condivisione della fede, dell'essere insieme nel dramma della vita umana. Per questo i padri della Chiesa hanno affermato che i muri in ultima analisi siamo noi stessi e lo possiamo essere solamente nella misura in cui siamo pronti a lasciarci squadrare come pietre e a lasciarci connettere l'un l'altro e proprio così, lasciandoci squadrare e facendoci disporre uno accanto all'altro, usciamo da quanto è meramente privato.
Divenendo mura possiamo anche ricevere il dono di essere edificio, di essere sostenuti come noi a nostra volta sosteniamo altri. Il muro guarda verso l'interno, è qualcosa di positivo, che raduna, protegge, unisce. Ha, però, anche l'altra faccia con la quale guarda verso l'esterno, traccia un confine che tiene lontano quanto non appartiene all'interno.
Quando nel punto culminante del Vaticano II questo pensiero divenne sempre più estraneo e, nell'ottimismo delle nuove aperture, si diffuse la convinzione che non vi erano affatto dei confini, anzi che non ve ne potevano essere, il vescovo evangelico Wilhelm Stählin tenne una conferenza sul tema: «Gerusalemme ha mura e porte», che fece scalpore. Ci ricordò che anche la città santa del tempo finale, quale viene delineata nell'Apocalisse di san Giovanni ha sì delle porte che sono sempre aperte, ma ha nondimeno anche delle mura. Ci ricordò, dunque, che esiste anche qualcosa che non può entrare, non ha diritto di entrare perché non vengano distrutte la pace e la libertà di questa città. Giovanni accenna a quella realtà contro la quale stanno le mura con le parole misteriose: «Fuori i cani, i maghi, gli immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna!» (Ap 22,15). Stählin rifletté sul significato di queste espressioni ricorrendo a una citazione del poeta romano Giovenale: «Ritieni male estremo stimare la vita più del timore e del rispetto». Non entreranno nella città la mancanza di timore reverenziale, il cinismo per il quale nulla è santo, che non sa chinarsi, che non sa tacere, portare rispetto, che riduce ciò che è grande a volgarità, che non conosce la dignità e così trascina l'uomo nell'immondizia.
Contro queste realtà vi sono le mura così che si ergono anche contro gli adoratori di idoli. Cosa vuol dire questa espressione si evince chiaramente da una frase di san Paolo che afferma: «la cupidigia che è idolatria» (cfr. Col 3,5). L'idolatria significa che noi non riconosciamo alcun essere superiore a noi, mentre la cosa più importante diviene godersi la vita; significa inoltre che la proprietà diventa la cosa più importante, che noi pieghiamo le ginocchia di fronte alle cose e le adoriamo e in questo modo mettiamo sotto sopra la creazione: facciamo diventare l'alto basso e distruggiamo la pace. Non può entrare neppure la bugia che distrugge la fiducia e rende impossibile la comunità. Non possono entrare l'odio e l'avidità che feriscono l'umanità.
Contro queste realtà si ergono i muri della Chiesa per edificare la città della pace, della libertà e dell'unità. Questo ci riporta nuovamente ai Padri della Chiesa e al rito della consacrazione della Chiesa in cui la parete viene considerata come la presenza dei dodici apostoli.
I santi sono le mura che ci circondano. Sono loro che ci rendono impermeabili allo spirito del male, alla bugia, all'indisciplina, all'odio e alla mancanza di verità. Nello stesso tempo sono forza di invito, permeabili a tutto ciò che è buono, grande e nobile. I santi sono mura e porta nello stesso tempo.
E, in tutta sobrietà, noi stessi dobbiamo essere questi santi, cioè degli uomini che sono l'uno per l'altro delle mura, che tengono lontano ciò che è contrario all'umanità e al Signore, mentre sono spalancati per tutto ciò che è ricerca, domanda e speranza in noi.
[…] Il battesimo, […], è un dono, il dono della vita. Un dono, tuttavia, deve essere accolto, deve essere vissuto. Un dono d'amicizia comporta di dire sì all'amico e di dire no a tutto ciò che non è conciliabile con questa amicizia, che non è conciliabile con la famiglia di Dio, con la vita vera in Cristo. Così, in questo secondo dialogo [del rito del battesimo], verranno detti tre no e tre sì. Si dice no e ci si oppone così alle tentazioni, al peccato, al diavolo. […]
A cosa diciamo no? Solo così possiamo comprendere a cosa diciamo sì. Nella Chiesa antica il triplice no veniva sintetizzato in un'unica parola che gli uomini del tempo comprendevano bene. Si rinuncia, si diceva, alla pompa diaboli, alla promessa di una vita in eccesso, a quella vita ingannevole che sembrava venire dal mondo pagano, dalle sue libertà, al suo modo di vivere solamente secondo quanto a uno piaceva. Era dunque un no ad una cultura che, in apparenza, portava con sé una vita di eccessi, in realtà, invece, era una «anticultura» della morte. Era un no a quegli spettacoli in cui morte, crudeltà e violenza erano diventati momenti di intrattenimento. […]
Questa pompa diaboli, quest'anticultura della morte era una perversione della gioia, era amore alla bugia e all'imbroglio, era un abuso del corpo umano come merce di scambio. E se ci riflettiamo sopra, possiamo dire che anche noi, nel nostro tempo, dobbiamo dire di no alla cultura della morte prevalente in ampi settori della cultura dominante, ad una «anticultura» che si mostra ad esempio nel problema delle droghe, nella fuga dalla realtà verso un mondo dell'apparenza, in una falsa fortuna, che trova la sua espressione nella bugia, nell'imbroglio, nell'ingiustizia, nel disprezzo degli altri, nel disprezzo della solidarietà e della responsabilità per i poveri e i sofferenti. Si mostra ancora in una sessualità che diventa mero piacere, senza alcuna coscienza della responsabilità, dove ha luogo, per così dire, una cosificazione del partner che non viene più considerato una persona degna di amore e fedeltà personale, ma diviene solo merce, mero oggetto.
A questa promessa di ingannevole beatitudine, a questa pompa di vita ingannevole, che in realtà è solo strumento di morte, a questa «anticultura» diciamo no, per coltivare la cultura della vita. Per questo dall'antichità fino all'oggi, il sì cristiano è stato sempre un chiaro sì alla vita. Questo è il nostro sì a Cristo, il sì al vincitore della morte e il sì alla vita nel tempo e nell'eternità. […]
Potremmo anche dire che il volto di Dio, che è il contenuto di questa cultura della vita, il contenuto del nostro grande sì, trova espressione nei dieci comandamenti. Questi non sono un cumulo di divieti in cui troverebbe espressione solo il no, esprimono in realtà una grande visione della vita. Sono un sì ad un Dio che dà senso alla vita (i primi tre comandamenti), un sì alla famiglia (quarto comandamento), un sì alla vita (quinto comandamento), un sì ad un amore consapevole della responsabilità (sesto comandamento), un sì alla solidarietà, alla responsabilità sociale e alla giustizia (settimo comandamento), un sì alla verità (ottavo comandamento), un sì al rispetto degli altri uomini e di ciò che loro appartiene (nono e decimo comandamento).
Questa è la filosofia della vita, la cultura della vita, che diventa concretamente applicabile e bella nella comunione con Cristo, il Dio vivente, che si accompagna a noi nella comunità dei suoi amici, nella grande famiglia della Chiesa. Il battesimo è il dono della vita. È un sì alla sfida di vivere realmente la vita e di dire no all'attacco della morte, che si traveste da vita, ed è un sì al grande dono della vera vita, che è presente sul volto di Cristo che a noi si dona nel battesimo e poi nell'eucaristia.
Nella benedizione di un trattore il senso sacro del lavoro dell’uomo
Cantagalli traduce e pubblica 25 omelie di Joseph Ratzinger. Proponiamo la predica sulle macchine, dove il Papa emerito riflette sulla tecnica: «Senza coscienza dello scopo, essa può finire per distruggere il genere umano».
La benedizione dei trattori è già divenuta una bella tradizione di questo Paese. Però uno potrebbe obiettare: che cosa vuol dire la benedizione di una macchina? Per il funzionamento di una macchina non serve una benedizione; il trattore è un prodotto tecnico, le condizioni del suo funzionamento sono le regole della costruzione tecnica, nient'altro. Chi parla così ha ragione in parte, ma solo in parte. Naturalmente una benedizione non sostituisce una costruzione tecnica corretta e neppure un'applicazione sicura della macchina.
Ma la macchina non è un mondo chiuso in sé stesso; la macchina ha la sua origine in un'idea e in una volontà umana, e serve a uno scopo determinato; il trattore, per esempio, serve per il lavoro del contadino, serve per il suo impegno della dominazione della terra secondo la parola del Creatore: «Soggiogatela e dominate […] su ogni essere vivente» (Gen 1,28). La macchina fa parte del lavoro umano, è uno strumento del nostro lavoro. Benedire la macchina significa quindi: benedire il nostro lavoro, mettere nelle mani di Dio il nostro lavoro. La macchina rappresenta il vostro lavoro e la benedizione è una preghiera, nel nome e nella forza della Chiesa, che Dio sia con voi giorno per giorno nel vostro impegno per il nostro pane quotidiano, per il frutto della terra, che è sempre dono della bontà di Dio e prodotto della nostra fatica.
Così possiamo dire: la macchina dipende dall'uomo e dal suo ingegno, ma l'uomo dipende da Dio. Le macchine, tutte le invenzioni tecniche possono essere o benedizione o maledizione per l'umanità e oggi vediamo sempre più quest'ambiguità della tecnologia moderna. La tecnica è, così, buona o cattiva come è buono o cattivo l'uomo stesso. Dove l'uomo perde sé stesso, la dominazione della terra diventa distruzione della terra. Dove l'uomo perde sé stesso, la sua capacità tecnica diventa una minaccia diretta contro la sopravvivenza del genere umano. L'uomo perde sé stesso quando dimentica il suo Creatore, Dio. Dimenticando Dio non sa più decifrare il messaggio della sua natura, dimentica la sua misura e diventa per sé stesso un enigma senza risposta. Quando dimentichiamo Dio, le cose diventano mute, sono solo materiale per fare qualcosa, ma senza un perché, vuote di ogni significato più profondo. Se ritorniamo a Dio, le cose cominciano a parlare. La Scrittura ci dà due immagini di una vera dominazione della terra: il giardino e la città santa. Il giardino esprime un'amicizia reciproca tra terra e uomo, l'armonia della creatura. Dove l'uomo è retto, la terra dà il suo frutto, la terra diventa giardino e patria.
La benedizione dei trattori è una preghiera perché il nostro lavoro stia nelle mani di Dio, nella misura di Dio e della sua bontà; una preghiera affinché, tramite il nostro lavoro, la terra diventi sempre più giardino e patria; una preghiera affinché il nostro lavoro e il nostro uso delle macchine non diventi distruzione, ma costruzione della terra, costruzione di un mondo umano e preparazione della città futura, del giardino futuro, del Regno di Dio. La benedizione dei trattori è inoltre un riconoscimento del fatto che anche oggi la vita dell'uomo non dipende ultimamente dalle macchine, ma dalla bontà di Dio. Il frutto della terra viene anche oggi da Lui; noi stessi dipendiamo da Lui e dove Lui non è, il nostro potere diventa maledizione; dove Dio non è, niente rimane buono. Così la benedizione diventa anche un esame di coscienza, un'ammonizione: a vivere in armonia con Dio, a lavorare in unione con la sua volontà.
Il nostro lavoro umano, rappresentato in queste macchine, serve innanzitutto per la nostra vita terrena: ci prepara il nostro pane quotidiano. Ma come l'uomo eccede tutto il mondo materiale, così anche il nostro lavoro ha una dimensione più alta che non la pura assicurazione della vita corporale. Il nostro lavoro è sempre necessariamente collaborazione; uno ha bisogno dell'altro e la macchina rappresenta anche questa interdipendenza: non cominciamo da zero - altri hanno pensato e lavorato per noi e lavorano così con noi, il nostro lavoro prepara il nostro nutrimento.
Lavorando viviamo l'uno grazie all'altro, il lavoro crea comunità, crea il giardino e la città. Lavorare è umanizzare. Ma questo non è ancora tutto. Il lavoro per il pane naturale prepara anche il pane soprannaturale e si estende così anche alla preparazione della vita eterna. La liturgia della Chiesa, nella sua preghiera sulle offerte, ci indica questo mistero, questa destinazione più alta del nostro lavoro: «Benedetto sei tu, Signore, Dio dell'universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell'uomo; lo presentiamo a Te, perché diventi per noi cibo di vita eterna». Il nostro lavoro e la bontà di Dio s'incontrano nel dono della terra, nel pane e nel vino. Il nostro lavoro diventa Eucaristia. La bontà di Dio crea pane dal nostro lavoro; la stessa bontà trasforma - rispondendo alla nostra preghiera - il pane terrestre in nutrimento di vita eterna, lo converte in corpo di Cristo. Così vediamo il valore del lavoro e della preghiera. Andando insieme creiamo una nuova terra. Il nostro lavoro prepara la presenza di Cristo, diventa nutrimento della vita eterna. Anche la macchina, strumento del nostro lavoro, non rimane estranea alla vita cristiana. Abbracciata dalla preghiera può diventare strumento di benedizione, può aiutare alla preparazione della città futura. Preghiamo che Dio con la sua bontà benedica il nostro lavoro.
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Jospeh Ratzinger è deceduto alle ore 9:34, nel Monastero Mater Ecclesiae in Vaticano. Dalla mattina di lunedì 2 gennaio, il corpo del Papa Emerito sarà nella Basilica di San Pietro in Vaticano per il saluto dei fedeli. Da teologo oltre che capo della Chiesa ha illuminato la strada del rapporto tra tecnologia e uomo «Senza coscienza dello scopo, essa può finire per distruggere il genere umano». E ha spiegato più volte il valore dei confini contro «l'ottimismo delle nuove aperture».All'interno dell'articolo due omelie del Papa EmeritoBenedetto XVI, il primo Papa in epoca moderna a rinunciare al pontificato (prima di lui era stato, seicento anni prima, Gregorio XII nel 1415, e prima ancora Celestino V, nel 1294), non si è mai pentito "neppure per un solo minuto" di quella decisione arrivata per molti come "un fulmine a ciel sereno", per usare le parole dell'allora cardinale decano Angelo Sodano, l'11 febbraio del 2013.Al suo amico giornalista Peter Seewald, Ratzinger successivamente confidò: "Vedo ogni giorno che era la cosa giusta da fare", "era una cosa su cui avevo riflettuto a lungo e di cui avevo anche a lungo parlato con il Signore". Per questo, al momento dell'annuncio, "ho sottolineato che agivo liberamente; non si può andare via se si tratta di una fuga. Non bisogna cedere alle pressioni. Si può andare via solo se nessuno lo pretende, e nessuno nel mio caso lo ha preteso. Nessuno. Fu una assoluta sorpresa per tutti". Lo fu anche per la stampa mondiale. Quel giorno a dare la notizia in anteprima mondiale fu un giornalista dell'Ansa che seguiva, dalla sala stampa vaticana, il concistoro per alcune canonizzazioni. Un appuntamento che poteva essere una routine per i vaticanisti e che invece ha cambiato il corso della storia. Il giornalista carpì al volo il senso della dichiarazione pronunciata in latino e diede la notizia per prima a tutto il mondo. Per Papa Bergoglio, che più volte ha chiarito che non intende dimettersi, comunque, dopo la rinuncia di Benedetto, "la porta è aperta", nel senso che le dimissioni di un Pontefice non saranno mai più una cosa eccezionale. E per mesi nelle stanze vaticane si è ipotizzata una specifica disciplina per il Papa emerito, per evitare di improvvisare regole e cerimoniale. Una regolamentazione che poteva prendere la forma di 'motu proprio' ma che di fatto non è mai arrivata.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/papa-emerito-morto-2659052244.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="anche-i-muri-e-i-no-sono-preziosi-se-ci-aiutano-a-santificare-la-vita" data-post-id="2659052244" data-published-at="1672480696" data-use-pagination="False"> Anche i muri e i «no» sono preziosi se ci aiutano a santificare la vita Omelia del Papa emerito contro «l'ottimismo delle nuove aperture» secondo cui non esistono «confini» Una lezione sul valore del battesimo che ci preserva dalla «pompa diaboli» e dall'anticultura della morte. La Chiesa ha mura. Il muro da una parte indica verso l'interno, ha la funzione di proteggere, raccoglierci e condurci uno verso l'altro. Il suo senso è quello di riportarci insieme dalle distrazioni nelle quali viviamo all'esterno, dall'opporci l'uno all'altro nel quale spesso ci perdiamo, di donarci la convivenza, di guidarci alla responsabilità dell'uno per l'altro, ma anche di darci il dono e la consolazione della condivisione della fede, dell'essere insieme nel dramma della vita umana. Per questo i padri della Chiesa hanno affermato che i muri in ultima analisi siamo noi stessi e lo possiamo essere solamente nella misura in cui siamo pronti a lasciarci squadrare come pietre e a lasciarci connettere l'un l'altro e proprio così, lasciandoci squadrare e facendoci disporre uno accanto all'altro, usciamo da quanto è meramente privato. Divenendo mura possiamo anche ricevere il dono di essere edificio, di essere sostenuti come noi a nostra volta sosteniamo altri. Il muro guarda verso l'interno, è qualcosa di positivo, che raduna, protegge, unisce. Ha, però, anche l'altra faccia con la quale guarda verso l'esterno, traccia un confine che tiene lontano quanto non appartiene all'interno. Quando nel punto culminante del Vaticano II questo pensiero divenne sempre più estraneo e, nell'ottimismo delle nuove aperture, si diffuse la convinzione che non vi erano affatto dei confini, anzi che non ve ne potevano essere, il vescovo evangelico Wilhelm Stählin tenne una conferenza sul tema: «Gerusalemme ha mura e porte», che fece scalpore. Ci ricordò che anche la città santa del tempo finale, quale viene delineata nell'Apocalisse di san Giovanni ha sì delle porte che sono sempre aperte, ma ha nondimeno anche delle mura. Ci ricordò, dunque, che esiste anche qualcosa che non può entrare, non ha diritto di entrare perché non vengano distrutte la pace e la libertà di questa città. Giovanni accenna a quella realtà contro la quale stanno le mura con le parole misteriose: «Fuori i cani, i maghi, gli immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna!» (Ap 22,15). Stählin rifletté sul significato di queste espressioni ricorrendo a una citazione del poeta romano Giovenale: «Ritieni male estremo stimare la vita più del timore e del rispetto». Non entreranno nella città la mancanza di timore reverenziale, il cinismo per il quale nulla è santo, che non sa chinarsi, che non sa tacere, portare rispetto, che riduce ciò che è grande a volgarità, che non conosce la dignità e così trascina l'uomo nell'immondizia. Contro queste realtà vi sono le mura così che si ergono anche contro gli adoratori di idoli. Cosa vuol dire questa espressione si evince chiaramente da una frase di san Paolo che afferma: «la cupidigia che è idolatria» (cfr. Col 3,5). L'idolatria significa che noi non riconosciamo alcun essere superiore a noi, mentre la cosa più importante diviene godersi la vita; significa inoltre che la proprietà diventa la cosa più importante, che noi pieghiamo le ginocchia di fronte alle cose e le adoriamo e in questo modo mettiamo sotto sopra la creazione: facciamo diventare l'alto basso e distruggiamo la pace. Non può entrare neppure la bugia che distrugge la fiducia e rende impossibile la comunità. Non possono entrare l'odio e l'avidità che feriscono l'umanità. Contro queste realtà si ergono i muri della Chiesa per edificare la città della pace, della libertà e dell'unità. Questo ci riporta nuovamente ai Padri della Chiesa e al rito della consacrazione della Chiesa in cui la parete viene considerata come la presenza dei dodici apostoli. I santi sono le mura che ci circondano. Sono loro che ci rendono impermeabili allo spirito del male, alla bugia, all'indisciplina, all'odio e alla mancanza di verità. Nello stesso tempo sono forza di invito, permeabili a tutto ciò che è buono, grande e nobile. I santi sono mura e porta nello stesso tempo. E, in tutta sobrietà, noi stessi dobbiamo essere questi santi, cioè degli uomini che sono l'uno per l'altro delle mura, che tengono lontano ciò che è contrario all'umanità e al Signore, mentre sono spalancati per tutto ciò che è ricerca, domanda e speranza in noi. […] Il battesimo, […], è un dono, il dono della vita. Un dono, tuttavia, deve essere accolto, deve essere vissuto. Un dono d'amicizia comporta di dire sì all'amico e di dire no a tutto ciò che non è conciliabile con questa amicizia, che non è conciliabile con la famiglia di Dio, con la vita vera in Cristo. Così, in questo secondo dialogo [del rito del battesimo], verranno detti tre no e tre sì. Si dice no e ci si oppone così alle tentazioni, al peccato, al diavolo. […] A cosa diciamo no? Solo così possiamo comprendere a cosa diciamo sì. Nella Chiesa antica il triplice no veniva sintetizzato in un'unica parola che gli uomini del tempo comprendevano bene. Si rinuncia, si diceva, alla pompa diaboli, alla promessa di una vita in eccesso, a quella vita ingannevole che sembrava venire dal mondo pagano, dalle sue libertà, al suo modo di vivere solamente secondo quanto a uno piaceva. Era dunque un no ad una cultura che, in apparenza, portava con sé una vita di eccessi, in realtà, invece, era una «anticultura» della morte. Era un no a quegli spettacoli in cui morte, crudeltà e violenza erano diventati momenti di intrattenimento. […] Questa pompa diaboli, quest'anticultura della morte era una perversione della gioia, era amore alla bugia e all'imbroglio, era un abuso del corpo umano come merce di scambio. E se ci riflettiamo sopra, possiamo dire che anche noi, nel nostro tempo, dobbiamo dire di no alla cultura della morte prevalente in ampi settori della cultura dominante, ad una «anticultura» che si mostra ad esempio nel problema delle droghe, nella fuga dalla realtà verso un mondo dell'apparenza, in una falsa fortuna, che trova la sua espressione nella bugia, nell'imbroglio, nell'ingiustizia, nel disprezzo degli altri, nel disprezzo della solidarietà e della responsabilità per i poveri e i sofferenti. Si mostra ancora in una sessualità che diventa mero piacere, senza alcuna coscienza della responsabilità, dove ha luogo, per così dire, una cosificazione del partner che non viene più considerato una persona degna di amore e fedeltà personale, ma diviene solo merce, mero oggetto. A questa promessa di ingannevole beatitudine, a questa pompa di vita ingannevole, che in realtà è solo strumento di morte, a questa «anticultura» diciamo no, per coltivare la cultura della vita. Per questo dall'antichità fino all'oggi, il sì cristiano è stato sempre un chiaro sì alla vita. Questo è il nostro sì a Cristo, il sì al vincitore della morte e il sì alla vita nel tempo e nell'eternità. […] Potremmo anche dire che il volto di Dio, che è il contenuto di questa cultura della vita, il contenuto del nostro grande sì, trova espressione nei dieci comandamenti. Questi non sono un cumulo di divieti in cui troverebbe espressione solo il no, esprimono in realtà una grande visione della vita. Sono un sì ad un Dio che dà senso alla vita (i primi tre comandamenti), un sì alla famiglia (quarto comandamento), un sì alla vita (quinto comandamento), un sì ad un amore consapevole della responsabilità (sesto comandamento), un sì alla solidarietà, alla responsabilità sociale e alla giustizia (settimo comandamento), un sì alla verità (ottavo comandamento), un sì al rispetto degli altri uomini e di ciò che loro appartiene (nono e decimo comandamento). Questa è la filosofia della vita, la cultura della vita, che diventa concretamente applicabile e bella nella comunione con Cristo, il Dio vivente, che si accompagna a noi nella comunità dei suoi amici, nella grande famiglia della Chiesa. Il battesimo è il dono della vita. È un sì alla sfida di vivere realmente la vita e di dire no all'attacco della morte, che si traveste da vita, ed è un sì al grande dono della vera vita, che è presente sul volto di Cristo che a noi si dona nel battesimo e poi nell'eucaristia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/papa-emerito-morto-2659052244.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="nella-benedizione-di-un-trattore-il-senso-sacro-del-lavoro-delluomo" data-post-id="2659052244" data-published-at="1672480696" data-use-pagination="False"> Nella benedizione di un trattore il senso sacro del lavoro dell’uomo Cantagalli traduce e pubblica 25 omelie di Joseph Ratzinger. Proponiamo la predica sulle macchine, dove il Papa emerito riflette sulla tecnica: «Senza coscienza dello scopo, essa può finire per distruggere il genere umano». La benedizione dei trattori è già divenuta una bella tradizione di questo Paese. Però uno potrebbe obiettare: che cosa vuol dire la benedizione di una macchina? Per il funzionamento di una macchina non serve una benedizione; il trattore è un prodotto tecnico, le condizioni del suo funzionamento sono le regole della costruzione tecnica, nient'altro. Chi parla così ha ragione in parte, ma solo in parte. Naturalmente una benedizione non sostituisce una costruzione tecnica corretta e neppure un'applicazione sicura della macchina. Ma la macchina non è un mondo chiuso in sé stesso; la macchina ha la sua origine in un'idea e in una volontà umana, e serve a uno scopo determinato; il trattore, per esempio, serve per il lavoro del contadino, serve per il suo impegno della dominazione della terra secondo la parola del Creatore: «Soggiogatela e dominate […] su ogni essere vivente» (Gen 1,28). La macchina fa parte del lavoro umano, è uno strumento del nostro lavoro. Benedire la macchina significa quindi: benedire il nostro lavoro, mettere nelle mani di Dio il nostro lavoro. La macchina rappresenta il vostro lavoro e la benedizione è una preghiera, nel nome e nella forza della Chiesa, che Dio sia con voi giorno per giorno nel vostro impegno per il nostro pane quotidiano, per il frutto della terra, che è sempre dono della bontà di Dio e prodotto della nostra fatica. Così possiamo dire: la macchina dipende dall'uomo e dal suo ingegno, ma l'uomo dipende da Dio. Le macchine, tutte le invenzioni tecniche possono essere o benedizione o maledizione per l'umanità e oggi vediamo sempre più quest'ambiguità della tecnologia moderna. La tecnica è, così, buona o cattiva come è buono o cattivo l'uomo stesso. Dove l'uomo perde sé stesso, la dominazione della terra diventa distruzione della terra. Dove l'uomo perde sé stesso, la sua capacità tecnica diventa una minaccia diretta contro la sopravvivenza del genere umano. L'uomo perde sé stesso quando dimentica il suo Creatore, Dio. Dimenticando Dio non sa più decifrare il messaggio della sua natura, dimentica la sua misura e diventa per sé stesso un enigma senza risposta. Quando dimentichiamo Dio, le cose diventano mute, sono solo materiale per fare qualcosa, ma senza un perché, vuote di ogni significato più profondo. Se ritorniamo a Dio, le cose cominciano a parlare. La Scrittura ci dà due immagini di una vera dominazione della terra: il giardino e la città santa. Il giardino esprime un'amicizia reciproca tra terra e uomo, l'armonia della creatura. Dove l'uomo è retto, la terra dà il suo frutto, la terra diventa giardino e patria. La benedizione dei trattori è una preghiera perché il nostro lavoro stia nelle mani di Dio, nella misura di Dio e della sua bontà; una preghiera affinché, tramite il nostro lavoro, la terra diventi sempre più giardino e patria; una preghiera affinché il nostro lavoro e il nostro uso delle macchine non diventi distruzione, ma costruzione della terra, costruzione di un mondo umano e preparazione della città futura, del giardino futuro, del Regno di Dio. La benedizione dei trattori è inoltre un riconoscimento del fatto che anche oggi la vita dell'uomo non dipende ultimamente dalle macchine, ma dalla bontà di Dio. Il frutto della terra viene anche oggi da Lui; noi stessi dipendiamo da Lui e dove Lui non è, il nostro potere diventa maledizione; dove Dio non è, niente rimane buono. Così la benedizione diventa anche un esame di coscienza, un'ammonizione: a vivere in armonia con Dio, a lavorare in unione con la sua volontà. Il nostro lavoro umano, rappresentato in queste macchine, serve innanzitutto per la nostra vita terrena: ci prepara il nostro pane quotidiano. Ma come l'uomo eccede tutto il mondo materiale, così anche il nostro lavoro ha una dimensione più alta che non la pura assicurazione della vita corporale. Il nostro lavoro è sempre necessariamente collaborazione; uno ha bisogno dell'altro e la macchina rappresenta anche questa interdipendenza: non cominciamo da zero - altri hanno pensato e lavorato per noi e lavorano così con noi, il nostro lavoro prepara il nostro nutrimento. Lavorando viviamo l'uno grazie all'altro, il lavoro crea comunità, crea il giardino e la città. Lavorare è umanizzare. Ma questo non è ancora tutto. Il lavoro per il pane naturale prepara anche il pane soprannaturale e si estende così anche alla preparazione della vita eterna. La liturgia della Chiesa, nella sua preghiera sulle offerte, ci indica questo mistero, questa destinazione più alta del nostro lavoro: «Benedetto sei tu, Signore, Dio dell'universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell'uomo; lo presentiamo a Te, perché diventi per noi cibo di vita eterna». Il nostro lavoro e la bontà di Dio s'incontrano nel dono della terra, nel pane e nel vino. Il nostro lavoro diventa Eucaristia. La bontà di Dio crea pane dal nostro lavoro; la stessa bontà trasforma - rispondendo alla nostra preghiera - il pane terrestre in nutrimento di vita eterna, lo converte in corpo di Cristo. Così vediamo il valore del lavoro e della preghiera. Andando insieme creiamo una nuova terra. Il nostro lavoro prepara la presenza di Cristo, diventa nutrimento della vita eterna. Anche la macchina, strumento del nostro lavoro, non rimane estranea alla vita cristiana. Abbracciata dalla preghiera può diventare strumento di benedizione, può aiutare alla preparazione della città futura. Preghiamo che Dio con la sua bontà benedica il nostro lavoro.
Donald Trump (Ansa)
Donald Trump rilancia la pressione su Teheran minacciando nuove azioni in caso di mancato accordo e lasciando aperta l’ipotesi di una breve proroga dell’ultimatum legato allo Stretto di Hormuz. L’Iran replica duramente, accusando Washington di «crimini di guerra» e respingendo ogni ultimatum. Sullo sfondo, l’Opec+ aumenta le quote di produzione di petrolio di 206.000 barili al giorno.
Lo Stretto di Hormuz resta il punto più sensibile del conflitto tra Stati Uniti e Iran, mentre sul terreno si moltiplicano attacchi, ritorsioni e messaggi incrociati che mantengono alta la tensione nel Golfo Persico e oltre. La giornata di domenica si è aperta con la conferma del recupero del secondo pilota americano disperso dopo l’abbattimento dell’F-15E avvenuto nei giorni scorsi in territorio iraniano. L’operazione, condotta da forze speciali statunitensi con il supporto di un dispositivo aereo, si è conclusa con il rientro del militare e senza ulteriori perdite tra i commando, secondo quanto riferito da fonti americane.
Il presidente Donald Trump ha rivendicato il successo dell’intervento, parlando di un’azione seguita direttamente dalla Situation Room e definendola «tra le più audaci». La missione ha però lasciato dietro di sé un ulteriore elemento di frizione: Teheran sostiene infatti che durante le operazioni di ricerca sarebbero stati abbattuti mezzi militari statunitensi, mentre Washington non ha confermato questa ricostruzione.
Sul piano politico e diplomatico, la linea dello scontro resta netta. Trump ha rilanciato la pressione su Teheran, lasciando intendere che la scadenza dell’ultimatum per una soluzione negoziata o per la riapertura dello Stretto potrebbe essere oggetto di una breve proroga, come suggerito da un messaggio pubblicato su Truth con riferimento a martedì sera. In parallelo, la Repubblica islamica ha risposto con toni durissimi. Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha scritto su X che «non otterrete nulla commettendo crimini di guerra», accusando gli Stati Uniti di trascinare la regione verso un’escalation più ampia e indicando come unica via possibile il rispetto dei diritti iraniani e la fine della pressione militare ed economica.
Il nodo strategico resta Hormuz. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno ribadito che lo stretto «non tornerà mai più al suo stato precedente», lasciando intendere un cambiamento strutturale nella gestione di una delle principali rotte mondiali del petrolio. La dichiarazione si inserisce in un quadro già segnato da transiti irregolari e interruzioni parziali del traffico navale, con ripercussioni immediate sul mercato energetico globale.
Sul fronte economico, l’Opec+ ha deciso un aumento teorico della produzione di 206.000 barili al giorno a partire da maggio. La misura, confermata da diverse fonti dell’organizzazione, arriva in un contesto in cui la capacità reale di incremento appare limitata dalle tensioni militari e dalle difficoltà operative in diversi Paesi produttori. L’Opec+ ha inoltre espresso preoccupazione per gli attacchi alle infrastrutture energetiche e per l’instabilità delle rotte marittime, sottolineando come tali fattori stiano contribuendo a una maggiore volatilità dei mercati.
La dinamica militare resta diffusa su più fronti. In Israele, un missile iraniano ha colpito un edificio a Haifa causando feriti e gravi danni strutturali. In Libano, nuovi raid israeliani nei pressi di Beirut hanno provocato vittime e feriti, mentre l’Unifil ha avvertito del rischio di ulteriori rappresaglie lungo la linea di contatto tra Hezbollah e Israele. Nel Golfo, i pasdaran hanno rivendicato anche un attacco contro una nave legata a Israele nei pressi degli Emirati Arabi Uniti, episodio non ancora confermato dalle autorità locali.
In questo quadro, anche le grandi potenze cercano di mantenere aperti canali diplomatici. La Russia, attraverso il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, ha invitato Washington ad «abbandonare il linguaggio degli ultimatum» per favorire un ritorno ai negoziati, mentre ha ribadito la richiesta di cessare gli attacchi contro infrastrutture civili, inclusa la centrale di Bushehr dove operano tecnici russi. La giornata si chiude quindi con un equilibrio ancora instabile: da un lato la pressione militare e le operazioni mirate sul terreno, dall’altro tentativi di gestione diplomatica e contenimento degli effetti economici del conflitto. Ma lo Stretto di Hormuz, più di ogni altro elemento, continua a rappresentare la variabile che può spostare rapidamente lo scenario da una crisi regionale a un confronto più ampio.
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Un aereo, la guerra, un tesoro e un uomo misterioso. Un giallo che oggi potrebbe vivere in un film. Una storia due minuti più lunga del solito ma che vale la pena conoscere.
Ansa
Il presidente Domenico Centrone ha detto che «alcune norme sono direttamente connesse con quelle appena sottoposte alla volontà popolare». Fa riferimento al divieto di trasferimento da una funzione all'altra, dalla giudicante alla inquirente, che per la magistratura ordinaria è stato appena bocciato e che invece è qui disposta per la contabile. Al centro delle loro preoccupazioni c'è soprattutto il meccanismo del silenzio-consenso che secondo loro mina l'efficienza dei controlli sulla spesa pubblica. Infine non piace che si dia potere al procuratore generale.L'Anm dei magistrati contabili lancia un appello a governo e parlamento per cambiare o abolire la riforma provando a sfruttare il gancio del referendum. Chiedono si rinunci alla riforma che porta il nome del ministro Tommaso Foti, FdI (era capogruppo alla Camera). Non era una riforma di rango costituzionale, per questo bastava una maggioranza semplice per approvarla e da gennaio è legge. «La recente legge di riforma della Corte dei Conti contiene disposizioni di delega al Governo che mirano a introdurre misure simili a quelle non approvate dal Referendum costituzionale». Le toghe contabili percepiscono la riforma Foti come una diminutio del loro lavoro. Le pubbliche amministrazioni potranno rivolgersi alla Corte dei Conti per un parere sulle procedure da loro avviate e se non dovesse arrivare una risposta entro un determinato periodo di tempo, si darà per buona la procedura. La pubblica amministrazione potrà procedere senza paura di dover rispondere di danni erariali. Alla Corte dei Conti spaventa la mole di lavoro che dovranno sbrigare in poco tempo. Costretti a lavorare di più e velocemente per permettere allo stato di lavorare per il Paese. Proprio come chiede l'Unione europea.
Con la riforma cambiano i limiti al quantum del danno che può essere posto a carico del singolo. Salvo i casi di dolo o illecito arricchimento, la Corte dei conti deve: ridurre l’addebito, ponendo a carico del responsabile non più del 30% del danno accertato; verificare che la condanna non superi il doppio della retribuzione lorda annua (nell’anno di inizio della condotta, o in quello precedente/successivo) oppure il doppio del corrispettivo o dell’indennità percepiti per la funzione che ha generato il danno.
Poi si inseriscono regole più precise sulla prescrizione. Per la responsabilità per colpa grave, il termine decorre dal momento in cui il danno si è verificato (condotta ed evento), non dalla data in cui l’amministrazione o la Procura contabile ne hanno avuto effettiva conoscenza. In caso di occultamento doloso, la prescrizione decorre dal momento della scoperta, ma l’occultamento deve consistere in comportamenti attivi o nella violazione di specifici obblighi di comunicazione.
Il giudice contabile avrà un nuovo potere sanzionatorio: oltre alla condanna al risarcimento, si potrà disporre, nei casi più gravi, la sospensione dalla gestione di risorse pubbliche per un periodo tra sei mesi e tre anni.
La riforma tipizza anche la colpa grave, stabilendo che ricorre quando si verifica: violazione manifesta delle norme di diritto applicabili; travisamento del fatto; affermazione di un fatto la cui esistenza è incontrovertibilmente esclusa dagli atti; negazione di un fatto la cui esistenza risulta incontrovertibilmente dagli atti. Infine si prevede l'obbligo di copertura assicurativa e presunzione di non responsabilità per gli organi politici. La responsabilità contabile tende così a concentrarsi su dirigenti, funzionari e soggetti che hanno un ruolo operativo, mentre si attenua il coinvolgimento diretto di sindaci, assessori e altri organi di vertice politico. Nei fatti, chi firma tecnicamente l’atto diventa il principale soggetto esposto, specie negli enti locali, nelle società partecipate e nei settori a forte rilevanza finanziaria.
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Visitare questa località austriaca in estate significa immergersi in un’atmosfera dove il lusso discreto incontra la tradizione contadina, creando un mix unico, perfetto per chi cerca sport, piaceri raffinati e del sano relax .
Il cuore pulsante dell'estate è il monte Hahnenkamm. Salire con la celebre funivia Kitz bühel Cable Cars non è solo un modo per raggiungere la quota, ma è anche un viaggio panoramico sulla valle. In cima, i sentieri si snodano tra malghe fiorite e punti di sosta iconici come il Berghaus Tirol, dove la vista spazia dalle Alpi di Kitzbühel agli Alti Tauri.
Per chi ama le due ruote, la regione è un punto di riferimento mondiale per l’e-bike. Grazie ai servizi di noleggio e alla vasta rete di sentieri segnalati, è possibile esplorare vette e vallate senza necessariamente avere il fiato di un atleta olimpico. Le pendenze diventano un piacere e le distanze si accorciano, lasciando più tempo per ammirare il paesaggio. Kitzbühel è anche una mecca per gli appassionati di mountain bike. Sentieri immersi nei boschi, percorsi tecnici per esperti e itinerari panoramici per e-bike permettono a tutti di trovare la propria dimensione. Gli impianti di risalita funzionano anche nei mesi estivi, facilitando l’accesso ai tracciati in quota e regalando discese spettacolari tra radure e single track. Eventi sportivi e competizioni animano la stagione, richiamando biker da tutta Europa. Anche chi è alle prime armi può affidarsi a guide esperte o partecipare a tour organizzati per scoprire gli angoli più suggestivi della regione in totale sicurezza.
Con oltre mille chilometri di sentieri segnalati, Kitz bühel è una destinazione ideale per chi ama camminare. I percorsi si snodano tra dolci colline alpine, boschi ombrosi e pascoli punteggiati di baite tradizionali. Per chi cerca un itinerario più rilassante, i sentieri intorno al lago Schwarzsee offrono passeggiate facili, ideali anche per famiglie. Qui è possibile alternare trekking leggero a soste rigeneranti sulle rive del lago, magari con un tuffo nelle sue acque limpide. Se si viaggia in famiglia, il Parco faunistico di Aurach è una tappa imperdibile. A pochi chilometri dal centro, è possibile camminare tra cervi, daini e mufloni in un ambiente naturale protetto: un'esperienza che incanta grandi e piccini.
Kitzbühel non è solo sport. Il centro, con le sue facciate colorate, ospita il Museo di Kitzbühel, dove scoprire la storia locale e le opere di Alfons Walde, l'artista che ha immortalato l'anima invernale della città.
Il centro storico, poi, è un piccolo gioiello architettonico: case color pastello, balconi fioriti e boutique di alta gamma convivono armoniosamente. La via principale è un susseguirsi di negozi esclusivi, atelier artigianali e marchi internazionali. Qui lo shopping diventa un’esperienza piacevole, tra moda sportiva di lusso, oggetti di design e specialità gastronomiche locali. Una tappa obbligatoria per gli acquisti è da Frauenschuh. Non è un semplice negozio, ma l'essenza dello stile alpino contemporaneo: materiali pregiati e design funzionale che incarnano il «Kitz-look».
Caffè all’aperto e ristoranti gourmet invitano a prendersi una pausa, assaporando piatti della tradizione tirolese rivisitati in chiave contemporanea. L’atmosfera è sofisticata ma mai ostentata, perfetta per chi cerca una vacanza attiva senza rinunciare al comfort.
La proposta gastronomica della città è altrettanto variegata e profonda, partendo dall'esperienza culinaria offerta dal ristorante Das Mocking, situato proprio alla base della Streif, che propone una cucina moderna capace di valorizzare i prodotti del territorio con un tocco creativo. Per chi cerca l'accoglienza più genuina, il ristorante Zum Rehkitz offre i grandi classici della tradizione tirolese in un'atmosfera calda e autentica, mentre una sosta all'Hallerwirt ad Aurach permette un'immersione totale nella storia e nella genuinità contadina. Nel cuore pulsante della città, il ristorante Das Reisch completa l'offerta con un ambiente raffinato dove la cucina internazionale si fonde sapientemente con i sapori del luogo.
Informazioni: www.kitzbuehel.com.
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