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2022-12-31
Ci lascia Benedetto XVI, il Papa che santifica la vita
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Ansa
Benedetto XVI, il primo Papa in epoca moderna a rinunciare al pontificato (prima di lui era stato, seicento anni prima, Gregorio XII nel 1415, e prima ancora Celestino V, nel 1294), non si è mai pentito "neppure per un solo minuto" di quella decisione arrivata per molti come "un fulmine a ciel sereno", per usare le parole dell'allora cardinale decano Angelo Sodano, l'11 febbraio del 2013.
Al suo amico giornalista Peter Seewald, Ratzinger successivamente confidò: "Vedo ogni giorno che era la cosa giusta da fare", "era una cosa su cui avevo riflettuto a lungo e di cui avevo anche a lungo parlato con il Signore". Per questo, al momento dell'annuncio, "ho sottolineato che agivo liberamente; non si può andare via se si tratta di una fuga. Non bisogna cedere alle pressioni. Si può andare via solo se nessuno lo pretende, e nessuno nel mio caso lo ha preteso. Nessuno. Fu una assoluta sorpresa per tutti".
Lo fu anche per la stampa mondiale. Quel giorno a dare la notizia in anteprima mondiale fu un giornalista dell'Ansa che seguiva, dalla sala stampa vaticana, il concistoro per alcune canonizzazioni. Un appuntamento che poteva essere una routine per i vaticanisti e che invece ha cambiato il corso della storia. Il giornalista carpì al volo il senso della dichiarazione pronunciata in latino e diede la notizia per prima a tutto il mondo. Per Papa Bergoglio, che più volte ha chiarito che non intende dimettersi, comunque, dopo la rinuncia di Benedetto, "la porta è aperta", nel senso che le dimissioni di un Pontefice non saranno mai più una cosa eccezionale. E per mesi nelle stanze vaticane si è ipotizzata una specifica disciplina per il Papa emerito, per evitare di improvvisare regole e cerimoniale. Una regolamentazione che poteva prendere la forma di 'motu proprio' ma che di fatto non è mai arrivata.
Anche i muri e i «no» sono preziosi se ci aiutano a santificare la vita
Omelia del Papa emerito contro «l'ottimismo delle nuove aperture» secondo cui non esistono «confini» Una lezione sul valore del battesimo che ci preserva dalla «pompa diaboli» e dall'anticultura della morte.
La Chiesa ha mura. Il muro da una parte indica verso l'interno, ha la funzione di proteggere, raccoglierci e condurci uno verso l'altro. Il suo senso è quello di riportarci insieme dalle distrazioni nelle quali viviamo all'esterno, dall'opporci l'uno all'altro nel quale spesso ci perdiamo, di donarci la convivenza, di guidarci alla responsabilità dell'uno per l'altro, ma anche di darci il dono e la consolazione della condivisione della fede, dell'essere insieme nel dramma della vita umana. Per questo i padri della Chiesa hanno affermato che i muri in ultima analisi siamo noi stessi e lo possiamo essere solamente nella misura in cui siamo pronti a lasciarci squadrare come pietre e a lasciarci connettere l'un l'altro e proprio così, lasciandoci squadrare e facendoci disporre uno accanto all'altro, usciamo da quanto è meramente privato.
Divenendo mura possiamo anche ricevere il dono di essere edificio, di essere sostenuti come noi a nostra volta sosteniamo altri. Il muro guarda verso l'interno, è qualcosa di positivo, che raduna, protegge, unisce. Ha, però, anche l'altra faccia con la quale guarda verso l'esterno, traccia un confine che tiene lontano quanto non appartiene all'interno.
Quando nel punto culminante del Vaticano II questo pensiero divenne sempre più estraneo e, nell'ottimismo delle nuove aperture, si diffuse la convinzione che non vi erano affatto dei confini, anzi che non ve ne potevano essere, il vescovo evangelico Wilhelm Stählin tenne una conferenza sul tema: «Gerusalemme ha mura e porte», che fece scalpore. Ci ricordò che anche la città santa del tempo finale, quale viene delineata nell'Apocalisse di san Giovanni ha sì delle porte che sono sempre aperte, ma ha nondimeno anche delle mura. Ci ricordò, dunque, che esiste anche qualcosa che non può entrare, non ha diritto di entrare perché non vengano distrutte la pace e la libertà di questa città. Giovanni accenna a quella realtà contro la quale stanno le mura con le parole misteriose: «Fuori i cani, i maghi, gli immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna!» (Ap 22,15). Stählin rifletté sul significato di queste espressioni ricorrendo a una citazione del poeta romano Giovenale: «Ritieni male estremo stimare la vita più del timore e del rispetto». Non entreranno nella città la mancanza di timore reverenziale, il cinismo per il quale nulla è santo, che non sa chinarsi, che non sa tacere, portare rispetto, che riduce ciò che è grande a volgarità, che non conosce la dignità e così trascina l'uomo nell'immondizia.
Contro queste realtà vi sono le mura così che si ergono anche contro gli adoratori di idoli. Cosa vuol dire questa espressione si evince chiaramente da una frase di san Paolo che afferma: «la cupidigia che è idolatria» (cfr. Col 3,5). L'idolatria significa che noi non riconosciamo alcun essere superiore a noi, mentre la cosa più importante diviene godersi la vita; significa inoltre che la proprietà diventa la cosa più importante, che noi pieghiamo le ginocchia di fronte alle cose e le adoriamo e in questo modo mettiamo sotto sopra la creazione: facciamo diventare l'alto basso e distruggiamo la pace. Non può entrare neppure la bugia che distrugge la fiducia e rende impossibile la comunità. Non possono entrare l'odio e l'avidità che feriscono l'umanità.
Contro queste realtà si ergono i muri della Chiesa per edificare la città della pace, della libertà e dell'unità. Questo ci riporta nuovamente ai Padri della Chiesa e al rito della consacrazione della Chiesa in cui la parete viene considerata come la presenza dei dodici apostoli.
I santi sono le mura che ci circondano. Sono loro che ci rendono impermeabili allo spirito del male, alla bugia, all'indisciplina, all'odio e alla mancanza di verità. Nello stesso tempo sono forza di invito, permeabili a tutto ciò che è buono, grande e nobile. I santi sono mura e porta nello stesso tempo.
E, in tutta sobrietà, noi stessi dobbiamo essere questi santi, cioè degli uomini che sono l'uno per l'altro delle mura, che tengono lontano ciò che è contrario all'umanità e al Signore, mentre sono spalancati per tutto ciò che è ricerca, domanda e speranza in noi.
[…] Il battesimo, […], è un dono, il dono della vita. Un dono, tuttavia, deve essere accolto, deve essere vissuto. Un dono d'amicizia comporta di dire sì all'amico e di dire no a tutto ciò che non è conciliabile con questa amicizia, che non è conciliabile con la famiglia di Dio, con la vita vera in Cristo. Così, in questo secondo dialogo [del rito del battesimo], verranno detti tre no e tre sì. Si dice no e ci si oppone così alle tentazioni, al peccato, al diavolo. […]
A cosa diciamo no? Solo così possiamo comprendere a cosa diciamo sì. Nella Chiesa antica il triplice no veniva sintetizzato in un'unica parola che gli uomini del tempo comprendevano bene. Si rinuncia, si diceva, alla pompa diaboli, alla promessa di una vita in eccesso, a quella vita ingannevole che sembrava venire dal mondo pagano, dalle sue libertà, al suo modo di vivere solamente secondo quanto a uno piaceva. Era dunque un no ad una cultura che, in apparenza, portava con sé una vita di eccessi, in realtà, invece, era una «anticultura» della morte. Era un no a quegli spettacoli in cui morte, crudeltà e violenza erano diventati momenti di intrattenimento. […]
Questa pompa diaboli, quest'anticultura della morte era una perversione della gioia, era amore alla bugia e all'imbroglio, era un abuso del corpo umano come merce di scambio. E se ci riflettiamo sopra, possiamo dire che anche noi, nel nostro tempo, dobbiamo dire di no alla cultura della morte prevalente in ampi settori della cultura dominante, ad una «anticultura» che si mostra ad esempio nel problema delle droghe, nella fuga dalla realtà verso un mondo dell'apparenza, in una falsa fortuna, che trova la sua espressione nella bugia, nell'imbroglio, nell'ingiustizia, nel disprezzo degli altri, nel disprezzo della solidarietà e della responsabilità per i poveri e i sofferenti. Si mostra ancora in una sessualità che diventa mero piacere, senza alcuna coscienza della responsabilità, dove ha luogo, per così dire, una cosificazione del partner che non viene più considerato una persona degna di amore e fedeltà personale, ma diviene solo merce, mero oggetto.
A questa promessa di ingannevole beatitudine, a questa pompa di vita ingannevole, che in realtà è solo strumento di morte, a questa «anticultura» diciamo no, per coltivare la cultura della vita. Per questo dall'antichità fino all'oggi, il sì cristiano è stato sempre un chiaro sì alla vita. Questo è il nostro sì a Cristo, il sì al vincitore della morte e il sì alla vita nel tempo e nell'eternità. […]
Potremmo anche dire che il volto di Dio, che è il contenuto di questa cultura della vita, il contenuto del nostro grande sì, trova espressione nei dieci comandamenti. Questi non sono un cumulo di divieti in cui troverebbe espressione solo il no, esprimono in realtà una grande visione della vita. Sono un sì ad un Dio che dà senso alla vita (i primi tre comandamenti), un sì alla famiglia (quarto comandamento), un sì alla vita (quinto comandamento), un sì ad un amore consapevole della responsabilità (sesto comandamento), un sì alla solidarietà, alla responsabilità sociale e alla giustizia (settimo comandamento), un sì alla verità (ottavo comandamento), un sì al rispetto degli altri uomini e di ciò che loro appartiene (nono e decimo comandamento).
Questa è la filosofia della vita, la cultura della vita, che diventa concretamente applicabile e bella nella comunione con Cristo, il Dio vivente, che si accompagna a noi nella comunità dei suoi amici, nella grande famiglia della Chiesa. Il battesimo è il dono della vita. È un sì alla sfida di vivere realmente la vita e di dire no all'attacco della morte, che si traveste da vita, ed è un sì al grande dono della vera vita, che è presente sul volto di Cristo che a noi si dona nel battesimo e poi nell'eucaristia.
Nella benedizione di un trattore il senso sacro del lavoro dell’uomo
Cantagalli traduce e pubblica 25 omelie di Joseph Ratzinger. Proponiamo la predica sulle macchine, dove il Papa emerito riflette sulla tecnica: «Senza coscienza dello scopo, essa può finire per distruggere il genere umano».
La benedizione dei trattori è già divenuta una bella tradizione di questo Paese. Però uno potrebbe obiettare: che cosa vuol dire la benedizione di una macchina? Per il funzionamento di una macchina non serve una benedizione; il trattore è un prodotto tecnico, le condizioni del suo funzionamento sono le regole della costruzione tecnica, nient'altro. Chi parla così ha ragione in parte, ma solo in parte. Naturalmente una benedizione non sostituisce una costruzione tecnica corretta e neppure un'applicazione sicura della macchina.
Ma la macchina non è un mondo chiuso in sé stesso; la macchina ha la sua origine in un'idea e in una volontà umana, e serve a uno scopo determinato; il trattore, per esempio, serve per il lavoro del contadino, serve per il suo impegno della dominazione della terra secondo la parola del Creatore: «Soggiogatela e dominate […] su ogni essere vivente» (Gen 1,28). La macchina fa parte del lavoro umano, è uno strumento del nostro lavoro. Benedire la macchina significa quindi: benedire il nostro lavoro, mettere nelle mani di Dio il nostro lavoro. La macchina rappresenta il vostro lavoro e la benedizione è una preghiera, nel nome e nella forza della Chiesa, che Dio sia con voi giorno per giorno nel vostro impegno per il nostro pane quotidiano, per il frutto della terra, che è sempre dono della bontà di Dio e prodotto della nostra fatica.
Così possiamo dire: la macchina dipende dall'uomo e dal suo ingegno, ma l'uomo dipende da Dio. Le macchine, tutte le invenzioni tecniche possono essere o benedizione o maledizione per l'umanità e oggi vediamo sempre più quest'ambiguità della tecnologia moderna. La tecnica è, così, buona o cattiva come è buono o cattivo l'uomo stesso. Dove l'uomo perde sé stesso, la dominazione della terra diventa distruzione della terra. Dove l'uomo perde sé stesso, la sua capacità tecnica diventa una minaccia diretta contro la sopravvivenza del genere umano. L'uomo perde sé stesso quando dimentica il suo Creatore, Dio. Dimenticando Dio non sa più decifrare il messaggio della sua natura, dimentica la sua misura e diventa per sé stesso un enigma senza risposta. Quando dimentichiamo Dio, le cose diventano mute, sono solo materiale per fare qualcosa, ma senza un perché, vuote di ogni significato più profondo. Se ritorniamo a Dio, le cose cominciano a parlare. La Scrittura ci dà due immagini di una vera dominazione della terra: il giardino e la città santa. Il giardino esprime un'amicizia reciproca tra terra e uomo, l'armonia della creatura. Dove l'uomo è retto, la terra dà il suo frutto, la terra diventa giardino e patria.
La benedizione dei trattori è una preghiera perché il nostro lavoro stia nelle mani di Dio, nella misura di Dio e della sua bontà; una preghiera affinché, tramite il nostro lavoro, la terra diventi sempre più giardino e patria; una preghiera affinché il nostro lavoro e il nostro uso delle macchine non diventi distruzione, ma costruzione della terra, costruzione di un mondo umano e preparazione della città futura, del giardino futuro, del Regno di Dio. La benedizione dei trattori è inoltre un riconoscimento del fatto che anche oggi la vita dell'uomo non dipende ultimamente dalle macchine, ma dalla bontà di Dio. Il frutto della terra viene anche oggi da Lui; noi stessi dipendiamo da Lui e dove Lui non è, il nostro potere diventa maledizione; dove Dio non è, niente rimane buono. Così la benedizione diventa anche un esame di coscienza, un'ammonizione: a vivere in armonia con Dio, a lavorare in unione con la sua volontà.
Il nostro lavoro umano, rappresentato in queste macchine, serve innanzitutto per la nostra vita terrena: ci prepara il nostro pane quotidiano. Ma come l'uomo eccede tutto il mondo materiale, così anche il nostro lavoro ha una dimensione più alta che non la pura assicurazione della vita corporale. Il nostro lavoro è sempre necessariamente collaborazione; uno ha bisogno dell'altro e la macchina rappresenta anche questa interdipendenza: non cominciamo da zero - altri hanno pensato e lavorato per noi e lavorano così con noi, il nostro lavoro prepara il nostro nutrimento.
Lavorando viviamo l'uno grazie all'altro, il lavoro crea comunità, crea il giardino e la città. Lavorare è umanizzare. Ma questo non è ancora tutto. Il lavoro per il pane naturale prepara anche il pane soprannaturale e si estende così anche alla preparazione della vita eterna. La liturgia della Chiesa, nella sua preghiera sulle offerte, ci indica questo mistero, questa destinazione più alta del nostro lavoro: «Benedetto sei tu, Signore, Dio dell'universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell'uomo; lo presentiamo a Te, perché diventi per noi cibo di vita eterna». Il nostro lavoro e la bontà di Dio s'incontrano nel dono della terra, nel pane e nel vino. Il nostro lavoro diventa Eucaristia. La bontà di Dio crea pane dal nostro lavoro; la stessa bontà trasforma - rispondendo alla nostra preghiera - il pane terrestre in nutrimento di vita eterna, lo converte in corpo di Cristo. Così vediamo il valore del lavoro e della preghiera. Andando insieme creiamo una nuova terra. Il nostro lavoro prepara la presenza di Cristo, diventa nutrimento della vita eterna. Anche la macchina, strumento del nostro lavoro, non rimane estranea alla vita cristiana. Abbracciata dalla preghiera può diventare strumento di benedizione, può aiutare alla preparazione della città futura. Preghiamo che Dio con la sua bontà benedica il nostro lavoro.
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Jospeh Ratzinger è deceduto alle ore 9:34, nel Monastero Mater Ecclesiae in Vaticano. Dalla mattina di lunedì 2 gennaio, il corpo del Papa Emerito sarà nella Basilica di San Pietro in Vaticano per il saluto dei fedeli. Da teologo oltre che capo della Chiesa ha illuminato la strada del rapporto tra tecnologia e uomo «Senza coscienza dello scopo, essa può finire per distruggere il genere umano». E ha spiegato più volte il valore dei confini contro «l'ottimismo delle nuove aperture».All'interno dell'articolo due omelie del Papa EmeritoBenedetto XVI, il primo Papa in epoca moderna a rinunciare al pontificato (prima di lui era stato, seicento anni prima, Gregorio XII nel 1415, e prima ancora Celestino V, nel 1294), non si è mai pentito "neppure per un solo minuto" di quella decisione arrivata per molti come "un fulmine a ciel sereno", per usare le parole dell'allora cardinale decano Angelo Sodano, l'11 febbraio del 2013.Al suo amico giornalista Peter Seewald, Ratzinger successivamente confidò: "Vedo ogni giorno che era la cosa giusta da fare", "era una cosa su cui avevo riflettuto a lungo e di cui avevo anche a lungo parlato con il Signore". Per questo, al momento dell'annuncio, "ho sottolineato che agivo liberamente; non si può andare via se si tratta di una fuga. Non bisogna cedere alle pressioni. Si può andare via solo se nessuno lo pretende, e nessuno nel mio caso lo ha preteso. Nessuno. Fu una assoluta sorpresa per tutti". Lo fu anche per la stampa mondiale. Quel giorno a dare la notizia in anteprima mondiale fu un giornalista dell'Ansa che seguiva, dalla sala stampa vaticana, il concistoro per alcune canonizzazioni. Un appuntamento che poteva essere una routine per i vaticanisti e che invece ha cambiato il corso della storia. Il giornalista carpì al volo il senso della dichiarazione pronunciata in latino e diede la notizia per prima a tutto il mondo. Per Papa Bergoglio, che più volte ha chiarito che non intende dimettersi, comunque, dopo la rinuncia di Benedetto, "la porta è aperta", nel senso che le dimissioni di un Pontefice non saranno mai più una cosa eccezionale. E per mesi nelle stanze vaticane si è ipotizzata una specifica disciplina per il Papa emerito, per evitare di improvvisare regole e cerimoniale. Una regolamentazione che poteva prendere la forma di 'motu proprio' ma che di fatto non è mai arrivata.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/papa-emerito-morto-2659052244.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="anche-i-muri-e-i-no-sono-preziosi-se-ci-aiutano-a-santificare-la-vita" data-post-id="2659052244" data-published-at="1672480696" data-use-pagination="False"> Anche i muri e i «no» sono preziosi se ci aiutano a santificare la vita Omelia del Papa emerito contro «l'ottimismo delle nuove aperture» secondo cui non esistono «confini» Una lezione sul valore del battesimo che ci preserva dalla «pompa diaboli» e dall'anticultura della morte. La Chiesa ha mura. Il muro da una parte indica verso l'interno, ha la funzione di proteggere, raccoglierci e condurci uno verso l'altro. Il suo senso è quello di riportarci insieme dalle distrazioni nelle quali viviamo all'esterno, dall'opporci l'uno all'altro nel quale spesso ci perdiamo, di donarci la convivenza, di guidarci alla responsabilità dell'uno per l'altro, ma anche di darci il dono e la consolazione della condivisione della fede, dell'essere insieme nel dramma della vita umana. Per questo i padri della Chiesa hanno affermato che i muri in ultima analisi siamo noi stessi e lo possiamo essere solamente nella misura in cui siamo pronti a lasciarci squadrare come pietre e a lasciarci connettere l'un l'altro e proprio così, lasciandoci squadrare e facendoci disporre uno accanto all'altro, usciamo da quanto è meramente privato. Divenendo mura possiamo anche ricevere il dono di essere edificio, di essere sostenuti come noi a nostra volta sosteniamo altri. Il muro guarda verso l'interno, è qualcosa di positivo, che raduna, protegge, unisce. Ha, però, anche l'altra faccia con la quale guarda verso l'esterno, traccia un confine che tiene lontano quanto non appartiene all'interno. Quando nel punto culminante del Vaticano II questo pensiero divenne sempre più estraneo e, nell'ottimismo delle nuove aperture, si diffuse la convinzione che non vi erano affatto dei confini, anzi che non ve ne potevano essere, il vescovo evangelico Wilhelm Stählin tenne una conferenza sul tema: «Gerusalemme ha mura e porte», che fece scalpore. Ci ricordò che anche la città santa del tempo finale, quale viene delineata nell'Apocalisse di san Giovanni ha sì delle porte che sono sempre aperte, ma ha nondimeno anche delle mura. Ci ricordò, dunque, che esiste anche qualcosa che non può entrare, non ha diritto di entrare perché non vengano distrutte la pace e la libertà di questa città. Giovanni accenna a quella realtà contro la quale stanno le mura con le parole misteriose: «Fuori i cani, i maghi, gli immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna!» (Ap 22,15). Stählin rifletté sul significato di queste espressioni ricorrendo a una citazione del poeta romano Giovenale: «Ritieni male estremo stimare la vita più del timore e del rispetto». Non entreranno nella città la mancanza di timore reverenziale, il cinismo per il quale nulla è santo, che non sa chinarsi, che non sa tacere, portare rispetto, che riduce ciò che è grande a volgarità, che non conosce la dignità e così trascina l'uomo nell'immondizia. Contro queste realtà vi sono le mura così che si ergono anche contro gli adoratori di idoli. Cosa vuol dire questa espressione si evince chiaramente da una frase di san Paolo che afferma: «la cupidigia che è idolatria» (cfr. Col 3,5). L'idolatria significa che noi non riconosciamo alcun essere superiore a noi, mentre la cosa più importante diviene godersi la vita; significa inoltre che la proprietà diventa la cosa più importante, che noi pieghiamo le ginocchia di fronte alle cose e le adoriamo e in questo modo mettiamo sotto sopra la creazione: facciamo diventare l'alto basso e distruggiamo la pace. Non può entrare neppure la bugia che distrugge la fiducia e rende impossibile la comunità. Non possono entrare l'odio e l'avidità che feriscono l'umanità. Contro queste realtà si ergono i muri della Chiesa per edificare la città della pace, della libertà e dell'unità. Questo ci riporta nuovamente ai Padri della Chiesa e al rito della consacrazione della Chiesa in cui la parete viene considerata come la presenza dei dodici apostoli. I santi sono le mura che ci circondano. Sono loro che ci rendono impermeabili allo spirito del male, alla bugia, all'indisciplina, all'odio e alla mancanza di verità. Nello stesso tempo sono forza di invito, permeabili a tutto ciò che è buono, grande e nobile. I santi sono mura e porta nello stesso tempo. E, in tutta sobrietà, noi stessi dobbiamo essere questi santi, cioè degli uomini che sono l'uno per l'altro delle mura, che tengono lontano ciò che è contrario all'umanità e al Signore, mentre sono spalancati per tutto ciò che è ricerca, domanda e speranza in noi. […] Il battesimo, […], è un dono, il dono della vita. Un dono, tuttavia, deve essere accolto, deve essere vissuto. Un dono d'amicizia comporta di dire sì all'amico e di dire no a tutto ciò che non è conciliabile con questa amicizia, che non è conciliabile con la famiglia di Dio, con la vita vera in Cristo. Così, in questo secondo dialogo [del rito del battesimo], verranno detti tre no e tre sì. Si dice no e ci si oppone così alle tentazioni, al peccato, al diavolo. […] A cosa diciamo no? Solo così possiamo comprendere a cosa diciamo sì. Nella Chiesa antica il triplice no veniva sintetizzato in un'unica parola che gli uomini del tempo comprendevano bene. Si rinuncia, si diceva, alla pompa diaboli, alla promessa di una vita in eccesso, a quella vita ingannevole che sembrava venire dal mondo pagano, dalle sue libertà, al suo modo di vivere solamente secondo quanto a uno piaceva. Era dunque un no ad una cultura che, in apparenza, portava con sé una vita di eccessi, in realtà, invece, era una «anticultura» della morte. Era un no a quegli spettacoli in cui morte, crudeltà e violenza erano diventati momenti di intrattenimento. […] Questa pompa diaboli, quest'anticultura della morte era una perversione della gioia, era amore alla bugia e all'imbroglio, era un abuso del corpo umano come merce di scambio. E se ci riflettiamo sopra, possiamo dire che anche noi, nel nostro tempo, dobbiamo dire di no alla cultura della morte prevalente in ampi settori della cultura dominante, ad una «anticultura» che si mostra ad esempio nel problema delle droghe, nella fuga dalla realtà verso un mondo dell'apparenza, in una falsa fortuna, che trova la sua espressione nella bugia, nell'imbroglio, nell'ingiustizia, nel disprezzo degli altri, nel disprezzo della solidarietà e della responsabilità per i poveri e i sofferenti. Si mostra ancora in una sessualità che diventa mero piacere, senza alcuna coscienza della responsabilità, dove ha luogo, per così dire, una cosificazione del partner che non viene più considerato una persona degna di amore e fedeltà personale, ma diviene solo merce, mero oggetto. A questa promessa di ingannevole beatitudine, a questa pompa di vita ingannevole, che in realtà è solo strumento di morte, a questa «anticultura» diciamo no, per coltivare la cultura della vita. Per questo dall'antichità fino all'oggi, il sì cristiano è stato sempre un chiaro sì alla vita. Questo è il nostro sì a Cristo, il sì al vincitore della morte e il sì alla vita nel tempo e nell'eternità. […] Potremmo anche dire che il volto di Dio, che è il contenuto di questa cultura della vita, il contenuto del nostro grande sì, trova espressione nei dieci comandamenti. Questi non sono un cumulo di divieti in cui troverebbe espressione solo il no, esprimono in realtà una grande visione della vita. Sono un sì ad un Dio che dà senso alla vita (i primi tre comandamenti), un sì alla famiglia (quarto comandamento), un sì alla vita (quinto comandamento), un sì ad un amore consapevole della responsabilità (sesto comandamento), un sì alla solidarietà, alla responsabilità sociale e alla giustizia (settimo comandamento), un sì alla verità (ottavo comandamento), un sì al rispetto degli altri uomini e di ciò che loro appartiene (nono e decimo comandamento). Questa è la filosofia della vita, la cultura della vita, che diventa concretamente applicabile e bella nella comunione con Cristo, il Dio vivente, che si accompagna a noi nella comunità dei suoi amici, nella grande famiglia della Chiesa. Il battesimo è il dono della vita. È un sì alla sfida di vivere realmente la vita e di dire no all'attacco della morte, che si traveste da vita, ed è un sì al grande dono della vera vita, che è presente sul volto di Cristo che a noi si dona nel battesimo e poi nell'eucaristia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/papa-emerito-morto-2659052244.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="nella-benedizione-di-un-trattore-il-senso-sacro-del-lavoro-delluomo" data-post-id="2659052244" data-published-at="1672480696" data-use-pagination="False"> Nella benedizione di un trattore il senso sacro del lavoro dell’uomo Cantagalli traduce e pubblica 25 omelie di Joseph Ratzinger. Proponiamo la predica sulle macchine, dove il Papa emerito riflette sulla tecnica: «Senza coscienza dello scopo, essa può finire per distruggere il genere umano». La benedizione dei trattori è già divenuta una bella tradizione di questo Paese. Però uno potrebbe obiettare: che cosa vuol dire la benedizione di una macchina? Per il funzionamento di una macchina non serve una benedizione; il trattore è un prodotto tecnico, le condizioni del suo funzionamento sono le regole della costruzione tecnica, nient'altro. Chi parla così ha ragione in parte, ma solo in parte. Naturalmente una benedizione non sostituisce una costruzione tecnica corretta e neppure un'applicazione sicura della macchina. Ma la macchina non è un mondo chiuso in sé stesso; la macchina ha la sua origine in un'idea e in una volontà umana, e serve a uno scopo determinato; il trattore, per esempio, serve per il lavoro del contadino, serve per il suo impegno della dominazione della terra secondo la parola del Creatore: «Soggiogatela e dominate […] su ogni essere vivente» (Gen 1,28). La macchina fa parte del lavoro umano, è uno strumento del nostro lavoro. Benedire la macchina significa quindi: benedire il nostro lavoro, mettere nelle mani di Dio il nostro lavoro. La macchina rappresenta il vostro lavoro e la benedizione è una preghiera, nel nome e nella forza della Chiesa, che Dio sia con voi giorno per giorno nel vostro impegno per il nostro pane quotidiano, per il frutto della terra, che è sempre dono della bontà di Dio e prodotto della nostra fatica. Così possiamo dire: la macchina dipende dall'uomo e dal suo ingegno, ma l'uomo dipende da Dio. Le macchine, tutte le invenzioni tecniche possono essere o benedizione o maledizione per l'umanità e oggi vediamo sempre più quest'ambiguità della tecnologia moderna. La tecnica è, così, buona o cattiva come è buono o cattivo l'uomo stesso. Dove l'uomo perde sé stesso, la dominazione della terra diventa distruzione della terra. Dove l'uomo perde sé stesso, la sua capacità tecnica diventa una minaccia diretta contro la sopravvivenza del genere umano. L'uomo perde sé stesso quando dimentica il suo Creatore, Dio. Dimenticando Dio non sa più decifrare il messaggio della sua natura, dimentica la sua misura e diventa per sé stesso un enigma senza risposta. Quando dimentichiamo Dio, le cose diventano mute, sono solo materiale per fare qualcosa, ma senza un perché, vuote di ogni significato più profondo. Se ritorniamo a Dio, le cose cominciano a parlare. La Scrittura ci dà due immagini di una vera dominazione della terra: il giardino e la città santa. Il giardino esprime un'amicizia reciproca tra terra e uomo, l'armonia della creatura. Dove l'uomo è retto, la terra dà il suo frutto, la terra diventa giardino e patria. La benedizione dei trattori è una preghiera perché il nostro lavoro stia nelle mani di Dio, nella misura di Dio e della sua bontà; una preghiera affinché, tramite il nostro lavoro, la terra diventi sempre più giardino e patria; una preghiera affinché il nostro lavoro e il nostro uso delle macchine non diventi distruzione, ma costruzione della terra, costruzione di un mondo umano e preparazione della città futura, del giardino futuro, del Regno di Dio. La benedizione dei trattori è inoltre un riconoscimento del fatto che anche oggi la vita dell'uomo non dipende ultimamente dalle macchine, ma dalla bontà di Dio. Il frutto della terra viene anche oggi da Lui; noi stessi dipendiamo da Lui e dove Lui non è, il nostro potere diventa maledizione; dove Dio non è, niente rimane buono. Così la benedizione diventa anche un esame di coscienza, un'ammonizione: a vivere in armonia con Dio, a lavorare in unione con la sua volontà. Il nostro lavoro umano, rappresentato in queste macchine, serve innanzitutto per la nostra vita terrena: ci prepara il nostro pane quotidiano. Ma come l'uomo eccede tutto il mondo materiale, così anche il nostro lavoro ha una dimensione più alta che non la pura assicurazione della vita corporale. Il nostro lavoro è sempre necessariamente collaborazione; uno ha bisogno dell'altro e la macchina rappresenta anche questa interdipendenza: non cominciamo da zero - altri hanno pensato e lavorato per noi e lavorano così con noi, il nostro lavoro prepara il nostro nutrimento. Lavorando viviamo l'uno grazie all'altro, il lavoro crea comunità, crea il giardino e la città. Lavorare è umanizzare. Ma questo non è ancora tutto. Il lavoro per il pane naturale prepara anche il pane soprannaturale e si estende così anche alla preparazione della vita eterna. La liturgia della Chiesa, nella sua preghiera sulle offerte, ci indica questo mistero, questa destinazione più alta del nostro lavoro: «Benedetto sei tu, Signore, Dio dell'universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell'uomo; lo presentiamo a Te, perché diventi per noi cibo di vita eterna». Il nostro lavoro e la bontà di Dio s'incontrano nel dono della terra, nel pane e nel vino. Il nostro lavoro diventa Eucaristia. La bontà di Dio crea pane dal nostro lavoro; la stessa bontà trasforma - rispondendo alla nostra preghiera - il pane terrestre in nutrimento di vita eterna, lo converte in corpo di Cristo. Così vediamo il valore del lavoro e della preghiera. Andando insieme creiamo una nuova terra. Il nostro lavoro prepara la presenza di Cristo, diventa nutrimento della vita eterna. Anche la macchina, strumento del nostro lavoro, non rimane estranea alla vita cristiana. Abbracciata dalla preghiera può diventare strumento di benedizione, può aiutare alla preparazione della città futura. Preghiamo che Dio con la sua bontà benedica il nostro lavoro.
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Dipinto tra il 1494 e il 1498 rappresenta un istante drammatico che si legge nel volto e negli atteggiamenti dei protagonisti. Cristo al centro, nella sera precedente al giorno in cui sapeva che sarebbe morto e già conosceva le intenzioni degli apostoli e soprattutto di Giuda, che lo avrebbe tradito per pochi denari, e di Pietro, che lo avrebbe rinnegato per ben tre volte. Molti altri artisti nei secoli, dal Rinascimento alla Pop art, dai fiamminghi a Tiziano fino a Salvador Dalì hanno realizzato rappresentazioni dell’Ultima cena, l’ultimo pasto consumato da Cristo prima della sua passione, morte e risurrezione.
Già, l’ultimo pasto: ma che cosa ha mangiato effettivamente Gesù? Sicuramente pane (probabilmente azzimo) e vino (si ipotizza il rosso, divenuti proprio in quell’occasione il simbolo del corpo e del sangue di Cristo. Alcuni studi ipotizzano la presenza di pesce, in particolare san pietro, o una salsa di pesce tipica dell’epoca (tzir); probabile, inoltre, la presenza di erbe amare come cicoria o lattuga.
Nessuno sa come la tradizione dell’ultimo pasto prima dell’esecuzione sia iniziata, ma in molti posti in giro per il mondo ai prigionieri è permesso, entro limiti ragionevoli, di richiedere uno speciale ultimo pasto. Il Da Vinci contemporaneo non usa pennello e colori ma fotocamere: Henry Hargreaves, artista e fotografo con sede a Brooklyn ma nato in Nuova Zelanda, ha dedicato parte della sua carriera a un progetto che trasforma le richieste culinarie dei «dead man walking» in ritratti fotografici. I suoi scatti sono stati esposti anche alla Biennale di Venezia. «Ho letto un elenco di ciò che i prigionieri condannati hanno consumato come ultimo pasto», spiega Hargreaves nell’inquadrare il proprio lavoro, «e quelle persone sono diventate reali. Ho provato empatia verso di loro attraverso il cibo e ho cercato di dare forma a questo sentimento ricostruendo le richieste originale presentate dai prigionieri in forma scritta».
Ronnie Lee Gardner, 49 anni, è finito in cella nello Utah per furto, rapimento e omicidio di due persone. Fu ucciso da un plotone di esecuzione il 18 giugno 2010 ed è uno dei «dead man woalking» che rivivono, per così dire, con la foto del suo ultimo pasto: aragosta, bistecca, torta di mele, gelato alla vaniglia. Tutto consumato davanti alla proiezione della trilogia de Il signore degli anelli. Il celebre pluriomicida Ted Bundy fu giustiziato sulla sedia elettrica la mattina del 24 gennaio 1989, dopo essere stato accusato di numerosi crimini, quali violenza sessuale, necrofilia, fuga dal carcere e omicidio di almeno 35 persone, quasi tutte donne. Chiese, come ultimo pasto, uova all’occhio di bue, una bistecca, del pane imburrato, un bicchiere di latte e un succo di frutta. John Wayne Gacy (1942-1994) è sicuramente uno dei serial killer statunitensi più celebri al mondo. Conosciuto come «il killer clown» (era solito indossare un costume da pagliaccio durante gli eventi in cui adescava i bambini che avrebbe poi ucciso), Gacy si è macchiato di numerosi crimini: sodomizzazione, torture, rapimenti e omicidi di almeno 33 vittime, tutte di sesso maschile, 28 delle quali sepolte sotto la sua abitazione o ammassate in cantina. Prima di essere giustiziato tramite iniezione letale, consumò un pasto tutt’altro che leggero: 12 gamberetti fritti, un cesto di pollo fritto di Kfc, patatine fritte e una manciata di fragole. Victor Feguer (1935-1963), noto per essere stato l’ultimo condannato a morte federale in America prima della sospensione della pena di morte che durò fino al 1976, chiese come unico pasto una singola oliva provvista di nocciolo, probabilmente simbolo della sua contrarietà alla pena ricevuta. Timothy McVeigh , colpevole di ben 168 omicidi, ha chiesto un gelato alla menta con scaglie di cioccolato.
Gli ultimi pasti sono diventati anche un motivo di business visto che in America hanno aperto, in poco tempo, numerosi last meal restaurant. Il primo non poteva che aprire i battenti all’interno dell’Ohio Museum of horror e offre ai clienti un menù interamente basato sugli ultimi pasti di famosi serial killer.
Un fresco laureato della Virginia è diventato, un paio di anni fa, una star su Instagram perché aveva iniziato un servizio a metà tra il culinario e il crimine: Josh Slavin, 25 anni, si era messo a cucinare e provare il pasto finale dei condannati, condividendolo sui social. Il primo della serie era stato il pasto scelto da Ricky Ray Rector, un assassino che, poco prima di essere giustiziato, chiese bistecca, pollo fritto, succo di ciliegia e una torta di mele e noci. Alton Coleman, autore di otto omicidi e condannato a morte nel 2002, chiese filetto con crema di funghi, biscotti, pollo fritto, patatine fritte, broccoli al formaggio, anelli di cipolla, pane di mais, un’insalata, torta di patate dolci, gelato alla crema di noci e succo di ciliegia.
E che dire, poi, dei condannati a morte famosi o, per meglio dire, famigerati? Adolf Eichmann, giustiziato in Israele il 31 maggio 1962, rifiutò il tradizionale ultimo pasto speciale. Prima dell’impiccagione, consumò solo del vino rosso, circa mezza bottiglia. Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, i due anarchici italiani uccisi sulla sedia elettrica il 23 agosto del 1927, prima dell’esecuzione mangiarono una zuppa di verdure, carne arrosto con patate e bevvero del tè. Lo zar di Russia, Nicola II Romanov, la sera prima di essere ucciso nel sotterraneo di una casa a Ekaterinburg insieme alla sua numerosa famiglia, consumò quello che le cronache hanno tramandato come «un pasto semplice, senza sfarzi», tipico dei mesi di prigionia da parte dei bolscevichi. Adolf Hitler, nel bunker della cancelleria, si fece cucinare dalla sua cuoca, Constanze Manziarly, un piatto di uova strapazzate con purea di patate. Piatto che non consumò visto che quando la donna portò le pietanze nella stanza di Hitler, vide che il führer si era già ammazzato. Così l’ultimo vero pasto resta una pasta col pomodoro consumata poco prima. Dall’altra parte delle Alpi, Benito Mussolini, qualche giorno prima, consumò la sua ultima colazione a casa De Maria, a Germasino, sul lago di Como: pane, salame e un caffè. Claretta Petacci, che era con lui, chiese alla padrona di casa solo un po’ di latte e polenta.
L’ultimo desiderio gastronomico dei condannati, da illimitato, ha subito diverse restrizioni economiche. Questo dopo che, in Texas, Lawrence Brewer ordinò una cena troppo abbondante e costosa e, una volta arrivata in cella, non la toccò dichiarando di non avere più fame. Il pasto comprendeva: due bistecche di pollo con salsa gravy e cipolle, un cheeseburger con tripla pancetta, una frittata messicana, tre fajitas, alette di pollo al barbecue, una pizza, una ciotola di okra con ketchup, mezza pagnotta di pane bianco, gelato alla vaniglia blue bell, una fetta di fudge al burro di arachidi con arachidi tritate e tre birre. Se non ci fosse stata l’esecuzione programmata, sarebbe stato molto probabilmente il pasto a stroncarlo.
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Monsignor Maffeo Barberini di Caravaggio (Ansa)
L’arte postmoderna mi provoca un’emozione forte e precisa: il desiderio di essere altrove. Sì, lo so, adesso il mio amico Sergio Mandelli mi scriverà che io non capisco niente e mi offrirà le sue pillole di arte moderna da studiare. E so che ha ragione, tuttavia io sono come un semianalfabeta e un barbaro. Caravaggio e Giotto li capisco anche da semianalfabeta e barbaro, perché restano Caravaggio e Giotto anche in una cantina; mentre, se collocate fuori da gallerie e musei, le installazioni postmoderne tendono a confondersi con magazzini discount o, a volte… discariche.
Guardate il quadro del Narciso attribuito a Caravaggio: ovviamente, rappresenta Narciso; è stato prodotto mediante una tecnica, è stato pagato in maniera umana. Traduco in parole povere: le opere di Caravaggio erano più care di quelle di pittori meno apprezzati, ma venivano comunque pagate secondo un senso logico. Un’opera realizzata in 100 ore veniva pagata il doppio di una realizzata in 50. Il pittore veniva pagato in maniera umana perché era considerato un essere umano e, come ogni essere umano, doveva conoscere una tecnica grazie alla quale produceva un’immagine, contemporaneamente comprensibile ed emozionante.
Se trovassimo una tela di Caravaggio, priva di titolo e di cornice, in una soffitta o in uno scantinato, capiremmo comunque cosa rappresenta. Un analfabeta delle zone rurali dell’India o del Pakistan che non sappia nulla della nostra civiltà non riuscirà certamente a identificare il personaggio di Narciso (che non conosce), ma riuscirà comunque a vedere un ragazzo che, specchiandosi nell’acqua, forma come un cerchio con il suo riflesso, dando l’impressione di qualcuno rinchiuso all’interno di un qualcosa, qualcuno che ha rinunciato guardare all’esterno così che il suo riflesso diventa quasi una gabbia.
Qui di seguito troverete la discrezione di due opere contemporanee, considerate opere d’arte e pagate come tali, di cui mi rifiuto di fornire un’immagine. Nel momento in cui vengano collocate fuori contesto - senza titolo e fuori da un museo, in uno scantinato o in una soffitta -, ecco che non sono più identificabili come «opere d’arte». Non hanno tecnica.
Sono state giudicate opere d’arte da grandissimi critici, e chiunque affermi il contrario verrà trattato con commiserazione in quanto «piccolo borghese che non comprende la trasgressione».
Quale trasgressione? La trasgressione, per essere seria, deve comportare un rischio. Le vignette su Maometto sono una trasgressione. In ogni caso chiarisco che, al di là di ogni ragionevole dubbio, io sono in tutto per tutto una piccola borghese, fiera di esserlo e, se mi avete scambiato per qualcun altro, giuro, non è stata colpa mia. Appartengo alla civiltà cui appartengo, e ne sono orgogliosa. Sono fiera di appartenere a una civiltà che ha scritto la Divina Commedia ed eretto la cattedrale di Chartres, e comincio a non tollerare più tutti i mediocri e i falliti che, su questa civiltà, vomitano solo per sentirsi «qualcuno» - i Pietro Manzoni, i Paul McCarthy, gli Andres Serrano, le ridicole impacchettature dei ridicoli coniugi Christo… mentre i quadri di Goya mi sconvolgono e quelli di Egon Schiele mi spezzano il cuore. Schiele è trasgressione, e i suoi dipinti sono atroci, meravigliosamente atroci.
Passiamo ora al tempo: il tempo che l’artista ha impiegato per creare queste opere è di pochi minuti. E questo fa dell’artista una specie di semidio che ci vende il suo tempo in cambio di cifre astronomiche. Non è nemmeno più un essere umano come invece lo erano Leonardo e Raffaello, pagati secondo standard umani. La mancata correlazione fra il tempo necessario e il pagamento è un segno gravissimo di dissociazione psicotica della società.
Le psicosi possono essere fenomeni di massa. Questo tipo di arte è una dissociazione psicotica.
Le due summenzionate «opere» che riporto sono entrambe… escrementi: la prima è fatta di escrementi veri, la seconda di deiezioni di travertino, e sono state pagate coi soldi dei contribuenti italiani - inclusi quelli dei piccoli borghesi (io in primis), che questa arte non la capiscono. L’arte non si impone al popolo.
È un’idea paternalistica e dittatoriale.
Nel 61 la biennale di Venezia espose dopo averli pagati con i soldi dei contribuenti gli escrementi in barattolo dell’artista Pietro Manzoni. Merda d’artista è il titolo di un’opera dell’artista italiano Piero Manzoni. Il 21 maggio 1961 l’autore sigillò le proprie feci in 90 barattoli di latta, identici a quelli per la carne in scatola, ai quali applicò un’etichetta, tradotta in varie lingue, con la scritta Merda d’artista. Contenuto netto gr. 30. Conservata al naturale. Prodotta ed inscatolata nel maggio 1961. Sulla parte superiore del barattolo è apposto un numero progressivo da 1 a 90 insieme alla firma dell’artista. L’artista mise a questi barattoli il prezzo corrispondente per 30 grammi di oro, alludendo al valore dell’artista che grazie ai meccanismi commerciali della società dei consumi poteva vendere al valore dell’oro una parte di sé stesso.
Con questa opera così provocatoria Piero Manzoni afferma di voler svelare i meccanismi e le contraddizioni del sistema dell’arte contemporanea, che devo dire mi sono rimasti oscuri. Questa «protesta» continuò tramite le sue azioni, ad esempio quella di firmare modelle vive e nude o quella di dare uova sode con sopra le proprie impronte digitali, che continua a sembrarmi una boiata, un sistema grafico di comunicazione spacciato per (molto modesta) trasgressione.
La scatoletta è diventata un vero e proprio manifesto di un’epoca demente, contrastando le assurdità artistiche in quanto qualsiasi prodotto veniva premiato e considerato arte non per il valore intrinseco, la capacità dell’artista o ciò che suscitava, ma solo dalla notorietà dell’artista. La critica ha visto la scelta di confezionare le feci come una protesta verso gli artisti che vedevano nell’arte un mezzo di eternarsi. Con quest’ottica l’opera diventa un reliquiario che contiene un ricordo «prezioso» del maestro da venerare come sacro.
Ma veramente riuscite a leggere queste righe senza sentirne il ridicolo? Ci riuscite? Non vi fate illusioni: credete di essere colti e trasgressivi. Rileggetevi I vestiti nuovi dell’imperatore di Andersen, e anche 1984 di Orwell: non è trasgressione, solo bispensiero.
E poi c’è la maxi-cacca di Paul McCarthy, una delle «opere più discusse della Biennale internazionale di scultura che è stata inaugurata […] a Carrara. Il maxi-escremento, realizzato in travertino di Rapolano (Siena), è stato piazzato in corso Roma davanti alla sede centrale della Cassa di Risparmio di Carrara. L’artista statunitense l’ha voluto collocare davanti ad una banca per “combattere il capitalismo”, come ha detto lui stesso […]».
L’artista doveva combattere il capitalismo, peccato che non sia stato pagato con noccioline, ma con vero denaro (e tanto) dei contribuenti italiani, che lui avrà messo in banca. Perché, signori, le trasgressioni dei cosiddetti artisti, le loro provocazioni sono puro distillato di immondi nanetti, di piccoli narcisi che ci fanno i dispetti defecando e urinando sul salotto buono, potendo così dimostrare che «il denaro è sterco del diavolo»… facendosi poi pagare migliaia di dollari o euro. E anche dove non ci fossero escrementi, dove l’opera d’arte sia la bandiera americana con teschi al posto delle stelline, l’arte non c’è. C’è solo un tizio che sta esprimendo le sue idee politiche usando un codice.
Se volete avere un’idea di un’«arte» ancora più problematica di quella di Paul McCarthy, andate su Google Images e digitate il nome dell’autore perché, come ho già detto, io mi rifiuto di riportarne le foto, come mi rifiuto di descrivere opere d’arte fatte con corpi umani scuoiati e mummificati (Gunther Von Hagens). Il rispetto del corpo nella morte è una caratteristica umana, rileggiamoci I Sepolcri. La mancanza di questo rispetto è il segno di un’umanità perduta. Non c’è limite: qualsiasi cosa venga fatta, purché antiumana - e, se possibile, anticristiana -, si trova sempre un critico che affermi che quella roba lì è arte, parlando come una parodia di Woody Allen… che, a sua volta, è una parodia.
E ora è il momento della terza e più immonda opera:
«Piss Christ (in italiano «Cristo di piscio») è una fotografia realizzata nel 1987 dal fotografo statunitense Andres Serrano.
La foto raffigura un piccolo crocefisso di plastica immerso in un bicchiere di vetro contenente l’urina (volgarmente nota come piscio) dell’autore. […] L’opera ha vinto, nel 1989, il premio Awards in the Visual Arts messo in palio dal Southeastern Center for Contemporary Art e sponsorizzato dal National Endowment for the Arts, un ente governativo statunitense che tutela e finanzia progetti cui è riconosciuta un’eccellenza artistica»
Mi sono limitata a riportare il testo da Wikipedia.
Notate la trasgressione. Quale trasgressione? Se non siete credenti, il crocefisso è il simbolo di un uomo torturato a morte per le sue idee, un supplizio atroce usato di nuovo a Dachau e ora in Iraq a Mosul. Negli ultimi sessant’anni i cristiani sono stati massacrati a milioni nei lager e nei laogai, sono braccati come cani in Nigeria.
Dov’è la trasgressione, a ingiuriare dei perseguitati? Il sangue dei cristiani scorre come liquido senza valore, in Nigeria, in Pakistan, in Burkina. E in Europa, dove in terrorismo islamico ci abbatte come cani. L’arte postmoderna è semplicemente sottocultura woke, violentemente anticristiana, e si salda serenamente con l’islamismo, suo normale alleato. Mettere falsi sassi grossi come l’imbecillità umana a nascondere la magnifica facciata della Cattedrale di Bologna, in cosa ha arricchito l’umanità?
Ma in un mondo dove la parola «cristiano» è una condanna a morte, opere come questa sono le farneticazioni dei cialtroni e dei vili, e chiunque le abbia approvate fa parte della categoria.
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Come nota giustamente il Daily Telegraph, «dove un tempo la distraibilità o l’irrequietezza erano considerate normali tratti infantili, ora è più probabile che siano considerate segni di autismo o Adhd». Questa considerazione non inedita è supportata ora da un rapporto realizzato dal servizio sanitario nazionale britannico (Nhs) che sarà soggetto a revisione nei prossimi mesi, ma che intanto certifica un notevole aumento nelle diagnosi di autismo e Adhd in terra inglese. «Le segnalazioni, le liste d’attesa per la valutazione e le diagnosi registrate di Adhd sono aumentate in modo sostanziale, in particolare tra le adolescenti e le giovani donne adulte», si legge nella relazione. «I dati di monitoraggio del Nhs England mostrano che il numero di bambini e giovani in attesa di una valutazione per l’Adhd è passato da circa 21.000 nell’aprile 2019 a circa 270.000 entro dicembre 2025. Anche i dati dell’assistenza primaria mostrano una forte accelerazione delle diagnosi dopo il 2020, con un’incidenza tra le donne di età compresa tra 20 e 24 anni più che raddoppiata rispetto alle tendenze pre pandemia, mentre gli aumenti tra gli uomini sono stati inferiori».
qualcosa non torna
Il punto, però, è che ci sono dati apparentemente discordanti. Sempre nel report leggiamo che «allo stesso tempo, le migliori indagini sulla popolazione disponibili, che non si basano su segnalazioni, valutazioni o diagnosi, suggeriscono che la prevalenza di base dei sintomi di Adhd sia stata molto più stabile. Il Nice, ad esempio, cita stime di prevalenza intorno al 5% nei bambini e nei giovani e al 2-3% negli adulti, senza alcuna prova di un aumento drammatico a livello di popolazione negli ultimi decenni». La prevalenza di base viene definita come la proporzione di individui in una popolazione che presenta una specifica condizione, malattia o caratteristica in un dato momento. In sostanza, indica il peso di una particolare malattia in un territorio. Semplificando, potremmo dire che mentre le diagnosi e le richieste di diagnosi di autismo e Adhd aumentano con preoccupante intensità, contemporaneamente la reale presenza della malattia non sembra aumentate a dismisura. Da qui, il sospetto che ci sia una sorta di incentivo alla richiesta di certificazioni. Scrive il Telegraph: «Le diagnosi di Adhd sono più che raddoppiate dal 2021, mentre i tassi di autismo tra le ragazze sono aumentati di sette volte tra il 2010 e il 2022: cifre che, secondo il rapporto, potrebbero essere il risultato di “incentivi istituzionali associati all’essere ufficialmente etichettati come affetti da Adhd o autismo”».
Il tema, manco a dirlo, è delicatissimo perché ne va della vita di migliaia di persone. Anche gli esperti della materia sono molti cauti. Da un lato infatti, soprattutto dopo la pandemia, si è notato in generale un clamoroso aumento dei disturbi mentali (nel Regno Unito il numero di giovani tra i 16 e i 34 anni disoccupati a lungo termine a causa di questi problemi è aumentato del 76% tra il 2019 e il 2024) e si potrebbe pensare che vi possa essere una esplosione anche di altre condizioni di difficoltà. D’altro canto, però, è possibile che esista anche una sorta di fenomeno sociale che spinge all’aumento di certificazioni. Parlare di moda è sgradevole, ma forse è il caso di prendere la questione di petto.
Secondo Peter Fonagy, psicologo clinico dell’University College di Londra, si registra una combinazione di fattori: una maggiore consapevolezza delle condizioni, «cambiamenti nella ricerca di aiuto, incentivi istituzionali associati alla diagnosi e cambiamenti nella comprensione professionale e pubblica». Questo insieme di motori starebbe alla base degli aumenti segnalati. Il problema è che, secondo il rapporto inglese, in questo scenario «sottodiagnosi, diagnosi errata e sovradiagnosi non sono possibilità che si escludono a vicenda». Da una parte ci potrebbe essere la sottovalutazione di alcuni casi; dall’altra la medicalizzazione di ragazze e ragazzi che non avrebbero bisogno di particolari certificati, ovvero «la crescente tendenza a medicalizzare le forme di disagio».
la scienza
Uta Frith, psicologa tra le più autorevoli al mondo sul tema, dice alla stampa britannica che «il continuo ampliamento dello spettro autistico indica che il termine sia giunto al suo collasso» e sostiene che ci siano oggi «diagnosi che sono completamente prive di significato». Il punto, rimarca la studiosa, è che non esiste un biomarcatore oggettivo e dimostrabile che confermi se una persona è autistica o meno. Dunque «la diagnosi in una certa misura di una è sociale. Con un biomarcatore stabilito, sapremmo quanti casi ci sono e quando iniziare il trattamento, ma non lo abbiamo. Ecco perché i fattori culturali entrano in gioco nell’idea di cosa sia l’autismo».
E qui si arriva a due nodi critici fondamentali: i social network e la retorica dell’inclusione. Secondo la Firth, spesso sui social autismo e Adhd sono presentati come «una cosa molto desiderabile o un superpotere, il che ovviamente è ben lungi dall’essere vero». Il report inglese spiega che «anche il contesto sociale della diagnosi si sta evolvendo perché l’autorità sulla conoscenza della salute mentale è ora più ampiamente distribuita rispetto al passato. I clinici rimangono centrali nel processo diagnostico, ma non sono più gli unici interpreti dei sintomi. Comunità online, enti di beneficenza, reti di pari e piattaforme di social media contribuiscono sempre più al modo in cui le persone comprendono il disagio, la neurodivergenza e l’identità personale e diagnostica. Questi sviluppi possono facilitare un riconoscimento più precoce e dare potere alle persone le cui difficoltà potrebbero essere state precedentemente trascurate. Allo stesso tempo, possono anche influenzare le soglie per l’autoidentificazione e aumentare la domanda di valutazione indipendentemente da qualsiasi cambiamento nella prevalenza sottostante. C’è anche la preoccupazione che alcune piattaforme, tra cui Tiktok, trasmettano un’alta percentuale di messaggi fattualmente inaccurati, ad esempio sull’Adhd. In effetti, uno studio recente del Journal of Social Media Research ha mostrato che «il 52% dei video relativi all’Adhd e il 41% dei video sull’autismo su alcune piattaforme erano inaccurati: cifre che faranno ben poco per aiutare coloro che hanno realmente bisogno di aiuto».
Uno dei risultati possibili è che si intasino - come sta già avvenendo - le strutture pubbliche. Nel Regno Unito si registrano oltre 200.000 persone in attesa di una valutazione per l’autismo e le attese si possono prolungare per anni e anni. Secondo il Telegraph, «le persone credono erroneamente di esserne affette dopo aver visto un video di 30 secondi e questo sta sovraccaricando un sistema già sovraccarico. Di conseguenza, i bisogni di molte persone gravemente colpite non vengono soddisfatti». Uta Firth guarda al fenomeno con dispiacere per coloro che «vengono messi in ombra». E dichiara che «la natura priva di significato dell’etichetta dell’autismo è tale che le persone considerano l’autodiagnosi e quella ricevuta da un medico di pari importanza. Troppo spesso viene usata per dare sollievo a coloro che la usano come conferma che non posso cambiare, non posso farci niente, è così che funziona il mio cervello. Ed è un po’ triste, se si rinuncia a cercare di adattarsi davvero».
Il giornale inglese ha raccolto anche il racconto di un medico che ha notato negli anni un aumento di richieste di diagnosi di autismo e Adhd, richieste che per lo più sono «totalmente inappropriate», e dipendono dal fatto che questo genitori «fanno fatica a capire il comportamento del loro bambino e pensano che ottenere questa etichetta renda tutto molto più facile da gestire - sfortunatamente, non è così. Non puoi andare da uno specialista e ottenere una pillola antiautismo che risolva tutto».
risvolti positivi
Non bisogna però essere sommari nella valutazione: l’accresciuta sensibilità nei riguardi delle neurodivergenze ha sicuramente lati positivi. Lo si capisce parlando con Emanuele Franz, intellettuale che rientra nello spettro autistico e che di recente ha creato il premio letterario Teipsum, rivolto proprio ad autori autistici. «C’è chi dice che si sta diventando una moda l’autismo», spiega. «Intanto bisogna ricordare che Adhd e autismo sono due cose diverse. Io ho fatto un’infanzia di inferno, perché processavo le informazioni in modo diverso dagli altri. Ho subito aggressioni, un’esclusione sociale, sono stato in psichiatria già da bambino e avevo sempre l’accompagnatore, lo psicologo, il tutor, l’educatore. Mi hanno escluso dal servizio militare con una diagnosi di ritardo mentale. Poi depressione, quindi sì, un marchio che mi portò avanti. È evidente che c’è oggi una capacità di diagnosi maggiore che prima non c’era, perché adesso si sono capite certe dinamiche. Adesso uno può avere un aiuto per gli studi, cosa che io non ho avuto. È un tema apertissimo. Poi ci sono forme di comorbidità: se uno subisce un’esclusione, uno stress continuo, sviluppa delle patologie: psicosi, dissociazione, ansia, panico sono tutte comorbidità che si mettono sopra l’autismo».
La lezione di Franz è importantissima: «Ho creato un premio per dimostrare che l’autistico è anche capace di pensare, costruire, proporre. So che io ho questo stigma da tutta la vita, per cui c’è un problema, io ce l’ho, e dire che gli autistici non hanno un problema, beh, anche quello è sbagliato». Una diagnosi non deve diventare una condanna o - peggio - non deve essere interpretata come una sorta di rassicurazione. Occorre sensibilità per i problemi reali e pressanti, e insieme attenzione alle esagerazioni. Di sicuro c’è che, al solito, la retorica dell’inclusione crea per lo più disastri.
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