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2022-12-31
Ci lascia Benedetto XVI, il Papa che santifica la vita
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Ansa
Benedetto XVI, il primo Papa in epoca moderna a rinunciare al pontificato (prima di lui era stato, seicento anni prima, Gregorio XII nel 1415, e prima ancora Celestino V, nel 1294), non si è mai pentito "neppure per un solo minuto" di quella decisione arrivata per molti come "un fulmine a ciel sereno", per usare le parole dell'allora cardinale decano Angelo Sodano, l'11 febbraio del 2013.
Al suo amico giornalista Peter Seewald, Ratzinger successivamente confidò: "Vedo ogni giorno che era la cosa giusta da fare", "era una cosa su cui avevo riflettuto a lungo e di cui avevo anche a lungo parlato con il Signore". Per questo, al momento dell'annuncio, "ho sottolineato che agivo liberamente; non si può andare via se si tratta di una fuga. Non bisogna cedere alle pressioni. Si può andare via solo se nessuno lo pretende, e nessuno nel mio caso lo ha preteso. Nessuno. Fu una assoluta sorpresa per tutti".
Lo fu anche per la stampa mondiale. Quel giorno a dare la notizia in anteprima mondiale fu un giornalista dell'Ansa che seguiva, dalla sala stampa vaticana, il concistoro per alcune canonizzazioni. Un appuntamento che poteva essere una routine per i vaticanisti e che invece ha cambiato il corso della storia. Il giornalista carpì al volo il senso della dichiarazione pronunciata in latino e diede la notizia per prima a tutto il mondo. Per Papa Bergoglio, che più volte ha chiarito che non intende dimettersi, comunque, dopo la rinuncia di Benedetto, "la porta è aperta", nel senso che le dimissioni di un Pontefice non saranno mai più una cosa eccezionale. E per mesi nelle stanze vaticane si è ipotizzata una specifica disciplina per il Papa emerito, per evitare di improvvisare regole e cerimoniale. Una regolamentazione che poteva prendere la forma di 'motu proprio' ma che di fatto non è mai arrivata.
Anche i muri e i «no» sono preziosi se ci aiutano a santificare la vita
Omelia del Papa emerito contro «l'ottimismo delle nuove aperture» secondo cui non esistono «confini» Una lezione sul valore del battesimo che ci preserva dalla «pompa diaboli» e dall'anticultura della morte.
La Chiesa ha mura. Il muro da una parte indica verso l'interno, ha la funzione di proteggere, raccoglierci e condurci uno verso l'altro. Il suo senso è quello di riportarci insieme dalle distrazioni nelle quali viviamo all'esterno, dall'opporci l'uno all'altro nel quale spesso ci perdiamo, di donarci la convivenza, di guidarci alla responsabilità dell'uno per l'altro, ma anche di darci il dono e la consolazione della condivisione della fede, dell'essere insieme nel dramma della vita umana. Per questo i padri della Chiesa hanno affermato che i muri in ultima analisi siamo noi stessi e lo possiamo essere solamente nella misura in cui siamo pronti a lasciarci squadrare come pietre e a lasciarci connettere l'un l'altro e proprio così, lasciandoci squadrare e facendoci disporre uno accanto all'altro, usciamo da quanto è meramente privato.
Divenendo mura possiamo anche ricevere il dono di essere edificio, di essere sostenuti come noi a nostra volta sosteniamo altri. Il muro guarda verso l'interno, è qualcosa di positivo, che raduna, protegge, unisce. Ha, però, anche l'altra faccia con la quale guarda verso l'esterno, traccia un confine che tiene lontano quanto non appartiene all'interno.
Quando nel punto culminante del Vaticano II questo pensiero divenne sempre più estraneo e, nell'ottimismo delle nuove aperture, si diffuse la convinzione che non vi erano affatto dei confini, anzi che non ve ne potevano essere, il vescovo evangelico Wilhelm Stählin tenne una conferenza sul tema: «Gerusalemme ha mura e porte», che fece scalpore. Ci ricordò che anche la città santa del tempo finale, quale viene delineata nell'Apocalisse di san Giovanni ha sì delle porte che sono sempre aperte, ma ha nondimeno anche delle mura. Ci ricordò, dunque, che esiste anche qualcosa che non può entrare, non ha diritto di entrare perché non vengano distrutte la pace e la libertà di questa città. Giovanni accenna a quella realtà contro la quale stanno le mura con le parole misteriose: «Fuori i cani, i maghi, gli immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna!» (Ap 22,15). Stählin rifletté sul significato di queste espressioni ricorrendo a una citazione del poeta romano Giovenale: «Ritieni male estremo stimare la vita più del timore e del rispetto». Non entreranno nella città la mancanza di timore reverenziale, il cinismo per il quale nulla è santo, che non sa chinarsi, che non sa tacere, portare rispetto, che riduce ciò che è grande a volgarità, che non conosce la dignità e così trascina l'uomo nell'immondizia.
Contro queste realtà vi sono le mura così che si ergono anche contro gli adoratori di idoli. Cosa vuol dire questa espressione si evince chiaramente da una frase di san Paolo che afferma: «la cupidigia che è idolatria» (cfr. Col 3,5). L'idolatria significa che noi non riconosciamo alcun essere superiore a noi, mentre la cosa più importante diviene godersi la vita; significa inoltre che la proprietà diventa la cosa più importante, che noi pieghiamo le ginocchia di fronte alle cose e le adoriamo e in questo modo mettiamo sotto sopra la creazione: facciamo diventare l'alto basso e distruggiamo la pace. Non può entrare neppure la bugia che distrugge la fiducia e rende impossibile la comunità. Non possono entrare l'odio e l'avidità che feriscono l'umanità.
Contro queste realtà si ergono i muri della Chiesa per edificare la città della pace, della libertà e dell'unità. Questo ci riporta nuovamente ai Padri della Chiesa e al rito della consacrazione della Chiesa in cui la parete viene considerata come la presenza dei dodici apostoli.
I santi sono le mura che ci circondano. Sono loro che ci rendono impermeabili allo spirito del male, alla bugia, all'indisciplina, all'odio e alla mancanza di verità. Nello stesso tempo sono forza di invito, permeabili a tutto ciò che è buono, grande e nobile. I santi sono mura e porta nello stesso tempo.
E, in tutta sobrietà, noi stessi dobbiamo essere questi santi, cioè degli uomini che sono l'uno per l'altro delle mura, che tengono lontano ciò che è contrario all'umanità e al Signore, mentre sono spalancati per tutto ciò che è ricerca, domanda e speranza in noi.
[…] Il battesimo, […], è un dono, il dono della vita. Un dono, tuttavia, deve essere accolto, deve essere vissuto. Un dono d'amicizia comporta di dire sì all'amico e di dire no a tutto ciò che non è conciliabile con questa amicizia, che non è conciliabile con la famiglia di Dio, con la vita vera in Cristo. Così, in questo secondo dialogo [del rito del battesimo], verranno detti tre no e tre sì. Si dice no e ci si oppone così alle tentazioni, al peccato, al diavolo. […]
A cosa diciamo no? Solo così possiamo comprendere a cosa diciamo sì. Nella Chiesa antica il triplice no veniva sintetizzato in un'unica parola che gli uomini del tempo comprendevano bene. Si rinuncia, si diceva, alla pompa diaboli, alla promessa di una vita in eccesso, a quella vita ingannevole che sembrava venire dal mondo pagano, dalle sue libertà, al suo modo di vivere solamente secondo quanto a uno piaceva. Era dunque un no ad una cultura che, in apparenza, portava con sé una vita di eccessi, in realtà, invece, era una «anticultura» della morte. Era un no a quegli spettacoli in cui morte, crudeltà e violenza erano diventati momenti di intrattenimento. […]
Questa pompa diaboli, quest'anticultura della morte era una perversione della gioia, era amore alla bugia e all'imbroglio, era un abuso del corpo umano come merce di scambio. E se ci riflettiamo sopra, possiamo dire che anche noi, nel nostro tempo, dobbiamo dire di no alla cultura della morte prevalente in ampi settori della cultura dominante, ad una «anticultura» che si mostra ad esempio nel problema delle droghe, nella fuga dalla realtà verso un mondo dell'apparenza, in una falsa fortuna, che trova la sua espressione nella bugia, nell'imbroglio, nell'ingiustizia, nel disprezzo degli altri, nel disprezzo della solidarietà e della responsabilità per i poveri e i sofferenti. Si mostra ancora in una sessualità che diventa mero piacere, senza alcuna coscienza della responsabilità, dove ha luogo, per così dire, una cosificazione del partner che non viene più considerato una persona degna di amore e fedeltà personale, ma diviene solo merce, mero oggetto.
A questa promessa di ingannevole beatitudine, a questa pompa di vita ingannevole, che in realtà è solo strumento di morte, a questa «anticultura» diciamo no, per coltivare la cultura della vita. Per questo dall'antichità fino all'oggi, il sì cristiano è stato sempre un chiaro sì alla vita. Questo è il nostro sì a Cristo, il sì al vincitore della morte e il sì alla vita nel tempo e nell'eternità. […]
Potremmo anche dire che il volto di Dio, che è il contenuto di questa cultura della vita, il contenuto del nostro grande sì, trova espressione nei dieci comandamenti. Questi non sono un cumulo di divieti in cui troverebbe espressione solo il no, esprimono in realtà una grande visione della vita. Sono un sì ad un Dio che dà senso alla vita (i primi tre comandamenti), un sì alla famiglia (quarto comandamento), un sì alla vita (quinto comandamento), un sì ad un amore consapevole della responsabilità (sesto comandamento), un sì alla solidarietà, alla responsabilità sociale e alla giustizia (settimo comandamento), un sì alla verità (ottavo comandamento), un sì al rispetto degli altri uomini e di ciò che loro appartiene (nono e decimo comandamento).
Questa è la filosofia della vita, la cultura della vita, che diventa concretamente applicabile e bella nella comunione con Cristo, il Dio vivente, che si accompagna a noi nella comunità dei suoi amici, nella grande famiglia della Chiesa. Il battesimo è il dono della vita. È un sì alla sfida di vivere realmente la vita e di dire no all'attacco della morte, che si traveste da vita, ed è un sì al grande dono della vera vita, che è presente sul volto di Cristo che a noi si dona nel battesimo e poi nell'eucaristia.
Nella benedizione di un trattore il senso sacro del lavoro dell’uomo
Cantagalli traduce e pubblica 25 omelie di Joseph Ratzinger. Proponiamo la predica sulle macchine, dove il Papa emerito riflette sulla tecnica: «Senza coscienza dello scopo, essa può finire per distruggere il genere umano».
La benedizione dei trattori è già divenuta una bella tradizione di questo Paese. Però uno potrebbe obiettare: che cosa vuol dire la benedizione di una macchina? Per il funzionamento di una macchina non serve una benedizione; il trattore è un prodotto tecnico, le condizioni del suo funzionamento sono le regole della costruzione tecnica, nient'altro. Chi parla così ha ragione in parte, ma solo in parte. Naturalmente una benedizione non sostituisce una costruzione tecnica corretta e neppure un'applicazione sicura della macchina.
Ma la macchina non è un mondo chiuso in sé stesso; la macchina ha la sua origine in un'idea e in una volontà umana, e serve a uno scopo determinato; il trattore, per esempio, serve per il lavoro del contadino, serve per il suo impegno della dominazione della terra secondo la parola del Creatore: «Soggiogatela e dominate […] su ogni essere vivente» (Gen 1,28). La macchina fa parte del lavoro umano, è uno strumento del nostro lavoro. Benedire la macchina significa quindi: benedire il nostro lavoro, mettere nelle mani di Dio il nostro lavoro. La macchina rappresenta il vostro lavoro e la benedizione è una preghiera, nel nome e nella forza della Chiesa, che Dio sia con voi giorno per giorno nel vostro impegno per il nostro pane quotidiano, per il frutto della terra, che è sempre dono della bontà di Dio e prodotto della nostra fatica.
Così possiamo dire: la macchina dipende dall'uomo e dal suo ingegno, ma l'uomo dipende da Dio. Le macchine, tutte le invenzioni tecniche possono essere o benedizione o maledizione per l'umanità e oggi vediamo sempre più quest'ambiguità della tecnologia moderna. La tecnica è, così, buona o cattiva come è buono o cattivo l'uomo stesso. Dove l'uomo perde sé stesso, la dominazione della terra diventa distruzione della terra. Dove l'uomo perde sé stesso, la sua capacità tecnica diventa una minaccia diretta contro la sopravvivenza del genere umano. L'uomo perde sé stesso quando dimentica il suo Creatore, Dio. Dimenticando Dio non sa più decifrare il messaggio della sua natura, dimentica la sua misura e diventa per sé stesso un enigma senza risposta. Quando dimentichiamo Dio, le cose diventano mute, sono solo materiale per fare qualcosa, ma senza un perché, vuote di ogni significato più profondo. Se ritorniamo a Dio, le cose cominciano a parlare. La Scrittura ci dà due immagini di una vera dominazione della terra: il giardino e la città santa. Il giardino esprime un'amicizia reciproca tra terra e uomo, l'armonia della creatura. Dove l'uomo è retto, la terra dà il suo frutto, la terra diventa giardino e patria.
La benedizione dei trattori è una preghiera perché il nostro lavoro stia nelle mani di Dio, nella misura di Dio e della sua bontà; una preghiera affinché, tramite il nostro lavoro, la terra diventi sempre più giardino e patria; una preghiera affinché il nostro lavoro e il nostro uso delle macchine non diventi distruzione, ma costruzione della terra, costruzione di un mondo umano e preparazione della città futura, del giardino futuro, del Regno di Dio. La benedizione dei trattori è inoltre un riconoscimento del fatto che anche oggi la vita dell'uomo non dipende ultimamente dalle macchine, ma dalla bontà di Dio. Il frutto della terra viene anche oggi da Lui; noi stessi dipendiamo da Lui e dove Lui non è, il nostro potere diventa maledizione; dove Dio non è, niente rimane buono. Così la benedizione diventa anche un esame di coscienza, un'ammonizione: a vivere in armonia con Dio, a lavorare in unione con la sua volontà.
Il nostro lavoro umano, rappresentato in queste macchine, serve innanzitutto per la nostra vita terrena: ci prepara il nostro pane quotidiano. Ma come l'uomo eccede tutto il mondo materiale, così anche il nostro lavoro ha una dimensione più alta che non la pura assicurazione della vita corporale. Il nostro lavoro è sempre necessariamente collaborazione; uno ha bisogno dell'altro e la macchina rappresenta anche questa interdipendenza: non cominciamo da zero - altri hanno pensato e lavorato per noi e lavorano così con noi, il nostro lavoro prepara il nostro nutrimento.
Lavorando viviamo l'uno grazie all'altro, il lavoro crea comunità, crea il giardino e la città. Lavorare è umanizzare. Ma questo non è ancora tutto. Il lavoro per il pane naturale prepara anche il pane soprannaturale e si estende così anche alla preparazione della vita eterna. La liturgia della Chiesa, nella sua preghiera sulle offerte, ci indica questo mistero, questa destinazione più alta del nostro lavoro: «Benedetto sei tu, Signore, Dio dell'universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell'uomo; lo presentiamo a Te, perché diventi per noi cibo di vita eterna». Il nostro lavoro e la bontà di Dio s'incontrano nel dono della terra, nel pane e nel vino. Il nostro lavoro diventa Eucaristia. La bontà di Dio crea pane dal nostro lavoro; la stessa bontà trasforma - rispondendo alla nostra preghiera - il pane terrestre in nutrimento di vita eterna, lo converte in corpo di Cristo. Così vediamo il valore del lavoro e della preghiera. Andando insieme creiamo una nuova terra. Il nostro lavoro prepara la presenza di Cristo, diventa nutrimento della vita eterna. Anche la macchina, strumento del nostro lavoro, non rimane estranea alla vita cristiana. Abbracciata dalla preghiera può diventare strumento di benedizione, può aiutare alla preparazione della città futura. Preghiamo che Dio con la sua bontà benedica il nostro lavoro.
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Jospeh Ratzinger è deceduto alle ore 9:34, nel Monastero Mater Ecclesiae in Vaticano. Dalla mattina di lunedì 2 gennaio, il corpo del Papa Emerito sarà nella Basilica di San Pietro in Vaticano per il saluto dei fedeli. Da teologo oltre che capo della Chiesa ha illuminato la strada del rapporto tra tecnologia e uomo «Senza coscienza dello scopo, essa può finire per distruggere il genere umano». E ha spiegato più volte il valore dei confini contro «l'ottimismo delle nuove aperture».All'interno dell'articolo due omelie del Papa EmeritoBenedetto XVI, il primo Papa in epoca moderna a rinunciare al pontificato (prima di lui era stato, seicento anni prima, Gregorio XII nel 1415, e prima ancora Celestino V, nel 1294), non si è mai pentito "neppure per un solo minuto" di quella decisione arrivata per molti come "un fulmine a ciel sereno", per usare le parole dell'allora cardinale decano Angelo Sodano, l'11 febbraio del 2013.Al suo amico giornalista Peter Seewald, Ratzinger successivamente confidò: "Vedo ogni giorno che era la cosa giusta da fare", "era una cosa su cui avevo riflettuto a lungo e di cui avevo anche a lungo parlato con il Signore". Per questo, al momento dell'annuncio, "ho sottolineato che agivo liberamente; non si può andare via se si tratta di una fuga. Non bisogna cedere alle pressioni. Si può andare via solo se nessuno lo pretende, e nessuno nel mio caso lo ha preteso. Nessuno. Fu una assoluta sorpresa per tutti". Lo fu anche per la stampa mondiale. Quel giorno a dare la notizia in anteprima mondiale fu un giornalista dell'Ansa che seguiva, dalla sala stampa vaticana, il concistoro per alcune canonizzazioni. Un appuntamento che poteva essere una routine per i vaticanisti e che invece ha cambiato il corso della storia. Il giornalista carpì al volo il senso della dichiarazione pronunciata in latino e diede la notizia per prima a tutto il mondo. Per Papa Bergoglio, che più volte ha chiarito che non intende dimettersi, comunque, dopo la rinuncia di Benedetto, "la porta è aperta", nel senso che le dimissioni di un Pontefice non saranno mai più una cosa eccezionale. E per mesi nelle stanze vaticane si è ipotizzata una specifica disciplina per il Papa emerito, per evitare di improvvisare regole e cerimoniale. Una regolamentazione che poteva prendere la forma di 'motu proprio' ma che di fatto non è mai arrivata.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/papa-emerito-morto-2659052244.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="anche-i-muri-e-i-no-sono-preziosi-se-ci-aiutano-a-santificare-la-vita" data-post-id="2659052244" data-published-at="1672480696" data-use-pagination="False"> Anche i muri e i «no» sono preziosi se ci aiutano a santificare la vita Omelia del Papa emerito contro «l'ottimismo delle nuove aperture» secondo cui non esistono «confini» Una lezione sul valore del battesimo che ci preserva dalla «pompa diaboli» e dall'anticultura della morte. La Chiesa ha mura. Il muro da una parte indica verso l'interno, ha la funzione di proteggere, raccoglierci e condurci uno verso l'altro. Il suo senso è quello di riportarci insieme dalle distrazioni nelle quali viviamo all'esterno, dall'opporci l'uno all'altro nel quale spesso ci perdiamo, di donarci la convivenza, di guidarci alla responsabilità dell'uno per l'altro, ma anche di darci il dono e la consolazione della condivisione della fede, dell'essere insieme nel dramma della vita umana. Per questo i padri della Chiesa hanno affermato che i muri in ultima analisi siamo noi stessi e lo possiamo essere solamente nella misura in cui siamo pronti a lasciarci squadrare come pietre e a lasciarci connettere l'un l'altro e proprio così, lasciandoci squadrare e facendoci disporre uno accanto all'altro, usciamo da quanto è meramente privato. Divenendo mura possiamo anche ricevere il dono di essere edificio, di essere sostenuti come noi a nostra volta sosteniamo altri. Il muro guarda verso l'interno, è qualcosa di positivo, che raduna, protegge, unisce. Ha, però, anche l'altra faccia con la quale guarda verso l'esterno, traccia un confine che tiene lontano quanto non appartiene all'interno. Quando nel punto culminante del Vaticano II questo pensiero divenne sempre più estraneo e, nell'ottimismo delle nuove aperture, si diffuse la convinzione che non vi erano affatto dei confini, anzi che non ve ne potevano essere, il vescovo evangelico Wilhelm Stählin tenne una conferenza sul tema: «Gerusalemme ha mura e porte», che fece scalpore. Ci ricordò che anche la città santa del tempo finale, quale viene delineata nell'Apocalisse di san Giovanni ha sì delle porte che sono sempre aperte, ma ha nondimeno anche delle mura. Ci ricordò, dunque, che esiste anche qualcosa che non può entrare, non ha diritto di entrare perché non vengano distrutte la pace e la libertà di questa città. Giovanni accenna a quella realtà contro la quale stanno le mura con le parole misteriose: «Fuori i cani, i maghi, gli immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna!» (Ap 22,15). Stählin rifletté sul significato di queste espressioni ricorrendo a una citazione del poeta romano Giovenale: «Ritieni male estremo stimare la vita più del timore e del rispetto». Non entreranno nella città la mancanza di timore reverenziale, il cinismo per il quale nulla è santo, che non sa chinarsi, che non sa tacere, portare rispetto, che riduce ciò che è grande a volgarità, che non conosce la dignità e così trascina l'uomo nell'immondizia. Contro queste realtà vi sono le mura così che si ergono anche contro gli adoratori di idoli. Cosa vuol dire questa espressione si evince chiaramente da una frase di san Paolo che afferma: «la cupidigia che è idolatria» (cfr. Col 3,5). L'idolatria significa che noi non riconosciamo alcun essere superiore a noi, mentre la cosa più importante diviene godersi la vita; significa inoltre che la proprietà diventa la cosa più importante, che noi pieghiamo le ginocchia di fronte alle cose e le adoriamo e in questo modo mettiamo sotto sopra la creazione: facciamo diventare l'alto basso e distruggiamo la pace. Non può entrare neppure la bugia che distrugge la fiducia e rende impossibile la comunità. Non possono entrare l'odio e l'avidità che feriscono l'umanità. Contro queste realtà si ergono i muri della Chiesa per edificare la città della pace, della libertà e dell'unità. Questo ci riporta nuovamente ai Padri della Chiesa e al rito della consacrazione della Chiesa in cui la parete viene considerata come la presenza dei dodici apostoli. I santi sono le mura che ci circondano. Sono loro che ci rendono impermeabili allo spirito del male, alla bugia, all'indisciplina, all'odio e alla mancanza di verità. Nello stesso tempo sono forza di invito, permeabili a tutto ciò che è buono, grande e nobile. I santi sono mura e porta nello stesso tempo. E, in tutta sobrietà, noi stessi dobbiamo essere questi santi, cioè degli uomini che sono l'uno per l'altro delle mura, che tengono lontano ciò che è contrario all'umanità e al Signore, mentre sono spalancati per tutto ciò che è ricerca, domanda e speranza in noi. […] Il battesimo, […], è un dono, il dono della vita. Un dono, tuttavia, deve essere accolto, deve essere vissuto. Un dono d'amicizia comporta di dire sì all'amico e di dire no a tutto ciò che non è conciliabile con questa amicizia, che non è conciliabile con la famiglia di Dio, con la vita vera in Cristo. Così, in questo secondo dialogo [del rito del battesimo], verranno detti tre no e tre sì. Si dice no e ci si oppone così alle tentazioni, al peccato, al diavolo. […] A cosa diciamo no? Solo così possiamo comprendere a cosa diciamo sì. Nella Chiesa antica il triplice no veniva sintetizzato in un'unica parola che gli uomini del tempo comprendevano bene. Si rinuncia, si diceva, alla pompa diaboli, alla promessa di una vita in eccesso, a quella vita ingannevole che sembrava venire dal mondo pagano, dalle sue libertà, al suo modo di vivere solamente secondo quanto a uno piaceva. Era dunque un no ad una cultura che, in apparenza, portava con sé una vita di eccessi, in realtà, invece, era una «anticultura» della morte. Era un no a quegli spettacoli in cui morte, crudeltà e violenza erano diventati momenti di intrattenimento. […] Questa pompa diaboli, quest'anticultura della morte era una perversione della gioia, era amore alla bugia e all'imbroglio, era un abuso del corpo umano come merce di scambio. E se ci riflettiamo sopra, possiamo dire che anche noi, nel nostro tempo, dobbiamo dire di no alla cultura della morte prevalente in ampi settori della cultura dominante, ad una «anticultura» che si mostra ad esempio nel problema delle droghe, nella fuga dalla realtà verso un mondo dell'apparenza, in una falsa fortuna, che trova la sua espressione nella bugia, nell'imbroglio, nell'ingiustizia, nel disprezzo degli altri, nel disprezzo della solidarietà e della responsabilità per i poveri e i sofferenti. Si mostra ancora in una sessualità che diventa mero piacere, senza alcuna coscienza della responsabilità, dove ha luogo, per così dire, una cosificazione del partner che non viene più considerato una persona degna di amore e fedeltà personale, ma diviene solo merce, mero oggetto. A questa promessa di ingannevole beatitudine, a questa pompa di vita ingannevole, che in realtà è solo strumento di morte, a questa «anticultura» diciamo no, per coltivare la cultura della vita. Per questo dall'antichità fino all'oggi, il sì cristiano è stato sempre un chiaro sì alla vita. Questo è il nostro sì a Cristo, il sì al vincitore della morte e il sì alla vita nel tempo e nell'eternità. […] Potremmo anche dire che il volto di Dio, che è il contenuto di questa cultura della vita, il contenuto del nostro grande sì, trova espressione nei dieci comandamenti. Questi non sono un cumulo di divieti in cui troverebbe espressione solo il no, esprimono in realtà una grande visione della vita. Sono un sì ad un Dio che dà senso alla vita (i primi tre comandamenti), un sì alla famiglia (quarto comandamento), un sì alla vita (quinto comandamento), un sì ad un amore consapevole della responsabilità (sesto comandamento), un sì alla solidarietà, alla responsabilità sociale e alla giustizia (settimo comandamento), un sì alla verità (ottavo comandamento), un sì al rispetto degli altri uomini e di ciò che loro appartiene (nono e decimo comandamento). Questa è la filosofia della vita, la cultura della vita, che diventa concretamente applicabile e bella nella comunione con Cristo, il Dio vivente, che si accompagna a noi nella comunità dei suoi amici, nella grande famiglia della Chiesa. Il battesimo è il dono della vita. È un sì alla sfida di vivere realmente la vita e di dire no all'attacco della morte, che si traveste da vita, ed è un sì al grande dono della vera vita, che è presente sul volto di Cristo che a noi si dona nel battesimo e poi nell'eucaristia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/papa-emerito-morto-2659052244.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="nella-benedizione-di-un-trattore-il-senso-sacro-del-lavoro-delluomo" data-post-id="2659052244" data-published-at="1672480696" data-use-pagination="False"> Nella benedizione di un trattore il senso sacro del lavoro dell’uomo Cantagalli traduce e pubblica 25 omelie di Joseph Ratzinger. Proponiamo la predica sulle macchine, dove il Papa emerito riflette sulla tecnica: «Senza coscienza dello scopo, essa può finire per distruggere il genere umano». La benedizione dei trattori è già divenuta una bella tradizione di questo Paese. Però uno potrebbe obiettare: che cosa vuol dire la benedizione di una macchina? Per il funzionamento di una macchina non serve una benedizione; il trattore è un prodotto tecnico, le condizioni del suo funzionamento sono le regole della costruzione tecnica, nient'altro. Chi parla così ha ragione in parte, ma solo in parte. Naturalmente una benedizione non sostituisce una costruzione tecnica corretta e neppure un'applicazione sicura della macchina. Ma la macchina non è un mondo chiuso in sé stesso; la macchina ha la sua origine in un'idea e in una volontà umana, e serve a uno scopo determinato; il trattore, per esempio, serve per il lavoro del contadino, serve per il suo impegno della dominazione della terra secondo la parola del Creatore: «Soggiogatela e dominate […] su ogni essere vivente» (Gen 1,28). La macchina fa parte del lavoro umano, è uno strumento del nostro lavoro. Benedire la macchina significa quindi: benedire il nostro lavoro, mettere nelle mani di Dio il nostro lavoro. La macchina rappresenta il vostro lavoro e la benedizione è una preghiera, nel nome e nella forza della Chiesa, che Dio sia con voi giorno per giorno nel vostro impegno per il nostro pane quotidiano, per il frutto della terra, che è sempre dono della bontà di Dio e prodotto della nostra fatica. Così possiamo dire: la macchina dipende dall'uomo e dal suo ingegno, ma l'uomo dipende da Dio. Le macchine, tutte le invenzioni tecniche possono essere o benedizione o maledizione per l'umanità e oggi vediamo sempre più quest'ambiguità della tecnologia moderna. La tecnica è, così, buona o cattiva come è buono o cattivo l'uomo stesso. Dove l'uomo perde sé stesso, la dominazione della terra diventa distruzione della terra. Dove l'uomo perde sé stesso, la sua capacità tecnica diventa una minaccia diretta contro la sopravvivenza del genere umano. L'uomo perde sé stesso quando dimentica il suo Creatore, Dio. Dimenticando Dio non sa più decifrare il messaggio della sua natura, dimentica la sua misura e diventa per sé stesso un enigma senza risposta. Quando dimentichiamo Dio, le cose diventano mute, sono solo materiale per fare qualcosa, ma senza un perché, vuote di ogni significato più profondo. Se ritorniamo a Dio, le cose cominciano a parlare. La Scrittura ci dà due immagini di una vera dominazione della terra: il giardino e la città santa. Il giardino esprime un'amicizia reciproca tra terra e uomo, l'armonia della creatura. Dove l'uomo è retto, la terra dà il suo frutto, la terra diventa giardino e patria. La benedizione dei trattori è una preghiera perché il nostro lavoro stia nelle mani di Dio, nella misura di Dio e della sua bontà; una preghiera affinché, tramite il nostro lavoro, la terra diventi sempre più giardino e patria; una preghiera affinché il nostro lavoro e il nostro uso delle macchine non diventi distruzione, ma costruzione della terra, costruzione di un mondo umano e preparazione della città futura, del giardino futuro, del Regno di Dio. La benedizione dei trattori è inoltre un riconoscimento del fatto che anche oggi la vita dell'uomo non dipende ultimamente dalle macchine, ma dalla bontà di Dio. Il frutto della terra viene anche oggi da Lui; noi stessi dipendiamo da Lui e dove Lui non è, il nostro potere diventa maledizione; dove Dio non è, niente rimane buono. Così la benedizione diventa anche un esame di coscienza, un'ammonizione: a vivere in armonia con Dio, a lavorare in unione con la sua volontà. Il nostro lavoro umano, rappresentato in queste macchine, serve innanzitutto per la nostra vita terrena: ci prepara il nostro pane quotidiano. Ma come l'uomo eccede tutto il mondo materiale, così anche il nostro lavoro ha una dimensione più alta che non la pura assicurazione della vita corporale. Il nostro lavoro è sempre necessariamente collaborazione; uno ha bisogno dell'altro e la macchina rappresenta anche questa interdipendenza: non cominciamo da zero - altri hanno pensato e lavorato per noi e lavorano così con noi, il nostro lavoro prepara il nostro nutrimento. Lavorando viviamo l'uno grazie all'altro, il lavoro crea comunità, crea il giardino e la città. Lavorare è umanizzare. Ma questo non è ancora tutto. Il lavoro per il pane naturale prepara anche il pane soprannaturale e si estende così anche alla preparazione della vita eterna. La liturgia della Chiesa, nella sua preghiera sulle offerte, ci indica questo mistero, questa destinazione più alta del nostro lavoro: «Benedetto sei tu, Signore, Dio dell'universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell'uomo; lo presentiamo a Te, perché diventi per noi cibo di vita eterna». Il nostro lavoro e la bontà di Dio s'incontrano nel dono della terra, nel pane e nel vino. Il nostro lavoro diventa Eucaristia. La bontà di Dio crea pane dal nostro lavoro; la stessa bontà trasforma - rispondendo alla nostra preghiera - il pane terrestre in nutrimento di vita eterna, lo converte in corpo di Cristo. Così vediamo il valore del lavoro e della preghiera. Andando insieme creiamo una nuova terra. Il nostro lavoro prepara la presenza di Cristo, diventa nutrimento della vita eterna. Anche la macchina, strumento del nostro lavoro, non rimane estranea alla vita cristiana. Abbracciata dalla preghiera può diventare strumento di benedizione, può aiutare alla preparazione della città futura. Preghiamo che Dio con la sua bontà benedica il nostro lavoro.
JD Vance (Ansa)
Mentre la narrazione dei media alimenta costantemente i conflitti (e sì, disaccordi reali ci sono stati e ci saranno) la realtà è spesso molto più complicata» ha commentato aggiungendo: «Il Papa predica il Vangelo, come deve, questo inevitabilmente significa che offre le sue opinioni su questioni morali del momento. Il presidente e la sua intera amministrazione lavorano per applicare questi principi morali in un mondo nel caos. Lui sarà nelle nostre preghiere e spero che noi saremo nelle sue».
Leone aveva precisato che i suoi discorsi erano stati preparati prima delle parole di Trump e che quindi non dovevano essere interpretati «come se cercassi di dibattere nuovamente con il presidente Trump, cosa che non è nel mio interesse». Poi aveva precisato: «Si è diffusa una certa narrazione, non del tutto accurata, a causa della situazione politica creatasi quando, il primo giorno del viaggio, il presidente degli Stati Uniti ha rilasciato alcune dichiarazioni su di me». Ma «gran parte di ciò che è stato scritto da allora non è altro che un commento su commento, nel tentativo di interpretare quanto è stato detto», ha aggiunto facendo riferimento all’incontro di preghiera per la pace a Bamenda due giorni fa. «Quel discorso era stato preparato due settimane prima, ben prima che il presidente commentasse su di me e sul messaggio di pace che sto promuovendo. Eppure, è stato interpretato come se stessi cercando di dibattere nuovamente con il presidente, cosa che non è affatto nel mio interesse».
Oltre all’opportunità di discutere con il leader religioso più importante del mondo, per Trump c’è anche la questione del consenso. L’attacco al Papa non è piaciuto ai cattolici americani e il fatto che non abbia ancora chiesto scusa ancora meno. Ed è per questo probabilmente che il presidente Usa ha deciso di partecipare a una lettura pubblica della Bibbia nell’ambito del processo di integrazione della religione, in particolare del cristianesimo, nelle attività ufficiali dell’amministrazione. «Il 21 aprile, il presidente Trump leggerà le Sacre Scritture tramite un videomessaggio dallo Studio Ovale alle ore 18», hanno scritto gli organizzatori dell’evento dal titolo «L’America legge la Bibbia». La notizia secondo la Cnn è particolarmente significativa proprio considerato tutto quello che è successo con il Papa. Un modo per riavvicinarsi ma senza chiedere scusa. Il brano che leggerà dovrebbe contenere questo passaggio: «Se il mio popolo, che è chiamato con il mio nome, si umilierà, pregherà, cercherà il mio volto e si convertirà dalle sue vie malvagie, io ascolterò dal cielo, perdonerò il suo peccato e guarirò la sua terra».
Nelle stesse ore prosegue la missione di Leone in Africa. Dopo un volo in elicottero da Luanda, in Angola, il Papa è giunto al santuario mariano di Muxima. Al suo arrivo all’eliporto è stato accolto da alcune autorità locali per recarsi al Santuario di Nossa Senhora per la preghiera del Santo Rosario accompagnato dal Vescovo di Viana, S.E. monsignor Emílio Sumbelelo. Davanti a lui 30.000 persone. Al termine della preghiera, il Pontefice ha reso omaggio alla Madonna con un’offerta di fiori prima di raggiungere il palco nella spianata. Nella vasta radura erano in migliaia ad attenderlo da giorni. Il Santuario un tempo era il luogo della tratta di schiavi. Costruito nel XVII secolo dai portoghesi e per anni, infatti, punto d’incontro per gli schiavi che venivano condotti verso la costa, per iniziare il loro viaggio senza ritorno nel continente americano.
Al mattino, a Kilamba, durante la messa della domenica mattina, Leone XIV ha lanciato un nuovo appello per la pace in Ucraina e in tutto il Medio Oriente.
«La tregua annunciata in Libano è motivo di speranza perché rappresenta un segnale di sollievo per il popolo libanese e per l’Oriente». Leone ha incoraggiato «coloro che sono impegnati nella ricerca di una soluzione diplomatica a proseguire il dialogo per la pace affinché si raggiunga la stabilità in tutto il Medio Oriente e rimanga permanente. Uniti a Dio ci sforziamo oggi ogni giorno di fare crescere i frutti dell’amore, dell’autentica giustizia e della pace al di là di tutti gli ostacoli e le difficoltà».
Parlando in portoghese, il Santo Padre ha chiesto anche la fine della corruzione in Angola, attraverso la guarigione della «piaga della corruzione». «Possiamo e vogliamo costruire un Paese in cui le antiche divisioni siano superate per sempre, in cui l’odio e la violenza scompaiano, in cui la piaga della corruzione sia sanata da una nuova cultura della giustizia e della condivisione».
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Il generale Paolo Capitini (Imagoeconomica)
Generale, in queste ore si parla di missione dei «Volenterosi» per stabilizzare il cessate fuoco tra Usa e Iran, prolungato di ulteriori 10 giorni da venerdì scorso. Di che intervento si tratterebbe?
«È una mossa politica dei Paesi colpiti dallo scacco nello stretto di Hormuz da parte dell’Iran. Uno slancio per tirare la palla in avanti, dopo il cessate il fuoco. Nella pratica si tratterebbe di una missione di sminamento condivisa dall’Europa. Un modo per mettere la bandiera e restare lì, in uno snodo mondiale cruciale. Però l’aspetto importante è rappresentato dal messaggio preciso che questi Paesi vogliono lanciare a chi tiene il mondo con il fiato sospeso attraverso la chiusura e riapertura dello stretto in base alla durata della tregua. Perché prima della guerra questa arma non era chiara, ora la minaccia del blocco è un’evidenza sotto gli occhi di tutti. Quindi è come se i Volenterosi volessero dire che l’Europa si propone come alternativa a chi ha generato questo casino. Francia e Germania faranno da garanti e chi lo sa che l’Europa possa diventare un interlocutore con l’Iran... Un’ipotesi che fa impazzire gli Usa. Anche dopo la prima guerra del Golfo ci fu lo sminamento e vi parteciparono tutti. Ma stiamo parlando di un orizzonte ancora lontano».
Netanyahu sarebbe scioccato dallo stop di Trump sul Libano. Sul campo ci sono differenze tra Israele, che non vuole cedere a ritiri immediati, e Stati Uniti che, invece, vorrebbero stabilizzare il fronte libanese per riaprire il dialogo con l’Iran. Queste due posizioni sono conciliabili?
«Quelle di Usa e Israele sono visioni opposte. Israele persegue una linea strategica ben definita ed è quella della distruzione delle realtà ancora ostili dopo aver costruito una pace con Egitto e Giordania, per esempio. A Netanyahu restavano da risolvere le questioni di Libia, Siria e Palestina: ha sciolto il problema dei palestinesi, lasciando una realtà fatta di tribù in Libano e Siria. Israele, inoltre, voleva un Iran inoffensivo, ma non per la bomba atomica. Israele punta alla distruzione dello Stato iraniano in toto, non soltanto del regime. Sa qual è il sogno della vita per Netanyahu? Un Iran smembrato in 40 staterelli. Ma Netanyahu sa che questo si può realizzare soltanto con una guerra tra l’Iran e l’America. Perché Israele da solo potrebbe reggere un conflitto al massimo per tre settimane, quindi porta avanti questa linea strategica con gli Usa. Gli Stati Uniti, invece, hanno una linea strategica opposta. Devono consolidare la loro egemonia in quell’area, addomesticando però gli Stati del Golfo. Stanno combattendo una guerra per conto terzi, con tutto quello che ciò comporta anche internamente. Penso a una parte dei repubblicani, i Maga, che non sono per niente soddisfatti. Gli Usa si trovano “masticati” tra il non potere dire di no a Israele per motivi storici e il costo che stanno pagando per questa guerra».
Cruciale lo stretto di Hormuz, sotto il controllo della Repubblica islamica. Gli americani hanno inviato altri 10.000 uomini, pronti a un possibile attacco. Sarebbero sufficienti?
«10.000 soldati sono il nulla, o meglio, per un’isoletta come quella di Karg lo sono: puoi conquistarla ma non tenerne il controllo a lungo. Operativamente un’operazione via terra con queste forze ha senso, ma tatticamente non serve a nulla. Gli iraniani sostengono di aver stimato in 270 miliardi i danni subiti. La vera richiesta emersa dai colloqui di Islamabad è: ridateci i soldi. Oppure, se non ci ridate i soldi, mettiamo un pedaggio su Hormuz. Gli americani non possono pagare e ammettere un pedaggio perché sarebbe l’ammissione di una sconfitta. In guerra paga sempre chi perde. Trump non può dare l’ok per un pedaggio perché vorrebbe dire cedere una delle più importanti vie d’acqua e non controllarla più. Gli Usa si sono messi in un collo di bottiglia ed è davvero difficile uscirne, a meno che non ammettano la sconfitta, l’errore. Ma qual è il valore che ha Hormuz in merito alle vie dell’acqua, quindi? Non soltanto la disobbedienza di uno Stato come l’Iran, ma la fine di una narrazione: quella degli Stati Uniti che dominano i mari. Basta uno sguardo al dislocamento delle basi americane nel mondo, sarebbe impensabile perdere un avamposto come Hormuz. Valeva anche per gli inglesi, un tempo, si pensi alla canzone dell’Ottocento, Britannia rules the navy…».
Quindi il problema sarebbe mantenere il controllo di quel lembo di terra?
«Le due principali vie d’acqua che collegano Mediterraneo e Atlantico sono Bab al Mandab, sotto il controllo degli Huthi, e Hormuz, oggi sotto il controllo dell’Iran. Se adesso si perde definitivamente anche il secondo, il Medio Oriente è pronto a controllare queste due vie e a tagliare fuori l’Europa. Quindi la sorveglianza delle due vie d’acqua è fondamentale».
Il piano dell’Europa, come anticipato dal Wall Street Journal, prevede la creazione di una coalizione internazionale con l’obiettivo di ripristinare la sicurezza della navigazione nello Stretto una volta terminato il conflitto iraniano, senza il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti. Sarà possibile escludere Trump?
«Senza gli Stati Uniti non è possibile, perché, come dicevamo, per loro è vitale come l’aria che il mare sia soggetto direttamente al proprio controllo. Altrimenti non spenderebbero miliardi di dollari nella marina militare, per esempio per mantenere 11 portaerei. Loro sanno che in qualsiasi parte del mondo è necessario che siano loro a rispondere. Devono essere gli americani a decidere chi passa e chi no da uno stretto. Il problema è che questa guerra ha dimostrato che una piccola potenza come l’Iran può mettere in ginocchio una grande potenza come gli Usa».
Lo stesso Trump attacca l’Italia e ora anche la Nato per non aver messo a disposizione la base di Sigonella. Si tratta di un pretesto politico oppure era un nodo militare strategico per gli Usa?
«La Nato viene costantemente attaccata da circa un anno e mezzo da Trump e quindi l’ultima uscita non mi stupisce. Ma lui è azionista di maggioranza della Nato, non è che la Nato sia una cosa nuova, un ente che non conosceva e che si è ritrovato sulla sua strada. Permettetemi di dire che è come se Trump se la prendesse con se stesso».
Gli iraniani, in questo momento, sono in vantaggio in questa guerra?
«Iniziamo con il prendere questa guerra come il secondo round di un percorso più lungo. Prima c’è stata la guerra dei 12 giorni, che è stata interrotta perché sia Usa sia Israele avevano mal calibrato le risorse. Ora è iniziato il secondo round. Ma facciamo un bilancio: il famoso regime change non c’è stato, anzi, le vecchie cariatidi al potere sono state spazzate via dalle nuove leve, ayatollah ancora più giovani che, se facciamo una stima, possono reggere tranquillamente per i prossimi 35 anni. Altro che essere cancellati come Stato… Semmai con l’intervento americano è stato fatto un grande danno a una rivoluzione interna, depotenziandola. Ora, come reazione all’ingerenza occidentale, si sono compattati tutti per battere il nemico esterno. Se qualcuno degli iraniani non fosse stato edotto sulla vecchia retorica del grande Satana e piccolo Satana… ora sicuramente ne è a conoscenza! Forse oggi chi era in dubbio sullo scendere in piazza o meno, ha cambiato idea e a causa delle bombe sopra la propria testa pensa semplicemente che avesse ragione Khamenei».
Quali sono stati gli errori degli Usa che hanno portato la guerra a un passo dall’escalation mondiale?
«La guerra non si inizia senza sapere il punto di caduta: non sai qual è l’obiettivo politico. La guerra non si fa per distruggere cose ma per cambiare sistemi. Qui qualcosa è cambiato, ma in peggio: ci pensi, Hormuz viene riaperto dall’Iran in base alla tregua in Libano. Questo è molto pericoloso anche per Trump».
Trump chiedeva l’aiuto dell’Europa. Lei, generale, ha partecipato a missioni importanti come quella in Bosnia e Kosovo. In quel caso gli Usa erano entrati in azione pur non avendo incominciato la guerra. Non è la stessa cosa ma al contrario, oggi?
«Trump voleva assicurarsi che l’Iran non possedesse la bomba atomica, ma in realtà la Repubblica islamica la possiede già: si chiama Hormuz. L’amministrazione americana ha fatto una valutazione sbagliata, o meglio il presidente degli Usa ha preso la decisione sbagliata. Come disse Eisenhower a Marshall: il comando non è gloria, è solitudine organizzata in decisioni».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 20 aprile con Flaminia Camilletti
Donald Trump (Ansa)
Il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz si è arrestato bruscamente dopo gli spari di sabato contro due navi commerciali, ma nelle ore successive emerge anche un primo segnale isolato che rompe il blocco. Secondo quanto riportato da Bbc Persian, la compagnia Tui Cruises ha annunciato che due proprie navi sono riuscite ad attraversare lo Stretto dopo aver ottenuto le autorizzazioni necessarie dalle autorità competenti. Le imbarcazioni, già prive di passeggeri perché rimpatriati in precedenza e con equipaggi ridotti, stanno ora navigando rapidamente verso il Mar Mediterraneo. Subito dopo l’attacco, però, la situazione è precipitata. I dati di Marine Traffic, citati da Cnn, indicano che la maggior parte delle navi presenti nell’area ha cambiato rotta, dirigendosi verso zone ritenute più sicure tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman. Il traffico nello Stretto risulta di fatto paralizzato: due petroliere, battenti bandiera del Botswana e dell’Angola, hanno tentato il passaggio ma sono state fermate dagli avvertimenti delle forze armate iraniane. Secondo l’agenzia Tasnim, le unità sono state costrette a invertire la rotta e a ritirarsi. L’episodio si inserisce nel quadro del blocco navale imposto dagli Stati Uniti contro l’Iran, che continua a condizionare pesantemente la navigazione in una delle principali arterie energetiche globali. Mentre sul mare la tensione resta altissima, sul piano militare emergono nuove valutazioni sulla capacità operativa iraniana. Un’analisi dell’intelligence statunitense, riportata dal New York Times, indica che Teheran conserva circa il 70% del proprio arsenale di missili balistici e il 60% dei lanciatori, oltre al 40% dei droni. All’8 aprile, data dell’entrata in vigore del cessate il fuoco, l’Iran disponeva di circa la metà dei lanciatori. Da allora le forze iraniane hanno recuperato circa cento sistemi sepolti sotto le macerie dei raid americani e israeliani, riportando la capacità operativa al 60%. Le operazioni di recupero proseguono e potrebbero riportare l’arsenale al 70% dei livelli precedenti al conflitto.
Sul fronte politico, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian torna a rivendicare il «diritto del popolo iraniano» all’uso del nucleare. In dichiarazioni riportate da Al Jazeera, accusa Washington di voler negare diritti sovrani e sostiene che «Trump non ha il diritto di impedire all’Iran di beneficiare dei suoi diritti nucleari». Denuncia inoltre che gli attacchi hanno colpito infrastrutture civili, scuole e ospedali, affermando che «il nemico non è riuscito a raggiungere i suoi obiettivi».
Sul fronte opposto, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rilanciato la pressione. Annuncia un nuovo round di negoziati a Islamabad, in Pakistan, e accusa l’Iran di aver violato il cessate il fuoco. «Accadrà. In un modo o nell’altro. Con le buone o con le cattive», afferma, ribadendo che Washington sta offrendo «un accordo equo e ragionevole». Ma al tempo stesso alza il livello dello scontro: «Se non verrà accettato, gli Stati Uniti distruggeranno ogni centrale elettrica e ogni ponte in Iran».
La delegazione americana sarà guidata dal vicepresidente JD Vance, secondo quanto riferito da un funzionario della Casa Bianca, insieme all’inviato speciale Steve Witkoff e a Jared Kushner, dopo iniziali indicazioni contrastanti sulla guida della missione. Trump insiste sulla linea dura anche in un’intervista a Fox News: questa è «l’ultima possibilità» per Teheran di accettare un accordo di pace. Il presidente chiarisce che non intende ripetere «lo stesso errore» dell’ex presidente Barack Obama e avverte: «Se l’Iran non firma questo accordo, l’intero Paese verrà distrutto». Il tono si è fatto ancora più esplicito nel messaggio pubblicato sul social Truth: «No more Mr Nice Guy», basta fare il bravo ragazzo. Trump ha parlato di se stesso per spiegare che finora è stato «bravo», ma se Teheran non accetterà l’accordo «equo e ragionevole» degli Stati Uniti smetterà di esserlo e colpirà infrastrutture strategiche iraniane. Teheran ha replicato duramente. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, definisce «illegale» il blocco statunitense dello Stretto di Hormuz, sostenendo che viola il cessate il fuoco mediato dal Pakistan e la Carta delle Nazioni Unite. Secondo Baghaei si tratta di «un atto di aggressione» e di una «punizione collettiva» contro il popolo iraniano.
Nel frattempo si restringe ulteriormente lo spazio diplomatico. L’Iran, in serata, ha respinto l’ipotesi di un secondo round di colloqui di pace con gli Stati Uniti. Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa statale Irna, ripresa da Sky News, l’assenza di Teheran dai negoziati è dovuta alle «richieste eccessive di Washington, alle aspettative irrealistiche, ai continui cambiamenti di posizione, alle ripetute contraddizioni e al blocco navale in corso». La sequenza degli eventi mostra una crisi in bilico tra tentativi isolati di ripresa del traffico e un’escalation politica e militare che rischia di bloccare definitivamente ogni spiraglio negoziale. In gioco non c’è solo il confronto tra Stati Uniti e Iran, ma la sicurezza di una delle arterie energetiche più importanti del pianeta.
Israele: «Useremo la piena forza». Tregua in Libano appesa a un filo
La tregua fra Libano ed Israele sembra essere diventato un conflitto a bassa intensità con continue violazioni da entrambe le parti. Le parole del ministro della Difesa Israel Katz che ha annunciato che le Forze di Difesa israeliane hanno ricevuto ordine di ricorrere alla piena forza in Libano, in caso dovessero trovarsi di fronte ad una qualsiasi minaccia, fotografano in pieno la fragilità dell’accordo. Katz ha specificato di non fare nessuna differenza al fatto se sia ancora in atto il cessate il fuoco ed ha anche ribadito che l’esercito ha ricevuto l’ordine di demolire tutte le abitazioni dei villaggi vicino al confine con Israele, che fungevano da avamposti ad Hezbollah. Il premier Netanyahu, in un video pubblico, ha rivendicato come propria la decisione dello stop ai raid in Libano, cercando di dimostrare che non era stata imposto dall’amministrazione statunitense. Netanyahu ha comunque sottolineato la necessità della creazione di una zona di sicurezza nel Sud del Libano, ammettendo che il disarmo totale del movimento sciita resta lontano. Intanto la popolazione libanese sta lentamente ritornando nelle regioni meridionali e si sono formate lunghissime file di auto in direzione sud. Israele ha distrutto il ponte sul fiume Litani e l’esercito nazionale libanese, con l’aiuto dei civili, sta riempiendo il letto del fiume per consentire il passaggio ai profughi. Quella che Tel Aviv definisce come una politica di bonifica dell’area sul confine, sta intanto continuando e i comandanti militari dell’Idf hanno dichiarato al quotidiano Haaretz che case civili, edifici pubblici e scuole ritenuti legati ad Hezbollah saranno comunque distrutti. Nell’area sono arrivati decine di mezzi pesanti, tra cui molti escavatori, con gli operai pagati in base al numero di edifici abbattuti. L’esercito israeliano, che per la prima volta ha pubblicato la mappa della loro nuova linea di schieramento all’interno del Libano, ha anche riportato la morte di un soldato, caduto in combattimento nell’estremo Sud del Libano, portando ad un totale di 15 militari morti dall’inizio dello scontro con il movimento sciita filo iraniano. In risposta alla morte del soldato, Israele ha colpito diversi obiettivi, nonostante la tregua ufficialmente resti in piedi. L’intelligence militare di Tel Aviv ha confermato che è stato Hezbollah ad aprire il fuoco contro le forze della missione delle Nazioni Unite Unifil, dove è rimasto uccisi il sergente maggiore dell’esercito francese Florian Montorio. Secondo gli israeliani un gruppo di miliziani di Hezbollah ha aperto il fuoco contro le forze onusiane impegnate a bonificare dalle mine la zona di Al-Ghandouriyah, uccidendo il sergente è ferendo altri tre membri del personale. Hezbollah ha immediatamente diramato un comunicato in cui nega ogni coinvolgimento e ha chiesto, per la prima volta, che una commissione dell’esercito nazionale apra un’inchiesta sul caso. Una dura condanna sull’attacco ai caschi blu è arrivata anche dall’Unione Europea che ha accusato Hezbollah dell’uccisione del militare francese e che ha invitato il Partito di Dio a disarmarsi e a porre fine immediatamente ai suoi attacchi. Il primo ministro libanese Nawaf Salam si è impegnato personalmente a chiarire l’episodio, sottolineando ancora una volta il ruolo fondamentale delle Nazioni Unite nel cercare di mantenere la pace nel Paese dei cedri. Il premier libanese martedì sarà a Parigi per incontrare il presidente francese, un incontro fortemente voluto da Parigi che non vuole perdere la sua storica influenza sul Libano. La Francia, che per la prima volta non è stata coinvolta da Beirut in una sua trattativa di pace, ha subito accusato Hezbollah di aver teso una trappola ai militari.
Intanto Netanyahu ha chiesto di annullare la sua testimonianza al processo penale prevista per oggi per motivi di sicurezza e politici. La Procura di Stato ha respinto la richiesta, affermando che « l’imputato deve adeguare il calendario alle date di testimonianza stabilite dal tribunale».
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