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2022-12-31
Ci lascia Benedetto XVI, il Papa che santifica la vita
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Ansa
Benedetto XVI, il primo Papa in epoca moderna a rinunciare al pontificato (prima di lui era stato, seicento anni prima, Gregorio XII nel 1415, e prima ancora Celestino V, nel 1294), non si è mai pentito "neppure per un solo minuto" di quella decisione arrivata per molti come "un fulmine a ciel sereno", per usare le parole dell'allora cardinale decano Angelo Sodano, l'11 febbraio del 2013.
Al suo amico giornalista Peter Seewald, Ratzinger successivamente confidò: "Vedo ogni giorno che era la cosa giusta da fare", "era una cosa su cui avevo riflettuto a lungo e di cui avevo anche a lungo parlato con il Signore". Per questo, al momento dell'annuncio, "ho sottolineato che agivo liberamente; non si può andare via se si tratta di una fuga. Non bisogna cedere alle pressioni. Si può andare via solo se nessuno lo pretende, e nessuno nel mio caso lo ha preteso. Nessuno. Fu una assoluta sorpresa per tutti".
Lo fu anche per la stampa mondiale. Quel giorno a dare la notizia in anteprima mondiale fu un giornalista dell'Ansa che seguiva, dalla sala stampa vaticana, il concistoro per alcune canonizzazioni. Un appuntamento che poteva essere una routine per i vaticanisti e che invece ha cambiato il corso della storia. Il giornalista carpì al volo il senso della dichiarazione pronunciata in latino e diede la notizia per prima a tutto il mondo. Per Papa Bergoglio, che più volte ha chiarito che non intende dimettersi, comunque, dopo la rinuncia di Benedetto, "la porta è aperta", nel senso che le dimissioni di un Pontefice non saranno mai più una cosa eccezionale. E per mesi nelle stanze vaticane si è ipotizzata una specifica disciplina per il Papa emerito, per evitare di improvvisare regole e cerimoniale. Una regolamentazione che poteva prendere la forma di 'motu proprio' ma che di fatto non è mai arrivata.
Anche i muri e i «no» sono preziosi se ci aiutano a santificare la vita
Omelia del Papa emerito contro «l'ottimismo delle nuove aperture» secondo cui non esistono «confini» Una lezione sul valore del battesimo che ci preserva dalla «pompa diaboli» e dall'anticultura della morte.
La Chiesa ha mura. Il muro da una parte indica verso l'interno, ha la funzione di proteggere, raccoglierci e condurci uno verso l'altro. Il suo senso è quello di riportarci insieme dalle distrazioni nelle quali viviamo all'esterno, dall'opporci l'uno all'altro nel quale spesso ci perdiamo, di donarci la convivenza, di guidarci alla responsabilità dell'uno per l'altro, ma anche di darci il dono e la consolazione della condivisione della fede, dell'essere insieme nel dramma della vita umana. Per questo i padri della Chiesa hanno affermato che i muri in ultima analisi siamo noi stessi e lo possiamo essere solamente nella misura in cui siamo pronti a lasciarci squadrare come pietre e a lasciarci connettere l'un l'altro e proprio così, lasciandoci squadrare e facendoci disporre uno accanto all'altro, usciamo da quanto è meramente privato.
Divenendo mura possiamo anche ricevere il dono di essere edificio, di essere sostenuti come noi a nostra volta sosteniamo altri. Il muro guarda verso l'interno, è qualcosa di positivo, che raduna, protegge, unisce. Ha, però, anche l'altra faccia con la quale guarda verso l'esterno, traccia un confine che tiene lontano quanto non appartiene all'interno.
Quando nel punto culminante del Vaticano II questo pensiero divenne sempre più estraneo e, nell'ottimismo delle nuove aperture, si diffuse la convinzione che non vi erano affatto dei confini, anzi che non ve ne potevano essere, il vescovo evangelico Wilhelm Stählin tenne una conferenza sul tema: «Gerusalemme ha mura e porte», che fece scalpore. Ci ricordò che anche la città santa del tempo finale, quale viene delineata nell'Apocalisse di san Giovanni ha sì delle porte che sono sempre aperte, ma ha nondimeno anche delle mura. Ci ricordò, dunque, che esiste anche qualcosa che non può entrare, non ha diritto di entrare perché non vengano distrutte la pace e la libertà di questa città. Giovanni accenna a quella realtà contro la quale stanno le mura con le parole misteriose: «Fuori i cani, i maghi, gli immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna!» (Ap 22,15). Stählin rifletté sul significato di queste espressioni ricorrendo a una citazione del poeta romano Giovenale: «Ritieni male estremo stimare la vita più del timore e del rispetto». Non entreranno nella città la mancanza di timore reverenziale, il cinismo per il quale nulla è santo, che non sa chinarsi, che non sa tacere, portare rispetto, che riduce ciò che è grande a volgarità, che non conosce la dignità e così trascina l'uomo nell'immondizia.
Contro queste realtà vi sono le mura così che si ergono anche contro gli adoratori di idoli. Cosa vuol dire questa espressione si evince chiaramente da una frase di san Paolo che afferma: «la cupidigia che è idolatria» (cfr. Col 3,5). L'idolatria significa che noi non riconosciamo alcun essere superiore a noi, mentre la cosa più importante diviene godersi la vita; significa inoltre che la proprietà diventa la cosa più importante, che noi pieghiamo le ginocchia di fronte alle cose e le adoriamo e in questo modo mettiamo sotto sopra la creazione: facciamo diventare l'alto basso e distruggiamo la pace. Non può entrare neppure la bugia che distrugge la fiducia e rende impossibile la comunità. Non possono entrare l'odio e l'avidità che feriscono l'umanità.
Contro queste realtà si ergono i muri della Chiesa per edificare la città della pace, della libertà e dell'unità. Questo ci riporta nuovamente ai Padri della Chiesa e al rito della consacrazione della Chiesa in cui la parete viene considerata come la presenza dei dodici apostoli.
I santi sono le mura che ci circondano. Sono loro che ci rendono impermeabili allo spirito del male, alla bugia, all'indisciplina, all'odio e alla mancanza di verità. Nello stesso tempo sono forza di invito, permeabili a tutto ciò che è buono, grande e nobile. I santi sono mura e porta nello stesso tempo.
E, in tutta sobrietà, noi stessi dobbiamo essere questi santi, cioè degli uomini che sono l'uno per l'altro delle mura, che tengono lontano ciò che è contrario all'umanità e al Signore, mentre sono spalancati per tutto ciò che è ricerca, domanda e speranza in noi.
[…] Il battesimo, […], è un dono, il dono della vita. Un dono, tuttavia, deve essere accolto, deve essere vissuto. Un dono d'amicizia comporta di dire sì all'amico e di dire no a tutto ciò che non è conciliabile con questa amicizia, che non è conciliabile con la famiglia di Dio, con la vita vera in Cristo. Così, in questo secondo dialogo [del rito del battesimo], verranno detti tre no e tre sì. Si dice no e ci si oppone così alle tentazioni, al peccato, al diavolo. […]
A cosa diciamo no? Solo così possiamo comprendere a cosa diciamo sì. Nella Chiesa antica il triplice no veniva sintetizzato in un'unica parola che gli uomini del tempo comprendevano bene. Si rinuncia, si diceva, alla pompa diaboli, alla promessa di una vita in eccesso, a quella vita ingannevole che sembrava venire dal mondo pagano, dalle sue libertà, al suo modo di vivere solamente secondo quanto a uno piaceva. Era dunque un no ad una cultura che, in apparenza, portava con sé una vita di eccessi, in realtà, invece, era una «anticultura» della morte. Era un no a quegli spettacoli in cui morte, crudeltà e violenza erano diventati momenti di intrattenimento. […]
Questa pompa diaboli, quest'anticultura della morte era una perversione della gioia, era amore alla bugia e all'imbroglio, era un abuso del corpo umano come merce di scambio. E se ci riflettiamo sopra, possiamo dire che anche noi, nel nostro tempo, dobbiamo dire di no alla cultura della morte prevalente in ampi settori della cultura dominante, ad una «anticultura» che si mostra ad esempio nel problema delle droghe, nella fuga dalla realtà verso un mondo dell'apparenza, in una falsa fortuna, che trova la sua espressione nella bugia, nell'imbroglio, nell'ingiustizia, nel disprezzo degli altri, nel disprezzo della solidarietà e della responsabilità per i poveri e i sofferenti. Si mostra ancora in una sessualità che diventa mero piacere, senza alcuna coscienza della responsabilità, dove ha luogo, per così dire, una cosificazione del partner che non viene più considerato una persona degna di amore e fedeltà personale, ma diviene solo merce, mero oggetto.
A questa promessa di ingannevole beatitudine, a questa pompa di vita ingannevole, che in realtà è solo strumento di morte, a questa «anticultura» diciamo no, per coltivare la cultura della vita. Per questo dall'antichità fino all'oggi, il sì cristiano è stato sempre un chiaro sì alla vita. Questo è il nostro sì a Cristo, il sì al vincitore della morte e il sì alla vita nel tempo e nell'eternità. […]
Potremmo anche dire che il volto di Dio, che è il contenuto di questa cultura della vita, il contenuto del nostro grande sì, trova espressione nei dieci comandamenti. Questi non sono un cumulo di divieti in cui troverebbe espressione solo il no, esprimono in realtà una grande visione della vita. Sono un sì ad un Dio che dà senso alla vita (i primi tre comandamenti), un sì alla famiglia (quarto comandamento), un sì alla vita (quinto comandamento), un sì ad un amore consapevole della responsabilità (sesto comandamento), un sì alla solidarietà, alla responsabilità sociale e alla giustizia (settimo comandamento), un sì alla verità (ottavo comandamento), un sì al rispetto degli altri uomini e di ciò che loro appartiene (nono e decimo comandamento).
Questa è la filosofia della vita, la cultura della vita, che diventa concretamente applicabile e bella nella comunione con Cristo, il Dio vivente, che si accompagna a noi nella comunità dei suoi amici, nella grande famiglia della Chiesa. Il battesimo è il dono della vita. È un sì alla sfida di vivere realmente la vita e di dire no all'attacco della morte, che si traveste da vita, ed è un sì al grande dono della vera vita, che è presente sul volto di Cristo che a noi si dona nel battesimo e poi nell'eucaristia.
Nella benedizione di un trattore il senso sacro del lavoro dell’uomo
Cantagalli traduce e pubblica 25 omelie di Joseph Ratzinger. Proponiamo la predica sulle macchine, dove il Papa emerito riflette sulla tecnica: «Senza coscienza dello scopo, essa può finire per distruggere il genere umano».
La benedizione dei trattori è già divenuta una bella tradizione di questo Paese. Però uno potrebbe obiettare: che cosa vuol dire la benedizione di una macchina? Per il funzionamento di una macchina non serve una benedizione; il trattore è un prodotto tecnico, le condizioni del suo funzionamento sono le regole della costruzione tecnica, nient'altro. Chi parla così ha ragione in parte, ma solo in parte. Naturalmente una benedizione non sostituisce una costruzione tecnica corretta e neppure un'applicazione sicura della macchina.
Ma la macchina non è un mondo chiuso in sé stesso; la macchina ha la sua origine in un'idea e in una volontà umana, e serve a uno scopo determinato; il trattore, per esempio, serve per il lavoro del contadino, serve per il suo impegno della dominazione della terra secondo la parola del Creatore: «Soggiogatela e dominate […] su ogni essere vivente» (Gen 1,28). La macchina fa parte del lavoro umano, è uno strumento del nostro lavoro. Benedire la macchina significa quindi: benedire il nostro lavoro, mettere nelle mani di Dio il nostro lavoro. La macchina rappresenta il vostro lavoro e la benedizione è una preghiera, nel nome e nella forza della Chiesa, che Dio sia con voi giorno per giorno nel vostro impegno per il nostro pane quotidiano, per il frutto della terra, che è sempre dono della bontà di Dio e prodotto della nostra fatica.
Così possiamo dire: la macchina dipende dall'uomo e dal suo ingegno, ma l'uomo dipende da Dio. Le macchine, tutte le invenzioni tecniche possono essere o benedizione o maledizione per l'umanità e oggi vediamo sempre più quest'ambiguità della tecnologia moderna. La tecnica è, così, buona o cattiva come è buono o cattivo l'uomo stesso. Dove l'uomo perde sé stesso, la dominazione della terra diventa distruzione della terra. Dove l'uomo perde sé stesso, la sua capacità tecnica diventa una minaccia diretta contro la sopravvivenza del genere umano. L'uomo perde sé stesso quando dimentica il suo Creatore, Dio. Dimenticando Dio non sa più decifrare il messaggio della sua natura, dimentica la sua misura e diventa per sé stesso un enigma senza risposta. Quando dimentichiamo Dio, le cose diventano mute, sono solo materiale per fare qualcosa, ma senza un perché, vuote di ogni significato più profondo. Se ritorniamo a Dio, le cose cominciano a parlare. La Scrittura ci dà due immagini di una vera dominazione della terra: il giardino e la città santa. Il giardino esprime un'amicizia reciproca tra terra e uomo, l'armonia della creatura. Dove l'uomo è retto, la terra dà il suo frutto, la terra diventa giardino e patria.
La benedizione dei trattori è una preghiera perché il nostro lavoro stia nelle mani di Dio, nella misura di Dio e della sua bontà; una preghiera affinché, tramite il nostro lavoro, la terra diventi sempre più giardino e patria; una preghiera affinché il nostro lavoro e il nostro uso delle macchine non diventi distruzione, ma costruzione della terra, costruzione di un mondo umano e preparazione della città futura, del giardino futuro, del Regno di Dio. La benedizione dei trattori è inoltre un riconoscimento del fatto che anche oggi la vita dell'uomo non dipende ultimamente dalle macchine, ma dalla bontà di Dio. Il frutto della terra viene anche oggi da Lui; noi stessi dipendiamo da Lui e dove Lui non è, il nostro potere diventa maledizione; dove Dio non è, niente rimane buono. Così la benedizione diventa anche un esame di coscienza, un'ammonizione: a vivere in armonia con Dio, a lavorare in unione con la sua volontà.
Il nostro lavoro umano, rappresentato in queste macchine, serve innanzitutto per la nostra vita terrena: ci prepara il nostro pane quotidiano. Ma come l'uomo eccede tutto il mondo materiale, così anche il nostro lavoro ha una dimensione più alta che non la pura assicurazione della vita corporale. Il nostro lavoro è sempre necessariamente collaborazione; uno ha bisogno dell'altro e la macchina rappresenta anche questa interdipendenza: non cominciamo da zero - altri hanno pensato e lavorato per noi e lavorano così con noi, il nostro lavoro prepara il nostro nutrimento.
Lavorando viviamo l'uno grazie all'altro, il lavoro crea comunità, crea il giardino e la città. Lavorare è umanizzare. Ma questo non è ancora tutto. Il lavoro per il pane naturale prepara anche il pane soprannaturale e si estende così anche alla preparazione della vita eterna. La liturgia della Chiesa, nella sua preghiera sulle offerte, ci indica questo mistero, questa destinazione più alta del nostro lavoro: «Benedetto sei tu, Signore, Dio dell'universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell'uomo; lo presentiamo a Te, perché diventi per noi cibo di vita eterna». Il nostro lavoro e la bontà di Dio s'incontrano nel dono della terra, nel pane e nel vino. Il nostro lavoro diventa Eucaristia. La bontà di Dio crea pane dal nostro lavoro; la stessa bontà trasforma - rispondendo alla nostra preghiera - il pane terrestre in nutrimento di vita eterna, lo converte in corpo di Cristo. Così vediamo il valore del lavoro e della preghiera. Andando insieme creiamo una nuova terra. Il nostro lavoro prepara la presenza di Cristo, diventa nutrimento della vita eterna. Anche la macchina, strumento del nostro lavoro, non rimane estranea alla vita cristiana. Abbracciata dalla preghiera può diventare strumento di benedizione, può aiutare alla preparazione della città futura. Preghiamo che Dio con la sua bontà benedica il nostro lavoro.
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Jospeh Ratzinger è deceduto alle ore 9:34, nel Monastero Mater Ecclesiae in Vaticano. Dalla mattina di lunedì 2 gennaio, il corpo del Papa Emerito sarà nella Basilica di San Pietro in Vaticano per il saluto dei fedeli. Da teologo oltre che capo della Chiesa ha illuminato la strada del rapporto tra tecnologia e uomo «Senza coscienza dello scopo, essa può finire per distruggere il genere umano». E ha spiegato più volte il valore dei confini contro «l'ottimismo delle nuove aperture».All'interno dell'articolo due omelie del Papa EmeritoBenedetto XVI, il primo Papa in epoca moderna a rinunciare al pontificato (prima di lui era stato, seicento anni prima, Gregorio XII nel 1415, e prima ancora Celestino V, nel 1294), non si è mai pentito "neppure per un solo minuto" di quella decisione arrivata per molti come "un fulmine a ciel sereno", per usare le parole dell'allora cardinale decano Angelo Sodano, l'11 febbraio del 2013.Al suo amico giornalista Peter Seewald, Ratzinger successivamente confidò: "Vedo ogni giorno che era la cosa giusta da fare", "era una cosa su cui avevo riflettuto a lungo e di cui avevo anche a lungo parlato con il Signore". Per questo, al momento dell'annuncio, "ho sottolineato che agivo liberamente; non si può andare via se si tratta di una fuga. Non bisogna cedere alle pressioni. Si può andare via solo se nessuno lo pretende, e nessuno nel mio caso lo ha preteso. Nessuno. Fu una assoluta sorpresa per tutti". Lo fu anche per la stampa mondiale. Quel giorno a dare la notizia in anteprima mondiale fu un giornalista dell'Ansa che seguiva, dalla sala stampa vaticana, il concistoro per alcune canonizzazioni. Un appuntamento che poteva essere una routine per i vaticanisti e che invece ha cambiato il corso della storia. Il giornalista carpì al volo il senso della dichiarazione pronunciata in latino e diede la notizia per prima a tutto il mondo. Per Papa Bergoglio, che più volte ha chiarito che non intende dimettersi, comunque, dopo la rinuncia di Benedetto, "la porta è aperta", nel senso che le dimissioni di un Pontefice non saranno mai più una cosa eccezionale. E per mesi nelle stanze vaticane si è ipotizzata una specifica disciplina per il Papa emerito, per evitare di improvvisare regole e cerimoniale. Una regolamentazione che poteva prendere la forma di 'motu proprio' ma che di fatto non è mai arrivata.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/papa-emerito-morto-2659052244.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="anche-i-muri-e-i-no-sono-preziosi-se-ci-aiutano-a-santificare-la-vita" data-post-id="2659052244" data-published-at="1672480696" data-use-pagination="False"> Anche i muri e i «no» sono preziosi se ci aiutano a santificare la vita Omelia del Papa emerito contro «l'ottimismo delle nuove aperture» secondo cui non esistono «confini» Una lezione sul valore del battesimo che ci preserva dalla «pompa diaboli» e dall'anticultura della morte. La Chiesa ha mura. Il muro da una parte indica verso l'interno, ha la funzione di proteggere, raccoglierci e condurci uno verso l'altro. Il suo senso è quello di riportarci insieme dalle distrazioni nelle quali viviamo all'esterno, dall'opporci l'uno all'altro nel quale spesso ci perdiamo, di donarci la convivenza, di guidarci alla responsabilità dell'uno per l'altro, ma anche di darci il dono e la consolazione della condivisione della fede, dell'essere insieme nel dramma della vita umana. Per questo i padri della Chiesa hanno affermato che i muri in ultima analisi siamo noi stessi e lo possiamo essere solamente nella misura in cui siamo pronti a lasciarci squadrare come pietre e a lasciarci connettere l'un l'altro e proprio così, lasciandoci squadrare e facendoci disporre uno accanto all'altro, usciamo da quanto è meramente privato. Divenendo mura possiamo anche ricevere il dono di essere edificio, di essere sostenuti come noi a nostra volta sosteniamo altri. Il muro guarda verso l'interno, è qualcosa di positivo, che raduna, protegge, unisce. Ha, però, anche l'altra faccia con la quale guarda verso l'esterno, traccia un confine che tiene lontano quanto non appartiene all'interno. Quando nel punto culminante del Vaticano II questo pensiero divenne sempre più estraneo e, nell'ottimismo delle nuove aperture, si diffuse la convinzione che non vi erano affatto dei confini, anzi che non ve ne potevano essere, il vescovo evangelico Wilhelm Stählin tenne una conferenza sul tema: «Gerusalemme ha mura e porte», che fece scalpore. Ci ricordò che anche la città santa del tempo finale, quale viene delineata nell'Apocalisse di san Giovanni ha sì delle porte che sono sempre aperte, ma ha nondimeno anche delle mura. Ci ricordò, dunque, che esiste anche qualcosa che non può entrare, non ha diritto di entrare perché non vengano distrutte la pace e la libertà di questa città. Giovanni accenna a quella realtà contro la quale stanno le mura con le parole misteriose: «Fuori i cani, i maghi, gli immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna!» (Ap 22,15). Stählin rifletté sul significato di queste espressioni ricorrendo a una citazione del poeta romano Giovenale: «Ritieni male estremo stimare la vita più del timore e del rispetto». Non entreranno nella città la mancanza di timore reverenziale, il cinismo per il quale nulla è santo, che non sa chinarsi, che non sa tacere, portare rispetto, che riduce ciò che è grande a volgarità, che non conosce la dignità e così trascina l'uomo nell'immondizia. Contro queste realtà vi sono le mura così che si ergono anche contro gli adoratori di idoli. Cosa vuol dire questa espressione si evince chiaramente da una frase di san Paolo che afferma: «la cupidigia che è idolatria» (cfr. Col 3,5). L'idolatria significa che noi non riconosciamo alcun essere superiore a noi, mentre la cosa più importante diviene godersi la vita; significa inoltre che la proprietà diventa la cosa più importante, che noi pieghiamo le ginocchia di fronte alle cose e le adoriamo e in questo modo mettiamo sotto sopra la creazione: facciamo diventare l'alto basso e distruggiamo la pace. Non può entrare neppure la bugia che distrugge la fiducia e rende impossibile la comunità. Non possono entrare l'odio e l'avidità che feriscono l'umanità. Contro queste realtà si ergono i muri della Chiesa per edificare la città della pace, della libertà e dell'unità. Questo ci riporta nuovamente ai Padri della Chiesa e al rito della consacrazione della Chiesa in cui la parete viene considerata come la presenza dei dodici apostoli. I santi sono le mura che ci circondano. Sono loro che ci rendono impermeabili allo spirito del male, alla bugia, all'indisciplina, all'odio e alla mancanza di verità. Nello stesso tempo sono forza di invito, permeabili a tutto ciò che è buono, grande e nobile. I santi sono mura e porta nello stesso tempo. E, in tutta sobrietà, noi stessi dobbiamo essere questi santi, cioè degli uomini che sono l'uno per l'altro delle mura, che tengono lontano ciò che è contrario all'umanità e al Signore, mentre sono spalancati per tutto ciò che è ricerca, domanda e speranza in noi. […] Il battesimo, […], è un dono, il dono della vita. Un dono, tuttavia, deve essere accolto, deve essere vissuto. Un dono d'amicizia comporta di dire sì all'amico e di dire no a tutto ciò che non è conciliabile con questa amicizia, che non è conciliabile con la famiglia di Dio, con la vita vera in Cristo. Così, in questo secondo dialogo [del rito del battesimo], verranno detti tre no e tre sì. Si dice no e ci si oppone così alle tentazioni, al peccato, al diavolo. […] A cosa diciamo no? Solo così possiamo comprendere a cosa diciamo sì. Nella Chiesa antica il triplice no veniva sintetizzato in un'unica parola che gli uomini del tempo comprendevano bene. Si rinuncia, si diceva, alla pompa diaboli, alla promessa di una vita in eccesso, a quella vita ingannevole che sembrava venire dal mondo pagano, dalle sue libertà, al suo modo di vivere solamente secondo quanto a uno piaceva. Era dunque un no ad una cultura che, in apparenza, portava con sé una vita di eccessi, in realtà, invece, era una «anticultura» della morte. Era un no a quegli spettacoli in cui morte, crudeltà e violenza erano diventati momenti di intrattenimento. […] Questa pompa diaboli, quest'anticultura della morte era una perversione della gioia, era amore alla bugia e all'imbroglio, era un abuso del corpo umano come merce di scambio. E se ci riflettiamo sopra, possiamo dire che anche noi, nel nostro tempo, dobbiamo dire di no alla cultura della morte prevalente in ampi settori della cultura dominante, ad una «anticultura» che si mostra ad esempio nel problema delle droghe, nella fuga dalla realtà verso un mondo dell'apparenza, in una falsa fortuna, che trova la sua espressione nella bugia, nell'imbroglio, nell'ingiustizia, nel disprezzo degli altri, nel disprezzo della solidarietà e della responsabilità per i poveri e i sofferenti. Si mostra ancora in una sessualità che diventa mero piacere, senza alcuna coscienza della responsabilità, dove ha luogo, per così dire, una cosificazione del partner che non viene più considerato una persona degna di amore e fedeltà personale, ma diviene solo merce, mero oggetto. A questa promessa di ingannevole beatitudine, a questa pompa di vita ingannevole, che in realtà è solo strumento di morte, a questa «anticultura» diciamo no, per coltivare la cultura della vita. Per questo dall'antichità fino all'oggi, il sì cristiano è stato sempre un chiaro sì alla vita. Questo è il nostro sì a Cristo, il sì al vincitore della morte e il sì alla vita nel tempo e nell'eternità. […] Potremmo anche dire che il volto di Dio, che è il contenuto di questa cultura della vita, il contenuto del nostro grande sì, trova espressione nei dieci comandamenti. Questi non sono un cumulo di divieti in cui troverebbe espressione solo il no, esprimono in realtà una grande visione della vita. Sono un sì ad un Dio che dà senso alla vita (i primi tre comandamenti), un sì alla famiglia (quarto comandamento), un sì alla vita (quinto comandamento), un sì ad un amore consapevole della responsabilità (sesto comandamento), un sì alla solidarietà, alla responsabilità sociale e alla giustizia (settimo comandamento), un sì alla verità (ottavo comandamento), un sì al rispetto degli altri uomini e di ciò che loro appartiene (nono e decimo comandamento). Questa è la filosofia della vita, la cultura della vita, che diventa concretamente applicabile e bella nella comunione con Cristo, il Dio vivente, che si accompagna a noi nella comunità dei suoi amici, nella grande famiglia della Chiesa. Il battesimo è il dono della vita. È un sì alla sfida di vivere realmente la vita e di dire no all'attacco della morte, che si traveste da vita, ed è un sì al grande dono della vera vita, che è presente sul volto di Cristo che a noi si dona nel battesimo e poi nell'eucaristia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/papa-emerito-morto-2659052244.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="nella-benedizione-di-un-trattore-il-senso-sacro-del-lavoro-delluomo" data-post-id="2659052244" data-published-at="1672480696" data-use-pagination="False"> Nella benedizione di un trattore il senso sacro del lavoro dell’uomo Cantagalli traduce e pubblica 25 omelie di Joseph Ratzinger. Proponiamo la predica sulle macchine, dove il Papa emerito riflette sulla tecnica: «Senza coscienza dello scopo, essa può finire per distruggere il genere umano». La benedizione dei trattori è già divenuta una bella tradizione di questo Paese. Però uno potrebbe obiettare: che cosa vuol dire la benedizione di una macchina? Per il funzionamento di una macchina non serve una benedizione; il trattore è un prodotto tecnico, le condizioni del suo funzionamento sono le regole della costruzione tecnica, nient'altro. Chi parla così ha ragione in parte, ma solo in parte. Naturalmente una benedizione non sostituisce una costruzione tecnica corretta e neppure un'applicazione sicura della macchina. Ma la macchina non è un mondo chiuso in sé stesso; la macchina ha la sua origine in un'idea e in una volontà umana, e serve a uno scopo determinato; il trattore, per esempio, serve per il lavoro del contadino, serve per il suo impegno della dominazione della terra secondo la parola del Creatore: «Soggiogatela e dominate […] su ogni essere vivente» (Gen 1,28). La macchina fa parte del lavoro umano, è uno strumento del nostro lavoro. Benedire la macchina significa quindi: benedire il nostro lavoro, mettere nelle mani di Dio il nostro lavoro. La macchina rappresenta il vostro lavoro e la benedizione è una preghiera, nel nome e nella forza della Chiesa, che Dio sia con voi giorno per giorno nel vostro impegno per il nostro pane quotidiano, per il frutto della terra, che è sempre dono della bontà di Dio e prodotto della nostra fatica. Così possiamo dire: la macchina dipende dall'uomo e dal suo ingegno, ma l'uomo dipende da Dio. Le macchine, tutte le invenzioni tecniche possono essere o benedizione o maledizione per l'umanità e oggi vediamo sempre più quest'ambiguità della tecnologia moderna. La tecnica è, così, buona o cattiva come è buono o cattivo l'uomo stesso. Dove l'uomo perde sé stesso, la dominazione della terra diventa distruzione della terra. Dove l'uomo perde sé stesso, la sua capacità tecnica diventa una minaccia diretta contro la sopravvivenza del genere umano. L'uomo perde sé stesso quando dimentica il suo Creatore, Dio. Dimenticando Dio non sa più decifrare il messaggio della sua natura, dimentica la sua misura e diventa per sé stesso un enigma senza risposta. Quando dimentichiamo Dio, le cose diventano mute, sono solo materiale per fare qualcosa, ma senza un perché, vuote di ogni significato più profondo. Se ritorniamo a Dio, le cose cominciano a parlare. La Scrittura ci dà due immagini di una vera dominazione della terra: il giardino e la città santa. Il giardino esprime un'amicizia reciproca tra terra e uomo, l'armonia della creatura. Dove l'uomo è retto, la terra dà il suo frutto, la terra diventa giardino e patria. La benedizione dei trattori è una preghiera perché il nostro lavoro stia nelle mani di Dio, nella misura di Dio e della sua bontà; una preghiera affinché, tramite il nostro lavoro, la terra diventi sempre più giardino e patria; una preghiera affinché il nostro lavoro e il nostro uso delle macchine non diventi distruzione, ma costruzione della terra, costruzione di un mondo umano e preparazione della città futura, del giardino futuro, del Regno di Dio. La benedizione dei trattori è inoltre un riconoscimento del fatto che anche oggi la vita dell'uomo non dipende ultimamente dalle macchine, ma dalla bontà di Dio. Il frutto della terra viene anche oggi da Lui; noi stessi dipendiamo da Lui e dove Lui non è, il nostro potere diventa maledizione; dove Dio non è, niente rimane buono. Così la benedizione diventa anche un esame di coscienza, un'ammonizione: a vivere in armonia con Dio, a lavorare in unione con la sua volontà. Il nostro lavoro umano, rappresentato in queste macchine, serve innanzitutto per la nostra vita terrena: ci prepara il nostro pane quotidiano. Ma come l'uomo eccede tutto il mondo materiale, così anche il nostro lavoro ha una dimensione più alta che non la pura assicurazione della vita corporale. Il nostro lavoro è sempre necessariamente collaborazione; uno ha bisogno dell'altro e la macchina rappresenta anche questa interdipendenza: non cominciamo da zero - altri hanno pensato e lavorato per noi e lavorano così con noi, il nostro lavoro prepara il nostro nutrimento. Lavorando viviamo l'uno grazie all'altro, il lavoro crea comunità, crea il giardino e la città. Lavorare è umanizzare. Ma questo non è ancora tutto. Il lavoro per il pane naturale prepara anche il pane soprannaturale e si estende così anche alla preparazione della vita eterna. La liturgia della Chiesa, nella sua preghiera sulle offerte, ci indica questo mistero, questa destinazione più alta del nostro lavoro: «Benedetto sei tu, Signore, Dio dell'universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell'uomo; lo presentiamo a Te, perché diventi per noi cibo di vita eterna». Il nostro lavoro e la bontà di Dio s'incontrano nel dono della terra, nel pane e nel vino. Il nostro lavoro diventa Eucaristia. La bontà di Dio crea pane dal nostro lavoro; la stessa bontà trasforma - rispondendo alla nostra preghiera - il pane terrestre in nutrimento di vita eterna, lo converte in corpo di Cristo. Così vediamo il valore del lavoro e della preghiera. Andando insieme creiamo una nuova terra. Il nostro lavoro prepara la presenza di Cristo, diventa nutrimento della vita eterna. Anche la macchina, strumento del nostro lavoro, non rimane estranea alla vita cristiana. Abbracciata dalla preghiera può diventare strumento di benedizione, può aiutare alla preparazione della città futura. Preghiamo che Dio con la sua bontà benedica il nostro lavoro.
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Accelerano le iniziative del Vecchio continente per riaprire lo Stretto di Hormuz, anche perché il presidente americano Donald Trump, nei giorni scorsi, ha dichiarato che chi «riceve petrolio» dal canale marittimo «se lo dovrà andare a prendere» visto che a Washington «non serve».
Poco prima dell’inizio della riunione virtuale della Coalizione di Hormuz, ospitata dal governo britannico, il premier laburista Keir Starmer si è confrontato con il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Palazzo Chigi ha reso noto che i due, durante il colloquio telefonico, hanno discusso «l’impatto della crisi sulla stabilità regionale e sui mercati energetici mondiali», considerando soprattutto «le ricadute per le economie nazionali».
Nel vertice, che ha visto la presenza di oltre 40 Paesi, non è stata però presa una decisione volta a trovare una soluzione immediata. Nel comunicato del ministro degli Esteri britannico, Yvette Cooper, che ha presieduto l’incontro virtuale, si legge che sono state affrontate «diverse aree di possibile azione collettiva», ovvero «l’aumento della pressione diplomatica internazionale» sull’Iran; la valutazione di «misure economiche e politiche coordinate come le sanzioni»; «la collaborazione con l’Organizzazione marittima internazionale per il rilascio delle navi e dei marinai e il ripristino della navigazione»; e «l’adozione di accordi congiunti per sostenere una maggiore fiducia nel mercato e nelle operazioni». Cooper, separatamente, ha dichiarato che nel Regno Unito si sta discutendo con i responsabili della pianificazione militare delle attività di sminamento dello Stretto, una volta ripristinata la stabilità.
La posizione italiana, espressa dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, si affida al «quadro multilaterale dell’Onu». In particolare, per garantire il passaggio sicuro delle navi il nostro Paese si è detto disponibile a valutare la partecipazione a iniziative multilaterali, ma resta essenziale il mandato delle Nazioni Unite. Il ruolo del Palazzo di vetro è fondamentale anche per «creare un corridoio umanitario per i fertilizzanti e per evitare una nuova crisi alimentare, a cominciare dai Paesi africani», ha scritto il vicepremier su X. Il 30% del commercio globale di fertilizzanti, infatti, arriva proprio dal Golfo. Questa proposta è stata condivisa durante il vertice anche dal ministro olandese e dal viceministro degli Emirati Arabi Uniti. Peraltro, Tajani, prima del videocollegamento, aveva sottolineato come il blocco dello Stretto di Hormuz abbia un impatto diretto anche sui flussi migratori.
La questione della riapertura del canale marittimo sarà anche al centro di una riunione del G7 che si terrà la prossima settimana insieme ai Paesi del Golfo. Ad annunciarlo è stato il portavoce del ministero degli Esteri francese, Pascal Confavreux: ha rivelato che ieri si è tenuto un colloquio telefonico «per preparare l’incontro». Confavreux ha poi specificato che le attività di Parigi si muovono lungo l’asse «diplomatico» ma anche «operativo». E a tal proposito ha ricordato la riunione di fine marzo dei capi militari di 35 Paesi per costituire un’eventuale coalizione per garantire la sicurezza dello Stretto, nonostante Parigi abbia riaffermato la sua linea «strettamente difensiva». Tra l’altro, le tensioni tra la Francia e gli Stati Uniti sono sempre più evidenti. Il presidente francese, Emmanuel Macron, è intervenuto sulla crisi in Medio Oriente scagliandosi contro Trump: «Dobbiamo essere seri, e quando si vuole essere seri non si dice ogni giorno il contrario di quello che si è detto il giorno prima». Ha poi aggiunto che l’operazione auspicata dal tycoon di «liberare» lo Stretto con la forza è «irrealistica». Ma secondo Politico non sarebbe impossibile qualora si agisse in un quadro di legalità. Poche ore prima dell’invettiva del capo dell’Eliseo, il quotidiano ha svelato che la Francia starebbe svolgendo un ruolo di consulenza per il Bahrein in merito a una bozza di risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu. L’iniziativa mira a ottenere l’autorizzazione all’uso della forza per riaprire lo Stretto. Ed è in questo contesto che sarebbe avvenuto l’incontro, lo scorso 25 marzo, tra il ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, e il suo omologo del Bahrein. Va detto che la bozza redatta da un Paese non membro del Consiglio di sicurezza, che in questo caso sarebbe il Bahrein, deve essere proposta da un membro del Consiglio per poter essere votata, quindi in questo contesto la Francia o gli Stati Uniti. Qualora il progetto fosse confermato e dovesse procedere, l’ostacolo principale sarebbe la Russia.
Chi ormai ha completato la bozza è l’Iran, ma in merito al protocollo per un nuovo regime di navigazione nello Stretto. Il viceministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, ha puntualizzato che «una volta pronta», Teheran «avvierà i negoziati con l’Oman così da poter redigere un protocollo congiunto». Per «monitorare il transito» e «garantire un passaggio sicuro», l’iniziativa prevede che, una volta terminata la guerra, le navi avranno bisogno di ottenere in anticipo le licenze e i permessi richiesti, oltre agli accordi necessari con Teheran e Mascate.
Razzo sulla base italiana in Libano. Non chiara l’origine, nessun ferito
Un razzo ha colpito nel pomeriggio la base di Shama, nel Sud del Libano, sede del contingente italiano e del settore Ovest della missione Unifil. Non si registrano feriti tra i militari italiani, mentre i danni risultano limitati ad alcune infrastrutture logistiche. L’origine del lancio è ancora in fase di accertamento e non è stato possibile stabilire con certezza la responsabilità dell’attacco. Il ministro della Difesa Guido Crosetto è rimasto in costante contatto con il Capo di Stato maggiore della Difesa, con il comandante del Covi e con il responsabile del contingente italiano per ricevere aggiornamenti continui sull’evoluzione della situazione e sulle condizioni del personale dispiegato nell’area. L’episodio si inserisce in un quadro di crescente tensione lungo il confine settentrionale di Israele. Nelle stesse ore, due persone sono rimaste leggermente ferite dopo il lancio di circa 150 razzi da parte di Hezbollah contro il Nord del Paese. La risposta israeliana non si è fatta attendere: l’esercito ha colpito decine di obiettivi in Libano riconducibili al movimento sciita sostenuto dall’Iran.
Sul piano diplomatico, l’Iran continua a respingere l’ipotesi di negoziati sostanziali con gli Stati Uniti. Secondo valutazioni di intelligence, Teheran ritiene di trovarsi in una posizione favorevole e non considera credibili le aperture negoziali provenienti da Washington. La leadership iraniana non avrebbe quindi intenzione di accettare richieste di de-escalation, ritenendo che il proseguimento del confronto possa rafforzare la propria posizione regionale. Il ministero degli Esteri iraniano ha inoltre smentito che la Guida Suprema Mojtaba Khamenei sia rimasta ferita durante i raid statunitensi e israeliani. Il portavoce Esmaeil Baghaei ha affermato che il leader «è in perfetta salute» e che la sua assenza dalla scena pubblica «rientra nelle normali misure adottate in tempo di guerra». Nel frattempo nuovi attacchi sono stati registrati in Iran. In un’ampia ondata di raid su Teheran, l’aviazione israeliana ha colpito una base del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione e diversi centri di comando di alto livello. Il ponte strategico B1 sulla direttrice verso la capitale è stato bombardato e distrutto dalle forze Usa, mentre a Tabriz è stato centrato e messo fuori uso un sito di missili balistici. Con un attacco mirato nella zona di Kermanshah, l’aviazione israeliana ha eliminato Makram Atimi, comandante di un’unità missilistica centrale nell’Iran occidentale. L’agenzia iraniana Fars ha confermato la morte del comandante delle forze speciali terrestri delle Guardie Rivoluzionarie, Mohammadali Fathalizadeh. Le Forze di Difesa israeliane hanno a loro volta annunciato anche l’uccisione del generale Jamshid Eshaghi e il bombardamento di diversi quartier generali legati alla gestione delle finanze militari.
A Mashhad un bombardamento ha colpito un serbatoio di carburante nell’area aeroportuale, provocando un incendio ma senza causare vittime. Più grave il bilancio nella provincia di Alborz, dove un attacco congiunto statunitense e israeliano ha colpito il ponte autostradale tra Karaj e Teheran, causando due morti e diversi feriti, oltre a danni in altre zone urbane. Secondo i media statali, il Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche avrebbe preso di mira un centro di cloud computing collegato ad Amazon in Bahrein come rappresaglia. Nei giorni precedenti Teheran aveva annunciato l’intenzione di colpire sedi di aziende statunitensi presenti nella regione. Le due principali acciaierie iraniane hanno inoltre sospeso le attività a causa dei bombardamenti, stimando tempi di ripresa compresi tra sei mesi e un anno. In risposta ai raid, le Guardie Rivoluzionarie hanno dichiarato di aver colpito impianti siderurgici e di alluminio legati agli Stati Uniti nei Paesi del Golfo, definendo l’azione un avvertimento e minacciando ritorsioni più dure. Contemporaneamente sirene d’allarme sono risuonate a Gerusalemme dopo il lancio di missili balistici dall’Iran, mentre i sistemi di difesa israeliani sono entrati in funzione per intercettare i vettori.
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Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti e il premier Giorgia Meloni (Ansa)
Con il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, i due vicepremier, Matteo Salvini e Antonio Tajani, il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi. Una riunione decisiva che avrà una ricaduta diretta sul Consiglio dei ministri di oggi che dovrà affrontare risolutivamente il nodo del caro carburanti.
A unire il campo largo invece in questo momento c’è poco se non una convinzione: Giuseppe Conte farebbe qualunque cosa pur di tornare a fare il premier. Non un semplice sospetto ma una certezza con cui deve fare i conti Elly Schlein. Da segretario del Pd e quindi del partito con maggior percentuale di voti, dovrebbe essere lei il punto di riferimento e l’interlocutore di chiunque volesse relazionarsi con le opposizioni in Italia. I fatti però hanno dimostrato tutto il contrario. L’incontro di Conte con Paolo Zampolli l’uomo di Donald Trump in Italia, infatti, dice tante cose. La prima è che da ex premier, il leader pentastellato è considerato l’uomo di riferimento dall’entourage del presidente degli Stati Uniti. Un fatto che Giuseppi ha tenuto a sbandierare. Il San Lorenzo è uno dei più noti locali di pesce a Roma, e come altri, viene spesso usato per incontri di lavoro ai più alti vertici. È nella categoria dei ristoranti dove si va «per farsi vedere». Ed è quindi così che dovrebbe arrivare il messaggio a Schlein. Forte e chiaro. «Il leader sono io», sembra dire, «lo sanno anche Oltreoceano».
Per Carlo Calenda, «Conte può incontrare Vladimir Putin e dire che è progressista, poi incontrare Trump e dire che è liberale, può fare la manifestazione “No Kings” e poi mandargli un messaggino. È concavo e convesso, dove lo metti sta e se dovesse saltare l’alleanza col centrosinistra lui per rientrare a Palazzo Chigi fa l’alleanza con Casapound e visto che c’è si porta dietro quello che è il secondo trasformista in Italia dopo di lui, cioè Matteo Renzi. Quindi sono una coppia perfetta», ironizza pungente. Poi aggiunge: «Schlein deve sapere e il Pd deve sapere che questa roba porterà alla scomparsa del Partito democratico, come già fu il Conte due. Io gli avevo detto: non lo fate e l’hanno fatto. Il Movimento 5 stelle era inesistente e adesso abbiamo un Movimento 5 stelle che contende la leadership al Partito democratico».
Ed è chiaro a tutti che il tema della leadership è estremamente divisivo, un elefante nella stanza che non può più continuare a esser ignorato. Eppure c’è chi rimanda il problema.
Goffredo Bettini, dirigente nazionale del Pd, in un editoriale pubblicato dal suo Rinascita, scrive: «Sono giorni che si parla solo di questo. Delle divisioni nella coalizione progressista, delle ambizioni che ognuno coltiva, dei reciproci sospetti e, infine, nelle ultime ore è divampata la ricerca verticistica, irrealistica, inopportuna del cosiddetto federatore». Per questo, per Bettini, su un punto «occorre essere chiari: troveremo il modo più largo, trasparente e sensato di scegliere il leader delle forze progressiste, il candidato premier. Allo stato attuale, tuttavia, occorre il più rapidamente possibile levare dal campo questo tema divisivo e prematuro. Questo affanno personalistico e distraente». Piuttosto, per l’esponente dem, «occorre agire da subito, insieme, come opposizione al governo Meloni, che allo stato attuale resta». E poi: «In secondo luogo, nel modo più ragionato, pacato e responsabile vanno create le condizioni perché i vari partiti della coalizione elaborino una posizione comune sulle grandi questioni del futuro. Non sono affatto pessimista».
All’ottimista Bettini si affianca Andrea Orlando, che rincara: «Penso che sia stato un errore precipitare la discussione sulle primarie, credo che la vittoria referendaria non si possa trasferire automaticamente nel campo politico. Lo può diventare se siamo in grado di far sì che tutto il popolo che ha partecipato al voto sia partecipe alla costruzione dell’alternativa. Si ridia la possibilità di partecipare non solo per andare a votare questo o quell’altro alle primarie ma per costruire dal basso un altro percorso alternativo a quello della destra».
Anche per Matteo Renzi, leader di Italia viva, bisogna stare sui temi. Per l’ex premier bisogna puntare tutto sulla sicurezza: «Il centrosinistra deve dire parole chiare. Su questo tema ci giochiamo le prossime elezioni ma soprattutto il futuro dei nostri ragazzi».
Schlein ha detto la sua due sere fa, ospite di Rete 4. «Io lavorerò come sempre per costruire un’alleanza. Ricordo che nel 2022 abbiamo perso le elezioni perché non c’era un’alleanza. Lavoriamo anzitutto sui programmi e poi naturalmente condivideremo la scelta del candidato premier e se saranno le primarie, io ho sempre detto benissimo, perché io sarò assolutamente disponibile a questo».
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Claudia Conte (Ansa)
Quando ci sono di mezzo i sentimenti, le cose sono sempre complicate.
Il caso della relazione extraconiugale del titolare del Viminale, Matteo Piantedosi, con la giornalista Anna Claudia Conte sta agitando le acque intorno al governo. Non solo perché il ministro dell’Interno, 62 anni, è ancora sposato con il prefetto di Grosseto, Paola Berardino (dalla quale starebbe comunque divorziando), ma anche perché c’è da capire chi sia davvero questa Conte, da dove sia sbucata e, soprattutto, se abbia ottenuto favori da questo rapporto (cosa che comunque il ministro nega con forza). Originaria di Aquino, provincia di Frosinone, 34 anni, padre poliziotto, laurea in giurisprudenza alla Luiss, dopo gli inizi come attrice su Rai Cinema e modella, si butta sull’informazione: speaker di Isoradio, presentatrice e opinionista tv, scrittrice (cinque libri).
In questi anni la Conte è stata la madrina del tour mondiale della nave Amerigo Vespucci, la presentatrice ufficiale dei concerti di tutte le bande delle Forze Armate.
Radio Esercito l’ha inviata a seguire il Festival di Sanremo. Molto vicina anche all’ex generale Roberto Vannacci per il quale ha moderato diversi eventi. Ha anche fondato l’associazione «per la cultura a 360 gradi» Nova Era, insieme ad Emanuele Ajello, militante di Futuro nazionale.
Il 12 febbraio è stata nominata «a tempo parziale e a titolo gratuito» consulente della commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie, organismo di Montecitorio presieduto dal deputato di Forza Italia, Alessandro Battilocchio. «Si è autocandidata e nessuno si è opposto», spiegano dalla commissione. Conte è stata presa «in quanto portavoce dell’Osservatorio nazionale sul bullismo e sul disagio giovanile», chiarisce Battilocchio. Sul suo profilo Whatsapp c’è una foto mentre stringe la mano al Papa, su Instagram (conta 311.000 follower ma pare che il 21% siano sospetti) alterna foto con politici e militari a video del suo programma su Rai Radio Uno. Dal 2024 conduce, infatti, La mezz’ora legale, uno spazio realizzato insieme alla Polizia di Stato. Ad assumerla l’ex direttore Francesco Pionati, ex parlamentare Udc, amico d’infanzia e compaesano di Piantedosi.
È stata anche socia in affari con Renzo Lusetti, ex parlamentare Pd e volto storico della Dc, con il quale ha fondato, nel 2021, la Shallow srls «un’impresa culturale femminile, con focus sulla responsabilità sociale e lo sviluppo sostenibile».
Lusetti è amico intimo di Pionati. Conte è pure codirettrice artistica del Ferrara film festival e producer di eventi realizzati in collaborazione con istituzioni, Santa Sede e realtà del Terzo settore.
Ma la verace e vorace (di visibilità) giornalista ciociara s’intende anche di arte contemporanea: infatti fa parte del cda della Fondazione Marini San Pancrazio di Firenze, nominata nel 2022 dall’allora sindaco Dario Nardella, oggi eurodeputato Pd.
In passato ha avuto una relazione con il calciatore Angelo Paradiso (ex Napoli e Lecce), conclusa dopo che lei lo ha denunciato per stalking, diffamazione e revenge porn. Paradiso venne arrestato e rimase cinque mesi ai domiciliari, salvo poi essere assolto alla fine del 2023, perché «il fatto non sussiste». Una vicenda che pesa ancora.
Ieri, la Conte ha interrotto il mutismo, pubblicando prima un video sulla giornata dell’autismo e poi per inviare solamente un breve messaggio all’agenzia di stampa Ansa in cui affermava: «Al momento preferisco il silenzio, ricordo solo le mie competenze professionali di circa dieci anni».
Avs guarda solo nei letti degli altri
Il leader di Azione, Carlo Calenda, in un post su X ha centrato il problema: «Fare i guardoni nelle camere da letto altrui, con una buona dose di sessismo, è indegno della politica e del giornalismo. Continuate a nuotare in questo mare di fango mentre il mondo va a fuoco». Chiarimenti a parte, sugli incarichi che Claudia Conte ha avuto in questi anni e che giustamente Mario Giordano sollecita, irrita vedere quanto ecciti Avs la relazione della giornalista con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
In un’interrogazione scritta, Angelo Bonelli di Alleanza Verdi Sinistra ha chiesto alla premier Giorgia Meloni non solo lumi sulle consulenze pubbliche conferite alla scrittrice e conduttrice, ma «se, alla luce dei fatti esposti e al fine di tutelare il corretto funzionamento delle istituzioni, il ministro dell’Interno sia nelle condizioni di continuare a svolgere pienamente le proprie funzioni».
Davvero singolare che proprio il gruppo politico che candidò alle Europee una detenuta italiana in Ungheria, divenuta intoccabile una volta eletta, sollevi obiezioni sull’idoneità del ministro dell’Interno. Piantedosi non ha commesso reati, non si è fatto più di un anno di carcere con l’accusa di aver aggredito a martellate due presunti neonazisti come nel caso di Ilaria Salis, eppure per Bonelli e Fratoianni dovrebbe lasciare il Viminale. «L’obiettivo è chiaro, fare fuori Piantedosi con una faccenda privata, così come si è fatto per Sangiuliano», scriveva ieri il direttore Maurizio Belpietro.
Guardare attraverso il buco della serratura non sembra sconveniente per Avs, quando nel letto c’è un esponente del governo, però guai se la polizia bussa alla porta della camera d’hotel dove la Salis era con Ivan Bonnin, suo assistente al Parlamento europeo. «L’idea, è che intorno alla candidatura di Ilaria Salis si possa generare una grande e generosa battaglia affinché l’Unione europea difenda i principi dello stato di diritto e riaffermi l’inviolabilità dei diritti umani fondamentali su tutto il suo territorio e in ognuno degli stati membri», dichiaravano nell’aprile di due anni fa Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli.
Potevano dirlo subito, che puntavano non solo all’immunità dell’ex detenuta che rischiava fino a 24 anni di carcere, ma anche al suo essere al di fuori di ogni controllo. I cittadini devono sottostare a procedure, l’eurodeputata pagata con i soldi nostri è al di sopra delle regole tanto da non dover aprire la porta e mostrare i propri documenti?
Per Alleanza Verdi Sinistra il controllo alla Salis è diventato una questione di Stato, anzi di «Regime». Un affronto di cui la Germania dovrebbe pagarne le conseguenze per l’alert «inopportuno» e Piantedosi chiedere scusa. Anzi, oggi possibilmente dimettersi dopo la relazione data in pasto ai media.
Nessuna remora, visti i precedenti dell’eurodeputata passata dal carcere a Bruxelles, aveva suggerito un ragionevole silenzio al duo Avs. «Solo l’ipotesi che una rappresentante delle istituzioni europee possa essere in qualche maniera collegata ad ambienti politici violenti, sicuramente è una questione molto grave, molto seria e da affrontare con rigore e non solo con la polemica», ha fatto notare invece in un’interrogazione Letizia Giorgianni, deputata Fdi.
La capogruppo alla Camera di Avs, Luana Zanella, ha chiesto chiarimenti al titolare del Viminale. «Perché Conte ha avuto bisogno di raccontare la sua relazione che dovrebbe essere un fatto privato?», è partita all’attacco, definendo «comunque molto opache le rivelazioni di Claudia Conte […] Stiamo parlando di una istituzione cruciale, il ministero degli Interni, che non può essere travolta dal gossip».
Il Parlamento europeo, invece, doveva accogliere dalla galera senza fiatare un’attivista che partecipava a spedizioni punitive armata di martello.
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