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2024-01-27
Dal Papa altri pasticci sulle benedizioni gay
Papa Francesco (Getty Images)
In Vaticano è diventata fluida anche la logica: quella binaria - «Sì sì, no no», sta scritto nel Vangelo - non va più di moda. Ne ha dato l’ennesima prova il Papa in persona, che ieri ha ricevuto superiori e ufficiali dell’ex Sant’Uffizio, riuniti per la plenaria del Dicastero. Con loro, ne ha approfittato per fornire ulteriori chiarimenti su Fiducia Supplicans, la Dichiarazione vergata dal prefetto Víctor Manuel Tucho Fernández. Chiarimenti per modo di dire, perché più le altissime gerarchie della Santa Sede - dal cardinale argentino al Pontefice stesso - intervengono sulla questione delle benedizioni gay, più la nebbia dottrinale si infittisce.
Francesco ha ricordato che, per ricevere un segno dell’amore di Dio, non è necessaria la «perfezione morale» del fedele. E su questo non ci piove: una benedizione è cosa diversa dall’eucaristia, alla quale ci si può accostare soltanto in stato di grazia, ovvero dopo aver confessato i peccati mortali. I veri problemi sorgono nel momento in cui il Santo Padre, o il responsabile del Dicastero della fede, pretendono di garantire che l’autorizzazione alle benedizioni delle unioni irregolari, concessa da Fiducia Supplicans, non equivale a una loro legittimazione. «Quando spontaneamente si avvicina una coppia a chiederle», ha ribadito il Papa, «non si benedice l’unione, ma semplicemente le persone che insieme ne hanno fatto richiesta». Ed è qui che il vecchio principio di non contraddizione vacilla: come si può sostenere che il sacerdote non stia benedicendo la coppia, se per ottenere quella benedizione i coniugi gli si presentano «insieme»? Delle due l’una: la benedizione riguarda i singoli individui e allora, a ben vedere, nulla è cambiato rispetto al passato. Ragion per cui il documento vaticano è semplicemente un maquillage, un contentino ideologico alla lobby arcobaleno esterna e interna alla Chiesa; oppure la benedizione, essendo estesa a entrambi i soggetti coinvolti nel sodalizio amoroso, è davvero un affare di coppia. Il che è incompatibile con le rassicurazioni di Tucho e del Pontefice. Tertium non datur - tanto per rispolverare il lessico aristotelico.
Oltretevere si sforzano di rimediare al cortocircuito introducendo la nuova fattispecie delle «benedizioni pastorali», che sarebbero in sé differenti da quelle «liturgiche». Ma anche su quella sottile distinzione si solleva una spessa cortina fumogena: la natura di quei rituali è davvero ardua da inquadrare. Si tratta comunque di sacramentali? Apparentemente no. Essi sono, infatti, tenuti separati dalle tradizionali benedizioni anche per la modalità con la quale vengono officiati: in un luogo appartato della chiesa, con formule generiche, per non più di 10-15 secondi, stando almeno alle disposizioni del prefetto. Dunque, sono benedizioni di serie B? Se il caso è questo, non si vede come possano essere il mezzo adeguato - citiamo ancora Jorge Mario Bergoglio - per «mostrare concretamente la vicinanza del Signore e della Chiesa a tutti coloro che, trovandosi in diverse situazioni, chiedono aiuto per portare avanti - talvolta per iniziare - un cammino di fede». Più che occasioni di apertura e accoglienza, diventano, anzi, un sigillo di subalternità per alcune categorie di cattolici.
Per di più, ieri Francesco ha riaffermato il carattere relativo delle indicazioni di Fiducia Supplicans: esse vanno applicate «tenendo conto del contesto, delle sensibilità, dei luoghi in cui si vive e delle modalità più consone». È in virtù di questo doppio binario che la liberalizzazione delle benedizioni dovrebbe vigere nei Paesi progrediti, mentre l’Africa è titolata a infischiarsene. Una maniera bizzarra di istituire una specie di federalismo del magistero.
Intanto, i paletti di Santa Marta vengono palesemente ignorati. Basta leggere Famiglia Cristiana, che nell’ultimo numero, in copertina, celebra il percorso degli «omosessuali credenti» nella «Chiesa in ascolto», con tanto di editoriale del direttore, don Stefano Stimamiglio.
Confrontandosi con il clero di Roma, Bergoglio aveva precisato che le famigerate benedizioni pastorali non vanno mai concesse alle associazioni Lgbt. Eppure, il settimanale delle Edizioni San Paolo fa da megafono a una pletora di sigle di attivisti: Kairos, «gruppo di cristiani Lgbtq+ di Firenze», oltre che la «Pastorale inclusiva», voluta dall’arcivescovo del capoluogo toscano, Giuseppe Betori, e incredibilmente inserita nell’ambito della Pastorale per la famiglia. Quale famiglia? Quella arcobaleno, immaginiamo.
In un clima tanto caotico, la barca di Pietro ondeggia. Viene sballottata qua e là dai proverbiali colpi al cerchio e alla botte. È il motivo per cui, dopo aver blindato l’operazione di Tucho, il Papa ha annunciato per l’ennesima volta l’imminente uscita di un documento dedicato al «primato della persona umana» e alla «difesa della sua dignità al di là di ogni circostanza». Il futuro testo contro aborto, ideologia gender e maternità surrogata, promesso anche dal capo dell’ex Sant’Uffizio. Perché il Vaticano, magari, ha bandito la logica. Però ha adottato il manuale Cencelli.
Il Malawi si ribella a Fernández e i tedeschi gli tolgono le elemosine
Lo storico Roberto de Mattei ha scritto che il «Simposio delle conferenze episcopali dell’Africa e Madagascar», unanime contro la benedizione alle coppie gay ammessa dalla Fiducia Supplicans, conta «35 conferenze episcopali nazionali o interregionali». Le quali rappresentano un «totale di 669 vescovi e 256 milioni di fedeli». Numeri così cospicui e imponenti che hanno costretto papa Francesco, dopo un colloquio avuto a santa Marta il 16 gennaio con il cardinal Fridolin Ambongo, a lasciare che l’Africa resti fedele alla dottrina tradizionale e al Magistero perenne. Benedicendo quindi solo le coppie regolari oltre, ovviamente, ai singoli fedeli, a prescindere dalla loro personale situazione.La prima conferenza episcopale al mondo che ha contestato con chiarezza il documento vaticano, aprendo la strada alle critiche dei vescovi dell’Orbe cristiano (dalla Polonia all’Ungheria, dall’Ucraina all’Olanda), è stata quella del Malawi.Infatti, già il giorno seguente la pubblicazione di Fiducia Supplicans, 19 dicembre, è stato diffuso un incisivo testo, intitolato «Chiarificazione sulla Dichiarazione pastorale sul senso delle benedizioni Fiducia Supplicans». In questa dichiarazione, firmata da tutti i 9 vescovi del Malawi, guidati dal loro presidente, l’arcivescovo George Desmond Tambala, si dice che «l’insegnamento della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica sul matrimonio rimane» e quindi l’unica unione da potersi benedire è «un’unione esclusiva, stabile e indissolubile tra un uomo e una donna, naturalmente aperto alla generazione dei figli». Pertanto, conclude la chiarificazione al n. 4, «al fine di evitare confusione tra i fedeli, ordiniamo che, per ragioni pastorali, le benedizioni per le unioni omosessuali non sono permesse in Malawi». Punto e basta. Ma ora, monsignor Thomas Luke Msusa, arcivescovo di Blantyre, in un’omelia che è stata registrata e trascritta, fa stato di un vile ricatto, che sarebbe da non credersi, se non ci fossero tante ragioni per crederci. Il coraggioso presule cattolico, che si rende portavoce dell’intera Chiesa del Malawi, una delle chiese più periferiche e povere della cristianità, denuncia il fatto che fra le tante pressioni che l’Africa subisce dall’Occidente, stigmatizzate dal Papa come «colonizzazioni ideologiche» ce n’è una che potrebbe chiamarsi «colonizzazione teologica». Infatti, dopo aver ribadito che «i nostri preti non devono benedire gay e lesbiche perché questo va contro gli insegnamenti biblici», monsignor Msusa nota che, dopo la chiarificazione sopra vista, «le nostre relazioni con alcuni benefattori, per esempio in Germania, si sono deteriorate». Per non restare nel vago, il presule spiega: «Avevamo delle buone relazioni con dei benefattori in Germania, i quali ci donavano dei soldi per acquistare delle auto per i nostri sacerdoti». Ma visto che «siamo stati i primi, come conferenza episcopale del Malawi, a reagire» ecco che, ora, i benefattori latitano. Che scegliere, quindi: la borsa o il Vangelo? Monsignor Msusa non ha dubbi. «Ma vorrei dire», ha concluso l’arringa, «lavoriamo sodo per conto nostro, invece di accettare soldi per farci fare qualcosa di contrario all’insegnamento biblico». Esempio evangelico allo stato puro. Piuttosto diverso lo spettacolo che danno, da anni e anni, proprio gli avanzatissimi presuli della Chiesa (sinodale) tedesca, pronti a tutti i compromessi, pur di parere conformi allo spirito dei tempi e all’ipotetico progresso storico. Alcuni giornalisti hanno poi spulciato i siti ufficiali della Chiesa tedesca e hanno trovato conferma delle dichiarazioni del presule africano: molti soldi vengono dati, o venivano dati, per aiutare una comunità più debole, a livello materiale. Che dire? Che i presuli del progressismo dovrebbero un pochino vergognarsi. Hanno sempre in bocca slogan come «inclusione degli ultimi» e «solidarietà con il Terzo mondo», ma se il Terzo mondo inizia a pensare male, allora si chiudono i rubinetti della misericordia.
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Francesco istruisce i membri dell’ex Sant’Uffizio: «Non stiamo legittimando le unioni irregolari». Però conferma che il rito può essere richiesto dai due coniugi «insieme». Intanto «Famiglia Cristiana» raccoglie l’assist di Tucho e celebra i fedeli Lgbt.La denuncia di un vescovo: «Carità finita dopo la bocciatura di “Fiducia Supplicans”». Lo speciale contiene due articoli.In Vaticano è diventata fluida anche la logica: quella binaria - «Sì sì, no no», sta scritto nel Vangelo - non va più di moda. Ne ha dato l’ennesima prova il Papa in persona, che ieri ha ricevuto superiori e ufficiali dell’ex Sant’Uffizio, riuniti per la plenaria del Dicastero. Con loro, ne ha approfittato per fornire ulteriori chiarimenti su Fiducia Supplicans, la Dichiarazione vergata dal prefetto Víctor Manuel Tucho Fernández. Chiarimenti per modo di dire, perché più le altissime gerarchie della Santa Sede - dal cardinale argentino al Pontefice stesso - intervengono sulla questione delle benedizioni gay, più la nebbia dottrinale si infittisce.Francesco ha ricordato che, per ricevere un segno dell’amore di Dio, non è necessaria la «perfezione morale» del fedele. E su questo non ci piove: una benedizione è cosa diversa dall’eucaristia, alla quale ci si può accostare soltanto in stato di grazia, ovvero dopo aver confessato i peccati mortali. I veri problemi sorgono nel momento in cui il Santo Padre, o il responsabile del Dicastero della fede, pretendono di garantire che l’autorizzazione alle benedizioni delle unioni irregolari, concessa da Fiducia Supplicans, non equivale a una loro legittimazione. «Quando spontaneamente si avvicina una coppia a chiederle», ha ribadito il Papa, «non si benedice l’unione, ma semplicemente le persone che insieme ne hanno fatto richiesta». Ed è qui che il vecchio principio di non contraddizione vacilla: come si può sostenere che il sacerdote non stia benedicendo la coppia, se per ottenere quella benedizione i coniugi gli si presentano «insieme»? Delle due l’una: la benedizione riguarda i singoli individui e allora, a ben vedere, nulla è cambiato rispetto al passato. Ragion per cui il documento vaticano è semplicemente un maquillage, un contentino ideologico alla lobby arcobaleno esterna e interna alla Chiesa; oppure la benedizione, essendo estesa a entrambi i soggetti coinvolti nel sodalizio amoroso, è davvero un affare di coppia. Il che è incompatibile con le rassicurazioni di Tucho e del Pontefice. Tertium non datur - tanto per rispolverare il lessico aristotelico. Oltretevere si sforzano di rimediare al cortocircuito introducendo la nuova fattispecie delle «benedizioni pastorali», che sarebbero in sé differenti da quelle «liturgiche». Ma anche su quella sottile distinzione si solleva una spessa cortina fumogena: la natura di quei rituali è davvero ardua da inquadrare. Si tratta comunque di sacramentali? Apparentemente no. Essi sono, infatti, tenuti separati dalle tradizionali benedizioni anche per la modalità con la quale vengono officiati: in un luogo appartato della chiesa, con formule generiche, per non più di 10-15 secondi, stando almeno alle disposizioni del prefetto. Dunque, sono benedizioni di serie B? Se il caso è questo, non si vede come possano essere il mezzo adeguato - citiamo ancora Jorge Mario Bergoglio - per «mostrare concretamente la vicinanza del Signore e della Chiesa a tutti coloro che, trovandosi in diverse situazioni, chiedono aiuto per portare avanti - talvolta per iniziare - un cammino di fede». Più che occasioni di apertura e accoglienza, diventano, anzi, un sigillo di subalternità per alcune categorie di cattolici.Per di più, ieri Francesco ha riaffermato il carattere relativo delle indicazioni di Fiducia Supplicans: esse vanno applicate «tenendo conto del contesto, delle sensibilità, dei luoghi in cui si vive e delle modalità più consone». È in virtù di questo doppio binario che la liberalizzazione delle benedizioni dovrebbe vigere nei Paesi progrediti, mentre l’Africa è titolata a infischiarsene. Una maniera bizzarra di istituire una specie di federalismo del magistero.Intanto, i paletti di Santa Marta vengono palesemente ignorati. Basta leggere Famiglia Cristiana, che nell’ultimo numero, in copertina, celebra il percorso degli «omosessuali credenti» nella «Chiesa in ascolto», con tanto di editoriale del direttore, don Stefano Stimamiglio.Confrontandosi con il clero di Roma, Bergoglio aveva precisato che le famigerate benedizioni pastorali non vanno mai concesse alle associazioni Lgbt. Eppure, il settimanale delle Edizioni San Paolo fa da megafono a una pletora di sigle di attivisti: Kairos, «gruppo di cristiani Lgbtq+ di Firenze», oltre che la «Pastorale inclusiva», voluta dall’arcivescovo del capoluogo toscano, Giuseppe Betori, e incredibilmente inserita nell’ambito della Pastorale per la famiglia. Quale famiglia? Quella arcobaleno, immaginiamo.In un clima tanto caotico, la barca di Pietro ondeggia. Viene sballottata qua e là dai proverbiali colpi al cerchio e alla botte. È il motivo per cui, dopo aver blindato l’operazione di Tucho, il Papa ha annunciato per l’ennesima volta l’imminente uscita di un documento dedicato al «primato della persona umana» e alla «difesa della sua dignità al di là di ogni circostanza». Il futuro testo contro aborto, ideologia gender e maternità surrogata, promesso anche dal capo dell’ex Sant’Uffizio. Perché il Vaticano, magari, ha bandito la logica. Però ha adottato il manuale Cencelli. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/papa-altri-pasticci-benedizioni-gay-2667102804.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-malawi-si-ribella-a-fernandez-e-i-tedeschi-gli-tolgono-le-elemosine" data-post-id="2667102804" data-published-at="1706371193" data-use-pagination="False"> Il Malawi si ribella a Fernández e i tedeschi gli tolgono le elemosine Lo storico Roberto de Mattei ha scritto che il «Simposio delle conferenze episcopali dell’Africa e Madagascar», unanime contro la benedizione alle coppie gay ammessa dalla Fiducia Supplicans, conta «35 conferenze episcopali nazionali o interregionali». Le quali rappresentano un «totale di 669 vescovi e 256 milioni di fedeli». Numeri così cospicui e imponenti che hanno costretto papa Francesco, dopo un colloquio avuto a santa Marta il 16 gennaio con il cardinal Fridolin Ambongo, a lasciare che l’Africa resti fedele alla dottrina tradizionale e al Magistero perenne. Benedicendo quindi solo le coppie regolari oltre, ovviamente, ai singoli fedeli, a prescindere dalla loro personale situazione.La prima conferenza episcopale al mondo che ha contestato con chiarezza il documento vaticano, aprendo la strada alle critiche dei vescovi dell’Orbe cristiano (dalla Polonia all’Ungheria, dall’Ucraina all’Olanda), è stata quella del Malawi.Infatti, già il giorno seguente la pubblicazione di Fiducia Supplicans, 19 dicembre, è stato diffuso un incisivo testo, intitolato «Chiarificazione sulla Dichiarazione pastorale sul senso delle benedizioni Fiducia Supplicans». In questa dichiarazione, firmata da tutti i 9 vescovi del Malawi, guidati dal loro presidente, l’arcivescovo George Desmond Tambala, si dice che «l’insegnamento della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica sul matrimonio rimane» e quindi l’unica unione da potersi benedire è «un’unione esclusiva, stabile e indissolubile tra un uomo e una donna, naturalmente aperto alla generazione dei figli». Pertanto, conclude la chiarificazione al n. 4, «al fine di evitare confusione tra i fedeli, ordiniamo che, per ragioni pastorali, le benedizioni per le unioni omosessuali non sono permesse in Malawi». Punto e basta. Ma ora, monsignor Thomas Luke Msusa, arcivescovo di Blantyre, in un’omelia che è stata registrata e trascritta, fa stato di un vile ricatto, che sarebbe da non credersi, se non ci fossero tante ragioni per crederci. Il coraggioso presule cattolico, che si rende portavoce dell’intera Chiesa del Malawi, una delle chiese più periferiche e povere della cristianità, denuncia il fatto che fra le tante pressioni che l’Africa subisce dall’Occidente, stigmatizzate dal Papa come «colonizzazioni ideologiche» ce n’è una che potrebbe chiamarsi «colonizzazione teologica». Infatti, dopo aver ribadito che «i nostri preti non devono benedire gay e lesbiche perché questo va contro gli insegnamenti biblici», monsignor Msusa nota che, dopo la chiarificazione sopra vista, «le nostre relazioni con alcuni benefattori, per esempio in Germania, si sono deteriorate». Per non restare nel vago, il presule spiega: «Avevamo delle buone relazioni con dei benefattori in Germania, i quali ci donavano dei soldi per acquistare delle auto per i nostri sacerdoti». Ma visto che «siamo stati i primi, come conferenza episcopale del Malawi, a reagire» ecco che, ora, i benefattori latitano. Che scegliere, quindi: la borsa o il Vangelo? Monsignor Msusa non ha dubbi. «Ma vorrei dire», ha concluso l’arringa, «lavoriamo sodo per conto nostro, invece di accettare soldi per farci fare qualcosa di contrario all’insegnamento biblico». Esempio evangelico allo stato puro. Piuttosto diverso lo spettacolo che danno, da anni e anni, proprio gli avanzatissimi presuli della Chiesa (sinodale) tedesca, pronti a tutti i compromessi, pur di parere conformi allo spirito dei tempi e all’ipotetico progresso storico. Alcuni giornalisti hanno poi spulciato i siti ufficiali della Chiesa tedesca e hanno trovato conferma delle dichiarazioni del presule africano: molti soldi vengono dati, o venivano dati, per aiutare una comunità più debole, a livello materiale. Che dire? Che i presuli del progressismo dovrebbero un pochino vergognarsi. Hanno sempre in bocca slogan come «inclusione degli ultimi» e «solidarietà con il Terzo mondo», ma se il Terzo mondo inizia a pensare male, allora si chiudono i rubinetti della misericordia.
Pedro Sánchez (Ansa)
Lo testimoniano gli esempi di questi giorni, a partire da quello di José Luis Zapatero, l’icona socialista a cui la sinistra nostrana ha guardato per anni. L’ex premier rappresentava la quarta via, dopo quella di Bill Clinton e pure quella di Tony Blair. Con gli occhioni da Bambi aveva incantato tutti, introducendo nella cattolicissima Spagna le unioni Lgbt e le adozioni da parte di coppie dello stesso sesso. Dal franchismo all’attivismo gay: in effetti, il salto in avanti o nel buio era stato forte e in Italia i compagni in crisi di identità, dopo le sconfitte elettorali, erano caduti in deliquio di fronte a tanto coraggio.
Una volta lasciato il governo Zapatero, come altri leader della sinistra, ha però trovato i soldi. Tanti, a giudicare da tutto quello che c’era nella cassaforte del suo ufficio. Orologi, gioielli, contanti: una prima stima parla di tre milioni. Ma a quanto pare si tratta dell’antipasto, perché da una società sull’orlo del crac, che però grazie al governo di Pedro Sánchez, altro socialista, aveva ricevuto contributi pubblici, sono arrivati consistenti bonifici, all’ex premier e pure alla società delle figlie. In totale, si parlerebbe di un vorticoso giro di denaro, con annessa una serie di reati. Avuto sentore dell’inchiesta, Zapatero pare volesse levare l’ancora e fuggire a Caracas, dove anche senza Maduro resistono un po’ di compagni. In sovrappiù, mentre crolla il mito del Bambi duro e puro, la magistratura ha spedito la Guardia civil a perquisire la sede del Psoe, il Partito socialista operaio spagnolo.
Così, tra un rinvio a giudizio della moglie dell’attuale premier, l’arresto dei principali collaboratori e ombre di corruzione che lambiscono il governo, anche l’immagine di Pedro Sánchez, icona della sinistra di casa nostra subentrata a Zapatero, rischia di fare la fine evocata da Nenni: epurato.
Ma i socialisti a cui si ispirano Schlein e compagni non portano solo guai giudiziari e sospetti di corruzione. Per i miti della sinistra c’è anche altro. Ieri il sindaco di New York, il democratico Zohran Mamdani ha annunciato un piano casa per fronteggiare l’emergenza abitativa della Grande mela. Il programma, denominato Block by Block, promette 200.000 nuovi alloggi, ma tra le misure ne spunta una perlomeno discutibile. Mamdani, infatti, annuncia di avere intenzione di espropriare i proprietari di casa che non migliorino le condizioni degli edifici e di trasferirne la proprietà agli inquilini. «Quando necessario, intraprenderemo azioni legali energiche per allontanare i proprietari e i gestori immobiliari negligenti», ha annunciato tra gli applausi. L’appropriazione di un patrimonio privato confligge con il V emendamento della Costituzione americana? Non è cosa che paia preoccuparlo.
Ma il vizio di mettere le mani in tasca al contribuente (come non ricordare Giuliano Amato che di notte prelevò i soldi dai conti correnti degli italiani e Romano Prodi che introdusse l’euro-tassa?) non è solo americano. In Francia, la nuova presidente della Corte dei Conti, Amélie de Montchalin, già ministro dell’Ecologia con la premier socialista Élisabeth Borne, ha avuto un’ideona per ripianare il deficit della sanità transalpina. La proposta prevede che lo Stato prelevi direttamente i soldi dai conti correnti degli assistiti, riscuotendo dunque forzosamente le franchigie per medicinali ed esami che restano a carico dei pazienti. Ovviamente, il prelievo riguarderebbe solo i francesi, per i clandestini e pure per i residenti nei dipartimenti d’Oltremare tipo La Mayotte le cure invece rimarrebbero gratis. O meglio, con i socialisti e Macron, a pagare sarebbe come sempre Pantalone.
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Andrea Delmastro (Ansa)
La richiesta arriva nell’ambito dell’indagine sul riciclaggio del clan Senese. Il centrodestra non pare intenzionato a dare il via libera, anche se Forza Italia ha posto condizioni, il che lascia intendere che potrebbe decidere di votare diversamente. «Prima abbiamo necessità di leggere le carte» si apprende fa fonti parlamentari.
Naturalmente le opposizioni insorgono. «Se così fosse il messaggio politico sarebbe devastante. Parliamo di atti richiesti dall’autorità giudiziaria in un’inchiesta che chiede chiarezza. Giorgia Meloni ha due strade davanti a sé: coprire Delmastro e i suoi rapporti con personaggi in orbita mafiosa, oppure ordinare ai suoi dare l’ok alla richiesta, provare a fare luce e sgomberare il campo dall’idea che lei il suo partito abbiano qualcosa da nascondere», le parole del capogruppo M5S al Senato, Luca Pirondini. E Angelo Bonelli (Avs) rincara: «È un fatto molto grave: invece di aiutare i magistrati a fare chiarezza e arrivare alla verità, la maggioranza alza un muro politico».
«Apprendiamo che il centrodestra sarebbe orientato a respingere la richiesta della Procura di Roma», dice Debora Serracchiani, responsabile giustizia del Pd, «Meloni non aveva detto che non avrebbe coperto più nessuno? E allora che problema c’è ad acquisire le chat dell’ex sottosegretario e anche quelle del caso Mps?». Infatti quelle di Delmastro non sono le uniche chat che si chiede di acquisire. Anche la Procura di Milano ha fatto una richiesta poco tempo fa: ha chiesto di visionare le chat dell’ex direttore generale del Mef, Marcello Sala. Il caso è quello della scalata di Mps a Mediobanca, i pm hanno chiesto al Parlamento di autorizzare la visione delle chat di Sala in quanto, secondo quel che riporta lo stesso ex dirigente ministeriale (non indagato), nelle conversazioni sarebbero citati anche nove parlamentari, tra cui i ministri Giancarlo Giorgetti e Matteo Salvini.
La chiave è qui. L’intenzione sembra quella di voler usare due inchieste per sfruttare la possibilità di andare a cercare all’interno delle chat di maggioranza ed esecutivo per vedere di trovare qualcosa da utilizzare contro il governo. Sul caso di Delmastro, ad esempio, perché, avendo le chat di Caroccia, si chiede di visionare quelle dell’ex sottosegretario? Cosa può aver scambiato con queste persone che non si possa leggere dalle chat già acquisite? È chiaro che si cerchi dell’altro. «In base agli elementi a mia conoscenza, in quelle chat sono presenti discorsi e frasi inopportune per il ruolo che all’epoca rivestiva Delmastro ma che nulla hanno a che fare con la criminalità organizzata», ha detto Fabrizio Gallo, difensore di Mauro Caroccia, commentando la richiesta avanzata dalla Procura. Certo è che le richieste delle Procure hanno fornito un grande assist alla sinistra che in questo modo evita di parlare dei guai giudiziari spagnoli gravati sui loro idoli: Pedro Sánchez e José Zapatero.
Il fratello minore di Sánchez dovrà comparire in tribunale dove è chiamato a rispondere delle accuse di traffico di influenze, abuso d’ufficio e malversazione. Guai familiari grossi per Sánchez perché anche la moglie del premier spagnolo, Begoña Gómez, dovrà comparire in tribunale il 9 giugno accusata di aver usato la sua influenza, come consorte del primo ministro, per ottenere sponsor per un corso di laurea da lei diretto. Secondo l’accusa, inoltre, avrebbe utilizzato fondi statali per pagare la sua assistente per l’aiuto in questioni personali. La sinistra italiana non ne parla e ignora anche il fatto che nel fine settimana a Madrid sono scese in piazza 40.000 persone per manifestare «contro il governo corrotto di Sánchez». Scandali che si allargano anche agli altri socialisti. Anche l’ex primo ministro spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero sta mettendo in difficoltà il governo (di cui è un forte alleato) perché è stato accusato di traffico di influenze illecite e altri reati di corruzione.
Uno scandalo enorme in Spagna, mentre in Italia, a sinistra, invece di prendere distante, si pensa alle chat di governo nella speranza di trovare qualcosa a cui appendersi per fare opposizione.
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Maria Sole Ferrieri Caputi (Ansa)
Ed è per questo che il suo presidente di sezione, Guido Alfonsi, ha scritto un esposto alla Procura federale della Figc e a Maurizio Ascione, il pubblico ministero milanese che già sta indagando sulla presunta Arbitropoli nel calcio italiano.
Di sicuro il caso arriva nel momento peggiore per l’Associazione italiana arbitri. La Figc aveva provato a commissariarla, ma il parere del Collegio di garanzia del Coni ha fermato l’operazione: la Federazione, con Gabriele Gravina dimissionario, è in regime di prorogatio e può compiere solo atti ordinari. Così l’Aia continua a restare nelle mani dei suoi organi interni. E proprio quegli organi, senza commissario e con l’ex designatore Gianluca Rocchi autosospeso, continuano a fare ciò che più conta, ovvero designare, valutare, compilare graduatorie, decidere promozioni e dismissioni. In pratica non è cambiato nulla, nonostante una raffica di esposti in Procura e un’indagine in corso. Per vedere qualche cambiamento, forse (e se mai ci sarà), bisognerà aspettare la fine dell’estate.
L’esposto è di due pagine, datato 25 maggio. Parte da un voto: 8,40, assegnato a Maria Sole Ferrieri Caputi dopo Lazio-Pisa, ultima giornata della Serie A 2025-26. Secondo Guido Alfonsi, quella valutazione avrebbe fatto scendere Ferrieri Caputi in classifica e prodotto l’effetto decisivo sulla graduatoria finale: Antonio Rapuano salvo, Federico Dionisi fuori dall’organico degli arbitri di Serie A e Serie B. Il meccanismo è questo. A fine stagione l’Aia fa una classifica interna degli arbitri. I voti degli osservatori pesano sulla graduatoria. Chi finisce troppo in basso rischia di uscire dall’organico. Per gli arbitri con più di dieci anni di anzianità, restare tra i primi 25 è decisivo. Se non ci riescono, possono essere dismessi. Cioè vengono esclusi.
Secondo la ricostruzione dell’esposto, Rapuano era sul limite. Ferrieri Caputi, con un voto più alto, sarebbe potuta restare davanti a lui. In quel caso Rapuano sarebbe uscito dai primi 25 e avrebbe rischiato la dismissione per anzianità. Con l’8,40, invece, Ferrieri Caputi scivola dietro, Rapuano resta dentro e Dionisi, penultimo in graduatoria, viene dismesso.
È qui che nasce l’accusa. Per Alfonsi quel voto non sarebbe stato solo severo. Sarebbe stato decisivo. E, soprattutto, sarebbe arrivato dopo un cambio di osservatore che il presidente della sezione dell’Aquila considera sospetto. Per Lazio-Pisa, scrive Alfonsi, era inizialmente previsto Andrea Antonelli. Poi Antonelli viene spostato su Napoli-Udinese e all’Olimpico arriva Sandro Rossomando, in origine destinato al Maradona.
Alfonsi chiede di capire chi abbia deciso quel cambio e perché. Nell’esposto indica Dino Tommasi, designatore ad interim dopo l’autosospensione di Gianluca Rocchi, come persona da ascoltare. Chiama poi in causa la Commissione osservatori nazionale professionisti guidata da Riccardo Tozzi, sostenendo che Rossomando sarebbe stato mandato a visionare Ferrieri Caputi «ad ogni costo». Dopo la gara arriva l’8,40: per Alfonsi un voto «indotto dall’alto», non coerente con una direzione che definisce «impeccabile e priva di sbavature».
L’esposto chiede anche il sequestro cautelare del portale Aia Sinfonia4You, dove sarebbero registrati il cambio degli osservatori e la relazione su Lazio-Pisa. È il punto documentale della denuncia: capire se la sequenza designazione-voto-graduatoria sia stata ordinaria o costruita. «Andrò fino in fondo a questa vicenda, avranno pane per i loro denti. Mi cacciassero se lo ritengono, questa casta deve cadere», spiegava ieri Alfonsi all’Agi.
Il nome di Ferrieri Caputi, però, non compare per la prima volta con l’esposto dell’Aquila. Era già finito al centro del secondo episodio di «Bunker», il video del direttore di Sportitalia Michele Criscitiello dedicato al mondo arbitrale. In quel video si parla dell’unica donna arbitro e si sostiene che la sua carriera sarebbe stata «particolare». In pratica non ci sarebbe stata soltanto una promozione tecnica, ma anche una scelta di rappresentanza, legata alla necessità dell’Aia di portare una donna stabilmente in Serie A.
Non si tratta di uomo contro donna, ma di merito contro gestione interna. Ferrieri Caputi viene descritta come un arbitro protetto da dinamiche associative e tenuta dentro il sistema anche quando altri, con valutazioni peggiori o carriere più lineari, sarebbero stati mandati fuori.
Lo stesso schema viene esteso a Francesca Di Monte, assistente arbitrale. Anche qui il tema è la gestione delle carriere femminili dentro l’Aia: designazioni concentrate nei momenti decisivi, voti utili, salvataggi di graduatoria. Il sospetto è che voti e designazioni non siano solo strumenti tecnici, ma leve per tenere dentro qualcuno e mandare fuori qualcun altro.
Ed è qui che il caso Dionisi si lega al mancato commissariamento dell’Aia. La Figc voleva fermare la macchina e affidarla a una gestione straordinaria. Secondo le ricostruzioni circolate nei giorni precedenti al Consiglio federale, erano già pronti i nomi di Mauro Vladovich come commissario e Domenico Messina come vicecommissario. Il piano avrebbe dovuto mettere mano a regolamenti, commissioni, nomine e meccanismi elettorali. Non è accaduto.
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