True
2024-01-27
Dal Papa altri pasticci sulle benedizioni gay
Papa Francesco (Getty Images)
In Vaticano è diventata fluida anche la logica: quella binaria - «Sì sì, no no», sta scritto nel Vangelo - non va più di moda. Ne ha dato l’ennesima prova il Papa in persona, che ieri ha ricevuto superiori e ufficiali dell’ex Sant’Uffizio, riuniti per la plenaria del Dicastero. Con loro, ne ha approfittato per fornire ulteriori chiarimenti su Fiducia Supplicans, la Dichiarazione vergata dal prefetto Víctor Manuel Tucho Fernández. Chiarimenti per modo di dire, perché più le altissime gerarchie della Santa Sede - dal cardinale argentino al Pontefice stesso - intervengono sulla questione delle benedizioni gay, più la nebbia dottrinale si infittisce.
Francesco ha ricordato che, per ricevere un segno dell’amore di Dio, non è necessaria la «perfezione morale» del fedele. E su questo non ci piove: una benedizione è cosa diversa dall’eucaristia, alla quale ci si può accostare soltanto in stato di grazia, ovvero dopo aver confessato i peccati mortali. I veri problemi sorgono nel momento in cui il Santo Padre, o il responsabile del Dicastero della fede, pretendono di garantire che l’autorizzazione alle benedizioni delle unioni irregolari, concessa da Fiducia Supplicans, non equivale a una loro legittimazione. «Quando spontaneamente si avvicina una coppia a chiederle», ha ribadito il Papa, «non si benedice l’unione, ma semplicemente le persone che insieme ne hanno fatto richiesta». Ed è qui che il vecchio principio di non contraddizione vacilla: come si può sostenere che il sacerdote non stia benedicendo la coppia, se per ottenere quella benedizione i coniugi gli si presentano «insieme»? Delle due l’una: la benedizione riguarda i singoli individui e allora, a ben vedere, nulla è cambiato rispetto al passato. Ragion per cui il documento vaticano è semplicemente un maquillage, un contentino ideologico alla lobby arcobaleno esterna e interna alla Chiesa; oppure la benedizione, essendo estesa a entrambi i soggetti coinvolti nel sodalizio amoroso, è davvero un affare di coppia. Il che è incompatibile con le rassicurazioni di Tucho e del Pontefice. Tertium non datur - tanto per rispolverare il lessico aristotelico.
Oltretevere si sforzano di rimediare al cortocircuito introducendo la nuova fattispecie delle «benedizioni pastorali», che sarebbero in sé differenti da quelle «liturgiche». Ma anche su quella sottile distinzione si solleva una spessa cortina fumogena: la natura di quei rituali è davvero ardua da inquadrare. Si tratta comunque di sacramentali? Apparentemente no. Essi sono, infatti, tenuti separati dalle tradizionali benedizioni anche per la modalità con la quale vengono officiati: in un luogo appartato della chiesa, con formule generiche, per non più di 10-15 secondi, stando almeno alle disposizioni del prefetto. Dunque, sono benedizioni di serie B? Se il caso è questo, non si vede come possano essere il mezzo adeguato - citiamo ancora Jorge Mario Bergoglio - per «mostrare concretamente la vicinanza del Signore e della Chiesa a tutti coloro che, trovandosi in diverse situazioni, chiedono aiuto per portare avanti - talvolta per iniziare - un cammino di fede». Più che occasioni di apertura e accoglienza, diventano, anzi, un sigillo di subalternità per alcune categorie di cattolici.
Per di più, ieri Francesco ha riaffermato il carattere relativo delle indicazioni di Fiducia Supplicans: esse vanno applicate «tenendo conto del contesto, delle sensibilità, dei luoghi in cui si vive e delle modalità più consone». È in virtù di questo doppio binario che la liberalizzazione delle benedizioni dovrebbe vigere nei Paesi progrediti, mentre l’Africa è titolata a infischiarsene. Una maniera bizzarra di istituire una specie di federalismo del magistero.
Intanto, i paletti di Santa Marta vengono palesemente ignorati. Basta leggere Famiglia Cristiana, che nell’ultimo numero, in copertina, celebra il percorso degli «omosessuali credenti» nella «Chiesa in ascolto», con tanto di editoriale del direttore, don Stefano Stimamiglio.
Confrontandosi con il clero di Roma, Bergoglio aveva precisato che le famigerate benedizioni pastorali non vanno mai concesse alle associazioni Lgbt. Eppure, il settimanale delle Edizioni San Paolo fa da megafono a una pletora di sigle di attivisti: Kairos, «gruppo di cristiani Lgbtq+ di Firenze», oltre che la «Pastorale inclusiva», voluta dall’arcivescovo del capoluogo toscano, Giuseppe Betori, e incredibilmente inserita nell’ambito della Pastorale per la famiglia. Quale famiglia? Quella arcobaleno, immaginiamo.
In un clima tanto caotico, la barca di Pietro ondeggia. Viene sballottata qua e là dai proverbiali colpi al cerchio e alla botte. È il motivo per cui, dopo aver blindato l’operazione di Tucho, il Papa ha annunciato per l’ennesima volta l’imminente uscita di un documento dedicato al «primato della persona umana» e alla «difesa della sua dignità al di là di ogni circostanza». Il futuro testo contro aborto, ideologia gender e maternità surrogata, promesso anche dal capo dell’ex Sant’Uffizio. Perché il Vaticano, magari, ha bandito la logica. Però ha adottato il manuale Cencelli.
Il Malawi si ribella a Fernández e i tedeschi gli tolgono le elemosine
Lo storico Roberto de Mattei ha scritto che il «Simposio delle conferenze episcopali dell’Africa e Madagascar», unanime contro la benedizione alle coppie gay ammessa dalla Fiducia Supplicans, conta «35 conferenze episcopali nazionali o interregionali». Le quali rappresentano un «totale di 669 vescovi e 256 milioni di fedeli». Numeri così cospicui e imponenti che hanno costretto papa Francesco, dopo un colloquio avuto a santa Marta il 16 gennaio con il cardinal Fridolin Ambongo, a lasciare che l’Africa resti fedele alla dottrina tradizionale e al Magistero perenne. Benedicendo quindi solo le coppie regolari oltre, ovviamente, ai singoli fedeli, a prescindere dalla loro personale situazione.La prima conferenza episcopale al mondo che ha contestato con chiarezza il documento vaticano, aprendo la strada alle critiche dei vescovi dell’Orbe cristiano (dalla Polonia all’Ungheria, dall’Ucraina all’Olanda), è stata quella del Malawi.Infatti, già il giorno seguente la pubblicazione di Fiducia Supplicans, 19 dicembre, è stato diffuso un incisivo testo, intitolato «Chiarificazione sulla Dichiarazione pastorale sul senso delle benedizioni Fiducia Supplicans». In questa dichiarazione, firmata da tutti i 9 vescovi del Malawi, guidati dal loro presidente, l’arcivescovo George Desmond Tambala, si dice che «l’insegnamento della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica sul matrimonio rimane» e quindi l’unica unione da potersi benedire è «un’unione esclusiva, stabile e indissolubile tra un uomo e una donna, naturalmente aperto alla generazione dei figli». Pertanto, conclude la chiarificazione al n. 4, «al fine di evitare confusione tra i fedeli, ordiniamo che, per ragioni pastorali, le benedizioni per le unioni omosessuali non sono permesse in Malawi». Punto e basta. Ma ora, monsignor Thomas Luke Msusa, arcivescovo di Blantyre, in un’omelia che è stata registrata e trascritta, fa stato di un vile ricatto, che sarebbe da non credersi, se non ci fossero tante ragioni per crederci. Il coraggioso presule cattolico, che si rende portavoce dell’intera Chiesa del Malawi, una delle chiese più periferiche e povere della cristianità, denuncia il fatto che fra le tante pressioni che l’Africa subisce dall’Occidente, stigmatizzate dal Papa come «colonizzazioni ideologiche» ce n’è una che potrebbe chiamarsi «colonizzazione teologica». Infatti, dopo aver ribadito che «i nostri preti non devono benedire gay e lesbiche perché questo va contro gli insegnamenti biblici», monsignor Msusa nota che, dopo la chiarificazione sopra vista, «le nostre relazioni con alcuni benefattori, per esempio in Germania, si sono deteriorate». Per non restare nel vago, il presule spiega: «Avevamo delle buone relazioni con dei benefattori in Germania, i quali ci donavano dei soldi per acquistare delle auto per i nostri sacerdoti». Ma visto che «siamo stati i primi, come conferenza episcopale del Malawi, a reagire» ecco che, ora, i benefattori latitano. Che scegliere, quindi: la borsa o il Vangelo? Monsignor Msusa non ha dubbi. «Ma vorrei dire», ha concluso l’arringa, «lavoriamo sodo per conto nostro, invece di accettare soldi per farci fare qualcosa di contrario all’insegnamento biblico». Esempio evangelico allo stato puro. Piuttosto diverso lo spettacolo che danno, da anni e anni, proprio gli avanzatissimi presuli della Chiesa (sinodale) tedesca, pronti a tutti i compromessi, pur di parere conformi allo spirito dei tempi e all’ipotetico progresso storico. Alcuni giornalisti hanno poi spulciato i siti ufficiali della Chiesa tedesca e hanno trovato conferma delle dichiarazioni del presule africano: molti soldi vengono dati, o venivano dati, per aiutare una comunità più debole, a livello materiale. Che dire? Che i presuli del progressismo dovrebbero un pochino vergognarsi. Hanno sempre in bocca slogan come «inclusione degli ultimi» e «solidarietà con il Terzo mondo», ma se il Terzo mondo inizia a pensare male, allora si chiudono i rubinetti della misericordia.
Continua a leggereRiduci
Francesco istruisce i membri dell’ex Sant’Uffizio: «Non stiamo legittimando le unioni irregolari». Però conferma che il rito può essere richiesto dai due coniugi «insieme». Intanto «Famiglia Cristiana» raccoglie l’assist di Tucho e celebra i fedeli Lgbt.La denuncia di un vescovo: «Carità finita dopo la bocciatura di “Fiducia Supplicans”». Lo speciale contiene due articoli.In Vaticano è diventata fluida anche la logica: quella binaria - «Sì sì, no no», sta scritto nel Vangelo - non va più di moda. Ne ha dato l’ennesima prova il Papa in persona, che ieri ha ricevuto superiori e ufficiali dell’ex Sant’Uffizio, riuniti per la plenaria del Dicastero. Con loro, ne ha approfittato per fornire ulteriori chiarimenti su Fiducia Supplicans, la Dichiarazione vergata dal prefetto Víctor Manuel Tucho Fernández. Chiarimenti per modo di dire, perché più le altissime gerarchie della Santa Sede - dal cardinale argentino al Pontefice stesso - intervengono sulla questione delle benedizioni gay, più la nebbia dottrinale si infittisce.Francesco ha ricordato che, per ricevere un segno dell’amore di Dio, non è necessaria la «perfezione morale» del fedele. E su questo non ci piove: una benedizione è cosa diversa dall’eucaristia, alla quale ci si può accostare soltanto in stato di grazia, ovvero dopo aver confessato i peccati mortali. I veri problemi sorgono nel momento in cui il Santo Padre, o il responsabile del Dicastero della fede, pretendono di garantire che l’autorizzazione alle benedizioni delle unioni irregolari, concessa da Fiducia Supplicans, non equivale a una loro legittimazione. «Quando spontaneamente si avvicina una coppia a chiederle», ha ribadito il Papa, «non si benedice l’unione, ma semplicemente le persone che insieme ne hanno fatto richiesta». Ed è qui che il vecchio principio di non contraddizione vacilla: come si può sostenere che il sacerdote non stia benedicendo la coppia, se per ottenere quella benedizione i coniugi gli si presentano «insieme»? Delle due l’una: la benedizione riguarda i singoli individui e allora, a ben vedere, nulla è cambiato rispetto al passato. Ragion per cui il documento vaticano è semplicemente un maquillage, un contentino ideologico alla lobby arcobaleno esterna e interna alla Chiesa; oppure la benedizione, essendo estesa a entrambi i soggetti coinvolti nel sodalizio amoroso, è davvero un affare di coppia. Il che è incompatibile con le rassicurazioni di Tucho e del Pontefice. Tertium non datur - tanto per rispolverare il lessico aristotelico. Oltretevere si sforzano di rimediare al cortocircuito introducendo la nuova fattispecie delle «benedizioni pastorali», che sarebbero in sé differenti da quelle «liturgiche». Ma anche su quella sottile distinzione si solleva una spessa cortina fumogena: la natura di quei rituali è davvero ardua da inquadrare. Si tratta comunque di sacramentali? Apparentemente no. Essi sono, infatti, tenuti separati dalle tradizionali benedizioni anche per la modalità con la quale vengono officiati: in un luogo appartato della chiesa, con formule generiche, per non più di 10-15 secondi, stando almeno alle disposizioni del prefetto. Dunque, sono benedizioni di serie B? Se il caso è questo, non si vede come possano essere il mezzo adeguato - citiamo ancora Jorge Mario Bergoglio - per «mostrare concretamente la vicinanza del Signore e della Chiesa a tutti coloro che, trovandosi in diverse situazioni, chiedono aiuto per portare avanti - talvolta per iniziare - un cammino di fede». Più che occasioni di apertura e accoglienza, diventano, anzi, un sigillo di subalternità per alcune categorie di cattolici.Per di più, ieri Francesco ha riaffermato il carattere relativo delle indicazioni di Fiducia Supplicans: esse vanno applicate «tenendo conto del contesto, delle sensibilità, dei luoghi in cui si vive e delle modalità più consone». È in virtù di questo doppio binario che la liberalizzazione delle benedizioni dovrebbe vigere nei Paesi progrediti, mentre l’Africa è titolata a infischiarsene. Una maniera bizzarra di istituire una specie di federalismo del magistero.Intanto, i paletti di Santa Marta vengono palesemente ignorati. Basta leggere Famiglia Cristiana, che nell’ultimo numero, in copertina, celebra il percorso degli «omosessuali credenti» nella «Chiesa in ascolto», con tanto di editoriale del direttore, don Stefano Stimamiglio.Confrontandosi con il clero di Roma, Bergoglio aveva precisato che le famigerate benedizioni pastorali non vanno mai concesse alle associazioni Lgbt. Eppure, il settimanale delle Edizioni San Paolo fa da megafono a una pletora di sigle di attivisti: Kairos, «gruppo di cristiani Lgbtq+ di Firenze», oltre che la «Pastorale inclusiva», voluta dall’arcivescovo del capoluogo toscano, Giuseppe Betori, e incredibilmente inserita nell’ambito della Pastorale per la famiglia. Quale famiglia? Quella arcobaleno, immaginiamo.In un clima tanto caotico, la barca di Pietro ondeggia. Viene sballottata qua e là dai proverbiali colpi al cerchio e alla botte. È il motivo per cui, dopo aver blindato l’operazione di Tucho, il Papa ha annunciato per l’ennesima volta l’imminente uscita di un documento dedicato al «primato della persona umana» e alla «difesa della sua dignità al di là di ogni circostanza». Il futuro testo contro aborto, ideologia gender e maternità surrogata, promesso anche dal capo dell’ex Sant’Uffizio. Perché il Vaticano, magari, ha bandito la logica. Però ha adottato il manuale Cencelli. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/papa-altri-pasticci-benedizioni-gay-2667102804.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-malawi-si-ribella-a-fernandez-e-i-tedeschi-gli-tolgono-le-elemosine" data-post-id="2667102804" data-published-at="1706371193" data-use-pagination="False"> Il Malawi si ribella a Fernández e i tedeschi gli tolgono le elemosine Lo storico Roberto de Mattei ha scritto che il «Simposio delle conferenze episcopali dell’Africa e Madagascar», unanime contro la benedizione alle coppie gay ammessa dalla Fiducia Supplicans, conta «35 conferenze episcopali nazionali o interregionali». Le quali rappresentano un «totale di 669 vescovi e 256 milioni di fedeli». Numeri così cospicui e imponenti che hanno costretto papa Francesco, dopo un colloquio avuto a santa Marta il 16 gennaio con il cardinal Fridolin Ambongo, a lasciare che l’Africa resti fedele alla dottrina tradizionale e al Magistero perenne. Benedicendo quindi solo le coppie regolari oltre, ovviamente, ai singoli fedeli, a prescindere dalla loro personale situazione.La prima conferenza episcopale al mondo che ha contestato con chiarezza il documento vaticano, aprendo la strada alle critiche dei vescovi dell’Orbe cristiano (dalla Polonia all’Ungheria, dall’Ucraina all’Olanda), è stata quella del Malawi.Infatti, già il giorno seguente la pubblicazione di Fiducia Supplicans, 19 dicembre, è stato diffuso un incisivo testo, intitolato «Chiarificazione sulla Dichiarazione pastorale sul senso delle benedizioni Fiducia Supplicans». In questa dichiarazione, firmata da tutti i 9 vescovi del Malawi, guidati dal loro presidente, l’arcivescovo George Desmond Tambala, si dice che «l’insegnamento della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica sul matrimonio rimane» e quindi l’unica unione da potersi benedire è «un’unione esclusiva, stabile e indissolubile tra un uomo e una donna, naturalmente aperto alla generazione dei figli». Pertanto, conclude la chiarificazione al n. 4, «al fine di evitare confusione tra i fedeli, ordiniamo che, per ragioni pastorali, le benedizioni per le unioni omosessuali non sono permesse in Malawi». Punto e basta. Ma ora, monsignor Thomas Luke Msusa, arcivescovo di Blantyre, in un’omelia che è stata registrata e trascritta, fa stato di un vile ricatto, che sarebbe da non credersi, se non ci fossero tante ragioni per crederci. Il coraggioso presule cattolico, che si rende portavoce dell’intera Chiesa del Malawi, una delle chiese più periferiche e povere della cristianità, denuncia il fatto che fra le tante pressioni che l’Africa subisce dall’Occidente, stigmatizzate dal Papa come «colonizzazioni ideologiche» ce n’è una che potrebbe chiamarsi «colonizzazione teologica». Infatti, dopo aver ribadito che «i nostri preti non devono benedire gay e lesbiche perché questo va contro gli insegnamenti biblici», monsignor Msusa nota che, dopo la chiarificazione sopra vista, «le nostre relazioni con alcuni benefattori, per esempio in Germania, si sono deteriorate». Per non restare nel vago, il presule spiega: «Avevamo delle buone relazioni con dei benefattori in Germania, i quali ci donavano dei soldi per acquistare delle auto per i nostri sacerdoti». Ma visto che «siamo stati i primi, come conferenza episcopale del Malawi, a reagire» ecco che, ora, i benefattori latitano. Che scegliere, quindi: la borsa o il Vangelo? Monsignor Msusa non ha dubbi. «Ma vorrei dire», ha concluso l’arringa, «lavoriamo sodo per conto nostro, invece di accettare soldi per farci fare qualcosa di contrario all’insegnamento biblico». Esempio evangelico allo stato puro. Piuttosto diverso lo spettacolo che danno, da anni e anni, proprio gli avanzatissimi presuli della Chiesa (sinodale) tedesca, pronti a tutti i compromessi, pur di parere conformi allo spirito dei tempi e all’ipotetico progresso storico. Alcuni giornalisti hanno poi spulciato i siti ufficiali della Chiesa tedesca e hanno trovato conferma delle dichiarazioni del presule africano: molti soldi vengono dati, o venivano dati, per aiutare una comunità più debole, a livello materiale. Che dire? Che i presuli del progressismo dovrebbero un pochino vergognarsi. Hanno sempre in bocca slogan come «inclusione degli ultimi» e «solidarietà con il Terzo mondo», ma se il Terzo mondo inizia a pensare male, allora si chiudono i rubinetti della misericordia.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
Continua a leggereRiduci
Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
Continua a leggereRiduci
iStock
Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
Continua a leggereRiduci