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2024-01-27
Dal Papa altri pasticci sulle benedizioni gay
Papa Francesco (Getty Images)
In Vaticano è diventata fluida anche la logica: quella binaria - «Sì sì, no no», sta scritto nel Vangelo - non va più di moda. Ne ha dato l’ennesima prova il Papa in persona, che ieri ha ricevuto superiori e ufficiali dell’ex Sant’Uffizio, riuniti per la plenaria del Dicastero. Con loro, ne ha approfittato per fornire ulteriori chiarimenti su Fiducia Supplicans, la Dichiarazione vergata dal prefetto Víctor Manuel Tucho Fernández. Chiarimenti per modo di dire, perché più le altissime gerarchie della Santa Sede - dal cardinale argentino al Pontefice stesso - intervengono sulla questione delle benedizioni gay, più la nebbia dottrinale si infittisce.
Francesco ha ricordato che, per ricevere un segno dell’amore di Dio, non è necessaria la «perfezione morale» del fedele. E su questo non ci piove: una benedizione è cosa diversa dall’eucaristia, alla quale ci si può accostare soltanto in stato di grazia, ovvero dopo aver confessato i peccati mortali. I veri problemi sorgono nel momento in cui il Santo Padre, o il responsabile del Dicastero della fede, pretendono di garantire che l’autorizzazione alle benedizioni delle unioni irregolari, concessa da Fiducia Supplicans, non equivale a una loro legittimazione. «Quando spontaneamente si avvicina una coppia a chiederle», ha ribadito il Papa, «non si benedice l’unione, ma semplicemente le persone che insieme ne hanno fatto richiesta». Ed è qui che il vecchio principio di non contraddizione vacilla: come si può sostenere che il sacerdote non stia benedicendo la coppia, se per ottenere quella benedizione i coniugi gli si presentano «insieme»? Delle due l’una: la benedizione riguarda i singoli individui e allora, a ben vedere, nulla è cambiato rispetto al passato. Ragion per cui il documento vaticano è semplicemente un maquillage, un contentino ideologico alla lobby arcobaleno esterna e interna alla Chiesa; oppure la benedizione, essendo estesa a entrambi i soggetti coinvolti nel sodalizio amoroso, è davvero un affare di coppia. Il che è incompatibile con le rassicurazioni di Tucho e del Pontefice. Tertium non datur - tanto per rispolverare il lessico aristotelico.
Oltretevere si sforzano di rimediare al cortocircuito introducendo la nuova fattispecie delle «benedizioni pastorali», che sarebbero in sé differenti da quelle «liturgiche». Ma anche su quella sottile distinzione si solleva una spessa cortina fumogena: la natura di quei rituali è davvero ardua da inquadrare. Si tratta comunque di sacramentali? Apparentemente no. Essi sono, infatti, tenuti separati dalle tradizionali benedizioni anche per la modalità con la quale vengono officiati: in un luogo appartato della chiesa, con formule generiche, per non più di 10-15 secondi, stando almeno alle disposizioni del prefetto. Dunque, sono benedizioni di serie B? Se il caso è questo, non si vede come possano essere il mezzo adeguato - citiamo ancora Jorge Mario Bergoglio - per «mostrare concretamente la vicinanza del Signore e della Chiesa a tutti coloro che, trovandosi in diverse situazioni, chiedono aiuto per portare avanti - talvolta per iniziare - un cammino di fede». Più che occasioni di apertura e accoglienza, diventano, anzi, un sigillo di subalternità per alcune categorie di cattolici.
Per di più, ieri Francesco ha riaffermato il carattere relativo delle indicazioni di Fiducia Supplicans: esse vanno applicate «tenendo conto del contesto, delle sensibilità, dei luoghi in cui si vive e delle modalità più consone». È in virtù di questo doppio binario che la liberalizzazione delle benedizioni dovrebbe vigere nei Paesi progrediti, mentre l’Africa è titolata a infischiarsene. Una maniera bizzarra di istituire una specie di federalismo del magistero.
Intanto, i paletti di Santa Marta vengono palesemente ignorati. Basta leggere Famiglia Cristiana, che nell’ultimo numero, in copertina, celebra il percorso degli «omosessuali credenti» nella «Chiesa in ascolto», con tanto di editoriale del direttore, don Stefano Stimamiglio.
Confrontandosi con il clero di Roma, Bergoglio aveva precisato che le famigerate benedizioni pastorali non vanno mai concesse alle associazioni Lgbt. Eppure, il settimanale delle Edizioni San Paolo fa da megafono a una pletora di sigle di attivisti: Kairos, «gruppo di cristiani Lgbtq+ di Firenze», oltre che la «Pastorale inclusiva», voluta dall’arcivescovo del capoluogo toscano, Giuseppe Betori, e incredibilmente inserita nell’ambito della Pastorale per la famiglia. Quale famiglia? Quella arcobaleno, immaginiamo.
In un clima tanto caotico, la barca di Pietro ondeggia. Viene sballottata qua e là dai proverbiali colpi al cerchio e alla botte. È il motivo per cui, dopo aver blindato l’operazione di Tucho, il Papa ha annunciato per l’ennesima volta l’imminente uscita di un documento dedicato al «primato della persona umana» e alla «difesa della sua dignità al di là di ogni circostanza». Il futuro testo contro aborto, ideologia gender e maternità surrogata, promesso anche dal capo dell’ex Sant’Uffizio. Perché il Vaticano, magari, ha bandito la logica. Però ha adottato il manuale Cencelli.
Il Malawi si ribella a Fernández e i tedeschi gli tolgono le elemosine
Lo storico Roberto de Mattei ha scritto che il «Simposio delle conferenze episcopali dell’Africa e Madagascar», unanime contro la benedizione alle coppie gay ammessa dalla Fiducia Supplicans, conta «35 conferenze episcopali nazionali o interregionali». Le quali rappresentano un «totale di 669 vescovi e 256 milioni di fedeli». Numeri così cospicui e imponenti che hanno costretto papa Francesco, dopo un colloquio avuto a santa Marta il 16 gennaio con il cardinal Fridolin Ambongo, a lasciare che l’Africa resti fedele alla dottrina tradizionale e al Magistero perenne. Benedicendo quindi solo le coppie regolari oltre, ovviamente, ai singoli fedeli, a prescindere dalla loro personale situazione.La prima conferenza episcopale al mondo che ha contestato con chiarezza il documento vaticano, aprendo la strada alle critiche dei vescovi dell’Orbe cristiano (dalla Polonia all’Ungheria, dall’Ucraina all’Olanda), è stata quella del Malawi.Infatti, già il giorno seguente la pubblicazione di Fiducia Supplicans, 19 dicembre, è stato diffuso un incisivo testo, intitolato «Chiarificazione sulla Dichiarazione pastorale sul senso delle benedizioni Fiducia Supplicans». In questa dichiarazione, firmata da tutti i 9 vescovi del Malawi, guidati dal loro presidente, l’arcivescovo George Desmond Tambala, si dice che «l’insegnamento della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica sul matrimonio rimane» e quindi l’unica unione da potersi benedire è «un’unione esclusiva, stabile e indissolubile tra un uomo e una donna, naturalmente aperto alla generazione dei figli». Pertanto, conclude la chiarificazione al n. 4, «al fine di evitare confusione tra i fedeli, ordiniamo che, per ragioni pastorali, le benedizioni per le unioni omosessuali non sono permesse in Malawi». Punto e basta. Ma ora, monsignor Thomas Luke Msusa, arcivescovo di Blantyre, in un’omelia che è stata registrata e trascritta, fa stato di un vile ricatto, che sarebbe da non credersi, se non ci fossero tante ragioni per crederci. Il coraggioso presule cattolico, che si rende portavoce dell’intera Chiesa del Malawi, una delle chiese più periferiche e povere della cristianità, denuncia il fatto che fra le tante pressioni che l’Africa subisce dall’Occidente, stigmatizzate dal Papa come «colonizzazioni ideologiche» ce n’è una che potrebbe chiamarsi «colonizzazione teologica». Infatti, dopo aver ribadito che «i nostri preti non devono benedire gay e lesbiche perché questo va contro gli insegnamenti biblici», monsignor Msusa nota che, dopo la chiarificazione sopra vista, «le nostre relazioni con alcuni benefattori, per esempio in Germania, si sono deteriorate». Per non restare nel vago, il presule spiega: «Avevamo delle buone relazioni con dei benefattori in Germania, i quali ci donavano dei soldi per acquistare delle auto per i nostri sacerdoti». Ma visto che «siamo stati i primi, come conferenza episcopale del Malawi, a reagire» ecco che, ora, i benefattori latitano. Che scegliere, quindi: la borsa o il Vangelo? Monsignor Msusa non ha dubbi. «Ma vorrei dire», ha concluso l’arringa, «lavoriamo sodo per conto nostro, invece di accettare soldi per farci fare qualcosa di contrario all’insegnamento biblico». Esempio evangelico allo stato puro. Piuttosto diverso lo spettacolo che danno, da anni e anni, proprio gli avanzatissimi presuli della Chiesa (sinodale) tedesca, pronti a tutti i compromessi, pur di parere conformi allo spirito dei tempi e all’ipotetico progresso storico. Alcuni giornalisti hanno poi spulciato i siti ufficiali della Chiesa tedesca e hanno trovato conferma delle dichiarazioni del presule africano: molti soldi vengono dati, o venivano dati, per aiutare una comunità più debole, a livello materiale. Che dire? Che i presuli del progressismo dovrebbero un pochino vergognarsi. Hanno sempre in bocca slogan come «inclusione degli ultimi» e «solidarietà con il Terzo mondo», ma se il Terzo mondo inizia a pensare male, allora si chiudono i rubinetti della misericordia.
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Francesco istruisce i membri dell’ex Sant’Uffizio: «Non stiamo legittimando le unioni irregolari». Però conferma che il rito può essere richiesto dai due coniugi «insieme». Intanto «Famiglia Cristiana» raccoglie l’assist di Tucho e celebra i fedeli Lgbt.La denuncia di un vescovo: «Carità finita dopo la bocciatura di “Fiducia Supplicans”». Lo speciale contiene due articoli.In Vaticano è diventata fluida anche la logica: quella binaria - «Sì sì, no no», sta scritto nel Vangelo - non va più di moda. Ne ha dato l’ennesima prova il Papa in persona, che ieri ha ricevuto superiori e ufficiali dell’ex Sant’Uffizio, riuniti per la plenaria del Dicastero. Con loro, ne ha approfittato per fornire ulteriori chiarimenti su Fiducia Supplicans, la Dichiarazione vergata dal prefetto Víctor Manuel Tucho Fernández. Chiarimenti per modo di dire, perché più le altissime gerarchie della Santa Sede - dal cardinale argentino al Pontefice stesso - intervengono sulla questione delle benedizioni gay, più la nebbia dottrinale si infittisce.Francesco ha ricordato che, per ricevere un segno dell’amore di Dio, non è necessaria la «perfezione morale» del fedele. E su questo non ci piove: una benedizione è cosa diversa dall’eucaristia, alla quale ci si può accostare soltanto in stato di grazia, ovvero dopo aver confessato i peccati mortali. I veri problemi sorgono nel momento in cui il Santo Padre, o il responsabile del Dicastero della fede, pretendono di garantire che l’autorizzazione alle benedizioni delle unioni irregolari, concessa da Fiducia Supplicans, non equivale a una loro legittimazione. «Quando spontaneamente si avvicina una coppia a chiederle», ha ribadito il Papa, «non si benedice l’unione, ma semplicemente le persone che insieme ne hanno fatto richiesta». Ed è qui che il vecchio principio di non contraddizione vacilla: come si può sostenere che il sacerdote non stia benedicendo la coppia, se per ottenere quella benedizione i coniugi gli si presentano «insieme»? Delle due l’una: la benedizione riguarda i singoli individui e allora, a ben vedere, nulla è cambiato rispetto al passato. Ragion per cui il documento vaticano è semplicemente un maquillage, un contentino ideologico alla lobby arcobaleno esterna e interna alla Chiesa; oppure la benedizione, essendo estesa a entrambi i soggetti coinvolti nel sodalizio amoroso, è davvero un affare di coppia. Il che è incompatibile con le rassicurazioni di Tucho e del Pontefice. Tertium non datur - tanto per rispolverare il lessico aristotelico. Oltretevere si sforzano di rimediare al cortocircuito introducendo la nuova fattispecie delle «benedizioni pastorali», che sarebbero in sé differenti da quelle «liturgiche». Ma anche su quella sottile distinzione si solleva una spessa cortina fumogena: la natura di quei rituali è davvero ardua da inquadrare. Si tratta comunque di sacramentali? Apparentemente no. Essi sono, infatti, tenuti separati dalle tradizionali benedizioni anche per la modalità con la quale vengono officiati: in un luogo appartato della chiesa, con formule generiche, per non più di 10-15 secondi, stando almeno alle disposizioni del prefetto. Dunque, sono benedizioni di serie B? Se il caso è questo, non si vede come possano essere il mezzo adeguato - citiamo ancora Jorge Mario Bergoglio - per «mostrare concretamente la vicinanza del Signore e della Chiesa a tutti coloro che, trovandosi in diverse situazioni, chiedono aiuto per portare avanti - talvolta per iniziare - un cammino di fede». Più che occasioni di apertura e accoglienza, diventano, anzi, un sigillo di subalternità per alcune categorie di cattolici.Per di più, ieri Francesco ha riaffermato il carattere relativo delle indicazioni di Fiducia Supplicans: esse vanno applicate «tenendo conto del contesto, delle sensibilità, dei luoghi in cui si vive e delle modalità più consone». È in virtù di questo doppio binario che la liberalizzazione delle benedizioni dovrebbe vigere nei Paesi progrediti, mentre l’Africa è titolata a infischiarsene. Una maniera bizzarra di istituire una specie di federalismo del magistero.Intanto, i paletti di Santa Marta vengono palesemente ignorati. Basta leggere Famiglia Cristiana, che nell’ultimo numero, in copertina, celebra il percorso degli «omosessuali credenti» nella «Chiesa in ascolto», con tanto di editoriale del direttore, don Stefano Stimamiglio.Confrontandosi con il clero di Roma, Bergoglio aveva precisato che le famigerate benedizioni pastorali non vanno mai concesse alle associazioni Lgbt. Eppure, il settimanale delle Edizioni San Paolo fa da megafono a una pletora di sigle di attivisti: Kairos, «gruppo di cristiani Lgbtq+ di Firenze», oltre che la «Pastorale inclusiva», voluta dall’arcivescovo del capoluogo toscano, Giuseppe Betori, e incredibilmente inserita nell’ambito della Pastorale per la famiglia. Quale famiglia? Quella arcobaleno, immaginiamo.In un clima tanto caotico, la barca di Pietro ondeggia. Viene sballottata qua e là dai proverbiali colpi al cerchio e alla botte. È il motivo per cui, dopo aver blindato l’operazione di Tucho, il Papa ha annunciato per l’ennesima volta l’imminente uscita di un documento dedicato al «primato della persona umana» e alla «difesa della sua dignità al di là di ogni circostanza». Il futuro testo contro aborto, ideologia gender e maternità surrogata, promesso anche dal capo dell’ex Sant’Uffizio. Perché il Vaticano, magari, ha bandito la logica. Però ha adottato il manuale Cencelli. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/papa-altri-pasticci-benedizioni-gay-2667102804.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-malawi-si-ribella-a-fernandez-e-i-tedeschi-gli-tolgono-le-elemosine" data-post-id="2667102804" data-published-at="1706371193" data-use-pagination="False"> Il Malawi si ribella a Fernández e i tedeschi gli tolgono le elemosine Lo storico Roberto de Mattei ha scritto che il «Simposio delle conferenze episcopali dell’Africa e Madagascar», unanime contro la benedizione alle coppie gay ammessa dalla Fiducia Supplicans, conta «35 conferenze episcopali nazionali o interregionali». Le quali rappresentano un «totale di 669 vescovi e 256 milioni di fedeli». Numeri così cospicui e imponenti che hanno costretto papa Francesco, dopo un colloquio avuto a santa Marta il 16 gennaio con il cardinal Fridolin Ambongo, a lasciare che l’Africa resti fedele alla dottrina tradizionale e al Magistero perenne. Benedicendo quindi solo le coppie regolari oltre, ovviamente, ai singoli fedeli, a prescindere dalla loro personale situazione.La prima conferenza episcopale al mondo che ha contestato con chiarezza il documento vaticano, aprendo la strada alle critiche dei vescovi dell’Orbe cristiano (dalla Polonia all’Ungheria, dall’Ucraina all’Olanda), è stata quella del Malawi.Infatti, già il giorno seguente la pubblicazione di Fiducia Supplicans, 19 dicembre, è stato diffuso un incisivo testo, intitolato «Chiarificazione sulla Dichiarazione pastorale sul senso delle benedizioni Fiducia Supplicans». In questa dichiarazione, firmata da tutti i 9 vescovi del Malawi, guidati dal loro presidente, l’arcivescovo George Desmond Tambala, si dice che «l’insegnamento della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica sul matrimonio rimane» e quindi l’unica unione da potersi benedire è «un’unione esclusiva, stabile e indissolubile tra un uomo e una donna, naturalmente aperto alla generazione dei figli». Pertanto, conclude la chiarificazione al n. 4, «al fine di evitare confusione tra i fedeli, ordiniamo che, per ragioni pastorali, le benedizioni per le unioni omosessuali non sono permesse in Malawi». Punto e basta. Ma ora, monsignor Thomas Luke Msusa, arcivescovo di Blantyre, in un’omelia che è stata registrata e trascritta, fa stato di un vile ricatto, che sarebbe da non credersi, se non ci fossero tante ragioni per crederci. Il coraggioso presule cattolico, che si rende portavoce dell’intera Chiesa del Malawi, una delle chiese più periferiche e povere della cristianità, denuncia il fatto che fra le tante pressioni che l’Africa subisce dall’Occidente, stigmatizzate dal Papa come «colonizzazioni ideologiche» ce n’è una che potrebbe chiamarsi «colonizzazione teologica». Infatti, dopo aver ribadito che «i nostri preti non devono benedire gay e lesbiche perché questo va contro gli insegnamenti biblici», monsignor Msusa nota che, dopo la chiarificazione sopra vista, «le nostre relazioni con alcuni benefattori, per esempio in Germania, si sono deteriorate». Per non restare nel vago, il presule spiega: «Avevamo delle buone relazioni con dei benefattori in Germania, i quali ci donavano dei soldi per acquistare delle auto per i nostri sacerdoti». Ma visto che «siamo stati i primi, come conferenza episcopale del Malawi, a reagire» ecco che, ora, i benefattori latitano. Che scegliere, quindi: la borsa o il Vangelo? Monsignor Msusa non ha dubbi. «Ma vorrei dire», ha concluso l’arringa, «lavoriamo sodo per conto nostro, invece di accettare soldi per farci fare qualcosa di contrario all’insegnamento biblico». Esempio evangelico allo stato puro. Piuttosto diverso lo spettacolo che danno, da anni e anni, proprio gli avanzatissimi presuli della Chiesa (sinodale) tedesca, pronti a tutti i compromessi, pur di parere conformi allo spirito dei tempi e all’ipotetico progresso storico. Alcuni giornalisti hanno poi spulciato i siti ufficiali della Chiesa tedesca e hanno trovato conferma delle dichiarazioni del presule africano: molti soldi vengono dati, o venivano dati, per aiutare una comunità più debole, a livello materiale. Che dire? Che i presuli del progressismo dovrebbero un pochino vergognarsi. Hanno sempre in bocca slogan come «inclusione degli ultimi» e «solidarietà con il Terzo mondo», ma se il Terzo mondo inizia a pensare male, allora si chiudono i rubinetti della misericordia.
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Dopo la storia e la descrizione delle sedi della «prima cerimonia diffusa della storia» (lo stadio milanese di San Siro e Cortina d’Ampezzo), il documento entra nei dettagli (come i lettori possono verificare consultando l’allegato). Il «concept creativo» è quello dell’Armonia e il direttore creativo è Marco Balich, già ideatore di 16 cerimonie d’apertura olimpiche. Nel file è svelato l’allestimento scenico e sono citati tutti i numeri della cerimonia.Quindi è descritto lo spettacolo, scena per scena.Si esalteranno la bellezza e la fantasia italiane. L’attrice Matilde De Angelis in versione direttrice d’orchestra guiderà un medley musicale che raggruppa brani dei grandi della musica classica italiana (Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini, Gioachino Rossini, Antonio Vivaldi) e anche il pop di Raffaella Carrà. In un caleidoscopio di luci spunterà Mariah Carey che intonerà Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno e Nothing is impossible. Quindi verrà trasmesso il video (registrato) dell'arrivo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella su un tram storico guidato dall’ex campione del Mondo di moto Gp Valentino Rossi. Un siparietto che è costato il posto di telecronista della serata ad Auro Bulbarelli, punito per avere parlato di «una sorpresa». Un’anticipazione che ha fatto infuriare il Quirinale (che ha protestato direttamente con il Comitato olimpico internazionale) e che è stata ritenuta imperdonabile.
A questo incidente La Verità ha dedicato oggi un articolo esclusivo nell’edizione in edicola. Mattarella del documento viene così descritto: «Una delle figure più autorevoli del Paese» che «rappresenta il garante della Costituzione dell’unità nazionale e dei valori democratici». Quindi c’è un’altra sviolinata: «Nel corso della sua lunga carriera ha ricoperto incarichi di primo piano nelle istituzioni italiane, distinguendosi per rigore, equilibrio e rispetto delle regole, qualità che ne hanno fatto un punto di riferimento nel panorama istituzionale europeo». A questo punto lo stadio si accenderà con le tinte del Tricolore in un momento dedicato alla moda italiana. Avrà l’onore di portare sul prato la bandiera la modella Vittoria Ceretti. L’inno nazionale, come già ampiamente emerso, sarà cantato da Laura Pausini. Pierfrancesco Favino leggerà, invece, L’Infinito di Giacomo Leopardi, mentre Sabrina Impacciatore sarà protagonista di un video animato sulla storia delle Olimpiadi invernali. Segue la parata degli atleti.
Ci sarà, quindi, un viaggio nel tempo e una parentesi scherzosa sul modo di gesticolare degli italiani, con protagonista l’attrice Brenda Lodigiani. A questo punto, dalla Tribuna d’onore Mattarella dichiarerà aperti i Giochi. Si parlerà di pace e di tregua olimpica e il cantante Ghali leggerà i versi della poesia «Promemoria» di Gianni Rodari che recita: «Ci sono cose da non fare mai, né di giorno né di notte, né per mare né per terra: per esempio la guerra». I versi della poesia, contrariamente a quanto polemicamente affermato da Ghali (che ha sostenuto che non gli sarebbe stato consentito di esprimersi in arabo), è previsto che siano recitati «in italiano, inglese, cinese, arabo, francese, spagnolo». A questo punto Charlize Theron, sudafricana ambasciatrice di pace, prenderà la parola «con un messaggio di speranza ispirato a Nelson Mandela che attraversa confini e generazioni». Il programma si chiuderà con l’ingresso della bandiera olimpica, dei suoi «messaggeri di pace» e con l’accensione del braciere olimpico. Tutto bello, retorico e un po’ scontato.
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«Cerchiamo, con un’attività di prevenzione, di evitare che quei tristi momenti si ripetano». Così il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, nella conferenza stampa al termine del Cdm, riferendosi alle norme introdotte con il decreto sicurezza e al fenomeno delle Brigate rosse.
Nordio ha definito il fenomeno delle Br come «nato per una insufficiente attenzione, anche da parte dello Stato, verso queste forme di aggressività odiosa nei confronti delle forze dell’ordine. Ricordiamo le espressioni “compagni che sbagliano” e “sedicenti Brigate rosse”». La nuova norma introdotta dal decreto sicurezza «non è uno scudo penale, che invece vuol dire impunità: qui l’impunità non c’è per nessuno, quindi è una parola impropria», ha aggiunto in merito al nuovo provvedimento contenuto nel decreto, che istituisce un registro separato per i reati commessi con «causa di giustificazione».