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2024-01-27
Dal Papa altri pasticci sulle benedizioni gay
Papa Francesco (Getty Images)
In Vaticano è diventata fluida anche la logica: quella binaria - «Sì sì, no no», sta scritto nel Vangelo - non va più di moda. Ne ha dato l’ennesima prova il Papa in persona, che ieri ha ricevuto superiori e ufficiali dell’ex Sant’Uffizio, riuniti per la plenaria del Dicastero. Con loro, ne ha approfittato per fornire ulteriori chiarimenti su Fiducia Supplicans, la Dichiarazione vergata dal prefetto Víctor Manuel Tucho Fernández. Chiarimenti per modo di dire, perché più le altissime gerarchie della Santa Sede - dal cardinale argentino al Pontefice stesso - intervengono sulla questione delle benedizioni gay, più la nebbia dottrinale si infittisce.
Francesco ha ricordato che, per ricevere un segno dell’amore di Dio, non è necessaria la «perfezione morale» del fedele. E su questo non ci piove: una benedizione è cosa diversa dall’eucaristia, alla quale ci si può accostare soltanto in stato di grazia, ovvero dopo aver confessato i peccati mortali. I veri problemi sorgono nel momento in cui il Santo Padre, o il responsabile del Dicastero della fede, pretendono di garantire che l’autorizzazione alle benedizioni delle unioni irregolari, concessa da Fiducia Supplicans, non equivale a una loro legittimazione. «Quando spontaneamente si avvicina una coppia a chiederle», ha ribadito il Papa, «non si benedice l’unione, ma semplicemente le persone che insieme ne hanno fatto richiesta». Ed è qui che il vecchio principio di non contraddizione vacilla: come si può sostenere che il sacerdote non stia benedicendo la coppia, se per ottenere quella benedizione i coniugi gli si presentano «insieme»? Delle due l’una: la benedizione riguarda i singoli individui e allora, a ben vedere, nulla è cambiato rispetto al passato. Ragion per cui il documento vaticano è semplicemente un maquillage, un contentino ideologico alla lobby arcobaleno esterna e interna alla Chiesa; oppure la benedizione, essendo estesa a entrambi i soggetti coinvolti nel sodalizio amoroso, è davvero un affare di coppia. Il che è incompatibile con le rassicurazioni di Tucho e del Pontefice. Tertium non datur - tanto per rispolverare il lessico aristotelico.
Oltretevere si sforzano di rimediare al cortocircuito introducendo la nuova fattispecie delle «benedizioni pastorali», che sarebbero in sé differenti da quelle «liturgiche». Ma anche su quella sottile distinzione si solleva una spessa cortina fumogena: la natura di quei rituali è davvero ardua da inquadrare. Si tratta comunque di sacramentali? Apparentemente no. Essi sono, infatti, tenuti separati dalle tradizionali benedizioni anche per la modalità con la quale vengono officiati: in un luogo appartato della chiesa, con formule generiche, per non più di 10-15 secondi, stando almeno alle disposizioni del prefetto. Dunque, sono benedizioni di serie B? Se il caso è questo, non si vede come possano essere il mezzo adeguato - citiamo ancora Jorge Mario Bergoglio - per «mostrare concretamente la vicinanza del Signore e della Chiesa a tutti coloro che, trovandosi in diverse situazioni, chiedono aiuto per portare avanti - talvolta per iniziare - un cammino di fede». Più che occasioni di apertura e accoglienza, diventano, anzi, un sigillo di subalternità per alcune categorie di cattolici.
Per di più, ieri Francesco ha riaffermato il carattere relativo delle indicazioni di Fiducia Supplicans: esse vanno applicate «tenendo conto del contesto, delle sensibilità, dei luoghi in cui si vive e delle modalità più consone». È in virtù di questo doppio binario che la liberalizzazione delle benedizioni dovrebbe vigere nei Paesi progrediti, mentre l’Africa è titolata a infischiarsene. Una maniera bizzarra di istituire una specie di federalismo del magistero.
Intanto, i paletti di Santa Marta vengono palesemente ignorati. Basta leggere Famiglia Cristiana, che nell’ultimo numero, in copertina, celebra il percorso degli «omosessuali credenti» nella «Chiesa in ascolto», con tanto di editoriale del direttore, don Stefano Stimamiglio.
Confrontandosi con il clero di Roma, Bergoglio aveva precisato che le famigerate benedizioni pastorali non vanno mai concesse alle associazioni Lgbt. Eppure, il settimanale delle Edizioni San Paolo fa da megafono a una pletora di sigle di attivisti: Kairos, «gruppo di cristiani Lgbtq+ di Firenze», oltre che la «Pastorale inclusiva», voluta dall’arcivescovo del capoluogo toscano, Giuseppe Betori, e incredibilmente inserita nell’ambito della Pastorale per la famiglia. Quale famiglia? Quella arcobaleno, immaginiamo.
In un clima tanto caotico, la barca di Pietro ondeggia. Viene sballottata qua e là dai proverbiali colpi al cerchio e alla botte. È il motivo per cui, dopo aver blindato l’operazione di Tucho, il Papa ha annunciato per l’ennesima volta l’imminente uscita di un documento dedicato al «primato della persona umana» e alla «difesa della sua dignità al di là di ogni circostanza». Il futuro testo contro aborto, ideologia gender e maternità surrogata, promesso anche dal capo dell’ex Sant’Uffizio. Perché il Vaticano, magari, ha bandito la logica. Però ha adottato il manuale Cencelli.
Il Malawi si ribella a Fernández e i tedeschi gli tolgono le elemosine
Lo storico Roberto de Mattei ha scritto che il «Simposio delle conferenze episcopali dell’Africa e Madagascar», unanime contro la benedizione alle coppie gay ammessa dalla Fiducia Supplicans, conta «35 conferenze episcopali nazionali o interregionali». Le quali rappresentano un «totale di 669 vescovi e 256 milioni di fedeli». Numeri così cospicui e imponenti che hanno costretto papa Francesco, dopo un colloquio avuto a santa Marta il 16 gennaio con il cardinal Fridolin Ambongo, a lasciare che l’Africa resti fedele alla dottrina tradizionale e al Magistero perenne. Benedicendo quindi solo le coppie regolari oltre, ovviamente, ai singoli fedeli, a prescindere dalla loro personale situazione.La prima conferenza episcopale al mondo che ha contestato con chiarezza il documento vaticano, aprendo la strada alle critiche dei vescovi dell’Orbe cristiano (dalla Polonia all’Ungheria, dall’Ucraina all’Olanda), è stata quella del Malawi.Infatti, già il giorno seguente la pubblicazione di Fiducia Supplicans, 19 dicembre, è stato diffuso un incisivo testo, intitolato «Chiarificazione sulla Dichiarazione pastorale sul senso delle benedizioni Fiducia Supplicans». In questa dichiarazione, firmata da tutti i 9 vescovi del Malawi, guidati dal loro presidente, l’arcivescovo George Desmond Tambala, si dice che «l’insegnamento della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica sul matrimonio rimane» e quindi l’unica unione da potersi benedire è «un’unione esclusiva, stabile e indissolubile tra un uomo e una donna, naturalmente aperto alla generazione dei figli». Pertanto, conclude la chiarificazione al n. 4, «al fine di evitare confusione tra i fedeli, ordiniamo che, per ragioni pastorali, le benedizioni per le unioni omosessuali non sono permesse in Malawi». Punto e basta. Ma ora, monsignor Thomas Luke Msusa, arcivescovo di Blantyre, in un’omelia che è stata registrata e trascritta, fa stato di un vile ricatto, che sarebbe da non credersi, se non ci fossero tante ragioni per crederci. Il coraggioso presule cattolico, che si rende portavoce dell’intera Chiesa del Malawi, una delle chiese più periferiche e povere della cristianità, denuncia il fatto che fra le tante pressioni che l’Africa subisce dall’Occidente, stigmatizzate dal Papa come «colonizzazioni ideologiche» ce n’è una che potrebbe chiamarsi «colonizzazione teologica». Infatti, dopo aver ribadito che «i nostri preti non devono benedire gay e lesbiche perché questo va contro gli insegnamenti biblici», monsignor Msusa nota che, dopo la chiarificazione sopra vista, «le nostre relazioni con alcuni benefattori, per esempio in Germania, si sono deteriorate». Per non restare nel vago, il presule spiega: «Avevamo delle buone relazioni con dei benefattori in Germania, i quali ci donavano dei soldi per acquistare delle auto per i nostri sacerdoti». Ma visto che «siamo stati i primi, come conferenza episcopale del Malawi, a reagire» ecco che, ora, i benefattori latitano. Che scegliere, quindi: la borsa o il Vangelo? Monsignor Msusa non ha dubbi. «Ma vorrei dire», ha concluso l’arringa, «lavoriamo sodo per conto nostro, invece di accettare soldi per farci fare qualcosa di contrario all’insegnamento biblico». Esempio evangelico allo stato puro. Piuttosto diverso lo spettacolo che danno, da anni e anni, proprio gli avanzatissimi presuli della Chiesa (sinodale) tedesca, pronti a tutti i compromessi, pur di parere conformi allo spirito dei tempi e all’ipotetico progresso storico. Alcuni giornalisti hanno poi spulciato i siti ufficiali della Chiesa tedesca e hanno trovato conferma delle dichiarazioni del presule africano: molti soldi vengono dati, o venivano dati, per aiutare una comunità più debole, a livello materiale. Che dire? Che i presuli del progressismo dovrebbero un pochino vergognarsi. Hanno sempre in bocca slogan come «inclusione degli ultimi» e «solidarietà con il Terzo mondo», ma se il Terzo mondo inizia a pensare male, allora si chiudono i rubinetti della misericordia.
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Francesco istruisce i membri dell’ex Sant’Uffizio: «Non stiamo legittimando le unioni irregolari». Però conferma che il rito può essere richiesto dai due coniugi «insieme». Intanto «Famiglia Cristiana» raccoglie l’assist di Tucho e celebra i fedeli Lgbt.La denuncia di un vescovo: «Carità finita dopo la bocciatura di “Fiducia Supplicans”». Lo speciale contiene due articoli.In Vaticano è diventata fluida anche la logica: quella binaria - «Sì sì, no no», sta scritto nel Vangelo - non va più di moda. Ne ha dato l’ennesima prova il Papa in persona, che ieri ha ricevuto superiori e ufficiali dell’ex Sant’Uffizio, riuniti per la plenaria del Dicastero. Con loro, ne ha approfittato per fornire ulteriori chiarimenti su Fiducia Supplicans, la Dichiarazione vergata dal prefetto Víctor Manuel Tucho Fernández. Chiarimenti per modo di dire, perché più le altissime gerarchie della Santa Sede - dal cardinale argentino al Pontefice stesso - intervengono sulla questione delle benedizioni gay, più la nebbia dottrinale si infittisce.Francesco ha ricordato che, per ricevere un segno dell’amore di Dio, non è necessaria la «perfezione morale» del fedele. E su questo non ci piove: una benedizione è cosa diversa dall’eucaristia, alla quale ci si può accostare soltanto in stato di grazia, ovvero dopo aver confessato i peccati mortali. I veri problemi sorgono nel momento in cui il Santo Padre, o il responsabile del Dicastero della fede, pretendono di garantire che l’autorizzazione alle benedizioni delle unioni irregolari, concessa da Fiducia Supplicans, non equivale a una loro legittimazione. «Quando spontaneamente si avvicina una coppia a chiederle», ha ribadito il Papa, «non si benedice l’unione, ma semplicemente le persone che insieme ne hanno fatto richiesta». Ed è qui che il vecchio principio di non contraddizione vacilla: come si può sostenere che il sacerdote non stia benedicendo la coppia, se per ottenere quella benedizione i coniugi gli si presentano «insieme»? Delle due l’una: la benedizione riguarda i singoli individui e allora, a ben vedere, nulla è cambiato rispetto al passato. Ragion per cui il documento vaticano è semplicemente un maquillage, un contentino ideologico alla lobby arcobaleno esterna e interna alla Chiesa; oppure la benedizione, essendo estesa a entrambi i soggetti coinvolti nel sodalizio amoroso, è davvero un affare di coppia. Il che è incompatibile con le rassicurazioni di Tucho e del Pontefice. Tertium non datur - tanto per rispolverare il lessico aristotelico. Oltretevere si sforzano di rimediare al cortocircuito introducendo la nuova fattispecie delle «benedizioni pastorali», che sarebbero in sé differenti da quelle «liturgiche». Ma anche su quella sottile distinzione si solleva una spessa cortina fumogena: la natura di quei rituali è davvero ardua da inquadrare. Si tratta comunque di sacramentali? Apparentemente no. Essi sono, infatti, tenuti separati dalle tradizionali benedizioni anche per la modalità con la quale vengono officiati: in un luogo appartato della chiesa, con formule generiche, per non più di 10-15 secondi, stando almeno alle disposizioni del prefetto. Dunque, sono benedizioni di serie B? Se il caso è questo, non si vede come possano essere il mezzo adeguato - citiamo ancora Jorge Mario Bergoglio - per «mostrare concretamente la vicinanza del Signore e della Chiesa a tutti coloro che, trovandosi in diverse situazioni, chiedono aiuto per portare avanti - talvolta per iniziare - un cammino di fede». Più che occasioni di apertura e accoglienza, diventano, anzi, un sigillo di subalternità per alcune categorie di cattolici.Per di più, ieri Francesco ha riaffermato il carattere relativo delle indicazioni di Fiducia Supplicans: esse vanno applicate «tenendo conto del contesto, delle sensibilità, dei luoghi in cui si vive e delle modalità più consone». È in virtù di questo doppio binario che la liberalizzazione delle benedizioni dovrebbe vigere nei Paesi progrediti, mentre l’Africa è titolata a infischiarsene. Una maniera bizzarra di istituire una specie di federalismo del magistero.Intanto, i paletti di Santa Marta vengono palesemente ignorati. Basta leggere Famiglia Cristiana, che nell’ultimo numero, in copertina, celebra il percorso degli «omosessuali credenti» nella «Chiesa in ascolto», con tanto di editoriale del direttore, don Stefano Stimamiglio.Confrontandosi con il clero di Roma, Bergoglio aveva precisato che le famigerate benedizioni pastorali non vanno mai concesse alle associazioni Lgbt. Eppure, il settimanale delle Edizioni San Paolo fa da megafono a una pletora di sigle di attivisti: Kairos, «gruppo di cristiani Lgbtq+ di Firenze», oltre che la «Pastorale inclusiva», voluta dall’arcivescovo del capoluogo toscano, Giuseppe Betori, e incredibilmente inserita nell’ambito della Pastorale per la famiglia. Quale famiglia? Quella arcobaleno, immaginiamo.In un clima tanto caotico, la barca di Pietro ondeggia. Viene sballottata qua e là dai proverbiali colpi al cerchio e alla botte. È il motivo per cui, dopo aver blindato l’operazione di Tucho, il Papa ha annunciato per l’ennesima volta l’imminente uscita di un documento dedicato al «primato della persona umana» e alla «difesa della sua dignità al di là di ogni circostanza». Il futuro testo contro aborto, ideologia gender e maternità surrogata, promesso anche dal capo dell’ex Sant’Uffizio. Perché il Vaticano, magari, ha bandito la logica. Però ha adottato il manuale Cencelli. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/papa-altri-pasticci-benedizioni-gay-2667102804.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-malawi-si-ribella-a-fernandez-e-i-tedeschi-gli-tolgono-le-elemosine" data-post-id="2667102804" data-published-at="1706371193" data-use-pagination="False"> Il Malawi si ribella a Fernández e i tedeschi gli tolgono le elemosine Lo storico Roberto de Mattei ha scritto che il «Simposio delle conferenze episcopali dell’Africa e Madagascar», unanime contro la benedizione alle coppie gay ammessa dalla Fiducia Supplicans, conta «35 conferenze episcopali nazionali o interregionali». Le quali rappresentano un «totale di 669 vescovi e 256 milioni di fedeli». Numeri così cospicui e imponenti che hanno costretto papa Francesco, dopo un colloquio avuto a santa Marta il 16 gennaio con il cardinal Fridolin Ambongo, a lasciare che l’Africa resti fedele alla dottrina tradizionale e al Magistero perenne. Benedicendo quindi solo le coppie regolari oltre, ovviamente, ai singoli fedeli, a prescindere dalla loro personale situazione.La prima conferenza episcopale al mondo che ha contestato con chiarezza il documento vaticano, aprendo la strada alle critiche dei vescovi dell’Orbe cristiano (dalla Polonia all’Ungheria, dall’Ucraina all’Olanda), è stata quella del Malawi.Infatti, già il giorno seguente la pubblicazione di Fiducia Supplicans, 19 dicembre, è stato diffuso un incisivo testo, intitolato «Chiarificazione sulla Dichiarazione pastorale sul senso delle benedizioni Fiducia Supplicans». In questa dichiarazione, firmata da tutti i 9 vescovi del Malawi, guidati dal loro presidente, l’arcivescovo George Desmond Tambala, si dice che «l’insegnamento della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica sul matrimonio rimane» e quindi l’unica unione da potersi benedire è «un’unione esclusiva, stabile e indissolubile tra un uomo e una donna, naturalmente aperto alla generazione dei figli». Pertanto, conclude la chiarificazione al n. 4, «al fine di evitare confusione tra i fedeli, ordiniamo che, per ragioni pastorali, le benedizioni per le unioni omosessuali non sono permesse in Malawi». Punto e basta. Ma ora, monsignor Thomas Luke Msusa, arcivescovo di Blantyre, in un’omelia che è stata registrata e trascritta, fa stato di un vile ricatto, che sarebbe da non credersi, se non ci fossero tante ragioni per crederci. Il coraggioso presule cattolico, che si rende portavoce dell’intera Chiesa del Malawi, una delle chiese più periferiche e povere della cristianità, denuncia il fatto che fra le tante pressioni che l’Africa subisce dall’Occidente, stigmatizzate dal Papa come «colonizzazioni ideologiche» ce n’è una che potrebbe chiamarsi «colonizzazione teologica». Infatti, dopo aver ribadito che «i nostri preti non devono benedire gay e lesbiche perché questo va contro gli insegnamenti biblici», monsignor Msusa nota che, dopo la chiarificazione sopra vista, «le nostre relazioni con alcuni benefattori, per esempio in Germania, si sono deteriorate». Per non restare nel vago, il presule spiega: «Avevamo delle buone relazioni con dei benefattori in Germania, i quali ci donavano dei soldi per acquistare delle auto per i nostri sacerdoti». Ma visto che «siamo stati i primi, come conferenza episcopale del Malawi, a reagire» ecco che, ora, i benefattori latitano. Che scegliere, quindi: la borsa o il Vangelo? Monsignor Msusa non ha dubbi. «Ma vorrei dire», ha concluso l’arringa, «lavoriamo sodo per conto nostro, invece di accettare soldi per farci fare qualcosa di contrario all’insegnamento biblico». Esempio evangelico allo stato puro. Piuttosto diverso lo spettacolo che danno, da anni e anni, proprio gli avanzatissimi presuli della Chiesa (sinodale) tedesca, pronti a tutti i compromessi, pur di parere conformi allo spirito dei tempi e all’ipotetico progresso storico. Alcuni giornalisti hanno poi spulciato i siti ufficiali della Chiesa tedesca e hanno trovato conferma delle dichiarazioni del presule africano: molti soldi vengono dati, o venivano dati, per aiutare una comunità più debole, a livello materiale. Che dire? Che i presuli del progressismo dovrebbero un pochino vergognarsi. Hanno sempre in bocca slogan come «inclusione degli ultimi» e «solidarietà con il Terzo mondo», ma se il Terzo mondo inizia a pensare male, allora si chiudono i rubinetti della misericordia.
Friedrich Merz, Emmanuel Macron, Keir Starmer e Giorgia Meloni (Ansa)
Il vertice dei «volenterosi di Hormuz» andato in scena ieri all’Eliseo, infatti, ha rivelato chi è che mena davvero le danze: sono Francia e Regno Unito, con Emmanuel Macron e Keir Starmer nella doppia veste di anfitrioni e registi dell’operazione navale che intende sorvegliare lo Stretto, che è notoriamente uno snodo cruciale e imprescindibile per il commercio energetico mondiale. L’obiettivo condiviso della «coalizione dei volenterosi», non a caso, è la riapertura della rotta e il ripristino della libertà di navigazione, in un contesto che continua a intrecciarsi con il più ampio negoziato Usa-Iran sul Medio Oriente.
A dettare la linea, come detto, sono stati sin da subito Macron e Starmer, ossia i promotori dell’iniziativa. «Il nostro scopo è la riapertura del canale di Hormuz nell’ambito della guerra che interessa la regione», ha spiegato Macron, sottolineando come «il blocco dello stretto avviato dall’Iran abbia conseguenze particolarmente gravi nel mondo intero». Il presidente francese ha parlato di un «messaggio di speranza» ma anche di «unità» della comunità internazionale, chiamata a garantire la sicurezza marittima in un passaggio da cui dipende una quota decisiva degli scambi energetici globali.
Sulla stessa linea Starmer, che ha posto l’accento sulla dimensione operativa della coalizione. «Accogliamo positivamente l’annuncio» iraniano sulla riapertura, «ma abbiamo bisogno di accertarci che questo accordo sia durevole e funzionale». Il premier britannico ha chiarito che «la missione che abbiamo predisposto è difensiva e segue il cessate il fuoco», ribadendo che «lo Stretto deve essere riaperto e senza pedaggi» perché «il mondo intero ha bisogno di una soluzione». Non solo sicurezza, dunque, ma anche stabilità economica: «Abbiamo bisogno di uno stretto totalmente aperto», ha aggiunto, «perché è così che possiamo mantenere i prezzi bassi ed evitare ulteriori danni».
A pesare nell’ambito del summit è stata anche la voce di Giorgia Meloni. Il premier italiano ha evidenziato l’urgenza di agire per risolvere una questione cruciale a livello mondiale: «La libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz è una questione assolutamente centrale per l’Italia, per l’Europa, per la comunità internazionale nel suo complesso. Si tratta di affermare un principio cardine del diritto internazionale». Un principio che ha anche un impatto diretto sull’economia globale: «Dallo Stretto di Hormuz transita circa il 20% del consumo mondiale di petrolio e gas naturale liquido, ma non solo: basti pensare ai fertilizzanti, da cui dipende la sicurezza alimentare di milioni di persone».
Il presidente del Consiglio ha inoltre collegato la riapertura dello Stretto al quadro negoziale più ampio: «Riaprire Hormuz significa costruire un elemento essenziale per qualsiasi soluzione del conflitto mediorientale», sottolineando che «la riapertura è parte di qualsiasi serio progetto di negoziato». Ma sul piano operativo la Meloni ha fissato paletti precisi: «L’Italia offre la sua disponibilità a mettere a disposizione proprie unità navali», ha detto, «chiaramente sulla base di una necessaria autorizzazione parlamentare per quelle che sono le nostre regole costituzionali». Un passaggio, questo, che introduce un elemento di cautela nell’allestimento della missione, in linea con una presenza che - ha precisato - potrà essere avviata «soltanto quando vi sarà una cessazione delle ostilità» e con «una postura esclusivamente difensiva».
La linea italiana, dopotutto, si sposa bene con quella tedesca. Anche Friedrich Merz, infatti, ha indicato condizioni stringenti per un eventuale coinvolgimento di Berlino, parlando della necessità di «una forte base giuridica», di un via libera «del Parlamento tedesco» e di «una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite». La Germania, ha aggiunto il cancelliere, potrebbe contribuire in particolare alle operazioni di sminamento, uno degli aspetti tecnici più delicati per garantire la sicurezza della navigazione.
La Meloni ha poi insistito sulla dimensione europea dell’iniziativa. Il vertice di Parigi, ha spiegato l’inquilina di Palazzo Chigi, «dimostra come l’Europa sia pronta a fare la sua parte nel quadro della sicurezza internazionale insieme ai suoi partner», all’interno di «uno sforzo più ampio» che riguarda non solo il Medio Oriente, ma anche altri teatri di crisi. Un ruolo che, peraltro, si traduce anche in strumenti concreti: l’Unione, ha ricordato la Meloni, è già impegnata con missioni come Aspides, che «può rappresentare un’esperienza preziosa» per quanto si sta pianificando nello Stretto. Su questo punto sono intervenute anche Ursula von der Leyen, che ha sottolineato il contributo dell’Ue nella condivisione dei dati satellitari, e Kaja Kallas, la quale ha rimarcato che «Aspides è già operativa e può essere rapidamente potenziata».
Insomma, l’Europa anglofrancese si è mossa per difendere i suoi interessi vitali che passano per Hormuz. Anche se, va detto, è entrata in gioco solo in zona Cesarini. E non è detto che basti la solita manifestazione di buone intenzioni, dato che la vera partita si sta giocando altrove. Sullo sfondo rimane la questione italiana: andata in frantumi la relazione privilegiata con Trump, per Roma unirsi ai «volenterosi» significa di fatto riallinearsi pericolosamente a Bruxelles. E il rischio concreto è quello di ritrovarsi a intonare un grottesco e avvilente «più Europa».
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Ansa
Il primo segnale arriva da Teheran. Il ministro degli Esteri iraniano, Seyed Abbas Araghchi, ha scritto su X: «In linea con la tregua in Libano, il passaggio di tutte le navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz è dichiarato completamente libero per il restante periodo della tregua, lungo la rotta coordinata già annunciata dall’Organizzazione portuale e marittima della Repubblica islamica dell’Iran». Una riapertura, tuttavia, con condizioni precise. La televisione di Stato iraniana ha chiarito che «il transito di navi militari attraverso lo Stretto di Hormuz rimane vietato. Solo le navi civili possono transitare lungo le rotte designate, previa autorizzazione della Marina del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche». E ancora: «Le navi civili devono transitare esclusivamente lungo la rotta designata dall’Organizzazione portuale e marittima iraniana». Sul fronte opposto, gli Stati Uniti rivendicano il controllo della situazione.
Il presidente Donald Trump ha scritto su Truth: «Lo Stretto di Hormuz è completamente aperto, operativo e pronto per il pieno transito. Tuttavia, il blocco navale rimarrà pienamente in vigore ed efficace esclusivamente nei confronti dell’Iran, finché la nostra transazione con l’Iran non sarà completata al 100%». Il tycoon ha anche risposto a modo suo al vertice dei volenterosi di Parigi: «Ora che la situazione nello Stretto di Hormuz si è risolta, ho ricevuto una telefonata dalla Nato in cui» gli alleati «mi chiedevano se avessimo bisogno di aiuto. Ho detto loro di starne fuori, a meno che non vogliano semplicemente riempire le loro navi di petrolio. Sono stati inutili nel momento del bisogno: una tigre di carta». In un altro passaggio, Trump ha aggiunto: «Gli Stati Uniti otterranno tutta la “polvere” nucleare creata dai nostri grandi bombardieri B2. Non ci sarà alcuno scambio di denaro in alcun modo, forma o maniera».
Il nodo centrale resta infatti il negoziato sul nucleare. Secondo fonti americane citate da Axios, Washington e Teheran avrebbero fatto progressi su un memorandum di tre pagine per porre fine alla guerra. Un alto funzionario iraniano ha smentito l’indiscrezione secondo cui Teheran starebbe trattando con Washington la consegna dell’uranio arricchito in cambio dello scongelamento di 20 miliardi di dollari di fondi bloccati. «L’annuncio di un’apertura temporanea dello Stretto di Hormuz e di un cessate il fuoco in Libano fanno parte dell’accordo», ha dichiarato la fonte alla testata qatariota Al-Araby Al-Jadeed, «ma l’annuncio di Trump di un accordo per la consegna dell’uranio arricchito è falso». Poi la stessa fonte ha aggiunto: «I negoziati continuano, ma non si intravede una soluzione chiara alla luce delle eccessive e illogiche richieste americane». In questo quadro si inserisce anche un nuovo avvertimento da Teheran. Secondo le agenzie Fars e Tasnim, vicine ai Pasdaran, « l’Iran è pronto a richiudere lo Stretto di Hormuz come ritorsione se gli Stati Uniti manterranno il blocco navale».
Una linea che si scontra con quella di Trump, deciso a mantenere la pressione finché non sarà raggiunto un accordo con la Repubblica islamica. Lo stesso Trump ha comunque precisato: «Non ci sarà alcuno scambio di denaro, in nessuna forma. Questo accordo non è in alcun modo subordinato alla questione libanese, ma gli Stati Uniti collaboreranno separatamente con il Libano e affronteranno la situazione di Hezbollah in modo appropriato». Sempre Trump ha rilanciato: «L’Iran ha accettato di non chiudere mai più lo Stretto di Hormuz. Non sarà più usato come arma contro il mondo!». E ancora: «L’Iran, con l’aiuto degli Stati Uniti, ha rimosso o sta rimuovendo tutte le mine» per attaccare i media: «Il fallimentare New York Times, la Cnn che diffonde fake news e altri, semplicemente non sanno cosa fare… Perché non dicono semplicemente, al momento opportuno, “ottimo lavoro signor presidente”?». Sul dossier nucleare, Trump ha ribadito in più occasioni la propria linea. A NewsNation ha risposto «sì» alla domanda se l’Iran abbia accettato di smettere di arricchire uranio, aggiungendo: «Non mi sorprende nulla». In un’intervista a Bloomberg ha poi dichiarato: «Molti dei punti sono stati definiti. Procederà piuttosto rapidamente». E, alla domanda sulla durata della moratoria, ha chiarito: «Niente anni, illimitato». Poi ha spiegato a Reuters che gli Stati Uniti, in accordo con Teheran, entreranno in Iran «con calma» per recuperare l’uranio arricchito, utilizzando «grandi macchinari», ma gli iraniani hanno smentito questa eventualità.
Il quadro si intreccia con il fronte libanese. Trump ha scritto: «Gli Stati Uniti lavoreranno separatamente con il Libano e affronteranno la questione di Hezbollah in modo appropriato; Israele non bombarderà più il Libano: gli è proibito farlo dagli Stati Uniti». Il premier israeliano, Benyamin Netanyahu, ha confermato: «Su richiesta del Presidente Trump abbiamo concordato un cessate il fuoco temporaneo in Libano». Ma ha avvertito: «Non abbiamo ancora finito, lo smantellamento di Hezbollah non avverrà dall’oggi al domani. La strada verso la pace è ancora lunga, ma l’abbiamo intrapresa. In una mano impugniamo l’arma, l’altra è tesa in segno di pace». Nonostante la tregua, le tensioni restano elevate. Hezbollah ha affermato che i suoi combattenti sono «pronti ad attaccare» qualora Israele violasse la tregua di dieci giorni entrata in vigore la notte precedente. Sul fronte americano, Donald Trump ha scritto su Truth: «Spero che Hezbollah si comporti bene durante questo importante periodo di tempo», riferendosi al cessate il fuoco fra Israele e Libano. Per Donald Trump l’intesa tra Stati Uniti e Iran «renderà Israele più sicuro», sottolineando che «Israele ne uscirà alla grande» al termine del conflitto. Trump ha inoltre chiesto lo stop ai raid israeliani in Libano nell’ambito del cessate il fuoco: «Israele deve fermarsi. Non possono continuare a far saltare in aria edifici. Non lo permetterò».
Infine, secondo il presidente, Teheran sarebbe pronta al dialogo: «Vogliono un incontro e un accordo». Un vertice potrebbe tenersi già nel fine settimana, secondo Axios domenica a Islamabad, con la possibilità di chiudere l’intesa «entro uno o due giorni». Trump ha infine ribadito che tra le parti «non ci sono punti di disaccordo». Speriamo sia davvero così.
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