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Alla fine si tornò al voto ma i partiti scioperarono

Alla fine si
 tornò al  voto ma i partiti scioperarono
ANSA

Il maggio 2018 si rivelò infernale per la Casta dei partiti politici italiani. Le elezioni del 4 marzo non avevano partorito un risultato utile alla formazione di un nuovo governo. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si era sacrificato a tenere un'infinità di consultazioni. Ma neppure lui, un riservato leader d'acciaio, era riuscito a cavare il ragno dal buco. Anche un secondo giro di incontri non generò una soluzione possibile. Le previsioni erano nere, nerissime. Esisteva un unico vantaggio: l'Italia stava rivelando di poter vivere benissimo anche senza un governo.

Fu in quei frangenti che Mattarella osò un passo che neppure lui aveva pensato di fare: decise di sciogliere le Camere nate il 4 marzo e stabilì che nel primo giorno di agosto si tenessero le nuove elezioni politiche. Secondo gli esperti in retroscena dei grandi quotidiani, il presidente della Repubblica aveva scelto questa mossa con una sola speranza. Quella che i partiti, trovandosi fronte a una battaglia all'ultimo sangue, si sarebbero dati una mossa decidendo di far nascere un nuovo governo.

Purtroppo non andò così. Il Quirinale fu costretto a prendere atto di una verità tombale: i partiti rifiutavano di combattere, nel terrore di incassare la sconfitta definitiva. E uno dopo l'altro annunciarono che non avrebbero partecipato alle elezioni di agosto. Quella della Casta fu una resa totalitaria. Beppe Grillo fu il primo ad annunciare che la sua ditta sarebbe rimasta a guardare. Lo stesso dichiararono i superstiti del Partito democratico. Persino un gladiatore sempre disposto a duellare come Matteo Salvini informò il pubblico che sarebbe andato in ferie alla sorgente del Po. E si fece fotografare con la sua splendida morosa, la signorina Elisa Isoardi, accanto a una tenda matrimoniale verde, allestita con una perfezione che avrebbe provocato una crisi di invidia in un intero reparto di boy scout.

I giornali stamparono titoli mai visti. «Sciopero generale dei partiti», «La politica decide la castità assoluta», «Deputati e senatori si sono regalati una vacanza di due mesi». Le reazioni a questa novità sconvolgente furono le più diverse. La maggioranza degli italiani alzò le spalle, ringhiando: fannulloni erano e fannulloni sono rimasti, l'Italia farà a meno di una partitocrazia arrogante e ladra, le famiglie italiane si arrangeranno da sole come hanno sempre fatto.

Ma nell'opinione pubblica emerse anche un settore che si ribellò a questa scelta assurda. Era quello delle star che sorreggevano il sistema dei talk televisivi. Il loro ragionamento fu istintivo: niente politica significa niente comparsate in tivù, il tutto equivale alla disoccupazione e al tramonto di una professione molto stimata e fonte di grande popolarità.

Il passo successivo di queste star fu obbligato. Era indispensabile dar vita almeno a due nuove parrocchie e in questo modo salvare il sistema dei programmi che ogni sera romanzavano le vicende politiche italiane, mettendo in scena dibattiti e scontri quasi veri o simili al vero. Le star televisive dimostrarono di sapersi muovere con una velocità che i partiti averi avevano perso per strada da molto tempo. Nel volgere di pochi giorni, nacquero due blocchi. Uno si chiamò Italia nuova ed era una specie di alleanza definibile di centrosinistra. L'altra si denominò Patria nostra, e spiegò di collocarsi nell'area di centro destra.

Il blocco di centrosinistra venne guidato da Paolo Mieli con l'aiuto indispensabile di Lilli Gruber. Accanto a loro c'erano Giovanni Floris, Corrado Formigli, Lucia Annunziata, Luca Zingaretti, il famoso commissario Montalbano, ritenuto un formidabile acchiappavoti, insieme a personaggi storici come Milly Carlucci e Roberto Benigni. Sino all'ultimo rimase incerta la presenza di Beppe Severgnini, ritenuto incapace di raccattare qualche voto. Poi venne ammesso grazie all'affettuoso intervento della signora Gruber.

Il blocco di centrodestra ebbe come condottiero Bruno Vespa. Accanto a lui una presenza del tutto sorprendente: Marco Travaglio, il capo del Fatto quotidiano, che si decise a dichiarare la sua vera collocazione, dicendo: «Sono stato un allievo di Indro Montanelli!». Con loro Enrico Mentana, Maria De Filippi, Barbara D'Urso, Maria Latella e il comico Gene Gnocchi.

Il varo dei due blocchi non fu indolore. Emersero casi di divismo esagerato. Tutti volevano comandare e ottenere il rango di capolista. Le malattie dei partiti tradizionali dilaniarono anche la truppa degli acchiappavoti. Tutti si guardavano in cagnesco. La maldicenza trionfava. Idem le fake news, ossia le bufale per danneggiarsi a vicenda.

Si rivelò molto complicato trovare i finanziamenti per la propaganda elettorale. Tutti i candidati dei due blocchi sostenevano di avere le tasche vuote. Poi apparvero tre o quattro finanziatori misteriosi. Chi erano? Nessuno lo seppe mai. Ma venne detto che si trattava di ricconi innamorati delle signore di entrambe le liste, a cominciare da Lilli Gruber e da Barbara D'Urso. I soliti retroscenisti mormorarono: «Un tempo si spendeva molto per le ballerine dei tabarin, oggi per le dive dei talk show»,

La campagna elettorale si svolse tutta in tv. Ma i risultati furono un disastro. Italia nuova guidata da Mieli portò a casa un misero 9 per cento. Patria nostra comandata da Vespa arrivò appena al 7 per cento. A sorpresa, la vittoria fu di una lista che neppure i bookmaker avevano messo in conto. Era quella dei centri sociali, dunque di ultrasinistra. L'insegna gridava Potere al popolo. E a guidarla provvedeva una leader quasi sconosciuta: Viola Carofalo, 37 anni, laureata in storia e ricercatrice presso l'università di Napoli. Una donna dalla bellezza misteriosa e con uno sguardo tra il gelido e l'enigmatico che ricordava quello delle grandi attrici di un tempo: Greta Garbo o Marlene Dietrich.

La sua lista aveva conquistato un bottino di voti del tutto imprevisto: il 25 per cento. In altre circostanze, non sarebbe bastato per dar vita a un governo. Ma non esistevano concorrenti più forti. Le due liste delle star acchiappavoti stavano ben lontane, insieme avevano raccattato appena il 16 per cento.

Con il cuore che gli sanguinava, ma anche senza batter ciglio come doveva fare un grande presidente della Repubblica, Mattarella affidò alla misteriosa Viola il compito di formare un governo mai visto. E quanto accadde dopo, il Bestiario lo racconterà un'altra volta.

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Addio a Cirino Pomicino, ’o ministro che svelò l’intrigo Agnelli-Cdb
Cirino Pomicino (Ansa)
Cresciuto alla scuola del «divo» Giulio, amava vivere la bella vita. Prima di darsi alla politica fece carriera come neurochirurgo. Durante Mani pulite finì nel tritacarne delle procure, ma ne uscì (quasi) indenne. E raccontò tutto con lo pseudonimo «Geronimo».

«Nella Seconda repubblica le sciabole stanno appese. Combattono i foderi». Con il lascito visivo di una lama che dondola da una parete damascata con vista sul Golfo di Napoli, Paolo Cirino Pomicino abbandona la vita terrena. Lo fa 48 ore dopo Umberto Bossi, con la gentilezza partenopea di chi lascia il passo all’avversario di sempre, quel barbaro sognante che lo considerava un simbolo di «Roma ladrona».

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Lancia «Gamma»: storia di un'ammiraglia bella e dimenticata
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)

Nel marzo del 1976 l'ammiraglia della casa di Chivasso fu presentata a Ginevra. Berlina e coupé dal design innovativo e dalle prestazioni sportive, non ebbe il successo sperato per problemi di affidabilità meccanica.

L'articolo contiene una gallery fotografica.

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Francesco Gianfala: «Rilancio Pignatelli grazie a Europa e Asia»
Francesco Gianfala
Il proprietario dello storico marchio: «Il rafforzamento internazionale è una priorità. Abbiamo un patrimonio identitario fortissimo però con un potenziale inespresso. La nostra linea cerimonia uomo è la iconica ma avremo pure quelle contemporanea e femminile».

Rilanciare un marchio storico senza tradirne l’identità è una sfida che richiede visione, coraggio e sensibilità. È da qui che riparte Pignatelli, oggi guidata da Francesco Gianfala, protagonista di una nuova fase che intreccia eredità sartoriale e sguardo contemporaneo. Tra radici solide e nuove ambizioni, il futuro della maison prende forma avviando un ambizioso percorso di rilancio e riposizionamento. Abbiamo incontrato Gianfala per approfondire strategie, obiettivi e prospettive di uno dei marchi più rappresentativi del made in Italy.

Nel 2025 ha acquisito il 100% di Carlo Pignatelli: cosa l’ha spinta a investire in questo storico marchio e quale visione aveva fin dall’inizio?

«Tutto nasce da una convinzione molto chiara: ci trovavamo di fronte a un marchio con un patrimonio identitario fortissimo, riconosciuto e radicato nella tradizione sartoriale italiana, ma con un potenziale ancora inespresso sul piano contemporaneo e internazionale. Fin dall’inizio, la mia visione è stata quella di preservare questa eredità, rafforzandola però attraverso un’evoluzione strutturata, capace di dialogare con nuovi linguaggi estetici e nuovi mercati».

L’inaugurazione del nuovo headquarter di Milano rappresenta un momento chiave: che valore strategico ha questa nuova sede per il futuro del brand?

«Un valore fondamentale. Non è solo un ampliamento fisico, ma un vero centro nevralgico in cui convergono creatività, sviluppo prodotto e direzione aziendale. Essere nel cuore dei Navigli significa posizionarsi all’interno del principale ecosistema della moda italiana, favorendo connessioni, visibilità e velocità decisionale. È un investimento sulla crescita e sull’efficienza futura del brand».

Con il lancio di Pignatelli Atelier si apre un nuovo capitolo creativo: quali sono gli elementi distintivi di questa linea rispetto alla tradizione della maison?

«Pignatelli Atelier rappresenta un’estensione evolutiva della maison che nasce in modo naturale per volontà della nuova proprietà che, insieme a Jean Luc Amsler, ha trovato il giusto interprete per questo nuovo capitolo. Gli elementi distintivi sono una maggiore libertà espressiva, l’introduzione di codici più contemporanei e una ricerca stilistica che va oltre la cerimonia tradizionale. Sartorialità, upcycling e costruzioni innovative convivono in una proposta che include il womenswear, mantenendo però una coerenza profonda con il Dna del marchio».

Quanto è stato importante il dialogo con l’archivio storico nel processo di rebranding e innovazione stilistica?

«È stato centrale. Non lo abbiamo considerato come un elemento statico, ma come una fonte viva di ispirazione. Ogni intervento di rebranding è partito da lì: dallo studio delle linee, delle costruzioni, dei dettagli sartoriali. Questo ci ha permesso di innovare senza perdere autenticità, mantenendo un filo diretto con la storia della maison».

La direzione creativa è affidata a Jean Luc Amsler: come si è sviluppata la vostra collaborazione?

«Con Jean Luc condividiamo la stessa visione: quella di portare Pignatelli verso una dimensione più internazionale e contemporanea, senza snaturarne l’identità. Amsler porta una sensibilità couture, una grande esperienza e una capacità di reinterpretare i codici classici in chiave moderna. Il suo contributo è stato determinante nel definire il nuovo linguaggio creativo».

Pignatelli è storicamente leader nella cerimonia uomo: come si integra questa identità con l’ampliamento verso una proposta più contemporanea e anche femminile?


«La cerimonia uomo resta il nostro core business e un pilastro identitario, sotto la direzione creativa di Francesco Pignatelli. L’ampliamento verso una proposta più contemporanea e femminile non è una rottura, ma un’evoluzione naturale. I valori fondanti - eleganza, qualità, sartorialità - vengono declinati in nuove forme e nuovi segmenti, mantenendo coerenza e riconoscibilità».

Il tema dell’upcycling (il riutilizzo di materiali di scarto, ndr) è centrale nella nuova collezione: come si inserisce nella vostra visione di sostenibilità e innovazione?

«L’upcycling è una scelta sia etica che creativa. Si inserisce nella nostra visione di sostenibilità come un approccio concreto alla riduzione degli sprechi, ma anche come opportunità progettuale. Recuperare materiali e basi sartoriali per trasformarli in nuovi capi significa dare valore al passato e reinterpretarlo in chiave innovativa».

Parla di rafforzamento del posizionamento internazionale: quali mercati considera prioritari per la crescita futura?

«Il rafforzamento internazionale è una priorità. Guardiamo con grande attenzione all’Europa, al Medio Oriente e ad alcuni mercati asiatici, dove il valore della sartorialità italiana è particolarmente apprezzato. Allo stesso tempo, vogliamo consolidare la presenza nei mercati in cui siamo già riconosciuti, costruendo una distribuzione più strutturata».

Guardando ai prossimi anni, come immagina l’evoluzione di Pignatelli nel panorama della moda globale?

«Vedo Pignatelli come un brand sempre più solido, riconoscibile e internazionale, capace di essere un punto di riferimento non solo nella cerimonia, ma in un’idea più ampia di eleganza contemporanea. Un marchio che evolve, ma che resta fedele alla propria essenza: il made in Italy, la qualità e la cultura sartoriale».



Toh, ora a Ravenna 100% di idoneità per i Cpr
Ansa
Dopo l’inquietante indagine, in sole 72 ore via libera per i rimpatri di tre irregolari.

In 16 mesi, gli otto medici del reparto di Infettivologia dell’ospedale Santa Maria Croce delle Croci di Ravenna, indagati per falso ideologico continuato in concorso in atti pubblici e di interruzione di pubblico servizio, avrebbero rilasciato 34 pareri di inidoneità ritenuti falsi su 64 stranieri destinati all’espulsione, dei quali dieci avevano rifiutato di sottoporsi alla visita medica.

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