- Ancora duri scontri al confine conteso tra i due Paesi. Islamabad chiude gli aeroporti e annuncia: «Abbattuti droni made in Gerusalemme». Antonio Tajani: «L’Italia può mediare».
- Sull’attacco all’ambasciata ebraica a Londra si sospettano ramificazioni in tutta Europa. Il ministro della difesa Israel Katz Difesa contro Teheran: «Pagherà».
Lo speciale contiene due articoli
Sono rimasti inascoltati gli appelli per la de-escalation delle tensioni tra India e Pakistan. Entrambe le potenze nucleari si sono accusate a vicenda di aver portato avanti gli attacchi nella notte tra mercoledì e giovedì lungo la linea di confine Lac, che separa di fatto il Kashmir tra i due Paesi. Anche nel pomeriggio di ieri, nella città di Jammu, nel Kashmir indiano, sono scattate le sirene con il sistema di difesa aereo indiano attivato e si sono sentite forti esplosioni nell’aeroporto.
Riguardo alla seconda notte di scontri, Nuova Delhi sostiene che Islamabad abbia lanciato missili e droni contro il territorio indiano, tentando di «colpire diversi obiettivi militari», come comunicato da una nota del ministero della Difesa indiano. Gli attacchi, però, «sono stati neutralizzati» dai sistemi indiani di difesa aerea. Nuova Delhi avrebbe raggiunto anche un altro obiettivo: l’uccisione del terrorista Abdul Rauf Azha, ovvero colui che nel 2002 aveva decapitato il giornalista americano del Wall Street Journal, Daniel Pearl. A non sopravvivere ai colpi d’artiglieria scagliati dal Pakistan sono 16 civili indiani, tra cui tre donne e cinque bambini.
Islamabad, invece, ha reso noto di aver abbattuto 25 droni provenienti dall’India di fabbricazione israeliana. E in Pakistan si contano, nel momento in cui scriviamo, 31 vittime civili e 50 feriti dall’inizio dei bombardamenti. Ancora mistero, invece, circa il numero delle vittime militari indiane. Da una parte, il ministro dell’Informazione pakistano, Attaullah Tarar, ha dichiarato che sul confine del Kashmir le truppe di Islamabad hanno ucciso tra i 40 e 50 soldati indiani. D’altro canto, non sono arrivate dichiarazioni in merito da parte di Nuova Delhi.
Identico mistero riguarda l’abbattimento dei jet indiani da combattimento mercoledì: il Pakistan dice di averne distrutti cinque, mentre l’ambasciata indiana di Pechino ha bollato la notizia come «disinformazione». Ma due funzionari americani hanno rivelato a Reuters che sono stati distrutti due aerei militari indiani. La particolarità è che il caccia pakistano che è riuscito nell’obiettivo è di fabbricazione cinese.
La de-escalation appare, dunque, lontana non solo per le rispettive operazioni militari, ma anche per le dichiarazioni rilasciate ieri sia da parte pakistana sia da parte indiana, nonostante ci siano stati contatti tra gli uffici dei consiglieri per la sicurezza nazionale dei due Paesi.
Dopo l’operazione Sindoor condotta dall’India, in cui sarebbero stati colpiti nove siti di «infrastrutture terroristiche», in Pakistan il ministro della Difesa, Khawaja Muhammad Asif, ha dichiarato che la ritorsione «sta diventando sempre più certa». E anche la telefonata di ieri tra il segretario di Stato americano, Marco Rubio, e il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, non fa ben sperare: il premier ha detto a Rubio che il Pakistan è pronto a difendere «la sovranità e l’integrità territoriale a tutti i costi». Sharif già mercoledì sera, rivolgendosi alla nazione, aveva chiesto «coraggio» e parlato di «vendetta». Il contatto telefonico è avvenuto poco dopo che Khawaja Muhammad Asif aveva annunciato che gli Stati Uniti hanno assunto la guida per disinnescare le tensioni.
Sul fronte opposto, il premier indiano, Narendra Modi, dopo aver convocato una riunione d’emergenza sul Kashmir, ha chiesto «allerta costante» e una «comunicazione chiara», spingendo per rafforzare il coordinamento interno. C’è da dire che il fronte indiano è compatto: anche l’opposizione che appoggia le operazioni militari. In una conferenza stampa, il segretario degli Affari esteri indiano Vikram Misri ha anche reso noto che gli attacchi indiani sono stati «contro target selezionati», aggiungendo che il Pakistan «ha usato luoghi religiosi come copertura per l’addestramento dei terroristi». Misri ha sottolineato che Nuova Delhi non sta cercando un’escalation, ma «sta rispondendo all’escalation originale», ovvero l’attentato del 22 aprile nel Kashmir indiano, di cui considera il Pakistan responsabile. Dalla capitale indiana è intervenuto anche il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ribadendo che «la regione ha bisogno di calma».
Ma continua anche l’impegno italiano per fermare gli scontri. Esiste «la disponibilità di entrambe le parti a una de-escalation», ha spiegato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, su X, dopo essersi sentito telefonicamente ieri con gli omologhi dell’India e del Pakistan. Il vicepremier ha anche aggiunto che «l’Italia ha un ruolo cruciale per favorire il dialogo e raggiungere la pace» tra i due Paesi. Ma anche la Turchia, dopo aver preso le parti del Pakistan, ha comunicato di essere al lavoro per la de-escalation prima che si arrivi a «un punto di non ritorno». A dichiararlo è lo stesso presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, sempre riconoscendo che «c’è qualcuno che sta gettando benzina sul fuoco».
Intanto alle persone che vivono nel Jammu e Kashmir indiano, lungo il confine, è stato chiesto di spostarsi in luoghi più sicuri. Il Pakistan, invece, ha sospeso i voli in quattro aeroporti e ha chiuso le scuole nel Punjab. Al personale del consolato generale degli Stati Uniti a Lahore, sempre in Pakistan, è stato chiesto di ripararsi.
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