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2018-12-11
Otto indagati per la strage allo show di Sfera Ebbasta. L’ipotesi: rapina andata male
Un giovane avrebbe usato spray urticante nel tentativo di derubare altri teenager. Avviso di garanzia a gestori del locale e titolari delle mura. Oggi le autopsie.Da Laura Boldrini al Pd, l'opposizione usa il disastro della Lanterna Azzurra per attaccare Matteo Salvini. Sono loro però che volevano i trapper al 1° maggio, con i testi pieni di sessismo per acchiappare gli adolescenti.Il trapper la stessa sera si esibiva anche a Rimini: perché chi ha i diritti sui ticket non vieta la pratica?Lo speciale contiene tre articoli.L'inchiesta sulla strage della Lanterna Azzurra di Corinaldo è un macabro vaso di Pandora. Si comincia a capire che nelle discoteche gli adolescenti sono in balia di spacciatori, di bande violente, che succede di tutto: l'alcol scorre senza freni e i pifferai magici sfruttano questi quasi bambini fino all'ultimo centesimo. Ieri pomeriggio il Procuratore capo di Ancona, Monica Garulli; il Procuratore dei minori, Giovanna Lebboroni; il sostituto Paolo Gubinelli e Cristian Carrozza, comandante dei Carabinieri, hanno fatto il punto sulle indagini - che sono all'inizio - invitando chiunque sappia qualcosa a farsi avanti. Al momento ci sono otto indagati: i quattro proprietari dell'immobile e i tre gestori della Lanterna Azzurra (Carlo Capone, Quinto Cecchini e Francesco Bertozzi, soci e amministratore della Magic Srl) accusati di concorso in omicidio plurimo colposo aggravato. Un diciassettenne di Corinaldo - di cui nessuno riveal nome né nazionalità - è accusato invece di omicidio preterintenzionale, lesioni colpose e dolose. Secondo l'accusa è lui, noto come pusher, che ha sparso lo spray urticante per coprirsi la fuga dopo aver tentato di strappare la catenina a un ragazzo. Ma non sarebbe stato (solo) il suo spray a generare il panico. La quantità di liquido vaporizzata sarebbe poca. I carabinieri hanno ritrovato la bomboletta: un flacone da 15 millilitri. Gli indagati non sarebbero i soli responsabili della morte di Asia Nasoni, Emma Fabini, Benedetta Vitali, Mattia Orlandi, Daniele Pongetti tutti tra 14 e 16 anni e mamma Eleonora Girolomini (39 anni) che lascia quattro bimbi. L'inchiesta è destinata ad allargarsi ad almeno altre due persone: un uomo di 27 anni di Fano e la sua fidanzata, una cameriera. Sono stati fermati con l'accusa di detenzione di droga. Avvisi di reato sarebbero pronti anche per i buttafuori della Lanterna Azzurra. I filoni d'inchiesta sono due: il primo riguarda le misure di sicurezza, l'organizzazione della serata, il numero di biglietti venduti, la somministrazione di alcol a minori, lo spaccio di droga; il secondo (in capo alla Procura dei minori) riguarda lo spaccio e la rapina che alcuni ragazzi avrebbero subito oltre alla causa che ha scatenato il panico. «La situazione», ha precisato Giovanna Lebboroni, «è molto fluida, siamo in presenza di più cause. Anche nei confronti del ragazzo non abbiamo assunto per ora alcuna misura cautelare: lo accusano in tre, ma molti aspetti vanno verificati». A cominciare dall'analisi di centinaia di filmati registrati dai telefonini degli adolescenti che per ore hanno atteso invano Sfera Ebbasta. La Procura - che ha disposto per oggi le autopsie sulle povere vittime - vuole sapere come mai la balaustra all'esterno del locale abbia ceduto, se vi siano state fughe di gas o di altro, se le uscite di sicurezza hanno funzionato e se vi era sovraffollamento. Si sta indagando per capire se a Corinaldo abbia agito la «banda delle discoteche». C'è la testimonianza di uno studente dell'alberghiero di Osimo che ai carabinieri ha raccontato di aver visto entrare nel locale tre giovani incappucciati e con il viso coperto da mascherine antismog. Potrebbero essere i componenti della banda delle rapine in discoteca col peperoncino? Si cerca anche di capire se la banda, qualora abbia effettivamente agito alla Lanterna Azzurra, avesse altri complici. La dottoressa Lebboroni è convinta che qualcosa del genere sia accaduto. Potrebbe essere successo che la banda sia entrata in azione nella discoteca - favorita anche da qualche palo - e abbia sparso in più punti lo spray urticante. Anche se è stata ritrovata una sola bomboletta. Si sa che in tutto il Nord Italia ci sono stati almeno una trentina di colpi messi a segno con queste modalità e il dj della Lanterna Azzurra, Marco Cecchini, figlio di uno dei gestori, ha raccontato che a un ragazzo è stata scippata la catenina d'oro e in diversi hanno detto che un giovane con un cappellino in testa è salito su di un cubo e ha sparso il gas urticante: esistono filmati che lo ritraggono ma non c'è la prova che sia il ragazzino, poco più grande delle vittime, finito indagato. I carabinieri lo hanno trovato da solo in un appartamento di un residence di Senigallia: aveva due etti di cocaina. Secondo i militari, il ragazzo sarebbe uso adescare adolescenti in discoteca, spacciare e poi rapinarli. Lo fa da solo? Lo fa con la complicità o peggio per conto di qualcuno? Questo è ancora da chiarire, ma nello stesso residence hanno affittato un appartamento per un mese il fanese e la ragazza fermati ieri. Coincidenza? Resta però il dubbio su cosa abbia reso irrespirabile l'aria nella discoteca. Più di un ragazzo ha parlato di un forte odore di ammoniaca, qualcuno ha anche detto che si è sentita come un'esplosione e che il locale era immerso nei fumogeni. Si sta cercando di capire se la discoteca avesse o meno dei diffusori di vapori di scena. Il ministro dell'Interno Matteo Salvini è tornato sul caso affermando: «Lo spray al peperoncino ha salvato tante donne da violenze e stupri. Chi ne abusa, per quel che mi riguarda, va arrestato anche se minorenne». E qui si inserisce il secondo filone d'indagine. Come ha detto il Procuratore Monica Garulli, si deve chiarire se l'emergenza è stata gestita con le dovute cautele, se tutto nella discoteca funzionava. E poi c'è il giallo dei biglietti venduti e della reale partecipazione di Sfera Ebbasta. Alla Siae erano stati chiesti 1.600 tagliandi, ne hanno venduti solo 466 a fronte di una capienza del locale per 871 persone. Ma c'è un altro enigma. Quel maledetto venerdì notte forse non ci doveva neppure essere un concerto, ma un dj set: si può organizzare senza chiedere nessun permesso, senza attivare nessun servizio di sicurezza. E senza neppure dare troppo conto dei biglietti davvero venduti a 30 euro l'uno. Non è escluso che gli inquirenti vogliano sapere da Sfera Ebbasta (che venerdì sera 40 minuti dopo mezzanotte era ancora all'Altromondo di Rimini) se sarebbe mai arrivato a Corinaldo e come mai sul biglietto compare solo la descrizione di «ballo con musica dal vivo». Il trapper per adesso si è limitato a farsi tatuare sulla testa sei stelle per ricordare le vittime. Altro non dice. Qualche buona notizia arriva invece dall'ospedale di Torrette, dove sono ricoverati i feriti più gravi. Quattro dei sette ragazzi tenuti in coma farmacologico hanno ripreso a respirare da soli, per tre le condizioni sono invece ancora molto critiche. Carlo Cambi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/otto-indagati-per-la-strage-allo-show-di-sfera-ebbasta-lipotesi-rapina-andata-male-2622983828.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-trap-e-una-musica-di-nefandezze-ma-fino-a-ieri-la-sinistra-lha-suonata" data-post-id="2622983828" data-published-at="1777497323" data-use-pagination="False"> La trap è una musica di nefandezze ma fino a ieri la sinistra l’ha suonata Certo, è anche una questione di leggi non rispettate, di porte di sicurezza chiuse, di troppi biglietti staccati e di mille altre violazioni piccole e grandi che - una dopo l'altra, nella loro banalità piccina - hanno prodotto l'inferno. Di tutto questo si devono occupare (e si stanno occupando) gli inquirenti. Però c'è pure qualcosa di più profondo e meno ovvio nel disastro della discoteca Lanterna Azzurra di Corinaldo. Ci sono dei ragazzini di 14 anni e anche meno che, all'una di notte, se ne stavano accalcati in un locale in attesa di una sottospecie di cantante chiamato Sfera Ebbasta, il quale intanto se ne stava a quasi 100 chilometri di distanza per un'altra esibizione. In questa storia orrenda senz'altro giocano un ruolo fondamentale la cupidigia e la disonestà, ma tra una tirata moralistica e l'altra la cosiddetta «opinione pubblica» ha trovato il tempo per accorgersi di un fenomeno chiamato trap e della sottocultura che esso veicola. Ora, soltanto ora, si leggono con indignazione i testi delle canzonette di Sfera e dei suoi colleghi. Ora, a carneficina avvenuta, si pontifica sul «vuoto generazionale», sui minorenni ubriachi e drogati che si stringono sotto i palchi in attesa di un pagliaccio con i denti dorati. Ora, per salvare il salvabile, c'è chi tenta di evitare l'argomento, chi sostiene che «i cantanti non hanno colpe». Eppure le cose non stanno esattamente così. Forse se in quella discoteca ci fosse stata meno gente si sarebbe evitato il peggio. Forse, se avessero fatto tutti i controlli, i manigoldi con lo spray urticante (ammesso che di quello effettivamente si tratti) non sarebbero entrati. Tutto vero. Ma è vero anche che il dramma ha a che fare con la musica trap e con i suoi contenuti. Una musica che si presenta in forma dimessa, come una reiterazione di nenie vagamente melodiche, e che però contiene un nucleo duro e nascosto di violenza. Un nocciolo che sta affiorando, ma che in tanti si ostinano a non vedere. Laura Boldrini, nelle scorse ore, ha sfruttato la tragedia di Corinaldo per attaccare Matteo Salvini. «Un Ministro dell'Interno serio si sarebbe precipitato ad Ancona dove stanotte sono morti sei giovani e ci sono decine di feriti», ha scritto su Twitter. «Salvini invece ha altre priorità: fare un comizio ai suoi militanti». Poco prima, l'ex presidente della Camera aveva scritto: «Non si può morire in un locale dove si va per passare una serata divertente e in compagnia di amici». Il fatto è che a sentire Sfera Ebbasta non si va per passare «una serata divertente con gli amici». Ci si va, per lo più, per sfasciarsi, anche perché quasi tutto ciò che questo trapper canta è un inno al degrado e all'ottundimento dei sensi. La Boldrini è sempre attenta alle manifestazioni di sessismo e odio, proprio in questi giorni sta presentando la sua proposta di legge contro il «revenge porn». Beh, è curioso che non si sia mai accorta di ciò che diceva Sfera Ebbasta a milioni di ragazzini. Nel brano Hey tipa scandiva: «Quanto sei porca/ dopo una vodka/ me ne vado e lascio un post-it sulla porta». E ancora: «Hey troia! vieni in camera con la tua amica porca/ quale? quella dell'altra volta». Adesso questi versi fanno il giro del Web e finiscono negli articoli di giornale. Tuttavia Sfera Ebbasta ha fatto in tempo a salire sul palco del concerto del primo maggio, la sinistra militante, quando ne ha avuto bisogno per attirare pubblico giovane, gli ha steso il tappeto rosso. Le femministe non hanno organizzato cortei contro il cantante machista, no. Al massimo qualcuno ha storto il naso perché Sfera sfoggiava ben due Rolex alla faccia dei comuni lavoratori. Già, ora a sinistra sono in tanti a indignarsi e a impegnarsi. C'è addirittura chi, come Gennaro Migliore del Pd, ieri se la prendeva con Salvini, accusandolo di aver causato la proliferazione di spray al peperoncino in tutto il Paese. È lo stesso Migliore che, ieri all'Aria che tira dichiarava: «Se c'è alcool all'interno di una discoteca dove ci sono quattordicenni, quella discoteca va chiusa». Ecco: ora gridano contro l'alcol, contro i gestori irresponsabili, contro il governo. Però glissano quando si tratta di affrontare il grande tema sociale e culturale. Danno la colpa a tutto e tutti, ma assolvono i cantanti, i trapper, e la loro musichetta. Sapete perché lo fanno? Perché fino all'altro giorno li hanno portati in palmo di mano. Su Repubblica, per esempio, Marco Lodoli invitava i genitori ad ascoltare il trapper Ghali, «voce di una generazione tagliata fuori». Uno che canta «Madonna che botta, mamma mia oh/ E fra, domani io lavoro, cazzo me ne/ E ho fumato tutto il giorno, cazzo me ne/ Devo restare sobrio, cazzo me ne/ Fumo e cazzo me ne» (il brano si intitola Cazzomene). Il medesimo Ghali è stato trattato come un eroe, come l'emblema della battaglia per lo ius soli. Lo hanno incensato come «l'italo tunisino» che, nei suoi pezzi, contestava i confini e il razzismo. E, come prevedibile, gli hanno perdonato i testi sull'abuso di droghe. Sempre Repubblica ha organizzato un bel forum per mettere in comunicazione i lettori e la Dark Polo Gang, un altro bel gruppetto di celebrità del trap. Di questa celebre «gang» faceva parte anche un trapper chiamato Dark Side, noto alle cronache e alle forze dell'ordine per il rapporto diciamo tormentato con gli stupefacenti. Costui, per inciso, è figlio di Francesco Bruni, noto sceneggiatore che ha collaborato con Paolo Virzì, Mimmo Calopresti e Roberto Faenza. Un pupillo dell'intellighenzia romana, alta aristocrazia de sinistra. Ciò non significa che i trapper siano «di sinistra». Tuttavia la sinistra, quando ne ha avuto bisogno, li ha sfruttati, ha lisciato i quattro peli che avevano in testa nel disperato tentativo di «parlare ai giovani». Ora i cari progressisti si sbracciano e piangono, invocano giustizia e fanno la morale. Ma se una discoteca, all'una di notte, era piena di alcol e di minorenni in disperata attesa di un buffone, è anche colpa della musica trap e del coma generazionale che ha prodotto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/otto-indagati-per-la-strage-allo-show-di-sfera-ebbasta-lipotesi-rapina-andata-male-2622983828.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="siae-nella-bufera-per-biglietti-e-doppia-data" data-post-id="2622983828" data-published-at="1777497323" data-use-pagination="False"> Siae nella bufera per biglietti e doppia data Siae tassa i biglietti per entrare a un concerto, ma non si occupa di sicurezza o comunque non spetta a loro controllare se le regole per cui i cittadini pagano vengono rispettate. La tragedia di Corinaldo al concerto di Sfera Ebbasta riporta a galla le polemiche sull'ente pubblico che gestisce i diritti d'autore e incassa su ogni biglietto staccato quasi il 20% più Iva. Ma la società - che in teoria è sottoposta alla vigilanza della presidenza del Consiglio dei ministri, del Mibact e del Mef - si tira fuori da ogni tipo di polemica, rispondendo così a chi contestava il fatto che il rapper avrebbe programmato nella stessa sera ben due concerti, alla stessa ora, a più di 80 chilometri di distanza fra loro. «Per noi la sicurezza delle persone è al primo posto ma non rientra nei nostri compiti», spiega in una nota il direttore generale Siae, Gaetano Blandini. Eppure qualcosa che non torna secondo la Procura di Ancona, che ha ricostruito che per l' evento con Sfera Ebbasta alla Lanterna Azzurra di Corinaldo sono stati stampati 1.600 biglietti «ufficiali» e di questi ne sono stati venduti 466. Il problema è che 1.600 biglietti stampati rappresentano il doppio della capienza massima consentita nel locale (871) e tre volte tanto quella consentita nella sala dove si svolgeva il concerto: 459 persone. Perché Siae ha vidimato così tanti tagliandi? I pm marchigiani hanno inoltre ribadito che le altre due sale non erano fruibili: l'altra al piano terra (con 262 posti) era adibita a deposito strumenti e quella nel seminterrato non era riservata all'evento. Non solo. Come mai Siae non si era preoccupata del fatto che l'artista avesse un concerto a Rimini alla stessa ora in cui doveva essere a Corinaldo, come stampato sui biglietti timbrati? C'è chi ha sostenuto che quello marchigiano fosse un finto concerto. Tesi smentita dallo staff del cantante. Resta un quesito: perché erano stati stampati due biglietti identici - stesso colore, stessa foto di Sfera, stessa grafica - uno per l'Altromondo (a Rimini), l'altro con la Lanterna Azzurra di Corinaldo? Entrambi privi di orario d'esibizione. Sui biglietti vidimati dalla Siae e venduti per la serata alla Lanterna, invece, l'orario indicato era quello delle 22. Eppure a quell'ora Sfera Ebbasta non aveva neppure incominciato a suonare a Rimini. «Ore mezzanotte e 56. Lanterna Azzurra, Corinaldo. Un gran cretino lancia una bomboletta di spray al peperoncino in mezzo alla sala con più di 1.500-2.000 persone tra cui io con mia figlia di 10 anni. Scene da panico. Aspettavamo questo Sfera Ebbasta ( ingresso alle 22, inizio alle 23 e all'1 non c'era ancora nessuno», ha scritto uno dei genitori sui social. «La normativa di legge», sostiene ancora Blandini, «non prevede che il rilascio delle licenze Siae sia subordinato al controllo amministrativo delle licenze di pubblica sicurezza, adempimento quest'ultimo di esclusiva competenza degli organi di polizia». Mogol, il presidente della Siae, infatti si rivolge al ministro dell'Interno Matteo Salvini. «Servono maggiori controlli preventivi». Ma forse dovrebbe essere proprio Siae a controllare - quando emette i biglietti, che i cittadini pagano - il rispetto degli orari prestabiliti di un evento e impedire (certo, incassando meno...) che ce ne sia un altro in contemporanea in una regione diversa.Alessandro Da Rold
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Dall’anno scorso, per questa ragione, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato un’istruttoria sull’operato di Dolomiti Superski e sulle sue presunte violazioni delle norme di libera concorrenza. Federconsorzi Dolomiti Superski e i 12 consorzi che ne fanno parte (tra le province di Bolzano, Trento e Belluno) hanno risposto negoziando una serie di proposte. La più discussa riguarderebbe un rimborso skipass per le stagioni 2022/23, 2023/24, 2024/25. Verrebbero messi sul piatto 30 milioni di euro, cifra che potrebbe corrispondere proprio a quella della sanzione massima che l’Agcm potrebbe infliggere all’azienda in caso di violazioni accertate, pari al 10% del suo fatturato. L’erogazione di 30 milioni sarebbe prevista in due forme: come «rimborso diretto monetario», pari al 20% del prezzo di uno skipass plurigiornaliero acquistato nelle ultime tre stagioni concluse, 2022/2023, 2023/2024 e 2024/2025, e a tal fine sarebbe garantito un tetto di 12 milioni. Oppure come sconto sull’acquisto di uno skipass futuro (pari al 30% del precedente esborso, con 18 milioni disponibili). Tuttavia Assoutenti non pare soddisfatta. «La soluzione non convince», afferma il presidente Gabriele Melluso, «i rimborsi saranno di entità diversa a seconda della scelta del consumatore di ottenere un indennizzo in denaro o un buono sconto su acquisti futuri, circostanza che crea discriminazioni e induce gli utenti ad acquistare nuovi skipass se vogliono ottenere il più alto vantaggio possibile. Inoltre i rimborsi arriveranno solo a chi si attiverà prima, e una volta terminato il fondo messo a disposizione, chi presenterà la richiesta, pur avendo diritto a ottenere un indennizzo, rimarrà a mani vuote». Non comparirebbe inoltre tra gli impegni la volontà di abbassare per tutti gli sciatori le tariffe skipass. In effetti l’erogazione dei risarcimenti sarà garantita dal meccanismo «first come, first served», cioè chi prima arriva, meglio alloggia. Ma non è l’unico argomento di discussione. Tra le proposte riparatrici avanzate da Dolomiti Superski, quella di «garantire piena libertà decisionale» ai consorzi «in merito a prezzi e sconti degli skipass, eliminando ogni asserita forma di coordinamento delle politiche commerciali», rendendo ciascuno libero di «determinare autonomamente la propria strategia». La proposta sarebbe quella di eliminare «tutte le indicazioni dirette o indirette di prezzo», dunque «le tre fasce di prezzi/sconti nelle quali fino a oggi venivano collocati i consorzi e le stesse soglie di sconto minimo e massimo». Dopodiché sarebbe stata prospettata l’eliminazione «di qualsivoglia forma di coordinamento» delle promozioni, eccezion fatta per la facoltà del Superski di richiedere ai consorzi di aderire al «Dolomiti Superpremière» e ai «Dolomiti Springdays». C’è tempo fino al 27 maggio per accogliere i rilievi del caso, fino alla decisione finale dell’Autorità.
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Luca Di Donna e Francesco Alcaro
Dopo Giovanni Buini e Dario Bianchi, ieri è stato il turno di Francesco Alcaro, imprenditore informatico fondatore della società Jarvit Srl, convocato dalla commissione Covid dopo che, lo scorso 15 aprile, Giacomo Amadori sulla Verità aveva pubblicato il contratto che legava l’imprenditore a Di Donna (che lavorava nello studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier grillino). Alcaro, che nel 2020 stava lavorando su un progetto da 3 milioni di euro, ha riferito di essere stato approcciato da Di Donna ed Esposito i quali, in cambio della loro intermediazione, hanno richiesto una percentuale del 5% sul valore del progetto. Il manager ha sottoscritto il contratto raccontando che, quando ha ricevuto la mail dell’ex collega di Conte con la proposta, è andato a controllare sul sito dello studio Alpa chi fossero i componenti: «Ho fatto delle ricerche e ho ritenuto in quel caso che lo studio Alpa avesse una competenza molto importante perché c’erano figure che erano molto esposte e con esperienza». Quali? «Giuseppe Conte, ad esempio», è stata la replica di Alcaro.
L’imprenditore, una volta resosi conto che il lavoro sarebbe rimasto interamente in capo alla sua società («Il peso della realizzazione del progetto era al 90% sulla mia società e al 10% su di loro»), ha poi deciso di risolvere il contratto. La vicenda sarebbe finita qui, secondo Alfonso Colucci, capogruppo M5s in commissione Covid, che in una nota ha dichiarato che l’audizione di Alcaro è stata «un flop […] nel vano tentativo di far pronunciare ad Alcaro un addebito a carico di Conte o quantomeno dello stesso Di Donna».
Molte cose, però, non tornano. La prima è che Di Donna ed Esposito hanno mandato all’imprenditore le loro email, inerenti la realizzazione del piano da 3 milioni, proprio dal dominio internet dello studio Alpa dove, fino all’anno prima, Conte ha svolto la sua attività professionale: «Quello che ha determinato la mia scelta è stato proprio lo studio Alpa. Se la mail fosse arrivata da un altro indirizzo probabilmente ci avrei pensato molto di più», ha rivelato il manager. La seconda è che non è stato l’imprenditore a contattare Di Donna ed Esposito ma viceversa: nella testimonianza, Alcaro ha dichiarato di non ricordare se la prima telefonata operativa la avesse fatta lui o i due avvocati, ma ha confermato al presidente della commissione Covid Marco Lisei (Fdi) che sono stati proprio i due legali a proporre alla Jarvit i servizi e non lui ad averli cercati. Incalzato da Alice Buonguerrieri (Fdi), che gli chiedeva per quale motivo avesse accettato condizioni contrattuali capestro, la risposta di Alcaro è stata chiara: il fondatore della Jarvit ha confermato che Di Donna si era reso «certo della possibile riuscita del progetto». Ed è quantomeno curiosa questa certezza a fronte di una prestazione dei due avvocati che, a detta dell’imprenditore, non è stata soddisfacente.
«Quale attività avrebbe, dunque, dovuto fare il collega di Conte a fronte della richiesta di centinaia di migliaia di euro di parcella?», ha commentato Buonguerrieri. «Siamo ancora una volta di fronte a un’anomala ed enorme richiesta di denaro coperta dal solito contratto di consulenza farlocco, come già emerso nei casi di Giovanni Buini e Dario Bianchi. Fratelli d’Italia andrà fino in fondo a questa vicenda per capire come e perché un collega dell’allora premier Giuseppe Conte potesse avere tale accesso ai gangli decisionali del potere», ha concluso Buonguerrieri.
«L’audizione di oggi in commissione Covid ha visto per la terza volta un testimone affermare che in piena pandemia l’avvocato Luca Di Donna, collega di studio dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, era intento a procacciare affari richiedendo percentuali a proprio favore. Questa nuova testimonianza rende ineludibili ulteriori indagini per appurare quanto Giuseppe Conte sapesse dell’operato di un suo collega di studio», hanno aggiunto Galeazzo Bignami e Lucio Malan, presidenti rispettivamente dei deputati e dei senatori di Fratelli d’Italia.
Resta da capire, in effetti, per quale motivo Conte non abbia ancora preso iniziative nei confronti dell’ex collega di studio. Certo è che la provocazione dell’ex premier lanciata in Aula contro i deputati di Fdi affinché facciano a meno dell’immunità per poi «vedersela in tribunale» lascia il tempo che trova: l’immunità parlamentare è funzionale all’incarico e i deputati non possono, sic et simpliciter, rinunciarvi. Dovrebbe essere semmai la giunta per le autorizzazioni a procedere a valutare, caso per caso, se revocarla, ma è difficile che lo faccia in assenza di denunce.
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Ansa
Tra esse, in particolare, quella contenuta nel comma 3 dell’articolo 29, che abroga l’articolo 142 del Testo unico sulle spese di giustizia, in cui era prevista l’assistenza legale gratuita a favore degli stranieri extracomunitari nei processi avverso i provvedimenti di espulsione amministrativa adottati ai sensi dell’articolo 13 del decreto legislativo numero 286 del 1998. Si tratta di un primo, timido segnale della finalmente avvertita necessità di contrastare in qualche modo il fenomeno costituito dalla indiscriminata possibilità offerta a qualsiasi straniero extracomunitario entrato irregolarmente in Italia di avvalersi di assistenza legale a spese dello Stato per esperire tutti i possibili mezzi di impugnazione consentiti dal nostro ordinamento avverso i provvedimenti adottati nei suoi confronti sulla base della vigente normativa in materia di immigrazione.
Si tratta, però, appunto, soltanto di un timido segnale che, di fatto, sembra destinato a lasciare le cose come stanno. Tanto per cominciare, infatti, resta intatta la possibilità, per lo straniero extracomunitario, di ottenere l’ordinaria ammissione al patrocinio a spese dello Stato sulla base di una semplice e incontrollabile autocertificazione circa l’inesistenza o l’insufficienza di redditi prodotti all’estero, quando - come in realtà avviene, per le più varie ragioni, nella grande maggioranza dei casi - si ritenga che egli si sia trovato nell’impossibilità di ottenere una certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, come richiesto dall’articolo 79, comma 2, del Testo unico sulle spese di giustizia. Ciò sulla base della sentenza della Corte costituzionale numero 157 del 2021, dichiarativa della parziale incostituzionalità di detta ultima norma, appunto nella parte in cui non prevedeva che, in caso di impossibilità di ottenere la certificazione consolare, alla sua mancanza potesse supplirsi con un’autocertificazione dell’interessato. Secondariamente, resta pure intatta la previsione, contenuta nell’articolo 14, comma 4, del citato decreto legislativo numero 286/1998, in base alla quale lo straniero extracomunitario è in ogni caso ammesso al patrocinio a spese dello Stato nel procedimento di convalida del provvedimento con il quale viene disposto, in vista dell’espulsione, il suo trattenimento in un centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Così come, infine, resta intatta la previsione dell’articolo 16, comma 2, del decreto legislativo numero 25 del 2008, per la quale, ai fini delle impugnazioni delle decisioni in materia di riconoscimento dello status di rifugiato o di altre forme di protezione internazionale, lo straniero - per via del richiamo all’articolo 94 del Testo unico sulle spese di giustizia che, a sua volta, richiama il già citato articolo 79, comma 2, del medesimo Testo unico - è ammesso al patrocinio a spese dello Stato alla sola condizione, per quanto riguarda il requisito reddituale, costituita dalla produzione della stessa autocertificazione prevista dalla sentenza della Corte costituzionale di cui si è detto in precedenza.
Vi è, peraltro, da osservare, a quest’ultimo proposito, che nella medesima sentenza si afferma che dovrebbe essere onere dell’interessato provare «di aver compiuto tutto quanto esigibile secondo correttezza e diligenza» per ottenere, senza poi esservi riuscito, la certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, solo a tale condizione potendosi ammettere che essa sia sostituita dall’autocertificazione dello stesso interessato. Ma la verifica di tale condizione, nella pratica quotidiana, viene spesso e volentieri omessa, prendendosi per buono, purché non palesemente inverosimile, solo quanto affermato dall’interessato a sostegno dell’asserita «impossibilità» di ottenere la certificazione in questione. Da qui una prima conclusione, e cioè quella che sarebbe opportuno prevedere come obbligatorio, con apposita norma, che, quando lo straniero sia ammesso al gratuito patrocinio sulla base dell’autocertificazione da lui prodotta, nel relativo provvedimento si attesti l’avvenuta effettuazione della suddetta verifica e si indichino le ragioni per le quali essa abbia avuto esito positivo.
Ma una seconda e più importante conclusione è quella alla quale dovrebbe giungersi con riguardo al già accennato fenomeno costituito dalle impugnazioni che, grazie alla indiscriminata disponibilità dell’assistenza legale gratuita, vengono sistematicamente proposte dagl’interessati avverso ogni sorta di provvedimenti ad essi sfavorevoli in materia di immigrazione, indipendentemente dall’esistenza o meno di ragionevoli prospettive di un loro accoglimento. Per eliminare o, almeno, ridurre significativamente tale fenomeno, sarebbe necessario prevedere che l’assistenza legale gratuita possa essere negata ogni qual volta l’impugnazione che si intenda proporre avverso un determinato provvedimento appaia chiaramente destinata all’insuccesso. Ciò in perfetta conformità a quanto espressamente previsto tanto all’articolo 20, comma 3, dell’ancora vigente direttiva europea numero 32 del 2013 quanto all’articolo 29, comma 3, lettera b), della direttiva europea numero 1.346 del 2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, fermo restando che, come pure espressamente previsto da detta ultima norma, l’assistenza legale gratuita sarebbe sempre concessa al solo, limitato fine della proposizione dell’impugnazione avverso il provvedimento con il quale essa sia stata negata. E dovrebbe, in particolare, ritenersi destinata, di regola, all’insuccesso ogni impugnazione avverso provvedimenti di diniego della protezione internazionale adottati nei numerosi casi, elencati negli articoli 28 ter e 29 del Decreto legislativo numero 25 del 2008, in cui la relativa richiesta sia da considerare inammissibile o manifestamente infondata; casi tra i quali rientra, ad esempio, quello che il richiedente asilo provenga da un Paese da ritenersi «sicuro».
Ai fini dell’adozione degli auspicabili interventi normativi di cui si è detto, potrebbe rivelarsi provvidenziale il «pasticcio» creatosi con l’emanazione, contestualmente alla conversione in legge del decreto legge numero 23/2026, del decreto legge «correttivo» numero 55/2026. In sede di conversione, infatti, di quest’ultimo decreto, ad esso potrebbero apportarsi, vertendosi comunque nella stessa materia, le modifiche nelle quali verrebbero a sostanziarsi i suddetti interventi (nella speranza che, naturalmente, in ossequio all’ormai avvenuta trasformazione dello Stato in senso monarchico, vi sia anche l’assenso del Sovrano che ha sede sul colle più alto).
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