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2018-05-30
Soldi dall’indagato per mafia al commissario che ci insulta
ANSA
L'uomo che si augura che i mercati insegnino agli italiani a votare non ce l'ha con i nostri connazionali in quanto tali, ma solo con i cosiddetti populisti. Infatti negli anni Novanta Günther Oettinger, commissario europeo al Bilancio e dirigente della Cdu di Angela Merkel, venne attenzionato in Germania per lo scambio di amorosi sensi con equivoci personaggi calabresi che 30 anni fa finanziavano le sue campagne elettorali.
Quindi a dare lezioni di voto ai nostri connazionali è un signore che ama la 'nduja, ma anche, sembra, i soldini degli italiani, senza preoccuparsi troppo della provenienza.
A gennaio in Germania è stato arrestato Mario Lavorato. Negli anni Novanta Oettinger definiva «il mio (ristorante, ndr) italiano» la pizzeria di questo sessantaduenne calabrese. All'epoca Lavorato era indagato in Germania e il telefono del suo locale era intercettato. Qui Oettinger e i suoi amici si recavano per mangiare in allegria, ma anche per cercare finanziamenti. Nella pizzeria sarebbe persino stata organizzata una «serata calabrese» a sostegno della Cdu. Negli stessi anni Lavorato venne coinvolto in un'indagine italiana, l'operazione Galassia, ma venne assolto dalle accuse di mafia. Dopo questo incidente di percorso avrebbe continuato indisturbato a fare il plenipotenziario delle 'ndrine in Germania, offrendo a prezzi stracciati ai lavoratori antipasti gustosi, dai pomodori ripieni alle melanzane. In Calabria, a Mandatoriccio mare, in provincia di Cosenza, Lavorato ha inaugurato anche il Villaggio camping da Mario, che ha un occhio di riguardo per la clientela tedesca, in particolare per le famiglie di Stoccarda, accolte da striscioni con scritto Guten tag.
A gennaio i carabinieri del Ros e i magistrati della Dda di Catanzaro, coordinati dal procuratore Nicola Gratteri, hanno realizzato l'operazione Stige che ha portato all'arresto di 170 persone, tra cui Lavorato. L'indagine ha sbaragliato la cosca di Cirò Marina (Crotone) Farao-Marincola che costringeva i ristoratori italiani della zona di Stoccarda ad acquistare dai suoi uomini vini, prodotti per la pizza e prodotti ortofrutticoli e pescato. E il loro plenipotenziario sarebbe stato proprio Lavorato, che è finito in manette con l'accusa di associazione mafiosa finalizzata all'estorsione. Ma dietro a quei commerci c'erano anche altri affari. Per esempio gli investigatori hanno messo sotto controllo un Inter Club della cittadina tedesca di Fellbach, che fungeva anche da centro di stoccaggio di banconote contraffatte provenienti dall'Italia. Secondo un'ipotesi investigativa il denaro contraffatto veniva realizzato a Mandatoriccio, il paese natio di Lavorato. Ma il suo coinvolgimento in questo traffico illecito non è ancora stato accertato. L'uomo a Fellbach era di casa al ristorante Gallo nero e in un altro locale chiamato Pizza presto.
Nella veste di locandiere conobbe il futuro commissario europeo Oettinger, all'epoca governatore del Baden-Wurttemberg. La vicenda emerse durante la cosiddetta operazione antimafia Galassia.
Nel 1994 il nome di Lavorato finì sui giornali tedeschi perché aveva finanziato con migliaia di marchi la campagna elettorale di Oettinger.
All'epoca gli inquirenti erano convinti che i soldi utilizzati dal presunto 'ndranghetista non fossero frutto della sua attività di pizzaiolo, ma provenissero dal traffico di droga e dal riciclaggio. Nella sua cassaforte e sul conto bancario di Lavorato venne trovato un milione di marchi. Ma furono le intercettazioni telefoniche a destare il maggiore scalpore. Infatti registrarono la voce di Oettinger.
L'allora ministro della Giustizia del Baden-Wurttemberg, il cristiano democratico Thomas Schaeuble (Cdu) informò il collega di partito delle indagini sul suo amico italiano, di cui era venuto a conoscenza, e gli consigliò di non chiamare più il ristorante. Anche il ministro dell'Interno, il socialdemocratico Frieder Birzele (Spd), mise in guardia Oettinger da quelle relazioni pericolose. Le due segnalazioni diventarono di pubblico dominio e a causa delle polemiche venne istituita una commissione d'inchiesta. Secondo il Corriere della Calabria «però la maggioranza dei commissari giunse alla conclusione che era “giustificato e necessario" informare Oettinger, perché “la strumentalizzazione dei politici" appartiene alla tipica procedura della criminalità organizzata perché “è pratica comune usare la conoscenza con i politici per aumentare il loro prestigio e mostrare presunta influenza"». Da allora Oettinger ha sottolineato più volte di non avere più avuto alcun contatto con Mario Lavorato.
Nel 2009 quest'ultimo è stato uno dei fondatori della Armig, un'associazione senza scopo di lucro italo-tedesca nata come centro di cultura tricolore. Ma in pochi anni, secondo gli investigatori tedeschi, si sarebbe trasformata in «un'associazione a delinquere, formatasi per porre in essere il reato di riciclaggio».
Nel 2014 la Armig avrebbe registrato un forte incremento. Infatti in quell'anno si sono associati numerosi gastronomi della regione e, «grazie al diretto intervento di Mario Lavorato sono stati convinti a diventare soci anche (...) altre persone importanti della Calabria e del Principato di Monaco con probabili collegamenti alla 'ndrangheta». Secondo la polizia criminale tedesca l'associazione calabrese sarebbe riuscita a intessere rapporti stabili «con esponenti della finanza e della politica tedesca».
Giacomo Amadori
Il ricatto dell’Ue: ci dà 2 miliardi in più basta che votiamo come dicono i mercati
Dopo settimane di bastonate da parte dell'Unione europea, ecco arrivare la carota per il nostro Paese. Le indiscrezioni degli scorsi giorni sono state confermate dalla conferenza stampa svoltasi ieri a Bruxelles: l'Italia beneficerà di maggiori fondi nel campo della coesione e dello sviluppo territoriale previsti budget Ue per il settennato 2021-2027. Un pilastro del bilancio europeo che vale complessivamente 367 miliardi di euro. Se le proposte illustrate ieri dalla Commissione europea verranno approvate, Roma riceverà 38,6 miliardi, 2,3 in più rispetto al precedente esercizio 2014-2020 (+6,4%). Buone notizie, verrebbe da pensare. Ma la benevolenza della Commissione è tutto fuorché gratuita.
L'annuncio da parte di Bruxelles arriva nello stesso giorno dell'ennesima, clamorosa gaffe proprio dello stesso Commissario europeo che guida l'ufficio che si occupa di redigere budget, il tedesco Günther Oettinger. «I mercati spingeranno gli italiani a non votare per i populisti», ha dichiarato Oettinger nel corso di un'intervista rilasciata alla Deutsche Welle. Inizialmente il giornalista Bernd Thomas Riegert aveva twittato una sintesi: «I mercati insegneranno agli italiani a votare nel modo giusto». Sintesi che si è precipitato a smentire, con un autodafè cui ha fatto seguito una versione più aderente alla cronaca, che però non ha spostato di un millimetro la sostanza.
Parole che hanno immediatamente suscitato l'unanime indignazione da parte del mondo politico italiano. Durissimo il leader della Lega, Matteo Salvini. «Pazzesco, a Bruxelles sono senza vergogna», scrive Salvini su Facebook. «Se non è una minaccia questa… Io non ho paura, siamo più forti, prima gli italiani!». Drastico anche Luigi Di Maio, che su Twitter definisce «assurde» le parole di Oettinger. «Questa gente», aggiunge il capo politico del Movimento, «tratta l'Italia come una colonia estiva dove venire a passare le vacanze. Ma tra pochi mesi nascerà un governo del cambiamento e in Europa ci faremo finalmente rispettare». Ci prova anche Maurizio Martina a condannare le dichiarazioni del Commissario tedesco: «Nessuno può dire agli italiani come votare. Meno che mai i mercati. Ci vuole rispetto per l'Italia».
L'uscita sconsiderata di Oettinger ha costretto il presidente Jean-Claude Juncker a un'imbarazzato intervento: «Commento sconsiderato. La posizione ufficiale della Commissione è la seguente: compete agli italiani e soltanto a loro decidere sul futuro del loro Paese, a nessun altro». Poche ore dopo, arrivano le scuse dell'improvvido tedesco: «In riferimento agli attuali sviluppi di mercato in Italia, non volevo essere irrispettoso e mi scuso per questo».
La minaccia di Oettinger era arrivata con un tempismo perfetto ma, nella loro brutale franchezza, aiutano a comprendere le reali intenzioni della Commissione. La distribuzione dei fondi segue infatti una precisa logica politica, distante anni luce dalle reali necessità dei Paesi membri. Non per niente gli aumenti più sostanziosi riguardano quelle realtà a rischio di nuove elezioni, cioè Spagna (+1,6 miliardi pari al 5% in più rispetto al 2014-2020) e l'Italia, oppure la Grecia, che ad agosto uscirà dal programma di sorveglianza speciale della Troika. Bruxelles prova nervosamente a tenere il controllo della situazione, alternando ingerenze e gratificazioni.
Ne sanno qualcosa i paesi dell'Est, costretti a subire pesanti riduzioni sulle somme assegnate. Le più penalizzate risultano l'Ungheria del «ribelle» Viktor Orbán, la Lituania, l'Estonia, la Repubblica Ceca, tutte oggetto di un taglio del 24% rispetto al precedente settennato. Seguono Polonia (-23%) e Lettonia (-13%). Sulla carta la colpa di questa emorragia di denaro è da attribuire alla nuova metodologia adottata dalla Commissione, che assegna più fondi ai Paesi che con maggiori flussi migratori e una disoccupazione più elevata. Nella realtà, i Paesi orientali e in particolare il gruppo «Visegrad» (cioè Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia) sono da mesi nel mirino di Bruxelles per l'insofferenza dimostrata riguarda ai temi dell'immigrazione e della giustizia. Un segnale che è in atto una crisi a questo livello è senza dubbio la decisione di rafforzare il vincolo tra l'entità degli stanziamenti e il rispetto dello stato di diritto negli Stati membri. Con le nuove regole annunciate all'inizio del mese in occasione della presentazione della bozza di budget, la Commissione potrà disporre del potere quasi illimitato di sospendere, ridurre o addirittura revocare le somme stanziate nel caso vengano riscontrate gravi violazioni in questo senso.
La Polonia ha già reagito duramente alla proposta di ridurre le dotazioni future. Joanna Kopcinska, portavoce dell'esecutivo guidato da Mateusz Morawiecki, ha dichiarato ieri a un'emittente radiofonica nazionale che «la ripartizione dei fondi è inaccettabile per i Paesi dell'Europa centrale». A metà mese il ministro polacco per gli Affari europei, Konrad Szymanski, aveva annunciato che Varsavia non avrebbe tollerato tagli «rivoluzionari» al budget. Raggiunto dalla Verità, l'eurodeputato Stanislaw Zóltek ha espresso tutto il proprio disappunto per le decisioni della Commissione. «È del tutto evidente», spiega Zóltek, «che l'intenzione della Commissione non è solo quella di colpire i paesi del blocco orientale, ma anche dare una sorta di contentino a quei paesi come l'Italia e la Spagna che con le loro crisi politiche minacciano la sopravvivenza dell'euro». «Sono favorevole ai tagli», conclude l'eurodeputato, «ma questo sistema non riduce realmente il budget, piuttosto assegna premi e penalità ai singoli membri. Così facendo la Commissione, anziché dimostrare imparzialità, punta a far rimanere allineati i paesi alla propria ideologia infetta».
Antonio Grizzuti
Spread a 300 e Moody’s ci tiene sulla corda
Piazza Affari deraglia nuovamente, con le banche ancora una volta sotto attacco. Lo spread, il differenziale sul decennale che ha superato per la prima volta negli ultimi cinque anni il muro dei 300 punti base e il rendimento del biennale che è schizzato fino al 2,72%, ha spinto la volatilità sul listino milanese, con il Ftse mib scivolato indietro del 2,65% a 21.350 punti sui nuovi minimi annui.
Molto male gli istituti di credito, con sospensioni a ripetizione durante la seduta per eccesso di ribasso. A fare peggio di tutti, alla chiusura, è stato BancoBpm, che lascia sul campo il 6,37% a 2,1 euro, seguita da Banca Generali (-6,09% a 20,04 euro) e Unicredit (-5,61% a 13,97 euro). A rendere così sensibile il comparto sono proprio le esposizioni verso il rischio sovrano italiano, che nel caso dell'istituto nato dalla fusione tra Bpm e Banco Popolare si attestano al 327% del capitale Cet1, secondo quanto rilevato dal direttore degli Studi economici della Ieseg school of management in una analisi basata sui risultati degli esercizi condotti nel giugno 2017 dall'Autorità bancaria europea in tema di trasparenza. Sono ben dieci le banche italiane la cui esposizione supera il parametro utilizzato per valutare la loro solidità: da Iccrea (620,8%) a Ubi (141%), passando per Monte dei Paschi (206%) e per Unicredit e Intesa Sanpaolo (entrambe al 145%). Tra le altre big del listino, spicca la flessione del 2,27% di Telecom Italia, scesa sotto quota 70 centesimi ad azione, e Leonardo, che perde il 5,39% a 8,3 euro. Pochi i rialzi e concentrati nel settore dell'energia, sostenuto oggi dal recupero del petrolio dopo la debolezza degli ultimi giorni, con il prezzo del Brent in crescita di un punto percentuale in area 76 dollari per barile. A giovarne sono state Eni (+0,13% a 15,09 euro), Tenaris (+0,54% a 15,78 euro) e Saipem, maglia rosa del Ftsemib con un progresso del 3,22% a 3,61 euro.
Al di là dei numeri asciutti la giornata di Borsa è stata caratterizzata dalla spada di Damocle firmata Moody's.
Gli ultimi sviluppi della situazione politica italiana «non cambiano la nostra recente decisione di mettere sotto osservazione il rating del debito italiano per un downgrade», ha spiegato ieri l'agenzia di rating tramite una nota, dopo che venerdì aveva comunicato di aver in corso una revisione sul suo giudizio dell'Italia, attualmente valutata Baa2. «Revisione che terminerà quando sarà più chiara la direzione della politica italiana», tanto che letteralmente Moody's avverte che il rating sovrano dell'Italia «verrà ridotto se la nostra conclusione sarà che chiunque componga il prossimo governo italiano metterà in campo politiche di bilancio inadeguate a mettere il debito italiano in una rotta discendente di lungo periodo. La mancanza di un'agenda di riforme sufficiente ad assicurare crescita di lungo termine sarà ugualmente negativa per il rating», spiega ancora l'agenzia internazionale. Tradotto, significa che Moody's sospenderà il giudizio fino a che l'eventuale nuovo governo Cottarelli farà i compiti assegnati dall'Europa: riforme e taglio del debito. È chiaro che i mercati sanno che in caso di declassamento l'Italia sarà fuori dal programma di Quantitative easing e non potrà più usufruire dello scudo di Mario Draghi. La minaccia è patente: o un governo filoeuropeista o sfiliamo la copertura della Bce. Le conseguenze sono facilmente immaginabili. A cominciare dal comparto bancario. Le turbolenze dei mercati di questi giorni, se prolungate, rischiano di creare problemi sul fronte della raccolta e della capacità di erogare prestiti proprio nel momento in cui le banche italiane stavano uscendo dalla crisi riducendo i due principali fattori di rischio: crediti deteriorati ed esposizione ai titoli di Stato mentre il patrimonio si è rafforzato con le grandi operazioni, private e con il sostegno pubblico, su Mps e le venete. L'irrompere della tecnologia e una redditività ancora scarsa per le piccole impongono di proseguire nel contenimento delle spese e dei costi del personale oltre che trovare nuovi fonti di reddito offrendo servizi aggiuntivi. L'ingresso dei giganti del web nel comparto della finanza, da Paypal a Google passando per Amazon, impone di non innalzare barriere alla concorrenza in una sterile difesa delle proprie posizioni ma di valorizzare il grande patrimonio informativo sulle imprese offrendo nuovi servizi. Alla concorrenza firmata Silicon valley si aggiunge così l'instabilità continua delle norme sempre più stringenti in tema di patrimonializzazione degli istituti. Il prossimo 28 giugno a Bruxelles si deciderà il futuro dell'unione bancaria e c'è da scommettere che in tema di sofferenze le nostre banche ne usciranno ulteriormente penalizzate. Difficile sopportare uno spread così elevato.
Gianluca De Maio
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Negli anni Novanta il commissario al Bilancio Günther Oettinger finì sui giornali perché un presunto 'ndranghetista, arrestato pochi mesi fa dalla Dda di Catanzaro, finanziò la sua campagna elettorale.Il politico Cdu destina più risorse all'Italia e poi minaccia: «La Borsa vi indicherà chi scegliere alle urne».Intanto, l'agenzia di rating Moody's minaccia il downgrade ma aspetta «evoluzioni politiche». I bancari affondano Piazza Affari.Lo speciale contiene tre articoliL'uomo che si augura che i mercati insegnino agli italiani a votare non ce l'ha con i nostri connazionali in quanto tali, ma solo con i cosiddetti populisti. Infatti negli anni Novanta Günther Oettinger, commissario europeo al Bilancio e dirigente della Cdu di Angela Merkel, venne attenzionato in Germania per lo scambio di amorosi sensi con equivoci personaggi calabresi che 30 anni fa finanziavano le sue campagne elettorali. Quindi a dare lezioni di voto ai nostri connazionali è un signore che ama la 'nduja, ma anche, sembra, i soldini degli italiani, senza preoccuparsi troppo della provenienza. A gennaio in Germania è stato arrestato Mario Lavorato. Negli anni Novanta Oettinger definiva «il mio (ristorante, ndr) italiano» la pizzeria di questo sessantaduenne calabrese. All'epoca Lavorato era indagato in Germania e il telefono del suo locale era intercettato. Qui Oettinger e i suoi amici si recavano per mangiare in allegria, ma anche per cercare finanziamenti. Nella pizzeria sarebbe persino stata organizzata una «serata calabrese» a sostegno della Cdu. Negli stessi anni Lavorato venne coinvolto in un'indagine italiana, l'operazione Galassia, ma venne assolto dalle accuse di mafia. Dopo questo incidente di percorso avrebbe continuato indisturbato a fare il plenipotenziario delle 'ndrine in Germania, offrendo a prezzi stracciati ai lavoratori antipasti gustosi, dai pomodori ripieni alle melanzane. In Calabria, a Mandatoriccio mare, in provincia di Cosenza, Lavorato ha inaugurato anche il Villaggio camping da Mario, che ha un occhio di riguardo per la clientela tedesca, in particolare per le famiglie di Stoccarda, accolte da striscioni con scritto Guten tag. A gennaio i carabinieri del Ros e i magistrati della Dda di Catanzaro, coordinati dal procuratore Nicola Gratteri, hanno realizzato l'operazione Stige che ha portato all'arresto di 170 persone, tra cui Lavorato. L'indagine ha sbaragliato la cosca di Cirò Marina (Crotone) Farao-Marincola che costringeva i ristoratori italiani della zona di Stoccarda ad acquistare dai suoi uomini vini, prodotti per la pizza e prodotti ortofrutticoli e pescato. E il loro plenipotenziario sarebbe stato proprio Lavorato, che è finito in manette con l'accusa di associazione mafiosa finalizzata all'estorsione. Ma dietro a quei commerci c'erano anche altri affari. Per esempio gli investigatori hanno messo sotto controllo un Inter Club della cittadina tedesca di Fellbach, che fungeva anche da centro di stoccaggio di banconote contraffatte provenienti dall'Italia. Secondo un'ipotesi investigativa il denaro contraffatto veniva realizzato a Mandatoriccio, il paese natio di Lavorato. Ma il suo coinvolgimento in questo traffico illecito non è ancora stato accertato. L'uomo a Fellbach era di casa al ristorante Gallo nero e in un altro locale chiamato Pizza presto. Nella veste di locandiere conobbe il futuro commissario europeo Oettinger, all'epoca governatore del Baden-Wurttemberg. La vicenda emerse durante la cosiddetta operazione antimafia Galassia.Nel 1994 il nome di Lavorato finì sui giornali tedeschi perché aveva finanziato con migliaia di marchi la campagna elettorale di Oettinger. All'epoca gli inquirenti erano convinti che i soldi utilizzati dal presunto 'ndranghetista non fossero frutto della sua attività di pizzaiolo, ma provenissero dal traffico di droga e dal riciclaggio. Nella sua cassaforte e sul conto bancario di Lavorato venne trovato un milione di marchi. Ma furono le intercettazioni telefoniche a destare il maggiore scalpore. Infatti registrarono la voce di Oettinger. L'allora ministro della Giustizia del Baden-Wurttemberg, il cristiano democratico Thomas Schaeuble (Cdu) informò il collega di partito delle indagini sul suo amico italiano, di cui era venuto a conoscenza, e gli consigliò di non chiamare più il ristorante. Anche il ministro dell'Interno, il socialdemocratico Frieder Birzele (Spd), mise in guardia Oettinger da quelle relazioni pericolose. Le due segnalazioni diventarono di pubblico dominio e a causa delle polemiche venne istituita una commissione d'inchiesta. Secondo il Corriere della Calabria «però la maggioranza dei commissari giunse alla conclusione che era “giustificato e necessario" informare Oettinger, perché “la strumentalizzazione dei politici" appartiene alla tipica procedura della criminalità organizzata perché “è pratica comune usare la conoscenza con i politici per aumentare il loro prestigio e mostrare presunta influenza"». Da allora Oettinger ha sottolineato più volte di non avere più avuto alcun contatto con Mario Lavorato.Nel 2009 quest'ultimo è stato uno dei fondatori della Armig, un'associazione senza scopo di lucro italo-tedesca nata come centro di cultura tricolore. Ma in pochi anni, secondo gli investigatori tedeschi, si sarebbe trasformata in «un'associazione a delinquere, formatasi per porre in essere il reato di riciclaggio». Nel 2014 la Armig avrebbe registrato un forte incremento. Infatti in quell'anno si sono associati numerosi gastronomi della regione e, «grazie al diretto intervento di Mario Lavorato sono stati convinti a diventare soci anche (...) altre persone importanti della Calabria e del Principato di Monaco con probabili collegamenti alla 'ndrangheta». Secondo la polizia criminale tedesca l'associazione calabrese sarebbe riuscita a intessere rapporti stabili «con esponenti della finanza e della politica tedesca».Giacomo Amadori<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ottinger-mercati-italia-2573352976.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-ricatto-dellue-ci-da-2-miliardi-in-piu-basta-che-votiamo-come-dicono-i-mercati" data-post-id="2573352976" data-published-at="1770060288" data-use-pagination="False"> Il ricatto dell’Ue: ci dà 2 miliardi in più basta che votiamo come dicono i mercati Dopo settimane di bastonate da parte dell'Unione europea, ecco arrivare la carota per il nostro Paese. Le indiscrezioni degli scorsi giorni sono state confermate dalla conferenza stampa svoltasi ieri a Bruxelles: l'Italia beneficerà di maggiori fondi nel campo della coesione e dello sviluppo territoriale previsti budget Ue per il settennato 2021-2027. Un pilastro del bilancio europeo che vale complessivamente 367 miliardi di euro. Se le proposte illustrate ieri dalla Commissione europea verranno approvate, Roma riceverà 38,6 miliardi, 2,3 in più rispetto al precedente esercizio 2014-2020 (+6,4%). Buone notizie, verrebbe da pensare. Ma la benevolenza della Commissione è tutto fuorché gratuita. L'annuncio da parte di Bruxelles arriva nello stesso giorno dell'ennesima, clamorosa gaffe proprio dello stesso Commissario europeo che guida l'ufficio che si occupa di redigere budget, il tedesco Günther Oettinger. «I mercati spingeranno gli italiani a non votare per i populisti», ha dichiarato Oettinger nel corso di un'intervista rilasciata alla Deutsche Welle. Inizialmente il giornalista Bernd Thomas Riegert aveva twittato una sintesi: «I mercati insegneranno agli italiani a votare nel modo giusto». Sintesi che si è precipitato a smentire, con un autodafè cui ha fatto seguito una versione più aderente alla cronaca, che però non ha spostato di un millimetro la sostanza. Parole che hanno immediatamente suscitato l'unanime indignazione da parte del mondo politico italiano. Durissimo il leader della Lega, Matteo Salvini. «Pazzesco, a Bruxelles sono senza vergogna», scrive Salvini su Facebook. «Se non è una minaccia questa… Io non ho paura, siamo più forti, prima gli italiani!». Drastico anche Luigi Di Maio, che su Twitter definisce «assurde» le parole di Oettinger. «Questa gente», aggiunge il capo politico del Movimento, «tratta l'Italia come una colonia estiva dove venire a passare le vacanze. Ma tra pochi mesi nascerà un governo del cambiamento e in Europa ci faremo finalmente rispettare». Ci prova anche Maurizio Martina a condannare le dichiarazioni del Commissario tedesco: «Nessuno può dire agli italiani come votare. Meno che mai i mercati. Ci vuole rispetto per l'Italia». L'uscita sconsiderata di Oettinger ha costretto il presidente Jean-Claude Juncker a un'imbarazzato intervento: «Commento sconsiderato. La posizione ufficiale della Commissione è la seguente: compete agli italiani e soltanto a loro decidere sul futuro del loro Paese, a nessun altro». Poche ore dopo, arrivano le scuse dell'improvvido tedesco: «In riferimento agli attuali sviluppi di mercato in Italia, non volevo essere irrispettoso e mi scuso per questo». La minaccia di Oettinger era arrivata con un tempismo perfetto ma, nella loro brutale franchezza, aiutano a comprendere le reali intenzioni della Commissione. La distribuzione dei fondi segue infatti una precisa logica politica, distante anni luce dalle reali necessità dei Paesi membri. Non per niente gli aumenti più sostanziosi riguardano quelle realtà a rischio di nuove elezioni, cioè Spagna (+1,6 miliardi pari al 5% in più rispetto al 2014-2020) e l'Italia, oppure la Grecia, che ad agosto uscirà dal programma di sorveglianza speciale della Troika. Bruxelles prova nervosamente a tenere il controllo della situazione, alternando ingerenze e gratificazioni. Ne sanno qualcosa i paesi dell'Est, costretti a subire pesanti riduzioni sulle somme assegnate. Le più penalizzate risultano l'Ungheria del «ribelle» Viktor Orbán, la Lituania, l'Estonia, la Repubblica Ceca, tutte oggetto di un taglio del 24% rispetto al precedente settennato. Seguono Polonia (-23%) e Lettonia (-13%). Sulla carta la colpa di questa emorragia di denaro è da attribuire alla nuova metodologia adottata dalla Commissione, che assegna più fondi ai Paesi che con maggiori flussi migratori e una disoccupazione più elevata. Nella realtà, i Paesi orientali e in particolare il gruppo «Visegrad» (cioè Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia) sono da mesi nel mirino di Bruxelles per l'insofferenza dimostrata riguarda ai temi dell'immigrazione e della giustizia. Un segnale che è in atto una crisi a questo livello è senza dubbio la decisione di rafforzare il vincolo tra l'entità degli stanziamenti e il rispetto dello stato di diritto negli Stati membri. Con le nuove regole annunciate all'inizio del mese in occasione della presentazione della bozza di budget, la Commissione potrà disporre del potere quasi illimitato di sospendere, ridurre o addirittura revocare le somme stanziate nel caso vengano riscontrate gravi violazioni in questo senso. La Polonia ha già reagito duramente alla proposta di ridurre le dotazioni future. Joanna Kopcinska, portavoce dell'esecutivo guidato da Mateusz Morawiecki, ha dichiarato ieri a un'emittente radiofonica nazionale che «la ripartizione dei fondi è inaccettabile per i Paesi dell'Europa centrale». A metà mese il ministro polacco per gli Affari europei, Konrad Szymanski, aveva annunciato che Varsavia non avrebbe tollerato tagli «rivoluzionari» al budget. Raggiunto dalla Verità, l'eurodeputato Stanislaw Zóltek ha espresso tutto il proprio disappunto per le decisioni della Commissione. «È del tutto evidente», spiega Zóltek, «che l'intenzione della Commissione non è solo quella di colpire i paesi del blocco orientale, ma anche dare una sorta di contentino a quei paesi come l'Italia e la Spagna che con le loro crisi politiche minacciano la sopravvivenza dell'euro». «Sono favorevole ai tagli», conclude l'eurodeputato, «ma questo sistema non riduce realmente il budget, piuttosto assegna premi e penalità ai singoli membri. Così facendo la Commissione, anziché dimostrare imparzialità, punta a far rimanere allineati i paesi alla propria ideologia infetta». Antonio Grizzuti <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ottinger-mercati-italia-2573352976.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="spread-a-300-e-moodys-ci-tiene-sulla-corda" data-post-id="2573352976" data-published-at="1770060288" data-use-pagination="False"> Spread a 300 e Moody’s ci tiene sulla corda Piazza Affari deraglia nuovamente, con le banche ancora una volta sotto attacco. Lo spread, il differenziale sul decennale che ha superato per la prima volta negli ultimi cinque anni il muro dei 300 punti base e il rendimento del biennale che è schizzato fino al 2,72%, ha spinto la volatilità sul listino milanese, con il Ftse mib scivolato indietro del 2,65% a 21.350 punti sui nuovi minimi annui. Molto male gli istituti di credito, con sospensioni a ripetizione durante la seduta per eccesso di ribasso. A fare peggio di tutti, alla chiusura, è stato BancoBpm, che lascia sul campo il 6,37% a 2,1 euro, seguita da Banca Generali (-6,09% a 20,04 euro) e Unicredit (-5,61% a 13,97 euro). A rendere così sensibile il comparto sono proprio le esposizioni verso il rischio sovrano italiano, che nel caso dell'istituto nato dalla fusione tra Bpm e Banco Popolare si attestano al 327% del capitale Cet1, secondo quanto rilevato dal direttore degli Studi economici della Ieseg school of management in una analisi basata sui risultati degli esercizi condotti nel giugno 2017 dall'Autorità bancaria europea in tema di trasparenza. Sono ben dieci le banche italiane la cui esposizione supera il parametro utilizzato per valutare la loro solidità: da Iccrea (620,8%) a Ubi (141%), passando per Monte dei Paschi (206%) e per Unicredit e Intesa Sanpaolo (entrambe al 145%). Tra le altre big del listino, spicca la flessione del 2,27% di Telecom Italia, scesa sotto quota 70 centesimi ad azione, e Leonardo, che perde il 5,39% a 8,3 euro. Pochi i rialzi e concentrati nel settore dell'energia, sostenuto oggi dal recupero del petrolio dopo la debolezza degli ultimi giorni, con il prezzo del Brent in crescita di un punto percentuale in area 76 dollari per barile. A giovarne sono state Eni (+0,13% a 15,09 euro), Tenaris (+0,54% a 15,78 euro) e Saipem, maglia rosa del Ftsemib con un progresso del 3,22% a 3,61 euro. Al di là dei numeri asciutti la giornata di Borsa è stata caratterizzata dalla spada di Damocle firmata Moody's. Gli ultimi sviluppi della situazione politica italiana «non cambiano la nostra recente decisione di mettere sotto osservazione il rating del debito italiano per un downgrade», ha spiegato ieri l'agenzia di rating tramite una nota, dopo che venerdì aveva comunicato di aver in corso una revisione sul suo giudizio dell'Italia, attualmente valutata Baa2. «Revisione che terminerà quando sarà più chiara la direzione della politica italiana», tanto che letteralmente Moody's avverte che il rating sovrano dell'Italia «verrà ridotto se la nostra conclusione sarà che chiunque componga il prossimo governo italiano metterà in campo politiche di bilancio inadeguate a mettere il debito italiano in una rotta discendente di lungo periodo. La mancanza di un'agenda di riforme sufficiente ad assicurare crescita di lungo termine sarà ugualmente negativa per il rating», spiega ancora l'agenzia internazionale. Tradotto, significa che Moody's sospenderà il giudizio fino a che l'eventuale nuovo governo Cottarelli farà i compiti assegnati dall'Europa: riforme e taglio del debito. È chiaro che i mercati sanno che in caso di declassamento l'Italia sarà fuori dal programma di Quantitative easing e non potrà più usufruire dello scudo di Mario Draghi. La minaccia è patente: o un governo filoeuropeista o sfiliamo la copertura della Bce. Le conseguenze sono facilmente immaginabili. A cominciare dal comparto bancario. Le turbolenze dei mercati di questi giorni, se prolungate, rischiano di creare problemi sul fronte della raccolta e della capacità di erogare prestiti proprio nel momento in cui le banche italiane stavano uscendo dalla crisi riducendo i due principali fattori di rischio: crediti deteriorati ed esposizione ai titoli di Stato mentre il patrimonio si è rafforzato con le grandi operazioni, private e con il sostegno pubblico, su Mps e le venete. L'irrompere della tecnologia e una redditività ancora scarsa per le piccole impongono di proseguire nel contenimento delle spese e dei costi del personale oltre che trovare nuovi fonti di reddito offrendo servizi aggiuntivi. L'ingresso dei giganti del web nel comparto della finanza, da Paypal a Google passando per Amazon, impone di non innalzare barriere alla concorrenza in una sterile difesa delle proprie posizioni ma di valorizzare il grande patrimonio informativo sulle imprese offrendo nuovi servizi. Alla concorrenza firmata Silicon valley si aggiunge così l'instabilità continua delle norme sempre più stringenti in tema di patrimonializzazione degli istituti. Il prossimo 28 giugno a Bruxelles si deciderà il futuro dell'unione bancaria e c'è da scommettere che in tema di sofferenze le nostre banche ne usciranno ulteriormente penalizzate. Difficile sopportare uno spread così elevato. Gianluca De Maio
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Attraversare l’Italia a piedi lungo la Via Francigena non significa inseguire un mito medievale né fare trekking panoramico tra eccellenze selezionate. Significa entrare dentro il Paese reale seguendo una linea antica che oggi funziona come una radiografia: mostra ciò che tiene, ciò che si svuota, ciò che prova a reinventarsi. È un viaggio geografico prima che simbolico. E proprio per questo sorprende.
La Francigena non collega solo luoghi: collega condizioni diverse. In pochi giorni si passa da aree iper-turistiche a paesi dove l’unico bar è anche alimentari e punto di ritrovo. Chi cammina impara presto che la bellezza non è continua ma intermittente. Un tratto magnifico può essere seguito da chilometri ordinari. È la somma che fa il viaggio.
In Piemonte e Valle d’Aosta la dimensione è ancora alpina: salite, silenzi, villaggi compatti. Qui la logica è semplice: tappe meno lunghe, strutture piccole, prenotazioni consigliate. Ad Aosta c’è l’HB Aosta Hotel & Balcony SPA, comodo hotel vicino al centro, se si desidera spazio e comfort dopo giorni di cammino. Per cena, trattorie senza fronzoli dove mangiare zuppe, formaggi locali o polenta con la fontina. Un nome: Hostaria del Calvino, ambiente semplice ma curato. Energia vera per il giorno dopo.
Scendendo verso la pianura lombarda il paesaggio cambia tono. Argini, risaie, rettilinei lunghi. Qui la difficoltà non è il dislivello ma la distanza tra i servizi. Conviene pianificare dove dormire. A Pavia una scelta affidabile per i camminatori è il B&B Civico 1, vicino al centro e con un ottimo rapporto qualità - prezzo. Perfetto per i camminatori. Per mangiare, l’Osteria del Matto: ambiente informale e piatti lombardi autentici, ideale per una cena rilassata dopo una lunga camminata.
È entrando in Toscana che il cammino incrocia l’immaginario collettivo. Colline, cipressi, pievi isolate. Ma anche qui la realtà è meno patinata di quanto si pensi: accanto agli agriturismi curati restano borghi con servizi ridotti e case chiuse. La differenza è che il paesaggio sostiene lo sguardo.
San Gimignano è una delle tappe più ambite. Qui dormire è facile, ma conviene uscire di qualche centinaio di metri dal centro storico per prezzi più umani. Il Camping Boschetto di Piemma è molto usato dai camminatori: bungalow, camere semplici, lavanderia, atmosfera informale. Per mangiare, meglio evitare i locali attaccati alle piazze principali e cercare trattorie frequentate la sera dai residenti: cucina toscana solida, porzioni vere. Un nome su tutti: l’Osteria delle Catene, rustica e accogliente, apprezzata per piatti come lo stracotto al Chianti e i taglieri locali.
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A Monteriggioni la sosta è breve ma suggestiva. Qui molti pellegrini dormono all’Ostello Contessa Ava dei Lambardi, storico punto tappa della Francigena: spartano ma perfettamente inserito nel percorso. Cena semplice, spesso condivisa con altri camminatori. È uno di quei luoghi dove il viaggio si fa concreto.
Siena rappresenta invece una pausa urbana. Qui si può alzare leggermente il livello del comfort: piccoli hotel o B&B nel centro storico permettono di riposare davvero. Come il B&B Siena In centro, un bed and breakfast accogliente nel cuore della città, comodo per raggiungere le principali attrazioni, ma in una zona meno caotica. Per mangiare bene senza cadere nel turistico, consigliamo l’Osteria Il Carroccio, dove chiedere i classici: pici al ragù, ribollita o Fiorentina.
Proseguendo verso sud, San Miniato è una tappa intelligente per spezzare il percorso. L’Ostello San Miniato è molto usato dai pellegrini: posizione strategica, costi contenuti. Qui vale la pena fermarsi a cena nell’Osteria L’Upupa e provare i prodotti (quando è stagione) legati al tartufo: non marketing, ma tradizione radicata.
Nel Lazio il paesaggio torna più ruvido, meno addomesticato. Ed è proprio qui che la Francigena mostra l’Italia interna senza filtri. I paesi sono meno scenografici ma più veri. I servizi esistono, ma vanno cercati.
Viterbo è una delle soste migliori. Il quartiere medievale di San Pellegrino ripaga della fatica. Per dormire, molti scelgono il B&B Orchard: centrale e molto apprezzato per la sua elegante semplicità. A tavola qui conviene puntare su ristoranti di cucina laziale tradizionale fuori dalle zone più turistiche: zuppe di legumi, carne locale, vino della zona. L’Antica Taverna è un nome affidabile.
A Montefiascone la vista sul Lago di Bolsena è una delle sorprese del percorso. Diverse strutture accolgono pellegrini; molti scelgono piccoli affittacamere familiari lungo il tracciato. Per mangiare, le trattorie con cucina di lago offrono pesce locale a prezzi ancora accessibili: un buon cambio dopo giorni di cucina di terra.
Avvicinandosi a Roma aumentano i camminatori stranieri e l’atmosfera diventa più internazionale. Ma la logica non cambia: chi arriva a piedi cerca luoghi funzionali, non hotel di lusso. Ostelli e guesthouse lungo l’ingresso nord della città sono le scelte più pratiche per chi vuole arrivare fino in centro camminando.
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La Francigena insegna una cosa semplice: il viaggio a piedi non ha bisogno di essere romanzato. Ha bisogno di essere organizzato con buon senso. Prenotare dove dormire almeno un giorno prima. Verificare i giorni di chiusura dei ristoranti nei paesi piccoli. Portare sempre con sé acqua e qualcosa da mangiare. Non perché sia avventura, ma perché molti territori funzionano ancora su ritmi locali, non turistici.
Ed è proprio questo il valore del percorso oggi. Non offre un’Italia finta, ma una sequenza di territori che stanno cercando equilibrio tra accoglienza e sopravvivenza. Il passaggio dei camminatori genera micro-economie: una stanza affittata, un pranzo, una colazione. Non salva un borgo, ma contribuisce a tenerlo vivo.
Chi parte pensando di trovare solo poesia rimane spiazzato. Chi parte per vedere davvero il Paese, invece, trova molto di più. La Via Francigena non seleziona il bello: lo alterna al normale, al fragile, al quotidiano. Ed è proprio questa alternanza a restituire un ritratto onesto dell’Italia.
Percorrerla oggi è un modo concreto per capire dove stanno andando le aree interne, cosa resta dei borghi, quali economie minime funzionano ancora. Si dorme in posti semplici, si mangia dove mangiano gli abitanti, si attraversano paesi che non si mettono in scena. Non è un’esperienza spirituale né eroica. È un viaggio lungo un Paese reale.
E alla fine, più che le singole tappe, resta la continuità: chilometri di Italia non filtrata, dove il turismo non è spettacolo ma passaggio. Dove il viaggiatore non consuma un luogo, lo attraversa. E attraversandolo, lo vede per quello che è.
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Domenico Furgiuele (Lega) spiega la proposta di legge contro l'immigrazione di massa e attacca le complicità del centrosinistra con i centri sociali.
«Oggi la copertura del fabbisogno di cure palliative in Italia è gravemente insufficiente: mancano ancora più della metà dei medici, mentre solo un terzo dei malati riesce ad accedere ai servizi fondamentali. Non più scelte tecniche, ma decisioni di indirizzo politico e di investimento che permettano alle cure palliative di garantire, su tutto il territorio, risposte adeguate al fabbisogno delle persone e ai diritti dei cittadini». A lanciare il grido di allarme è Gianpaolo Fortini, presidente della Società italiana cure palliative (Sicp). E svela uno dei problemi, se non «il» problema, alla base della scarsa diffusione della pratica sul territorio nazionale: la mancanza di specialisti che la possano mettere in atto. Dopo tre anni di bandi, ovvero da quando è stata istituita la scuola quadriennale di specializzazione post laurea, ci sono ancora aperti centinaia di posizioni. Ma a scegliere questa carriera «sono ancora pochissimi, giovani medici», fa sapere la Sicp. Nel 2023 i posti assegnati nelle università italiane furono appena 37 su 170, mentre nel 2025 la copertura è salita a 64 su 165 così suddivisi per macroarea territoriale: 15 al Sud e nelle isole, 20 nel Nordest, 18 al Nordovest e 11 al Centro. Circa il 60% dei contratti non assegnati, contro il 17% del totale considerando tutte le specializzazioni dell’ultimo concorso (2.569 contratti non assegnati su 15.283, dossier Anaao, l’Associazione nazionale aiuti e assistenti ospedalieri). Secondo la Sicp, questa carenza di medici deriva dal fatto che «l’offerta formativa resta insufficiente rispetto ai bisogni della popolazione e fatica ad attrarre giovani medici. I motivi di questa scarsa attrattività: l’assenza in quasi tutta Italia di insegnamento strutturato della materia cure palliative nel pre-laurea in medicina e chirurgia e le scarse equipollenze in uscita al pari delle altre specializzazioni».
Questa carenza, ovviamente, si riverbera sul fronte dell’assistenza territoriale creando forti disparità tra Regione e Regione. Il Trentino, per esempio, assistite oltre il 70% delle persone che ne hanno bisogno, la Sardegna meno del 5%. In mezzo ci sono il Veneto con il 55%, la Lombardia, la Liguria e l’Emilia-Romagna sono sopra il 40%, Lazio e Umbria tra il 39 e il 36%, la Puglia al 33%, Il Friuli Venezia-Giulia al 31%, la Sicilia al 23%. In fondo a questa classifica, oltre alla Sardegna, ci sono la Calabria (6,4%) e Marche (8,5%). Le problematiche organizzative, come la carenza di personale, la disomogeneità regionale e l’elevato carico di lavoro, sono elementi cruciali che contribuiscono al distress degli operatori nelle cure palliative.
Eppure insistere e rendere «più attrattiva» questa pratica sarebbe la risposta migliore a quanti continuano a spingere per l’eutanasia e il suicidio assistito, due prassi in costante ascesa con il passare degli anni. Che le cure palliative fungano da argine alla «dolce morte» lo attestano anche diversi studi, come quello dal titolo Dati e tendenze in materia di suicidio assistito ed eutanasia e alcune questioni demografiche collegate, portato avanti da Asher Colombo e Gianpiero Dalla-Zuanna, docenti delle Università di Bologna e Padova, e pubblicato su Population and development review. «Le cure palliative», sostengono i due autori, «costituiscono uno strumento fondamentale e una valida alternativa all’eutanasia e al suicidio assistito se non addirittura l’approccio preferibile, più umano e completo per la gestione del fine vita». Per il fine vita, la «dolce morte» ha un’alternativa: «L’organizzazione di cure palliative appropriate, in grado di ridurre notevolmente o, addirittura, eliminare il dolore cronico». Il suicidio assistito diventa «una scorciatoia» rispetto «a un accompagnamento più sofisticato e complesso verso una morte senza dolore. Nel loro studio, Colombo e Dalla-Zuanna, attraverso casi-studio in Svizzera, Paesi Bassi e Belgio, hanno dimostrato che «la diffusione del suicidio assistito rallenta dove vengono organizzate cura palliative adeguate». Insomma, «dove vengono messe in atto le cure palliative, il ricorso al suicidio assistito o all’eutanasia cara drasticamente. Si ricorre a questa pratica per non soffrire: se si toglie il dolore, la richiesta si riduce di dieci volte».
«In assenza di un’offerta formativa specialistica attrattiva e riconosciuta, l’impianto delle cure palliative italiane continuerà a rimanere debole e frammentato», commentano ancora dalla Sicp, «serve un’azione urgente e coordinata: occorrono campagne di informazione e orientamento mirate, per sensibilizzare i giovani medici e coinvolgerli nella disciplina, rapporti strutturati tra atenei e servizi territoriali per offrire tirocini concreti e una valorizzazione professionale che renda il percorso in cure palliative una scelta competitiva e gratificante. È necessario riconoscere questa prassi come area strategica all’interno del Sistema sanitario nazionale attraverso incentivi, percorsi di carriera e politiche retributive adeguate, oltre a un monitoraggio trasparente su occupazione e abbandoni. Solo così potremo costruire una rete solida in grado di rispondere alle reali necessità dei cittadini».
Già, perché in Italia l’accesso alle cure palliative e l’assistenza alle persone affette da patologie croniche e inguaribili, pur con un trend in crescita, è ancora ben al di sotto dei livelli di sufficienza, attestandosi al 33% come media nazionale. In Italia ogni anno circa 600.000 adulti e 35.000 bambini, si stima, hanno bisogno di cure palliative, ma soltanto un terzo degli adulti e un quarto dei bambini riescono ad accedere a questi servizi perché mancano oltre 6.000 professionisti dedicati, solo tra i medici e gli infermieri, per rispondere in modo adeguato ai bisogni assistenziali sul territorio.
Le cure palliative rappresentano un approccio terapeutico che si concentra sull’alleviamento dei sintomi e del dolore dei malati. Sono un gesto di rispetto e di amore per la persona nella sua interezza. Mentre l’eutanasia ha, come esito, la morte intenzionale del paziente, le cure palliative non hanno lo scopo di abbreviare la vita ma quello di sostenere e accompagnare i malati terminali con dignità e umanità.
«In Italia c’è scarsa cultura mentre i bisogni aumentano. Pure tra bambini e ragazzi»
Cosa sono e cosa comportano le cure palliative? E a che punto è l’Italia su questo delicato versante? Non c’è modo migliore, per approfondire un tema così ricco d’implicazioni bioetiche sul fine vita, che parlarne con una figura esperta. La Verità ha contattato la dottoressa Tania Piccione, presidente della Cic-cp - acronimo che sta per Commissione italiana dei cittadini per le cure palliative, costituitasi da pochi mesi - e della Federazione cure palliative.
Dottoressa Piccione, che cos’è la Commissione dei cittadini per le cure palliative?
«È un progetto che si inserisce all’interno della Federazione cure palliative, che è la rete associativa di tutti gli enti del terzo settore che si occupano di cure palliative a livello nazionale; sono circa 113 enti, tra cui alcuni che erogano servizi di cure palliative sia residenziali sia domiciliari, altri invece sono proprio associazioni di volontariato».
Che obbiettivi vi siete dati?
«Come federazione, nel piano strategico, abbiamo quello di divulgare le cure palliative, quindi di diffondere le cure palliative a livello nazionale, ma soprattutto di coinvolgere la cittadinanza attraverso un approccio che venga dal basso: e così è partita l’iniziativa di istituire una commissione di cittadini. L’esperienza è mutuata da un’altra che è stata fatta in Francia qualche anno fa. Quindi abbiamo lanciato una call to action ai cittadini per cercare di capire che tipo di interesse ci fosse nei confronti delle cure palliative, costituendo un gruppo che oggi vede circa 200 persone che stanno riflettendo su alcune tematiche inerenti alle cure palliative».
Chi sono queste 200 persone al lavoro?
«Sul progetto stanno lavorando essenzialmente i cittadini ma, all’interno del gruppo, ci sono anche professionisti sanitari, c’è qualche volontario, ci sono genitori che hanno avuto esperienze di perdita dei propri figli, ci sono insegnanti. L’obiettivo è riflettere su alcune tematiche e arrivare a fine aprile con dei documenti di posizionamento che poi ci faremo carico, come federazione, di portare all’attenzione dei decisori politici con l’obiettivo, appunto, di accendere i riflettori su queste tematiche e, soprattutto, incidere anche sulle scelte politiche».
A che punto è l’Italia sul fronte delle cure palliative?
«Secondo gli ultimi dati, oltre 500.000 persone adulte necessitano di cure palliative, di cui oltre un terzo presenta bisogni di complessità elevata che richiedono quindi l’intervento di équipe specialistiche. Sono chiaramente destinati a crescere con il progressivo invecchiamento della popolazione e anche con il conseguente aumento dell’incidenza delle patologie cronico-degenerative. Per quantoe riguarda i pazienti minori che hanno bisogno di cure palliative pediatriche, ammontano a 35.000 bambini o comunque neonati, bambini, adolescenti di cui circa 11.000 hanno bisogno di servizi specialistici e ogni anno i bambini che hanno bisogno di questo tipo di assistenza aumenta del 5%».
Quindi accedono a queste cure molti meno di quanti ne avrebbero bisogno?
«Sì esatto, un adulto su tre accede alle cure palliative e un minore su quattro, quindi la rete di cure palliative pediatriche riesce a coprire in questo momento il 25% del fabbisogno; e tutto questo nonostante la legge 38 del 2010 abbia sancito il diritto alle cure palliative in Italia, che sono ancora sottoutilizzate: solo il 30% degli adulti e il 25% dei minori che ne avrebbe bisogno accede a questi servizi».
Come si spiega questa carenza?
«Tra le cause principali sicuramente c’è una parte culturale, quindi una scarsa conoscenza tra i cittadini e i professionisti sanitari delle cure palliative, che non sono solo di fine vita, dato che rappresentano la cura di individui di ogni età con gravi sofferenze, includendo la prevenzione, la diagnosi precoce, la valutazione globale del dolore, la gestione dei problemi fisici. C’è poi una difficoltà d’intercettare precocemente il bisogno di cure palliative e c’è il tema delle barriere o, comunque, una disparità regionale e locale nell’organizzazione delle cure palliative, nel senso che lo sviluppo delle reti è ancora disomogeneo».
È vero che queste cure hanno un’alta incidenza di abbattimento di richieste di morte e di sentimenti di disperazione nei pazienti?
«Sì. Il problema oggi, dal nostro punto di vista - posto che ciascuna persona, secondo il principio di autodeterminazione, può scegliere come vivere la propria malattia -, è lavorare affinché le cure palliative siano un diritto esigibile per tutte le persone di ogni età, indipendentemente dalla latitudine in cui vivono perché soltanto se una persona ha a disposizione tutte le risposte assistenziali possibili, poi, è davvero libera di scegliere quello che vuole».
Molti pazienti andati in Svizzera per la morte assistita, se non erro, non avevano avuto adeguato accesso a tali cure.
«Sì e spesso, anche se non sempre, dietro una richiesta di morte assistita c’è proprio una carenza di una rete di supporto».
Riparte l’iter della legge sul fine vita
Il fine vita sta per tornare al centro del dibattito in Parlamento. Tra pochi giorni infatti, precisamente il 17 febbraio, è calendarizzato sull’agenda del Senato il disegno di legge 104, recante Disposizioni in materia di morte medicalmente assistita. La legge interviene sull’articolo 580 del Codice penale, introducendo - sulla scia della sentenza della Corte costituzionale numero 242 del 2019, non a caso nota anche come «sentenza Cappato» - la non punibilità per chi agevoli il suicidio di soggetti maggiorenni che, capaci di intendere di volere, versino in una condizione clinica irreversibile e che tale condizione cagioni loro sofferenze fisiche e psicologiche che l’aspirante suicida trovi assolutamente intollerabili nonostante il previo coinvolgimento in cure palliative. Va detto che, tra le previsioni di tale norma, c’è anche l’istituzione di un Centro di coordinamento nazionale dei comitati etici territoriali, incaricato di rilasciare il parere obbligatorio, di cui anche un giudice dovrebbe tener conto, sulla sussistenza o meno dei requisiti per l’esclusione della punibilità del suicidio assistito.
Tale centro dovrebbe essere composto da: un giurista (un professore universitario o avvocato abilitato alle giurisdizioni superiori), un bioeticista, un medico specialista in anestesia, rianimazione e terapia del dolore, un medico specialista in cure palliative, un medico specialista in psichiatria, un medico specialista in medicina legale, uno psicologo, un infermiere, un farmacologo.
Tutto questo è l’esito d’un lavoro che, lo scorso 11 settembre, ha visto i relatori Ignazio Zullo di Fratelli d’Italia e Pierantonio Zanettin di Forza Italia depositare sette emendamenti, che hanno ridefinito il testo base di partenza del luglio 2025. Nonostante tali modifiche, permane forte, anzitutto, la contrarietà della sinistra e del mondo radicale che vorrebbero una legge assai più permissiva. Prova ne sono le parole di Marco Cappato, che ancora lo scorso settembre, affermava apertamente che «il testo in discussione in Parlamento non mira a regolamentare il fine vita, ma a cancellare i diritti che abbiamo conquistato a colpi di disobbedienze civili».
Al tempo stesso, rispetto alla legge di cui si discute in Parlamento, c’è pure la contrarietà del mondo pro life italiano. In particolare, Pro vita & famiglia ha sempre definito «irricevibile» ogni tentativo di normare il suicidio assistito, ribadendo la libertà del Parlamento di non legiferare sulla materia. Una lettura che ha trovato un nuovo appoggio nella sentenza della Corte costituzionale numero 205 del 2025, con cui, oltre a silurare gran parte della legge della Toscana sulla morte on demand, la Consulta ha da un lato chiarito che non esiste alcun obbligo per il Parlamento di legiferare, giacché le sue sentenze sono «autoapplicative», e, dall’altro, come notato da giuristi come l’avvocato Carmelo Leotta del Centro studi Livatino, ha definito i principi sul fine vita finora stabiliti «suscettibili di modificazioni», con la conseguenza che il legislatore non è in alcun modo tenuto a trasformare in legge i contenuti della citata sentenza numero 242 del 2019. Lo stesso governo, pur a fronte di una maggioranza parlamentare che potrebbe votare una legge sul fine vita, non ha mai deciso di spingere in questa direzione e, a sorpresa, anche il cardinale Matteo Zuppi, in apertura del recente Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana, ha avuto parole molto chiare di critica alla legittimazione giuridica di eutanasia e suicidio assistito; critica che, con ogni probabilità, trova d’accordo anche papa Leone XIV, dettosi deluso dopo che lo Stato americano dell’Illinois aveva legiferato su queste materie.
Sempre Prevost, nel giugno 2025, aveva rivolto ai pellegrini francesi, con un’indiretta ma chiara allusione al Parlamento d’Oltralpe, alle prese con una legge sul fine vita, una critica a «chi oggi fatica a trovare un senso alla vita umana anche nella sua ultima ora». La partita parlamentare sul fine vita sembra dunque ancora piuttosto aperta.
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Ecco #DimmiLaVerità del 2 febbraio 2026. Il senatore di Fdi Guido Castelli, commissario straordinario per il terremoto del Centro Italia 2016-17, ci spiega cosa si potrà fare per le famiglie di Niscemi.