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2018-05-30
Soldi dall’indagato per mafia al commissario che ci insulta
ANSA
L'uomo che si augura che i mercati insegnino agli italiani a votare non ce l'ha con i nostri connazionali in quanto tali, ma solo con i cosiddetti populisti. Infatti negli anni Novanta Günther Oettinger, commissario europeo al Bilancio e dirigente della Cdu di Angela Merkel, venne attenzionato in Germania per lo scambio di amorosi sensi con equivoci personaggi calabresi che 30 anni fa finanziavano le sue campagne elettorali.
Quindi a dare lezioni di voto ai nostri connazionali è un signore che ama la 'nduja, ma anche, sembra, i soldini degli italiani, senza preoccuparsi troppo della provenienza.
A gennaio in Germania è stato arrestato Mario Lavorato. Negli anni Novanta Oettinger definiva «il mio (ristorante, ndr) italiano» la pizzeria di questo sessantaduenne calabrese. All'epoca Lavorato era indagato in Germania e il telefono del suo locale era intercettato. Qui Oettinger e i suoi amici si recavano per mangiare in allegria, ma anche per cercare finanziamenti. Nella pizzeria sarebbe persino stata organizzata una «serata calabrese» a sostegno della Cdu. Negli stessi anni Lavorato venne coinvolto in un'indagine italiana, l'operazione Galassia, ma venne assolto dalle accuse di mafia. Dopo questo incidente di percorso avrebbe continuato indisturbato a fare il plenipotenziario delle 'ndrine in Germania, offrendo a prezzi stracciati ai lavoratori antipasti gustosi, dai pomodori ripieni alle melanzane. In Calabria, a Mandatoriccio mare, in provincia di Cosenza, Lavorato ha inaugurato anche il Villaggio camping da Mario, che ha un occhio di riguardo per la clientela tedesca, in particolare per le famiglie di Stoccarda, accolte da striscioni con scritto Guten tag.
A gennaio i carabinieri del Ros e i magistrati della Dda di Catanzaro, coordinati dal procuratore Nicola Gratteri, hanno realizzato l'operazione Stige che ha portato all'arresto di 170 persone, tra cui Lavorato. L'indagine ha sbaragliato la cosca di Cirò Marina (Crotone) Farao-Marincola che costringeva i ristoratori italiani della zona di Stoccarda ad acquistare dai suoi uomini vini, prodotti per la pizza e prodotti ortofrutticoli e pescato. E il loro plenipotenziario sarebbe stato proprio Lavorato, che è finito in manette con l'accusa di associazione mafiosa finalizzata all'estorsione. Ma dietro a quei commerci c'erano anche altri affari. Per esempio gli investigatori hanno messo sotto controllo un Inter Club della cittadina tedesca di Fellbach, che fungeva anche da centro di stoccaggio di banconote contraffatte provenienti dall'Italia. Secondo un'ipotesi investigativa il denaro contraffatto veniva realizzato a Mandatoriccio, il paese natio di Lavorato. Ma il suo coinvolgimento in questo traffico illecito non è ancora stato accertato. L'uomo a Fellbach era di casa al ristorante Gallo nero e in un altro locale chiamato Pizza presto.
Nella veste di locandiere conobbe il futuro commissario europeo Oettinger, all'epoca governatore del Baden-Wurttemberg. La vicenda emerse durante la cosiddetta operazione antimafia Galassia.
Nel 1994 il nome di Lavorato finì sui giornali tedeschi perché aveva finanziato con migliaia di marchi la campagna elettorale di Oettinger.
All'epoca gli inquirenti erano convinti che i soldi utilizzati dal presunto 'ndranghetista non fossero frutto della sua attività di pizzaiolo, ma provenissero dal traffico di droga e dal riciclaggio. Nella sua cassaforte e sul conto bancario di Lavorato venne trovato un milione di marchi. Ma furono le intercettazioni telefoniche a destare il maggiore scalpore. Infatti registrarono la voce di Oettinger.
L'allora ministro della Giustizia del Baden-Wurttemberg, il cristiano democratico Thomas Schaeuble (Cdu) informò il collega di partito delle indagini sul suo amico italiano, di cui era venuto a conoscenza, e gli consigliò di non chiamare più il ristorante. Anche il ministro dell'Interno, il socialdemocratico Frieder Birzele (Spd), mise in guardia Oettinger da quelle relazioni pericolose. Le due segnalazioni diventarono di pubblico dominio e a causa delle polemiche venne istituita una commissione d'inchiesta. Secondo il Corriere della Calabria «però la maggioranza dei commissari giunse alla conclusione che era “giustificato e necessario" informare Oettinger, perché “la strumentalizzazione dei politici" appartiene alla tipica procedura della criminalità organizzata perché “è pratica comune usare la conoscenza con i politici per aumentare il loro prestigio e mostrare presunta influenza"». Da allora Oettinger ha sottolineato più volte di non avere più avuto alcun contatto con Mario Lavorato.
Nel 2009 quest'ultimo è stato uno dei fondatori della Armig, un'associazione senza scopo di lucro italo-tedesca nata come centro di cultura tricolore. Ma in pochi anni, secondo gli investigatori tedeschi, si sarebbe trasformata in «un'associazione a delinquere, formatasi per porre in essere il reato di riciclaggio».
Nel 2014 la Armig avrebbe registrato un forte incremento. Infatti in quell'anno si sono associati numerosi gastronomi della regione e, «grazie al diretto intervento di Mario Lavorato sono stati convinti a diventare soci anche (...) altre persone importanti della Calabria e del Principato di Monaco con probabili collegamenti alla 'ndrangheta». Secondo la polizia criminale tedesca l'associazione calabrese sarebbe riuscita a intessere rapporti stabili «con esponenti della finanza e della politica tedesca».
Giacomo Amadori
Il ricatto dell’Ue: ci dà 2 miliardi in più basta che votiamo come dicono i mercati
Dopo settimane di bastonate da parte dell'Unione europea, ecco arrivare la carota per il nostro Paese. Le indiscrezioni degli scorsi giorni sono state confermate dalla conferenza stampa svoltasi ieri a Bruxelles: l'Italia beneficerà di maggiori fondi nel campo della coesione e dello sviluppo territoriale previsti budget Ue per il settennato 2021-2027. Un pilastro del bilancio europeo che vale complessivamente 367 miliardi di euro. Se le proposte illustrate ieri dalla Commissione europea verranno approvate, Roma riceverà 38,6 miliardi, 2,3 in più rispetto al precedente esercizio 2014-2020 (+6,4%). Buone notizie, verrebbe da pensare. Ma la benevolenza della Commissione è tutto fuorché gratuita.
L'annuncio da parte di Bruxelles arriva nello stesso giorno dell'ennesima, clamorosa gaffe proprio dello stesso Commissario europeo che guida l'ufficio che si occupa di redigere budget, il tedesco Günther Oettinger. «I mercati spingeranno gli italiani a non votare per i populisti», ha dichiarato Oettinger nel corso di un'intervista rilasciata alla Deutsche Welle. Inizialmente il giornalista Bernd Thomas Riegert aveva twittato una sintesi: «I mercati insegneranno agli italiani a votare nel modo giusto». Sintesi che si è precipitato a smentire, con un autodafè cui ha fatto seguito una versione più aderente alla cronaca, che però non ha spostato di un millimetro la sostanza.
Parole che hanno immediatamente suscitato l'unanime indignazione da parte del mondo politico italiano. Durissimo il leader della Lega, Matteo Salvini. «Pazzesco, a Bruxelles sono senza vergogna», scrive Salvini su Facebook. «Se non è una minaccia questa… Io non ho paura, siamo più forti, prima gli italiani!». Drastico anche Luigi Di Maio, che su Twitter definisce «assurde» le parole di Oettinger. «Questa gente», aggiunge il capo politico del Movimento, «tratta l'Italia come una colonia estiva dove venire a passare le vacanze. Ma tra pochi mesi nascerà un governo del cambiamento e in Europa ci faremo finalmente rispettare». Ci prova anche Maurizio Martina a condannare le dichiarazioni del Commissario tedesco: «Nessuno può dire agli italiani come votare. Meno che mai i mercati. Ci vuole rispetto per l'Italia».
L'uscita sconsiderata di Oettinger ha costretto il presidente Jean-Claude Juncker a un'imbarazzato intervento: «Commento sconsiderato. La posizione ufficiale della Commissione è la seguente: compete agli italiani e soltanto a loro decidere sul futuro del loro Paese, a nessun altro». Poche ore dopo, arrivano le scuse dell'improvvido tedesco: «In riferimento agli attuali sviluppi di mercato in Italia, non volevo essere irrispettoso e mi scuso per questo».
La minaccia di Oettinger era arrivata con un tempismo perfetto ma, nella loro brutale franchezza, aiutano a comprendere le reali intenzioni della Commissione. La distribuzione dei fondi segue infatti una precisa logica politica, distante anni luce dalle reali necessità dei Paesi membri. Non per niente gli aumenti più sostanziosi riguardano quelle realtà a rischio di nuove elezioni, cioè Spagna (+1,6 miliardi pari al 5% in più rispetto al 2014-2020) e l'Italia, oppure la Grecia, che ad agosto uscirà dal programma di sorveglianza speciale della Troika. Bruxelles prova nervosamente a tenere il controllo della situazione, alternando ingerenze e gratificazioni.
Ne sanno qualcosa i paesi dell'Est, costretti a subire pesanti riduzioni sulle somme assegnate. Le più penalizzate risultano l'Ungheria del «ribelle» Viktor Orbán, la Lituania, l'Estonia, la Repubblica Ceca, tutte oggetto di un taglio del 24% rispetto al precedente settennato. Seguono Polonia (-23%) e Lettonia (-13%). Sulla carta la colpa di questa emorragia di denaro è da attribuire alla nuova metodologia adottata dalla Commissione, che assegna più fondi ai Paesi che con maggiori flussi migratori e una disoccupazione più elevata. Nella realtà, i Paesi orientali e in particolare il gruppo «Visegrad» (cioè Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia) sono da mesi nel mirino di Bruxelles per l'insofferenza dimostrata riguarda ai temi dell'immigrazione e della giustizia. Un segnale che è in atto una crisi a questo livello è senza dubbio la decisione di rafforzare il vincolo tra l'entità degli stanziamenti e il rispetto dello stato di diritto negli Stati membri. Con le nuove regole annunciate all'inizio del mese in occasione della presentazione della bozza di budget, la Commissione potrà disporre del potere quasi illimitato di sospendere, ridurre o addirittura revocare le somme stanziate nel caso vengano riscontrate gravi violazioni in questo senso.
La Polonia ha già reagito duramente alla proposta di ridurre le dotazioni future. Joanna Kopcinska, portavoce dell'esecutivo guidato da Mateusz Morawiecki, ha dichiarato ieri a un'emittente radiofonica nazionale che «la ripartizione dei fondi è inaccettabile per i Paesi dell'Europa centrale». A metà mese il ministro polacco per gli Affari europei, Konrad Szymanski, aveva annunciato che Varsavia non avrebbe tollerato tagli «rivoluzionari» al budget. Raggiunto dalla Verità, l'eurodeputato Stanislaw Zóltek ha espresso tutto il proprio disappunto per le decisioni della Commissione. «È del tutto evidente», spiega Zóltek, «che l'intenzione della Commissione non è solo quella di colpire i paesi del blocco orientale, ma anche dare una sorta di contentino a quei paesi come l'Italia e la Spagna che con le loro crisi politiche minacciano la sopravvivenza dell'euro». «Sono favorevole ai tagli», conclude l'eurodeputato, «ma questo sistema non riduce realmente il budget, piuttosto assegna premi e penalità ai singoli membri. Così facendo la Commissione, anziché dimostrare imparzialità, punta a far rimanere allineati i paesi alla propria ideologia infetta».
Antonio Grizzuti
Spread a 300 e Moody’s ci tiene sulla corda
Piazza Affari deraglia nuovamente, con le banche ancora una volta sotto attacco. Lo spread, il differenziale sul decennale che ha superato per la prima volta negli ultimi cinque anni il muro dei 300 punti base e il rendimento del biennale che è schizzato fino al 2,72%, ha spinto la volatilità sul listino milanese, con il Ftse mib scivolato indietro del 2,65% a 21.350 punti sui nuovi minimi annui.
Molto male gli istituti di credito, con sospensioni a ripetizione durante la seduta per eccesso di ribasso. A fare peggio di tutti, alla chiusura, è stato BancoBpm, che lascia sul campo il 6,37% a 2,1 euro, seguita da Banca Generali (-6,09% a 20,04 euro) e Unicredit (-5,61% a 13,97 euro). A rendere così sensibile il comparto sono proprio le esposizioni verso il rischio sovrano italiano, che nel caso dell'istituto nato dalla fusione tra Bpm e Banco Popolare si attestano al 327% del capitale Cet1, secondo quanto rilevato dal direttore degli Studi economici della Ieseg school of management in una analisi basata sui risultati degli esercizi condotti nel giugno 2017 dall'Autorità bancaria europea in tema di trasparenza. Sono ben dieci le banche italiane la cui esposizione supera il parametro utilizzato per valutare la loro solidità: da Iccrea (620,8%) a Ubi (141%), passando per Monte dei Paschi (206%) e per Unicredit e Intesa Sanpaolo (entrambe al 145%). Tra le altre big del listino, spicca la flessione del 2,27% di Telecom Italia, scesa sotto quota 70 centesimi ad azione, e Leonardo, che perde il 5,39% a 8,3 euro. Pochi i rialzi e concentrati nel settore dell'energia, sostenuto oggi dal recupero del petrolio dopo la debolezza degli ultimi giorni, con il prezzo del Brent in crescita di un punto percentuale in area 76 dollari per barile. A giovarne sono state Eni (+0,13% a 15,09 euro), Tenaris (+0,54% a 15,78 euro) e Saipem, maglia rosa del Ftsemib con un progresso del 3,22% a 3,61 euro.
Al di là dei numeri asciutti la giornata di Borsa è stata caratterizzata dalla spada di Damocle firmata Moody's.
Gli ultimi sviluppi della situazione politica italiana «non cambiano la nostra recente decisione di mettere sotto osservazione il rating del debito italiano per un downgrade», ha spiegato ieri l'agenzia di rating tramite una nota, dopo che venerdì aveva comunicato di aver in corso una revisione sul suo giudizio dell'Italia, attualmente valutata Baa2. «Revisione che terminerà quando sarà più chiara la direzione della politica italiana», tanto che letteralmente Moody's avverte che il rating sovrano dell'Italia «verrà ridotto se la nostra conclusione sarà che chiunque componga il prossimo governo italiano metterà in campo politiche di bilancio inadeguate a mettere il debito italiano in una rotta discendente di lungo periodo. La mancanza di un'agenda di riforme sufficiente ad assicurare crescita di lungo termine sarà ugualmente negativa per il rating», spiega ancora l'agenzia internazionale. Tradotto, significa che Moody's sospenderà il giudizio fino a che l'eventuale nuovo governo Cottarelli farà i compiti assegnati dall'Europa: riforme e taglio del debito. È chiaro che i mercati sanno che in caso di declassamento l'Italia sarà fuori dal programma di Quantitative easing e non potrà più usufruire dello scudo di Mario Draghi. La minaccia è patente: o un governo filoeuropeista o sfiliamo la copertura della Bce. Le conseguenze sono facilmente immaginabili. A cominciare dal comparto bancario. Le turbolenze dei mercati di questi giorni, se prolungate, rischiano di creare problemi sul fronte della raccolta e della capacità di erogare prestiti proprio nel momento in cui le banche italiane stavano uscendo dalla crisi riducendo i due principali fattori di rischio: crediti deteriorati ed esposizione ai titoli di Stato mentre il patrimonio si è rafforzato con le grandi operazioni, private e con il sostegno pubblico, su Mps e le venete. L'irrompere della tecnologia e una redditività ancora scarsa per le piccole impongono di proseguire nel contenimento delle spese e dei costi del personale oltre che trovare nuovi fonti di reddito offrendo servizi aggiuntivi. L'ingresso dei giganti del web nel comparto della finanza, da Paypal a Google passando per Amazon, impone di non innalzare barriere alla concorrenza in una sterile difesa delle proprie posizioni ma di valorizzare il grande patrimonio informativo sulle imprese offrendo nuovi servizi. Alla concorrenza firmata Silicon valley si aggiunge così l'instabilità continua delle norme sempre più stringenti in tema di patrimonializzazione degli istituti. Il prossimo 28 giugno a Bruxelles si deciderà il futuro dell'unione bancaria e c'è da scommettere che in tema di sofferenze le nostre banche ne usciranno ulteriormente penalizzate. Difficile sopportare uno spread così elevato.
Gianluca De Maio
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Negli anni Novanta il commissario al Bilancio Günther Oettinger finì sui giornali perché un presunto 'ndranghetista, arrestato pochi mesi fa dalla Dda di Catanzaro, finanziò la sua campagna elettorale.Il politico Cdu destina più risorse all'Italia e poi minaccia: «La Borsa vi indicherà chi scegliere alle urne».Intanto, l'agenzia di rating Moody's minaccia il downgrade ma aspetta «evoluzioni politiche». I bancari affondano Piazza Affari.Lo speciale contiene tre articoliL'uomo che si augura che i mercati insegnino agli italiani a votare non ce l'ha con i nostri connazionali in quanto tali, ma solo con i cosiddetti populisti. Infatti negli anni Novanta Günther Oettinger, commissario europeo al Bilancio e dirigente della Cdu di Angela Merkel, venne attenzionato in Germania per lo scambio di amorosi sensi con equivoci personaggi calabresi che 30 anni fa finanziavano le sue campagne elettorali. Quindi a dare lezioni di voto ai nostri connazionali è un signore che ama la 'nduja, ma anche, sembra, i soldini degli italiani, senza preoccuparsi troppo della provenienza. A gennaio in Germania è stato arrestato Mario Lavorato. Negli anni Novanta Oettinger definiva «il mio (ristorante, ndr) italiano» la pizzeria di questo sessantaduenne calabrese. All'epoca Lavorato era indagato in Germania e il telefono del suo locale era intercettato. Qui Oettinger e i suoi amici si recavano per mangiare in allegria, ma anche per cercare finanziamenti. Nella pizzeria sarebbe persino stata organizzata una «serata calabrese» a sostegno della Cdu. Negli stessi anni Lavorato venne coinvolto in un'indagine italiana, l'operazione Galassia, ma venne assolto dalle accuse di mafia. Dopo questo incidente di percorso avrebbe continuato indisturbato a fare il plenipotenziario delle 'ndrine in Germania, offrendo a prezzi stracciati ai lavoratori antipasti gustosi, dai pomodori ripieni alle melanzane. In Calabria, a Mandatoriccio mare, in provincia di Cosenza, Lavorato ha inaugurato anche il Villaggio camping da Mario, che ha un occhio di riguardo per la clientela tedesca, in particolare per le famiglie di Stoccarda, accolte da striscioni con scritto Guten tag. A gennaio i carabinieri del Ros e i magistrati della Dda di Catanzaro, coordinati dal procuratore Nicola Gratteri, hanno realizzato l'operazione Stige che ha portato all'arresto di 170 persone, tra cui Lavorato. L'indagine ha sbaragliato la cosca di Cirò Marina (Crotone) Farao-Marincola che costringeva i ristoratori italiani della zona di Stoccarda ad acquistare dai suoi uomini vini, prodotti per la pizza e prodotti ortofrutticoli e pescato. E il loro plenipotenziario sarebbe stato proprio Lavorato, che è finito in manette con l'accusa di associazione mafiosa finalizzata all'estorsione. Ma dietro a quei commerci c'erano anche altri affari. Per esempio gli investigatori hanno messo sotto controllo un Inter Club della cittadina tedesca di Fellbach, che fungeva anche da centro di stoccaggio di banconote contraffatte provenienti dall'Italia. Secondo un'ipotesi investigativa il denaro contraffatto veniva realizzato a Mandatoriccio, il paese natio di Lavorato. Ma il suo coinvolgimento in questo traffico illecito non è ancora stato accertato. L'uomo a Fellbach era di casa al ristorante Gallo nero e in un altro locale chiamato Pizza presto. Nella veste di locandiere conobbe il futuro commissario europeo Oettinger, all'epoca governatore del Baden-Wurttemberg. La vicenda emerse durante la cosiddetta operazione antimafia Galassia.Nel 1994 il nome di Lavorato finì sui giornali tedeschi perché aveva finanziato con migliaia di marchi la campagna elettorale di Oettinger. All'epoca gli inquirenti erano convinti che i soldi utilizzati dal presunto 'ndranghetista non fossero frutto della sua attività di pizzaiolo, ma provenissero dal traffico di droga e dal riciclaggio. Nella sua cassaforte e sul conto bancario di Lavorato venne trovato un milione di marchi. Ma furono le intercettazioni telefoniche a destare il maggiore scalpore. Infatti registrarono la voce di Oettinger. L'allora ministro della Giustizia del Baden-Wurttemberg, il cristiano democratico Thomas Schaeuble (Cdu) informò il collega di partito delle indagini sul suo amico italiano, di cui era venuto a conoscenza, e gli consigliò di non chiamare più il ristorante. Anche il ministro dell'Interno, il socialdemocratico Frieder Birzele (Spd), mise in guardia Oettinger da quelle relazioni pericolose. Le due segnalazioni diventarono di pubblico dominio e a causa delle polemiche venne istituita una commissione d'inchiesta. Secondo il Corriere della Calabria «però la maggioranza dei commissari giunse alla conclusione che era “giustificato e necessario" informare Oettinger, perché “la strumentalizzazione dei politici" appartiene alla tipica procedura della criminalità organizzata perché “è pratica comune usare la conoscenza con i politici per aumentare il loro prestigio e mostrare presunta influenza"». Da allora Oettinger ha sottolineato più volte di non avere più avuto alcun contatto con Mario Lavorato.Nel 2009 quest'ultimo è stato uno dei fondatori della Armig, un'associazione senza scopo di lucro italo-tedesca nata come centro di cultura tricolore. Ma in pochi anni, secondo gli investigatori tedeschi, si sarebbe trasformata in «un'associazione a delinquere, formatasi per porre in essere il reato di riciclaggio». Nel 2014 la Armig avrebbe registrato un forte incremento. Infatti in quell'anno si sono associati numerosi gastronomi della regione e, «grazie al diretto intervento di Mario Lavorato sono stati convinti a diventare soci anche (...) altre persone importanti della Calabria e del Principato di Monaco con probabili collegamenti alla 'ndrangheta». Secondo la polizia criminale tedesca l'associazione calabrese sarebbe riuscita a intessere rapporti stabili «con esponenti della finanza e della politica tedesca».Giacomo Amadori<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ottinger-mercati-italia-2573352976.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-ricatto-dellue-ci-da-2-miliardi-in-piu-basta-che-votiamo-come-dicono-i-mercati" data-post-id="2573352976" data-published-at="1777496015" data-use-pagination="False"> Il ricatto dell’Ue: ci dà 2 miliardi in più basta che votiamo come dicono i mercati Dopo settimane di bastonate da parte dell'Unione europea, ecco arrivare la carota per il nostro Paese. Le indiscrezioni degli scorsi giorni sono state confermate dalla conferenza stampa svoltasi ieri a Bruxelles: l'Italia beneficerà di maggiori fondi nel campo della coesione e dello sviluppo territoriale previsti budget Ue per il settennato 2021-2027. Un pilastro del bilancio europeo che vale complessivamente 367 miliardi di euro. Se le proposte illustrate ieri dalla Commissione europea verranno approvate, Roma riceverà 38,6 miliardi, 2,3 in più rispetto al precedente esercizio 2014-2020 (+6,4%). Buone notizie, verrebbe da pensare. Ma la benevolenza della Commissione è tutto fuorché gratuita. L'annuncio da parte di Bruxelles arriva nello stesso giorno dell'ennesima, clamorosa gaffe proprio dello stesso Commissario europeo che guida l'ufficio che si occupa di redigere budget, il tedesco Günther Oettinger. «I mercati spingeranno gli italiani a non votare per i populisti», ha dichiarato Oettinger nel corso di un'intervista rilasciata alla Deutsche Welle. Inizialmente il giornalista Bernd Thomas Riegert aveva twittato una sintesi: «I mercati insegneranno agli italiani a votare nel modo giusto». Sintesi che si è precipitato a smentire, con un autodafè cui ha fatto seguito una versione più aderente alla cronaca, che però non ha spostato di un millimetro la sostanza. Parole che hanno immediatamente suscitato l'unanime indignazione da parte del mondo politico italiano. Durissimo il leader della Lega, Matteo Salvini. «Pazzesco, a Bruxelles sono senza vergogna», scrive Salvini su Facebook. «Se non è una minaccia questa… Io non ho paura, siamo più forti, prima gli italiani!». Drastico anche Luigi Di Maio, che su Twitter definisce «assurde» le parole di Oettinger. «Questa gente», aggiunge il capo politico del Movimento, «tratta l'Italia come una colonia estiva dove venire a passare le vacanze. Ma tra pochi mesi nascerà un governo del cambiamento e in Europa ci faremo finalmente rispettare». Ci prova anche Maurizio Martina a condannare le dichiarazioni del Commissario tedesco: «Nessuno può dire agli italiani come votare. Meno che mai i mercati. Ci vuole rispetto per l'Italia». L'uscita sconsiderata di Oettinger ha costretto il presidente Jean-Claude Juncker a un'imbarazzato intervento: «Commento sconsiderato. La posizione ufficiale della Commissione è la seguente: compete agli italiani e soltanto a loro decidere sul futuro del loro Paese, a nessun altro». Poche ore dopo, arrivano le scuse dell'improvvido tedesco: «In riferimento agli attuali sviluppi di mercato in Italia, non volevo essere irrispettoso e mi scuso per questo». La minaccia di Oettinger era arrivata con un tempismo perfetto ma, nella loro brutale franchezza, aiutano a comprendere le reali intenzioni della Commissione. La distribuzione dei fondi segue infatti una precisa logica politica, distante anni luce dalle reali necessità dei Paesi membri. Non per niente gli aumenti più sostanziosi riguardano quelle realtà a rischio di nuove elezioni, cioè Spagna (+1,6 miliardi pari al 5% in più rispetto al 2014-2020) e l'Italia, oppure la Grecia, che ad agosto uscirà dal programma di sorveglianza speciale della Troika. Bruxelles prova nervosamente a tenere il controllo della situazione, alternando ingerenze e gratificazioni. Ne sanno qualcosa i paesi dell'Est, costretti a subire pesanti riduzioni sulle somme assegnate. Le più penalizzate risultano l'Ungheria del «ribelle» Viktor Orbán, la Lituania, l'Estonia, la Repubblica Ceca, tutte oggetto di un taglio del 24% rispetto al precedente settennato. Seguono Polonia (-23%) e Lettonia (-13%). Sulla carta la colpa di questa emorragia di denaro è da attribuire alla nuova metodologia adottata dalla Commissione, che assegna più fondi ai Paesi che con maggiori flussi migratori e una disoccupazione più elevata. Nella realtà, i Paesi orientali e in particolare il gruppo «Visegrad» (cioè Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia) sono da mesi nel mirino di Bruxelles per l'insofferenza dimostrata riguarda ai temi dell'immigrazione e della giustizia. Un segnale che è in atto una crisi a questo livello è senza dubbio la decisione di rafforzare il vincolo tra l'entità degli stanziamenti e il rispetto dello stato di diritto negli Stati membri. Con le nuove regole annunciate all'inizio del mese in occasione della presentazione della bozza di budget, la Commissione potrà disporre del potere quasi illimitato di sospendere, ridurre o addirittura revocare le somme stanziate nel caso vengano riscontrate gravi violazioni in questo senso. La Polonia ha già reagito duramente alla proposta di ridurre le dotazioni future. Joanna Kopcinska, portavoce dell'esecutivo guidato da Mateusz Morawiecki, ha dichiarato ieri a un'emittente radiofonica nazionale che «la ripartizione dei fondi è inaccettabile per i Paesi dell'Europa centrale». A metà mese il ministro polacco per gli Affari europei, Konrad Szymanski, aveva annunciato che Varsavia non avrebbe tollerato tagli «rivoluzionari» al budget. Raggiunto dalla Verità, l'eurodeputato Stanislaw Zóltek ha espresso tutto il proprio disappunto per le decisioni della Commissione. «È del tutto evidente», spiega Zóltek, «che l'intenzione della Commissione non è solo quella di colpire i paesi del blocco orientale, ma anche dare una sorta di contentino a quei paesi come l'Italia e la Spagna che con le loro crisi politiche minacciano la sopravvivenza dell'euro». «Sono favorevole ai tagli», conclude l'eurodeputato, «ma questo sistema non riduce realmente il budget, piuttosto assegna premi e penalità ai singoli membri. Così facendo la Commissione, anziché dimostrare imparzialità, punta a far rimanere allineati i paesi alla propria ideologia infetta». Antonio Grizzuti <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ottinger-mercati-italia-2573352976.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="spread-a-300-e-moodys-ci-tiene-sulla-corda" data-post-id="2573352976" data-published-at="1777496015" data-use-pagination="False"> Spread a 300 e Moody’s ci tiene sulla corda Piazza Affari deraglia nuovamente, con le banche ancora una volta sotto attacco. Lo spread, il differenziale sul decennale che ha superato per la prima volta negli ultimi cinque anni il muro dei 300 punti base e il rendimento del biennale che è schizzato fino al 2,72%, ha spinto la volatilità sul listino milanese, con il Ftse mib scivolato indietro del 2,65% a 21.350 punti sui nuovi minimi annui. Molto male gli istituti di credito, con sospensioni a ripetizione durante la seduta per eccesso di ribasso. A fare peggio di tutti, alla chiusura, è stato BancoBpm, che lascia sul campo il 6,37% a 2,1 euro, seguita da Banca Generali (-6,09% a 20,04 euro) e Unicredit (-5,61% a 13,97 euro). A rendere così sensibile il comparto sono proprio le esposizioni verso il rischio sovrano italiano, che nel caso dell'istituto nato dalla fusione tra Bpm e Banco Popolare si attestano al 327% del capitale Cet1, secondo quanto rilevato dal direttore degli Studi economici della Ieseg school of management in una analisi basata sui risultati degli esercizi condotti nel giugno 2017 dall'Autorità bancaria europea in tema di trasparenza. Sono ben dieci le banche italiane la cui esposizione supera il parametro utilizzato per valutare la loro solidità: da Iccrea (620,8%) a Ubi (141%), passando per Monte dei Paschi (206%) e per Unicredit e Intesa Sanpaolo (entrambe al 145%). Tra le altre big del listino, spicca la flessione del 2,27% di Telecom Italia, scesa sotto quota 70 centesimi ad azione, e Leonardo, che perde il 5,39% a 8,3 euro. Pochi i rialzi e concentrati nel settore dell'energia, sostenuto oggi dal recupero del petrolio dopo la debolezza degli ultimi giorni, con il prezzo del Brent in crescita di un punto percentuale in area 76 dollari per barile. A giovarne sono state Eni (+0,13% a 15,09 euro), Tenaris (+0,54% a 15,78 euro) e Saipem, maglia rosa del Ftsemib con un progresso del 3,22% a 3,61 euro. Al di là dei numeri asciutti la giornata di Borsa è stata caratterizzata dalla spada di Damocle firmata Moody's. Gli ultimi sviluppi della situazione politica italiana «non cambiano la nostra recente decisione di mettere sotto osservazione il rating del debito italiano per un downgrade», ha spiegato ieri l'agenzia di rating tramite una nota, dopo che venerdì aveva comunicato di aver in corso una revisione sul suo giudizio dell'Italia, attualmente valutata Baa2. «Revisione che terminerà quando sarà più chiara la direzione della politica italiana», tanto che letteralmente Moody's avverte che il rating sovrano dell'Italia «verrà ridotto se la nostra conclusione sarà che chiunque componga il prossimo governo italiano metterà in campo politiche di bilancio inadeguate a mettere il debito italiano in una rotta discendente di lungo periodo. La mancanza di un'agenda di riforme sufficiente ad assicurare crescita di lungo termine sarà ugualmente negativa per il rating», spiega ancora l'agenzia internazionale. Tradotto, significa che Moody's sospenderà il giudizio fino a che l'eventuale nuovo governo Cottarelli farà i compiti assegnati dall'Europa: riforme e taglio del debito. È chiaro che i mercati sanno che in caso di declassamento l'Italia sarà fuori dal programma di Quantitative easing e non potrà più usufruire dello scudo di Mario Draghi. La minaccia è patente: o un governo filoeuropeista o sfiliamo la copertura della Bce. Le conseguenze sono facilmente immaginabili. A cominciare dal comparto bancario. Le turbolenze dei mercati di questi giorni, se prolungate, rischiano di creare problemi sul fronte della raccolta e della capacità di erogare prestiti proprio nel momento in cui le banche italiane stavano uscendo dalla crisi riducendo i due principali fattori di rischio: crediti deteriorati ed esposizione ai titoli di Stato mentre il patrimonio si è rafforzato con le grandi operazioni, private e con il sostegno pubblico, su Mps e le venete. L'irrompere della tecnologia e una redditività ancora scarsa per le piccole impongono di proseguire nel contenimento delle spese e dei costi del personale oltre che trovare nuovi fonti di reddito offrendo servizi aggiuntivi. L'ingresso dei giganti del web nel comparto della finanza, da Paypal a Google passando per Amazon, impone di non innalzare barriere alla concorrenza in una sterile difesa delle proprie posizioni ma di valorizzare il grande patrimonio informativo sulle imprese offrendo nuovi servizi. Alla concorrenza firmata Silicon valley si aggiunge così l'instabilità continua delle norme sempre più stringenti in tema di patrimonializzazione degli istituti. Il prossimo 28 giugno a Bruxelles si deciderà il futuro dell'unione bancaria e c'è da scommettere che in tema di sofferenze le nostre banche ne usciranno ulteriormente penalizzate. Difficile sopportare uno spread così elevato. Gianluca De Maio
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Dall’anno scorso, per questa ragione, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato un’istruttoria sull’operato di Dolomiti Superski e sulle sue presunte violazioni delle norme di libera concorrenza. Federconsorzi Dolomiti Superski e i 12 consorzi che ne fanno parte (tra le province di Bolzano, Trento e Belluno) hanno risposto negoziando una serie di proposte. La più discussa riguarderebbe un rimborso skipass per le stagioni 2022/23, 2023/24, 2024/25. Verrebbero messi sul piatto 30 milioni di euro, cifra che potrebbe corrispondere proprio a quella della sanzione massima che l’Agcm potrebbe infliggere all’azienda in caso di violazioni accertate, pari al 10% del suo fatturato. L’erogazione di 30 milioni sarebbe prevista in due forme: come «rimborso diretto monetario», pari al 20% del prezzo di uno skipass plurigiornaliero acquistato nelle ultime tre stagioni concluse, 2022/2023, 2023/2024 e 2024/2025, e a tal fine sarebbe garantito un tetto di 12 milioni. Oppure come sconto sull’acquisto di uno skipass futuro (pari al 30% del precedente esborso, con 18 milioni disponibili). Tuttavia Assoutenti non pare soddisfatta. «La soluzione non convince», afferma il presidente Gabriele Melluso, «i rimborsi saranno di entità diversa a seconda della scelta del consumatore di ottenere un indennizzo in denaro o un buono sconto su acquisti futuri, circostanza che crea discriminazioni e induce gli utenti ad acquistare nuovi skipass se vogliono ottenere il più alto vantaggio possibile. Inoltre i rimborsi arriveranno solo a chi si attiverà prima, e una volta terminato il fondo messo a disposizione, chi presenterà la richiesta, pur avendo diritto a ottenere un indennizzo, rimarrà a mani vuote». Non comparirebbe inoltre tra gli impegni la volontà di abbassare per tutti gli sciatori le tariffe skipass. In effetti l’erogazione dei risarcimenti sarà garantita dal meccanismo «first come, first served», cioè chi prima arriva, meglio alloggia. Ma non è l’unico argomento di discussione. Tra le proposte riparatrici avanzate da Dolomiti Superski, quella di «garantire piena libertà decisionale» ai consorzi «in merito a prezzi e sconti degli skipass, eliminando ogni asserita forma di coordinamento delle politiche commerciali», rendendo ciascuno libero di «determinare autonomamente la propria strategia». La proposta sarebbe quella di eliminare «tutte le indicazioni dirette o indirette di prezzo», dunque «le tre fasce di prezzi/sconti nelle quali fino a oggi venivano collocati i consorzi e le stesse soglie di sconto minimo e massimo». Dopodiché sarebbe stata prospettata l’eliminazione «di qualsivoglia forma di coordinamento» delle promozioni, eccezion fatta per la facoltà del Superski di richiedere ai consorzi di aderire al «Dolomiti Superpremière» e ai «Dolomiti Springdays». C’è tempo fino al 27 maggio per accogliere i rilievi del caso, fino alla decisione finale dell’Autorità.
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Luca Di Donna e Francesco Alcaro
Dopo Giovanni Buini e Dario Bianchi, ieri è stato il turno di Francesco Alcaro, imprenditore informatico fondatore della società Jarvit Srl, convocato dalla commissione Covid dopo che, lo scorso 15 aprile, Giacomo Amadori sulla Verità aveva pubblicato il contratto che legava l’imprenditore a Di Donna (che lavorava nello studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier grillino). Alcaro, che nel 2020 stava lavorando su un progetto da 3 milioni di euro, ha riferito di essere stato approcciato da Di Donna ed Esposito i quali, in cambio della loro intermediazione, hanno richiesto una percentuale del 5% sul valore del progetto. Il manager ha sottoscritto il contratto raccontando che, quando ha ricevuto la mail dell’ex collega di Conte con la proposta, è andato a controllare sul sito dello studio Alpa chi fossero i componenti: «Ho fatto delle ricerche e ho ritenuto in quel caso che lo studio Alpa avesse una competenza molto importante perché c’erano figure che erano molto esposte e con esperienza». Quali? «Giuseppe Conte, ad esempio», è stata la replica di Alcaro.
L’imprenditore, una volta resosi conto che il lavoro sarebbe rimasto interamente in capo alla sua società («Il peso della realizzazione del progetto era al 90% sulla mia società e al 10% su di loro»), ha poi deciso di risolvere il contratto. La vicenda sarebbe finita qui, secondo Alfonso Colucci, capogruppo M5s in commissione Covid, che in una nota ha dichiarato che l’audizione di Alcaro è stata «un flop […] nel vano tentativo di far pronunciare ad Alcaro un addebito a carico di Conte o quantomeno dello stesso Di Donna».
Molte cose, però, non tornano. La prima è che Di Donna ed Esposito hanno mandato all’imprenditore le loro email, inerenti la realizzazione del piano da 3 milioni, proprio dal dominio internet dello studio Alpa dove, fino all’anno prima, Conte ha svolto la sua attività professionale: «Quello che ha determinato la mia scelta è stato proprio lo studio Alpa. Se la mail fosse arrivata da un altro indirizzo probabilmente ci avrei pensato molto di più», ha rivelato il manager. La seconda è che non è stato l’imprenditore a contattare Di Donna ed Esposito ma viceversa: nella testimonianza, Alcaro ha dichiarato di non ricordare se la prima telefonata operativa la avesse fatta lui o i due avvocati, ma ha confermato al presidente della commissione Covid Marco Lisei (Fdi) che sono stati proprio i due legali a proporre alla Jarvit i servizi e non lui ad averli cercati. Incalzato da Alice Buonguerrieri (Fdi), che gli chiedeva per quale motivo avesse accettato condizioni contrattuali capestro, la risposta di Alcaro è stata chiara: il fondatore della Jarvit ha confermato che Di Donna si era reso «certo della possibile riuscita del progetto». Ed è quantomeno curiosa questa certezza a fronte di una prestazione dei due avvocati che, a detta dell’imprenditore, non è stata soddisfacente.
«Quale attività avrebbe, dunque, dovuto fare il collega di Conte a fronte della richiesta di centinaia di migliaia di euro di parcella?», ha commentato Buonguerrieri. «Siamo ancora una volta di fronte a un’anomala ed enorme richiesta di denaro coperta dal solito contratto di consulenza farlocco, come già emerso nei casi di Giovanni Buini e Dario Bianchi. Fratelli d’Italia andrà fino in fondo a questa vicenda per capire come e perché un collega dell’allora premier Giuseppe Conte potesse avere tale accesso ai gangli decisionali del potere», ha concluso Buonguerrieri.
«L’audizione di oggi in commissione Covid ha visto per la terza volta un testimone affermare che in piena pandemia l’avvocato Luca Di Donna, collega di studio dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, era intento a procacciare affari richiedendo percentuali a proprio favore. Questa nuova testimonianza rende ineludibili ulteriori indagini per appurare quanto Giuseppe Conte sapesse dell’operato di un suo collega di studio», hanno aggiunto Galeazzo Bignami e Lucio Malan, presidenti rispettivamente dei deputati e dei senatori di Fratelli d’Italia.
Resta da capire, in effetti, per quale motivo Conte non abbia ancora preso iniziative nei confronti dell’ex collega di studio. Certo è che la provocazione dell’ex premier lanciata in Aula contro i deputati di Fdi affinché facciano a meno dell’immunità per poi «vedersela in tribunale» lascia il tempo che trova: l’immunità parlamentare è funzionale all’incarico e i deputati non possono, sic et simpliciter, rinunciarvi. Dovrebbe essere semmai la giunta per le autorizzazioni a procedere a valutare, caso per caso, se revocarla, ma è difficile che lo faccia in assenza di denunce.
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Tra esse, in particolare, quella contenuta nel comma 3 dell’articolo 29, che abroga l’articolo 142 del Testo unico sulle spese di giustizia, in cui era prevista l’assistenza legale gratuita a favore degli stranieri extracomunitari nei processi avverso i provvedimenti di espulsione amministrativa adottati ai sensi dell’articolo 13 del decreto legislativo numero 286 del 1998. Si tratta di un primo, timido segnale della finalmente avvertita necessità di contrastare in qualche modo il fenomeno costituito dalla indiscriminata possibilità offerta a qualsiasi straniero extracomunitario entrato irregolarmente in Italia di avvalersi di assistenza legale a spese dello Stato per esperire tutti i possibili mezzi di impugnazione consentiti dal nostro ordinamento avverso i provvedimenti adottati nei suoi confronti sulla base della vigente normativa in materia di immigrazione.
Si tratta, però, appunto, soltanto di un timido segnale che, di fatto, sembra destinato a lasciare le cose come stanno. Tanto per cominciare, infatti, resta intatta la possibilità, per lo straniero extracomunitario, di ottenere l’ordinaria ammissione al patrocinio a spese dello Stato sulla base di una semplice e incontrollabile autocertificazione circa l’inesistenza o l’insufficienza di redditi prodotti all’estero, quando - come in realtà avviene, per le più varie ragioni, nella grande maggioranza dei casi - si ritenga che egli si sia trovato nell’impossibilità di ottenere una certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, come richiesto dall’articolo 79, comma 2, del Testo unico sulle spese di giustizia. Ciò sulla base della sentenza della Corte costituzionale numero 157 del 2021, dichiarativa della parziale incostituzionalità di detta ultima norma, appunto nella parte in cui non prevedeva che, in caso di impossibilità di ottenere la certificazione consolare, alla sua mancanza potesse supplirsi con un’autocertificazione dell’interessato. Secondariamente, resta pure intatta la previsione, contenuta nell’articolo 14, comma 4, del citato decreto legislativo numero 286/1998, in base alla quale lo straniero extracomunitario è in ogni caso ammesso al patrocinio a spese dello Stato nel procedimento di convalida del provvedimento con il quale viene disposto, in vista dell’espulsione, il suo trattenimento in un centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Così come, infine, resta intatta la previsione dell’articolo 16, comma 2, del decreto legislativo numero 25 del 2008, per la quale, ai fini delle impugnazioni delle decisioni in materia di riconoscimento dello status di rifugiato o di altre forme di protezione internazionale, lo straniero - per via del richiamo all’articolo 94 del Testo unico sulle spese di giustizia che, a sua volta, richiama il già citato articolo 79, comma 2, del medesimo Testo unico - è ammesso al patrocinio a spese dello Stato alla sola condizione, per quanto riguarda il requisito reddituale, costituita dalla produzione della stessa autocertificazione prevista dalla sentenza della Corte costituzionale di cui si è detto in precedenza.
Vi è, peraltro, da osservare, a quest’ultimo proposito, che nella medesima sentenza si afferma che dovrebbe essere onere dell’interessato provare «di aver compiuto tutto quanto esigibile secondo correttezza e diligenza» per ottenere, senza poi esservi riuscito, la certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, solo a tale condizione potendosi ammettere che essa sia sostituita dall’autocertificazione dello stesso interessato. Ma la verifica di tale condizione, nella pratica quotidiana, viene spesso e volentieri omessa, prendendosi per buono, purché non palesemente inverosimile, solo quanto affermato dall’interessato a sostegno dell’asserita «impossibilità» di ottenere la certificazione in questione. Da qui una prima conclusione, e cioè quella che sarebbe opportuno prevedere come obbligatorio, con apposita norma, che, quando lo straniero sia ammesso al gratuito patrocinio sulla base dell’autocertificazione da lui prodotta, nel relativo provvedimento si attesti l’avvenuta effettuazione della suddetta verifica e si indichino le ragioni per le quali essa abbia avuto esito positivo.
Ma una seconda e più importante conclusione è quella alla quale dovrebbe giungersi con riguardo al già accennato fenomeno costituito dalle impugnazioni che, grazie alla indiscriminata disponibilità dell’assistenza legale gratuita, vengono sistematicamente proposte dagl’interessati avverso ogni sorta di provvedimenti ad essi sfavorevoli in materia di immigrazione, indipendentemente dall’esistenza o meno di ragionevoli prospettive di un loro accoglimento. Per eliminare o, almeno, ridurre significativamente tale fenomeno, sarebbe necessario prevedere che l’assistenza legale gratuita possa essere negata ogni qual volta l’impugnazione che si intenda proporre avverso un determinato provvedimento appaia chiaramente destinata all’insuccesso. Ciò in perfetta conformità a quanto espressamente previsto tanto all’articolo 20, comma 3, dell’ancora vigente direttiva europea numero 32 del 2013 quanto all’articolo 29, comma 3, lettera b), della direttiva europea numero 1.346 del 2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, fermo restando che, come pure espressamente previsto da detta ultima norma, l’assistenza legale gratuita sarebbe sempre concessa al solo, limitato fine della proposizione dell’impugnazione avverso il provvedimento con il quale essa sia stata negata. E dovrebbe, in particolare, ritenersi destinata, di regola, all’insuccesso ogni impugnazione avverso provvedimenti di diniego della protezione internazionale adottati nei numerosi casi, elencati negli articoli 28 ter e 29 del Decreto legislativo numero 25 del 2008, in cui la relativa richiesta sia da considerare inammissibile o manifestamente infondata; casi tra i quali rientra, ad esempio, quello che il richiedente asilo provenga da un Paese da ritenersi «sicuro».
Ai fini dell’adozione degli auspicabili interventi normativi di cui si è detto, potrebbe rivelarsi provvidenziale il «pasticcio» creatosi con l’emanazione, contestualmente alla conversione in legge del decreto legge numero 23/2026, del decreto legge «correttivo» numero 55/2026. In sede di conversione, infatti, di quest’ultimo decreto, ad esso potrebbero apportarsi, vertendosi comunque nella stessa materia, le modifiche nelle quali verrebbero a sostanziarsi i suddetti interventi (nella speranza che, naturalmente, in ossequio all’ormai avvenuta trasformazione dello Stato in senso monarchico, vi sia anche l’assenso del Sovrano che ha sede sul colle più alto).
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