Il messaggio doveva essere chiaro a tutti: nella zuffa tra politica e magistratura, lui, Supremo Notaio, interveniva come l’unico vero adulto del Sistema Italia, come un genitore saggio che separa i bambini che litigano.
Ma le sue parole non dovevano essere messe in discussione. L’epifania è stata un vero è proprio blitz, di cui quasi tutti i consiglieri erano totalmente all’oscuro. Alle 8:09 del mattino, il vicepresidente del Csm Fabio Pinelli ha spedito ai membri del parlamentino dei giudici questa mail (con qualche carattere sballato): «Cari Consiglieri, Vi informo che la seduta di plenum sarà oggi inizialmente presieduta dal Signor Presidente della Repubblica, il cui arrivo a Palazzo Bachelet è previsto alle ore 9:50. Mi permetto pertanto di raccomandare a tutti la massima puntualità per l’inizio dei lavori. Fabio».
Esattamente un’ora dopo, probabilmente nel timore che qualcuno fosse pronto a prendere la parola di fronte alle inattese comunicazioni del Quirinale, è stato inviato un altro messaggio che giustificava l’augusta discesa sulla Terra con una dimenticabile trattazione di una pratica della nona commissione, una di quelle che solitamente vengono fatte slittare a fine seduta, quando l’attenzione è scemata e le palpebre dei consiglieri iniziano a calare pericolosamente: «Quanto alla seduta odierna di Plenum, l’Ufficio Cerimoniale raccomanda che ciascuno di Voi giunga in Aula Bachelet entro le ore 9,35. Verrà trattata, con inversione dell’Ordine del Giorno, la pratica di Nona Commissione […] sulla cui proposta di delibera non sono previsti interventi. Resto a disposizione di tutti Voi. Con i saluti più cordiali. Fabio Pinelli». Insomma è stato tutto accuratamente studiato nei dettagli per evitare il dibattito in Aula. Le parole di Mattarella dovevano calare dall’alto e nel silenzio. Nessun contraddittorio era ammesso.
E, come detto, si è scelto di usare come cavallo di Troia una delibera che vale la pena di citare per la sua marginalità: una richiesta di supporto da parte della Scuola superiore della magistratura per un progetto di formazione giudiziaria finanziato dall’Unione europea «incentrata sulla digitalizzazione e sulla tutela dei diritti fondamentali, con particolare attenzione alle competenze digitali, all’alfabetizzazione in materia di intelligenza artificiale, alla non discriminazione e allo Stato di diritto».
Un corso fumosissimo che mai avrebbe attirato l’attenzione di qualcuno dentro al Csm se non ci avesse messo sopra il cappello il Quirinale.
L’intervento di Mattarella è arrivato dopo le sparate del procuratore di Napoli Nicola Gratteri (sugli elettori del Sì «indagati» e legati a centri di potere come «la massoneria deviata») e la risposta del ministro della Giustizia Carlo Nordio (che ha definito «para-mafiose» le logiche correntizie collegate alle nomine del Csm). E ogni parola di Re Sergio è stata limata e pesata con il bilancino.
Dopo aver citato la pratica e prima di dare la parola al relatore, Mattarella ha pronunciato il suo predicozzo urbi et orbi, non prima di avere evidenziato l’eccezionalità del suo intervento: «Vorrei aggiungere che sono consapevole che non è consueta la presenza del presidente per i lavori ordinari del Consiglio» è stato il suo incipit. «Per quanto mi riguarda non si è mai verificata in 11 anni». Neanche ai tempi del caso Palamara era ricorso a un tale sotterfugio. Che gli ha consentito, in poche e rapide battute, di bacchettare governo e magistrati. Ma non solo. Un consigliere che preferisce rimanere anonimo, intimorito dallo strapotere del Quirinale, ci ha confessato: «Ha rassicurato i magistrati su fatto che Lui c’è e che è il garante delle loro prerogative. Il referendum non lo ha ancora vinto il Sì, ma è ancora contendibile. La sua presenza ha significato questo».
Il testo ufficiale aveva, però, un altro contenuto, da perfetto trapezista della Costituzione e da cerchiobottista d’alto bordo. «Mi hanno indotto a questa decisione la necessità e il desiderio di sottolineare ancora una volta il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Csm. Soprattutto la necessità e l’intendimento di ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare particolarmente da parte delle altre istituzioni nei confronti di questa istituzione» ha ammonito. Una frase che tra gli esegeti più attenti dei discorsi, ma anche dei sospiri, del Quirinale è stato subito accolta con entusiasmo come una bordata a Nordio. Per i cronisti dei cosiddetti giornaloni, solitamente ben imbeccati, era questo il reale significato delle flautate parole.
Una versione subito smontata dalla consigliera laica (eletta in quota Fdi) Isabella Bertolini, che ha decodificato così il discorso: «Il capo dello Stato, con tono pacato, ha chiesto a tutte le istituzioni di rimettere il confronto sui temi del referendum nei binari del rispetto reciproco, invitando ad abbassare lo scontro. Ha anche precisato di parlare come presidente della Repubblica e quindi il suo è stato, a mio avviso, un intervento rivolto alle istituzioni a 360 gradi». Per l’avvocato, quello di Mattarella, «non è stato un richiamo solo al governo, ma anche, per esempio, a quanto detto nei giorni scorsi dal procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, che ha offeso i cittadini che voteranno Sì». Dunque il capo dello Stato non avrebbe «fatto una difesa corporativa della magistratura, ma anzi» avrebbe «messo in luce i problemi e le carenze che ci sono anche nel Csm». La Bertolini ha concluso con una speranza: «Mi auguro che adesso il confronto torni ad essere nel merito della riforma, in modo da aiutare tutti gli italiani a capire il quesito referendario».
In effetti, nei passaggi successivi Mattarella ha ammesso che il Csm è «un’istituzione non esente nel suo funzionamento da difetti, lacune, errori e nei cui confronti non sono ovviamente precluse critiche». Poi, in versione monsieur Lapalisse, ha aggiunto: «Come del resto si registrano difetti, lacune, errori e sono possibili critiche riguardo alle attività di altre istituzioni della Repubblica. Siano esse parte del potere legislativo, di quello esecutivo, di quello giudiziario».
Poi ha ribadito che il Csm «deve rimanere rigorosamente istituzionale ed estraneo a temi o controversie di natura politica» e, sempre come presidente della Repubblica, ha assicurato di avvertire «la necessità di rinnovare con fermezza l’esortazione a rispetto vicendevole in qualsiasi momento in qualsiasi circostanza, nell’interesse della Repubblica».
Dopo questo colpo di teatro, Mattarella si è velocemente dileguato, lasciando il Csm nell’ormai consueto caos.
Palazzo Bachelet, infatti, continua a rappresentare l’unico vero contropotere rispetto alla maggioranza di governo. Qui, da tempo, a distribuire le carte sono tornate le toghe progressiste, sebbene, almeno teoricamente, siano minoranza.
La prova è arrivata dalle tre delibere contrapposte di ieri, cioè quelle che non vengono decise all’unanimità.
Per la poltrona di procuratore di Potenza, assegnata al centrista Camillo Falvo, le toghe conservatrici e i laici di centrodestra sono riusciti a spuntarla perché al candidato progressista sono mancati i voti di due togati di centrosinistra, che non erano in aula al momento della decisione finale.
Ben diversamente è andata la corsa per il procuratore di Venezia, dove la milanese Alessandra Dolci, della corrente di Area, sembrava avere poche speranze contro il procuratore aggiunto di Catania Sebastiano Ardita, toga fieramente di destra, già consigliere del Csm proprio nella corrente fondata dal marito della Dolci, Piercamillo Davigo.
Ad Ardita, sebbene non faccia più parte di Magistratura indipendente, non è mancato nemmeno un voto riferibile al centrodestra e anzi sul suo nome è confluito anche il professor Roberto Romboli, autorevole membro togato in quota Pd. Insomma sembrava fatta e il relatore, il consigliere laico Felice Giuffrè, area Fdi, ancora ieri mattina era convinto di avere fatto bene i suoi conti, avendo ricevuto rassicurazioni pure dal renziano Ernesto Carbone. Che, però, alla fine, ha spostato le sue fiches sulla Dolci.
E così al momento della votazione il risultato è stato di 14 a 14.
A questo punto a molti è parso che Pinelli fremesse per votare Ardita, ma dopo un rapido consulto con il procuratore generale della Cassazione, Piero Gaeta (membro di diritto del Csm), il vicepresidente è sembrato accettare a malincuore la regola non scritta imposta dal Quirinale al «suo» comitato di presidenza (composto da Pinelli, Gaeta e dal primo presidente del Palazzaccio Pasquale D’Ascola), che è quella di non fare da ago della bilancia nelle nomine più combattute. Ma se Gaeta e D’Ascola si sono astenuti, Pinelli ha voluto lasciare agli atti il suo non voto. A questo punto si è ripetuta la conta e si è registrato un altro 14 pari. La Dolci ha vinto in quanto candidato con la maggiore anzianità di servizio.
Altra battaglia persa da un centrodestra in confusione è stata quella per la nomina del presidente della Scuola superiore della magistratura.
La scelta di Roberto Peroni Ranchet, effettuata dal Csm nel 2023, era stata bocciata sia dal Tar che dal Consiglio di Stato, dopo il ricorso dell’attuale procuratore di Viterbo Mario Palazzi.
Ma anche in questo caso i consiglieri vicini al centrodestra hanno deciso di andare allo scontro e, come consente la legge, hanno confermato la vecchia decisione, ma senza avere i numeri per farlo. E così si sono schiantati per la seconda volta in una mattinata.
Palazzi ha vinto 15-14 e lo ha fatto con le preferenze di Gaeta e D’Ascola. Pinelli ha invece optato per il perdente. In questo caso il comitato di presidenza ha deciso di esprimersi non essendo in gioco la nomina dei vertici di una Procura o di un Tribunale. Ma la decisione è stata un autogol che ha spaccato l’ufficio che funge da cinghia di trasmissione con il Quirinale.