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2019-04-02
«Omofobi», «sfigati» e «fanatici». Le tre false accuse ai pro family
Ansa
C'è una cosa che ritengo debba essere chiarita ora che il Congresso delle famiglie ha terminato i suoi lavori e la marcia finale ha mostrato ancora una volta che il movimento a favore della vita è capace di riempire le piazze. Gli organizzatori e i partecipanti sono stati oggetto di molti appellativi, vorrei soffermarmi su tre, tralasciando l'accusa di «medioevale» per inferiorità manifesta. Uno che pensa di offendere dando del medioevale mostra un tale livello d'ignoranza storica, artistica, scientifica, sociologica, filosofica che è bene lasciarlo continuare a vivere nella caverna da cui proviene. Il primo è «omofobi». Si tratta di un termine ombrello sotto il quale vengono poste molte cose differenti. E poiché si tratta di cose differenti, è necessario precisarle. Quando l'omofobia indica volere conculcare i diritti umani fondamentali della persona, il diritto alla vita, all'istruzione, ad essere curati, alla libertà di pensiero, allora i pro family di Verona e del Family Day sono i più acerrimi nemici dell'omofobia, perché essi conoscono bene la distinzione tra persona e atto.
I pro family non hanno paura (fobia) dei loro simili, né di coloro che sono attratti dalle persone del loro stesso sesso (omo), ancora meno nutrono avversione verso di loro. Ma è questo quello che s'intende dire quando si è detto che a Verona si è riunito un covo di omofobi? Partiamo dall'inizio. I pro family pensano che gli organi sessuali abbiano un intrinseco significato genitale per unirsi in atti di tipo generativo; si tratta di una posizione etica, non di omofobia. I pro family pensano che usare il sesso contraddicendo questo significato, con la masturbazione, con il coito orale o anale, sia un comportamento disordinato (non ordinato al fine proprio); è una posizione morale, non è omofobia.
I convenuti al Congresso di Verona sono convinti che il matrimonio non sia una semplice relazione affettiva, ma la stabile, esclusiva, totale condivisione delle loro persone da parte di un uomo e una donna. Si tratta di morale naturale, non di omofobia. Sulla base di una sterminata letteratura scientifica, ritengono anche che la condizione di sviluppo migliore per un bambino, a parità degli altri fattori, sia crescere in una famiglia intatta con i propri genitori biologici.
È psicologia e sociologia, non omofobia. Pensano che approfittare della povertà di una donna usando il suo utero per avere un bambino non sia moralmente migliore che usare la sua vagina per avere un orgasmo, e che rendere in maniera pianificata un bambino orfano genetico e orfano gestazionale è un'ingiustizia nauseabonda. È diritto, non omofobia. Chiarificato questo, diventa necessario stabilire se sia ammissibile continuare ad usare un termine ghettizzante e sprezzante coniato da una fazione politica, quella Lgbt, per ottenere l'approvazione della propria piattaforma politica mostrificando gli avversari pro family.
Se è possibile continuare ad essere impunemente insultati dalla fazione avversa. Perché se l'omofobia, com'è stato detto, è una malattia e l'omofobia è ciò che vogliono che sia le organizzazioni Lgbt, avere una piattaforma politica contraria a quella a quella loro, allora raccomandarsi di non essere omofobi significa essere fiancheggiatore della tesi che l'avversario politico è un malato di mente, significa avallare il passo fatale compiuto dai regimi totalitari per silenziare il dissenso. E questo è tutt'altro che un atteggiamento amichevole.
Se i pro family, in quanto omofobi, sono malati di mente, allora si deve avere il coraggio di affermare che venti secoli di civiltà occidentale, fondata e permeata dai principi giudaico-cristiani, sono stati un lunghissimo periodo di follia finalmente interrotto per l'intervento del Pd della signora Cirinnà. Si deve avere il coraggio della coerenza e vietare la lettura di San Paolo nelle chiese, di ordinare la censura del Catechismo della Chiesa cattolica e dichiarare abrogato il VI comandamento. Ma se invece si pensa che quelle dei pro family sono istanze culturali, religiose e politiche protette dalla Costituzione, allora esse devono riceve niente più che protezione dal bullismo della controparte e non è più tollerabile che qualcuno venga a farci la predica sull'omofobia. Se pregano affinché le persone omosessuali abbandonino la pratica dell'omosessualità i pro family sono ridicoli omofobi? Allora si abbia il coraggio di dire che anche Santa Caterina da Siena era un'omofoba malata di mente da curare.
La seconda parola è «sfigati». A fare oggetto i partecipanti al Congresso di Verona del gentile omaggio è stato Luigi Di Maio. E qui devo dargli ragione, seppure a malincuore: in effetti, qualsiasi fortuna, rispetto all'ascesa del viceministro pentastellato, appare una sfiga. Può avere un lavoro appagante ed una bella famiglia quanto si vuole, ma rispetto al miracolo di diventare ministro del lavoro senza una laurea ed un lavoro serio nel curriculum, il pro family fa la figura dello sfigato.
E veniamo al terzo e ultimo epiteto: «Fanatici», copyright ancora Giggino 'o pentastellato. L'accusa è quella di essere dei fanatici religiosi, ma per capire che con l'aborto si uccide un essere umano non serve la rivelazione, è sufficiente avere le conoscenze minime di biologia. Regnier de Graaf scopre i follicoli ovarici nel 1672, 5 anni dopo Antoni van Leeuwenhoek scopre gli spermatozoi, nel 1824 Jean-Louis Prévost e JeanBaptiste Dumas dimostrano che per avere la fecondazione serve che l'ovocita venga in contatto con lo spermatozoo e nel 1858 il medico tedesco Rudolf Virchow afferma: «Tutte le cellule vengono da cellule», mettendo così la pietra finale per la comprensione di quella stessa fecondazione che di certo è stata insegnata al liceo anche al capo dei 5 stelle. Se un embrione non è altro da noi, ma siamo noi stessi in un momento precedente, allora non è moralmente giusto uccidere un embrione, come non è giusto uccidere uno come noi. Questo non si chiama fanatismo, ma logica.
Se c'è un fanatismo è quello antiscientifico ed oscurantista della Boldrini che si scandalizza perché al Congresso si distribuiscono riproduzioni realistiche delle fattezze di un bambino soppresso con l'aborto. Qualcuno dovrebbe spiegarle che la storia del feto «grumo di cellule» era buona negli anni Settanta, quando ancora non c'era l'ecografia 3D. Solo chi è a corto di argomenti razionali risponde con l'isteria e l'invettiva. E se poi vuole essere coerente, allora nel suo prossimo comizio elettorale Di Maio si rivolga ai convenuti avendo il coraggio di accusare di fanatismo i 2.373 padri conciliari che scrissero che l'aborto è un «delitto abominevole» (Gs, 51) e San Giovanni Paolo II che descrive le leggi come la 194 un «delitto» che paradossalmente assume il carattere di «diritto» (Ev, 11).
Se noi, i pro family veronesi, siamo fanatici, allora Di Maio deve essere conseguente e indicare i nostri «cattivi maestri» di fanatismo. Può fare tutti i maneggi e gli accordini che vuole, ma la sua maschera di nemico della scienza, della ragione e del sentimento religioso l'ha gettata. Pensa che sbaciucchiando il sangue di San Gennaro riesca ad infinocchiarci? Ma non sa che i cristiani diffidano dei bacetti sin dal tempo di un certo Giuda Iscariota?
Renzo Puccetti
Il partito anti famiglia ora va all’assalto del decreto «salva padri»
Il Congresso mondiale sulla famiglia di Verona sembra aver definitivamente rotto il clima «familiare» tra gli alleati di governo che se le sono «cantate» senza esclusione di colpi, con attacchi e colpi bassi reciproci. Non basta. Su diritti e famiglia, il leader del M5s Luigi Di Maio appare deciso a proseguire lo scontro aperto con la Lega prima del meeting e alla ricerca di consensi in vista delle prossime elezioni europee, si mette di traverso sulle proposte dell'alleato e pensa ad altro se non il contrario. Del resto anche il presidente della Camera, Roberto Fico, con l'evento mondiale in corso, ha annunciato un convegno alla Camera per le famiglie arcobaleno...
Sabato, da Verona, il vicepremier Matteo Salvini aveva detto: «Non vogliamo togliere niente a nessuno, ma siamo a favore del futuro. È mio diritto, da ministro e da papà, garantire i diritti di chi non ha voce, i bambini. Perché non devono pagare loro i litigi dei genitori. Occorre modificare il diritto di famiglia, il ddl Pillon è solo un punto di partenza». Ma ieri il dl è stato «affondato» con un forte e chiaro «no» dei pentastellati. Ci ha pensato, su La7, il grillino Vincenzo Spadafora. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio aveva già preso le distanze da Verona: «La Lega si sta spostando molto a destra, una destra che può fare paura al nostro Paese», aveva detto. «Se la Lega si attiene al contratto di governo, bene. Se dovesse decidere altro sarà una responsabilità della Lega far cadere il governo escludendo future alleanze tra Lega e 5 stelle». Salvini gli ha risposto per le rime, invitandolo a «occuparsi di rendere più veloci le adozioni: ci sono più di 30 mila famiglie che attendono di adottare un bambino». Spadafora, difeso dal premier Giuseppe Conte («Le adozioni sono del ministro leghista Fontana») ha buttato alle ortiche il dl: «Il provvedimento Pillon è chiuso. Quel testo non arriverà mai in aula, è archiviato. Adesso bisogna scrivere un nuovo testo, che probabilmente prenderà anche qualcosa di buono, ma molto poco, per andare incontro ai temi del diritto di famiglia, ma non come aveva pensato Pillon. Sono state fatte le audizioni in Commissione giustizia, adesso c'è un nuovo tavolo Lega-M5S al quale sono invitate anche le opposizioni». Il decreto, presentato lo scorso agosto da Simone Pillon, prevede che i figli passino lo stesso tempo con entrambi i genitori. Inoltre, al mantenimento dei figli devono provvedere la madre e il padre allo stesso modo. Insomma, la legge punta a garantire la bigenitorialità riformando il diritto di famiglia e la custodia dei figli in caso di separazione. Un'altra novità del dl presentato dal senatore leghista è la mediazione familiare, che prevede un tentativo di riconciliazione della coppia, prima di arrivare di fronte al giudice.
Ma Spadafora, a quanto pare, non ne vuole sapere. «Adesso sono in corso decine, anzi credo centinaia, di audizioni in Commissione, credo che termineranno tra qualche mese», ha detto ieri. «Dopo si potrà lavorare sicuramente a una ridefinizione, ma ribadisco che la proposta, così come è stata formulata, non diventerà mai legge». Pronta la risposta leghista per bocca del capogruppo Massimiliano Romeo: «Il M5s può pensare come vuole ma non si può certo archiviare quello che c'è scritto nel contratto di governo: sull'affido condiviso è molto chiaro, a partire dalla permanenza dei figli con tempi paritari tra i genitori. Il ddl Pillon, che è firmato anche dal M5s, rispecchia il contratto. Il testo si può migliorare: probabilmente un testo base unico farà sintesi con le altre proposte ma non si può archiviare il contratto».
All'attacco di Spadafora si aggiunge il post di Di Maio sul Blog delle Stelle. Il vicepremier rimarca la linea pentastellata: «Sono giorni che c'è un gran parlare sulla famiglia. Sento molte parole, molte chiacchiere, parecchie polemiche che considero inutili. Siamo stati eletti per lavorare e risolvere i problemi. Sulla famiglia il Movimento 5 Stelle ha un piano molto ambizioso, che vogliamo iniziare a concretizzare perché serve un nuovo Welfare familiare, servono meno opinioni e più fatti. Nel Def, oltre al dl Crescita e allo Sblocca cantieri, in qualità di ministro del Lavoro e delle Politiche sociali proporrò l'inserimento di un capitolo dedicato proprio alla famiglia, incluse alcune misure che possiamo portare a casa già nel 2019 e con la prossima finanziaria».
Di Maio ha poi citato «la riforma dell'Irpef con il coefficiente familiare. Oggi ogni cittadino che prende uno stipendio ha delle detrazioni in base al nucleo familiare. Noi vogliamo fare un passo avanti, ovvero inserire un coefficiente da calibrare sull'Irpef di ogni famiglia. Hai 2,3 o 4 figli a carico? Il coefficiente varia e si riduce proporzionalmente l'Irpef da pagare per i genitori. Un impegno verso maggiori incentivi per chi ha necessità di una babysitter e per l'acquisto di pannolini, con sconti del 50% sul prodotto». Scrive ancora il grillino: «Agevolazioni sulle rette degli asili nido, fino ad arrivare a un dimezzamento (per il primo, il secondo e il terzo figlio) in quelle Regioni dove il costo è più alto. Sono provvedimenti di buon senso che hanno un chiaro obiettivo: mettere in condizioni le coppie italiane di poter tornare a fare figli. In fondo, siamo al mondo per questo. Ed è giusto che lo Stato inizi a prendere sul serio un problema che l'Italia si trascina ormai da troppi anni».
La Lega intanto ha depositato una proposta di legge per istituire la Commissione parlamentare di inchiesta sul business delle case famiglia e per velocizzare adozioni nazionali e internazionali.
Sarina Biraghi
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I partecipanti al Congresso di Verona non hanno paura degli omosessuali né vogliono discriminarli. E chi li definisce estremisti forse non ha mai letto i testi di San Giovanni Paolo II.Il sottosegretario a 5 stelle Vincenzo Spadafora spara: «Il ddl Pillon va archiviato» La Lega tiene botta: «Quel provvedimento è nel contratto, non si tocca».Lo speciale contiene due articoliC'è una cosa che ritengo debba essere chiarita ora che il Congresso delle famiglie ha terminato i suoi lavori e la marcia finale ha mostrato ancora una volta che il movimento a favore della vita è capace di riempire le piazze. Gli organizzatori e i partecipanti sono stati oggetto di molti appellativi, vorrei soffermarmi su tre, tralasciando l'accusa di «medioevale» per inferiorità manifesta. Uno che pensa di offendere dando del medioevale mostra un tale livello d'ignoranza storica, artistica, scientifica, sociologica, filosofica che è bene lasciarlo continuare a vivere nella caverna da cui proviene. Il primo è «omofobi». Si tratta di un termine ombrello sotto il quale vengono poste molte cose differenti. E poiché si tratta di cose differenti, è necessario precisarle. Quando l'omofobia indica volere conculcare i diritti umani fondamentali della persona, il diritto alla vita, all'istruzione, ad essere curati, alla libertà di pensiero, allora i pro family di Verona e del Family Day sono i più acerrimi nemici dell'omofobia, perché essi conoscono bene la distinzione tra persona e atto. I pro family non hanno paura (fobia) dei loro simili, né di coloro che sono attratti dalle persone del loro stesso sesso (omo), ancora meno nutrono avversione verso di loro. Ma è questo quello che s'intende dire quando si è detto che a Verona si è riunito un covo di omofobi? Partiamo dall'inizio. I pro family pensano che gli organi sessuali abbiano un intrinseco significato genitale per unirsi in atti di tipo generativo; si tratta di una posizione etica, non di omofobia. I pro family pensano che usare il sesso contraddicendo questo significato, con la masturbazione, con il coito orale o anale, sia un comportamento disordinato (non ordinato al fine proprio); è una posizione morale, non è omofobia. I convenuti al Congresso di Verona sono convinti che il matrimonio non sia una semplice relazione affettiva, ma la stabile, esclusiva, totale condivisione delle loro persone da parte di un uomo e una donna. Si tratta di morale naturale, non di omofobia. Sulla base di una sterminata letteratura scientifica, ritengono anche che la condizione di sviluppo migliore per un bambino, a parità degli altri fattori, sia crescere in una famiglia intatta con i propri genitori biologici. È psicologia e sociologia, non omofobia. Pensano che approfittare della povertà di una donna usando il suo utero per avere un bambino non sia moralmente migliore che usare la sua vagina per avere un orgasmo, e che rendere in maniera pianificata un bambino orfano genetico e orfano gestazionale è un'ingiustizia nauseabonda. È diritto, non omofobia. Chiarificato questo, diventa necessario stabilire se sia ammissibile continuare ad usare un termine ghettizzante e sprezzante coniato da una fazione politica, quella Lgbt, per ottenere l'approvazione della propria piattaforma politica mostrificando gli avversari pro family. Se è possibile continuare ad essere impunemente insultati dalla fazione avversa. Perché se l'omofobia, com'è stato detto, è una malattia e l'omofobia è ciò che vogliono che sia le organizzazioni Lgbt, avere una piattaforma politica contraria a quella a quella loro, allora raccomandarsi di non essere omofobi significa essere fiancheggiatore della tesi che l'avversario politico è un malato di mente, significa avallare il passo fatale compiuto dai regimi totalitari per silenziare il dissenso. E questo è tutt'altro che un atteggiamento amichevole. Se i pro family, in quanto omofobi, sono malati di mente, allora si deve avere il coraggio di affermare che venti secoli di civiltà occidentale, fondata e permeata dai principi giudaico-cristiani, sono stati un lunghissimo periodo di follia finalmente interrotto per l'intervento del Pd della signora Cirinnà. Si deve avere il coraggio della coerenza e vietare la lettura di San Paolo nelle chiese, di ordinare la censura del Catechismo della Chiesa cattolica e dichiarare abrogato il VI comandamento. Ma se invece si pensa che quelle dei pro family sono istanze culturali, religiose e politiche protette dalla Costituzione, allora esse devono riceve niente più che protezione dal bullismo della controparte e non è più tollerabile che qualcuno venga a farci la predica sull'omofobia. Se pregano affinché le persone omosessuali abbandonino la pratica dell'omosessualità i pro family sono ridicoli omofobi? Allora si abbia il coraggio di dire che anche Santa Caterina da Siena era un'omofoba malata di mente da curare. La seconda parola è «sfigati». A fare oggetto i partecipanti al Congresso di Verona del gentile omaggio è stato Luigi Di Maio. E qui devo dargli ragione, seppure a malincuore: in effetti, qualsiasi fortuna, rispetto all'ascesa del viceministro pentastellato, appare una sfiga. Può avere un lavoro appagante ed una bella famiglia quanto si vuole, ma rispetto al miracolo di diventare ministro del lavoro senza una laurea ed un lavoro serio nel curriculum, il pro family fa la figura dello sfigato. E veniamo al terzo e ultimo epiteto: «Fanatici», copyright ancora Giggino 'o pentastellato. L'accusa è quella di essere dei fanatici religiosi, ma per capire che con l'aborto si uccide un essere umano non serve la rivelazione, è sufficiente avere le conoscenze minime di biologia. Regnier de Graaf scopre i follicoli ovarici nel 1672, 5 anni dopo Antoni van Leeuwenhoek scopre gli spermatozoi, nel 1824 Jean-Louis Prévost e JeanBaptiste Dumas dimostrano che per avere la fecondazione serve che l'ovocita venga in contatto con lo spermatozoo e nel 1858 il medico tedesco Rudolf Virchow afferma: «Tutte le cellule vengono da cellule», mettendo così la pietra finale per la comprensione di quella stessa fecondazione che di certo è stata insegnata al liceo anche al capo dei 5 stelle. Se un embrione non è altro da noi, ma siamo noi stessi in un momento precedente, allora non è moralmente giusto uccidere un embrione, come non è giusto uccidere uno come noi. Questo non si chiama fanatismo, ma logica. Se c'è un fanatismo è quello antiscientifico ed oscurantista della Boldrini che si scandalizza perché al Congresso si distribuiscono riproduzioni realistiche delle fattezze di un bambino soppresso con l'aborto. Qualcuno dovrebbe spiegarle che la storia del feto «grumo di cellule» era buona negli anni Settanta, quando ancora non c'era l'ecografia 3D. Solo chi è a corto di argomenti razionali risponde con l'isteria e l'invettiva. E se poi vuole essere coerente, allora nel suo prossimo comizio elettorale Di Maio si rivolga ai convenuti avendo il coraggio di accusare di fanatismo i 2.373 padri conciliari che scrissero che l'aborto è un «delitto abominevole» (Gs, 51) e San Giovanni Paolo II che descrive le leggi come la 194 un «delitto» che paradossalmente assume il carattere di «diritto» (Ev, 11). Se noi, i pro family veronesi, siamo fanatici, allora Di Maio deve essere conseguente e indicare i nostri «cattivi maestri» di fanatismo. Può fare tutti i maneggi e gli accordini che vuole, ma la sua maschera di nemico della scienza, della ragione e del sentimento religioso l'ha gettata. Pensa che sbaciucchiando il sangue di San Gennaro riesca ad infinocchiarci? 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Su diritti e famiglia, il leader del M5s Luigi Di Maio appare deciso a proseguire lo scontro aperto con la Lega prima del meeting e alla ricerca di consensi in vista delle prossime elezioni europee, si mette di traverso sulle proposte dell'alleato e pensa ad altro se non il contrario. Del resto anche il presidente della Camera, Roberto Fico, con l'evento mondiale in corso, ha annunciato un convegno alla Camera per le famiglie arcobaleno... Sabato, da Verona, il vicepremier Matteo Salvini aveva detto: «Non vogliamo togliere niente a nessuno, ma siamo a favore del futuro. È mio diritto, da ministro e da papà, garantire i diritti di chi non ha voce, i bambini. Perché non devono pagare loro i litigi dei genitori. Occorre modificare il diritto di famiglia, il ddl Pillon è solo un punto di partenza». Ma ieri il dl è stato «affondato» con un forte e chiaro «no» dei pentastellati. Ci ha pensato, su La7, il grillino Vincenzo Spadafora. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio aveva già preso le distanze da Verona: «La Lega si sta spostando molto a destra, una destra che può fare paura al nostro Paese», aveva detto. «Se la Lega si attiene al contratto di governo, bene. Se dovesse decidere altro sarà una responsabilità della Lega far cadere il governo escludendo future alleanze tra Lega e 5 stelle». Salvini gli ha risposto per le rime, invitandolo a «occuparsi di rendere più veloci le adozioni: ci sono più di 30 mila famiglie che attendono di adottare un bambino». Spadafora, difeso dal premier Giuseppe Conte («Le adozioni sono del ministro leghista Fontana») ha buttato alle ortiche il dl: «Il provvedimento Pillon è chiuso. Quel testo non arriverà mai in aula, è archiviato. Adesso bisogna scrivere un nuovo testo, che probabilmente prenderà anche qualcosa di buono, ma molto poco, per andare incontro ai temi del diritto di famiglia, ma non come aveva pensato Pillon. Sono state fatte le audizioni in Commissione giustizia, adesso c'è un nuovo tavolo Lega-M5S al quale sono invitate anche le opposizioni». Il decreto, presentato lo scorso agosto da Simone Pillon, prevede che i figli passino lo stesso tempo con entrambi i genitori. Inoltre, al mantenimento dei figli devono provvedere la madre e il padre allo stesso modo. Insomma, la legge punta a garantire la bigenitorialità riformando il diritto di famiglia e la custodia dei figli in caso di separazione. Un'altra novità del dl presentato dal senatore leghista è la mediazione familiare, che prevede un tentativo di riconciliazione della coppia, prima di arrivare di fronte al giudice. Ma Spadafora, a quanto pare, non ne vuole sapere. «Adesso sono in corso decine, anzi credo centinaia, di audizioni in Commissione, credo che termineranno tra qualche mese», ha detto ieri. «Dopo si potrà lavorare sicuramente a una ridefinizione, ma ribadisco che la proposta, così come è stata formulata, non diventerà mai legge». Pronta la risposta leghista per bocca del capogruppo Massimiliano Romeo: «Il M5s può pensare come vuole ma non si può certo archiviare quello che c'è scritto nel contratto di governo: sull'affido condiviso è molto chiaro, a partire dalla permanenza dei figli con tempi paritari tra i genitori. Il ddl Pillon, che è firmato anche dal M5s, rispecchia il contratto. Il testo si può migliorare: probabilmente un testo base unico farà sintesi con le altre proposte ma non si può archiviare il contratto». All'attacco di Spadafora si aggiunge il post di Di Maio sul Blog delle Stelle. Il vicepremier rimarca la linea pentastellata: «Sono giorni che c'è un gran parlare sulla famiglia. Sento molte parole, molte chiacchiere, parecchie polemiche che considero inutili. Siamo stati eletti per lavorare e risolvere i problemi. Sulla famiglia il Movimento 5 Stelle ha un piano molto ambizioso, che vogliamo iniziare a concretizzare perché serve un nuovo Welfare familiare, servono meno opinioni e più fatti. Nel Def, oltre al dl Crescita e allo Sblocca cantieri, in qualità di ministro del Lavoro e delle Politiche sociali proporrò l'inserimento di un capitolo dedicato proprio alla famiglia, incluse alcune misure che possiamo portare a casa già nel 2019 e con la prossima finanziaria». Di Maio ha poi citato «la riforma dell'Irpef con il coefficiente familiare. Oggi ogni cittadino che prende uno stipendio ha delle detrazioni in base al nucleo familiare. Noi vogliamo fare un passo avanti, ovvero inserire un coefficiente da calibrare sull'Irpef di ogni famiglia. Hai 2,3 o 4 figli a carico? Il coefficiente varia e si riduce proporzionalmente l'Irpef da pagare per i genitori. Un impegno verso maggiori incentivi per chi ha necessità di una babysitter e per l'acquisto di pannolini, con sconti del 50% sul prodotto». Scrive ancora il grillino: «Agevolazioni sulle rette degli asili nido, fino ad arrivare a un dimezzamento (per il primo, il secondo e il terzo figlio) in quelle Regioni dove il costo è più alto. Sono provvedimenti di buon senso che hanno un chiaro obiettivo: mettere in condizioni le coppie italiane di poter tornare a fare figli. In fondo, siamo al mondo per questo. Ed è giusto che lo Stato inizi a prendere sul serio un problema che l'Italia si trascina ormai da troppi anni». La Lega intanto ha depositato una proposta di legge per istituire la Commissione parlamentare di inchiesta sul business delle case famiglia e per velocizzare adozioni nazionali e internazionali. Sarina Biraghi
Antonio Costa, Narendra Modi e Ursula von der Leyen (Ansa)
Sommati insieme abitanti dell’India e dell’Ue fanno quasi due miliardi di persone e l’India di Nerendra Modi si avvia a essere la quarta economia del mondo. È certo - parole del Commissario europeo al commercio Maros Sefcovic - che questo trattato ha delle prospettive: «Si prevede che il commercio corrente di beni e servizi (attualmente pari a 180 miliardi di euro) raddoppierà entro cinque o sei anni e oltre 800.000 posti di lavoro nell’Ue dipendono dalle esportazioni verso l'India». Per quanto riguarda l’Italia le cifre sono assai più modeste: 14,3 miliardi di euro nel 2024, con un obiettivo di crescita a 20 miliardi entro il 2029.
L’entusiasmo della baronessa si riassume in una sola voce: automobili. I dazi vengono dimezzati (dal 150 al 75%). Ursula von der Leyen va alla ricerca di panacee per rimediare al danno epocale che ha fatto con il Green deal. E il prezzo ricade sull’agricoltura. La Coldiretti avverte che noi abbiamo venduto agroalimentare per 140 milioni di euro loro ce ne hanno rimandato per 600 milioni. C’è cautela perché su latte e carne sembra che ci si un accordo di salvaguardia, ma i contadini sono preoccupati. L’India ha 200 milioni di ettari coltivati e il 40% degli indiani vivono sui campi. Sono anche un aggregato sociale e politico molto influente. Hanno tenuto Modi in scacco per 4 anni con continue rivolte - altro che gli assedi a Bruxelles con i trattori - per impedire l’ingresso delle multinazionali americane. Difficile che cedano all’Ue.
Anche i consumatori non sono facilmente accessibili. Metà sono vegetariani (impossibile vendere salumi) hanno una produzione interna di latticini impenetrabile, non vogliono Ogm, mangiano prodotti da forno freschi. Solo il mercato delle metropoli è un possibile, assai limitato visto il reddito medio, sbocco per il nostro agroalimentare. Tanto per avere dei numeri: hanno la leadership nell’uva da tavola (ma non fanno vino), sono il primo Paese esportatore di riso: hanno in mano il 40% del mercato e vendono all’estero 20 milioni di tonnellate. Nel Bengala non coltivano solo Basmati (il riso a chicco lungo), ma hanno cominciato a produrre anche il japonica che assicura all’Italia il primato europeo di produzione ed esportazione. Sono una potenza nel grano: quest’anno hanno esportato mezzo milione di tonnellate di farina facendo crollare il prezzo. Nel paniere agricolo indiano che vale il 7,5% della produzione mondiale ci sono i primati di legumi, latte e spezie e il secondo posto assoluto per grano, cotone, canna da zucchero, frutta, verdura, pesci da allevamento e tè.
Su un paio di prodotti l’Italia può diventare competitiva. Il primo è il vino che passa da un dazio folle del 150% a 75 per poi scendere fino al 20%. Solo che è un mercato da costruire: per ora vendiamo per 2,6 milioni di euro (l’Europa sta a 7,7 milioni). L’altro prodotto è l’olio che arriverà a dazio zero in un paese che ne consuma molto. L’Ue assicura che i settori sensibili (riso, carne, latte) non saranno toccati – e Coldiretti apprezza, ma vigila - e arriveranno in India dazio zero i nostri prodotti trasformati (pasta, cioccolata, pet food, dolci), ma le garanzie sui Dop e Igp sono di là da venire. Un settore che subirà la concorrenza indiana è la pesca. Le maggiori preoccupazioni sono sul tessile. È vero che le maggiori griffe hanno a disposizione un potenziale mercato da 70 miliardi di dollari in India ma è anche vero che l’India a dazio zero ora esporterà in Ue una quantità di materia prima (produce 500.000 tonnellate di filato di cotone e 9.000 tonnellate di seta) a dazio zero con al seguito 35 miliardi di abbigliamento pronto.
Per quel che riguarda l’Italia a nel settore moda sin qui un saldo positivo di circa 2 miliardi, ma si teme la concorrenza indiana sul mercato interno dell’Ue. Positiva è la riduzione a zero dei dazi su macchinari, prodotti chimici e farmaceutici, ma il settore più favorito è l’auto. I dazi scenderanno dal 110% al 10% - nell'arco di 10 anni - con una quota di 250.000 veicoli all’anno. Per le auto smontate e rimontate in India ci sarà una quota aggiuntiva di 75.000 auto, con dazi ridotti all’8,25%.
Per l’Italia i vantaggi sono relativi perché le utilitarie sono escluse dall’accordo e c’è il pericolo dell’invasione dei pellami conciati e della pasta di cellulosa e del legno. Ma se un accordo va bene per la Germania è un grande accordo.
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Ho conosciuto di persona il lettore della Verità. Non è facile oggi conoscere il lettore di un giornale perché è finito il tempo dell’impegno civile e dei giornali-partito; perché i lettori di quotidiani e libri sono diminuiti e riguardano una fascia d’età adulta-anziana; e perché viviamo tutti un po’ nascosti, latenti, isolati, come molecole sparse nell’etere o nelle edicole votive dello smartphone. Ma il lettore della Verità sta partecipando a una settimana di incontri ad Abano Terme, all’hotel Mioni Pezzato, accogliendo l’invito di Stefano Passaquindici che da anni organizza viaggi e incontri per loro e in passato per i lettori del Giornale. Ci sono e ci saranno altri ospiti.
Qui ad Abano il lettore della Verità sembra un’anima del purgatorio o il confratello di una congregazione, perché lo incontri in accappatoio e cappuccio, come si usa nelle località termali, tra bagni, massaggi, fanghi e piscine. Poi la sera si veste, riprende le fattezze di contemporaneo e viene ad ascoltare, interviene, partecipa. È un campione significativo, saranno un po’ meno di duecento. Un giornale non è una caserma, e ancor meno può esserlo un giornale antagonista e davvero fuori dal coro; i suoi lettori non si accontentano dei racconti ufficiali su altri media e vogliono leggere la realtà con altre lenti, con spirito libero e non conformista. Nemmeno il conformismo degli anticonformisti, cioè la militanza contrapposta agli allineati che vivono le loro opinioni come una parrocchia laica, un gregge e una sezione di partito. Di parrocchie bastano quelle vere, per i credenti; non ne vogliono altre, surrogate e surrettizie.
A me è capitato di dover aprire la settimana d’incontri coi lettori, domenica scorsa, e di dover parlare - come vuole del resto un giornale - un po’ di tutto, tra cultura e attualità. Un quotidiano non è la preghiera laica del mattino, come diceva Hegel, ma un po’ somiglia ai «brevi cenni sull’universo» di cui parlava Gramsci. Una visione d’insieme ma applicata alla quotidianità e agli avvenimenti in corso, dedicata ai nostri giorni e alle sue maggiori preoccupazioni; e le opinioni sono quel che resta del nostro tempo e per certi versi ciò che si sporge a interpretare il tempo che verrà. Non farò elogi e lisciatine nei loro confronti, non si addice a loro e nemmeno a noi che ci scriviamo; e poi non c’è la presunzione di rappresentare il meglio degli italiani, non soffriamo di complessi di superiorità, a differenza di quel che accade nelle sette radical.
Questi lettori in presenza sono la punta avanzata di un’area di opinione molto larga; chi la condivide e un po’ la rappresenta, sa che la punta emersa è piuttosto piccola rispetto al vasto mondo che rappresenta. Il problema è chiaro da tempo: c’è un’area vasta di opinioni che legge poco e a volte si caratterizza per un idem sentire ma non per un idem pensare.
I lettori della Verità non sono per indole governativi, si sa, e appunto perché non si accontentano, non perdono lo spirito critico neanche davanti a giornali e governi che pure sono per loro preferibili ai precedenti. Condividono molte idee e molte valutazioni che leggono sulla Verità, molte ma non tutte; del resto anche per chi come me vi scrive vale la stessa cosa e naturalmente vale pure l’inverso nei miei confronti: quel che penso e che scrivo è condiviso in molti ma non in tutti i punti, e da molti ma non da tutti i lettori; la mia è una voce, non è la voce della Verità, che detta così ha un sapore biblico. Ma posso garantirvi che quel che scrivo corrisponde a quel che penso, senza furbizie, raggiri e finzioni. Sì, dicevo, la testata è molto impegnativa, ricorda la Pravda, che è La Verità al tempo del comunismo e dell’Unione Sovietica. In Italia ci fu chi ne fece la versione nostrana, e fu quella figura strana di rivoluzionario, comunista e poi fascista, di Nicolino Bombacci che fondò appunto un foglio che si chiamava La Verità. Fu vicino a Lenin, fu il primo leader del Partito comunista d’Italia e poi finì ammazzato dai suoi ex compagni con Mussolini. Se commise grossi errori nella sua vita li scontò sempre sulla sua pelle.
Chi ci legge sa che amiamo la verità ma non pretendiamo di averne il possesso o il monopolio; la ricerca della verità dovrebbe essere la massima aspirazione per un filosofo come per un giornalista, e più in generale per un essere umano. Ma la ricerca non indica che hai in pugno la verità; indica piuttosto un salire le scale che si avvicinano a lei: il senso della realtà e dell’evidenza, l’onesta rappresentazione dei fatti e delle persone, a onor del vero; e infine l’amore per la verità e il mettersi senza riserve al suo servizio. Nessuno dispone della verità, anche perché essa spesso ha molti versanti, e non uno solo. E quando i legami, le affinità e le appartenenze ci chiamano a essere indulgenti con chi sentiamo dalla nostra parte, ricordiamoci di Aristotele che diceva: «Sono amico di Platone ma più amico della verità». E anche Platone a sua volta ha dimostrato con il suo pensiero di essere amico e allievo di Socrate ma più amico e più allievo della verità, anche quando non combaciava con quello che diceva il suo maestro. La stessa cosa vale in politica: non si può sposare una parte a priori e a prescindere, si può arrivare a comprendere gli errori e le cadute perché ci sono altre cose, magari più importanti, che ti uniscono. Ma chi pensa, chi scrive, chi legge giornali e non fogli di catechismo sa che la verità, o meglio quel che a noi sembra la verità, va detta comunque, costi quel che costi. Anche a costo di subire insulti, ingiurie e bassezze, oltre che isolamento e boicottaggi. Per i meschini, se stai criticando quella che dovrebbe essere la tua parrocchia, è solo perché aspiri a entrare in un’altra parrocchia: non viene loro in mente, nel loro bigottismo piccino e arrivista, che c’è chi pensa a cielo aperto, e non vuole passare da una parrocchia all’altra. Ecco, questo mi sento di dire ai lettori della Verità, non solo quelli in presenza ma anche quelli da remoto. Potete fidarvi a ragion veduta, mai ciecamente.
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(IStock)
Vale a dire consentivano ciò che tutti i bambini fanno a ogni latitudine, tranne che in via Parlatore (e questo è un curioso ossimoro) nel quartiere palermitano di Noce/Zisa.
Dopo un decennio di carte bollate (la diatriba giudiziaria andava avanti dal 2015) sarebbe bastato un richiamo simbolico, invece è arrivata la mazzata. Per raccogliere il denaro necessario, don Gabriele Tornambè, don Gianpiero Cusenza e don Emilio Cannata sono stati costretti a lanciare una colletta e hanno spiegato: «Siamo consapevoli che, quando sorgono incomprensioni, esiste il rischio che si alimentino anche di questioni di principio. La porta della nostra chiesa è e rimane aperta a tutti, ai piccoli come agli adulti. Poiché ci riteniamo una famiglia, sentiamo il bisogno di aprirvi il nostro cuore circa la difficoltà nel far fronte alle somme richieste, già sollecitate dai legali degli attori. Come accade in ogni famiglia, questo tempo chiede sacrificio ma anche l’affidamento alla generosità di chi vorrà contribuire». Il primo ad aiutarli è stato il sindaco Roberto Lagalla, che ha donato 1.000 euro.
L’importo consistente sarebbe determinato dai danni patrimoniali arrecati al condominio, costretto a dotarsi di infissi nuovi per favorire l’insonorizzazione, che peraltro avrebbero dovuto far lievitare il valore degli appartamenti, migliorando l’isolamento termico e la classe energetica. Tutto molto legalitario, tutto molto impersonale. Verrebbe da aggiungere disumano, visto che i protagonisti della vicenda hanno avuto dieci anni di tempo per metabolizzarla e coglierne gli aspetti di mediazione. I tre sacerdoti assicurano di «avere fatto di tutto per limitare il fastidio, regolare gli orari, ridurre i decibel. Ma i bambini sono bambini».
Qui sta il senso della notizia. In un’Italia che soffre di denatalità e invita lo Stato a incrementare le politiche per invertire una tendenza preoccupante, ecco che un oratorio dà fastidio, i bambini dovrebbero trasformarsi in automi silenziosi. E un giudice picchia duro su chi mette a loro disposizione spazi educativi prima ancora che religiosi, momenti di vita per crescere con una prospettiva di comunità. Non solo. Mentre un’intera generazione di ragazzi ormai preferisce rinchiudersi nella propria camera e comunicare solo con il computer e con lo smartphone, intrappolata nella solitudine digitale, punire una casa aperta e vitale come un oratorio è un controsenso. Davvero a Palermo il problema è costituito dalla musica, dal rimbalzare di un pallone, dal vociare di un gruppo di giovani? O come sottolineava una battuta nel film Johnny Stecchino, dal traffico?
Allargando l’orizzonte, si scopre che questa è un’Europa per vecchi. E che il cartello «No kids» sta diventando una filosofia. In questi giorni in Francia è in atto una polemica feroce perché la società pubblica delle ferrovie (Sncf) ha varato un’offerta business sui Tgv Parigi-Lione che negli spot promette «un’esperienza di viaggio all’insegna della calma assoluta», con il divieto di salire ai minori sotto i 12 anni. È pur vero che si tratta dell’8% dei posti (il 92% è per tutti) e che lavorare in treno con marmocchi scatenati in corridoio non è il massimo della tranquillità, ma l’errore di Sncf che ha scatenato i social d’Oltralpe è stato consentire l’accesso «agli animali da compagnia» e non ai bambini.
Un pessimo segnale, inaccettabile per le associazioni a difesa dell’infanzia, che hanno allestito una crociata social e chiedono alle Ferrovie di tornare sui propri passi, di attrezzare aree gioco e spazi dedicati alle famiglie invece di escludere gli adulti del futuro. «È una decisione disastrosa per la natalità», «È sintomo di una crescente intolleranza culturale», «Si è superata la linea rossa» si legge nei post più scatenati.
Una simile rivolta era avvenuta nel giugno scorso in Italia, quando una mamma aveva denunciato con una lettera al Corriere della Sera una disavventura sul treno Roma-Milano: il vicino di posto aveva mostrato palese insofferenza nei confronti dei suoi due figli di 6 e 7 anni per essere stato disturbato. Difficile trarre una conclusione, anche perché abbiamo a disposizione una sola versione. E non tutti i passeggeri hanno il dovere di dotarsi in viaggio dei quintali di tolleranza richiesti dai genitori altrui. Ma il silenzio degli innocenti non è la risposta. Servirebbe equilibrio, servirebbe comprensione. Quelli che una volta si insegnavano all’oratorio.
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Giulia Bongiorno (Imagoeconomica)
Di Pietro Dubolino, Presidente di sezione emerito della Corte di Cassazione.
Proviamo ad esaminare con un po’ di pacatezza il disegno di legge sulla violenza sessuale nella nuova formulazione proposta dalla senatrice Giulia Bongiorno, della Lega, alla Commissione giustizia del Senato, di cui è presidente. Essa si differenzia, rispetto al testo approvato dalla Camera, soprattutto per la previsione che il reato sussiste quando l’atto sessuale sia compiuto «contro la volontà» della persona coinvolta e non più «in assenza del consenso» della medesima. Su questa modifica si è scatenata l’ira funesta di tutti i gruppi di opposizione, secondo i quali, per effetto di essa, la vittima dello stupro sarebbe indebitamente gravata dell’onere di dare la prova del proprio dissenso. Il che, però, è tecnicamente del tutto sbagliato, per la semplice ragione che nel processo penale l’onere della prova grava sempre e comunque soltanto sull’organo dell’accusa, che è il pubblico ministero, e non mai sulla presunta vittima del reato, la quale è tenuta soltanto a raccontare come sono andati i fatti dei quali lei stessa o altri hanno portato a conoscenza l’autorità giudiziaria. Tenendo presente questo elementare principio, non dovrebbe essere difficile, quindi, rendersi conto che tra la previsione, come elemento costitutivo del reato, dell’«assenza di consenso» e quella dell’essere stato compiuto l’atto sessuale «contro la volontà» di chi lo ha subito non vi è alcuna sostanziale differenza. Sarà sempre, infatti, il pubblico ministero, ai fini della decisione circa il promuovimento o meno dell’azione penale, a stabilire, sulla base della descrizione dei fatti che la persona offesa, per regola generale, è comunque tenuta a fornire, se sia mancato il consenso o, indifferentemente, vi sia stato dissenso essendo, nell’uno e nell’altro caso, comunque configurabile il reato.
Altre sono invece le critiche che, alla nuova più ancora che alla vecchia formulazione del ddl in questione, possono essere avanzate. La prima di esse attiene al fatto che, prevedendosi come aggravante l’impiego di violenza o minaccia e l’abuso d’autorità o dell’inferiorità fisica o psichica della persona offesa, si lascia chiaramente intendere che il reato, nell’ipotesi base, potrebbe configurarsi anche quando la persona offesa, in assenza di alcuna delle dette condizioni, abbia manifestato solo a parole la propria contrarietà, assumendo però, nel contempo, un atteggiamento di totale acquiescenza al compimento dell’atto sessuale; atteggiamento che, in quanto non determinato da costrizioni o indebiti condizionamenti, non potrebbe che essere considerato come espressione di un libero e tacito consenso. E c’è allora da chiedersi perché mai questo non dovrebbe prevalere - con conseguente esclusione del reato - su di un dissenso che, in quanto puramente verbale e contraddetto dai fatti, ben potrebbe essere (o, comunque apparire) non rispondente alla reale volontà del soggetto. Proprio per dare risposta a tale interrogativo potrebbe pensarsi che sia stata inserita nella nuova formulazione del ddl la previsione secondo cui «la volontà contraria all’atto sessuale deve essere valutata tenendo conto della situazione e del contesto in cui il fatto è commesso».
Si tratta, però, di una previsione che appare, al tempo stesso, generica e pleonastica. Generica perché non indica alcun criterio sulla base del quale la valutazione in questione debba essere condotta. Pleonastica perché si tratta di una valutazione sempre e comunque necessaria ogni qual volta l’atteggiamento psicologico della presunta vittima di un qualsiasi reato doloso assuma rilievo ai fini della configurabilità del medesimo. E, d’altra parte, a conferma del fatto che solo dal comportamento materiale liberamente posto in essere dalla presunta vittima possa desumersi se essa sia stata consenziente o dissenziente, vale anche l’esempio offerto dalla legislazione spagnola, spesso evocata a modello dai movimenti femministi, in quanto ispirata al principio del consenso, espresso nella formula che «solo il sì è sì». Nonostante tale principio, infatti, si afferma nell’art. 178 del codice penale spagnolo che il consenso dev’essere riconosciuto sulla sola base di «atti» - e non di parole - che «tenendo conto delle circostanze del caso, esprimono chiaramente la volontà della persona».
Altro motivo di critica appare poi quello concernente l’ulteriore previsione secondo cui «l’atto sessuale è contrario alla volontà della persona anche quando è commesso a sorpresa ovvero approfittando della impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso». Se con tale previsione si intendesse solo riferirsi a una rapida e comunque inaccettabile molestia posta in essere da soggetti presi da «raptus» improvvisi a fronte di bellezze femminili, poco male. Condotte di tal genere, infatti, secondo una consolidata - anche se discutibile - interpretazione giurisprudenziale, sono già oggi, in base alla norma vigente, da qualificarsi come reato di violenza sessuale. Quel che preoccupa, però, è che, secondo quanto dichiarato proprio dalla Bongiorno in un’intervista comparsa sul Corriere della sera del 23 gennaio scorso, con la previsione in questione si sarebbe invece inteso introdurre la fattispecie del «freezing», che si avrebbe - si afferma in detta intervista - «quando la donna non manifesta la sua volontà perché congelata dalla paura». Ora, i casi sono due. O la paura è stata indotta dall’uomo mediante violenza, minaccia o abuso d’autorità, e allora basterebbe questo a rendere configurabile il reato, addirittura nella sua forma aggravata, senza alcuna necessità di apposita previsione. Oppure all’insorgere della paura nella psiche della donna è del tutto estranea la condotta posta in essere dall’uomo, e allora non si vede come e perché l’atto sessuale da lui compiuto con un soggetto comunque consenziente possa dar luogo a responsabilità penale, posto che la paura non può neppure essere considerata, di per sé, assimilabile, quando non derivi da cause patologiche, ad una condizione di «inferiorità fisica o psichica».
In conclusione vien fatto di chiedersi, a questo punto, se non possa condividersi l’opinione di chi, come l’onorevole Valeria Valente, del Partito democratico, ha sostenuto, sia pure per ragioni opposte a quelle qui illustrate, che, a fronte della nuova proposta, meglio sarebbe lasciare intatta la vigente formulazione del reato che, nell’interpretazione giurisprudenziale - si afferma - consente già ora di ritenerlo configurabile in assenza del consenso della vittima. Più d’uno, nell’ambito del centrodestra, potrebbe essere d’accordo.
Sì al nuovo testo: pene fino a 13 anni
Novità per il disegno di legge contro la violenza sulla donne: ieri la relatrice del ddl, la presidente della Commissione Giustizia del Senato Giulia Bongiorno della Lega, ha presentato un nuovo testo che prevede pene più alte: fino a 12 anni nel caso di atti sessuali contro volontà e fino a 13 anni in presenza di aggravanti (violenza o minaccia). Il testo base del ddl è stato approvato con 12 voti a favore e 10 contrari dalla Commissione. La polemica con le opposizioni ruota intorno al cambiamento della parola «consenso» che appariva invece nel testo approvato alla Camera. Perché questo cambiamento? «Perché loro (le opposizioni, ndr)», ha spiegato la Bongiorno, «dicevano che questo consenso quasi dovesse essere presunto, secondo me non si deve presumere, nei contesti si deve accertare. Ho voluto ancorare questo dissenso ai casi concreti, recependo la famosa convenzione di Istanbul. È molto più facile accertare la contrarietà di una volontà piuttosto che accertare un consenso che molti hanno detto: “Come lo deve esprimere? Con un modulo?”. Personalmente», ha aggiunto la Bongiorno, «io voglio mettere al centro la donna e non voglio che qualcuno pensi che noi a tutti i costi ce ne infischiamo delle loro perplessità. Il testo base è stato votato ed è stato approvato», ha aggiunto la Bongiorno, «ma è un punto di partenza. Al centro di tutto deve restare la volontà della donna». Annuncia barricate la senatrice del Pd Valeria Valente, componente della Commissione femminicidio, che ieri ha partecipato alla riunione della Commissione Giustizia: «Il suo testo straccia il patto Meloni-Schlein», ha argomentato la Valente, «perché Bongiorno ha scritto una legge che mette al centro non il consenso della donna, ma il dissenso, facendo quindi un passo indietro rispetto alla giurisprudenza attuale. L’avvocata Bongiorno lo sa benissimo. Dovendo provare il dissenso all’atto sessuale in un’aula di tribunale, una donna che ha subito stupro dovrà provare di essersi difesa, di avere reagito, di avere scalciato. Il carico sarà tutto sulle donne, che saranno rivittimizzate, più di quanto già avviene. Siamo di fronte ad un’inversione a U», ha aggiunto la Valente, «rispetto alla legge sul consenso approvata all’unanimità alla Camera, noi faremo tutto quello che potremo per evitare che il Parlamento approvi una legge sbagliata. Lo faremo accanto a tutte le associazioni femminili e femministe e le reti e i centri antiviolenza che in queste ore stanno urlando il loro no». »Il testo dell'emendamento è stato scritto da una donna ma dettato dal patriarcato», ha dichiarato invece la dem Michela Di Biase.
Al Senato i gruppi di opposizione hanno chiesto e ottenuto nuove audizioni sul disegno di legge perché il testo base adottato ieri nella riformulazione della relatrice Giulia Bongiorno «è cambiato completamente», come hanno riferito tra gli altri la senatrice dem Anna Rossomando, Ada Lopreiato del M5s e Ivan Scalfarotto di Italia viva.
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