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2019-04-02
«Omofobi», «sfigati» e «fanatici». Le tre false accuse ai pro family
Ansa
C'è una cosa che ritengo debba essere chiarita ora che il Congresso delle famiglie ha terminato i suoi lavori e la marcia finale ha mostrato ancora una volta che il movimento a favore della vita è capace di riempire le piazze. Gli organizzatori e i partecipanti sono stati oggetto di molti appellativi, vorrei soffermarmi su tre, tralasciando l'accusa di «medioevale» per inferiorità manifesta. Uno che pensa di offendere dando del medioevale mostra un tale livello d'ignoranza storica, artistica, scientifica, sociologica, filosofica che è bene lasciarlo continuare a vivere nella caverna da cui proviene. Il primo è «omofobi». Si tratta di un termine ombrello sotto il quale vengono poste molte cose differenti. E poiché si tratta di cose differenti, è necessario precisarle. Quando l'omofobia indica volere conculcare i diritti umani fondamentali della persona, il diritto alla vita, all'istruzione, ad essere curati, alla libertà di pensiero, allora i pro family di Verona e del Family Day sono i più acerrimi nemici dell'omofobia, perché essi conoscono bene la distinzione tra persona e atto.
I pro family non hanno paura (fobia) dei loro simili, né di coloro che sono attratti dalle persone del loro stesso sesso (omo), ancora meno nutrono avversione verso di loro. Ma è questo quello che s'intende dire quando si è detto che a Verona si è riunito un covo di omofobi? Partiamo dall'inizio. I pro family pensano che gli organi sessuali abbiano un intrinseco significato genitale per unirsi in atti di tipo generativo; si tratta di una posizione etica, non di omofobia. I pro family pensano che usare il sesso contraddicendo questo significato, con la masturbazione, con il coito orale o anale, sia un comportamento disordinato (non ordinato al fine proprio); è una posizione morale, non è omofobia.
I convenuti al Congresso di Verona sono convinti che il matrimonio non sia una semplice relazione affettiva, ma la stabile, esclusiva, totale condivisione delle loro persone da parte di un uomo e una donna. Si tratta di morale naturale, non di omofobia. Sulla base di una sterminata letteratura scientifica, ritengono anche che la condizione di sviluppo migliore per un bambino, a parità degli altri fattori, sia crescere in una famiglia intatta con i propri genitori biologici.
È psicologia e sociologia, non omofobia. Pensano che approfittare della povertà di una donna usando il suo utero per avere un bambino non sia moralmente migliore che usare la sua vagina per avere un orgasmo, e che rendere in maniera pianificata un bambino orfano genetico e orfano gestazionale è un'ingiustizia nauseabonda. È diritto, non omofobia. Chiarificato questo, diventa necessario stabilire se sia ammissibile continuare ad usare un termine ghettizzante e sprezzante coniato da una fazione politica, quella Lgbt, per ottenere l'approvazione della propria piattaforma politica mostrificando gli avversari pro family.
Se è possibile continuare ad essere impunemente insultati dalla fazione avversa. Perché se l'omofobia, com'è stato detto, è una malattia e l'omofobia è ciò che vogliono che sia le organizzazioni Lgbt, avere una piattaforma politica contraria a quella a quella loro, allora raccomandarsi di non essere omofobi significa essere fiancheggiatore della tesi che l'avversario politico è un malato di mente, significa avallare il passo fatale compiuto dai regimi totalitari per silenziare il dissenso. E questo è tutt'altro che un atteggiamento amichevole.
Se i pro family, in quanto omofobi, sono malati di mente, allora si deve avere il coraggio di affermare che venti secoli di civiltà occidentale, fondata e permeata dai principi giudaico-cristiani, sono stati un lunghissimo periodo di follia finalmente interrotto per l'intervento del Pd della signora Cirinnà. Si deve avere il coraggio della coerenza e vietare la lettura di San Paolo nelle chiese, di ordinare la censura del Catechismo della Chiesa cattolica e dichiarare abrogato il VI comandamento. Ma se invece si pensa che quelle dei pro family sono istanze culturali, religiose e politiche protette dalla Costituzione, allora esse devono riceve niente più che protezione dal bullismo della controparte e non è più tollerabile che qualcuno venga a farci la predica sull'omofobia. Se pregano affinché le persone omosessuali abbandonino la pratica dell'omosessualità i pro family sono ridicoli omofobi? Allora si abbia il coraggio di dire che anche Santa Caterina da Siena era un'omofoba malata di mente da curare.
La seconda parola è «sfigati». A fare oggetto i partecipanti al Congresso di Verona del gentile omaggio è stato Luigi Di Maio. E qui devo dargli ragione, seppure a malincuore: in effetti, qualsiasi fortuna, rispetto all'ascesa del viceministro pentastellato, appare una sfiga. Può avere un lavoro appagante ed una bella famiglia quanto si vuole, ma rispetto al miracolo di diventare ministro del lavoro senza una laurea ed un lavoro serio nel curriculum, il pro family fa la figura dello sfigato.
E veniamo al terzo e ultimo epiteto: «Fanatici», copyright ancora Giggino 'o pentastellato. L'accusa è quella di essere dei fanatici religiosi, ma per capire che con l'aborto si uccide un essere umano non serve la rivelazione, è sufficiente avere le conoscenze minime di biologia. Regnier de Graaf scopre i follicoli ovarici nel 1672, 5 anni dopo Antoni van Leeuwenhoek scopre gli spermatozoi, nel 1824 Jean-Louis Prévost e JeanBaptiste Dumas dimostrano che per avere la fecondazione serve che l'ovocita venga in contatto con lo spermatozoo e nel 1858 il medico tedesco Rudolf Virchow afferma: «Tutte le cellule vengono da cellule», mettendo così la pietra finale per la comprensione di quella stessa fecondazione che di certo è stata insegnata al liceo anche al capo dei 5 stelle. Se un embrione non è altro da noi, ma siamo noi stessi in un momento precedente, allora non è moralmente giusto uccidere un embrione, come non è giusto uccidere uno come noi. Questo non si chiama fanatismo, ma logica.
Se c'è un fanatismo è quello antiscientifico ed oscurantista della Boldrini che si scandalizza perché al Congresso si distribuiscono riproduzioni realistiche delle fattezze di un bambino soppresso con l'aborto. Qualcuno dovrebbe spiegarle che la storia del feto «grumo di cellule» era buona negli anni Settanta, quando ancora non c'era l'ecografia 3D. Solo chi è a corto di argomenti razionali risponde con l'isteria e l'invettiva. E se poi vuole essere coerente, allora nel suo prossimo comizio elettorale Di Maio si rivolga ai convenuti avendo il coraggio di accusare di fanatismo i 2.373 padri conciliari che scrissero che l'aborto è un «delitto abominevole» (Gs, 51) e San Giovanni Paolo II che descrive le leggi come la 194 un «delitto» che paradossalmente assume il carattere di «diritto» (Ev, 11).
Se noi, i pro family veronesi, siamo fanatici, allora Di Maio deve essere conseguente e indicare i nostri «cattivi maestri» di fanatismo. Può fare tutti i maneggi e gli accordini che vuole, ma la sua maschera di nemico della scienza, della ragione e del sentimento religioso l'ha gettata. Pensa che sbaciucchiando il sangue di San Gennaro riesca ad infinocchiarci? Ma non sa che i cristiani diffidano dei bacetti sin dal tempo di un certo Giuda Iscariota?
Renzo Puccetti
Il partito anti famiglia ora va all’assalto del decreto «salva padri»
Il Congresso mondiale sulla famiglia di Verona sembra aver definitivamente rotto il clima «familiare» tra gli alleati di governo che se le sono «cantate» senza esclusione di colpi, con attacchi e colpi bassi reciproci. Non basta. Su diritti e famiglia, il leader del M5s Luigi Di Maio appare deciso a proseguire lo scontro aperto con la Lega prima del meeting e alla ricerca di consensi in vista delle prossime elezioni europee, si mette di traverso sulle proposte dell'alleato e pensa ad altro se non il contrario. Del resto anche il presidente della Camera, Roberto Fico, con l'evento mondiale in corso, ha annunciato un convegno alla Camera per le famiglie arcobaleno...
Sabato, da Verona, il vicepremier Matteo Salvini aveva detto: «Non vogliamo togliere niente a nessuno, ma siamo a favore del futuro. È mio diritto, da ministro e da papà, garantire i diritti di chi non ha voce, i bambini. Perché non devono pagare loro i litigi dei genitori. Occorre modificare il diritto di famiglia, il ddl Pillon è solo un punto di partenza». Ma ieri il dl è stato «affondato» con un forte e chiaro «no» dei pentastellati. Ci ha pensato, su La7, il grillino Vincenzo Spadafora. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio aveva già preso le distanze da Verona: «La Lega si sta spostando molto a destra, una destra che può fare paura al nostro Paese», aveva detto. «Se la Lega si attiene al contratto di governo, bene. Se dovesse decidere altro sarà una responsabilità della Lega far cadere il governo escludendo future alleanze tra Lega e 5 stelle». Salvini gli ha risposto per le rime, invitandolo a «occuparsi di rendere più veloci le adozioni: ci sono più di 30 mila famiglie che attendono di adottare un bambino». Spadafora, difeso dal premier Giuseppe Conte («Le adozioni sono del ministro leghista Fontana») ha buttato alle ortiche il dl: «Il provvedimento Pillon è chiuso. Quel testo non arriverà mai in aula, è archiviato. Adesso bisogna scrivere un nuovo testo, che probabilmente prenderà anche qualcosa di buono, ma molto poco, per andare incontro ai temi del diritto di famiglia, ma non come aveva pensato Pillon. Sono state fatte le audizioni in Commissione giustizia, adesso c'è un nuovo tavolo Lega-M5S al quale sono invitate anche le opposizioni». Il decreto, presentato lo scorso agosto da Simone Pillon, prevede che i figli passino lo stesso tempo con entrambi i genitori. Inoltre, al mantenimento dei figli devono provvedere la madre e il padre allo stesso modo. Insomma, la legge punta a garantire la bigenitorialità riformando il diritto di famiglia e la custodia dei figli in caso di separazione. Un'altra novità del dl presentato dal senatore leghista è la mediazione familiare, che prevede un tentativo di riconciliazione della coppia, prima di arrivare di fronte al giudice.
Ma Spadafora, a quanto pare, non ne vuole sapere. «Adesso sono in corso decine, anzi credo centinaia, di audizioni in Commissione, credo che termineranno tra qualche mese», ha detto ieri. «Dopo si potrà lavorare sicuramente a una ridefinizione, ma ribadisco che la proposta, così come è stata formulata, non diventerà mai legge». Pronta la risposta leghista per bocca del capogruppo Massimiliano Romeo: «Il M5s può pensare come vuole ma non si può certo archiviare quello che c'è scritto nel contratto di governo: sull'affido condiviso è molto chiaro, a partire dalla permanenza dei figli con tempi paritari tra i genitori. Il ddl Pillon, che è firmato anche dal M5s, rispecchia il contratto. Il testo si può migliorare: probabilmente un testo base unico farà sintesi con le altre proposte ma non si può archiviare il contratto».
All'attacco di Spadafora si aggiunge il post di Di Maio sul Blog delle Stelle. Il vicepremier rimarca la linea pentastellata: «Sono giorni che c'è un gran parlare sulla famiglia. Sento molte parole, molte chiacchiere, parecchie polemiche che considero inutili. Siamo stati eletti per lavorare e risolvere i problemi. Sulla famiglia il Movimento 5 Stelle ha un piano molto ambizioso, che vogliamo iniziare a concretizzare perché serve un nuovo Welfare familiare, servono meno opinioni e più fatti. Nel Def, oltre al dl Crescita e allo Sblocca cantieri, in qualità di ministro del Lavoro e delle Politiche sociali proporrò l'inserimento di un capitolo dedicato proprio alla famiglia, incluse alcune misure che possiamo portare a casa già nel 2019 e con la prossima finanziaria».
Di Maio ha poi citato «la riforma dell'Irpef con il coefficiente familiare. Oggi ogni cittadino che prende uno stipendio ha delle detrazioni in base al nucleo familiare. Noi vogliamo fare un passo avanti, ovvero inserire un coefficiente da calibrare sull'Irpef di ogni famiglia. Hai 2,3 o 4 figli a carico? Il coefficiente varia e si riduce proporzionalmente l'Irpef da pagare per i genitori. Un impegno verso maggiori incentivi per chi ha necessità di una babysitter e per l'acquisto di pannolini, con sconti del 50% sul prodotto». Scrive ancora il grillino: «Agevolazioni sulle rette degli asili nido, fino ad arrivare a un dimezzamento (per il primo, il secondo e il terzo figlio) in quelle Regioni dove il costo è più alto. Sono provvedimenti di buon senso che hanno un chiaro obiettivo: mettere in condizioni le coppie italiane di poter tornare a fare figli. In fondo, siamo al mondo per questo. Ed è giusto che lo Stato inizi a prendere sul serio un problema che l'Italia si trascina ormai da troppi anni».
La Lega intanto ha depositato una proposta di legge per istituire la Commissione parlamentare di inchiesta sul business delle case famiglia e per velocizzare adozioni nazionali e internazionali.
Sarina Biraghi
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I partecipanti al Congresso di Verona non hanno paura degli omosessuali né vogliono discriminarli. E chi li definisce estremisti forse non ha mai letto i testi di San Giovanni Paolo II.Il sottosegretario a 5 stelle Vincenzo Spadafora spara: «Il ddl Pillon va archiviato» La Lega tiene botta: «Quel provvedimento è nel contratto, non si tocca».Lo speciale contiene due articoliC'è una cosa che ritengo debba essere chiarita ora che il Congresso delle famiglie ha terminato i suoi lavori e la marcia finale ha mostrato ancora una volta che il movimento a favore della vita è capace di riempire le piazze. Gli organizzatori e i partecipanti sono stati oggetto di molti appellativi, vorrei soffermarmi su tre, tralasciando l'accusa di «medioevale» per inferiorità manifesta. Uno che pensa di offendere dando del medioevale mostra un tale livello d'ignoranza storica, artistica, scientifica, sociologica, filosofica che è bene lasciarlo continuare a vivere nella caverna da cui proviene. Il primo è «omofobi». Si tratta di un termine ombrello sotto il quale vengono poste molte cose differenti. E poiché si tratta di cose differenti, è necessario precisarle. Quando l'omofobia indica volere conculcare i diritti umani fondamentali della persona, il diritto alla vita, all'istruzione, ad essere curati, alla libertà di pensiero, allora i pro family di Verona e del Family Day sono i più acerrimi nemici dell'omofobia, perché essi conoscono bene la distinzione tra persona e atto. I pro family non hanno paura (fobia) dei loro simili, né di coloro che sono attratti dalle persone del loro stesso sesso (omo), ancora meno nutrono avversione verso di loro. Ma è questo quello che s'intende dire quando si è detto che a Verona si è riunito un covo di omofobi? Partiamo dall'inizio. I pro family pensano che gli organi sessuali abbiano un intrinseco significato genitale per unirsi in atti di tipo generativo; si tratta di una posizione etica, non di omofobia. I pro family pensano che usare il sesso contraddicendo questo significato, con la masturbazione, con il coito orale o anale, sia un comportamento disordinato (non ordinato al fine proprio); è una posizione morale, non è omofobia. I convenuti al Congresso di Verona sono convinti che il matrimonio non sia una semplice relazione affettiva, ma la stabile, esclusiva, totale condivisione delle loro persone da parte di un uomo e una donna. Si tratta di morale naturale, non di omofobia. Sulla base di una sterminata letteratura scientifica, ritengono anche che la condizione di sviluppo migliore per un bambino, a parità degli altri fattori, sia crescere in una famiglia intatta con i propri genitori biologici. È psicologia e sociologia, non omofobia. Pensano che approfittare della povertà di una donna usando il suo utero per avere un bambino non sia moralmente migliore che usare la sua vagina per avere un orgasmo, e che rendere in maniera pianificata un bambino orfano genetico e orfano gestazionale è un'ingiustizia nauseabonda. È diritto, non omofobia. Chiarificato questo, diventa necessario stabilire se sia ammissibile continuare ad usare un termine ghettizzante e sprezzante coniato da una fazione politica, quella Lgbt, per ottenere l'approvazione della propria piattaforma politica mostrificando gli avversari pro family. Se è possibile continuare ad essere impunemente insultati dalla fazione avversa. Perché se l'omofobia, com'è stato detto, è una malattia e l'omofobia è ciò che vogliono che sia le organizzazioni Lgbt, avere una piattaforma politica contraria a quella a quella loro, allora raccomandarsi di non essere omofobi significa essere fiancheggiatore della tesi che l'avversario politico è un malato di mente, significa avallare il passo fatale compiuto dai regimi totalitari per silenziare il dissenso. E questo è tutt'altro che un atteggiamento amichevole. Se i pro family, in quanto omofobi, sono malati di mente, allora si deve avere il coraggio di affermare che venti secoli di civiltà occidentale, fondata e permeata dai principi giudaico-cristiani, sono stati un lunghissimo periodo di follia finalmente interrotto per l'intervento del Pd della signora Cirinnà. Si deve avere il coraggio della coerenza e vietare la lettura di San Paolo nelle chiese, di ordinare la censura del Catechismo della Chiesa cattolica e dichiarare abrogato il VI comandamento. Ma se invece si pensa che quelle dei pro family sono istanze culturali, religiose e politiche protette dalla Costituzione, allora esse devono riceve niente più che protezione dal bullismo della controparte e non è più tollerabile che qualcuno venga a farci la predica sull'omofobia. Se pregano affinché le persone omosessuali abbandonino la pratica dell'omosessualità i pro family sono ridicoli omofobi? Allora si abbia il coraggio di dire che anche Santa Caterina da Siena era un'omofoba malata di mente da curare. La seconda parola è «sfigati». A fare oggetto i partecipanti al Congresso di Verona del gentile omaggio è stato Luigi Di Maio. E qui devo dargli ragione, seppure a malincuore: in effetti, qualsiasi fortuna, rispetto all'ascesa del viceministro pentastellato, appare una sfiga. Può avere un lavoro appagante ed una bella famiglia quanto si vuole, ma rispetto al miracolo di diventare ministro del lavoro senza una laurea ed un lavoro serio nel curriculum, il pro family fa la figura dello sfigato. E veniamo al terzo e ultimo epiteto: «Fanatici», copyright ancora Giggino 'o pentastellato. L'accusa è quella di essere dei fanatici religiosi, ma per capire che con l'aborto si uccide un essere umano non serve la rivelazione, è sufficiente avere le conoscenze minime di biologia. Regnier de Graaf scopre i follicoli ovarici nel 1672, 5 anni dopo Antoni van Leeuwenhoek scopre gli spermatozoi, nel 1824 Jean-Louis Prévost e JeanBaptiste Dumas dimostrano che per avere la fecondazione serve che l'ovocita venga in contatto con lo spermatozoo e nel 1858 il medico tedesco Rudolf Virchow afferma: «Tutte le cellule vengono da cellule», mettendo così la pietra finale per la comprensione di quella stessa fecondazione che di certo è stata insegnata al liceo anche al capo dei 5 stelle. Se un embrione non è altro da noi, ma siamo noi stessi in un momento precedente, allora non è moralmente giusto uccidere un embrione, come non è giusto uccidere uno come noi. Questo non si chiama fanatismo, ma logica. Se c'è un fanatismo è quello antiscientifico ed oscurantista della Boldrini che si scandalizza perché al Congresso si distribuiscono riproduzioni realistiche delle fattezze di un bambino soppresso con l'aborto. Qualcuno dovrebbe spiegarle che la storia del feto «grumo di cellule» era buona negli anni Settanta, quando ancora non c'era l'ecografia 3D. Solo chi è a corto di argomenti razionali risponde con l'isteria e l'invettiva. E se poi vuole essere coerente, allora nel suo prossimo comizio elettorale Di Maio si rivolga ai convenuti avendo il coraggio di accusare di fanatismo i 2.373 padri conciliari che scrissero che l'aborto è un «delitto abominevole» (Gs, 51) e San Giovanni Paolo II che descrive le leggi come la 194 un «delitto» che paradossalmente assume il carattere di «diritto» (Ev, 11). Se noi, i pro family veronesi, siamo fanatici, allora Di Maio deve essere conseguente e indicare i nostri «cattivi maestri» di fanatismo. Può fare tutti i maneggi e gli accordini che vuole, ma la sua maschera di nemico della scienza, della ragione e del sentimento religioso l'ha gettata. Pensa che sbaciucchiando il sangue di San Gennaro riesca ad infinocchiarci? 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Su diritti e famiglia, il leader del M5s Luigi Di Maio appare deciso a proseguire lo scontro aperto con la Lega prima del meeting e alla ricerca di consensi in vista delle prossime elezioni europee, si mette di traverso sulle proposte dell'alleato e pensa ad altro se non il contrario. Del resto anche il presidente della Camera, Roberto Fico, con l'evento mondiale in corso, ha annunciato un convegno alla Camera per le famiglie arcobaleno... Sabato, da Verona, il vicepremier Matteo Salvini aveva detto: «Non vogliamo togliere niente a nessuno, ma siamo a favore del futuro. È mio diritto, da ministro e da papà, garantire i diritti di chi non ha voce, i bambini. Perché non devono pagare loro i litigi dei genitori. Occorre modificare il diritto di famiglia, il ddl Pillon è solo un punto di partenza». Ma ieri il dl è stato «affondato» con un forte e chiaro «no» dei pentastellati. Ci ha pensato, su La7, il grillino Vincenzo Spadafora. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio aveva già preso le distanze da Verona: «La Lega si sta spostando molto a destra, una destra che può fare paura al nostro Paese», aveva detto. «Se la Lega si attiene al contratto di governo, bene. Se dovesse decidere altro sarà una responsabilità della Lega far cadere il governo escludendo future alleanze tra Lega e 5 stelle». Salvini gli ha risposto per le rime, invitandolo a «occuparsi di rendere più veloci le adozioni: ci sono più di 30 mila famiglie che attendono di adottare un bambino». Spadafora, difeso dal premier Giuseppe Conte («Le adozioni sono del ministro leghista Fontana») ha buttato alle ortiche il dl: «Il provvedimento Pillon è chiuso. Quel testo non arriverà mai in aula, è archiviato. Adesso bisogna scrivere un nuovo testo, che probabilmente prenderà anche qualcosa di buono, ma molto poco, per andare incontro ai temi del diritto di famiglia, ma non come aveva pensato Pillon. Sono state fatte le audizioni in Commissione giustizia, adesso c'è un nuovo tavolo Lega-M5S al quale sono invitate anche le opposizioni». Il decreto, presentato lo scorso agosto da Simone Pillon, prevede che i figli passino lo stesso tempo con entrambi i genitori. Inoltre, al mantenimento dei figli devono provvedere la madre e il padre allo stesso modo. Insomma, la legge punta a garantire la bigenitorialità riformando il diritto di famiglia e la custodia dei figli in caso di separazione. Un'altra novità del dl presentato dal senatore leghista è la mediazione familiare, che prevede un tentativo di riconciliazione della coppia, prima di arrivare di fronte al giudice. Ma Spadafora, a quanto pare, non ne vuole sapere. «Adesso sono in corso decine, anzi credo centinaia, di audizioni in Commissione, credo che termineranno tra qualche mese», ha detto ieri. «Dopo si potrà lavorare sicuramente a una ridefinizione, ma ribadisco che la proposta, così come è stata formulata, non diventerà mai legge». Pronta la risposta leghista per bocca del capogruppo Massimiliano Romeo: «Il M5s può pensare come vuole ma non si può certo archiviare quello che c'è scritto nel contratto di governo: sull'affido condiviso è molto chiaro, a partire dalla permanenza dei figli con tempi paritari tra i genitori. Il ddl Pillon, che è firmato anche dal M5s, rispecchia il contratto. Il testo si può migliorare: probabilmente un testo base unico farà sintesi con le altre proposte ma non si può archiviare il contratto». All'attacco di Spadafora si aggiunge il post di Di Maio sul Blog delle Stelle. Il vicepremier rimarca la linea pentastellata: «Sono giorni che c'è un gran parlare sulla famiglia. Sento molte parole, molte chiacchiere, parecchie polemiche che considero inutili. Siamo stati eletti per lavorare e risolvere i problemi. Sulla famiglia il Movimento 5 Stelle ha un piano molto ambizioso, che vogliamo iniziare a concretizzare perché serve un nuovo Welfare familiare, servono meno opinioni e più fatti. Nel Def, oltre al dl Crescita e allo Sblocca cantieri, in qualità di ministro del Lavoro e delle Politiche sociali proporrò l'inserimento di un capitolo dedicato proprio alla famiglia, incluse alcune misure che possiamo portare a casa già nel 2019 e con la prossima finanziaria». Di Maio ha poi citato «la riforma dell'Irpef con il coefficiente familiare. Oggi ogni cittadino che prende uno stipendio ha delle detrazioni in base al nucleo familiare. Noi vogliamo fare un passo avanti, ovvero inserire un coefficiente da calibrare sull'Irpef di ogni famiglia. Hai 2,3 o 4 figli a carico? Il coefficiente varia e si riduce proporzionalmente l'Irpef da pagare per i genitori. Un impegno verso maggiori incentivi per chi ha necessità di una babysitter e per l'acquisto di pannolini, con sconti del 50% sul prodotto». Scrive ancora il grillino: «Agevolazioni sulle rette degli asili nido, fino ad arrivare a un dimezzamento (per il primo, il secondo e il terzo figlio) in quelle Regioni dove il costo è più alto. Sono provvedimenti di buon senso che hanno un chiaro obiettivo: mettere in condizioni le coppie italiane di poter tornare a fare figli. In fondo, siamo al mondo per questo. Ed è giusto che lo Stato inizi a prendere sul serio un problema che l'Italia si trascina ormai da troppi anni». La Lega intanto ha depositato una proposta di legge per istituire la Commissione parlamentare di inchiesta sul business delle case famiglia e per velocizzare adozioni nazionali e internazionali. Sarina Biraghi
Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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