True
2019-04-02
«Omofobi», «sfigati» e «fanatici». Le tre false accuse ai pro family
Ansa
C'è una cosa che ritengo debba essere chiarita ora che il Congresso delle famiglie ha terminato i suoi lavori e la marcia finale ha mostrato ancora una volta che il movimento a favore della vita è capace di riempire le piazze. Gli organizzatori e i partecipanti sono stati oggetto di molti appellativi, vorrei soffermarmi su tre, tralasciando l'accusa di «medioevale» per inferiorità manifesta. Uno che pensa di offendere dando del medioevale mostra un tale livello d'ignoranza storica, artistica, scientifica, sociologica, filosofica che è bene lasciarlo continuare a vivere nella caverna da cui proviene. Il primo è «omofobi». Si tratta di un termine ombrello sotto il quale vengono poste molte cose differenti. E poiché si tratta di cose differenti, è necessario precisarle. Quando l'omofobia indica volere conculcare i diritti umani fondamentali della persona, il diritto alla vita, all'istruzione, ad essere curati, alla libertà di pensiero, allora i pro family di Verona e del Family Day sono i più acerrimi nemici dell'omofobia, perché essi conoscono bene la distinzione tra persona e atto.
I pro family non hanno paura (fobia) dei loro simili, né di coloro che sono attratti dalle persone del loro stesso sesso (omo), ancora meno nutrono avversione verso di loro. Ma è questo quello che s'intende dire quando si è detto che a Verona si è riunito un covo di omofobi? Partiamo dall'inizio. I pro family pensano che gli organi sessuali abbiano un intrinseco significato genitale per unirsi in atti di tipo generativo; si tratta di una posizione etica, non di omofobia. I pro family pensano che usare il sesso contraddicendo questo significato, con la masturbazione, con il coito orale o anale, sia un comportamento disordinato (non ordinato al fine proprio); è una posizione morale, non è omofobia.
I convenuti al Congresso di Verona sono convinti che il matrimonio non sia una semplice relazione affettiva, ma la stabile, esclusiva, totale condivisione delle loro persone da parte di un uomo e una donna. Si tratta di morale naturale, non di omofobia. Sulla base di una sterminata letteratura scientifica, ritengono anche che la condizione di sviluppo migliore per un bambino, a parità degli altri fattori, sia crescere in una famiglia intatta con i propri genitori biologici.
È psicologia e sociologia, non omofobia. Pensano che approfittare della povertà di una donna usando il suo utero per avere un bambino non sia moralmente migliore che usare la sua vagina per avere un orgasmo, e che rendere in maniera pianificata un bambino orfano genetico e orfano gestazionale è un'ingiustizia nauseabonda. È diritto, non omofobia. Chiarificato questo, diventa necessario stabilire se sia ammissibile continuare ad usare un termine ghettizzante e sprezzante coniato da una fazione politica, quella Lgbt, per ottenere l'approvazione della propria piattaforma politica mostrificando gli avversari pro family.
Se è possibile continuare ad essere impunemente insultati dalla fazione avversa. Perché se l'omofobia, com'è stato detto, è una malattia e l'omofobia è ciò che vogliono che sia le organizzazioni Lgbt, avere una piattaforma politica contraria a quella a quella loro, allora raccomandarsi di non essere omofobi significa essere fiancheggiatore della tesi che l'avversario politico è un malato di mente, significa avallare il passo fatale compiuto dai regimi totalitari per silenziare il dissenso. E questo è tutt'altro che un atteggiamento amichevole.
Se i pro family, in quanto omofobi, sono malati di mente, allora si deve avere il coraggio di affermare che venti secoli di civiltà occidentale, fondata e permeata dai principi giudaico-cristiani, sono stati un lunghissimo periodo di follia finalmente interrotto per l'intervento del Pd della signora Cirinnà. Si deve avere il coraggio della coerenza e vietare la lettura di San Paolo nelle chiese, di ordinare la censura del Catechismo della Chiesa cattolica e dichiarare abrogato il VI comandamento. Ma se invece si pensa che quelle dei pro family sono istanze culturali, religiose e politiche protette dalla Costituzione, allora esse devono riceve niente più che protezione dal bullismo della controparte e non è più tollerabile che qualcuno venga a farci la predica sull'omofobia. Se pregano affinché le persone omosessuali abbandonino la pratica dell'omosessualità i pro family sono ridicoli omofobi? Allora si abbia il coraggio di dire che anche Santa Caterina da Siena era un'omofoba malata di mente da curare.
La seconda parola è «sfigati». A fare oggetto i partecipanti al Congresso di Verona del gentile omaggio è stato Luigi Di Maio. E qui devo dargli ragione, seppure a malincuore: in effetti, qualsiasi fortuna, rispetto all'ascesa del viceministro pentastellato, appare una sfiga. Può avere un lavoro appagante ed una bella famiglia quanto si vuole, ma rispetto al miracolo di diventare ministro del lavoro senza una laurea ed un lavoro serio nel curriculum, il pro family fa la figura dello sfigato.
E veniamo al terzo e ultimo epiteto: «Fanatici», copyright ancora Giggino 'o pentastellato. L'accusa è quella di essere dei fanatici religiosi, ma per capire che con l'aborto si uccide un essere umano non serve la rivelazione, è sufficiente avere le conoscenze minime di biologia. Regnier de Graaf scopre i follicoli ovarici nel 1672, 5 anni dopo Antoni van Leeuwenhoek scopre gli spermatozoi, nel 1824 Jean-Louis Prévost e JeanBaptiste Dumas dimostrano che per avere la fecondazione serve che l'ovocita venga in contatto con lo spermatozoo e nel 1858 il medico tedesco Rudolf Virchow afferma: «Tutte le cellule vengono da cellule», mettendo così la pietra finale per la comprensione di quella stessa fecondazione che di certo è stata insegnata al liceo anche al capo dei 5 stelle. Se un embrione non è altro da noi, ma siamo noi stessi in un momento precedente, allora non è moralmente giusto uccidere un embrione, come non è giusto uccidere uno come noi. Questo non si chiama fanatismo, ma logica.
Se c'è un fanatismo è quello antiscientifico ed oscurantista della Boldrini che si scandalizza perché al Congresso si distribuiscono riproduzioni realistiche delle fattezze di un bambino soppresso con l'aborto. Qualcuno dovrebbe spiegarle che la storia del feto «grumo di cellule» era buona negli anni Settanta, quando ancora non c'era l'ecografia 3D. Solo chi è a corto di argomenti razionali risponde con l'isteria e l'invettiva. E se poi vuole essere coerente, allora nel suo prossimo comizio elettorale Di Maio si rivolga ai convenuti avendo il coraggio di accusare di fanatismo i 2.373 padri conciliari che scrissero che l'aborto è un «delitto abominevole» (Gs, 51) e San Giovanni Paolo II che descrive le leggi come la 194 un «delitto» che paradossalmente assume il carattere di «diritto» (Ev, 11).
Se noi, i pro family veronesi, siamo fanatici, allora Di Maio deve essere conseguente e indicare i nostri «cattivi maestri» di fanatismo. Può fare tutti i maneggi e gli accordini che vuole, ma la sua maschera di nemico della scienza, della ragione e del sentimento religioso l'ha gettata. Pensa che sbaciucchiando il sangue di San Gennaro riesca ad infinocchiarci? Ma non sa che i cristiani diffidano dei bacetti sin dal tempo di un certo Giuda Iscariota?
Renzo Puccetti
Il partito anti famiglia ora va all’assalto del decreto «salva padri»
Il Congresso mondiale sulla famiglia di Verona sembra aver definitivamente rotto il clima «familiare» tra gli alleati di governo che se le sono «cantate» senza esclusione di colpi, con attacchi e colpi bassi reciproci. Non basta. Su diritti e famiglia, il leader del M5s Luigi Di Maio appare deciso a proseguire lo scontro aperto con la Lega prima del meeting e alla ricerca di consensi in vista delle prossime elezioni europee, si mette di traverso sulle proposte dell'alleato e pensa ad altro se non il contrario. Del resto anche il presidente della Camera, Roberto Fico, con l'evento mondiale in corso, ha annunciato un convegno alla Camera per le famiglie arcobaleno...
Sabato, da Verona, il vicepremier Matteo Salvini aveva detto: «Non vogliamo togliere niente a nessuno, ma siamo a favore del futuro. È mio diritto, da ministro e da papà, garantire i diritti di chi non ha voce, i bambini. Perché non devono pagare loro i litigi dei genitori. Occorre modificare il diritto di famiglia, il ddl Pillon è solo un punto di partenza». Ma ieri il dl è stato «affondato» con un forte e chiaro «no» dei pentastellati. Ci ha pensato, su La7, il grillino Vincenzo Spadafora. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio aveva già preso le distanze da Verona: «La Lega si sta spostando molto a destra, una destra che può fare paura al nostro Paese», aveva detto. «Se la Lega si attiene al contratto di governo, bene. Se dovesse decidere altro sarà una responsabilità della Lega far cadere il governo escludendo future alleanze tra Lega e 5 stelle». Salvini gli ha risposto per le rime, invitandolo a «occuparsi di rendere più veloci le adozioni: ci sono più di 30 mila famiglie che attendono di adottare un bambino». Spadafora, difeso dal premier Giuseppe Conte («Le adozioni sono del ministro leghista Fontana») ha buttato alle ortiche il dl: «Il provvedimento Pillon è chiuso. Quel testo non arriverà mai in aula, è archiviato. Adesso bisogna scrivere un nuovo testo, che probabilmente prenderà anche qualcosa di buono, ma molto poco, per andare incontro ai temi del diritto di famiglia, ma non come aveva pensato Pillon. Sono state fatte le audizioni in Commissione giustizia, adesso c'è un nuovo tavolo Lega-M5S al quale sono invitate anche le opposizioni». Il decreto, presentato lo scorso agosto da Simone Pillon, prevede che i figli passino lo stesso tempo con entrambi i genitori. Inoltre, al mantenimento dei figli devono provvedere la madre e il padre allo stesso modo. Insomma, la legge punta a garantire la bigenitorialità riformando il diritto di famiglia e la custodia dei figli in caso di separazione. Un'altra novità del dl presentato dal senatore leghista è la mediazione familiare, che prevede un tentativo di riconciliazione della coppia, prima di arrivare di fronte al giudice.
Ma Spadafora, a quanto pare, non ne vuole sapere. «Adesso sono in corso decine, anzi credo centinaia, di audizioni in Commissione, credo che termineranno tra qualche mese», ha detto ieri. «Dopo si potrà lavorare sicuramente a una ridefinizione, ma ribadisco che la proposta, così come è stata formulata, non diventerà mai legge». Pronta la risposta leghista per bocca del capogruppo Massimiliano Romeo: «Il M5s può pensare come vuole ma non si può certo archiviare quello che c'è scritto nel contratto di governo: sull'affido condiviso è molto chiaro, a partire dalla permanenza dei figli con tempi paritari tra i genitori. Il ddl Pillon, che è firmato anche dal M5s, rispecchia il contratto. Il testo si può migliorare: probabilmente un testo base unico farà sintesi con le altre proposte ma non si può archiviare il contratto».
All'attacco di Spadafora si aggiunge il post di Di Maio sul Blog delle Stelle. Il vicepremier rimarca la linea pentastellata: «Sono giorni che c'è un gran parlare sulla famiglia. Sento molte parole, molte chiacchiere, parecchie polemiche che considero inutili. Siamo stati eletti per lavorare e risolvere i problemi. Sulla famiglia il Movimento 5 Stelle ha un piano molto ambizioso, che vogliamo iniziare a concretizzare perché serve un nuovo Welfare familiare, servono meno opinioni e più fatti. Nel Def, oltre al dl Crescita e allo Sblocca cantieri, in qualità di ministro del Lavoro e delle Politiche sociali proporrò l'inserimento di un capitolo dedicato proprio alla famiglia, incluse alcune misure che possiamo portare a casa già nel 2019 e con la prossima finanziaria».
Di Maio ha poi citato «la riforma dell'Irpef con il coefficiente familiare. Oggi ogni cittadino che prende uno stipendio ha delle detrazioni in base al nucleo familiare. Noi vogliamo fare un passo avanti, ovvero inserire un coefficiente da calibrare sull'Irpef di ogni famiglia. Hai 2,3 o 4 figli a carico? Il coefficiente varia e si riduce proporzionalmente l'Irpef da pagare per i genitori. Un impegno verso maggiori incentivi per chi ha necessità di una babysitter e per l'acquisto di pannolini, con sconti del 50% sul prodotto». Scrive ancora il grillino: «Agevolazioni sulle rette degli asili nido, fino ad arrivare a un dimezzamento (per il primo, il secondo e il terzo figlio) in quelle Regioni dove il costo è più alto. Sono provvedimenti di buon senso che hanno un chiaro obiettivo: mettere in condizioni le coppie italiane di poter tornare a fare figli. In fondo, siamo al mondo per questo. Ed è giusto che lo Stato inizi a prendere sul serio un problema che l'Italia si trascina ormai da troppi anni».
La Lega intanto ha depositato una proposta di legge per istituire la Commissione parlamentare di inchiesta sul business delle case famiglia e per velocizzare adozioni nazionali e internazionali.
Sarina Biraghi
Continua a leggereRiduci
I partecipanti al Congresso di Verona non hanno paura degli omosessuali né vogliono discriminarli. E chi li definisce estremisti forse non ha mai letto i testi di San Giovanni Paolo II.Il sottosegretario a 5 stelle Vincenzo Spadafora spara: «Il ddl Pillon va archiviato» La Lega tiene botta: «Quel provvedimento è nel contratto, non si tocca».Lo speciale contiene due articoliC'è una cosa che ritengo debba essere chiarita ora che il Congresso delle famiglie ha terminato i suoi lavori e la marcia finale ha mostrato ancora una volta che il movimento a favore della vita è capace di riempire le piazze. Gli organizzatori e i partecipanti sono stati oggetto di molti appellativi, vorrei soffermarmi su tre, tralasciando l'accusa di «medioevale» per inferiorità manifesta. Uno che pensa di offendere dando del medioevale mostra un tale livello d'ignoranza storica, artistica, scientifica, sociologica, filosofica che è bene lasciarlo continuare a vivere nella caverna da cui proviene. Il primo è «omofobi». Si tratta di un termine ombrello sotto il quale vengono poste molte cose differenti. E poiché si tratta di cose differenti, è necessario precisarle. Quando l'omofobia indica volere conculcare i diritti umani fondamentali della persona, il diritto alla vita, all'istruzione, ad essere curati, alla libertà di pensiero, allora i pro family di Verona e del Family Day sono i più acerrimi nemici dell'omofobia, perché essi conoscono bene la distinzione tra persona e atto. I pro family non hanno paura (fobia) dei loro simili, né di coloro che sono attratti dalle persone del loro stesso sesso (omo), ancora meno nutrono avversione verso di loro. Ma è questo quello che s'intende dire quando si è detto che a Verona si è riunito un covo di omofobi? Partiamo dall'inizio. I pro family pensano che gli organi sessuali abbiano un intrinseco significato genitale per unirsi in atti di tipo generativo; si tratta di una posizione etica, non di omofobia. I pro family pensano che usare il sesso contraddicendo questo significato, con la masturbazione, con il coito orale o anale, sia un comportamento disordinato (non ordinato al fine proprio); è una posizione morale, non è omofobia. I convenuti al Congresso di Verona sono convinti che il matrimonio non sia una semplice relazione affettiva, ma la stabile, esclusiva, totale condivisione delle loro persone da parte di un uomo e una donna. Si tratta di morale naturale, non di omofobia. Sulla base di una sterminata letteratura scientifica, ritengono anche che la condizione di sviluppo migliore per un bambino, a parità degli altri fattori, sia crescere in una famiglia intatta con i propri genitori biologici. È psicologia e sociologia, non omofobia. Pensano che approfittare della povertà di una donna usando il suo utero per avere un bambino non sia moralmente migliore che usare la sua vagina per avere un orgasmo, e che rendere in maniera pianificata un bambino orfano genetico e orfano gestazionale è un'ingiustizia nauseabonda. È diritto, non omofobia. Chiarificato questo, diventa necessario stabilire se sia ammissibile continuare ad usare un termine ghettizzante e sprezzante coniato da una fazione politica, quella Lgbt, per ottenere l'approvazione della propria piattaforma politica mostrificando gli avversari pro family. Se è possibile continuare ad essere impunemente insultati dalla fazione avversa. Perché se l'omofobia, com'è stato detto, è una malattia e l'omofobia è ciò che vogliono che sia le organizzazioni Lgbt, avere una piattaforma politica contraria a quella a quella loro, allora raccomandarsi di non essere omofobi significa essere fiancheggiatore della tesi che l'avversario politico è un malato di mente, significa avallare il passo fatale compiuto dai regimi totalitari per silenziare il dissenso. E questo è tutt'altro che un atteggiamento amichevole. Se i pro family, in quanto omofobi, sono malati di mente, allora si deve avere il coraggio di affermare che venti secoli di civiltà occidentale, fondata e permeata dai principi giudaico-cristiani, sono stati un lunghissimo periodo di follia finalmente interrotto per l'intervento del Pd della signora Cirinnà. Si deve avere il coraggio della coerenza e vietare la lettura di San Paolo nelle chiese, di ordinare la censura del Catechismo della Chiesa cattolica e dichiarare abrogato il VI comandamento. Ma se invece si pensa che quelle dei pro family sono istanze culturali, religiose e politiche protette dalla Costituzione, allora esse devono riceve niente più che protezione dal bullismo della controparte e non è più tollerabile che qualcuno venga a farci la predica sull'omofobia. Se pregano affinché le persone omosessuali abbandonino la pratica dell'omosessualità i pro family sono ridicoli omofobi? Allora si abbia il coraggio di dire che anche Santa Caterina da Siena era un'omofoba malata di mente da curare. La seconda parola è «sfigati». A fare oggetto i partecipanti al Congresso di Verona del gentile omaggio è stato Luigi Di Maio. E qui devo dargli ragione, seppure a malincuore: in effetti, qualsiasi fortuna, rispetto all'ascesa del viceministro pentastellato, appare una sfiga. Può avere un lavoro appagante ed una bella famiglia quanto si vuole, ma rispetto al miracolo di diventare ministro del lavoro senza una laurea ed un lavoro serio nel curriculum, il pro family fa la figura dello sfigato. E veniamo al terzo e ultimo epiteto: «Fanatici», copyright ancora Giggino 'o pentastellato. L'accusa è quella di essere dei fanatici religiosi, ma per capire che con l'aborto si uccide un essere umano non serve la rivelazione, è sufficiente avere le conoscenze minime di biologia. Regnier de Graaf scopre i follicoli ovarici nel 1672, 5 anni dopo Antoni van Leeuwenhoek scopre gli spermatozoi, nel 1824 Jean-Louis Prévost e JeanBaptiste Dumas dimostrano che per avere la fecondazione serve che l'ovocita venga in contatto con lo spermatozoo e nel 1858 il medico tedesco Rudolf Virchow afferma: «Tutte le cellule vengono da cellule», mettendo così la pietra finale per la comprensione di quella stessa fecondazione che di certo è stata insegnata al liceo anche al capo dei 5 stelle. Se un embrione non è altro da noi, ma siamo noi stessi in un momento precedente, allora non è moralmente giusto uccidere un embrione, come non è giusto uccidere uno come noi. Questo non si chiama fanatismo, ma logica. Se c'è un fanatismo è quello antiscientifico ed oscurantista della Boldrini che si scandalizza perché al Congresso si distribuiscono riproduzioni realistiche delle fattezze di un bambino soppresso con l'aborto. Qualcuno dovrebbe spiegarle che la storia del feto «grumo di cellule» era buona negli anni Settanta, quando ancora non c'era l'ecografia 3D. Solo chi è a corto di argomenti razionali risponde con l'isteria e l'invettiva. E se poi vuole essere coerente, allora nel suo prossimo comizio elettorale Di Maio si rivolga ai convenuti avendo il coraggio di accusare di fanatismo i 2.373 padri conciliari che scrissero che l'aborto è un «delitto abominevole» (Gs, 51) e San Giovanni Paolo II che descrive le leggi come la 194 un «delitto» che paradossalmente assume il carattere di «diritto» (Ev, 11). Se noi, i pro family veronesi, siamo fanatici, allora Di Maio deve essere conseguente e indicare i nostri «cattivi maestri» di fanatismo. Può fare tutti i maneggi e gli accordini che vuole, ma la sua maschera di nemico della scienza, della ragione e del sentimento religioso l'ha gettata. Pensa che sbaciucchiando il sangue di San Gennaro riesca ad infinocchiarci? Ma non sa che i cristiani diffidano dei bacetti sin dal tempo di un certo Giuda Iscariota?Renzo Puccetti<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/omofobi-sfigati-e-fanatici-le-tre-false-accuse-ai-pro-family-2633405989.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-partito-anti-famiglia-ora-va-allassalto-del-decreto-salva-padri" data-post-id="2633405989" data-published-at="1776176689" data-use-pagination="False"> Il partito anti famiglia ora va all’assalto del decreto «salva padri» Il Congresso mondiale sulla famiglia di Verona sembra aver definitivamente rotto il clima «familiare» tra gli alleati di governo che se le sono «cantate» senza esclusione di colpi, con attacchi e colpi bassi reciproci. Non basta. Su diritti e famiglia, il leader del M5s Luigi Di Maio appare deciso a proseguire lo scontro aperto con la Lega prima del meeting e alla ricerca di consensi in vista delle prossime elezioni europee, si mette di traverso sulle proposte dell'alleato e pensa ad altro se non il contrario. Del resto anche il presidente della Camera, Roberto Fico, con l'evento mondiale in corso, ha annunciato un convegno alla Camera per le famiglie arcobaleno... Sabato, da Verona, il vicepremier Matteo Salvini aveva detto: «Non vogliamo togliere niente a nessuno, ma siamo a favore del futuro. È mio diritto, da ministro e da papà, garantire i diritti di chi non ha voce, i bambini. Perché non devono pagare loro i litigi dei genitori. Occorre modificare il diritto di famiglia, il ddl Pillon è solo un punto di partenza». Ma ieri il dl è stato «affondato» con un forte e chiaro «no» dei pentastellati. Ci ha pensato, su La7, il grillino Vincenzo Spadafora. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio aveva già preso le distanze da Verona: «La Lega si sta spostando molto a destra, una destra che può fare paura al nostro Paese», aveva detto. «Se la Lega si attiene al contratto di governo, bene. Se dovesse decidere altro sarà una responsabilità della Lega far cadere il governo escludendo future alleanze tra Lega e 5 stelle». Salvini gli ha risposto per le rime, invitandolo a «occuparsi di rendere più veloci le adozioni: ci sono più di 30 mila famiglie che attendono di adottare un bambino». Spadafora, difeso dal premier Giuseppe Conte («Le adozioni sono del ministro leghista Fontana») ha buttato alle ortiche il dl: «Il provvedimento Pillon è chiuso. Quel testo non arriverà mai in aula, è archiviato. Adesso bisogna scrivere un nuovo testo, che probabilmente prenderà anche qualcosa di buono, ma molto poco, per andare incontro ai temi del diritto di famiglia, ma non come aveva pensato Pillon. Sono state fatte le audizioni in Commissione giustizia, adesso c'è un nuovo tavolo Lega-M5S al quale sono invitate anche le opposizioni». Il decreto, presentato lo scorso agosto da Simone Pillon, prevede che i figli passino lo stesso tempo con entrambi i genitori. Inoltre, al mantenimento dei figli devono provvedere la madre e il padre allo stesso modo. Insomma, la legge punta a garantire la bigenitorialità riformando il diritto di famiglia e la custodia dei figli in caso di separazione. Un'altra novità del dl presentato dal senatore leghista è la mediazione familiare, che prevede un tentativo di riconciliazione della coppia, prima di arrivare di fronte al giudice. Ma Spadafora, a quanto pare, non ne vuole sapere. «Adesso sono in corso decine, anzi credo centinaia, di audizioni in Commissione, credo che termineranno tra qualche mese», ha detto ieri. «Dopo si potrà lavorare sicuramente a una ridefinizione, ma ribadisco che la proposta, così come è stata formulata, non diventerà mai legge». Pronta la risposta leghista per bocca del capogruppo Massimiliano Romeo: «Il M5s può pensare come vuole ma non si può certo archiviare quello che c'è scritto nel contratto di governo: sull'affido condiviso è molto chiaro, a partire dalla permanenza dei figli con tempi paritari tra i genitori. Il ddl Pillon, che è firmato anche dal M5s, rispecchia il contratto. Il testo si può migliorare: probabilmente un testo base unico farà sintesi con le altre proposte ma non si può archiviare il contratto». All'attacco di Spadafora si aggiunge il post di Di Maio sul Blog delle Stelle. Il vicepremier rimarca la linea pentastellata: «Sono giorni che c'è un gran parlare sulla famiglia. Sento molte parole, molte chiacchiere, parecchie polemiche che considero inutili. Siamo stati eletti per lavorare e risolvere i problemi. Sulla famiglia il Movimento 5 Stelle ha un piano molto ambizioso, che vogliamo iniziare a concretizzare perché serve un nuovo Welfare familiare, servono meno opinioni e più fatti. Nel Def, oltre al dl Crescita e allo Sblocca cantieri, in qualità di ministro del Lavoro e delle Politiche sociali proporrò l'inserimento di un capitolo dedicato proprio alla famiglia, incluse alcune misure che possiamo portare a casa già nel 2019 e con la prossima finanziaria». Di Maio ha poi citato «la riforma dell'Irpef con il coefficiente familiare. Oggi ogni cittadino che prende uno stipendio ha delle detrazioni in base al nucleo familiare. Noi vogliamo fare un passo avanti, ovvero inserire un coefficiente da calibrare sull'Irpef di ogni famiglia. Hai 2,3 o 4 figli a carico? Il coefficiente varia e si riduce proporzionalmente l'Irpef da pagare per i genitori. Un impegno verso maggiori incentivi per chi ha necessità di una babysitter e per l'acquisto di pannolini, con sconti del 50% sul prodotto». Scrive ancora il grillino: «Agevolazioni sulle rette degli asili nido, fino ad arrivare a un dimezzamento (per il primo, il secondo e il terzo figlio) in quelle Regioni dove il costo è più alto. Sono provvedimenti di buon senso che hanno un chiaro obiettivo: mettere in condizioni le coppie italiane di poter tornare a fare figli. In fondo, siamo al mondo per questo. Ed è giusto che lo Stato inizi a prendere sul serio un problema che l'Italia si trascina ormai da troppi anni». La Lega intanto ha depositato una proposta di legge per istituire la Commissione parlamentare di inchiesta sul business delle case famiglia e per velocizzare adozioni nazionali e internazionali. Sarina Biraghi
(Getty Images)
Dopo il rimbalzo 2021-22, nel 2025 l’Italia ha registrato un lieve recupero (+0,5%) mentre Francia (-4,5%) e Polonia (-0,3%) hanno tirato il freno; la Spagna è cresciuta (+4,7%) ma su scala più ridotta (8,6 miliardi).
Guardando alla filiera legno-arredo, FederlegnoArredo indica per il 2025 un fatturato alla produzione sopra i 52,2 miliardi (+1,4%), oltre 62.000 imprese e più di 292.000 addetti. Le esportazioni superano i 19,3 miliardi e l’Europa assorbe oltre il 66% del totale: per questo il Salone si presenta come una vetrina importantissima per il settore quanto a capacità di accesso ai buyer. Dal punto di vista microeconomico, insomma, il Salone è un mercato temporaneo importantissimo: concentra buyer e progettisti globali e comprime i tempi di negoziazione. L’edizione 2026 è in calendario a Fiera Milano Rho; la manifestazione nasce nel 1961 e continua a operare come infrastruttura B2B del design.
Nel 2024 si contano 1.950 espositori da 35 Paesi e 370.824 presenze complessive, con il 65,6% degli operatori dall’estero. Nel 2025 la fiera ha registrato 302.786 presenze da 160 Paesi; l’(Eco) Sistema Design Milano misura, inoltre, il «capitale relazionale» generato: 2.103 espositori, oltre 1,3 milioni di interazioni e l’intenzione di tornare del 93% tra gli espositori. Nonostante le incertezze geopolitiche, tengono i mercati esteri con performance record in Turchia (+43,5%) e Canada (+9%).
La settimana del Salone, inoltre e non va dimenticato, genera un indotto anche su ospitalità, ristorazione, retail e trasporti, con benefici diffusi su microimprese e lavoro nei servizi. Per il 2025 Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza avevano stimato un indotto di 278 milioni di euro: il 73% è attribuito alla spesa dei visitatori stranieri (202,1 milioni). La scomposizione dell’indotto, poi, chiarisce dove si crea valore: alloggio (41,4%), ristorazione (30,4%), shopping (23,6%), biglietti (4,6%). In parallelo, l’Annual Report del Salone conferma l’indotto 2025 a 278 milioni (+15% sul 2023) e segnala un utilizzo della metropolitana di Milano al livello più alto dell’anno (+39,6% sulla media), coerente con la lettura del Salone come choc positivo di domanda urbana e di intensificazione dei flussi.
La Design Week, il Fuorisalone per intenderci, estende poi l’impatto oltre il quartiere fieristico: la città mette il turbo sul campo delle relazioni sociali e del consumo culturale, con ricadute su musei, showroom, palazzi storici e quartieri meno centrali. Inoltrte, i poli produttivi generano l’83% dell’avanzo commerciale del settore (8,4 miliardi di euro complessivi). Nel 2026 il palinsesto ufficiale del Comune di Milano supera le 267 iniziative e gli appuntamenti complessivi in città superano quota 1.850 (+10%), coinvolgendo 19 quartieri: è un ampliamento che sposta flussi e spesa anche fuori dai distretti tradizionali. E l’Intelligenza artificiale è la priorità: il 16% delle imprese del settore ha già adottato soluzioni di Ia. L’effetto positivo non è, poi, solo quantitativo. La programmazione e i criteri dichiarati per il palinsesto verso un’economia circolare dell’evento: il 47% dei progetti accolti adotta soluzioni che non si concludono con la fine della manifestazione (riuso di allestimenti e materiali) e quasi il 52% prevede misure per l’accessibilità alle persone con disabilità sensoriali e motorie. In termini competitivi, il punto è che sostenibilità e inclusione diventano così valori aggiunti dell’offerta (e quindi di prezzo, reputazione e accesso a commesse), soprattutto nei segmenti legati all’hospitality.
La ricaduta non è quindi «locale» per definizione: la domanda aggregata in fiera si traduce in ordini che poi attraversano una catena del valore distribuita (materiali, componentistica, lavorazioni, finiture e servizi di progettazione), alimentando produzione e saldo estero lungo la filiera. In aggiunta, secondo Intesa Sanpaolo il 2026 si colloca in un quadro in cui il mercato interno del mobile è atteso in lieve aumento grazie al traino del boom immobiliare e al turismo di fascia alta (nuove aperture e rinnovi di interni), e in cui l’incertezza globale può persino rafforzare la capacità attrattiva dell’Italia, da sempre ritenuto un Paese che mette al centro una cultura del design e del bello che non ha eguali in Europa e nel mondo.
Continua a leggereRiduci
«Ho espresso ed esprimo la mia solidarietà a papa Leone — ha aggiunto —. Dico di più: francamente io non mi sentirei a mio agio in una società nella quale i leader religiosi fanno quello che dicono i leader politici. Non in questa parte del mondo».
Inoltre, la premier ha parlato della possibilità di sospendere il patto sul gas russo: «Descalzi è un operatore del settore, capisco il suo punto di vista. Io continuo a sperare che quando il problema si dovesse porre noi saremo riusciti a raggiungere la pace in Ucraina. Ma sul gas russo dobbiamo fare molta attenzione a come ci muoviamo».
Continua a leggereRiduci
(Imagoeconomica)
Una scelta, quella del sacerdote, che è stata giudicata in maniera molto negativa (eufemismo) dai compagn,che hanno voluto stigmatizzare l’affronto al rituale che prevede parata, gagliardetti e ricordo delle vittime della Resistenza consegnando ai social una lettera-manifesto carica di risentimento.
Mossi da «un forte senso di responsabilità civile», i simpatizzanti Anpi di Arcore fanno la predica al parroco: «La scelta di celebrare le Prime Comunioni il 25 aprile è inopportuna perché non permette ai cittadini di partecipare alla celebrazione istituzionale». Ecco, fin dalle prime righe, la motivazione: i cittadini verrebbero «distratti» dalle Comunioni, che drenerebbero così i partecipanti al «rito» resistenziale. «È una ricorrenza che appartiene a tutti, credenti e non credenti, e che merita attenzione e rispetto», incalzano i partigiani, strenui difensori della loro religione a scapito di quella cattolica. Lo scontro tra credo continua così: «Colpisce ancora di più che questa decisione arrivi da un rappresentante del clero. Durante la Resistenza, molti uomini di Chiesa hanno avuto un ruolo importante, spesso pagando con la vita il loro impegno per la libertà, la giustizia e la dignità umana». Un dato inoppugnabile, spesso sottaciuto proprio dalla Resistenza rossa, quella ufficiale, che tende spesso a dimenticare quella bianca, cattolica, ritenuta figlia di un dio minore, quasi residuale. Ma che, invece, è stata altrettanto decisiva per il riscatto del Paese.
E che questo cazziatone arrivi dall’Anpi di Arcore fa doppiamente specie: in primis, perché pretende di decidere quando una religione può celebrare o meno i propri riti. In secondo luogo, quella arcorese è la stessa Anpi che aveva dato il patrocinio all’ultimo pride della Provincia di Monza e Brianza, assurto agli onori della cronaca nazionale per lo svolgimento della contestata «Via Frocis», l’iniziativa che richiamandosi alla Via Crucis vedrà a ogni stazione della parata arcobaleno una sosta e una riflessione su un tema di attualità. Anche contro la Chiesa cattolica. In quell’occasione, l’Anpi non aveva sentito il bisogno di dissociarsi (scusarsi sarebbe forse troppo) dalla mancanza di rispetto nei confronti del cattolicesimo. D’altronde, loro il 24 dicembre augurano «Serene feste a tutti gli antifascisti». Cancellando il Natale dai loro social. Così, mentre rampognano ancora il parroco sul fatto che «celebrare un sacramento così importante proprio il 25 aprile rischia di essere una mancanza di rispetto», si dimenticano di insulti e censure nei confronti della religione.
Continua a leggereRiduci
I progressisti esultano per il nuovo premier ungherese. Che vuole chiudere le frontiere ed esalta Meloni. È l’ultimo cortocircuito dei compagni.