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2019-04-02
«Omofobi», «sfigati» e «fanatici». Le tre false accuse ai pro family
Ansa
C'è una cosa che ritengo debba essere chiarita ora che il Congresso delle famiglie ha terminato i suoi lavori e la marcia finale ha mostrato ancora una volta che il movimento a favore della vita è capace di riempire le piazze. Gli organizzatori e i partecipanti sono stati oggetto di molti appellativi, vorrei soffermarmi su tre, tralasciando l'accusa di «medioevale» per inferiorità manifesta. Uno che pensa di offendere dando del medioevale mostra un tale livello d'ignoranza storica, artistica, scientifica, sociologica, filosofica che è bene lasciarlo continuare a vivere nella caverna da cui proviene. Il primo è «omofobi». Si tratta di un termine ombrello sotto il quale vengono poste molte cose differenti. E poiché si tratta di cose differenti, è necessario precisarle. Quando l'omofobia indica volere conculcare i diritti umani fondamentali della persona, il diritto alla vita, all'istruzione, ad essere curati, alla libertà di pensiero, allora i pro family di Verona e del Family Day sono i più acerrimi nemici dell'omofobia, perché essi conoscono bene la distinzione tra persona e atto.
I pro family non hanno paura (fobia) dei loro simili, né di coloro che sono attratti dalle persone del loro stesso sesso (omo), ancora meno nutrono avversione verso di loro. Ma è questo quello che s'intende dire quando si è detto che a Verona si è riunito un covo di omofobi? Partiamo dall'inizio. I pro family pensano che gli organi sessuali abbiano un intrinseco significato genitale per unirsi in atti di tipo generativo; si tratta di una posizione etica, non di omofobia. I pro family pensano che usare il sesso contraddicendo questo significato, con la masturbazione, con il coito orale o anale, sia un comportamento disordinato (non ordinato al fine proprio); è una posizione morale, non è omofobia.
I convenuti al Congresso di Verona sono convinti che il matrimonio non sia una semplice relazione affettiva, ma la stabile, esclusiva, totale condivisione delle loro persone da parte di un uomo e una donna. Si tratta di morale naturale, non di omofobia. Sulla base di una sterminata letteratura scientifica, ritengono anche che la condizione di sviluppo migliore per un bambino, a parità degli altri fattori, sia crescere in una famiglia intatta con i propri genitori biologici.
È psicologia e sociologia, non omofobia. Pensano che approfittare della povertà di una donna usando il suo utero per avere un bambino non sia moralmente migliore che usare la sua vagina per avere un orgasmo, e che rendere in maniera pianificata un bambino orfano genetico e orfano gestazionale è un'ingiustizia nauseabonda. È diritto, non omofobia. Chiarificato questo, diventa necessario stabilire se sia ammissibile continuare ad usare un termine ghettizzante e sprezzante coniato da una fazione politica, quella Lgbt, per ottenere l'approvazione della propria piattaforma politica mostrificando gli avversari pro family.
Se è possibile continuare ad essere impunemente insultati dalla fazione avversa. Perché se l'omofobia, com'è stato detto, è una malattia e l'omofobia è ciò che vogliono che sia le organizzazioni Lgbt, avere una piattaforma politica contraria a quella a quella loro, allora raccomandarsi di non essere omofobi significa essere fiancheggiatore della tesi che l'avversario politico è un malato di mente, significa avallare il passo fatale compiuto dai regimi totalitari per silenziare il dissenso. E questo è tutt'altro che un atteggiamento amichevole.
Se i pro family, in quanto omofobi, sono malati di mente, allora si deve avere il coraggio di affermare che venti secoli di civiltà occidentale, fondata e permeata dai principi giudaico-cristiani, sono stati un lunghissimo periodo di follia finalmente interrotto per l'intervento del Pd della signora Cirinnà. Si deve avere il coraggio della coerenza e vietare la lettura di San Paolo nelle chiese, di ordinare la censura del Catechismo della Chiesa cattolica e dichiarare abrogato il VI comandamento. Ma se invece si pensa che quelle dei pro family sono istanze culturali, religiose e politiche protette dalla Costituzione, allora esse devono riceve niente più che protezione dal bullismo della controparte e non è più tollerabile che qualcuno venga a farci la predica sull'omofobia. Se pregano affinché le persone omosessuali abbandonino la pratica dell'omosessualità i pro family sono ridicoli omofobi? Allora si abbia il coraggio di dire che anche Santa Caterina da Siena era un'omofoba malata di mente da curare.
La seconda parola è «sfigati». A fare oggetto i partecipanti al Congresso di Verona del gentile omaggio è stato Luigi Di Maio. E qui devo dargli ragione, seppure a malincuore: in effetti, qualsiasi fortuna, rispetto all'ascesa del viceministro pentastellato, appare una sfiga. Può avere un lavoro appagante ed una bella famiglia quanto si vuole, ma rispetto al miracolo di diventare ministro del lavoro senza una laurea ed un lavoro serio nel curriculum, il pro family fa la figura dello sfigato.
E veniamo al terzo e ultimo epiteto: «Fanatici», copyright ancora Giggino 'o pentastellato. L'accusa è quella di essere dei fanatici religiosi, ma per capire che con l'aborto si uccide un essere umano non serve la rivelazione, è sufficiente avere le conoscenze minime di biologia. Regnier de Graaf scopre i follicoli ovarici nel 1672, 5 anni dopo Antoni van Leeuwenhoek scopre gli spermatozoi, nel 1824 Jean-Louis Prévost e JeanBaptiste Dumas dimostrano che per avere la fecondazione serve che l'ovocita venga in contatto con lo spermatozoo e nel 1858 il medico tedesco Rudolf Virchow afferma: «Tutte le cellule vengono da cellule», mettendo così la pietra finale per la comprensione di quella stessa fecondazione che di certo è stata insegnata al liceo anche al capo dei 5 stelle. Se un embrione non è altro da noi, ma siamo noi stessi in un momento precedente, allora non è moralmente giusto uccidere un embrione, come non è giusto uccidere uno come noi. Questo non si chiama fanatismo, ma logica.
Se c'è un fanatismo è quello antiscientifico ed oscurantista della Boldrini che si scandalizza perché al Congresso si distribuiscono riproduzioni realistiche delle fattezze di un bambino soppresso con l'aborto. Qualcuno dovrebbe spiegarle che la storia del feto «grumo di cellule» era buona negli anni Settanta, quando ancora non c'era l'ecografia 3D. Solo chi è a corto di argomenti razionali risponde con l'isteria e l'invettiva. E se poi vuole essere coerente, allora nel suo prossimo comizio elettorale Di Maio si rivolga ai convenuti avendo il coraggio di accusare di fanatismo i 2.373 padri conciliari che scrissero che l'aborto è un «delitto abominevole» (Gs, 51) e San Giovanni Paolo II che descrive le leggi come la 194 un «delitto» che paradossalmente assume il carattere di «diritto» (Ev, 11).
Se noi, i pro family veronesi, siamo fanatici, allora Di Maio deve essere conseguente e indicare i nostri «cattivi maestri» di fanatismo. Può fare tutti i maneggi e gli accordini che vuole, ma la sua maschera di nemico della scienza, della ragione e del sentimento religioso l'ha gettata. Pensa che sbaciucchiando il sangue di San Gennaro riesca ad infinocchiarci? Ma non sa che i cristiani diffidano dei bacetti sin dal tempo di un certo Giuda Iscariota?
Renzo Puccetti
Il partito anti famiglia ora va all’assalto del decreto «salva padri»
Il Congresso mondiale sulla famiglia di Verona sembra aver definitivamente rotto il clima «familiare» tra gli alleati di governo che se le sono «cantate» senza esclusione di colpi, con attacchi e colpi bassi reciproci. Non basta. Su diritti e famiglia, il leader del M5s Luigi Di Maio appare deciso a proseguire lo scontro aperto con la Lega prima del meeting e alla ricerca di consensi in vista delle prossime elezioni europee, si mette di traverso sulle proposte dell'alleato e pensa ad altro se non il contrario. Del resto anche il presidente della Camera, Roberto Fico, con l'evento mondiale in corso, ha annunciato un convegno alla Camera per le famiglie arcobaleno...
Sabato, da Verona, il vicepremier Matteo Salvini aveva detto: «Non vogliamo togliere niente a nessuno, ma siamo a favore del futuro. È mio diritto, da ministro e da papà, garantire i diritti di chi non ha voce, i bambini. Perché non devono pagare loro i litigi dei genitori. Occorre modificare il diritto di famiglia, il ddl Pillon è solo un punto di partenza». Ma ieri il dl è stato «affondato» con un forte e chiaro «no» dei pentastellati. Ci ha pensato, su La7, il grillino Vincenzo Spadafora. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio aveva già preso le distanze da Verona: «La Lega si sta spostando molto a destra, una destra che può fare paura al nostro Paese», aveva detto. «Se la Lega si attiene al contratto di governo, bene. Se dovesse decidere altro sarà una responsabilità della Lega far cadere il governo escludendo future alleanze tra Lega e 5 stelle». Salvini gli ha risposto per le rime, invitandolo a «occuparsi di rendere più veloci le adozioni: ci sono più di 30 mila famiglie che attendono di adottare un bambino». Spadafora, difeso dal premier Giuseppe Conte («Le adozioni sono del ministro leghista Fontana») ha buttato alle ortiche il dl: «Il provvedimento Pillon è chiuso. Quel testo non arriverà mai in aula, è archiviato. Adesso bisogna scrivere un nuovo testo, che probabilmente prenderà anche qualcosa di buono, ma molto poco, per andare incontro ai temi del diritto di famiglia, ma non come aveva pensato Pillon. Sono state fatte le audizioni in Commissione giustizia, adesso c'è un nuovo tavolo Lega-M5S al quale sono invitate anche le opposizioni». Il decreto, presentato lo scorso agosto da Simone Pillon, prevede che i figli passino lo stesso tempo con entrambi i genitori. Inoltre, al mantenimento dei figli devono provvedere la madre e il padre allo stesso modo. Insomma, la legge punta a garantire la bigenitorialità riformando il diritto di famiglia e la custodia dei figli in caso di separazione. Un'altra novità del dl presentato dal senatore leghista è la mediazione familiare, che prevede un tentativo di riconciliazione della coppia, prima di arrivare di fronte al giudice.
Ma Spadafora, a quanto pare, non ne vuole sapere. «Adesso sono in corso decine, anzi credo centinaia, di audizioni in Commissione, credo che termineranno tra qualche mese», ha detto ieri. «Dopo si potrà lavorare sicuramente a una ridefinizione, ma ribadisco che la proposta, così come è stata formulata, non diventerà mai legge». Pronta la risposta leghista per bocca del capogruppo Massimiliano Romeo: «Il M5s può pensare come vuole ma non si può certo archiviare quello che c'è scritto nel contratto di governo: sull'affido condiviso è molto chiaro, a partire dalla permanenza dei figli con tempi paritari tra i genitori. Il ddl Pillon, che è firmato anche dal M5s, rispecchia il contratto. Il testo si può migliorare: probabilmente un testo base unico farà sintesi con le altre proposte ma non si può archiviare il contratto».
All'attacco di Spadafora si aggiunge il post di Di Maio sul Blog delle Stelle. Il vicepremier rimarca la linea pentastellata: «Sono giorni che c'è un gran parlare sulla famiglia. Sento molte parole, molte chiacchiere, parecchie polemiche che considero inutili. Siamo stati eletti per lavorare e risolvere i problemi. Sulla famiglia il Movimento 5 Stelle ha un piano molto ambizioso, che vogliamo iniziare a concretizzare perché serve un nuovo Welfare familiare, servono meno opinioni e più fatti. Nel Def, oltre al dl Crescita e allo Sblocca cantieri, in qualità di ministro del Lavoro e delle Politiche sociali proporrò l'inserimento di un capitolo dedicato proprio alla famiglia, incluse alcune misure che possiamo portare a casa già nel 2019 e con la prossima finanziaria».
Di Maio ha poi citato «la riforma dell'Irpef con il coefficiente familiare. Oggi ogni cittadino che prende uno stipendio ha delle detrazioni in base al nucleo familiare. Noi vogliamo fare un passo avanti, ovvero inserire un coefficiente da calibrare sull'Irpef di ogni famiglia. Hai 2,3 o 4 figli a carico? Il coefficiente varia e si riduce proporzionalmente l'Irpef da pagare per i genitori. Un impegno verso maggiori incentivi per chi ha necessità di una babysitter e per l'acquisto di pannolini, con sconti del 50% sul prodotto». Scrive ancora il grillino: «Agevolazioni sulle rette degli asili nido, fino ad arrivare a un dimezzamento (per il primo, il secondo e il terzo figlio) in quelle Regioni dove il costo è più alto. Sono provvedimenti di buon senso che hanno un chiaro obiettivo: mettere in condizioni le coppie italiane di poter tornare a fare figli. In fondo, siamo al mondo per questo. Ed è giusto che lo Stato inizi a prendere sul serio un problema che l'Italia si trascina ormai da troppi anni».
La Lega intanto ha depositato una proposta di legge per istituire la Commissione parlamentare di inchiesta sul business delle case famiglia e per velocizzare adozioni nazionali e internazionali.
Sarina Biraghi
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I partecipanti al Congresso di Verona non hanno paura degli omosessuali né vogliono discriminarli. E chi li definisce estremisti forse non ha mai letto i testi di San Giovanni Paolo II.Il sottosegretario a 5 stelle Vincenzo Spadafora spara: «Il ddl Pillon va archiviato» La Lega tiene botta: «Quel provvedimento è nel contratto, non si tocca».Lo speciale contiene due articoliC'è una cosa che ritengo debba essere chiarita ora che il Congresso delle famiglie ha terminato i suoi lavori e la marcia finale ha mostrato ancora una volta che il movimento a favore della vita è capace di riempire le piazze. Gli organizzatori e i partecipanti sono stati oggetto di molti appellativi, vorrei soffermarmi su tre, tralasciando l'accusa di «medioevale» per inferiorità manifesta. Uno che pensa di offendere dando del medioevale mostra un tale livello d'ignoranza storica, artistica, scientifica, sociologica, filosofica che è bene lasciarlo continuare a vivere nella caverna da cui proviene. Il primo è «omofobi». Si tratta di un termine ombrello sotto il quale vengono poste molte cose differenti. E poiché si tratta di cose differenti, è necessario precisarle. Quando l'omofobia indica volere conculcare i diritti umani fondamentali della persona, il diritto alla vita, all'istruzione, ad essere curati, alla libertà di pensiero, allora i pro family di Verona e del Family Day sono i più acerrimi nemici dell'omofobia, perché essi conoscono bene la distinzione tra persona e atto. I pro family non hanno paura (fobia) dei loro simili, né di coloro che sono attratti dalle persone del loro stesso sesso (omo), ancora meno nutrono avversione verso di loro. Ma è questo quello che s'intende dire quando si è detto che a Verona si è riunito un covo di omofobi? Partiamo dall'inizio. I pro family pensano che gli organi sessuali abbiano un intrinseco significato genitale per unirsi in atti di tipo generativo; si tratta di una posizione etica, non di omofobia. I pro family pensano che usare il sesso contraddicendo questo significato, con la masturbazione, con il coito orale o anale, sia un comportamento disordinato (non ordinato al fine proprio); è una posizione morale, non è omofobia. I convenuti al Congresso di Verona sono convinti che il matrimonio non sia una semplice relazione affettiva, ma la stabile, esclusiva, totale condivisione delle loro persone da parte di un uomo e una donna. Si tratta di morale naturale, non di omofobia. Sulla base di una sterminata letteratura scientifica, ritengono anche che la condizione di sviluppo migliore per un bambino, a parità degli altri fattori, sia crescere in una famiglia intatta con i propri genitori biologici. È psicologia e sociologia, non omofobia. Pensano che approfittare della povertà di una donna usando il suo utero per avere un bambino non sia moralmente migliore che usare la sua vagina per avere un orgasmo, e che rendere in maniera pianificata un bambino orfano genetico e orfano gestazionale è un'ingiustizia nauseabonda. È diritto, non omofobia. Chiarificato questo, diventa necessario stabilire se sia ammissibile continuare ad usare un termine ghettizzante e sprezzante coniato da una fazione politica, quella Lgbt, per ottenere l'approvazione della propria piattaforma politica mostrificando gli avversari pro family. Se è possibile continuare ad essere impunemente insultati dalla fazione avversa. Perché se l'omofobia, com'è stato detto, è una malattia e l'omofobia è ciò che vogliono che sia le organizzazioni Lgbt, avere una piattaforma politica contraria a quella a quella loro, allora raccomandarsi di non essere omofobi significa essere fiancheggiatore della tesi che l'avversario politico è un malato di mente, significa avallare il passo fatale compiuto dai regimi totalitari per silenziare il dissenso. E questo è tutt'altro che un atteggiamento amichevole. Se i pro family, in quanto omofobi, sono malati di mente, allora si deve avere il coraggio di affermare che venti secoli di civiltà occidentale, fondata e permeata dai principi giudaico-cristiani, sono stati un lunghissimo periodo di follia finalmente interrotto per l'intervento del Pd della signora Cirinnà. Si deve avere il coraggio della coerenza e vietare la lettura di San Paolo nelle chiese, di ordinare la censura del Catechismo della Chiesa cattolica e dichiarare abrogato il VI comandamento. Ma se invece si pensa che quelle dei pro family sono istanze culturali, religiose e politiche protette dalla Costituzione, allora esse devono riceve niente più che protezione dal bullismo della controparte e non è più tollerabile che qualcuno venga a farci la predica sull'omofobia. Se pregano affinché le persone omosessuali abbandonino la pratica dell'omosessualità i pro family sono ridicoli omofobi? Allora si abbia il coraggio di dire che anche Santa Caterina da Siena era un'omofoba malata di mente da curare. La seconda parola è «sfigati». A fare oggetto i partecipanti al Congresso di Verona del gentile omaggio è stato Luigi Di Maio. E qui devo dargli ragione, seppure a malincuore: in effetti, qualsiasi fortuna, rispetto all'ascesa del viceministro pentastellato, appare una sfiga. Può avere un lavoro appagante ed una bella famiglia quanto si vuole, ma rispetto al miracolo di diventare ministro del lavoro senza una laurea ed un lavoro serio nel curriculum, il pro family fa la figura dello sfigato. E veniamo al terzo e ultimo epiteto: «Fanatici», copyright ancora Giggino 'o pentastellato. L'accusa è quella di essere dei fanatici religiosi, ma per capire che con l'aborto si uccide un essere umano non serve la rivelazione, è sufficiente avere le conoscenze minime di biologia. Regnier de Graaf scopre i follicoli ovarici nel 1672, 5 anni dopo Antoni van Leeuwenhoek scopre gli spermatozoi, nel 1824 Jean-Louis Prévost e JeanBaptiste Dumas dimostrano che per avere la fecondazione serve che l'ovocita venga in contatto con lo spermatozoo e nel 1858 il medico tedesco Rudolf Virchow afferma: «Tutte le cellule vengono da cellule», mettendo così la pietra finale per la comprensione di quella stessa fecondazione che di certo è stata insegnata al liceo anche al capo dei 5 stelle. Se un embrione non è altro da noi, ma siamo noi stessi in un momento precedente, allora non è moralmente giusto uccidere un embrione, come non è giusto uccidere uno come noi. Questo non si chiama fanatismo, ma logica. Se c'è un fanatismo è quello antiscientifico ed oscurantista della Boldrini che si scandalizza perché al Congresso si distribuiscono riproduzioni realistiche delle fattezze di un bambino soppresso con l'aborto. Qualcuno dovrebbe spiegarle che la storia del feto «grumo di cellule» era buona negli anni Settanta, quando ancora non c'era l'ecografia 3D. Solo chi è a corto di argomenti razionali risponde con l'isteria e l'invettiva. E se poi vuole essere coerente, allora nel suo prossimo comizio elettorale Di Maio si rivolga ai convenuti avendo il coraggio di accusare di fanatismo i 2.373 padri conciliari che scrissero che l'aborto è un «delitto abominevole» (Gs, 51) e San Giovanni Paolo II che descrive le leggi come la 194 un «delitto» che paradossalmente assume il carattere di «diritto» (Ev, 11). Se noi, i pro family veronesi, siamo fanatici, allora Di Maio deve essere conseguente e indicare i nostri «cattivi maestri» di fanatismo. Può fare tutti i maneggi e gli accordini che vuole, ma la sua maschera di nemico della scienza, della ragione e del sentimento religioso l'ha gettata. Pensa che sbaciucchiando il sangue di San Gennaro riesca ad infinocchiarci? 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Su diritti e famiglia, il leader del M5s Luigi Di Maio appare deciso a proseguire lo scontro aperto con la Lega prima del meeting e alla ricerca di consensi in vista delle prossime elezioni europee, si mette di traverso sulle proposte dell'alleato e pensa ad altro se non il contrario. Del resto anche il presidente della Camera, Roberto Fico, con l'evento mondiale in corso, ha annunciato un convegno alla Camera per le famiglie arcobaleno... Sabato, da Verona, il vicepremier Matteo Salvini aveva detto: «Non vogliamo togliere niente a nessuno, ma siamo a favore del futuro. È mio diritto, da ministro e da papà, garantire i diritti di chi non ha voce, i bambini. Perché non devono pagare loro i litigi dei genitori. Occorre modificare il diritto di famiglia, il ddl Pillon è solo un punto di partenza». Ma ieri il dl è stato «affondato» con un forte e chiaro «no» dei pentastellati. Ci ha pensato, su La7, il grillino Vincenzo Spadafora. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio aveva già preso le distanze da Verona: «La Lega si sta spostando molto a destra, una destra che può fare paura al nostro Paese», aveva detto. «Se la Lega si attiene al contratto di governo, bene. Se dovesse decidere altro sarà una responsabilità della Lega far cadere il governo escludendo future alleanze tra Lega e 5 stelle». Salvini gli ha risposto per le rime, invitandolo a «occuparsi di rendere più veloci le adozioni: ci sono più di 30 mila famiglie che attendono di adottare un bambino». Spadafora, difeso dal premier Giuseppe Conte («Le adozioni sono del ministro leghista Fontana») ha buttato alle ortiche il dl: «Il provvedimento Pillon è chiuso. Quel testo non arriverà mai in aula, è archiviato. Adesso bisogna scrivere un nuovo testo, che probabilmente prenderà anche qualcosa di buono, ma molto poco, per andare incontro ai temi del diritto di famiglia, ma non come aveva pensato Pillon. Sono state fatte le audizioni in Commissione giustizia, adesso c'è un nuovo tavolo Lega-M5S al quale sono invitate anche le opposizioni». Il decreto, presentato lo scorso agosto da Simone Pillon, prevede che i figli passino lo stesso tempo con entrambi i genitori. Inoltre, al mantenimento dei figli devono provvedere la madre e il padre allo stesso modo. Insomma, la legge punta a garantire la bigenitorialità riformando il diritto di famiglia e la custodia dei figli in caso di separazione. Un'altra novità del dl presentato dal senatore leghista è la mediazione familiare, che prevede un tentativo di riconciliazione della coppia, prima di arrivare di fronte al giudice. Ma Spadafora, a quanto pare, non ne vuole sapere. «Adesso sono in corso decine, anzi credo centinaia, di audizioni in Commissione, credo che termineranno tra qualche mese», ha detto ieri. «Dopo si potrà lavorare sicuramente a una ridefinizione, ma ribadisco che la proposta, così come è stata formulata, non diventerà mai legge». Pronta la risposta leghista per bocca del capogruppo Massimiliano Romeo: «Il M5s può pensare come vuole ma non si può certo archiviare quello che c'è scritto nel contratto di governo: sull'affido condiviso è molto chiaro, a partire dalla permanenza dei figli con tempi paritari tra i genitori. Il ddl Pillon, che è firmato anche dal M5s, rispecchia il contratto. Il testo si può migliorare: probabilmente un testo base unico farà sintesi con le altre proposte ma non si può archiviare il contratto». All'attacco di Spadafora si aggiunge il post di Di Maio sul Blog delle Stelle. Il vicepremier rimarca la linea pentastellata: «Sono giorni che c'è un gran parlare sulla famiglia. Sento molte parole, molte chiacchiere, parecchie polemiche che considero inutili. Siamo stati eletti per lavorare e risolvere i problemi. Sulla famiglia il Movimento 5 Stelle ha un piano molto ambizioso, che vogliamo iniziare a concretizzare perché serve un nuovo Welfare familiare, servono meno opinioni e più fatti. Nel Def, oltre al dl Crescita e allo Sblocca cantieri, in qualità di ministro del Lavoro e delle Politiche sociali proporrò l'inserimento di un capitolo dedicato proprio alla famiglia, incluse alcune misure che possiamo portare a casa già nel 2019 e con la prossima finanziaria». Di Maio ha poi citato «la riforma dell'Irpef con il coefficiente familiare. Oggi ogni cittadino che prende uno stipendio ha delle detrazioni in base al nucleo familiare. Noi vogliamo fare un passo avanti, ovvero inserire un coefficiente da calibrare sull'Irpef di ogni famiglia. Hai 2,3 o 4 figli a carico? Il coefficiente varia e si riduce proporzionalmente l'Irpef da pagare per i genitori. Un impegno verso maggiori incentivi per chi ha necessità di una babysitter e per l'acquisto di pannolini, con sconti del 50% sul prodotto». Scrive ancora il grillino: «Agevolazioni sulle rette degli asili nido, fino ad arrivare a un dimezzamento (per il primo, il secondo e il terzo figlio) in quelle Regioni dove il costo è più alto. Sono provvedimenti di buon senso che hanno un chiaro obiettivo: mettere in condizioni le coppie italiane di poter tornare a fare figli. In fondo, siamo al mondo per questo. Ed è giusto che lo Stato inizi a prendere sul serio un problema che l'Italia si trascina ormai da troppi anni». La Lega intanto ha depositato una proposta di legge per istituire la Commissione parlamentare di inchiesta sul business delle case famiglia e per velocizzare adozioni nazionali e internazionali. Sarina Biraghi
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 27 gennaio con Carlo Cambi
L’ambasciatore d’Italia in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado (Ansa)
L’ambasciatore era stato richiamato in Italia, nei giorni scorsi, dopo la scarcerazione di Jacques Moretti, proprietario, insieme alla moglie Jessica del locale Le Constellation, rilasciato a fronte di una cauzione di 200.000 franchi pagata da un facoltoso imprenditore a lui vicino che ha preteso, e ottenuto, di rimanere anonimo.
Meloni aveva definito questa scelta un «insulto alla memoria delle vittime», mentre il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, aveva rimarcato la necessità di «sapere chi ha pagato la cauzione e se ci sono complicità in quanto avvenuto la notte di Capodanno a Le Constellation».
A queste richieste esplicite, Beatrice Pilloud, procuratore del Canton Vallese, si era limitata a rispondere con un laconico «la decisione non è stata presa da me, ma dal Tribunale per i provvedimenti coercitivi», e senza aggiungere altro, aveva chiuso lì l’argomento.
Lo strappo istituzionale, rimarcato ieri, risulta quindi l’unico modo per esercitare una pressione sulla Svizzera sufficiente - si spera - ad ottenere un cambio di marcia nelle indagini. Per ora sull’inchiesta svizzera, che dovrebbe portare all’accertamento delle responsabilità per l’incendio di capodanno nel quale hanno perso la vita 40 giovanissimi e altri 116 sono rimasti gravemente feriti, continuano ad accumularsi ombre.
Non solo, infatti, la Procura del Canton Vallese è rimasta ferma all’ipotesi di reato per omicidio, lesioni ed incendio colposi, senza contemplare il dolo eventuale, nonostante le evidenti e innegabili mancanze nell’ambito della prevenzione incendi e della sicurezza del locale, ma i due proprietari de Le Constellation risultano ancora gli unici indagati, anche a fronte delle ammissioni del sindaco di Crans Montana, Nicolas Feraud, sui mancati controlli che da cinque anni non venivano effettuati come da obbligo di legge. La forma della «collaborazione effettiva» che dovrebbe avviarsi tra le autorità giudiziarie di Svizzera e Italia è contenuta nella rogatoria che la Procura Roma ha presentato ai magistrati di Sion. Nella rogatoria si chiede «l’acquisizione di tutti i documenti relativi all’attività istruttoria svolta fino ad oggi», compresa anche la «documentazione relativa alle autorizzazioni ottenute in passato dal locale Le Costellation», e quella relativa ai controlli delle autorità locali che per ammissione dello stesso sindaco di Crans Montana risultano mancanti. Al momento, infatti, il fascicolo aperto dalla Procura di Roma per omicidio colposo e disastro colposo, è contro ignoti, e i documenti richiesti alla Svizzera sono necessari per poter iscrivere i primi indagati. La rogatoria prevede, inoltre, l’invio di un team di investigatori che dovranno affiancare i colleghi svizzeri nell’attività di indagine. Nel frattempo arrivano le prime stime sui risarcimenti che spettano alle vittime della strage. Si parla di cifre che vanno da 600 milioni a oltre un miliardo di franchi svizzeri. A calcolarli, semplicemente utilizzando le tabelle di capitalizzazione e simulando lo scenario in termini di danni stimati, è stato Pascal Pichonnaz, professore di diritto privato all’Università di Friburgo, come riportato dal quotidiano francese Le Nouvelliste. La cifra ipotizzata servirà a coprire le cure mediche che, da sole, potrebbero costare fino a 1,6 milioni di franchi a persona e, poi, a tentare di ripagare la perdita di guadagno, attuale e futura per i feriti, che sono sono in maggioranza minorenni e che per anni - nessuno sa quanti - si troveranno a fare i conti con quello che hanno vissuto, invece di dedicarsi appieno alle sfide che aspettano i giovani adulti. In teoria, i risarcimenti che verranno chiesti, dovrebbero coprire anche i danni morali subiti dalle famiglie dei ragazzi morti tra le fiamme e da chi è ancora oggi in ospedale a lottare contro le bruciature profonde. Ma per rifondere quelli nessuna somma sarà mai sufficiente.
Da venerdì a domenica, proprio a Crans Montana, si terranno le gare di sci di Coppa del Mondo, l’ultimo appuntamento prima dei Giochi olimpici di Milano Cortina: per condividere il dolore delle famiglie e delle vittime della tragedia di capodanno le azzurre e gli azzurri dello sci alpino gareggeranno con il lutto al braccio.
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Polizia e mezzi di soccorso a Rogoredo (Ansa)
Un nordafricano di quasi 30 anni (classe 1997), di origine marocchina, irregolare e pregiudicato (precedenti per droga, resistenza e lesioni), è morto nel tardo pomeriggio di lunedì 26 gennaio in via Peppino Impastato a Milano, zona Rogoredo, vicino al celebre boschetto della droga, durante un’operazione antispaccio della polizia. Il clandestino impugnava una pistola priva di cappuccio rosso, identica a un’arma vera, modello Beretta 92, in dotazione da anni anche alle nostre forze dell’ordine. A sparare è stato un agente in borghese (ora indagato), impegnato insieme ad altri colleghi in un servizio di pattugliamento nell’area.
La sparatoria è avvenuta a poche centinaia di metri dall’Arena di Santa Giulia, una delle sedi principali delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, che inizieranno tra dieci giorni. Rogoredo è uno degli snodi logistici indicati per l’accesso degli spettatori e l’area è da tempo sottoposta a controlli rafforzati anche in vista dell’evento olimpico. Per di più è una zona che era stata citata durante la conferenza stampa di Natale dal sindaco Beppe Sala, che aveva parlato di un miglioramento della situazione nel tristemente celebre boschetto della droga di Rogoredo.
Secondo la prima ricostruzione, ora al vaglio della Squadra Mobile, gli agenti operavano in abiti civili lungo via Impastato, una delle direttrici più sensibili del quartiere, a ridosso dei binari ferroviari e delle aree verdi. L’uomo avrebbe incrociato i poliziotti, impegnati con una terza persona, e si sarebbe avvicinato, mettendosi di traverso. In pochi secondi avrebbe estratto una pistola e l’avrebbe puntata contro di loro. L’arma non presentava alcun segno distintivo, né il tappo rosso previsto per le armi giocattolo, rendendola indistinguibile da una pistola reale.
Uno degli agenti ha reagito sparando. I colpi hanno raggiunto il trentenne alla parte alta del corpo. L’uomo è morto sul posto. Inutili i tentativi di soccorso del 118. Accanto al corpo è stata rinvenuta la pistola, risultata poi essere un’arma a salve, una replica fedele di un modello in dotazione anche alle forze dell’ordine. Un elemento che gli investigatori considerano centrale nella valutazione della percezione del pericolo da parte degli agenti.
Sul posto sono intervenuti il medico legale, la polizia scientifica e gli uomini della Squadra Mobile, che stanno verificando la dinamica dell’accaduto, la distanza dei colpi e la posizione dei presenti. Al vaglio anche eventuali immagini di videosorveglianza e le testimonianze raccolte nelle ore successive. L’uomo ucciso risultava noto alle forze dell’ordine. La sua presenza nell’area si inserisce in un contesto che da anni resta uno dei più critici di Milano sul fronte dello spaccio di droga. Secondo dati e resoconti ufficiali delle forze dell’ordine, il parco e le aree verdi di Rogoredo e San Donato rappresentano da oltre un decennio una delle principali piazze di spaccio del Nord Italia. Negli ultimi anni si sono susseguite decine di operazioni di polizia: arresti per associazione a delinquere, sequestri di chili di stupefacenti, identificazioni di centinaia di persone in singole giornate di controllo.
Solo nel 2025, durante controlli straordinari disposti dalla Prefettura, sono state identificate oltre 1.000 persone in poche settimane ed effettuati numerosi arresti per spaccio e reati collegati. Le forze dell’ordine descrivono l’area come una «scena aperta» di consumo e traffico di droga, con flussi continui di acquirenti provenienti anche da fuori città. Le operazioni di bonifica hanno più volte ridotto la visibilità del fenomeno, senza però eliminarlo.
Negli ultimi anni il sindaco di Milano, Beppe Sala, ha più volte dichiarato di aver «ripulito» il boschetto di Rogoredo e di aver migliorato la situazione dell’area, rivendicando l’efficacia degli interventi messi in campo dal Comune insieme alle forze dell’ordine. Dichiarazioni rilanciate anche in vista delle Olimpiadi, con l’obiettivo di presentare un quadrante urbano finalmente normalizzato, a ridosso di una delle principali infrastrutture sportive dei Giochi.
La cronaca, però, continua a raccontare un’altra storia. Lo spaccio non è mai scomparso, ma si è spostato di poche decine o centinaia di metri, adattandosi alle operazioni di controllo. Via Impastato resta una zona ad alta tensione, dove gli agenti operano in borghese e dove il rischio di interventi improvvisi è elevato. Negli ultimi anni Rogoredo ha continuato a registrare arresti quotidiani, morti per overdose, aggressioni e interventi d’emergenza.
La sparatoria di lunedì si inserisce in questa continuità. Avviene a ridosso di un evento mondiale, in un’area indicata come risanata, ma che continua a richiedere un presidio costante e operazioni ad alto rischio. Il degrado denunciato da residenti, operatori sociali e forze dell’ordine non è stato superato, ma gestito. E mentre Milano si prepara a mostrarsi al mondo con l’Arena di Santa Giulia come simbolo della città olimpica, Rogoredo continua a produrre la stessa cronaca di sempre, fatta di pattugliamenti, armi - vere o presunte - e morti che riaprono, ogni volta, lo stesso problema mai davvero risolto.
Salvini: «Io sto con il poliziotto». Sala balbetta: «Niente slogan»
La tragedia nel gelo di una sera a Rogoredo. E nel gelo di una città che non vede e non ascolta gli allarmi sicurezza. Tutto comincia a ribollire a margine dell’uccisione del giovane nel boschetto milanese della droga. Quella pistola Beretta 92 (risultata finta) puntata contro un poliziotto dal ventenne immigrato, si contrappone al revolver vero che ha fatto fuoco e innescato il dramma. Il caso diventa immediatamente politico. Mentre l’opposizione ha già cominciato a strumentalizzare la vicenda in chiave colpevolista, il governo fa muro.
Il vicepremier Matteo Salvini non ha dubbi e si schiera con le forze dell’ordine, ancora una volta sotto pressione: «Sono dalla parte del poliziotto senza se e senza ma. Il giovane aveva estratto una pistola e per questo è stato colpito. Solidarietà alle donne e agli uomini in divisa che ogni giorno difendono i cittadini perbene. L’auspicio è che, davanti alla tragedia appena avvenuta a Milano, nessun agente finisca ingiustamente nel tritacarne. La Lega ribadisce anche la necessità e l’urgenza di approvare il pacchetto Sicurezza per aiutare le forze dell’ordine a tutelare i cittadini con sempre maggior efficacia».
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, preferisce attendere i rapporti ufficiali della Questura. «Le prime notizie ovviamente scontano un margine ancora di approssimazione. Non ho motivo di presumere sulla legittimità o proporzionalità dell’intervento fatto, ma non diamo scudi immunitari a nessuno. Le autorità competenti adesso vaglieranno il caso. Chiedo solo di non fare presunzioni di colpevolezza. Da parte mia assicuro che non ci saranno scudi immunitari. Ci rimetteremo in maniera serena alla valutazione di quello che sarà stato lo svolgimento dei fatti, ancora una volta in un contesto molto complicato».
Un contesto di degrado e di emergenza continuata, che in 15 anni di amministrazioni di sinistra (prima Giuliano Pisapia, poi la doppietta di Giuseppe Sala) è diventato un cancro per la metropoli lombarda anche per la sottovalutazione, quando non il disinteresse, di una politica sociale improntata all’accoglienza diffusa anche quando si è dimostrata un fallimento. Con la deriva di ragazzi allo sbando, lasciati nel bivio fra la schiavitù nel sottobosco del lavoro e la discesa negli inferi della droga e della criminalità. Con la cloaca di Rogoredo come punto di riferimento quasi extragiudiziale.
Anche per questo, in una simile situazione da baratro civile, è singolare che il sindaco Sala continui a ritenere l’emergenza sicurezza «una narrazione». Ancora ieri, a margine di un evento con il leader di Azione Carlo Calenda, il borgomastro del fallimento si difendeva così: «La sicurezza a Milano non sta sfuggendo di mano e non può essere trattata a slogan. È una situazione che riguarda l’intero Paese. Trovo ridicolo chi ci accusa di esserci svegliati adesso, io ne ho fatto oggetto della mia campagna elettorale. Ma quando chiedo quante sono le forze di polizia, la risposta non c’è. Il problema non è solo mio, servono più divise per strada».
La delega alla sicurezza però è in capo al sindaco. Riccardo De Corato (Fdi) contesta la scelta: «A pochi giorni dall’inizio delle Olimpiadi, Milano non si fa mancare nulla, ora anche una sparatoria in città. Servono subito presidi di polizia locale ed è inammissibile che Sala tenga la delega per sé». Il sindaco per anni ha criticato - comodità politica - le iniziative della Questura sugli sgomberi, sui controlli, sui blitz in Stazione Centrale nel tentativo di contrastare l’avanzata del crimine, soprattutto da parte dei disperati clandestini. Ora dice: «Servono più divise per strada». Fino a ieri, mentre i maranza si appropriavano del territorio, serviva «più inclusione culturale». Poi arrivano gli spari di Rogoredo ad aprirgli gli occhi.
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