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2021-12-14
Se Omicron perfora i vaccini in commercio fissarsi con il pass è un insulto alla logica
Getty Images
Ricapitoliamo. Nelle intenzioni dei suoi infaticabili e petulanti propagandisti, il green pass (prima in versione «base» e poi in formato «super») avrebbe dovuto conseguire tre obiettivi. Primo: doveva fermare la diffusione dei contagi. E invece i contagi hanno ricominciato a galoppare. Secondo: doveva (Mario Draghi dixit) offrire «la garanzia di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose». E invece ha contribuito a creare proprio tra i dotati di carta verde un senso di falsa e infondata sicurezza, come se il rischio della contagiosità non ci fosse più con il magico lasciapassare in mano o sullo smartphone. Terzo: doveva favorire (ricordate la teoria della cosiddetta «spinta gentile»?) un poderoso aumento delle vaccinazioni. E invece l’analisi di Mario Menichella e Paolo Becchi, pubblicata sul sito di Nicola Porro e rilanciata dalla Verità, e basata su un esame comparativo della situazione di diversi paesi europei (con e senza green pass), ha mostrato una tendenza contraria: e cioè un effetto di disincentivo e perfino di rigetto davanti a un’imposizione di stato, una sorta di obbligo stabilito surrettiziamente.
Non solo: più passano i giorni e più si esaminano i dati sull’andamento dei contagi, più si comprende - anche logicamente - che il green pass fa acqua da tutte le parti. Come strumento di sanità pubblica (intrinsecamente non lo è, com’è chiaro: ma così ci è stato di fatto venduto e presentato) si è rivelato inutile, e anzi perfino controproducente. E la tendenza non potrà che essere confermata dall’inevitabile diffusione di altre varianti. È già così con la variante Delta, e non c’è motivo di credere che le cose cambieranno con Omicron: che al momento non risulta dominante in Italia, ma, sulla base di ciò che accade in altri paesi, potrebbe esserlo presto. E se fosse confermata, con questa o altre varianti, una significativa «perforabilità» dei vaccinati (in termini di contagio: cioè di possibilità di essere infettati e quindi poi anche di infettare gli altri), la conclusione dell’inutilità della carta verde sarebbe ulteriormente corroborata.
Attenzione, è proprio il guru dei mainstream media non solo italiani, Anthony Fauci, a rivelare un dato scomodissimo per gli ayatollah nostrani del green pass, quando spiega che il booster serve a risollevare il numero degli anticorpi, contrastando così la perdita di efficacia delle precedenti inoculazioni causata da Omicron. Occhio a un dato che, se confermato, ma vista la fonte perché dubitarne, sarebbe clamoroso al riguardo: il 75% dei casi Usa della variante riguarderebbero proprio persone vaccinate, a testimonianza del fatto che le due dosi di per sé non bastino.
E allora perché questa insistenza da parte delle autorità politiche e sanitarie italiane sul green pass? Per un verso, per una classica attitudine del potere a non smentirsi, a non fare autocritica. Ma, per altro verso, può esserci anche qualcosa di più, che ha a che fare con il dibattito in corso da settimane sulla proroga o meno dello stato d’emergenza. Non è ancora chiaro - infatti - che strada prenderà il governo. Ma può anche accadere che l’esecutivo cerchi qualche tortuosa via giuridica per tenersi consistenti poteri emergenziali anche senza la proroga di un formale stato d’emergenza (anche se ieri sera l’esecutivo sembrava orientato a una proroga formale ed espressa fino a fine marzo).
A pensarci bene, assistiamo da mesi a un surreale climax. Nel penultimo decreto green pass era stata sdoganata una stravagante nozione di urgenza differita nel tempo (come si sa, invece, un decreto-legge dovrebbe intervenire per fronteggiare un’emergenza presente). Più recentemente, con le norme relative al super green pass, l’urgenza non era solo differita cronologicamente, ma addirittura ipotetica ed eventuale. In zona bianca, come ciascuno comprende, l’emergenza non esiste: eppure dal 6 dicembre scorso, per effetto delle ultime norme, si preclude l’accesso a numerosi eventi e luoghi pure a cittadini sani e dotati di tampone negativo. Ecco, se questa è la tendenza, c’è da temere che non ci sia due senza tre. Dopo l’urgenza differita e l’urgenza ipotetica, perché stupirsi dei poteri d’emergenza de facto, perfino senza una formale emergenza de iure?
Questa piccola divagazione serviva per tornare proprio al famigerato green pass, che a questo punto si ripresenta nella sua reale dimensione: il proverbiale cavallo di Troia per «trasportare» l’emergenza nel futuro, e anche nel tempo teoricamente normale e ordinario. E non a caso, pure il vecchio green pass (che sembrava destinato a «morire» a fine2021) pare implicitamente e pacificamente confermato oltre quella data e destinato a convivere con il nuovo lasciapassare (quello in versione «super»).
Già il 26 novembre scorso, su queste colonne, anticipavamo un possibile esito della partita: e cioè che tutto venisse - per l’appunto - buttato in politica, usando un organo (la cabina di regia) totalmente informale, tecnicamente fuori dalla Costituzione, e dunque tale da rappresentare un «perfetto» paravento per dare copertura politica a soluzioni ingiustificabili giuridicamente. Ciò che non avevamo previsto si è aggiunto - ad aggravare le cose - nelle ultime ore: la naturalezza, la nonchalance, con cui molti attori della politica e dei media spiegano che il protrarsi o no dell’emergenza, in una forma o nell’altra, potrebbe essere funzionale come carta da giocare per la corsa al Quirinale dell’uno o dell’altro protagonista. Difficile dare torto al direttore di Atlantico Federico Punzi: «Non provano nemmeno più a nasconderlo: il dibattito sullo stato d’emergenza non segue logiche sanitarie ma squisitamente politiche». Per il green pass, è già così.
La nuova variante arriva in Cina. Prima vittima in Uk
Mentre in Italia i primi casi di variante Omicron stanno emergendo in questi giorni, in Gran Bretagna la situazione appare più complicata e ieri c’è stata la prima vittima per la nuova variante. Sul fronte nazionale il primo caso in Toscana è stato individuato a Siena, su una turista proveniente proprio dalla Gran Bretagna, che era in vacanza. La donna, vaccinata ed asintomatica, è stata ricoverata all’ospedale Santa Maria alle Scotte per un’altra patologia ed è stata riconosciuta come positiva. Sempre ieri sono stati scoperti due casi di variante Omicron a Venezia. In questo caso si tratta di due coniugi di Mira, nel Veneziano, che erano rientrati da una vacanza in Sudafrica. Sottoposti a quarantena, come previsto nel caso di rientro dal Sudafrica, marito e moglie non hanno avuto contatti con altre persone, sono in isolamento e non dimostrano alcun sintomo.
Più complicata, invece, la situazione del Regno Unito, dove ieri si è registrata la prima vittima dopo il contagio da variante sudafricana. Lo ha annunciato il primo ministro Boris Johnson, che da mercoledì ha previsto nuove restrizioni, mentre il ministro della Sanità britannico, Sajid Javid, ha segnalato come la Health security agency parli di un 20% per cento dei contagi causato da Omicron. Secondo le statistiche, però, a Londra la percentuale della variante sale al 44 per cento dei nuovi casi segnalati. Tanto che Javid, si è detto preoccupato per l’incremento rapido dei contagi, che sembrano raddoppiare nell’arco di due o tre giorni e che potrebbero «aumentare drammaticamente» nelle prossime settimane, con ricoveri e decessi. Il sistema sanitario nazionale Nhs si sta preparando per l’emergenza, mentre ormai è corsa alla terza dose, offerta anche ai quarantenni, per cui ci sono state ieri così tante prenotazioni che il sito del governo è andato in tilt.
Secondo i calcoli degli specialisti inglesi, se si proseguisse con questo ritmo, la variante Omicron finirebbe per superare in tempi rapidi la variante Delta e per diventare dominante. É sufficiente guardare a numeri per rendersene conto. Nelle ultime 24 ore nel Regno Unito sono stati registrati 1.576 nuovi casi di Covid da variante Omicron e in totale si è arrivati a 4.713 persone che hanno manifestato di aver contratto questa nuova forma.
Sul fronte internazionale, comunque, non è solo la Gran Bretagna a segnalare qualche preoccupazione. In Norvegia, ad esempio, le misure per frenare la diffusione della variante Omicron sono state inasprite dal governo proprio ieri pomeriggio. La situazione appare grave, con una diffusione dei contagi elevata, che va affrontata per tempo per evitare problemi, come ha spiegato il premier Jonas Gahr Store all’agenzia di stampa Ntb. Anche perché in Norvegia l’aumento non riguarda solo i contagi ma anche i ricoveri e questo è l’aspetto che preoccupa maggiormente. Anche in Cina, poi, nella città di Tianjin è stato scoperto il primo caso di Omicron su un paziente in arrivo dall’Occidente.
Nel frattempo, però, dal Sudafrica arrivano segnali che invitano a non farsi prendere dal panico. Secondo la dottoressa Angelique Coetzee, responsabile dell'Associazione medica sudafricana la variante Omicron risulta «leggera». Dopo aver seguito per un mese i nuovi casi e i loro sviluppi, l’epidemiologa conferma ciò che aveva anticipato un paio di settimane fa e cioè che l’Occidente sta reagendo in modo eccessivo all’arrivo di Omicron, che contagia molto ma ha effetti lievi e non preoccupanti. A suo parere si tratterebbe, infatti, di una variante abbastanza «mite» del Coronavirus, che presenta tassi inferiori in termini di ospedalizzazione.
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Anthony Fauci: «Negli Usa il 75% di contagiati dalla sudafricana erano inoculati». Così, mantenere il certificato è una presa in giro.Nel Regno Unito il ceppo dilaga. Ma da Pretoria continua a filtrare ottimismo sulla sua pericolosità: «In Europa esagerate».Lo speciale contiene due articoli.Ricapitoliamo. Nelle intenzioni dei suoi infaticabili e petulanti propagandisti, il green pass (prima in versione «base» e poi in formato «super») avrebbe dovuto conseguire tre obiettivi. Primo: doveva fermare la diffusione dei contagi. E invece i contagi hanno ricominciato a galoppare. Secondo: doveva (Mario Draghi dixit) offrire «la garanzia di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose». E invece ha contribuito a creare proprio tra i dotati di carta verde un senso di falsa e infondata sicurezza, come se il rischio della contagiosità non ci fosse più con il magico lasciapassare in mano o sullo smartphone. Terzo: doveva favorire (ricordate la teoria della cosiddetta «spinta gentile»?) un poderoso aumento delle vaccinazioni. E invece l’analisi di Mario Menichella e Paolo Becchi, pubblicata sul sito di Nicola Porro e rilanciata dalla Verità, e basata su un esame comparativo della situazione di diversi paesi europei (con e senza green pass), ha mostrato una tendenza contraria: e cioè un effetto di disincentivo e perfino di rigetto davanti a un’imposizione di stato, una sorta di obbligo stabilito surrettiziamente.Non solo: più passano i giorni e più si esaminano i dati sull’andamento dei contagi, più si comprende - anche logicamente - che il green pass fa acqua da tutte le parti. Come strumento di sanità pubblica (intrinsecamente non lo è, com’è chiaro: ma così ci è stato di fatto venduto e presentato) si è rivelato inutile, e anzi perfino controproducente. E la tendenza non potrà che essere confermata dall’inevitabile diffusione di altre varianti. È già così con la variante Delta, e non c’è motivo di credere che le cose cambieranno con Omicron: che al momento non risulta dominante in Italia, ma, sulla base di ciò che accade in altri paesi, potrebbe esserlo presto. E se fosse confermata, con questa o altre varianti, una significativa «perforabilità» dei vaccinati (in termini di contagio: cioè di possibilità di essere infettati e quindi poi anche di infettare gli altri), la conclusione dell’inutilità della carta verde sarebbe ulteriormente corroborata. Attenzione, è proprio il guru dei mainstream media non solo italiani, Anthony Fauci, a rivelare un dato scomodissimo per gli ayatollah nostrani del green pass, quando spiega che il booster serve a risollevare il numero degli anticorpi, contrastando così la perdita di efficacia delle precedenti inoculazioni causata da Omicron. Occhio a un dato che, se confermato, ma vista la fonte perché dubitarne, sarebbe clamoroso al riguardo: il 75% dei casi Usa della variante riguarderebbero proprio persone vaccinate, a testimonianza del fatto che le due dosi di per sé non bastino. E allora perché questa insistenza da parte delle autorità politiche e sanitarie italiane sul green pass? Per un verso, per una classica attitudine del potere a non smentirsi, a non fare autocritica. Ma, per altro verso, può esserci anche qualcosa di più, che ha a che fare con il dibattito in corso da settimane sulla proroga o meno dello stato d’emergenza. Non è ancora chiaro - infatti - che strada prenderà il governo. Ma può anche accadere che l’esecutivo cerchi qualche tortuosa via giuridica per tenersi consistenti poteri emergenziali anche senza la proroga di un formale stato d’emergenza (anche se ieri sera l’esecutivo sembrava orientato a una proroga formale ed espressa fino a fine marzo). A pensarci bene, assistiamo da mesi a un surreale climax. Nel penultimo decreto green pass era stata sdoganata una stravagante nozione di urgenza differita nel tempo (come si sa, invece, un decreto-legge dovrebbe intervenire per fronteggiare un’emergenza presente). Più recentemente, con le norme relative al super green pass, l’urgenza non era solo differita cronologicamente, ma addirittura ipotetica ed eventuale. In zona bianca, come ciascuno comprende, l’emergenza non esiste: eppure dal 6 dicembre scorso, per effetto delle ultime norme, si preclude l’accesso a numerosi eventi e luoghi pure a cittadini sani e dotati di tampone negativo. Ecco, se questa è la tendenza, c’è da temere che non ci sia due senza tre. Dopo l’urgenza differita e l’urgenza ipotetica, perché stupirsi dei poteri d’emergenza de facto, perfino senza una formale emergenza de iure?Questa piccola divagazione serviva per tornare proprio al famigerato green pass, che a questo punto si ripresenta nella sua reale dimensione: il proverbiale cavallo di Troia per «trasportare» l’emergenza nel futuro, e anche nel tempo teoricamente normale e ordinario. E non a caso, pure il vecchio green pass (che sembrava destinato a «morire» a fine2021) pare implicitamente e pacificamente confermato oltre quella data e destinato a convivere con il nuovo lasciapassare (quello in versione «super»). Già il 26 novembre scorso, su queste colonne, anticipavamo un possibile esito della partita: e cioè che tutto venisse - per l’appunto - buttato in politica, usando un organo (la cabina di regia) totalmente informale, tecnicamente fuori dalla Costituzione, e dunque tale da rappresentare un «perfetto» paravento per dare copertura politica a soluzioni ingiustificabili giuridicamente. Ciò che non avevamo previsto si è aggiunto - ad aggravare le cose - nelle ultime ore: la naturalezza, la nonchalance, con cui molti attori della politica e dei media spiegano che il protrarsi o no dell’emergenza, in una forma o nell’altra, potrebbe essere funzionale come carta da giocare per la corsa al Quirinale dell’uno o dell’altro protagonista. Difficile dare torto al direttore di Atlantico Federico Punzi: «Non provano nemmeno più a nasconderlo: il dibattito sullo stato d’emergenza non segue logiche sanitarie ma squisitamente politiche». Per il green pass, è già così. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/omicron-vaccini-pass-insulto-logica-2656020836.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-nuova-variante-arriva-in-cina-prima-vittima-in-uk" data-post-id="2656020836" data-published-at="1639420545" data-use-pagination="False"> La nuova variante arriva in Cina. Prima vittima in Uk Mentre in Italia i primi casi di variante Omicron stanno emergendo in questi giorni, in Gran Bretagna la situazione appare più complicata e ieri c’è stata la prima vittima per la nuova variante. Sul fronte nazionale il primo caso in Toscana è stato individuato a Siena, su una turista proveniente proprio dalla Gran Bretagna, che era in vacanza. La donna, vaccinata ed asintomatica, è stata ricoverata all’ospedale Santa Maria alle Scotte per un’altra patologia ed è stata riconosciuta come positiva. Sempre ieri sono stati scoperti due casi di variante Omicron a Venezia. In questo caso si tratta di due coniugi di Mira, nel Veneziano, che erano rientrati da una vacanza in Sudafrica. Sottoposti a quarantena, come previsto nel caso di rientro dal Sudafrica, marito e moglie non hanno avuto contatti con altre persone, sono in isolamento e non dimostrano alcun sintomo. Più complicata, invece, la situazione del Regno Unito, dove ieri si è registrata la prima vittima dopo il contagio da variante sudafricana. Lo ha annunciato il primo ministro Boris Johnson, che da mercoledì ha previsto nuove restrizioni, mentre il ministro della Sanità britannico, Sajid Javid, ha segnalato come la Health security agency parli di un 20% per cento dei contagi causato da Omicron. Secondo le statistiche, però, a Londra la percentuale della variante sale al 44 per cento dei nuovi casi segnalati. Tanto che Javid, si è detto preoccupato per l’incremento rapido dei contagi, che sembrano raddoppiare nell’arco di due o tre giorni e che potrebbero «aumentare drammaticamente» nelle prossime settimane, con ricoveri e decessi. Il sistema sanitario nazionale Nhs si sta preparando per l’emergenza, mentre ormai è corsa alla terza dose, offerta anche ai quarantenni, per cui ci sono state ieri così tante prenotazioni che il sito del governo è andato in tilt. Secondo i calcoli degli specialisti inglesi, se si proseguisse con questo ritmo, la variante Omicron finirebbe per superare in tempi rapidi la variante Delta e per diventare dominante. É sufficiente guardare a numeri per rendersene conto. Nelle ultime 24 ore nel Regno Unito sono stati registrati 1.576 nuovi casi di Covid da variante Omicron e in totale si è arrivati a 4.713 persone che hanno manifestato di aver contratto questa nuova forma. Sul fronte internazionale, comunque, non è solo la Gran Bretagna a segnalare qualche preoccupazione. In Norvegia, ad esempio, le misure per frenare la diffusione della variante Omicron sono state inasprite dal governo proprio ieri pomeriggio. La situazione appare grave, con una diffusione dei contagi elevata, che va affrontata per tempo per evitare problemi, come ha spiegato il premier Jonas Gahr Store all’agenzia di stampa Ntb. Anche perché in Norvegia l’aumento non riguarda solo i contagi ma anche i ricoveri e questo è l’aspetto che preoccupa maggiormente. Anche in Cina, poi, nella città di Tianjin è stato scoperto il primo caso di Omicron su un paziente in arrivo dall’Occidente. Nel frattempo, però, dal Sudafrica arrivano segnali che invitano a non farsi prendere dal panico. Secondo la dottoressa Angelique Coetzee, responsabile dell'Associazione medica sudafricana la variante Omicron risulta «leggera». Dopo aver seguito per un mese i nuovi casi e i loro sviluppi, l’epidemiologa conferma ciò che aveva anticipato un paio di settimane fa e cioè che l’Occidente sta reagendo in modo eccessivo all’arrivo di Omicron, che contagia molto ma ha effetti lievi e non preoccupanti. A suo parere si tratterebbe, infatti, di una variante abbastanza «mite» del Coronavirus, che presenta tassi inferiori in termini di ospedalizzazione.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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