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2021-12-14
Se Omicron perfora i vaccini in commercio fissarsi con il pass è un insulto alla logica
Getty Images
Ricapitoliamo. Nelle intenzioni dei suoi infaticabili e petulanti propagandisti, il green pass (prima in versione «base» e poi in formato «super») avrebbe dovuto conseguire tre obiettivi. Primo: doveva fermare la diffusione dei contagi. E invece i contagi hanno ricominciato a galoppare. Secondo: doveva (Mario Draghi dixit) offrire «la garanzia di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose». E invece ha contribuito a creare proprio tra i dotati di carta verde un senso di falsa e infondata sicurezza, come se il rischio della contagiosità non ci fosse più con il magico lasciapassare in mano o sullo smartphone. Terzo: doveva favorire (ricordate la teoria della cosiddetta «spinta gentile»?) un poderoso aumento delle vaccinazioni. E invece l’analisi di Mario Menichella e Paolo Becchi, pubblicata sul sito di Nicola Porro e rilanciata dalla Verità, e basata su un esame comparativo della situazione di diversi paesi europei (con e senza green pass), ha mostrato una tendenza contraria: e cioè un effetto di disincentivo e perfino di rigetto davanti a un’imposizione di stato, una sorta di obbligo stabilito surrettiziamente.
Non solo: più passano i giorni e più si esaminano i dati sull’andamento dei contagi, più si comprende - anche logicamente - che il green pass fa acqua da tutte le parti. Come strumento di sanità pubblica (intrinsecamente non lo è, com’è chiaro: ma così ci è stato di fatto venduto e presentato) si è rivelato inutile, e anzi perfino controproducente. E la tendenza non potrà che essere confermata dall’inevitabile diffusione di altre varianti. È già così con la variante Delta, e non c’è motivo di credere che le cose cambieranno con Omicron: che al momento non risulta dominante in Italia, ma, sulla base di ciò che accade in altri paesi, potrebbe esserlo presto. E se fosse confermata, con questa o altre varianti, una significativa «perforabilità» dei vaccinati (in termini di contagio: cioè di possibilità di essere infettati e quindi poi anche di infettare gli altri), la conclusione dell’inutilità della carta verde sarebbe ulteriormente corroborata.
Attenzione, è proprio il guru dei mainstream media non solo italiani, Anthony Fauci, a rivelare un dato scomodissimo per gli ayatollah nostrani del green pass, quando spiega che il booster serve a risollevare il numero degli anticorpi, contrastando così la perdita di efficacia delle precedenti inoculazioni causata da Omicron. Occhio a un dato che, se confermato, ma vista la fonte perché dubitarne, sarebbe clamoroso al riguardo: il 75% dei casi Usa della variante riguarderebbero proprio persone vaccinate, a testimonianza del fatto che le due dosi di per sé non bastino.
E allora perché questa insistenza da parte delle autorità politiche e sanitarie italiane sul green pass? Per un verso, per una classica attitudine del potere a non smentirsi, a non fare autocritica. Ma, per altro verso, può esserci anche qualcosa di più, che ha a che fare con il dibattito in corso da settimane sulla proroga o meno dello stato d’emergenza. Non è ancora chiaro - infatti - che strada prenderà il governo. Ma può anche accadere che l’esecutivo cerchi qualche tortuosa via giuridica per tenersi consistenti poteri emergenziali anche senza la proroga di un formale stato d’emergenza (anche se ieri sera l’esecutivo sembrava orientato a una proroga formale ed espressa fino a fine marzo).
A pensarci bene, assistiamo da mesi a un surreale climax. Nel penultimo decreto green pass era stata sdoganata una stravagante nozione di urgenza differita nel tempo (come si sa, invece, un decreto-legge dovrebbe intervenire per fronteggiare un’emergenza presente). Più recentemente, con le norme relative al super green pass, l’urgenza non era solo differita cronologicamente, ma addirittura ipotetica ed eventuale. In zona bianca, come ciascuno comprende, l’emergenza non esiste: eppure dal 6 dicembre scorso, per effetto delle ultime norme, si preclude l’accesso a numerosi eventi e luoghi pure a cittadini sani e dotati di tampone negativo. Ecco, se questa è la tendenza, c’è da temere che non ci sia due senza tre. Dopo l’urgenza differita e l’urgenza ipotetica, perché stupirsi dei poteri d’emergenza de facto, perfino senza una formale emergenza de iure?
Questa piccola divagazione serviva per tornare proprio al famigerato green pass, che a questo punto si ripresenta nella sua reale dimensione: il proverbiale cavallo di Troia per «trasportare» l’emergenza nel futuro, e anche nel tempo teoricamente normale e ordinario. E non a caso, pure il vecchio green pass (che sembrava destinato a «morire» a fine2021) pare implicitamente e pacificamente confermato oltre quella data e destinato a convivere con il nuovo lasciapassare (quello in versione «super»).
Già il 26 novembre scorso, su queste colonne, anticipavamo un possibile esito della partita: e cioè che tutto venisse - per l’appunto - buttato in politica, usando un organo (la cabina di regia) totalmente informale, tecnicamente fuori dalla Costituzione, e dunque tale da rappresentare un «perfetto» paravento per dare copertura politica a soluzioni ingiustificabili giuridicamente. Ciò che non avevamo previsto si è aggiunto - ad aggravare le cose - nelle ultime ore: la naturalezza, la nonchalance, con cui molti attori della politica e dei media spiegano che il protrarsi o no dell’emergenza, in una forma o nell’altra, potrebbe essere funzionale come carta da giocare per la corsa al Quirinale dell’uno o dell’altro protagonista. Difficile dare torto al direttore di Atlantico Federico Punzi: «Non provano nemmeno più a nasconderlo: il dibattito sullo stato d’emergenza non segue logiche sanitarie ma squisitamente politiche». Per il green pass, è già così.
La nuova variante arriva in Cina. Prima vittima in Uk
Mentre in Italia i primi casi di variante Omicron stanno emergendo in questi giorni, in Gran Bretagna la situazione appare più complicata e ieri c’è stata la prima vittima per la nuova variante. Sul fronte nazionale il primo caso in Toscana è stato individuato a Siena, su una turista proveniente proprio dalla Gran Bretagna, che era in vacanza. La donna, vaccinata ed asintomatica, è stata ricoverata all’ospedale Santa Maria alle Scotte per un’altra patologia ed è stata riconosciuta come positiva. Sempre ieri sono stati scoperti due casi di variante Omicron a Venezia. In questo caso si tratta di due coniugi di Mira, nel Veneziano, che erano rientrati da una vacanza in Sudafrica. Sottoposti a quarantena, come previsto nel caso di rientro dal Sudafrica, marito e moglie non hanno avuto contatti con altre persone, sono in isolamento e non dimostrano alcun sintomo.
Più complicata, invece, la situazione del Regno Unito, dove ieri si è registrata la prima vittima dopo il contagio da variante sudafricana. Lo ha annunciato il primo ministro Boris Johnson, che da mercoledì ha previsto nuove restrizioni, mentre il ministro della Sanità britannico, Sajid Javid, ha segnalato come la Health security agency parli di un 20% per cento dei contagi causato da Omicron. Secondo le statistiche, però, a Londra la percentuale della variante sale al 44 per cento dei nuovi casi segnalati. Tanto che Javid, si è detto preoccupato per l’incremento rapido dei contagi, che sembrano raddoppiare nell’arco di due o tre giorni e che potrebbero «aumentare drammaticamente» nelle prossime settimane, con ricoveri e decessi. Il sistema sanitario nazionale Nhs si sta preparando per l’emergenza, mentre ormai è corsa alla terza dose, offerta anche ai quarantenni, per cui ci sono state ieri così tante prenotazioni che il sito del governo è andato in tilt.
Secondo i calcoli degli specialisti inglesi, se si proseguisse con questo ritmo, la variante Omicron finirebbe per superare in tempi rapidi la variante Delta e per diventare dominante. É sufficiente guardare a numeri per rendersene conto. Nelle ultime 24 ore nel Regno Unito sono stati registrati 1.576 nuovi casi di Covid da variante Omicron e in totale si è arrivati a 4.713 persone che hanno manifestato di aver contratto questa nuova forma.
Sul fronte internazionale, comunque, non è solo la Gran Bretagna a segnalare qualche preoccupazione. In Norvegia, ad esempio, le misure per frenare la diffusione della variante Omicron sono state inasprite dal governo proprio ieri pomeriggio. La situazione appare grave, con una diffusione dei contagi elevata, che va affrontata per tempo per evitare problemi, come ha spiegato il premier Jonas Gahr Store all’agenzia di stampa Ntb. Anche perché in Norvegia l’aumento non riguarda solo i contagi ma anche i ricoveri e questo è l’aspetto che preoccupa maggiormente. Anche in Cina, poi, nella città di Tianjin è stato scoperto il primo caso di Omicron su un paziente in arrivo dall’Occidente.
Nel frattempo, però, dal Sudafrica arrivano segnali che invitano a non farsi prendere dal panico. Secondo la dottoressa Angelique Coetzee, responsabile dell'Associazione medica sudafricana la variante Omicron risulta «leggera». Dopo aver seguito per un mese i nuovi casi e i loro sviluppi, l’epidemiologa conferma ciò che aveva anticipato un paio di settimane fa e cioè che l’Occidente sta reagendo in modo eccessivo all’arrivo di Omicron, che contagia molto ma ha effetti lievi e non preoccupanti. A suo parere si tratterebbe, infatti, di una variante abbastanza «mite» del Coronavirus, che presenta tassi inferiori in termini di ospedalizzazione.
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Anthony Fauci: «Negli Usa il 75% di contagiati dalla sudafricana erano inoculati». Così, mantenere il certificato è una presa in giro.Nel Regno Unito il ceppo dilaga. Ma da Pretoria continua a filtrare ottimismo sulla sua pericolosità: «In Europa esagerate».Lo speciale contiene due articoli.Ricapitoliamo. Nelle intenzioni dei suoi infaticabili e petulanti propagandisti, il green pass (prima in versione «base» e poi in formato «super») avrebbe dovuto conseguire tre obiettivi. Primo: doveva fermare la diffusione dei contagi. E invece i contagi hanno ricominciato a galoppare. Secondo: doveva (Mario Draghi dixit) offrire «la garanzia di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose». E invece ha contribuito a creare proprio tra i dotati di carta verde un senso di falsa e infondata sicurezza, come se il rischio della contagiosità non ci fosse più con il magico lasciapassare in mano o sullo smartphone. Terzo: doveva favorire (ricordate la teoria della cosiddetta «spinta gentile»?) un poderoso aumento delle vaccinazioni. E invece l’analisi di Mario Menichella e Paolo Becchi, pubblicata sul sito di Nicola Porro e rilanciata dalla Verità, e basata su un esame comparativo della situazione di diversi paesi europei (con e senza green pass), ha mostrato una tendenza contraria: e cioè un effetto di disincentivo e perfino di rigetto davanti a un’imposizione di stato, una sorta di obbligo stabilito surrettiziamente.Non solo: più passano i giorni e più si esaminano i dati sull’andamento dei contagi, più si comprende - anche logicamente - che il green pass fa acqua da tutte le parti. Come strumento di sanità pubblica (intrinsecamente non lo è, com’è chiaro: ma così ci è stato di fatto venduto e presentato) si è rivelato inutile, e anzi perfino controproducente. E la tendenza non potrà che essere confermata dall’inevitabile diffusione di altre varianti. È già così con la variante Delta, e non c’è motivo di credere che le cose cambieranno con Omicron: che al momento non risulta dominante in Italia, ma, sulla base di ciò che accade in altri paesi, potrebbe esserlo presto. E se fosse confermata, con questa o altre varianti, una significativa «perforabilità» dei vaccinati (in termini di contagio: cioè di possibilità di essere infettati e quindi poi anche di infettare gli altri), la conclusione dell’inutilità della carta verde sarebbe ulteriormente corroborata. Attenzione, è proprio il guru dei mainstream media non solo italiani, Anthony Fauci, a rivelare un dato scomodissimo per gli ayatollah nostrani del green pass, quando spiega che il booster serve a risollevare il numero degli anticorpi, contrastando così la perdita di efficacia delle precedenti inoculazioni causata da Omicron. Occhio a un dato che, se confermato, ma vista la fonte perché dubitarne, sarebbe clamoroso al riguardo: il 75% dei casi Usa della variante riguarderebbero proprio persone vaccinate, a testimonianza del fatto che le due dosi di per sé non bastino. E allora perché questa insistenza da parte delle autorità politiche e sanitarie italiane sul green pass? Per un verso, per una classica attitudine del potere a non smentirsi, a non fare autocritica. Ma, per altro verso, può esserci anche qualcosa di più, che ha a che fare con il dibattito in corso da settimane sulla proroga o meno dello stato d’emergenza. Non è ancora chiaro - infatti - che strada prenderà il governo. Ma può anche accadere che l’esecutivo cerchi qualche tortuosa via giuridica per tenersi consistenti poteri emergenziali anche senza la proroga di un formale stato d’emergenza (anche se ieri sera l’esecutivo sembrava orientato a una proroga formale ed espressa fino a fine marzo). A pensarci bene, assistiamo da mesi a un surreale climax. Nel penultimo decreto green pass era stata sdoganata una stravagante nozione di urgenza differita nel tempo (come si sa, invece, un decreto-legge dovrebbe intervenire per fronteggiare un’emergenza presente). Più recentemente, con le norme relative al super green pass, l’urgenza non era solo differita cronologicamente, ma addirittura ipotetica ed eventuale. In zona bianca, come ciascuno comprende, l’emergenza non esiste: eppure dal 6 dicembre scorso, per effetto delle ultime norme, si preclude l’accesso a numerosi eventi e luoghi pure a cittadini sani e dotati di tampone negativo. Ecco, se questa è la tendenza, c’è da temere che non ci sia due senza tre. Dopo l’urgenza differita e l’urgenza ipotetica, perché stupirsi dei poteri d’emergenza de facto, perfino senza una formale emergenza de iure?Questa piccola divagazione serviva per tornare proprio al famigerato green pass, che a questo punto si ripresenta nella sua reale dimensione: il proverbiale cavallo di Troia per «trasportare» l’emergenza nel futuro, e anche nel tempo teoricamente normale e ordinario. E non a caso, pure il vecchio green pass (che sembrava destinato a «morire» a fine2021) pare implicitamente e pacificamente confermato oltre quella data e destinato a convivere con il nuovo lasciapassare (quello in versione «super»). Già il 26 novembre scorso, su queste colonne, anticipavamo un possibile esito della partita: e cioè che tutto venisse - per l’appunto - buttato in politica, usando un organo (la cabina di regia) totalmente informale, tecnicamente fuori dalla Costituzione, e dunque tale da rappresentare un «perfetto» paravento per dare copertura politica a soluzioni ingiustificabili giuridicamente. Ciò che non avevamo previsto si è aggiunto - ad aggravare le cose - nelle ultime ore: la naturalezza, la nonchalance, con cui molti attori della politica e dei media spiegano che il protrarsi o no dell’emergenza, in una forma o nell’altra, potrebbe essere funzionale come carta da giocare per la corsa al Quirinale dell’uno o dell’altro protagonista. Difficile dare torto al direttore di Atlantico Federico Punzi: «Non provano nemmeno più a nasconderlo: il dibattito sullo stato d’emergenza non segue logiche sanitarie ma squisitamente politiche». Per il green pass, è già così. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/omicron-vaccini-pass-insulto-logica-2656020836.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-nuova-variante-arriva-in-cina-prima-vittima-in-uk" data-post-id="2656020836" data-published-at="1639420545" data-use-pagination="False"> La nuova variante arriva in Cina. Prima vittima in Uk Mentre in Italia i primi casi di variante Omicron stanno emergendo in questi giorni, in Gran Bretagna la situazione appare più complicata e ieri c’è stata la prima vittima per la nuova variante. Sul fronte nazionale il primo caso in Toscana è stato individuato a Siena, su una turista proveniente proprio dalla Gran Bretagna, che era in vacanza. La donna, vaccinata ed asintomatica, è stata ricoverata all’ospedale Santa Maria alle Scotte per un’altra patologia ed è stata riconosciuta come positiva. Sempre ieri sono stati scoperti due casi di variante Omicron a Venezia. In questo caso si tratta di due coniugi di Mira, nel Veneziano, che erano rientrati da una vacanza in Sudafrica. Sottoposti a quarantena, come previsto nel caso di rientro dal Sudafrica, marito e moglie non hanno avuto contatti con altre persone, sono in isolamento e non dimostrano alcun sintomo. Più complicata, invece, la situazione del Regno Unito, dove ieri si è registrata la prima vittima dopo il contagio da variante sudafricana. Lo ha annunciato il primo ministro Boris Johnson, che da mercoledì ha previsto nuove restrizioni, mentre il ministro della Sanità britannico, Sajid Javid, ha segnalato come la Health security agency parli di un 20% per cento dei contagi causato da Omicron. Secondo le statistiche, però, a Londra la percentuale della variante sale al 44 per cento dei nuovi casi segnalati. Tanto che Javid, si è detto preoccupato per l’incremento rapido dei contagi, che sembrano raddoppiare nell’arco di due o tre giorni e che potrebbero «aumentare drammaticamente» nelle prossime settimane, con ricoveri e decessi. Il sistema sanitario nazionale Nhs si sta preparando per l’emergenza, mentre ormai è corsa alla terza dose, offerta anche ai quarantenni, per cui ci sono state ieri così tante prenotazioni che il sito del governo è andato in tilt. Secondo i calcoli degli specialisti inglesi, se si proseguisse con questo ritmo, la variante Omicron finirebbe per superare in tempi rapidi la variante Delta e per diventare dominante. É sufficiente guardare a numeri per rendersene conto. Nelle ultime 24 ore nel Regno Unito sono stati registrati 1.576 nuovi casi di Covid da variante Omicron e in totale si è arrivati a 4.713 persone che hanno manifestato di aver contratto questa nuova forma. Sul fronte internazionale, comunque, non è solo la Gran Bretagna a segnalare qualche preoccupazione. In Norvegia, ad esempio, le misure per frenare la diffusione della variante Omicron sono state inasprite dal governo proprio ieri pomeriggio. La situazione appare grave, con una diffusione dei contagi elevata, che va affrontata per tempo per evitare problemi, come ha spiegato il premier Jonas Gahr Store all’agenzia di stampa Ntb. Anche perché in Norvegia l’aumento non riguarda solo i contagi ma anche i ricoveri e questo è l’aspetto che preoccupa maggiormente. Anche in Cina, poi, nella città di Tianjin è stato scoperto il primo caso di Omicron su un paziente in arrivo dall’Occidente. Nel frattempo, però, dal Sudafrica arrivano segnali che invitano a non farsi prendere dal panico. Secondo la dottoressa Angelique Coetzee, responsabile dell'Associazione medica sudafricana la variante Omicron risulta «leggera». Dopo aver seguito per un mese i nuovi casi e i loro sviluppi, l’epidemiologa conferma ciò che aveva anticipato un paio di settimane fa e cioè che l’Occidente sta reagendo in modo eccessivo all’arrivo di Omicron, che contagia molto ma ha effetti lievi e non preoccupanti. A suo parere si tratterebbe, infatti, di una variante abbastanza «mite» del Coronavirus, che presenta tassi inferiori in termini di ospedalizzazione.
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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