Kanye West (Ansa)
Pasticcio dei dem dopo i concerti annullati a Reggio Emilia del rapper americano e di Travis Scott: prima li vogliono, poi riconoscono i guai che potrebbero creare.
C’era una volta il West: tanto per non farsi mancare niente, il Pd floppa pure sulla musica, stonando completamente sia l’organizzazione (poi annullata) che le reazioni all’annullamento dei concerti di Kanye West e Travis Scott, previsti per luglio alla Rcf Arena di Reggio Emilia, meglio nota come Campovolo, e poi cancellati dal Prefetto Salvatore Angieri per motivi di ordine pubblico e sicurezza.
Una figuraccia epica per il Pd locale, che aveva puntato tantissimo sull’Hellwatt festival, con in programma i concerti di West e Scott, per rilanciare l’arena, realizzata con fondi (anche) della Regione Emilia-Romagna. E invece, è andata male: il festival ha dovuto cambiare nome per evitate guai legali dopo il licenziamento del direttore artistico, e adesso, con la cancellazione dei due concerti di maggior richiamo, la frittata è fatta. L’annullamento del concerto di West, in particolare, è frutto delle sue prese di posizione antisemite (poi rinnegate), come si legge nel comunicato della Prefettura: «Il Prefetto di Reggio Emilia, Salvatore Angieri», recita la nota, «a seguito delle istanze presentate dal Codacons e dalla Comunità ebraica di Modena e Reggio Emilia, che hanno espresso rilievi in merito al concerto del rapper Kanye West previsto per il 18 luglio presso la Rcf Arena di Reggio Emilia, ha convocato il 25 maggio 2026 una riunione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. L’incontro è stato dedicato all’esame dei profili di ordine e sicurezza pubblica connessi al concerto dell’artista statunitense e all’evento di Travis Scott, anch’esso programmato presso la Rcf Arena.
Sulla base delle valutazioni emerse nel corso del Comitato e degli ulteriori approfondimenti istruttori relativi agli aspetti di safety e security, il Prefetto ha adottato un provvedimento disponendo il divieto di entrambi i concerti. La decisione riguarda due eventi previsti in date consecutive ed è stata assunta per esigenze di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, tenuto conto della stretta connessione temporale tra le manifestazioni e dell’elevato afflusso di pubblico previsto nell’arco di 24 ore. Sulla valutazione complessiva hanno, inoltre, assunto rilievo l’annullamento di precedenti concerti del rapper statunitense in altri Paesi e il concreto rischio di contromanifestazioni». Tutto annullato, dunque. Il sindaco di Reggio Emilia, Marco Massari, va in tilt: non si schiera contro la decisione della Prefettura, e del resto già le prime critiche sulla presenza di West avevano convinto la sinistra cittadina a fare retromarcia rispetto all’entusiasmo delle prime dichiarazioni. «Prendiamo atto della decisione», dichiara Massari, «presa per questioni di sicurezza e ordine pubblico.
Si tratta di problematiche che possono emergere anche a ridosso degli eventi stessi e suggerire scelte di prudenza e responsabilità. Resta certamente il rammarico per non poter ospitare questi eventi di rilievo, che la nostra città ha già dimostrato di poter gestire. È evidente anche che artisti così discussi, sulle cui posizioni avevamo da tempo espresso perplessità, possano generare problemi aggiuntivi: è successo in altri contesti europei e internazionali, ora succede qui». Ma che gli artisti fossero discussi, non si sapeva pure prima? Certo che sì. Il problema del Pd, è sempre lo stesso, come accaduto per la Biennale di Venezia: quello che si dice oggi è il contrario di ciò che si diceva ieri.
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I carabinieri all'esterno della casa di Emanuela Aiello (Ansa)
Il padre naturale della piccola Beatrice e delle sorelline è detenuto in carcere, la mamma lasciava pressoché quotidianamente da sole le figlie nella casa di Bordighera per andare dal nuovo compagno, in cella per la morte della bimba. Domani l’interrogatorio.
I medici legali hanno trovato sul corpicino della piccola Beatrice lesioni «non compatibili» con quelle di una caduta. E le sorelline della bimba di 2 anni, trovata morta lo scorso febbraio a Bordighera, ai pm hanno descritto una quotidianità «terrificante» fatta di botte, aggressioni fisiche e verbali e tanta violenza.
Si tratta di racconti riferiti tra lacrime e angoscia contenuti nell’ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti di Manuel Iannuzzi. L’uomo è il compagno di Emanuela Aiello, 43 anni, mamma della bimba uccisa. La donna è in carcere da febbraio per la morte della figlia. Intanto, è stato disposto il trasferimento di Iannuzzi dal carcere di Valle Armea a Sanremo a quello di Genova Pontedecimo dove adesso si trova in isolamento. Il trasferimento si è reso necessario perché nel penitenziario dell’Imperiese è detenuto anche il padre di Iannuzzi, arrestato nello stesso giorno per il possesso di 2 chili di tritolo e della relativa miccia, trovati dai carabinieri nella cantina durante la perquisizione avvenuta nel momento dell’arresto del figlio.
Ma nel carcere di Valle Armea è detenuto anche Maurizio Rao, padre naturale delle bambine di Aiello: Rao aveva dato mandato al suo legale di depositare una denuncia per omissione di soccorso nei confronti di Emanuel Iannuzzi. Per questi motivi, la presenza del quarantaduenne nel carcere di Villa Armea non è compatibile. Domani si svolgeranno gli interrogatori di convalida dell’arresto di Iannuzzi e di Emanuela Aiello. Il primo a comparire davanti agli inquirenti sarà Iannuzzi. L’uomo è assistito dagli avvocati Maria Gioffré e Cristian Urbini. Poi sarà sentita la mamma della piccola, assistita dai legali Laura Corbetta e Bruno Di Giovanni. Inizialmente la donna era accusata di omicidio preterintenzionale in concorso.
Poi l’ipotesi di reato è stata modificata in maltrattamenti aggravati che hanno causato la morte di Beatrice. Per il procuratore di Imperia Alberto Lari si è trattato di un aggravamento del reato. Dalle indagini, scaturite dopo la morte della piccola, emerge uno spaccato «agghiacciante» di una famiglia «fragile»: il padre naturale della vittima e delle sorelline è detenuto in carcere, la mamma «lasciava pressoché quotidianamente da sole le figlie nella casa di Bordighera» per raggiungere l’abitazione del compagno a Perinaldo. Quando le forze dell’ordine sono entrate in casa hanno riscontrato «una situazione di grave degrado, incuria e sporcizia inidonea e incompatibile con la presenza di tre bambine e il loro sereno sviluppo psicofisico».
Eppure rimane pesante l’interrogativo sul perché i servizi sociali non siano intervenuti per sanare questa condizione di disagio per i minori. Da quanto emerge, non ci sarebbe stato in passato nessun monitoraggio sulle condizioni in cui viveva la donna con le sue bimbe. Iannuzzi, picchiava le piccole. E la sorellina di Beatrice lo racconta tra le lacrime agli inquirenti con dovizia di particolari: «Bea quando l’ha presa da sopra era nuda. Cioè aveva il pannolino ma era nuda. L’ha messa subito nella doccia. Io Bea la sentivo urlare, Emanuel diceva “stai zitta stai, zitta che non è niente”. Subito pensavo gli bruciano gli occhi e poi sentivo tipo (batte con la mano destra aperta sulla scrivania, ndr) così sulla pelle di Bea. Е poi quando sono andata a vedere la porta era aperta. Bea era così sulla vasca che sanguinava dal naso. Però aveva già gli occhi chiusi e faceva così (mima col capo un movimento dall’alto verso il basso, ndr). Cioè più la teneva su e più lei faceva così cioè col collo così poi aveva tutto il corpo viola più o meno tutto il corpo viola e le labbra viola».
Emanuela Aiello non ha mai portato la bimba deceduta in pronto soccorso, nonostante le diverse lesioni riportate. Tale comportamento, per gli inquirenti, denota un’evidente «ritrosia» nel rivolgersi ai sanitari probabilmente per timore delle domande che le avrebbero potuto rivolgere.
Il medico legale, intervenuto al momento del decesso, ha ritenuto «inverosimili» le spiegazioni fornite dalla mamma: «In relazione all’ipotesi di una caduta dalle scale avvenuta 2-3 giorni prima del decesso, le lesioni non presentano la classica natura e disposizione derivante da tale dinamica, poiché generalmente in questi casi sono presenti escoriazioni, dovute al contatto con la superficie spigolosa e ruvida dei gradini, a livello dei distretti corporei più esposti durante il ruzzolamento, vale a dire capo, gomiti e ginocchia. Mentre nel caso di specie, in tali sedi, sono presenti solo ecchimosi mentre le escoriazioni sono tutte concentrate alla regione cervico-dorsale. Peraltro, è anche inverosimile l’ipotesi che la bimba sia caduta, riportando tali lesioni, e poi sia stata in apparente benessere per due giorni, per poi andare precipitosamente incontro al decesso dopo tale periodo». Secondo le indagini, Iannuzzi più volte si sarebbe accanito contro la piccola deceduta minacciandola con frasi del tipo: «Guarda che ti vengo a picchiare se non smetti di piangere», ma anche: «Stai zitta che adesso arrivano i miei nipotini, mia mamma e mia sorella, se non stai zitta guarda che ti chiudo in camera e non esci».
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Matteo Berrettini dopo la vittoria agli ottavi di finale del Roland Garros contro Juan Manuel Cerundolo (Ansa)
Berrettini, Arnaldi e Cobolli firmano una giornata storica sulla terra rossa parigina. Il derby tra i due Matteo garantirà all'Italia almeno un semifinalista, mentre Cobolli sogna un'altra impresa contro Felix Auger-Aliassime. E tutto questo senza Sinner e Musetti.
Non ci sono Jannik Sinner, eliminato a sorpresa nei primi turni, né Lorenzo Musetti, l'altro uomo più atteso del tennis azzurro sulla terra battuta. Eppure l'Italia si ritrova con tre giocatori nei quarti di finale del Roland Garros. Una giornata che entra di diritto nella storia del tennis italiano quella andata in scena a Parigi, dove Matteo Berrettini, Matteo Arnaldi e Flavio Cobolli hanno conquistato un posto tra i primi otto del torneo. Un risultato che certifica la profondità raggiunta dal movimento azzurro e che garantisce già la presenza di almeno un italiano in semifinale grazie al derby che metterà di fronte Berrettini e Arnaldi.
Se il percorso di Cobolli conferma la crescita di uno dei giocatori più continui dell'ultimo anno, le imprese dei due Matteo raccontano invece due storie diverse ma ugualmente significative. Berrettini è tornato a spingersi fino ai quarti di finale del Roland Garros cinque anni dopo la sua precedente apparizione a questo livello, mentre Arnaldi ha raggiunto per la prima volta in carriera i quarti di uno Slam al termine di una maratona destinata a restare tra le partite più importanti della sua carriera.
Il successo più netto è stato quello di Berrettini contro l'argentino Juan Manuel Cerundolo, l'uomo che pochi giorni fa aveva eliminato Sinner. Il romano ha gestito la partita con autorevolezza, imponendosi in tre set e mostrando solidità soprattutto nei momenti decisivi. Dopo aver controllato i primi due parziali, nel terzo ha saputo reagire a un passaggio complicato, recuperando un break di svantaggio e annullando tre set point consecutivi nel tie-break prima di chiudere l'incontro. Molto più sofferta la qualificazione di Arnaldi. Il ligure ha superato Frances Tiafoe dopo oltre cinque ore di battaglia e una rimonta che sembrava impossibile. Sotto di due break nel quarto set e a pochi giochi dall'eliminazione, il sanremese ha trovato le energie per ribaltare l'inerzia della partita, trascinarla al quinto e completare l'opera con un ultimo sforzo decisivo. Una vittoria che vale i primi quarti Slam della carriera e che gli regala adesso la sfida tutta italiana contro Berrettini. In precedenza era stato Cobolli ad aprire la giornata azzurra sul Philippe Chatrier. Il romano ha superato in quattro set lo statunitense Zachary Svajda, dominando a lungo l'incontro prima di complicarsi la vita nel finale del quarto parziale. Avanti di due set e poi sul 5-1, Cobolli ha subito il ritorno dell'avversario fino al tie-break, dove però ha ritrovato lucidità e aggressività per evitare il quinto set. Adesso lo attende un esame durissimo contro Felix Auger-Aliassime, quarta testa di serie del torneo.
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Nel riquadro la psicoterapeuta Sandra Sassaroli (iStock)
La psicoterapeuta Sandra Sassaroli: «Molti ragazzini mi ripetono: “Questo per me è troppo”. Ma noi siamo fatti per affrontare tutto. L’errore nasce dalla iperprotezione dei figli: dopo i 14 anni vanno lasciati in pace».
Se dovessimo indicare una parola rappresentativa della civiltà occidentale odierna probabilmente dovremmo scegliere il termine trauma. Viviamo in un tempo di minoranze che si dichiarano oppresse e che chiedono risarcimenti e compensazioni per i traumi subiti. È tendenza diffusa specie fra le giovani generazioni esibire i traumi quasi fossero una questione identitaria.
Non c’è Vip che non ami esibire le proprie ferite in interviste accorate. Il trauma è il nuovo feticcio d’Occidente. E le conseguenze sono evidenti: la fragilità si diffonde perché il trauma può diventare una prigione. Affrontarlo e superarlo tuttavia è possibile, come spiega Il trauma non è un destino (Vallardi), nuovo libro di Sandra Sassaroli.
Psichiatra e psicoterapeuta, Sassaroli ha fondato le scuole di psicoterapia Studi Cognitivi e il servizio inTherapy, è docente universitaria, ed è stata tra le prime a portare in Italia la terapia cognitivo-comportamentale. «Il trauma è la letteratura del Novecento, è tutto il cinema in cui troviamo eventi psicologici... I traumi sono tanti, c’è un trauma grave, un evento improvviso come un terremoto ad esempio. Sono a casa tranquilla a pranzo o a cena e improvvisamente mi cade la casa: ecco, questo è un trauma acuto e recente. Poi esistono tutti i traumi dell’attaccamento, che riguardano cioè la nostra storia evolutiva: quando c’è mancanza di cura, quando c’è minaccia, quando ci sono botte o gravi trascuratezze... Esistono eventi gravi nelle nostre vite, in fasi diverse, che ci lasciano qualcosa. Ci danneggiano nella nostra evoluzione e nelle nostre capacità di affrontare il mondo. Però è vero che oggi c’è un’esasperazione di questi aspetti, quindi ho voluto rimarcare il fatto che noi - essendo uomini e donne su questa terra da milioni di anni - siamo sempre stati adatti ad affrontare gli intoppi della nostra esistenza».
Perché altrimenti quello che mi sembra che stia avvenendo in questi anni, qualcuno ci ha anche scritto dei pamphlet un po’ urticanti, è che il trauma diventa poi come un enorme alibi: io non sono in grado di vivere pienamente perché sono traumatizzato e quindi mi nascondo dietro questo mio dolore o questa difficoltà che ho avuto in passato per giustificare tutta una serie di comportamenti discutibili.
«Infatti cerco di stabilire anche nel libro una differenza. Esistono dei problemi antichi che vale la pena di capire e approfondire, anche se c’è poca ricerca sul fatto che l’approfondimento in sé sia curativo. Però esistono anche dei gravissimi problemi che i nostri pazienti portano quando pensano troppo a sé stessi come traumatizzati. L’esito di questa quantità di pensiero è mancanza di desiderio e di competenza nell’affrontare la realtà. Sono traumatizzato, ma il problema può essere che ci penso troppo, continuamente, o che mi blocco e uso il trauma per non affrontare dei problemi che invece dovrei essere capace di affrontare».
Ma davvero ci sono traumi che possono essere affrontati e superati?
«Provo a fare degli esempi. Se ho un trauma, esistono delle tecniche per affrontare questi aspetti antichi della mia storia evolutiva. Questo è un pezzo della terapia, però non è l’unica terapia possibile. Invece, spesso, è la cosa che ci chiedono di più i pazienti».
Insomma insistono troppo sul trauma passato...
«Sì. Poi esistono persone che non imparano nelle loro famiglie a gestire le emozioni in un modo utile ed efficace. Questo accade se ho un genitore che tutte le volte che gli parlo urla e getta qualcosa contro il muro. O se il mio insegnante alle elementari perde ogni volta la pazienza e grida. Quando arriva un’emozione di dolore, di rabbia, di fastidio si può usarla meglio, esistono terapie efficaci per questo tipo di problemi. Ad esempio la Dbt (Dialectical Behavior Therapy), una terapia di gruppo efficace».
Altri tipi di problemi?
«Esistono come dicevo quelli che ci pensano troppo. Ininterrottamente penso che non valgo niente, che sono sfortunato. Oppure mi chiedo domani come farò ad affrontare la realtà, che non me la caverò... Questo è quello che si chiama pensiero ripetitivo, che è rimuginio-ruminazione, ed è un altro tipo di sofferenza mentale. Anche qui ci sono degli interventi efficaci, che sono stati messi a punto da studiosi soprattutto inglesi. Noi qui in Italia abbiamo applicato questi metodi sui disturbi dell’alimentazione. Quando abbiamo cominciato a studiare i disturbi dell’alimentazione non c’era neanche un articolo che sostenesse che i pazienti rimuginassero. E invece pochi rimuginano quanto le pazienti con un disturbo alimentare. Si tratta di applicare a diversi tipi di domande risposte adeguate dal punto di vista clinico».
Ma quale è la soglia di dolore che ciascuno di noi può ragionevolmente sopportare? La fissazione sul trauma a cui accennavamo - che è anche sociale, culturale - può darsi che ci renda incapaci di sopportare il dolore, la pressione, la fatica? Lo vediamo in molti casi di cronaca, specialmente riguardanti gli adolescenti, a cui sembra mancare la capacità di sopportare lo stress.
«Noi siamo fatti per affrontare tutto. Uno dei problemi dei nostri pazienti è che vengono dicendo: “È troppo per me. Ho già amato, non posso più soffrire come ho sofferto in quella circostanza...”. Ma non è così, noi siamo fatti per affrontare tutto, siamo in un mondo in trasformazione, siamo dei corpi, delle menti in trasformazione. Quindi non vedo soglie. Certo però possiamo imparare ad alzare la soglia. Vedo ad esempio, quando insegno all’università, dei ragazzini molto impauriti, che ripetono “è troppo, è troppo”. Passano il tempo a fare il bilancio delle loro prestazioni... Penso che questo sia il lato negativo degli studi sull’evoluzione dei bambini di John Bowlby (fondatore della teoria dell’attaccamento, ndr) fatti nel Novecento. I bambini prima non esistevano, nei quadri erano come i cani: cani e bambini sotto il tavolo. A un certo punto nasce la letteratura di Dickens, nasce l’attenzione ai bambini. E poi arriva la ricerca che dice: guardate che i bambini trattati male soffrono e diventeranno alunni sofferenti. Oggi molti pazienti mi raccontano di genitori iperprotettivi, e l’iperprotezione è la parte negativa di una importante attenzione ai bambini».
Prima i bambini non esistevano, come suggeriva lei. Sembra invece che oggi si tenda a restare sempre bambini. E questa iperprotezione sembra non faccia altro che caricare di ansia i ragazzini. Li rende, come diceva qualcuno negli Stati Uniti, snowflakes, fiocchi di neve. Cioè inadatti a rispondere ai mutamenti della vita, esseri fragili che vanno in tilt per poco.
«Sì, li iper proteggiamo, ne facciamo uno o due massimo: prima se ne facevano dieci, era molto diverso. Li rendiamo fragili, però poi abbiamo sempre la pretesa che siano i più bravi del mondo. Le racconto un caso. Una volta ho avuto un esordio psicotico di un ragazzino con un lieve ritardo mentale che i genitori stavano mandando a studiare all’estero. È difficile per un genitore capire che un figlio può essere fragile e che deve semplicemente lasciarlo vivere. Tutti noi ci aspettiamo che questi figli saranno più bravi di noi, esploreranno più di noi, gireranno il mondo, sapranno 18 lingue... E non ci rendiamo conto che nelle famiglie c’è sempre stato quello un po’ più fragile, che esplorava di meno e che veniva amato per ciò che era e anche accettato. Quindi da un lato c’è infragilimento, dall’altro ci sono le pretese. Troppo trauma, infragilimento, pretese».
Può essere che tutto questo dipenda, come sostiene qualcuno, dalla mancanza del padre simbolico? Cioè dal difficile rapporto che abbiamo oggi con il senso del limite? Il padre è colui che fissa limiti e confini. Imparare a rispettarli significa da una parte accettare che esistano impedimenti e difficoltà che dobbiamo imparare a affrontare. Dall’altra imparare che ci sono fragilità e limitazioni che dobbiamo accettare senza esagerare appunto con le pretese.
«Tutto questo non sta più avvenendo. Faccio un esempio. Mi capita un pranzo con dei giovani. A un certo punto tutti zitti perché sta parlando un bambino di cinque anni: “Scusate Luca voleva dire una cosa...”. Ma quando mai è avvenuto qualcosa di simile? Non ho ricordi, essendo io abbastanza anziana, di me che interrompevo una conversazione degli adulti. In ogni caso io non volevo neanche essere tragica, volevo soltanto indicare un fenomeno in evoluzione che ha punti di forza - cioè il fatto che questi bambini siano molto amati - ma anche limiti, confini. Questi bambini bisognerebbe guardarli di più invece di attaccare alla loro mente le nostre pretese».
Viene anche da dire: come può essere libero un figlio se lo si carica di tante aspettative?
«Appunto. Vedo dei genitori anziani, di ragazzi di 25 anni, che ancora li vogliono consigliare, guidare... Ciò che sostengo, in modo provocatorio, è che quando i nostri figli arrivano a 14 anni, quello che dovevamo fare con loro di buono l’abbiamo fatto. Da quel momento in poi dobbiamo essere delle amorose orecchie per ascoltarli se ci chiamano. Ma ora vedo delle pretese di educazione, di spinta, di investimento che secondo me diventano un ostacolo all’ascolto. Insomma i figli ogni tanto bisogna lasciarli un po’ in pace».
Sembra però che queste contraddizioni riguardino anche gli adulti. Oggi molti sostengono che da un lato siamo tutti molto fragili, dall’altro però esiste troppa competizione.
«Sinceramente io penso che si competa moltissimo in astratto. Cioè rimuginando, guardando il futuro pieni di dubbi... Forse è tutto molto più semplice».
Cioè?
«Mettiamo che io e lei stiamo guardando due giocatori di tennis. Guardiamo, guardiamo, immaginiamo, rimuginiamo... Poi però uno di noi dice: senti, andiamo a berci una birra. Li lasciamo giocare e ci tuffiamo nella realtà concreta. Pensare meno, pensare meglio. Impariamo a fare di più e a pensare di meno, no? Mettiamo le nostre mani nella realtà e facendo impariamo. In fondo se guardiamo anche i nostri piccoli percorsi professionali, spesso le scelte sono avvenute per caso, quando facevamo veramente le cose, non quando le immaginavamo grandiosamente».
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