
Se dovessimo indicare una parola rappresentativa della civiltà occidentale odierna probabilmente dovremmo scegliere il termine trauma. Viviamo in un tempo di minoranze che si dichiarano oppresse e che chiedono risarcimenti e compensazioni per i traumi subiti. È tendenza diffusa specie fra le giovani generazioni esibire i traumi quasi fossero una questione identitaria.
Non c’è Vip che non ami esibire le proprie ferite in interviste accorate. Il trauma è il nuovo feticcio d’Occidente. E le conseguenze sono evidenti: la fragilità si diffonde perché il trauma può diventare una prigione. Affrontarlo e superarlo tuttavia è possibile, come spiega Il trauma non è un destino (Vallardi), nuovo libro di Sandra Sassaroli.
Psichiatra e psicoterapeuta, Sassaroli ha fondato le scuole di psicoterapia Studi Cognitivi e il servizio inTherapy, è docente universitaria, ed è stata tra le prime a portare in Italia la terapia cognitivo-comportamentale. «Il trauma è la letteratura del Novecento, è tutto il cinema in cui troviamo eventi psicologici... I traumi sono tanti, c’è un trauma grave, un evento improvviso come un terremoto ad esempio. Sono a casa tranquilla a pranzo o a cena e improvvisamente mi cade la casa: ecco, questo è un trauma acuto e recente. Poi esistono tutti i traumi dell’attaccamento, che riguardano cioè la nostra storia evolutiva: quando c’è mancanza di cura, quando c’è minaccia, quando ci sono botte o gravi trascuratezze... Esistono eventi gravi nelle nostre vite, in fasi diverse, che ci lasciano qualcosa. Ci danneggiano nella nostra evoluzione e nelle nostre capacità di affrontare il mondo. Però è vero che oggi c’è un’esasperazione di questi aspetti, quindi ho voluto rimarcare il fatto che noi - essendo uomini e donne su questa terra da milioni di anni - siamo sempre stati adatti ad affrontare gli intoppi della nostra esistenza».
Perché altrimenti quello che mi sembra che stia avvenendo in questi anni, qualcuno ci ha anche scritto dei pamphlet un po’ urticanti, è che il trauma diventa poi come un enorme alibi: io non sono in grado di vivere pienamente perché sono traumatizzato e quindi mi nascondo dietro questo mio dolore o questa difficoltà che ho avuto in passato per giustificare tutta una serie di comportamenti discutibili.
«Infatti cerco di stabilire anche nel libro una differenza. Esistono dei problemi antichi che vale la pena di capire e approfondire, anche se c’è poca ricerca sul fatto che l’approfondimento in sé sia curativo. Però esistono anche dei gravissimi problemi che i nostri pazienti portano quando pensano troppo a sé stessi come traumatizzati. L’esito di questa quantità di pensiero è mancanza di desiderio e di competenza nell’affrontare la realtà. Sono traumatizzato, ma il problema può essere che ci penso troppo, continuamente, o che mi blocco e uso il trauma per non affrontare dei problemi che invece dovrei essere capace di affrontare».
Ma davvero ci sono traumi che possono essere affrontati e superati?
«Provo a fare degli esempi. Se ho un trauma, esistono delle tecniche per affrontare questi aspetti antichi della mia storia evolutiva. Questo è un pezzo della terapia, però non è l’unica terapia possibile. Invece, spesso, è la cosa che ci chiedono di più i pazienti».
Insomma insistono troppo sul trauma passato...
«Sì. Poi esistono persone che non imparano nelle loro famiglie a gestire le emozioni in un modo utile ed efficace. Questo accade se ho un genitore che tutte le volte che gli parlo urla e getta qualcosa contro il muro. O se il mio insegnante alle elementari perde ogni volta la pazienza e grida. Quando arriva un’emozione di dolore, di rabbia, di fastidio si può usarla meglio, esistono terapie efficaci per questo tipo di problemi. Ad esempio la Dbt (Dialectical Behavior Therapy), una terapia di gruppo efficace».
Altri tipi di problemi?
«Esistono come dicevo quelli che ci pensano troppo. Ininterrottamente penso che non valgo niente, che sono sfortunato. Oppure mi chiedo domani come farò ad affrontare la realtà, che non me la caverò... Questo è quello che si chiama pensiero ripetitivo, che è rimuginio-ruminazione, ed è un altro tipo di sofferenza mentale. Anche qui ci sono degli interventi efficaci, che sono stati messi a punto da studiosi soprattutto inglesi. Noi qui in Italia abbiamo applicato questi metodi sui disturbi dell’alimentazione. Quando abbiamo cominciato a studiare i disturbi dell’alimentazione non c’era neanche un articolo che sostenesse che i pazienti rimuginassero. E invece pochi rimuginano quanto le pazienti con un disturbo alimentare. Si tratta di applicare a diversi tipi di domande risposte adeguate dal punto di vista clinico».
Ma quale è la soglia di dolore che ciascuno di noi può ragionevolmente sopportare? La fissazione sul trauma a cui accennavamo - che è anche sociale, culturale - può darsi che ci renda incapaci di sopportare il dolore, la pressione, la fatica? Lo vediamo in molti casi di cronaca, specialmente riguardanti gli adolescenti, a cui sembra mancare la capacità di sopportare lo stress.
«Noi siamo fatti per affrontare tutto. Uno dei problemi dei nostri pazienti è che vengono dicendo: “È troppo per me. Ho già amato, non posso più soffrire come ho sofferto in quella circostanza...”. Ma non è così, noi siamo fatti per affrontare tutto, siamo in un mondo in trasformazione, siamo dei corpi, delle menti in trasformazione. Quindi non vedo soglie. Certo però possiamo imparare ad alzare la soglia. Vedo ad esempio, quando insegno all’università, dei ragazzini molto impauriti, che ripetono “è troppo, è troppo”. Passano il tempo a fare il bilancio delle loro prestazioni... Penso che questo sia il lato negativo degli studi sull’evoluzione dei bambini di John Bowlby (fondatore della teoria dell’attaccamento, ndr) fatti nel Novecento. I bambini prima non esistevano, nei quadri erano come i cani: cani e bambini sotto il tavolo. A un certo punto nasce la letteratura di Dickens, nasce l’attenzione ai bambini. E poi arriva la ricerca che dice: guardate che i bambini trattati male soffrono e diventeranno alunni sofferenti. Oggi molti pazienti mi raccontano di genitori iperprotettivi, e l’iperprotezione è la parte negativa di una importante attenzione ai bambini».
Prima i bambini non esistevano, come suggeriva lei. Sembra invece che oggi si tenda a restare sempre bambini. E questa iperprotezione sembra non faccia altro che caricare di ansia i ragazzini. Li rende, come diceva qualcuno negli Stati Uniti, snowflakes, fiocchi di neve. Cioè inadatti a rispondere ai mutamenti della vita, esseri fragili che vanno in tilt per poco.
«Sì, li iper proteggiamo, ne facciamo uno o due massimo: prima se ne facevano dieci, era molto diverso. Li rendiamo fragili, però poi abbiamo sempre la pretesa che siano i più bravi del mondo. Le racconto un caso. Una volta ho avuto un esordio psicotico di un ragazzino con un lieve ritardo mentale che i genitori stavano mandando a studiare all’estero. È difficile per un genitore capire che un figlio può essere fragile e che deve semplicemente lasciarlo vivere. Tutti noi ci aspettiamo che questi figli saranno più bravi di noi, esploreranno più di noi, gireranno il mondo, sapranno 18 lingue... E non ci rendiamo conto che nelle famiglie c’è sempre stato quello un po’ più fragile, che esplorava di meno e che veniva amato per ciò che era e anche accettato. Quindi da un lato c’è infragilimento, dall’altro ci sono le pretese. Troppo trauma, infragilimento, pretese».
Può essere che tutto questo dipenda, come sostiene qualcuno, dalla mancanza del padre simbolico? Cioè dal difficile rapporto che abbiamo oggi con il senso del limite? Il padre è colui che fissa limiti e confini. Imparare a rispettarli significa da una parte accettare che esistano impedimenti e difficoltà che dobbiamo imparare a affrontare. Dall’altra imparare che ci sono fragilità e limitazioni che dobbiamo accettare senza esagerare appunto con le pretese.
«Tutto questo non sta più avvenendo. Faccio un esempio. Mi capita un pranzo con dei giovani. A un certo punto tutti zitti perché sta parlando un bambino di cinque anni: “Scusate Luca voleva dire una cosa...”. Ma quando mai è avvenuto qualcosa di simile? Non ho ricordi, essendo io abbastanza anziana, di me che interrompevo una conversazione degli adulti. In ogni caso io non volevo neanche essere tragica, volevo soltanto indicare un fenomeno in evoluzione che ha punti di forza - cioè il fatto che questi bambini siano molto amati - ma anche limiti, confini. Questi bambini bisognerebbe guardarli di più invece di attaccare alla loro mente le nostre pretese».
Viene anche da dire: come può essere libero un figlio se lo si carica di tante aspettative?
«Appunto. Vedo dei genitori anziani, di ragazzi di 25 anni, che ancora li vogliono consigliare, guidare... Ciò che sostengo, in modo provocatorio, è che quando i nostri figli arrivano a 14 anni, quello che dovevamo fare con loro di buono l’abbiamo fatto. Da quel momento in poi dobbiamo essere delle amorose orecchie per ascoltarli se ci chiamano. Ma ora vedo delle pretese di educazione, di spinta, di investimento che secondo me diventano un ostacolo all’ascolto. Insomma i figli ogni tanto bisogna lasciarli un po’ in pace».
Sembra però che queste contraddizioni riguardino anche gli adulti. Oggi molti sostengono che da un lato siamo tutti molto fragili, dall’altro però esiste troppa competizione.
«Sinceramente io penso che si competa moltissimo in astratto. Cioè rimuginando, guardando il futuro pieni di dubbi... Forse è tutto molto più semplice».
Cioè?
«Mettiamo che io e lei stiamo guardando due giocatori di tennis. Guardiamo, guardiamo, immaginiamo, rimuginiamo... Poi però uno di noi dice: senti, andiamo a berci una birra. Li lasciamo giocare e ci tuffiamo nella realtà concreta. Pensare meno, pensare meglio. Impariamo a fare di più e a pensare di meno, no? Mettiamo le nostre mani nella realtà e facendo impariamo. In fondo se guardiamo anche i nostri piccoli percorsi professionali, spesso le scelte sono avvenute per caso, quando facevamo veramente le cose, non quando le immaginavamo grandiosamente».






