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Vertice negli Usa sulla Groenlandia con Copenaghen e Nuuk «Ancora dissidi, ci rivedremo». Gli scandinavi inviano militari.
In Groenlandia non c’era mai stata così tanta gente: ai circa 57.000 abitanti, da ieri, si è aggiunto un contingente militare rafforzato, inviato dalla Danimarca a scopi di addestramento e per consolidare - ha detto il ministro della Difesa di Copenaghen, Troels Lund Poulsen - le capacità di «operare nell’Artico», «in stretta collaborazionecon gli alleati». A cominciare dai partner scandinavi: la Svezia ha spedito «alcuni ufficiali», che «prepareranno le prossime fasi dell’esercitazione danese Operation arctic endurance», seguita dalla Norvegia. Poulsen, in ogni caso, ritiene «improbabile» un attacco statunitense. Ma ad ogni buon conto, Ursula von der Leyen ha giurato ai cittadini dell’isola che «possono contare su di noi». Chissà quale sospiro di sollievo avranno tirato a Nuuk, nel giorno in cui Donald Trump, su Truth, definiva «inaccettabile» qualunque soluzione che non implichi il possesso americano della Groenlandia.
«È vitale», ha spiegato, «per il Golden dome», lo scudo antimissile di reaganiana memoria che il tycoon vuole realizzare. «La Nato», ha insistito il presidente, «dovrebbe farci da apripista per ottenerla», intimando alla Danimarca di sgomberarla «immediatamente». «Se non lo facciamo noi», ha avvertito Trump, «lo faranno la Russia o la Cina e questo non accadrà!». Dopodiché, ha ricordato agli alleati quali siano i rapporti di forza: «Militarmente, senza l’enorme potere degli Stati Uniti, […] la Nato non sarebbe una forza o un deterrente efficace, nemmeno lontanamente! La Nato diventa molto più formidabile ed efficace con la Groenlandia nelle mani degli Stati Uniti». Riferendosi all’attivismo del Dragone e del Cremlino nell’area, Trump ha usato i consueti toni canzonatori: «Dite alla Danimarca di mandarli via di qui, subito! Due slitte trainate da cani non basteranno!». Il segretario generale dell’Organizzazione, Mark Rutte, ha abbozzato, invitando i membri dell’Alleanza a «lavorare insieme» per la sicurezza della regione artica.
Per Politico, il progetto di The Donald sarebbe di ottenere un referendum, «oliando» gli elettori locali anche con profferte finanziarie. Thomas Dans, commissario per l’Artico, a Usa Today ha assicurato che, nel giro di «settimane o mesi», Washington prenderà iniziative concrete. Giusto il tempo per «conquistare la fiducia e il sostegno del popolo groenlandese». Magari, pure con i tweet? L’account X della Casa Bianca ne ha pubblicato uno, in cui si vedono due slitte con la bandiera groenlandese, diretta una verso Washington e l’altra verso Mosca e Pechino, sovrastate da una didascalia eloquente: «Da che parte, uomo della Groenlandia?». Secondo Nbc, in realtà, il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha già ricevuto l’ordine di presentare una proposta per l’acquisizione dell’isola. Uno studio stima che potrebbe costare fino a 700 miliardi di dollari, metà del bilancio annuale del Pentagono.
Proprio Rubio, ieri, ha partecipato a un vertice con i ministri degli Esteri danese, Lars Lokke Rasmussen, e groenlandese, Vivian Motzfeldt, alla presenza di JD Vance, all’interno dell’Eisenhower Building, l’ala della Casa Bianca con gli uffici di rappresentanza del vicepresidente. L’incontro è durato una cinquantina di minuti. «Più del previsto», hanno riferito i media di Copenaghen. Una fonte diplomatica danese ha espresso «cauto ottimismo». Ma Rasmussen, pur condividendo le preoccupazioni securitarie, ha ripetuto che «è inaccettabile non rispettare l’integrità del territorio» dell’isola. «Siamo ancora fondamentalmente in disaccordo» con Trump, ha dichiarato. «È chiaro che il presidente ha questo desiderio di conquistare la Groenlandia». «Finora», ha riconosciuto, «non siamo riusciti a far cambiare posizione agli Stati Uniti», sebbene i colloqui siano stati «franchi e costruttivi». L’acquisizione della nazione da parte degli Usa, ha voluto sottolineare il ministro, è «assolutamente non necessaria». La sua omologa groenlandese ha chiarito: «Non vogliamo che gli Stati Uniti ci controllino». Ciò che possono chiedere, ha detto il capo della diplomazia di Copenaghen, è l’aumento della loro presenza militare nell’isola. Un’apertura che va comunque in direzione dei desiderata americani. Le trattative proseguiranno.
Dopodiché, la disputa artica ha aggravato il solco che si è aperto tra Francia e Germania. C’erano già stati il divorzio delle rispettive industrie, che ha fatto naufragare il caccia di sesta generazione, nonché la lite sull’ipotesi di acquistare armamenti americani anziché europei, per rifornire la resistenza ucraina. Ieri, il premier transalpino, Sebastien Lecornu, ha invitato a prendere «molto sul serio» le ambizioni di Trump sulla Groenlandia. Parigi ha confermato che il 6 febbraio aprirà un consolato a Nuuk e il suo ministro degli Esteri, Jean-Noël Barrot, ha affermato che il «ricatto» statunitense «deve finire». Emmanuel Macron, dal canto suo, ha sottolineato che una eventuale annessione dell’isola avrebbe «conseguenze a cascata senza precedenti». Più sfumata la posizione tedesca. In un articolo su Die Zeit, il ministro della Difesa, Boris Pistorius, esponente della Spd, ha sì escluso che una «risposta sostenibile» alla minaccia sino-russa possa essere la trasformazione della Groenlandia nel cinquantunesimo Stato Usa, ribadendo che un’azione militare per impossessarsene «sarebbe una situazione davvero senza precedenti nella storia della Nato e nella storia di qualsiasi alleanza di difesa nel mondo». Pistorius, tuttavia, ha preferito ricorrere ancora ad argomenti concilianti. Ha sottolineato che quelli di Washington sono «interessi legittimi» e che sarebbero «meglio tutelati dalla difesa congiunta» della regione. Nel frattempo, il portavoce del cancelliere Friedrich Merz, Stefan Kornelius, ha comunicato che «al momento non è in programma» l’apertura di un consolato nell’isola. Berlino e Parigi si inseguono: prenderanno parte entrambe alla missione in Groenlandia, su invito danese. In fondo, è quello che vuole Donald: la Nato impegnata nell’Artico. Il vice di Merz, il socialdemocratico Lars Klingbeil, si è spinto fino ad affermare che «il rapporto transatlantico così come lo conoscevamo si sta disintegrando». Ma è chiaro che la Germania, già scottata dai dazi, a differenza della Francia non intende impelagarsi in un braccio di ferro con Trump. Spera, semmai, di negoziare. E, forse, di prendere parte al banchetto glaciale. Nella peggiore delle ipotesi, resterebbe un paracadute di prestigio: possiamo contare sulla Von der Leyen…
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 15 gennaio con Carlo Cambi
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Gli Stati Uniti hanno ritirato il proprio personale dalle basi militari in Medio Oriente, dopo che Teheran aveva fatto sapere che le avrebbe prese di mira come rappresaglia. La Nobel per la pace Shirin Ebadi chiede «azioni mirate» contro Khamenei.
Mentre proseguono le manifestazioni antigovernative in Iran, la tensione in Medio Oriente continua a salire. Ieri, un funzionario di Teheran ha affermato che, in caso di atto bellico da parte di Washington contro la Repubblica islamica, le basi statunitensi in Arabia Saudita, Emirati arabi e Turchia «saranno attaccate». Gli stessi pasdaran hanno minacciato una risposta «decisa». È in questo clima che, sempre ieri, gli americani e i britannici hanno ritirato una parte del loro personale di stanza nella base aerea di Al Udeid, in Qatar. «Date le persistenti tensioni regionali, la missione statunitense in Arabia Saudita ha consigliato al proprio personale di esercitare maggiore cautela e limitare i viaggi non essenziali verso qualsiasi installazione militare nella regione. Raccomandiamo ai cittadini americani nel Regno di fare lo stesso», ha inoltre dichiarato l’ambasciata statunitense a Riad. La stessa Farnesina ha invitato i nostri connazionali in Iran a lasciare il Paese. Mentre il G7 si è detto pronto a varare nuove sanzioni contro Teheran.
E così, mentre l’attivista iraniana e premio Nobel per la pace Shirin Ebadi sta auspicando che Washington conduca «azioni altamente mirate» contro Ali Khamenei, la domanda è se, come e quando gli Usa decideranno di colpire militarmente la Repubblica islamica. Secondo il New York Times, i vertici del Pentagono hanno presentato a Donald Trump un’ampia gamma di obiettivi bellici in Iran, tra cui i siti nucleari e quelli per la realizzazione dei missili balistici. Del resto, martedì, il presidente americano aveva reso noto di non avere intenzione di incontrare dei funzionari di Teheran a meno che non avessero cessato la loro sanguinosa repressione delle proteste. «L’aiuto sta arrivando», aveva aggiunto sibillinamente Trump, portando a pensare che un attacco militare americano potesse essere imminente. Inoltre, nella serata di lunedì, il presidente americano aveva anche annunciato dei dazi secondari a Teheran. Tutto questo mentre, nel pomeriggio italiano di ieri, un funzionario europeo, parlando con Reuters, ha definito l’attacco americano come «probabile», aggiungendo che potrebbe addirittura aver luogo nell’arco delle «prossime 24 ore». D’altronde, sempre ieri, da Teheran hanno fatto sapere che i contatti tra l’inviato statunitense, Steve Witkoff, e il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, sono attualmente sospesi: i due si erano sentiti nel fine settimana e, all’epoca, era stata ventilata l’ipotesi, per ora naufragata, di organizzare un incontro diplomatico.
Tuttavia attenzione: per quanto oggettivamente probabile, un attacco americano imminente non è ancora del tutto certo. Nella serata di martedì, Nbc News ha infatti riferito che sia lo Stato ebraico che i Paesi arabi starebbero suggerendo all’amministrazione Trump di attendere prima di ricorrere all’opzione bellica contro l’Iran. Stando alla testata, i funzionari israeliani e arabi riterrebbero che sarebbe meglio aspettare un ulteriore indebolimento del regime khomeinista. A questo si aggiunga il dibattito in corso all’interno della stessa amministrazione Trump e, più in generale, del mondo repubblicano d’Oltreatlantico. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, il vicepresidente americano, JD Vance, starebbe cercando di convincere l’inquilino della Casa Bianca a tentare la via diplomatica prima di condurre un’eventuale azione militare contro gli ayatollah. Di parere opposto è invece il senatore repubblicano, Lindsey Graham, che, domenica, ha invocato la linea dura, esortando il presidente americano a «uccidere» la leadership del governo di Teheran.
Governo al cui fianco continua a schierarsi il Cremlino. Ieri, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha reso noto che, al netto delle pressioni di Washington, Mosca continuerà a rafforzare i suoi legami bilaterali con la Repubblica islamica. Per la Russia si tratta di una questione delicata. La caduta di Bashar al Assad in Siria nel 2024 ha infatti ridotto l’influenza del Cremlino sullo scacchiere mediorientale. Se adesso dovesse crollare anche il regime di Khamenei, i russi rischierebbero di perdere ancora più terreno nella regione. D’altronde, anche la determinazione dei proxy iraniani comincia a scricchiolare. Ieri, Hezbollah ha escluso di colpire gli Usa e Israele a meno che l’eventuale attacco alla Repubblica islamica non metta in pericolo la sua stessa esistenza.
E così, mentre aumentano le tensioni sull’Iran, procede il piano di pace per Gaza. Ieri, l’Egitto ha annunciato che «è stato raggiunto un consenso sulla composizione» del comitato tecnico che dovrebbe governare la Striscia. Il via al nuovo organismo è stato salutato positivamente sia da Hamas che dall’Anp. «Accogliamo con favore il sostegno della presidenza palestinese allo storico piano di pace in 20 punti del presidente Trump», ha commentato, a sua volta, il Dipartimento di Stato americano. Poco dopo, Witkoff ha ufficialmente annunciato l’inizio della fase due del piano di pace, sottolineando che gli «gli Stati Uniti si aspettano che Hamas rispetti pienamente i propri obblighi». In questo quadro, un funzionario americano ha riferito che la crisi iraniana offre una «grande opportunità» per disarmare la stessa Hamas, che di Teheran è uno storico proxy.
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2026-01-15
Mascherine farlocche comprate dai cinesi senza dovuti controlli. Parla l’uomo di Arcuri
Domenico Arcuri (Imagoeconomica)
Il consulente della struttura commissariale deve ammetterlo: nessuna verifica preliminare sull’acquisto da oltre 1 miliardo.
L’ex consulente della struttura commissariale di Arcuri, Giulio Cazzella, conferma in commissione Covid lo scoop della Verità: l’ordine da oltre 1 miliardo di euro di mascherine cinesi farlocche è stato fatto senza gli opportuni controlli preliminari.
Alla fine l’audizione in commissione Covid dell’ex prefetto ed ex servitore dello Stato Giulio Cazzella, nonostante fosse stata fortemente voluta dai membri dell’opposizione Pd e M5S, si è ritorta loro contro. Nella prima ora e mezza Cazzella ha esposto la sua versione dei fatti, versione ovviamente di parte visto che l’ex prefetto è stato consulente di Invitalia ai tempi in cui Domenico Arcuri era ad dell’ente, poi della struttura commissariale ai tempi della pandemia e infine del collegio difensivo di Arcuri (a imprecisato titolo, dato che non è avvocato, ndr) nel processo penale per la maxicommessa di mascherine, risultate pure non a norma, quindi pericolose per la salute pubblica. Cazzella non ha risparmiato critiche alla deposizione del maggiore della guardia di finanza Eugenio Marmorale, che lo scorso 20 ottobre in commissione aveva riassunto i risultati delle indagini sulla maxicommessa di mascherine appaltata al consorzio cinese Wenzhou-Luokai e costata ai contribuenti 1 miliardo e 251 milioni di euro. Ma poi, nelle successive quattro ore, l’ex prefetto, incalzato dai deputati e senatori di Fratelli d’Italia, ha dovuto confermare quello che Fdi non esita a definire «un fatto scioccante»: la struttura commissariale non effettuò alcun controllo preliminare sul consorzio cinese Wenzhou-Luokai e gli concesse oltre un miliardo di euro di fatto «sulla parola». Né più né meno di quanto già sottolineato da Marmorale, che aveva raccontato nei dettagli il modus operandi dell’armata Brancaleone che aveva concesso a un consorzio ufficialmente sconosciuto, e in affidamento diretto (dunque senza alcun bando pubblico) l’appalto più rilevante della storia. A questo proposito, durante l’audizione Cazzella, che continuava a parlare di «bandi», ha dovuto smettere di utilizzare questo termine quando il senatore Lisei, presidente della commissione Covid, gli ha ricordato che quei soldi non sono stati concessi dopo regolare procedura d’appalto ma soltanto dopo affidi diretti, a discrezione della struttura commissariale.
Giacomo Amadori e François De Tonquédec avevano anticipato sulla Verità già nel lontano febbraio 2021 i fatti di cui si è tornato a parlare. Le audizioni in commissione Covid di Marmorale prima e di Cazzella poi confermano tutto: la centralità dei «rapporti consolidati» tra l’ex giornalista della Rai e lobbista Mario Benotti (deceduto nel 2023) e Arcuri ha fatto da sfondo alla maxi commessa. È stata una mail del mediatore Andrea Vincenzo Tommasi, imprenditore milanese, ad Arcuri a svelare come un consorzio cinese ufficialmente sconosciuto abbia potuto aggiudicarsi il mega appalto da 1,2 miliardi di euro passando sopra a centinaia di aziende, già allora quantificate in circa 550, che nei soli mesi tra marzo e maggio 2020 avevano presentato le proprie offerte di forniture di mascherine, rifiutate a favore dei cinesi (una fra tutte, quella dell’italiana Jc Electronics).
Nell’audizione, Cazzella è stato talmente pressato dalle domande dei commissari di area governativa che ha dovuto ammettere la verità. È stata la senatrice Alice Buonguerrieri a chiedere insistentemente chi sceglieva i fornitori, visto che c’erano affidamenti diretti, come venivano valutati e come è stato scelto quello cinese. Cazzella, sfinito, ha dovuto confermare l’inizialmente contestata versione di Marmorale (duramente attaccato - all’epoca della sua audizione - dai commissari dell’opposizione, che avevamo perfino preteso di secretare parte della sua audizione). Wenzhou-Luokai è entrata in struttura commissariale perché Benotti ha chiamato Arcuri e gli ha presentato Tommasi, ha spiegato l’ex prefetto. Ma visto che è emerso che questo consorzio era stato appena costituito e con siti fasulli copiati da altri, «che controlli avete fatto?», ha ribadito Buonguerrieri. Cazzella ha dovuto ammettere: «Nessuno». Quindi, scandalo nello scandalo, nessuno ha fatto verifiche preventive sul consorzio cinese, che è stato intermediato da un altro, sulla carta, «emerito sconosciuto», presentato da Benotti. Il quale per inciso si è ritagliato, insieme con Tommasi, una maxi provvigione: i due lobbisti sono diventati di fatto fornitori di Dpi grazie alla conoscenza diretta di Arcuri e dei suoi fedelissimi, che Benotti poteva vantare dal 2014. Lo stesso ex giornalista della Rai in alcune chat fa riferimento a Stefano Beghi, l’avvocato che avrebbe dovuto far transitare da Hong Kong quasi 50 milioni di euro di provvigioni.
Ciliegina sulla torta, il disperato tentativo di Cazzella di far passare la maxicommessa di mascherine fasulle come un «affarone»: secondo l’ex prefetto, infatti, il prezzo di acquisto dei Dpi forniti dal consorzio cinese Wenzhou-Luokai era più conveniente rispetto a quello di altre aziende come l’italiana Jc Electronics, la cui commessa per la fornitura di mascherine durante la pandemia fu revocata per una decisione della struttura commissariale di Arcuri, atto che il Tribunale di Roma ha dichiarato illegittimo. È stato il presidente Lisei a far notare all’ex prefetto che per forza di cose la commessa cinese potesse costare di meno, dato che c’erano delle transazioni in nero.
«Si è creata una catena d’affari che maneggiava soldi pubblici durante la pandemia sulla testa dei cittadini che intanto combattevano contro il virus. Fatti sconcertanti, sui quali in commissione Covid continueremo a fare chiarezza», promette Fratelli d’Italia.
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