Donald Trump (Ansa)
- Le indiscrezioni sull’accordo prevedono truppe in loco e il diritto di estrarre terre rare, escludendo Russia e Cina. Malumori di Nielsen e Frederiksen: «Sovranità intoccabile»
- Già un anno fa, il governo dell’isola informava della necessità di capitali per sviluppare l’estrazione mineraria. L’intervento americano è provvidenziale, vista la sonnolenza di Bruxelles e Biden davanti all’avanzata di Xi.
Lo speciale contiene due articoli
Continua a tenere banco l’accordo in via di definizione sulla Groenlandia. Donald Trump punta a far sì che questa intesa, annunciata mercoledì sera, possa consentire a Washington di conseguire i suoi obiettivi strategici nell’Artico. «Se questo accordo andrà in porto, e il presidente Trump ne è molto fiducioso, gli Stati Uniti raggiungeranno tutti i loro obiettivi strategici riguardo alla Groenlandia a costi contenuti», ha affermato ieri la Casa Bianca. «Il presidente Trump sta dimostrando ancora una volta di essere un vero negoziatore. Non appena i dettagli saranno definiti, saranno resi noti», ha aggiunto.
A intervenire sulla questione è stato, sempre ieri, Trump in persona, che ha annunciato di volere un «accesso totale» all’isola. «Avremo accesso totale alla Groenlandia. Avremo tutto l’accesso militare che vogliamo. Potremo mettere in Groenlandia ciò di cui abbiamo bisogno perché lo vogliamo. Stiamo parlando di sicurezza nazionale e internazionale», ha affermato. «Non c’è una fine, non c’è un limite di tempo. Non dovrò pagare nulla», ha anche detto, per poi tornare a sottolineare che la Groenlandia risulterebbe strategica nell’ambito della realizzazione dello scudo missilistico Golden Dome. «I negoziati con la Nato stanno andando bene», ha affermato, dal canto suo, il vicepresidente americano, JD Vance, ribadendo che Washington ha bisogno dell’isola per una questione di sicurezza nazionale. Ricordiamo che Trump, mercoledì, ha escluso l’uso della forza nell’acquisizione della Groenlandia e che, in cambio del sì a un accordo su di essa, si è impegnato a non imporre i dazi aggiuntivi che aveva minacciato contro alcuni Paesi europei.
Nel frattempo, sono emerse delle indiscrezioni sui possibili dettagli contenuti nell’intesa in via di definizione. A livello generale, si tratterebbe di rinegoziare il patto di difesa, stipulato da Stati Uniti e Danimarca nel 1951 e aggiornato nel 2004. «L’accordo del 1951 verrà rinegoziato», ha affermato una fonte all’Afp. Secondo Radio France internationale, quel patto prevede che Washington possa aumentare il dispiegamento dei propri soldati sull’isola, purché la Danimarca ne sia informata in anticipo. Con ogni probabilità, Trump vuole arrivare alla possibilità di schierare nuove truppe senza più alcun paletto da parte di Copenaghen. In tutto questo, secondo il New York Times, gli Usa, in base al nuovo accordo, potrebbero conseguire la sovranità su alcune porzioni dell’isola (eppure, Axios ha riferito che l’intesa includerebbe «il principio del rispetto della sovranità della Danimarca sull’isola»). Inoltre, stando al Telegraph, gli Stati Uniti potrebbero ottenere il diritto di estrarre terre rare senza chiedere il permesso al governo danese. Infine, fonti ascoltate dalla Cnn hanno riferito che l’accordo prevedrebbe un rafforzamento del ruolo della Nato nell’isola, mentre verrebbero vietati gli investimenti di Cina e Russia in loco. Tuttavia la stessa Cnn ha anche rivelato che, almeno fino a ieri sera, l’intesa sarebbe stata solo verbale: non sarebbe stato ancora redatto, in altre parole, un documento scritto.
«La Nato è pienamente consapevole della posizione del Regno di Danimarca», ha frattanto dichiarato, sempre ieri, la premier danese, Mette Frederiksen. «Possiamo negoziare su tutto ciò che riguarda la politica: sicurezza, investimenti, economia. Ma non possiamo negoziare sulla nostra sovranità», ha proseguito. «Siamo pronti a discutere di molte cose e a negoziare una partnership migliore e così via. Ma la sovranità è una linea rossa», ha affermato, dal canto suo, il premier groenlandese, Jens-Frederik Nielsen, auspicando inoltre un «dialogo pacifico». Inoltre, sempre ieri, la Nato ha fatto sapere che il segretario generale dell’Alleanza, Mark Rutte, non avrebbe «proposto alcun compromesso sulla sovranità» groenlandese durante il bilaterale con Trump di mercoledì. Non solo. A intervenire sulla questione dell’isola più grande del mondo è stato anche Volodymyr Zelensky. «Se le navi militari russe navigano liberamente attorno alla Groenlandia, l’Ucraina può dare una mano. Abbiamo l’esperienza e le armi per assicurarci che nessuna di queste navi rimanga. Possono affondare vicino alla Groenlandia proprio come è successo vicino alla Crimea», ha affermato il presidente ucraino, parlando al Forum di Davos.
Il quadro complessivo resta intanto agitato. Ieri sera, i leader europei si sono recati a Bruxelles, dove era in programma una riunione di emergenza sul dossier groenlandese. Dossier su cui si è espressa anche Pechino. «La Cina si oppone alla pratica di usare la Cina come pretesto per perseguire interessi egoistici», ha tuonato il portavoce del ministero degli Esteri della Repubblica popolare, Guo Jiakun, riferendosi al fatto che Trump ha più volte sostenuto di voler acquisire la Groenlandia per arginare le manovre di Cina e Russia nella regione artica. Ricordiamo che fu l’amministrazione Biden, nel dicembre 2024, a lanciare l’allarme sull’incremento della cooperazione tra Pechino e Mosca nell’Artico: Artico che, va detto, non è esattamente stato al centro dell’attenzione dei Paesi europei negli ultimi anni. La stessa Copenaghen ha aumentato gli investimenti in sicurezza per la Groenlandia soltanto l’anno scorso, dopo che Trump aveva iniziato a rivendicare il controllo dell’isola. Il fatto che Pechino si sia schierata con gli europei, contro la Casa Bianca, è quindi molto indicativo.
Nuuk chiese investimenti a Usa e Ue e ora Donald approfitta dell’inerzia
Sommersa da catastrofici racconti di un incipiente conflitto con gli Stati Uniti, mercoledì l’Europa attendeva il discorso di Donald Trump a Davos con un filo di panico.
In poche ore, però, è stato chiaro che i toni minacciosi del presidente americano sulla Groenlandia facevano parte di una tattica negoziale neppure troppo sofisticata: chiedere molto di più di ciò che si desidera, per ottenere ciò che si desidera.
Così, mentre il mainstream rilancia lo gnomico acronimo Taco (Trump always chickens out, «Trump si tira sempre indietro»), la realtà è ben diversa. Se saranno confermati i punti chiave dell’accordo verbale raggiunto mercoledì sera a Davos, gli Stati Uniti hanno ottenuto esattamente ciò che volevano: revisione del trattato del 1951 per adeguare i requisiti delle basi militari americane (cioè, la possibilità di schierare missili sul territorio dell’isola), comando Nato multinazionale con sede in Groenlandia sotto autorità Usa, diritto di prelazione sugli investimenti nelle risorse minerarie della Groenlandia. Il che significa, per altro verso, un esplicito diritto di veto per impedire a Cina e Russia di sfruttare le ricchezze dell’isola.
Tutto ciò si inquadra nella strategia di sicurezza nazionale statunitense delineata qualche settimana fa con un documento ufficiale, molto citato ma poco letto. La vicenda groenlandese è un’altra occasione in cui gli Stati Uniti sollecitano i partner europei sulle priorità strategiche. Nel documento si dicono due cose importanti. La prima è che gli Usa non vogliono soggetti indesiderati nel continente americano, l’altra è che l’Europa rischia di non essere più un alleato affidabile perché si sta impoverendo e dipende sempre di più dalla Cina.
Il dossier Groenlandia aperto da Trump serve proprio per riportare alla realtà le sonnolente cancellerie europee.
Già nel giugno 2019, durante la prima Amministrazione Trump, gli Stati Uniti firmarono un memorandum d’intesa con la Groenlandia per esplorare congiuntamente vaste regioni dell’isola e scambiare conoscenze tecniche, onde sviluppare lo sfruttamento di terre rare e risorse minerarie critiche.
L’intesa forniva un quadro per la cooperazione tra Groenlandia e Stati Uniti in materia di governance del settore minerario. L’accordo però sta per scadere e gli sforzi per rinnovarlo durante l’amministrazione Biden non hanno portato a nulla.
Il territorio è all’ottavo posto al mondo per riserve di terre rare (almeno quelle ipotizzate finora) e ospita due enormi giacimenti: Kvanefjeld e Tanbreez, che insieme hanno oltre 40 milioni di tonnellate di riserve e risorse, sia pure con bassi tenori di minerale (1,43% e 0,38% rispettivamente). I due siti non sono sfruttati, al momento, poiché il partito Inuit Ataqatigiit, che ha vinto le elezioni nel 2021, ha bloccato il primo sito per la presenza di uranio. Ora è in corso un contenzioso con l’australiana Energy Transition Minerals che chiede un risarcimento di 11,5 miliardi di dollari al governo groenlandese, pari a quasi quattro volte il Pil del Paese. Un nodo da sciogliere. Su 147 licenze minerarie in essere in Groenlandia, solo due sono attive.
Naaja Nathanielsen, ministro per le imprese e le risorse minerarie della Groenlandia, già oltre un anno fa, sentito dal Financial Times, disse che anche se l’Europa riconosceva la necessità di non dipendere dalla Cina per i minerali, in Groenlandia non si era visto nessun europeo: «Penso che tutti abbiano dormito. E ora devono svegliarsi» affermò. Pochi mesi dopo, nel maggio 2025, in un’altra intervista al Ft, Nathanielsen disse che il suo Paese necessitava di ingenti capitali esteri per diversificare la propria economia e sviluppare l’estrazione mineraria e il turismo. Però, era necessario che le compagnie minerarie statunitensi ed europee si affrettassero: «Vogliamo collaborare con partner europei e americani. Ma se non si presentano, credo che dovremo cercare altrove», si legge nell’intervista. Il messaggio della primavera scorsa era dunque: la Groenlandia preferisce gli accordi con Paesi occidentali, ma ulteriori esitazioni potrebbero costringere il governo a prendere in considerazione partner cinesi. Gli investimenti necessari in Groenlandia sono enormi, non solo per lo sfruttamento delle risorse ma anche per le infrastrutture, visto che su un territorio grande sette volte l’Italia ci sono solo 150 km di strade.
Per dare l’idea delle dimensioni, il progetto per costruire ed espandere gli aeroporti a Nuuk, Ilulissat e Qaqortoq richiede un investimento di 550 milioni di dollari, pari al 17% del Pil della Groenlandia. Per questo progetto nel 2018 è stata selezionata una compagnia cinese.
Le crescenti istanze di indipendenza e crescita economica avanzate dalla Groenlandia, insomma, la rendevano disposta ad accettare investimenti diretti dalla Cina. Di fronte a questo ultimatum, evidentemente, gli Stati Uniti hanno reagito, mentre l’Europa ha continuato a fare poco o nulla. La Cina, dal canto suo, nel 2018 ha inaugurato la sua politica artica con l’avvio della Via della Seta Polare (definendosi «Stato quasi-artico») e sta costruendo da anni una flotta di rompighiaccio, in collaborazione con la Russia.
Allo stesso tempo, Washington ha bisogno che l’Europa sia della partita. La miniera di Amitsoq, ad esempio, ospita uno dei giacimenti di grafite di più alta qualità al mondo ed è stata definita di importanza strategica dall’Ue nel Critical Raw Materials Act. Gli investimenti necessari nel paese sono enormi e una cooperazione Usa-Europa sui minerali critici in Groenlandia fa bene a tutti, Groenlandia in primis.
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Ansa
L’affondo da Davos: «Perché Putin è ancora a piede libero?». Oggi ad Abu Dhabi il primo trilaterale Ucraina-Russia-Usa.
L’Europa, dopo essere stata strigliata dal presidente americano Donald Trump, è finita nel mirino anche del leader di Kiev, Volodymyr Zelensky.
«È smarrita, frammentata, non agisce come una grande potenza», ha detto il presidente ucraino dal palco del World economic forum a Davos, divenuto ormai la sede per esporre senza mezzi termini la debolezza dell’Ue. Per gran parte del suo discorso, avvenuto poco dopo l’incontro con il tycoon, Zelensky ha criticato l’immobilità dei suoi alleati più stretti, avvertendo che «Trump non ascolterà questo tipo di Europa». «Un anno fa a Davos ho terminato il mio discorso dicendo che l’Europa deve sapere come difendersi», ma dopo 12 mesi «non è cambiato nulla». E ha quindi passato in rassegna le questioni più delicate in cui i partner europei non hanno brillato per incisività: dalla Groenlandia all’Iran, dalle spese militari alle misure poco efficaci contro la Russia.
«La maggior parte dei leader non sa bene cosa fare» sulla Groenlandia e «sembra che tutti aspettino solo che l’America si calmi su questo argomento, sperando che passi». Ha poi criticato la mossa di alcuni Paesi europei di inviare un numero irrisorio di soldati nell’isola: «O si dichiara che le basi europee proteggeranno la regione dalla Russia e dalla Cina e si stabiliscono quelle basi, oppure si rischia di non essere presi sul serio, perché 40 soldati non proteggeranno nulla». Ma l’Ue si è anche espressa troppo tardi sulla situazione in Iran poiché tutti erano «distratti da Natale e Capodanno». E per sottolineare la differenza tra la capacità americana di prendere le redini e la passività europea ha dichiarato: «Nicolás Maduro è sotto processo a New York, mentre Putin no». Anzi «non solo è a piede libero, ma sta ancora combattendo per gli asset congelati in Europa». A tal proposito, Zelensky ha attaccato l’Ue sostenendo che non ha nemmeno deciso «una sede per il tribunale» speciale per i crimini di guerra commessi da Mosca. L’invettiva del leader ucraino ha coinvolto l’incapacità di Bruxelles di decidere «come utilizzare i beni russi congelati» e l’atteggiamento passivo riguardo allo schieramento dei missili russi Oreshnik in Bielorussia. Ha anche specificato che i Paesi dell’Ue sono «persi di fronte a Trump», visto che a Kiev è stato consigliato di «non parlare dei Tomahawk agli americani, per non rovinare l’atmosfera».
Le stoccate hanno pure riguardato la spesa per la difesa: è solo grazie all’intervento americano che i membri Ue della Nato spenderanno il 5% del Pil. E ammettendo che senza il coinvolgimento di Washington «è impossibile parlare di garanzie di sicurezza per l’Ucraina», ha lanciato l’appello per formare una difesa europea comune, visto che al momento l’Europa «fa affidamento sulla convinzione che, in caso di pericolo, la Nato agirà».
Europa a parte, ieri le trattative di pace sono state al centro dei colloqui, con gli Stati Uniti che hanno dialogato con entrambi i protagonisti del conflitto. Prima Trump ha incontrato a Davos Zelensky, successivamente nella serata, Steve Witkoff e Jared Kushner hanno visto il presidente russo, Vladimir Putin, a Mosca. Riguardo al bilaterale con Kiev, Trump ha rivelato che è stato «un buon incontro». Zelensky, dal palco di Davos, ha spiegato che «i documenti volti a porre fine a questa guerra sono quasi pronti» ma «l’ultimo miglio è sempre difficile».
Se da una parte il leader di Kiev ha infatti annunciato che è stata raggiunta un’intesa con Washington «sulle garanzie di sicurezza», dall’altra ha ribadito che la questione territoriale «non è ancora stata risolta». Prima dell’incontro con Putin, Witkoff è però apparso ottimista: durante la colazione ucraina a margine del Forum di Davos, ha rivelato che «i negoziati sono ridotti a un’ultima questione». La tregua energetica potrebbe invece essere sul tavolo del trilaterale tra l’Ucraina, gli Stati Uniti e la Russia che si terrà oggi e domani negli Emirati Arabi Uniti. Secondo il Financial Times, saranno Washington e Kiev ad avanzare questa proposta a Mosca. A rappresentare l’Ucraina saranno principalmente il segretario del Consiglio per la Sicurezza, Rustem Umerov e il capo dell’Ufficio del presidente, Kirill Budanov, mentre a guidare la delegazione russa sarà l’inviato di Putin, Kirill Dmitriev. I negoziatori americani saranno sempre Witkoff e Kushner.
Ma a mettere i bastoni tra le ruote alle iniziative diplomatiche della Casa Bianca è il capo dell’Eliseo, Emmanuel Macron. Ha annunciato che la Marina francese ha abbordato nel Mediterraneo una petroliera, denominata Grinch, sospettata di far parte della «flotta fantasma» e «proveniente dalla Russia». L’operazione è avvenuta «in alto mare» tra la Spagna e il Nord Africa, con la collaborazione del Regno Unito. All’entusiasmo di Zelensky, che ha scritto su X: «Questa è esattamente la determinazione necessaria per garantire che il petrolio russo non finanzi più la guerra della Russia», si contrappone il gelo di Mosca. Al momento si è limitata a sottolineare che l’ambasciata russa a Parigi non ha ricevuto la notifica da parte delle autorità francesi.
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Il sistema SAMP/T (NG) presentato alla caserma Santa Barbara di Sabaudia (Esercito Italiano)
SAMP/T New Generation e GRIFO per potenziare le capacità di contrasto delle moderne minacce provenienti dalla terza dimensione. Lo «scudo spaziale italiano» contro missili balistici, droni, aerei ed elicotteri.
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Alla caserma Santa Barbara di Sabaudia, sede del Comando Artiglieria Controaerei (COMACA) sono stati consegnati all’Esercito Italiano i primi materiali dei sistemi d’arma missilistici Superficie-Aria SAMP/T New Generation (NG) e GRIFO.
Il SAMP/T NG, prodotto dalla joint venture industriale EUROSAM, costituita da MBDA Italia, MBDA France e THALES, è un sistema a medio raggio utilizzabile anche contro missili balistici (Medium Range Air Defense e Ballistic Missile Defense), frutto della cooperazione italo-francese pluridecennale che ha realizzato anche la precedente versione del SAMP/T già in dotazione all’Esercito, di cui il nuovo sistema costituisce l’evoluzione. Sviluppato all'interno di un programma iniziato nel 2021, il SAMP/T NG consegnato all’Esercito Italiano ha superiori performance, grazie alla capacità di intercetto da parte del nuovo missile Aster B1NT oltre i 150 km, e al radar Kronos grand mobile high power di Leonardo che garantisce il rilevamento della minaccia a oltre 350 km di distanza, incrementando così la protezione delle Forze dalle moderne minacce aeree e missilistiche, inclusi target balistici.
Il GRIFO, invece, sviluppato e prodotto da MBDA in Italia nell’ambito di un programma avviato nel 2019 che integra il nuovo missile CAMM-ER, garantirà la protezione delle Forze nel segmento a corta portata (Short Range Air Defense), grazie alle sue capacità di ingaggio e neutralizzazione di una pluralità di minacce provenienti dalla 3ª dimensione, tra cui velivoli ad ala fissa e ad ala rotante (inclusi droni), missili da crociera e missili anti-radar.
Entrambi i sistemi sono caratterizzati da elevata mobilità tattica, flessibilità e modularità d'impiego, e rappresentano una concreta risposta all’esigenza di assicurare una difesa integrata multilivello (stratificata) e omnidirezionale (a 360°) basata sulla disponibilità di molteplici sistemi, complementari e pienamente inter operabili, anche nelle reti di difesa aerea e missilistica nazionali e NATO.
La cerimonia di consegna, seguita da una dimostrazione d’impiego, si è svolta alla presenza della senatrice Isabella Rauti, del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale di Corpo d’Armata Carmine Masiello, dell’Amministratore Delegato e Direttore Generale di MBDA Italia Lorenzo Mariani, dell’Amministratore Delegato di EUROSAM, Anne Diaz de Tuesta e delle autorità civili.
La senatrice Rauti ha evidenziato: «Oggi qui si compie un passo avanti nel “Sistema Italia” sui binari della sicurezza del Paese e della difesa del futuro, diretti verso un obiettivo condiviso: l’ecosistema nazionale. La difesa dalla minaccia ibrida non può essere solo militare, servono cooperazione istituzionale, investimenti tecnologici e un nuovo rapporto tra Forze Armate, università e settore industriale. Investire nella sicurezza non è solo una necessità e non è solo una spesa ma un volano per la crescita economica nazionale, un motore di sviluppo in termini di ricadute, di indotto occupazionale, di esportazioni, di acquisizione di tecnologie competitive. Intercettare e neutralizzare le minacce della 3ª dimensione – questo l’obiettivo dei nostri nuovi sistemi missilistici – avviarci verso la realizzazione dello “scudo spaziale italiano” significa rafforzare la resilienza di infrastrutture e sistemi, tutelare i processi informativi, contrastare la disinformazione e proteggere i cittadini da campagne ostili che mirano a indebolire le istituzioni e la tenuta sociale. Significa costruire deterrenza difensiva e sicurezza nazionale».
Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Carmine Masiello ha affermato: «La consegna dei sistemi di difesa controaerei SAMP-T NG e GRIFO rappresenta un significativo salto in avanti nello scenario della sicurezza, che nell’epoca attuale non può essere considerata scontata, ma richiede cooperazione, addestramento e prontezza operativa. Queste capacità, frutto di un lavoro attento e costante e di sinergie consolidate con l’industria della Difesa e con i Paesi alleati, confermano la necessità di saper governare non solo risposte efficaci alle minacce attuali, ma soprattutto la capacità di individuare le domande giuste per affrontare le sfide future. Siamo orgogliosi dello sforzo compiuto dalla Nazione per garantire all’Esercito queste capacità fondamentali per i nuovi compiti di difesa e deterrenza, per la protezione delle forze e per il bene supremo della sicurezza dei cittadini e del futuro del Paese».
L’Amministratore Delegato e Direttore Generale di MBDA Italia Lorenzo Mariani ha sottolineato: «Siamo veramente orgogliosi di essere giunti a questo importante traguardo nei tempi concordati con il cliente e, in alcuni casi, anticipandoli. Per la protezione dei nostri cieli, delle nostre persone e degli assetti più pregiati del Paese, l'Esercito può ora contare su questi nuovi sistemi tecnologicamente all’avanguardia per contrastare minacce che si fanno via via più sfidanti».
I sistemi, consegnati oggi al COMACA rispondono alle attuali esigenze operative di protezione delle forze, di aree e infrastrutture critiche e della popolazione, in linea con il percorso di rinnovamento e potenziamento delle capacità di ingaggio superficie-aria avviato dalla Difesa negli ultimi anni.
Dopo l’acquisizione del sistema SKYNEX, con il primo esemplare consegnato all’Esercito Italiano lo scorso dicembre, prosegue il programma di rinnovamento dei sistemi di difesa aerea, e la Forza armata compie un ulteriore passo nel processo di modernizzazione delle proprie capacità adottando tecnologie avanzate, progettate per incrementare l’efficacia e la sicurezza dei soldati sul campo di battaglia.
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Giorgia Meloni e Friedrich Merz (Ansa)
Merz a Davos: «Cambiamo l’Europa con la Meloni, ho sentito anche Draghi». Priorità: eliminare la burocrazia dell’Ue. La stampa tedesca già dà il benservito a Macron: «Leader di ieri». Da noi, invece, il nuovo mito è il canadese Mark Carney. Cavallo di Troia dei cinesi.
Elaborare «nuove idee» per cambiare l’Europa con Giorgia Meloni. Dal palco di Davos, Friedrich Merz conferma che gli stravolgimenti sullo scacchiere stanno ridisegnando anche i rapporti di forza all’interno dell’Ue: l’alchimia tra Francia e Germania si è guastata e, al suo posto, si va consolidando un asse Roma-Berlino. Qualunque riferimento a fatti e persone del passato magari è fuori luogo, ma non è casuale, perché nel Vecchio continente le direttrici sono sempre quelle: quando l’Italia si avvicina ai teutonici, i transalpini guardano al di là della Manica. Come ha fatto con l’iniziativa dei volenterosi Emmanuel Macron, che la Süddeutsche Zeitung dà per finito («era ieri», lo dileggia il giornale). Certo, l’intesa con Londra non è lineare: il Regno Unito mantiene una posizione critica verso Donald Trump, ma non ha alcuna intenzione di passare allo scontro frontale, seguendo il top gun dell’Eliseo.
Al World economic forum, il cancelliere tratteggia una diagnosi lucida della situazione. È tornato il gioco delle grandi potenze, osserva, e ciò costituisce «una seria minaccia». «Le fondamenta» dell’ordine liberale «sono scosse», la vecchia architettura «si sta disfacendo a un ritmo mozzafiato». Eppure, «il nostro destino è nelle nostre mani. Abbiamo davanti a noi questo compito storico e la Germania vuole indirizzarlo giocando un ruolo chiave». Notare bene: nessun capo di Stato si vergogna più di confessare le ambizioni di grandezza della sua nazione.
Il leader della Cdu fa mea culpa e chiama in correità l’Europa: abbiamo «sprecato un incredibile potenziale di crescita […] rallentando le riforme e limitando inutilmente ed eccessivamente le libertà imprenditoriali e la responsabilità personale». Invece, «sicurezza» e «prevedibilità» devono «avere la precedenza» sulle «regolamentazioni eccessive». Sul banco degli imputati, senza bisogno di nominarla, finisce la transizione ecologica. «Dobbiamo ridurre in modo sostanziale la burocrazia», esorta Merz, che invoca addirittura un «freno d’emergenza» per interrompere la progressione di formalismi, scartoffie e apparati. È questo l’elemento cruciale, sul quale si salda il legame con il premier italiano: «Vogliamo un’Europa veloce e dinamica e un’amministrazione orientata al servizio».
Poi, c’è il nodo dell’«unione del mercato dei capitali», affinché «i nostri campioni» non dipendano «dai mercati esterni», bensì divengano capaci «di crescere, finanziarsi e andare in Borsa in Europa». È uno caposaldo del piano di Mario Draghi. Il tedesco riferisce di aver avuto con lui «una lunga conversazione su come procedere» ad attuarne le proposte, «di cui credo», ha lamentato Merz, che «appena il 10% siano state realizzate».
A suggellare le consonanze, arriverà oggi, nella capitale, il vertice intergovernativo di Villa Doria Pamphilj. Vi parteciperanno lo stesso cancelliere e la Meloni, oltre a una nutrita schiera di ministri, da Antonio Tajani ad Adolfo Urso. A margine, il dicastero degli Esteri organizzerà il Forum imprenditoriale Italia-Germania, all’interno del Grand hotel Parco dei principi. L’integrazione economica tra i due Paesi, d’altronde, è già molto avanzata: manifattura, trasporti, difesa, il settore cui i programmi di riarmo stanno conferendo forte propulsione. Lo testimoniano diversi eventi: l’acquisizione di Ita da parte di Lufthansa, l’ingresso di Mediaset in ProSieben, l’interesse di Snam per l’operatore energetico Oge, quello di Italo e Trenitalia per Deutsche Bahn, persino le vicissitudini di Unicredit e della sua scalata a Commerzbank. Significativa, poi la partnership tra Leonardo e Rheinmetall per i carri armati, anche perché potrebbe spianare la strada a un altro stravolgimento: dopo la lite con i francesi, che ha fatto arenare il progetto del Fcas, i tedeschi potrebbero unirsi al consorzio Gcap Italia-Uk-Giappone, per realizzare un caccia di sesta generazione. Senza spintarelle dagli americani.
La stampa, in Germania, ha captato subito il clima. Non solo la Süddeutsche Zeitung. Al tandem Meloni-Merz ha dedicato un lungo articolo pure Handelsblatt: i due, nota la testata, «sono politicamente vicini su molte questioni»; per il cristiano-democratico, l’inquilina di Palazzo Chigi «sta diventando un’alleata sempre più importante», come si è visto «sulla questione dell’eliminazione graduale dei motori a combustione», che ha stemperato il fondamentalismo verde della prima Commissione Von der Leyen. Con la quale Merz ha un cattivo rapporto. Meloni, deduce Handelsbaltt, «sta assumendo sempre più il ruolo precedentemente ricoperto dal presidente francese Emmanuel Macron». Sia lui sia l’omologo di Berlino, prima del Consiglio Ue, hanno celebrato l’unità europea. La verità è che, sotto la superficie, corrono profonde linee di faglia.
Sui nostri giornali tira un’aria diversa. Da noi, sviolinato il frustrato transalpino, ieri era la volta dell’agiografia di Mark Carney. Massimo Gramellini, sul Corriere, l’ha incoronato «leader» dell’Europa, «calmo, realista, autorevole». «Consacrato», rincarava il quotidiano di via Solferino, «come l’anti Donald». Repubblica, citando il Guardian, notava con ammirazione che, il discorso a Davos, il premier canadese lo ha «scritto di suo pugno». Sul Foglio, Claudio Cerasa si è voluto convincere che «l’ordine liberale» possa tornare «a camminare da solo».
L’epica di Carney trascura un dettaglio: il suo invito al concerto delle «medie potenze» non ha nulla a che vedere con il ripristino dell’agonizzante sistema internazionale «fondato sulle regole». Quello, ha ammesso candidamente il primo ministro di Ottawa, era «parzialmente falso», nonché «applicato con rigore variabile, a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima». Il canadese ha sfidato Trump sul suo terreno: non il liberalismo, ma il realismo offensivo. E al posto del «bandwagoning», cioè il prudente allineamento del più debole al più forte, ha proposto il «balancing», il bilanciamento dei pesi grazie a una lega tra Paesi subordinati. Geniale? Fintantoché non ci porta dalla padella americana alla brace cinese. La concordia tra Carney e Xi Jinping, convalidata, ieri, dalla ripresa delle esportazioni di carne bovina verso il Dragone, che erano bloccate dal 2021, lascia supporre che a seguire il Canada finirebbe in quel modo.
Macron, intanto, costretto a rinnciare ai colpi di bazooka dei controdazi, si aggrappa alla ribalta con i colpi di teatro: ha fatto abbordare una nave fantasma di greggio russo nel Mediterraneo, nemmeno fosse un Trump qualsiasi nel Mar dei Caraibi. Padella, brace, forno: quale che sia il metodo di cottura, il galletto ormai è rosolato.
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