Concita De Gregorio (Getty Images)
«Repubblica» incolpa i giornali come il nostro della violenza tra i giovanissimi. La soluzione? «Disarmare le parole», ovvero censurare gli altri. Qualunque cosa, pur di non dire che il problema è l’immigrazione.
Alla fine ci sono arrivati. Dopo giorni di elucubrazioni sono giunti ad affermare la grande verità che i progressisti italiani tengono nel cuore ma non avevano finora avuto il coraggio di esprimere pienamente. Se nelle nostre strade c’è una epidemia di violenza, è il succo, la colpa è della destra. Concita De Gregorio, su Repubblica, lo ha scritto meglio, con più infiorettature e ampi giri attorno all’argomento centrale, ma il risultato finale è il medesimo. Colpa della destra, che morettianamente parla male perché pensa male e di conseguenza agisce peggio. «Leggevo ieri i titoli dei giornali di destra, a proposito della violenza fra ragazzi», scrive Concita.
«Ogni parola uno sfregio, un’irrisione, una caricatura offensiva, un’accusa arbitraria, un insulto. È così ogni giorno, da anni. Nei giornali e in tv, sui canali social del leader politici e dei loro devoti luogotenenti. In quei titoli c’è la voce dominante, che rispecchia e a cui si intonano le moltitudini: siamo la maggioranza, non vedete?». In realtà, e non da oggi, la voce dominante sui media ripete esattamente il contrario, e cioè che bisogna accogliere, aprire le frontiere, essere inclusivi e tolleranti, occuparsi del disagio sociale dei giovani. È la medesima voce dominante di cui la De Gregorio si appropria: «I coltelli armano le mani dei ragazzi dopo che altre lame hanno armato il loro modo di pensare e di agire», sostiene. «Su questo non ci sono dubbi. Le parole vengono prima. Sono ciò che ci definisce come esseri umani, ci distinguono da ogni altra specie vivente, e sono la prima cosa che impariamo. Sillabe, suoni, parole. Le parole con cui cresciamo costruiscono il nostro mondo, a ogni latitudine diverso. Le filastrocche, le favole, le parabole, le canzoni, le conversazioni dei genitori in cucina, poi la scuola, le parole degli altri, poi la Rete, le parole del mondo. Immagini e parole».
Dunque si dovrebbe «disarmare le parole», a cominciare da quelle violente dei destrorsi. «La violenza epidemica non si risolve con la repressione. Anzi, la repressione può persino esacerbarla, nella sfida», continua Concita. «I ministri del Merito pensano che sia buona cosa trasformare la scuola nel luogo che premia le prestazioni, i risultati dei test a crocette. È già successo. Guai a parlare di confronto, di dialogo, di ascolto fra culture. Guai serissimi a nominare l’educazione affettiva e sessuale, già solo la parola sessuale li imbarazza».
Di sicuro, l’editorialista di punta e di tacco di Repubblica è efficacissima nel riportare il pensiero prevalente (a sinistra ma non solo), che tuttavia fa riverberare almeno due mistificazioni. La prima è che esista un monolitico «problema dei giovani». È senz'altro vero, come sostiene Concita citando fior di psicologi, che c’è «un’epidemia conclamata e ignorata di disagio psichico» e che i giovani «soffrono di ansia, insonnia, depressione, deficit di attenzione, disturbi alimentari, sono pieni di rabbia e di dolore. Si misurano solo sul consenso che riescono ad ottenere». Ed è persino vero che «trasformare le scuole in gate di aeroporti, con i metal detector e le perquisizioni, non significa cambiare questa idea di mondo ma confermarla. In un Paese dove mancano le aule e la carta, a scuola, poi». Ma il disagio non è tutto uguale. Esiste una emergenza psichica che riguarda i giovani italiani, della quale tuttavia ci si occupa soltanto quando fa comodo, e ignorando gli effetti disastrosi che hanno avuto a riguardo le politiche di sinistra: le restrizioni Covid, le aperture scriteriate sull’uso dei supporti digitali a scuola e fuori, la santificazione della fluidità identitaria e sessuale, l’opposizione a ogni forma di autorità, la distruzione del senso dell’esistenza. Queste, soprattutto, sono le ragioni del disagio contemporaneo, giovanile o meno.
C’è però un altro problema grande come una casa: l’immigrazione. Se il maranza accoltella, molesta e picchia non è perché ha letto le parole di un politico di destra o un articolo su un quotidiano conservatore. Di ciò che dicono gli adulti, al maranza frega decisamente poco, soprattutto se si tratta di adulti italiani, ai quali egli non riconosce alcuna autorità. Semmai è vero il contrario, e cioè: se sui media o sulla Rete si leggono o ascoltano talvolta posizioni feroci e rabbiose dobbiamo ringraziare l’esasperazione diffusa, la sensazione che di fronte ai soprusi costanti e agli sfregi deliberati non ci sia possibilità di risposta se non la silenziosa accettazione che coincide con la sottomissione.
Può darsi che il ragazzino che si ferisce e il maranza che sventra siano due facce della stessa medaglia. Entrambi, dopo tutto, sono immersi in una modernità che il pensiero progressista (e non quello tradizionale) ha plasmato: i social esasperano ogni comportamento, l’esibizione e l’egocentrismo sono la regola. Ma il fattore culturale, e dunque migratorio, è esattamente il discrimine fra i lati della moneta. Negarlo è patetico, soprattutto se a farlo è la sinistra che le cosiddette periferie le evita accuratamente da decenni, salvo impancarsi ogni volta pretendendo di fornire la soluzione ai guai che le affliggono.
Ancora più patetico è che si incolpino le forze oscure della reazione in agguato. La sinistra che adesso grida contro la repressione è la stessa che non perde occasione per reprimere e controllare i cittadini onesti affinché obbediscano alle sue volontà. Con i delinquenti, però, allarga le braccia e pretende atteggiamenti materni, carezze e baci. E allora avanti così: dopo aver disarmato in ogni senso gli italiani, disarmiamo pure le parole, cioè riprendiamo a censurare e a invocare la repressione del «linguaggio di odio». E se un maranza accoltella, ascoltiamo il suo disagio: se sbudella, non fa apposta, a dominarlo è il perfido fascista che qualcuno ha fatto crescere dentro di lui.
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Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara (Ansa)
Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara: «Decreto pronto». Stretta sulle lame, basta ricongiungimenti facili e rimpatri più veloci. Salvini: «È un lavoro di mesi, non inseguiamo le cronache».
È in programma per oggi, a margine del Consiglio dei ministri, la riunione sulla sicurezza annunciata nelle scorse ore dal presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. A quanto apprende La Verità, anche se il decreto non dovesse andare in cdm, la Meloni incontrerà il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, per approfondire i temi che saranno al centro del decreto in fase di elaborazione. Un decreto che dovrebbe avere come pilastri una stretta sulle armi da taglio, con il divieto assoluto di porto di coltelli e strumenti atti a offendere per i minori, e l’inasprimento delle pene per il possesso ingiustificato in luoghi pubblici; nuove norme per il contrasto alle baby gang; una accelerazione delle procedure di espulsione per immigrati irregolari che abbiano commesso reati o siano considerati pericolosi per l’ordine pubblico e il rafforzamento delle tutele legali per le forze dell’ordine. Il Carroccio vuole anche uno stop ai ricongiungimenti facili, limitando il rilascio dei permessi di soggiorno ai parenti stretti di chi è in Italia.
Da più parti si fa notare come il nuovo decreto dovrà essere elaborato con estrema attenzione, senza rincorrere le notizie che ogni giorno scuotono l’opinione pubblica spesso e volentieri amplificate da media e social: «Il decreto Sicurezza», sottolinea a Rtl 102.5 il vicepremier, Matteo Salvini, «è in lavorazione da alcuni mesi, non possiamo essere veloci e non riusciamo ovviamente a inseguire le cronache quotidiane che ahimè non sono particolarmente felici». «Possiamo anche immaginare di rimpatriare i minori irregolari che delinquono in Italia», argomenta a Sky Tg24 il deputato di Fratelli d’Italia Francesco Filini, «ma abbiamo qualche problema con i rimpatri e questo problema riguarda soprattutto i giudici che molto spesso evitano che si facciano dei rimpatri. Nel momento in cui il governo Meloni propone e proporrà probabilmente già da domani (oggi, ndr) in cdm se uscirà fuori questo decreto legge di vietare la vendita di armi da taglio ai minori, perché non essere favorevoli?». «Il decreto Sicurezza su cui sta lavorando il governo è praticamente pronto», sottolinea il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, «e ha anche lobiettivo di contrastare la diffusione di quella che sembra quasi diventata una moda in certi ambiti e in certe fasce della popolazione giovanile, ossia portare il coltello. Questo non può più essere consentito e non può più essere tollerato. Occorrono quelle misure forti a cui noi stiamo pensando e che presto realizzeremo per evitare che ci possano essere dei rischi per la collettività».
In realtà, più che di emergenza-sicurezza, sarebbe il caso di parlare di emergenza-sicurezza legata all’immigrazione incontrollata, considerato che i numeri parlano chiaro: i delitti più gravi, in Italia, sono in diminuzione. Nel corso del 2025, fa sapere il ministero dell’Interno, «gli omicidi sono calati complessivamente del 15%, passando dai 335 del 2024 ai 286 dell’anno appena concluso, il numero più basso dell’ultimo decennio. La flessione riguarda in particolare i femminicidi, diminuiti del 18% nel 2025 rispetto al 2024. Sono state 97 le donne assassinate lo scorso anno rispetto alle 118 del 2024, alle 120 nel 2023 e alle 130 del 2022. Tra le 97 vittime del 2025 si segnala che 85 sono state uccise per mano di un soggetto riconducibile all'ambito familiare-affettivo, una casistica che segna un -16% rispetto al 2024».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 20 gennaio con Flaminia Camilletti
Lucia Lotti (Imagoeconomica)
Due anni e 8 mesi a Lucia Lotti: secondo il tribunale di Catania chiese aiuto ai politici per diventare procuratrice di Gela. I colleghi erano per l’assoluzione e il Consiglio superiore della magistratura la confermò come aggiunto.
Il giudice dell’udienza preliminare di Catania Luigi Barone ha condannato l’ex procuratrice aggiunta di Roma (oggi pm) Lucia Lotti a 2 anni e 8 messi di carcere per corruzione in atti giudiziari, un reato che avrebbe commesso tra il 2008 e 2016, quando era procuratrice di Gela. Gli inquirenti etnei avevano chiesto l’archiviazione e il Csm aveva chiuso la questione a tarallucci e vino. Siamo di fronte a una vicenda che evidenzia, se ce ne fosse ancora bisogno, storture e contraddizioni del Sistema Giustizia.
La Lotti aveva scelto il rito abbreviato (che garantisce una riduzione di un terzo della pena) e rinunciato alla prescrizione, forte anche della convinzione dei pm nella sua innocenza.
Ovviamente adesso avrà la possibilità di fare valere le proprie ragioni in Corte d’Appello e, se necessario, in Cassazione, ma intanto deve incassare una condanna che in qualche modo segna una forte rottura, almeno a Catania, tra la Procura e l’ufficio dei giudici.
Il 20 dicembre 2024 il gip Luca Lorenzetti, dopo le ripetute richieste di archiviazione presentate dalla Procura, ha chiesto ai pm di formulare l’imputazione coatta per la Lotti e il suo presunto corruttore, l’ex avvocato (oggi radiato) Piero Amara, rinviato ieri a giudizio con rito ordinario (prima udienza il prossimo 13 ottobre).
Il 28 dicembre successivo, in piene vacanze natalizie, il sostituto procuratore Rocco Liguori ha dovuto elaborare di gran carriera l’imputazione per corruzione in atti giudiziari «perché in cambio della promessa, poi mantenuta, di Amara di intercedere presso l’allora componente del Consiglio superiore della magistratura Ugo Bergamo» per farla promuovere procuratrice di Gela, «la stessa Lotti, una volta nominata, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, metteva a disposizione la sua funzione […] in favore di Amara, legale dell’Eni Spa (e successivamente allontanato dal Cane a sei zampe, ndr)», così «consentendo allo stesso di avere accesso ai fascicoli in fase di indagine, coperti da segreto investigativo, più rilevanti relativi alla raffineria di Gela». Addirittura la Lotti avrebbe consentito «di indicare i nominativi dei consulenti tecnici vicini all’avvocato Amara e comunque all’Eni, per gli incarichi che la Procura di Gela avrebbe dovuto assegnare nei procedimenti coinvolgenti la raffineria e che avrebbero potuto comportare sequestri o comunque l’interruzione dell’attività della raffineria».
In pratica la Procura riassumeva quello che aveva spiegato dettagliatamente Lorenzetti all’interno dell’articolato provvedimento di 32 pagine depositato il 20 dicembre, in cui aveva evidenziato che per stabilire l’innocenza degli imputati servisse un processo vero e proprio e aveva ricordato le contraddizioni della stessa Lotti: «Dopo avere, all’inizio, negato con forza di avere mai conosciuto e incontrato Amara, ha poi ammesso non solo l’incontro a Roma, ma anche di essersi riparata dalla pioggia insieme ad Amara con un solo ombrello».
Il gip ha anche evidenziato che sebbene l’ex legale abbia provato a negare «un rapporto di do ut des» tuttavia risulterebbe evidente come «a fronte della promessa di intercedere presso l’onorevole Saverio Romano per ottenere il voto favorevole del consigliere del Csm Ugo Bergamo e, quindi, l’unanimità per la nomina a procuratore di Gela, l’intenzione di Amara è stata fin da subito quella di assicurarsi un magistrato compiacente in una delle sedi più importanti per gli interessi di Eni». La vicenda nella sua complessità è tuttavia sfuggita al Csm che, il 20 novembre 2024, ha voluto a tutti i costi confermare la Lotti, considerata idealmente vicina alla sinistra giudiziaria (anche se la stessa ha rivendicato di non essere «mai stata iscritta a Magistratura democratica»), nella carica di procuratore aggiunto della Procura di Roma. La sinistra giudiziaria ha, invece, voluto vedere soltanto un innocuo caso di «autopromozione» venendo quindi sonoramente smentita dalle pronunce dei giudici di Catania.
Già all’epoca avevamo avuto da ridire. Infatti, avevamo criticato, e non poco, le linee guida diramate dall’ex procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi subito dopo la divulgazione delle chat di Luca Palamara, circolari che liquidavano come peccatuccio veniale l’autopromozione dei magistrati presso chi aveva potere decisionale sulle loro carriere. Nel caso della Lotti, la Quinta commissione del Csm aveva esteso la moratoria alle richieste di sponsorizzazione rivolte ai politici.
All’inizio della sua audizione presso Palazzo Bachelet una consigliera aveva introdotto così l’allora procuratrice aggiunta: «È emerso che la dottoressa Lotti si sarebbe rivolta allo stesso Amara per avere l’appoggio di Cuffaro (Totò, ex governatore della Regione Sicilia, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, ndr) e dell’avvocato Romano per l’incarico di Procuratore di Gela».
Alla fine la Lotti, con le sue «argomentazioni ragionevoli, plausibili e coerenti», aveva convinto i consiglieri di avere «agito al solo fine di sensibilizzare la componente laica del Csm e, in particolare, un certo settore politico, in ordine alla sua domanda di tramutamento».
Dunque, per il Csm «autopromuoversi» in Parlamento per «sensibilizzare un certo settore politico» non rappresentava un problema. Al massimo era una scelta «inopportuna».
Per i giudici, invece, scopriamo adesso, questo comportamento configura la corruzione.
La Lotti nel parlamentino dei giudici aveva pure rinnegato ogni simpatia correntizia: «Io non ho mai fatto vita associativa, mai niente del genere; non sono mai stata a una riunione, forse a un congresso dell’Anm una volta. Ho sempre e solo lavorato, tanto che la mia nomina poi alla fine fu in qualche modo molto trasversale». Anche grazie, giova ricordarlo, il suo passaggio dalla Camera dei deputati.
Come fosse andata la faccenda l’aveva spiegato ai pm lo stesso ex ministro delle Politiche agricole Saverio Romano: «Mi incontrai con Amara e la Lotti, lei mi raccontò del suo curriculum e mi disse che aveva sentito che Bergamo aveva manifestato delle perplessità alla sua nomina. lo le dissi che potevo benissimo parlare con Bergamo che conoscevo bene e che le avrei fatto sapere». L’ex ministro aveva rivelato anche di aver contatto il consigliere e che «lui negò di aver manifestato perplessità sulla nomina della Lotti», tanto che l’aveva votata. Romano, a questo punto, aveva trasferito «l’informazione ad Amara e la vicenda si chiuse così».
La Lotti si era giustificata sostenendo che l’idea fosse stata di un suo amico, l’avvocato Angelo Mangione, a cui si era rivolta: «Sto vedendo che più che un’ostilità c’è una incredulità» gli avrebbe detto. E il legale avrebbe risposto così: «Guarda, c’è Saverio Romano che sta in Commissione giustizia, si occupa tra l’altro di queste cose e in questo momento stanno trattando della questione». La Lotti aveva riferito la propria risposta: «Dico: “Va bene”. Lì per lì non ho ritenuto di fare niente di clamorosamente errato». Dunque, aveva ammesso di essersi recata presso il politico di turno, ma solo per dirgli «Io esisto, ci sono, esiste questa vacanza alla Procura di Gela» (parole sue).
E, quanto al ruolo di Amara, aveva aggiunto: «Quando poi ho incontrato Saverio Romano, l’ho trovato lì». In sostanza l’ex legale non avrebbe avuto nessun ruolo da facilitatore di quell’appuntamento. Il Csm le ha creduto, i giudici siciliani no.
Eppure, prima della votazione a Palazzo Bachelet, un consigliere aveva estratto dal cilindro un altro precedente imbarazzante che riguardava la Lotti. Marco Bisogni, pm di Catania e consigliere della corrente centrista di Unicost, aveva ricordato che nella richiesta di conferma per la Lotti era stato totalmente ignorato un altro procedimento (archiviato) che la riguardava. Il fascicolo era collegato all’inchiesta che ha travolto l’imprenditore Antonello Montante, ex paladino della lotta alla mafia.
Nell’ambito dell’indagine sull’ex numero uno della Confindustria siciliana erano stati scoperti, «in una stanza occultata», documenti contenenti segnalazioni e raccomandazioni provenienti da diversi magistrati. Tra questi «una mail della Lotti a Montante nella quale la stessa sembra richiedere una segnalazione a favore di un ispettore per un concorso che in quel momento era in fase di svolgimento».
Esattamente un mese dopo quell’acceso dibattito, nel dicembre del 2024, è arrivata la richiesta di imputazione coatta del gip Lorenzetti. In essa la toga escludeva la prescrizione del reato contestato, punito con pene da sei a dodici anni di reclusione, mentre disponeva l’archiviazione per quello di rivelazione di segreto d’ufficio. Nell’autunno scorso, davanti al gup Barone, i pm non si sono scoraggiati e hanno chiesto nuovamente l’assoluzione nel rito abbreviato per la pm e il non luogo a procedere per l’ex legale. Il gup ha deciso diversamente.
L’avvocato Dario Piccioni, difensore della Lotti, «esprime il massimo sconcerto» per la condanna: «Gli atti del procedimento permettono a mio giudizio di escludere condotte illecite e da questi risalta il proficuo e costante impegno della Lotti negli otto anni da procuratore di Gela, nei quali ha affrontato con determinazione non comune i problemi di quel difficile territorio, comprese le gravi questioni ambientali e di salute pubblica collegate all’attività della raffineria Eni». Per il legale la sua assistita «ha sempre avuto fiducia nella possibilità che emergesse la piena correttezza del proprio operato e che nessun reato era stato commesso. Non a caso il pubblico ministero titolare delle indagini per ben tre volte aveva avanzato richiesta di archiviazione richiedendo di procedere per calunnia a carico di Amara, così come altro magistrato dello stesso ufficio aveva chiesto l’assoluzione piena in udienza, evidenziando ancora una volta l’inattendibilità delle dichiarazioni dello stesso». Piccioni annuncia anche che presenterà appello. E il grande accusatore? Amara sembra quasi contento per il rinvio a giudizio: «Fermo restando che umanamente mi dispiace che una persona venga condannata, mi preme rilevare che la decisione del gup di Catania è l’ennesima decisione che all’esito di un regolare processo conferma la mia credibilità nella narrazione degli accadimenti che hanno caratterizzato i miei rapporti con alcuni magistrati della giustizia ordinaria ed amministrativa italiana. Sebbene sia stato un corruttore (e per questo ho pagato la mia pena) non sono un calunniatore».
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