Alessia Pifferi (Ansa)
La corte d’Appello rivede la condanna alla donna che lasciò morire di stenti la figlia di 18 mesi: 24 anni al posto dell’ergastolo. Motivo: «Morbosità mediatica» e «gogna» avrebbero influenzato il processo. La pena varia in base agli show in tv? Preoccupante.
Clamoroso al Cibali, avrebbe bofonchiato Sandro Ciotti: il tribunale di Milano ha scoperto il processo mediatico. Dopo avere contribuito fortemente a inventarlo negli anni di Tangentopoli; dopo averlo imposto per un lustro come compendio e supporto di quello giudiziario (soprattutto a favore dell’accusa); dopo averlo trasferito in televisione con la sfilata di magistrati, ex magistrati, magistrati-scrittori nei talk show, ecco che in un’aula di giustizia viene derubricato un ergastolo a 24 anni perché il contesto e il dibattimento sarebbero stati condizionati «da un’asfissiante morbosità mediatica».
Secondo la corte d’Appello (presidente Ivana Caputo) i giornalisti e i conduttori di programmi tv avrebbero dovuto appiattirsi nella penombra, mandare in onda brani di musica classica ed esimersi dal trattare uno dei più terribili delitti degli ultimi anni, quello commesso da Alessia Pifferi, che nel luglio del 2022 lasciò morire di stenti da sola in casa la figlia Diana di 18 mesi per andare a festeggiare per sei giorni con il fidanzato. Poiché la faccenda suscitò parecchio clamore e una forte ondata di legittima indignazione, moltiplicata (difficile negarlo) dal consueto cialtronismo social, la corte ha deciso di riformare la pena inflitta in primo grado all’imputata (ergastolo) togliendo le aggravanti dei futili e abietti motivi, e riconoscendo le circostanze attenuanti (totale 24 anni).
Per il collegio giudicante di secondo grado, in favore della donna hanno pesato il contesto socio-famigliare nel quale era cresciuta, qualche défaillance cognitiva e soprattutto l’incidenza perniciosa di «quel malvezzo contemporaneo, approdato a vette parossistiche con i moderni mezzi di comunicazione, chiamato processo mediatico, che ha fatto del processo penale un genere televisivo di svago e intrattenimento, dove si è adusi a condannare e ad assolvere secondo pregiudizio e secondo copione». La sorpresa innesca una duplice reazione. E lo spontaneo «bentornati sulla Terra» alle toghe si spegne immediatamente, all’apparire del quesito supremo: cosa ci azzecca (per dirla alla Antonio Di Pietro) il circo con i suoi molesti malvezzi con la sacralità di una sentenza che dovrebbe sorvolare-annullare-dimenticare le esibizioni da bar di telecamere e popolino?
Verrebbe da dire, nulla. Almeno si spera. Sennò invece del codice penale, per stabilire innocenti e colpevoli sarebbe più opportuno usare il sorteggio. Da Avetrana alla strage di Erba passando per il delitto di Perugia (do you remember Meredith Kercher?); dalla tragedia di Yara Gambirasio all’omicidio di Giulia Tramontano, nessun processo ha potuto esimersi dall’essere affiancato da articoli, interviste, retroscena, inciampi e litigi nelle Procure, revisioni annunciate, programmi televisivi, comparsate di criminologi più o meno accreditati. Con apparizioni scomparenti di medium, cartomanti e del mago Otelma. Tutto ciò senza che la giustizia tenesse conto del Barnum. O almeno non lo ammettesse con candore, visto che - dopo averlo scatenato - nulla può per arginarlo o imbavagliarlo. Se davvero, in assenza di legittima suspicione, dovessimo pensare che Chi l’ha visto?, Quarto grado, «Ignoto X» condizionano non solo l’opinione pubblica (poco male, sono i media bellezza) ma anche quella dei giudici, saremmo nel giorno zero del diritto. E dovremmo autoconvocarci tutti in vista del Garlasco Show.
Il 14 luglio 2022 Alessia Pifferi aveva abbandonato nel lettino da campo della casa di Pontelambro (Como) la figlia Diana di un anno e mezzo, mentre dormiva, con accanto una bottiglietta d’acqua e un biberon di latte. Ed era uscita con una valigia contenente un buon numero di abiti da sera per andare a trovare a Leffe (Bergamo) il fidanzato. La bimba è rimasta sei giorni da sola. Alla nonna, che telefonava per sapere come stava la nipote, Alessia faceva credere di essere a casa e rispondeva: «Bene, sta dormendo». Invece stava morendo di stenti. Invece, prima di esalare l’ultimo respiro, tentò di mangiare un pannolino. Quando la trovò senza vita, la madre si giustificò dicendo che l’aveva affidata a una babysitter inesistente. Poi, lentamente, ammise l’agghiacciante verità. Due perizie psichiatriche hanno stabilito che era in grado di intendere e di volere.
La sentenza che, in assenza di fatti nuovi, smonta le architravi di un omicidio volontario efferato e derubrica la pena per «l’asfissiante morbosità mediatica» e per «la lapidazione verbale» costituisce un precedente. E non può non sorprendere anche per la deriva freudiana, per la volontà del collegio di andare oltre i codici e avventurarsi negli empirei rarefatti della psicanalisi. Scrivono i giudici: «Il processo televisivo ha avuto ricadute deleterie e devastanti sulla condotta processuale, ha esercitato interferenze sul paradigma di assunzione delle prove». Un’ammissione di debolezza, di condizionamento di tutto il sistema giudiziario. Con un finale da brivido: «Le sentenze vengono emesse in nome del popolo italiano, non dal popolo italiano». Lo davamo per scontato dal primo anno di giurisprudenza. Ora non più.
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Una giudice donna fa uno sconto all’immigrato rispetto alle richieste del pm: «Non c’è stata la violenza sessuale».
Cinque anni di carcere per una gravidanza scoperta in ospedale e per un aborto terapeutico che per la Procura di Brescia erano stati prodotti da una violenza sessuale aggravata su una bimba di dieci anni e che, però, il giudice dell’udienza preliminare ha valutato come atti sessuali con una minorenne. È questa la pena inflitta dal gup Valeria Rey all’imputato, un profugo bengalese di 29 anni, dopo aver derubricato il reato, abbassando così la cornice edittale che ha prodotto una condanna finale inferiore alla richiesta della pm Federica Ceschi, che chiedeva 6 anni e 8 mesi. Una richiesta prudente, già tirata verso il basso. E spinta dal cambio di contestazione ancora più giù, fino a un livello che fotografa la distanza tra la percezione della gravità del fatto e il suo inquadramento giuridico finale. Il resto l’hanno fatto la scelta del rito, l’abbreviato (che comporta lo sconto di un terzo della pena) e le attenuanti generiche.
Secondo il giudice «non c’è stata violenza», anche se l’uomo ha agito senza che la bambina, vista l’età, potesse essere in grado di esprimere il consenso. È in questo spazio di equilibrismo giuridico, proprio mentre è in corso un acceso dibattito politico sulla riforma dell’articolo 609 bis del codice penale, che introduce il concetto del «consenso libero e attuale» (in assenza di una volontà chiara, presente e consapevole è violenza, stando al testo approvato alla Camera e che, al momento, è fermo al Senato per approfondimenti), che si colloca una pena che va dai 5 ai 10 anni invece dei 6-12 previsti per la violenza sessuale su minore. Tra i due reati, lo dice lo stesso impianto normativo richiamato nel processo, la differenza di pena è di 2 anni. Ed è esattamente lì che il ragionamento giudiziario si è spostato.
«I fatti sussistono e sono connotati sicuramente da particolare gravità», ammette l’avvocato Davide Scaroni, che difende l’imputato. Ma quella parola, violenza, è uscita dal dispositivo. L’avvocato Scaroni rivendica la correttezza giuridica: «Il mio assistito, sin dal momento del fermo, ha spiegato che tra di loro c’era una sorta di relazione e che non c’è stata mai violenza. Non ha mai negato quanto avvenuto, spiegando che si trattava di episodi consensuali». Poi ha aggiunto: «Il nostro codice prevede che ci sia possibilità di consensualità. Lo prevede anche sotto i dieci anni di età. Quindi vuol dire che il sistema contempla che possa esserci un consenso anche da persone di età molto contenuta». L’avvocato evidenzia anche la distanza dalla soglia minima della pena: «Il giudice si è ampiamente discostato dal minimo edittale. Come ritengo giusto che sia in un caso del genere che, seppur non connotato da violenza, mantiene ovviamente la propria gravità assoluta». Secondo Scaroni, il procedimento si è giocato tra «due versioni» contrapposte, «quella della persona offesa e quella dell’assistito». E «confrontando le due versioni con gli elementi di prova emersi durante le indagini preliminari», spiega, «immagino che il giudice possa aver ritenuto che ci fosse quantomeno un ragionevole dubbio che si sia trattato di atti sessuali con minorenne e non di violenza». Per il deposito delle motivazioni il giudice si è preso 90 giorni.
I fatti risalgono all’estate del 2024. Il luogo è il centro d’accoglienza di San Colombano in Val Trompia, un ex albergo che ospitava una ventina di richiedenti asilo (chiuso poco dopo l’arresto del bengalese). La bambina viveva lì con la madre. E anche il bengalese era ospite della struttura. Un giorno la bambina viene portata in ospedale per forti dolori addominali. I medici scoprono che è incinta. Madre e figlia vengono trasferite in una struttura protetta. L’uomo viene arrestato dopo aver ammesso di aver avuto dei rapporti con la piccola. Nel fascicolo del pubblico ministero viene ricostruito che la madre aveva notato un cambiamento nella figlia, «taciturna, triste e apatica», e aveva chiesto aiuto a un’educatrice. La verità emerge solo quando i medici decidono di procedere con un aborto terapeutico. Dal posto di polizia dell’ospedale parte la segnalazione. La squadra mobile si concentra su un unico sospettato, il profugo proveniente dal Bangladesh. Una dozzina di giorni dopo scatta il fermo. Davanti al gip, al momento della convalida, il ventinovenne fa scena muta.
Nel frattempo la testimonianza della bambina viene raccolta con incidente probatorio, in un’aula protetta. E proprio a seguito di quella deposizione la Procura aveva inquadrato i fatti come corrispondenti al reato di violenza sessuale aggravata. Ma tutto si è giocato sul consenso. Né durante l’inchiesta né all’udienza preliminare è diventato centrale il fattore culturale. «Ci tengo a evidenziarlo», dice ancora l’avvocato Scaroni, «questo non è stato un punto della discussione». Il legale ha affidato ai giornalisti anche un’altra precisazione: «Il termine pedofilia nel nostro codice penale non esiste, la pedofilia è una parafilia ma non è un termine utilizzato all’interno del codice penale, che parla invece di atti sessuali con minorenne e, proprio perché il consenso è viziato, si applicano esattamente le stesse pene della violenza sessuale». Contestazione che a Ciro Grillo è costata 8 anni. Una sproporzione che non è passata inosservata. «Aspettiamo le motivazioni e decideremo se fare appello», afferma il capo della Procura di Brescia Francesco Prete, che aggiunge: «C’è da valutare la corretta qualificazione giuridica del fatto». Gli atti sessuali con minorenne non convincono neppure chi in aula ha sostenuto l’accusa.
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L’indignazione dei lettori per l’ingiustizia subita in tribunale dal militare, che ha sparato per difendere un collega, si trasforma in una gara di generosità. Quanto raccolto è più che sufficiente ad aiutarlo, il resto andrà in un fondo per altri casi come questo.
Ieri mattina, quando il nostro amministratore mi ha comunicato il saldo del conto corrente aperto per la sottoscrizione a favore di Emanuele Marroccella sono rimasto a bocca aperta. Lunedì sera erano stati 86.000 euro, una cifra enorme considerando che l’iniziativa era stata lanciata venerdì. Ma ieri, alle dieci e mezza, quando ho ricevuto la telefonata dalla contabilità eravamo già a 220.000 euro (diventati 240 in serata). Un dato incredibile, che certo non mi aspettavo. Ma soprattutto la dimostrazione che i lettori, l’opinione pubblica, sta con le forze dell’ordine e non con chi le condanna.
La storia la conoscete: un vicebrigadiere in servizio a Roma, durante un intervento, ha sparato a un ladro, uccidendolo, dopo che questi aveva aggredito e colpito con un cacciavite, ferendolo, un suo collega. Per i giudici, il militare dell’Arma non avrebbe dovuto premere il grilletto. Forse, secondo loro, avrebbe dovuto girarsi dall’altra parte, ignorando il delinquente. Sta di fatto che il tribunale ha condannato Marroccella a tre anni di carcere, più addirittura di quanto richiesto dalla Procura.
Non solo: la sentenza ha disposto anche una provvisionale immediatamente esecutiva di 125.000 euro da pagare ai parenti del ladro. Significa che, essendoci la possibilità che la pena sia rivista in appello, il vicebrigadiere per ora non andrà in carcere per aver fatto il proprio dovere. Tuttavia, dovrà pagare subito la cifra disposta in favore dei famigliari della vittima. Insomma, se per ora ha la speranza di ottenere una revisione della condanna, Marroccella i soldi li deve cacciare subito, anche se ai fini di legge è ancora da considerarsi innocente.
Una cifra del genere rappresenta sei anni dello stipendio di un carabiniere, alla quale però si devono aggiungere le spese legali. Chiunque si trovasse in una simile situazione, se lasciato solo, rischierebbe di finire sul lastrico. A maggior ragione se i giudici, in aggiunta alla condanna, hanno anche previsto l’interdizione per cinque anni dai pubblici uffici, una pena accessoria che impedisce di mantenere i gradi e di svolgere il proprio lavoro.
Il vicebrigadiere, dunque, va aiutato e sostenuto e sono lieto che i lettori della Verità e in generale chiunque abbia raccolto il nostro appello si siano dimostrati così generosi.
Tuttavia, non si tratta solo di aiutare Marroccella, cioè un servitore dello Stato, secondo noi ingiustamente accusato e condannato. Si tratta di non lasciare soli gli uomini delle forze dell’ordine. Troppo spesso chi garantisce la nostra sicurezza e ci difende da ladri, rapinatori e stupratori è perseguito più dei criminali. Troppe volte chi fa il proprio mestiere, fermando un delinquente, è trattato peggio del bandito che ha arrestato. A poliziotti e carabinieri si imputa ogni cosa, anche di non aver lasciato scappare un malvivente. A loro è raccomandato un uso proporzionale della forza, come se fosse facile dosare la reazione quando un energumeno si divincola e reagisce di fronte all’alt degli agenti e dei militari. Eppure, in un’operazione, polizia e carabinieri devono agire senza mai oltrepassare una sottile linea rossa che è tracciata dalla magistratura. Nel caso di Emanuele Marroccella il limite sarebbe stato superato da un eccesso colposo di uso delle armi. Cioè, di fronte al ladro che colpiva un collega, il carabiniere non doveva sparare. Ne deduciamo che doveva fare finta di niente. Ed è forse questo il messaggio più grave che viene inviato alle forze dell’ordine: fingete di non vedere, voltate lo sguardo da un’altra parte e, anche in condizioni estreme, dimenticate l’arma che avete nella fondina, perché un domani qualcuno potrebbe accusarvi di «eccesso colposo», che in caso di morte del rapinatore fanno tre anni di carcere, cinque di interdizione dai pubblici uffici e 125.000 euro di risarcimento.
La raccolta di fondi per Marroccella è una testimonianza rivolta a poliziotti e carabinieri, un grazie accompagnato da un sostegno non formale. Le nostre non sono soltanto parole, ma anche soldi. Quelli che non serviranno, visto che ormai abbiamo raggiunto una cifra importante, saranno impiegati per altri casi come quello del vicebrigadiere. Purtroppo lui non è il solo a finire negli ingranaggi della giustizia, ma La Verità e i suoi lettori saranno sempre al fianco delle forze dell’ordine e di chi, per aver fatto il proprio dovere, finisce nei guai.
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