2026-03-13
Nathan Trevallion vede una nuova casa: la famiglia del bosco potrebbe trasferirsi lì
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Nathan Trevallion ha visitato una nuova casa dove potrebbe trasferirsi prossimamente insieme alla moglie Catherine, che da venerdì scorso è tornata nella casa nel bosco dopo la decisione del tribunale per i minorenni dell'Aquila di allontanarla dalla casa famiglia dove sono ospitati i loro tre figli.
A rivelarlo è stato Armando Carusi, ristoratore e imprenditore di Ortona, che ha offerto in comodato d’uso gratuito il proprio B&B alla famiglia nell’attesa di una decisione sul ritorno dei bambini.
«Con Nathan e il sindaco siamo andati a vedere la casa nuova che il Comune ha messo a disposizione già da un po’» – dice Carusi. Devo dire che Nathan è rimasto molto contento. È una casa nuova, stupenda, isolata, vicina al bosco e a dieci minuti dal loro casolare. Il contratto stipulato con loro per il mio B&B, peraltro, scade a fine mese».
Konrad Krajewski (Ansa)
Prevost nomina arcivescovo di Lodz l’Elemosiniere di Francesco, che riallacciò la corrente al centro sociale abusivo Spin time di Roma, senza pagare il conto. Portò a «corte» la ciurma di Casarini. Che passò all’incasso.
Dicono che sia stato promosso. Effettivamente fra il Vaticano a Roma e la diocesi di Lodz in Polonia non c’è partita. Accompagnato dalle sinfonie degli amici (dalle quali traspare una certa, sospetta malinconia), Konrad Krajewski noto come «cardinal Bolletta» si appresta a oltrepassare le Mura Leonine per tornare a casa. L’Elemosiniere di papa Francesco è stato nominato da Leone XIV arcivescovo metropolita della quarta città polacca, dov’era nato 62 anni fa. È molto giovane per lasciare il cuore del cristianesimo con biglietto solo andata, ma davanti a certe «promozioni» non si può dire di no. Al suo posto, nella stretta cerchia del pontefice, entra il monsignore spagnolo Luis Marín de San Martín, sottosegretario della Segreteria del Sinodo, moderato, molto amico del Papa e agostiniano come lui.
La mossa è sorprendente e conferma il metodo Prevost, la volontà del Santo Padre di riequilibrare i poteri all’interno della Chiesa con discrezione e passo felpato, dopo la lunga ricreazione turbo-progressista dell’era Bergoglio. Krajewski non è un cardinale qualsiasi: nel 2005 fu uno dei pochi ammessi nella camera di papa Wojtyla al momento della morte e aiutò i tre infermieri a vestirlo. È stato nell’Ufficio delle celebrazioni liturgiche del pontefice, arcivescovo di Benevento, cerimoniere con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Don Corrado, come lo chiamano tutti, non era mai stato un prete ribelle. Poi è diventato il braccio destro di Francesco come Elemosiniere. Una voce ascoltata nel cerchio magico, colui che ne interpretava lo stile e aveva il mandato di concretizzarne la filosofia: pauperismo oltre la carità, marketing mediatico oltre la discrezione. Non essendo gesuita, l’alto prelato polacco avvertiva la necessità di farsi accettare e più volte ha oltrepassato il confine della moderazione e del riserbo per dimostrare di essere all’altezza del compito.
Quando, nel maggio 2019, decise di calarsi in un vano dello stabile romano occupato in via di Santa Croce in Gerusalemme per riattaccare la corrente che era stata tolta per morosità (300.000 euro) dall’ente proprietario (l’Inpdap), in Vaticano il gesto di disobbedienza da centro sociale rimase sotto il pelo dell’acqua solo per spirito di colleganza e perché Francesco ci rise sopra. Ma le pietre della Santa Sede hanno buona memoria e ora lui sarà costretto a mettere in valigia anche pinze e cacciaviti. Si giustificò dicendo: «È stato un gesto disperato». Ma quel quadro elettrico fu percepito come una scelta di campo politica. Krajewski lasciò il suo biglietto da visita e disse che le bollette le avrebbe pagate lui; non accadde e non fu mai denunciato. Il gesto da Robin Hood improvvisato ha avuto delle conseguenze: oggi il Leonka romano occupato dal 2013 (9 piani, 450 abusivi) è un simbolo della sinistra gruppettara, impossibile da liberare. Lo Stato italiano è stato condannato a pagare 21 milioni di risarcimento alla società «Investire» per non averlo sgomberato. E quell’alleanza nell’illegalità del cardinale con lo Spin time labs e con il movimento Action guidato dall’ex consigliere comunale Andrea Lanzetta detto Tarzan, aprì la stagione onlus della Chiesa, applaudita da una parte politica ben precisa.
Da Elemosiniere, Krajewski si è segnalato per numerose iniziative umanitarie derivanti dal ruolo: l’aiuto diretto ai poveri e ai senzatetto della Capitale, l’organizzazione di mense per gli indigenti. Ha lasciato il suo appartamento a una famiglia di profughi siriani. Era una presenza instancabile nelle missioni all’estero, soprattutto nell’Ucraina occupata. Organizzava i convogli, guidava personalmente uno dei camion, affiancato dal compagno di avventure cardinal Michael Czerny. Nel settembre 2022, durante un viaggio a Zaporizhzhia, la carovana umanitaria è stata coinvolta in una sparatoria ma nessuno è rimasto ferito.
Gentile nell’approccio ma plateale nelle azioni, accusato all’interno di scarsa prudenza, non poteva entrare in sintonia con Leone XIV. Il cardinal Bolletta porta con sé un’altra colpa: non aver protetto papa Francesco dalla cricca di Luca Casarini, un vecchio arnese extraparlamentare, un mangiapreti che gestiva la locanda dello Sbirro Morto. L’allegra compagnia era entrata nelle sacre stanze per farsi finanziare con l’obolo dei fedeli (due milioni) le missioni di Mediterranea saving humans nella stagione della deificazione delle Ong.
Le intercettazioni dell’inchiesta della Procura di Ragusa rimangono una ferita aperta per la Santa Sede. E quando Casarini - accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina - scrive in una chat «O riuscivamo a fare ’sta roba per pagare l’affitto di casa e la separazione, oppure mi me dovevo andare a lavorar in un bar», a Krajewski dev’essere venuto un mancamento. Perché a sponsorizzare la creativa raccolta fondi, e con il grado più alto, c’era lui, l’Elemosiniere.
Gli è andata meglio con Open Arms, involontariamente scagionato da don Mattia Ferrari, il cappellano di bordo di Mediterranea. In una conversazione rivelò: «Quando papa Francesco ha pagato Open Arms (la nave per cui Matteo Salvini è finito sotto processo a Palermo, ndr), i fondi non erano passati per Krajewski ma erano arrivati direttamente da lui». In seguito, con il supporto del presidente della Cei, Matteo Zuppi, il cardinale polacco avrebbe aperto al medesimo Casarini (neanche fosse un apostolo ritrovato) le porte della Conferenza episcopale come testimonial di carità cristiana. Ora don Corrado torna a Lodz, dove aveva cominciato da vicario. Però è stato promosso.
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Con Paolo Gambi facciamo il punto sulla situazione dei piccoli Trevallion dopo la visita della garante per l'infanzia nella casa famiglia di Vasto.
Ansa
Dopo aver perso tempo con polemiche inutili (da «L’invito al dialogo del premier? Fa tutto lei» a «Sa il mio numero»), la leader del Partito democratico si scioglie dopo una telefonata del presidente del Consiglio: «Dialogheremo ogni volta che sarà necessario».
«Wilma, dammi la clava!»: il leggendario grido di Fred Flintstone alla moglie, tormentone del cartone animato ambientato nell’età della pietra che spopolò tra gli anni Sessanta e Ottanta, risuona nella mente di chi segue in queste ore il dibattito politico italiano. Parliamo della proposta di Giorgia Meloni di aprire un tavolo di confronto con le opposizioni sulla guerra in Iran, del «no» poi diventato «ni» di Elly Schlein, che l’altro ieri sera, alla Camera, ha risposto alla Meloni chiedendole di «posare la clava».
Ieri mattina, il premier, in un lungo comunicato, è tornato sull’argomento: «Mi corre l’obbligo di rispondere alle dichiarazioni del segretario del Pd, relativamente all’appello all’unità che ho rivolto , in aula, alle opposizioni. Il mio è stato un appello sincero e pubblico, a fronte del quale l’opposizione ha risposto con accuse, ironie e perfino insulti personali. I toni che ho utilizzato nella replica, invece, sono rimasti rispettosi. Nessuna clava, nessuna mancanza di rispetto, nessun insulto. Se non vi è disponibilità da parte dell’opposizione a un coordinamento sulla crisi», aggiunge Meloni, «lo rispetto, ma non se ne dia la responsabilità a me. A dimostrazione di quello che dico, confermo che il mio invito resta valido. Se l’opposizione ha cambiato idea, lo dica chiaramente».
Passano pochi minuti e Schlein controreplica: «La Meloni», dice la leader dem a Sky Tg24, «sta facendo tutto da sola. Lo abbiamo detto ieri: noi ci siamo come ci siamo sempre stati. Ora deve posare la clava». Ancora con questa clava: questi trucchetti retorici (l’avrà partorito quel volpone dello spin della Schlein, Flavio Alivernini?) dopo un po’ stufano. Tocca dar ragione a Carlo Calenda, che raccoglie l’invito al tavolo di confronto ma, esasperato, sbotta: «Io penso che questa apertura sia tardiva», commenta il leader di Azione, «ma va colta. Se invece inizia il battibecco tra Meloni e Schlein in cui una dice: “No, perché la clava l’hai usata tu”, “No, la clava l’hai usata tu”, io direi la clava e la fava. Il mondo sta saltando per aria per mano di tre pazzi, Vladimir Putin, Donald Trump e Benjamin Netanyahu: non possiamo non avere mai un momento di unità nazionale».
Dopodiché Schlein, sempre a proposito dell’invito al dialogo, la mette sul «chi chiama chi», altro elemento di fondamentale rilevanza nelle ore in cui il mondo intero trema per le conseguenze della guerra scatenata da Usa e Israele in Iran: «L’abbiamo già detto che siamo disponibili», sottolinea Elly, «il mio numero ce l’ha, io l’ho chiamata diverse volte quando serviva. A giugno, quando ci fu il primo attacco, fu io a chiamarla». Non si capisce a cosa servirebbe una telefonata dopo che la Meloni ha rivolto il suo invito prima in Parlamento e poi attraverso un comunicato ufficiale, ma gli addetti ai lavori sanno bene che l’ego della Schlein quando riceve una telefonata da Palazzo Chigi si gonfia a dismisura. E così, nel pomeriggio, annuncia tutta contenta: «Mi ha telefonato il presidente Meloni, siamo rimaste d’accordo che ci aggiorneremo per le vie brevi ogni volta che fosse necessario in una situazione, quella che riguarda il conflitto in Medio Oriente, molto preoccupante anche in riferimento all’attacco che c'è stato alla nostra base a Erbil». Niente tavolo, niente confronto, addio alla clava e tanti saluti agli alleati di centrosinistra: la Schlein, pregustando altre telefonate di Giorgia, si scioglie in un brodo di giuggiole.
Ma Elly nell’intervista a Sky va oltre: «Giorgia Meloni», evidenzia la leader del Pd, «non riesce mai a dire di no a Trump. Quindi noi chiediamo un governo che dica da subito, come ha fatto la Spagna, che oltre gli accordi già in vigore che nessuno mette in discussione, non ci sarebbe un’autorizzazione per supportare questi attacchi militari illegali». Elly evidentemente dimentica o finge di dimenticare che in realtà la Spagna del nuovo idolo della sinistra internazionale, Pedro Sánchez, sull’utilizzo delle basi americane sul proprio territorio si sta comportando esattamente come tutti gli altri alleati europei, ovvero che le stesse basi continuano a essere utilizzate dai militari statunitensi in base agli accordi bilaterali sussistenti. Sánchez si sta giocando (bene) una partita esclusivamente propagandistica perché in estrema difficoltà sul fronte interno, e in questo senso un aiuto glielo fornisce inconsapevolmente proprio The Donald, attaccandolo e irrobustendo la sua immagine di unico hombre vertical europeo. «Invece di dire a Trump di fermarsi», riflette ancora la Schlein, vogliamo diventare dipendenti dal gas degli Usa invece che da quello della Russia». Altra affermazione puramente demagogica: al di là del fatto che lo stesso Sánchezcontinua ad acquistare Gnl sia dalla Russia che dall’America, Elly dimentica un’indimenticabile affermazione di Mario Draghi, che nell’aprile 2022, a guerra in Ucraina iniziata, proclamò: «Se ci propongono l’embargo sul gas e se l’Unione europea è uniforme su questo, noi saremo ben contenti di seguire, qualunque sia lo strumento che considereremo più importante, più efficace, per permettere una pace. Questo è quello che vogliamo. Ci chiediamo se il prezzo del gas possa essere scambiato con la pace. Di fronte a queste due cose cosa preferiamo? La pace, oppure star tranquilli col termosifone acceso, anzi ormai l’aria condizionata accesa tutta l’estate? Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?». Draghi era all’epoca presidente del Consiglio di un governo sostenuto anche (e soprattutto) dal Pd, con Fdi unico partito di opposizione. Chi sa se Elly se lo ricorda. In caso contrario, la Meloni potrebbe mandarle un Whatsapp.
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