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Il processo penale finora ha fatto incetta di fondi. Un Csm di soli giudici darà finalmente la giusta attenzione alle controversie che interessano da vicino molti cittadini e imprese, come divorzi, licenziamenti o sfratti.
Vi è il serio rischio che il voto sul referendum si concluda con la vittoria del No. Il dibattito sulla riforma costituzionale è, infatti, degenerato in un dibattito pro o contro il governo dove i detrattori della riforma sostengono che quest’ultimo intende limitare l’indipendenza della magistratura, non soltanto dei pm, ma di tutta la magistratura. E chi, invece, sostiene le ragioni del Sì, anche tra i componenti del governo (vedasi alla voce Carlo Nordio) sovente attacca o delegittima la magistratura o il Csm, tanto da obbligare il presidente Sergio Mattarella a intervenire invocando toni più distesi.
Dato il probabile esito, questo mio intervento ha pertanto una funzione di testimonianza. Occorre ricordare, prima di tutto, che una riforma costituzionale è destinata a durare decenni. Non va valutata pertanto per gli effetti immediati, che i sostenitori del Sì e del No considerano con un orizzonte temporale di pochi mesi, ma per i risultati che si attendono nel medio e lungo periodo.
Perché due Csm, rispettivamente dei giudici e dei pm, con le stesse garanzie di terzietà, indipendenza, inamovibilità per entrambe le categorie, entrambi presieduti dal capo dello Stato? La risposta è semplice: perché la riforma del codice di procedura penale del 1989, quella che ha introdotto in Italia il nuovo codice e il processo accusatorio, ha fatto due cose: ha trasformato il pm in una parte del processo e ha posto la polizia giudiziaria alle sue dipendenze.
Prima del 1989 le indagini le facevano la Polizia o i Carabinieri, agli ordini del ministero dell’Interno e in sede locale del Questore. Il pm era il primo magistrato al quale le forze dell’ordine sottoponevano l’esito dei loro sforzi. Egli pertanto era, prima di tutto, il controllore della correttezza e fondatezza di un lavoro che era stato fatto da altri. Nel decidere se promuovere l’azione penale o archiviare, svolgeva una funzione di garanzia nei confronti dell’imputato. Era terzo ed imparziale ed agiva nell’interesse della legge, non del governo.
Per questa ragione il pm e i magistrati della giudicante erano partecipi di quella che fu poi chiamata la cultura della giurisdizione. Erano entrambi garanti del rispetto delle regole del gioco, un gioco cui rimanevano estranei ed indifferenti. Ed è anche questa la ragione per cui i magistrati potevano passare dalla magistratura giudicante a quella requirente, senza alcun problema di incompatibilità o di necessità di garanzie. Continuavano a fare lo stesso lavoro, sia pur in veste diversa.
All’inaugurazione dell’Anno giudiziario, in Cassazione come nelle Corti di Appello, era il procuratore generale che svolgeva la relazione introduttiva, non il presidente della Corte. Poteva essere così perché anche il procuratore generale parlava nell’interesse della legge.
La scelta di mettere la polizia giudiziaria alle dipendenze del pm fu adottata per porre rimedio a una stagione di sanguinosi attentati e di indagini deviate, dove le forze dell’ordine non sempre avevano dato garanzie di corretto rispetto della legge e dove purtroppo depistaggi e insabbiamenti si erano verificati.
Sembrava una misura di civiltà e una garanzia per i cittadini. Lo è stata, ma si è trattato per alcuni versi di una scelta gravida di conseguenze anche negative, che hanno cambiato per sempre il ruolo del pm.
Quest’ultimo ha assunto il ruolo di direttore delle indagini, affidate a Polizia, Carabinieri, Gdf sotto la sua direzione. Il pm ha assunto un interesse diretto sull’esito di tali indagini. Si è abituato ad essere intervistato, a rilasciare dichiarazioni, a consentire la divulgazione di notizie altrimenti coperte dal segreto istruttorio. Il processo, a causa anche dell’intollerabile lentezza della giustizia, si è fatto sempre più sovente sui media e, soltanto più tardi, quasi con minor interesse, nella sede sua propria.
Il pm, anche se, come sovente si ricorda, dovrebbe cercare anche le prove dell’innocenza dell’imputato, non sempre è stato equanime e imparziale. Ha, del tutto legittimamente, sposato una tesi. Le intercettazioni, il cui uso è stato ampliato ed esteso dai reati di criminalità organizzata, ad altre ipotesi di reato (corruzione e non solo), sono state talvolta usate non per trovare le prove di un reato già noto, ma per cercare il reato a fronte di un tenore elevato di vita, di amicizie o frequentazioni non limpide, di prese di posizione non gradite.
Il pm in altri termini ha assunto un ruolo manifestamente di parte, corrispondente del resto a quello che il codice di procedura penale gli assegna. Scacciato dal banco del giudice, dove nel vecchio processo sedeva, è sceso nei banchi dell’aula di udienza destinati alle parti, a fianco degli avvocati della difesa e delle parti civili. È stato sempre più parte e meno magistrato indipendente.
Non si è trattato di un mutamento rapido, perché i magistrati che formavano le Procure nel 1989 e negli anni immediatamente successivi si erano formati con il vecchio sistema. La comune cultura della giurisdizione si è mantenuta per molto tempo, ma è definitivamente tramontata con gli anni 2000, quando nelle Procure sono arrivati magistrati più giovani che nulla sapevano del passato.
Sotto la pressione degli avvocati, da sempre convinti che i pm dovessero essere parti e basta, la separazione delle carriere è stata introdotta con norme ordinamentali, che hanno ostacolato e reso quasi impossibile il mutamento di funzioni. Oggi pm e magistrati giudicanti sono di fatto divisi, in tutto tranne che in un luogo e una funzione: nell’autogoverno della magistratura.
Nel Csm e nei consigli giudiziari presso le Corti di appello (i piccoli Csm regionali che rendono pareri preliminari in vista delle deliberazioni del Csm sulla carriera dei magistrati) i magistrati della giudicante e i pm lavorano insieme. Votano, insieme ai membri laici, cioè non magistrati, sulla carriera di tutti i magistrati e sulle delibere organizzative adottate dai presidenti dei Tribunali e delle Corti di appello.
La riforma costituzionale pone fine a questo sistema. Perché? La risposta sta nel fatto che i magistrati della giudicante possono accogliere o respingere le richieste dei pm, che dirigono le indagini e che non sono neutrali rispetto alla progressione in carriera di un magistrato della giudicante che ha manifestato opinioni contrarie sulla colpevolezza di un imputato eccellente o sull’applicabilità di una norma processuale. Senza andare a pensare a comportamenti sleali o a vere e proprie vendette, è facile immaginare che la promozione di un magistrato che professa idee sgradite potrebbe essere ostacolata in nome di una diversa visione del processo e del ruolo del giudice.
I Padri costituenti hanno costruito un sistema di garanzie per assicurare l’indipendenza della magistratura blindandola contro gli interventi esterni. Il principio della separazione dei poteri comporta, infatti, che i magistrati siano tutelati dalle ingerenze del potere esecutivo e del potere legislativo. Non hanno pensato al possibile condizionamento dei giudici da parte dei pm (ma anche dei secondi da parte dei primi) perché allora, prima del codice del 1989, questa prospettiva non esisteva.
È tempo di porre rimedio. Due Csm non sminuiscono il ruolo della magistratura. I pm continueranno a far sentire la loro voce. C’è chi addirittura teme che in questo modo i pm possono godere di maggior potere, un potere incontrollato che li porterebbe necessariamente, in futuro, a essere assoggettati, con nuove norme, al controllo dell’esecutivo, del ministro della Giustizia.
Questo è un timore infondato. Le nuove norme costituzionali garantiscono l’indipendenza del pm e non possono essere svuotate con leggi ordinarie che vadano in senso diverso, come taluno sostiene, perché queste leggi sarebbero fatalmente dichiarate incostituzionali.
La separazione delle carriere porterà anche a un altro risultato. Importante. La sconfitta del panpenalismo. Siamo tutti portati ad attribuire al processo penale maggiore importanza del processo civile. Eppure molti cittadini, la maggioranza, non entrano in un tribunale in tutta la loro vita che per una causa civile. Coloro che subiscono un processo penale come imputati o parti civili sono fortunatamente una minoranza.
È inutile sottolineare l’importanza nella vita di tutti noi di un licenziamento, di un divorzio, ma anche di uno sfratto, di una causa tra soci. Il processo civile funziona male, è troppo lento. Una delle cause, in molti tribunali, è rappresentata dal fatto che il processo penale fa la parte del leone. La maggior parte dei giudici e delle risorse è destinata al penale, perché fa più clamore e perché si tratta di situazioni che colpiscono di più l’opinione pubblica.
Un Csm composto soltanto da giudici, in cui non vi è il peso dei pm, che di civile non si occupano quasi mai, sarà più attento alla giustizia civile e di conseguenza anche i tribunali destineranno più risorse alle controversie civili. È bene ricordare che il celere funzionamento della giustizia civile, secondo molti, può garantire almeno un punto di Pil.
Si tratta di una riforma ordinamentale. Non va esaminata e affrontata suonando le trombe del giudizio. Si tratta di una soluzione che migliora il nostro sistema e lo rende più efficiente e garantistico. Non facciamoci travolgere dai toni furibondi della polemica politica.
Luciano Panzani, Presidente emerito della Corte di Appello di Roma
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Un funzionario della sicurezza talebano di guardia a un posto di blocco vicino al confine tra Pakistan e Afghanistan a Toorkham (Ansa)
È tornata a salire la tensione tra Kabul e Islamabad. Giovedì sera, i talebani hanno lanciato degli attacchi contro le postazioni di confine pakistane.
I «barbuti» hanno giustificato la mossa come una rappresaglia al fatto che, alcuni giorni prima, Islamabad aveva effettuato degli attacchi contro alcuni campi di miliziani in territorio afghano. La reazione del Pakistan non si è fatta comunque attendere. Le autorità di Islamabad hanno infatti avviato l’operazione «Furia Giusta», effettuando attacchi aerei su Kabul e Kandahar. Venerdì, le forse armate pakistane hanno dichiarato di aver distrutto 73 postazioni talebane lungo il confine e di aver inoltre occupato una decina di altre posizioni. Nel frattempo, Reuters ha riferito che «sabato gli scontri tra il Pakistan e i talebani afghani sono entrati nel loro terzo giorno, mentre i governi stranieri hanno espresso crescente preoccupazione e chiesto colloqui urgenti».
Ma a che cosa sono dovute le tensioni tra Kabul e Islamabad? Dopo la caduta dei talebani a seguito dell’attacco americano del 2001, il Pakistan offrì sostegno ai «barbuti». La situazione è mutata nel 2021, dopo il ritorno al potere dei talebani. In particolare, Islamabad ritiene che l’attuale regime di Kabul offra ospitalità e sostegno al Ttp: l’organizzazione dei talebani pakistani che, negli anni, ha effettuato vari attentati terroristici nello stesso territorio pakistano.
«Gli Stati Uniti sostengono il diritto del Pakistan a difendersi dagli attacchi dei talebani, un gruppo terroristico globale appositamente designato», ha dichiarato il Dipartimento di Stato americano, mentre un funzionario di Washington ha riferito a Reuters che gli Usa «non considerano il Pakistan l'aggressore e che Islamabad è sotto pressione per affrontare le sfide alla sicurezza». Tutto questo, mentre Unione europea, Russia e Cina hanno invocato il ricorso alla diplomazia per disinnescare le tensioni.
Dall’altra parte, bisognerà vedere se e come la crisi iraniana impatterà sulle fibrillazioni tra Islamabad e Kabul. «La Repubblica islamica dell'Iran è pronta a fornire tutta l'assistenza necessaria per facilitare il dialogo e migliorare la comprensione e la cooperazione tra i due Paesi», aveva dichiarato venerdì, cioè prima dell’offensiva israelo-americana, il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi. Il rischio adesso è che l'instabilità mediorientale si saldi a quella dell'Asia meridionale.
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Vladimir Putin (Ansa)
La Russia perde un ennesimo pezzo del sistema di alleanze, Pechino teme per il greggio. La Nato riposiziona le forze, dall’Ue aria fritta. Il Papa: «Stop alla spirale di violenza».
L’attacco all’Iran e l’eliminazione fisica di Ali Khamenei stanno scuotendo in profondità gli equilibri mediorientali.
«L’attacco e l’uccisione del leader supremo dell’Iran rappresentano una grave violazione della sovranità e della sicurezza dell’Iran. La Cina si oppone fermamente e la condanna fermamente», ha tuonato ieri il ministero degli Esteri di Pechino, per poi aggiungere: «Chiediamo l’immediata cessazione delle operazioni militari, l’interruzione di un’ulteriore escalation della situazione di tensione e uno sforzo congiunto per mantenere la pace e la stabilità in Medio Oriente e nel mondo in generale».
Notevole irritazione è stata espressa anche da Vladimir Putin, che ha bollato l’uccisione dell’ayatollah come «un omicidio commesso in cinica violazione di tutte le norme della moralità umana e del diritto internazionale». «Nel nostro Paese», ha proseguito il presidente russo, «l’ayatollah Khamenei sarà ricordato come uno statista eccezionale che ha dato un enorme contributo personale allo sviluppo delle amichevoli relazioni russo-iraniane, portandole al livello di una partnership strategica globale».
È del resto abbastanza chiaro come l’attacco alla Repubblica islamica e l’eliminazione di Khamenei rappresentino un duro colpo all’influenza mediorientale di Pechino e Mosca. Nel 2021, la Cina firmò un patto di cooperazione venticinquennale con il regime khomeinista. Non solo. La Repubblica popolare è anche storicamente il principale acquirente di greggio iraniano in violazione delle sanzioni statunitensi. Dall’altra parte, la morte di Khamenei si configura come un problema rilevante per lo stesso Putin, il quale, dopo la caduta di Bashar al Assad in Siria nel 2024, vede adesso crollare un altro suo storico alleato regionale.
In questo quadro, Mosca e Pechino, che non hanno granché assistito il regime khomeinista negli ultimi mesi, si augurano che l’operazione militare contro Teheran possa portare Washington a impantanarsi. Uno scenario inquietante per gli Usa, che Donald Trump potrebbe cercare di evitare ricorrendo a una «soluzione venezuelana»: vale a dire, scegliendo come interlocutore un pezzo del vecchio regime, dopo averlo adeguatamente sdentato e addomesticato (guarda caso, ieri, il presidente statunitense si è detto pronto a «parlare» con i leader iraniani). Nel frattempo, la Nato ha fatto sapere di aver «riadattato» il posizionamento delle proprie forze per difendersi dai missili balistici o dai velivoli senza pilota «provenienti dall’Iran o da altre regioni».
Se Mosca e Pechino appaiono assai preoccupate, Bruxelles sembra invece continuare a non toccare palla. «La morte di Ali Khamenei è un momento decisivo nella storia dell’Iran. Ciò che accadrà in seguito è incerto. Ma ora si apre una strada verso un Iran diverso, un Iran che il suo popolo potrà plasmare con maggiore libertà», ha affermato l’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri, Kaja Kallas, in una dichiarazione piuttosto generica. Dal canto suo, Ursula von der Leyen ha auspicato una «transizione credibile» a Teheran, denunciando un rischio di «instabilità». E qui sono necessarie due considerazioni.
La prima è che quanto accaduto sabato ha platealmente sconfessato la linea della Commissione europea che, dal 2015 al 2025, aveva tenuto una posizione assai blanda nei confronti dell’Iran, promuovendo alacremente il Jcpoa: il controverso accordo sul nucleare che era stato negoziato, tra gli altri, da John Kerry, Sergej Lavrov e Federica Mogherini.
La seconda è che, come a Gaza e in Ucraina, anche stavolta Bruxelles appare totalmente fuori da giochi: irrilevante tanto sul piano geopolitico quanto su quello diplomatico.
Mentre Tayyip Erdogan si è detto «addolorato» per la morte di Khamanei, a intervenire sulla crisi iraniana è stato, infine, anche Leone XIV. «La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile», ha affermato ieri il pontefice, chiedendo di «fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile».
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Donald Trump (Ansa)
Altre rappresaglie sui Paesi del Golfo, anche se Teheran invoca la de-escalation. La resa dei conti tra sunniti e sciiti allarma Erdogan, alleato dell’Iran. Trump ha fretta di chiudere: «Siamo in anticipo, parlerò al regime».
«L’Iran avrebbe avuto l’arma nucleare fra due settimane senza i nostri attacchi alle sue installazioni». Donald Trump, ieri, ha affidato a Fox news un primo bilancio dell’operazione Epic fury, costata già la vita a tre militari americani, ma che il presidente considera «in anticipo sui tempi previsti». Se sia vero, lo capiremo presto. Per l’equazione della guerra lampo, è dirimente una variabile: le scintille nel mondo islamico si trasformeranno o meno in un incendio?
Al telefono con l’omologo dell’Oman, Badr Albusaidi, che aveva svolto un ruolo di mediazione nelle trattative poi fallite con gli Stati Uniti, il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, ha assicurato che il suo Paese è pronto a compiere «sforzi seri e sinceri per una de-escalation». Intanto, però, il regime degli ayatollah, o ciò che ne rimane dopo la morte di Ali Khamenei e l’uccisione di 48 comandanti, ha continuato a bersagliare le nazioni del Golfo. È stato colpito da un missile l’aeroporto di Dubai; diverse esplosioni sono state avvertite negli Emirati, a Doha, in Qatar, oltre che a Manama, in Bahrein, dove un razzo ha semidistrutto l’hotel Crown Plaza. Dei droni sono piombati su un porto pure nello stesso Oman, ferendo un camallo. Ad Abu Dhabi è stato danneggiato un edificio vicino all’ambasciata italiana. E un secondo attacco ha causato un rogo in una base navale francese. In Kuwait, la rappresaglia ha provocato una vittima e 32 feriti. In Iraq, velivoli senza pilota hanno preso di mira una base Usa a Erbil. I vertici della diplomazia dei sei Stati dell’area arabica, vista la situazione, si sono riuniti in una videoconferenza del loro Consiglio di cooperazione.
Rimane sul tavolo l’ipotesi storica di una partecipazione al conflitto, al fianco di Usa e Israele. L’ha evocata sabato Riad. Un retroscena del Washington Post ha svelato poi che il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, aveva chiamato più volte l’inquilino della Casa Bianca, per convincerlo ad avviare i raid sull’Iran. La stessa linea di Benjamin Netanyahu, solo che il premier israeliano l’ha sostenuta apertamente, mentre, in via ufficiale, bin Salman invocava una soluzione negoziale della crisi.
Anche senza un coinvolgimento bellico diretto, comunque, si va profilando lo scenario che Trump desiderava già dal primo mandato, nello spirito degli Accordi di Abramo del 2020: realizzare una saldatura tra le monarchie sunnite - Arabia Saudita in testa - e Gerusalemme, quale architrave del nuovo ordine mediorientale, da cui tagliare fuori la filiera che, dall’Iran, passa per Hezbollah in Libano e arriva ad Hamas. E che, nel Mediterraneo orientale, trova un potente terminale nella Turchia. Il ministro degli Esteri di Ankara, Hakan Fidan, ieri ha sentito l’omanita Albusaidi, dopo aver dato disponibilità a fungere da pontiere con Teheran. Recep Tayyip Erdogan ha sottolineato che il conflitto «potrebbe avere conseguenze molto gravi in termini di sicurezza regionale e globale. Dare una possibilità alla diplomazia», ha aggiunto il Sultano, «è la strada più razionale». Non è certo un caso che si sia premurato di contattare pure bin Salman, per manifestargli le proprie preoccupazioni.
Uno degli effetti principali del blitz di The Donald e Bibi, quindi, potrebbe essere quello di scatenare una resa dei conti totale nel mondo islamico. Reuters, citando un funzionario statunitense, ha in effetti osservato che a persuadere il tycoon, peraltro ben informato dei rischi della missione, è stata la prospettiva di un mutamento geopolitico nella direzione auspicata da Washington. All’opposto, il Financial Times ha lamentato che Trump non ha alcun piano credibile per il futuro dell’Iran: è inutile, ha scritto il quotidiano, confidare in una «organica e spontanea transizione verso un nuovo sistema politico», solo eliminando la precedente leadership. Nondimeno, sembrerebbe che il G7 abbia discusso con Marco Rubio pure dell’avvenire della Repubblica islamica.
La verità è che, nello scontro in corso, la componente sciita si gioca potere, sfere d’influenza e forse la sua stessa sopravvivenza. L’Iran lo sa e, anche per questo, con una mano sgancia le bombe e con l’altra invia segnali di fumo. Araghchi, ad esempio, ha garantito ai Paesi del Golfo che comprende perché «sono arrabbiati», ma li ha invitati a considerare che «questa è una guerra che ci è stata imposta» e che i veri obiettivi dei raid sono le installazioni militari nemiche. Il ministro ha dato l’impressione di cadere dalle nuvole: i negoziatori, ha raccontato, erano «alla ricerca di un accordo», avevano «lasciato Ginevra», sede dei colloqui diplomatici, addirittura «felici», ma Trump ha «ordinato il bombardamento del tavolo dei negoziati».
Il presidente americano usa il bastone mentre agita la carota. A The Atlantic, ha giurato di essere disposto a un nuovo confronto con i nuovi capi del regime avversario: «Parlerò con loro». Dunque, può darsi che, su un punto, l’approccio di Trump diverga da quello di Netanyahu, deciso a completare il lavoro, a costo di combattere a lungo. I due, ieri, si sono consultati al telefono, ma il tempo non gioca a favore di The Donald. Sia perché si avvicina il midterm, in vista del quale gli occorre un risultato da presentare agli elettori; sia perché, stando sempre al Wall Street Journal, ci sarebbe urgenza di completare l’operazione, prima che si esauriscano gli arsenali. Il Pentagono ha già impiegato l’algoritmo di Anthropic per le simulazioni e l’individuazione degli obiettivi sul campo. Ma nessuna Intelligenza artificiale può far vincere una guerra, se non ci sono missili e munizioni.
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