Ecco Edicola Verità, la rassegna stampa podcast del 26 febbraio con Carlo Cambi
Ansa
Elly Schlein chiede il salario minimo e una legge, benché il Pd al governo non abbia fatto nulla.
ll lavoro inizia e finisce dentro un’applicazione. Ci si collega, si aspetta una consegna, si pedala. Sulla carta è tutto volontario, ma i rider raccontano che chi rifiuta ordini o si disconnette viene progressivamente escluso: meno consegne e nessuna spiegazione. I costi restano tutti a carico del lavoratore: la batteria di un’e-bike può superare i 1.000 euro. Non c’è un referente umano, solo una chat. Un lavoro regolato da un algoritmo che misura e decide in modo continuo.
È dentro questo quadro - consegne pagate in media tra i 3 e i 5 euro e costi interamente scaricati sui rider - che la Procura di Milano è intervenuta. Dopo Glovo/Foodinho, la Procura diretta da Marcello Viola ha disposto il controllo giudiziario d’urgenza anche per Deliveroo Italy S.r.l., ipotizzando il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro aggravato. Nel decreto firmato dal pm Paolo Storari risultano indagati l’amministratore unico Andrea Giuseppe Zocchi e la società, anche ai sensi del d.lgs 231/2001. I rider coinvolti sarebbero circa 3.000 a Milano e 20.000 in tutta Italia.
L’inchiesta si estende anche ai rapporti a valle: i carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro hanno acquisito documenti presso McDonald’s, Burger King, Esselunga, Carrefour, Crai Secom, Poke House e Kfc, non indagate ma legate a Deliveroo da rapporti contrattuali, per verificare se i modelli organizzativi siano idonei a prevenire forme di sfruttamento.
Per la Procura la leva è economica: compensi «in alcuni casi inferiori fino a circa il 90%» rispetto alla soglia di povertà e alla contrattazione collettiva, con un richiamo diretto all’articolo 36 della Costituzione sull’«esistenza libera e dignitosa». Dai verbali emerge che, a fronte di un impegno spesso a tempo pieno, molti rider dichiarano redditi mensili tra i 600 e gli 800 euro, livelli che la Procura colloca stabilmente sotto le soglie di povertà Istat.
Il cuore del provvedimento, come già nel «modello Glovo», non è però il singolo responsabile, ma una «politica di impresa» e un contesto organizzativo che consentono allo sfruttamento di riprodursi anche cambiando i vertici. Per questo la risposta non è solo penale: è il controllo giudiziario ex art. 3 della legge 199/2016, affidato al Nucleo ispettorato del lavoro dei carabinieri di Milano, con la nomina dell’amministratore giudiziario, l’avvocato Jean Paule Castagno, incaricata di verificare le condizioni lavorative e imporre nuovi assetti organizzativi.
Le dichiarazioni raccolte dalla Procura sono definite «sostanzialmente omogenee» e descrivono un’attività che non appare come lavoro autonomo, ma come esecuzione di consegne governate dalla piattaforma. Nei verbali compaiono storie precise: S.U., M.A., K.H., tutti lavoratori immigrati titolari di partita Iva e formalmente autonomi, ma inseriti in un sistema in cui il compenso è deciso dall’app. Uno riferisce di percepire «mediamente circa 4 euro per ciascuna consegna», un altro indica «tra 3 e 5 euro», sempre in base ai chilometri stabiliti dalla piattaforma.
A queste testimonianze la Procura affianca i dati fiscali. Su 55 rider esaminati, 52 risultano a partita Iva. Analizzando le fatture del 2025 di 37 lavoratori, emerge che 27 (73%) sono sotto la soglia di povertà considerando il reddito complessivo; la percentuale sale a 30 su 37 (81,1%) se si guarda al solo fatturato Deliveroo. Il confronto con il contratto nazionale logistica è ancora più netto: risultano sottosoglia 32 rider su 37 (86,5%) sul reddito totale e 35 su 37 (94,6%) sul solo fatturato Deliveroo.
Colpisce anche la composizione della forza lavoro: la larga maggioranza dei rider esaminati è composta da cittadini stranieri, spesso con famiglia a carico. In molti casi si tratta di lavoratori apparentemente in regola, titolari di partita Iva; ma già in altre inchieste erano state segnalate pratiche diffuse di cessione o utilizzo promiscuo degli account, che rendono più opaca la reale posizione giuridica di chi effettua le consegne. Non è lavoro nero in senso classico, ma un sistema che, anche quando appare regolare, espone i lavoratori alla povertà. Lo dicono i rider stessi: «Sono costretto ad accettare la paga di Deliveroo… a fine mese non mi avanza nulla»; «La paga non è sufficiente», racconta un altro, padre di tre figli. Intanto Elly Schlein, leader dem, chiede una legge specifica per i rider e il salario minimo, sostenendo che sotto i 9 euro l’ora è sfruttamento e che la politica non può lasciare soli i giudici nell’applicare l’articolo 36 della Costituzione. Resta però il fatto che quando il Partito democratico era al governo una riforma organica sul salario minimo o sui rider non è mai arrivata.
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Nicola Gratteri (Ansa)
Il ministro della Giustizia: «Grazie ai concorsi, da fine 2026 saranno in servizio quasi 11.000 toghe».
Forse è arrivato il momento di dire, adesso anche basta. Tutti i referendum portano con sé un carico di scontro politico. Il referendum del 2016 sulla cosiddetta riforma costituzionale Renzi-Boschi ha fatto scuola. Ma questo referendum sulla giustizia sta assumendo, giorno dopo giorno, i connotati di una rissa, ben lontana dalle questioni sul merito.
L’aspetto più inquietante è l’atteggiamento di un magistrato, Nicola Gratteri, ufficialmente capo della Procura di Napoli e ufficiosamente frontman del No.
Non passa giorno che non attacchi il governo e il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Senza nemmeno accorgersene: «Di certo non sono io a fomentare il veleno. Chi mi conosce sa che, con pacatezza, cerco di non offendere chi non la pensa come me», si azzarda a dire Gratteri. Ieri, a margine dell’inaugurazione dell’anno formativo della Scuola superiore della magistratura, a cui ha partecipato, noncurante degli appelli alla calma che il capo dello Stato ha fatto qualche giorno fa in seno al Csm, Gratteri è andato ancora all’assalto di Nordio, sciorinando, come fosse lui il ministro, la ricetta per risolvere la carenza di personale negli uffici giudiziari. «Anziché riaprire i tribunali come ha fatto adesso il ministro, riaprendo Bassano del Grappa, bisognerebbe chiudere i piccoli tribunali perché non funzionano bene. Ogni volta che si apre un ufficio giudiziario c’è sempre un procuratore della repubblica con tutta la struttura amministrativa che ne consegue. Bisognerebbe, invece, cercare di accorparlo e fare sinergia perché sempre più saranno in difficoltà».
Sul referendum mette di mezzo i giovani magistrati: «Già li vedo preoccupati, intimoriti, che si fanno domande. Ho visto già lo scorso anno gente che inizia a pensare di non fare più il pm e chiedere di fare il giudice perché preoccupato del futuro della figura del pm. Nessuno crede che si vadano a modificare sette articoli della Costituzione per 48 magistrati l’anno». Tutto ciò a pochi giorni dalla sua sparata sul Corriere della Calabria quando disse che «voteranno per il No le persone perbene» e per il Sì «gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente».
Immediata la replica del Guardasigilli: «Per la prima volta da mezzo secolo, stiamo colmando gli organici della magistratura attraverso ben sei concorsi. Dalla fine di quest’anno avremmo in servizio 10.853 magistrati. I numeri lo smentiscono ancora una volta. Siamo rammaricati per questa ennesima sterile polemica che non asseconda quel clima di pacatezza e razionalità invocato dal presidente della Repubblica».
Interviene anche il leader di Forza Italia, Antonio Tajani: «Questa riforma serve a cambiare l’Italia, non a indebolire la magistratura. Possiamo criticare qualche magistrato politicizzato, ma non stiamo facendo la guerra ai magistrati». La battaglia si è imbarbarita, mancano 25 giorni alle urne, ed è già scomparso il merito.
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Attorno ad alcuni cuochi è stato creato un culto della personalità in stile sovietico. Non ci si stupisca poi per casi come quello del Noma.







