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2026-03-26
Resa al veleno della Santanchè. Il ministro molla dopo 24 ore: «Saldo io i conti degli altri»
Daniela Santanchè (Ansa)
L'ormai ex ministro del Turismo prima resiste, ma poi cede: «Obbedisco, anche se sono immacolata penalmente». Sul referendum: «Non farò da capro espiatorio per questa sconfitta».
Un passo indietro che ormai era divenuto inevitabile. La «Santa» si è dimessa. «Non ho difficoltà a dire “obbedisco” e a fare quello che mi chiedi», scrive il ministro del Turismo, Daniela Santanchè, al premier, Giorgia Meloni.
La sera prima Palazzo Chigi l’aveva invitata a farsi da parte seguendo l’esempio e la sensibilità di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi. La giornata era iniziata male ed è finita peggio. Arrivati a sera la Santanchè li aveva tutti contro, partito e governo e, alle 18 di ieri, non ha potuto far altro che ripiegare i suoi tailleur colorati e preparare i bagagli.
La lettera che ha indirizzato alla Meloni è stracolma di sofferenza. Soprattutto nella parte finale, nella quale confessa di non nascondere «amarezza per l’esito del mio percorso ministeriale ma nella mia vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri». Santanchè spiega perché non si è dimessa subito: «Volevo separare le mie dimissioni dai commenti sul referendum perché non vorrei essere il capro espiatorio di una sconfitta che non è certo stata determinata da me». Forse presa dall’emozione sbaglia pure a scrivere Delmastro, collega di Fdi e piemontese come lei: «Volevo che le mie dimissioni fossero separate dalla vicenda dell’on. Del Mastro, che pure paga un prezzo alto». Infine, si toglie un sassolino dal décolleté: «Mi preme sottolineare che a oggi il mio certificato penale è immacolato e che per la vicenda della cassa integrazione non vi è nemmeno un semplice rinvio a giudizio».
Con l’agenda confermata, ieri mattina, poco dopo le 10, il ministro si rinchiude nell’ufficio-fortino del ministero senza rilasciare dichiarazioni ai giornalisti assiepati a via di Villa Ada. Appuntamenti vari, telefonate e contatti con alcuni dirigenti del suo partito. A tutti Santanchè esprime grande amarezza. Quindi lascia il ministero intorno alle 15, in auto. Non ci rimetterà più piede. Già dalla prima mattinata si erano susseguite voci di imminenti dimissioni. Tutto era iniziato martedì con interlocuzioni continue tra Palazzo Chigi e via della Scrofa, passando prima per il ministero della Giustizia, poi per quello del Turismo. Da via Arenula arrivano le dimissioni del sottosegretario Delmastro e della capo di gabinetto Bartolozzi. Da lì in poi comincia l’assedio alla «pitonessa».
Il vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli, la scarica subito: «Se le dimissioni vengono richieste dal premier mi pare scontato che debba finire così». Lo segue anche il vicepremier, Antonio Tajani: «Se la presidente del Consiglio ti chiede di dimetterti, devi farlo». Anche la vicepresidente del Senato, Licia Ronzulli, fa lo stesso: «Se c’è un rapporto di fiducia che si è interrotto, bisogna trarne le conseguenze».
Con il passare delle ore aumenta il pressing verso Miss Twiga, per un suo passo indietro consigliato della maggioranza e richiesto esplicitamente dalle opposizioni che fanno calendarizzare per lunedì una (ormai inutile) mozione di sfiducia. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, profetizza: «La mozione di sfiducia non sarà necessaria». E, infatti, tre ore dopo arrivano le dimissioni. Fino a martedì era blindatissima dal governo, e nonostante i suoi problemi giudiziari (ha superato indenne tre mozioni di sfiducia del centrosinistra), aveva sempre ignorato la sua situazione. Stavolta però era diverso. Meloni che chiede le sue dimissioni e la possibilità di una figuraccia davanti al Parlamento, con la quarta mozione di sfiducia avallata pure dalla maggioranza, le ha fatto cambiare idea e che ha prodotto una sfilza di commenti.
«Era ora», esultano le opposizioni, con la capogruppo dem alla Camera, Chiara Braga. Il presidente del M5s, Giuseppe Conte, mai contento: «Dimissioni tardive. Ci sono voluti tre anni e 15 milioni di cittadini che hanno votato No al referendum per far dimettere un ministro responsabile di una truffa Covid ai danni dello Stato. Meloni responsabile». «Non ho mai sentito un premier che chiede le dimissioni di un ministro», il commento della segretaria pd, Elly Schlein, parlando alla stampa estera. «Il segnale di debolezza è evidente, la crisi è profonda».
Il leader di Italia viva, Matteo Renzi, rincara: «Quando si perde c’è chi si dimette e chi fa dimettere gli altri. Quando si perde ci sono i leader e ci sono le influencer», riferendosi a lui stesso come leader. Maria Elena Boschi, deputata di Italia viva, la accusa di fuggire dal Parlamento. «Meloni cerca i capri espiatori della sua sconfitta alle urne. La grande leader, la donna forte al comando, che di fronte a una sconfitta anziché assumersi la responsabilità politica fa fuori i suoi sottoposti». Per il leader di Azione, Carlo Calenda, «adesso è utile che il presidente del Consiglio venga in Aula per spiegare che c’è una fase due del governo e come verrà gestita».
Angelo Bonelli, deputato Avs e co-portavoce di Europa Verde, dice che «le dimissioni della Santanchè certificano che ci troviamo di fronte a una crisi politica della maggioranza di centrodestra». Il presidente dei senatori del Pd, Francesco Boccia, aggiunge: «A prescindere da Santanchè, siamo di fronte a fatti e avvenimenti che delineano una evidente crisi politica del governo. Meloni non può fare finta di niente: non è facendo dimettere ministri o sottosegretari che si risolvono i problemi».
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Daniela Santanchè (Imagoeconomica)
Che Via Crucis: la Meloni chiede le dimissioni della Santanchè da ministro. Lei resiste ma poi, rimasta sola, lascia in polemica: «Il mio certificato penale è pulito, non voglio essere il capro espiatorio però dico: “Obbedisco”». La sfida del governo adesso è risorgere dopo giornate di passione...
«Chi sbaglia, paga». Avrebbe dovuto essere lo slogan della campagna referendaria, per spiegare che anche i magistrati che commettono errori devono risponderne. Ma dopo il No alla riforma della giustizia «chi sbaglia, paga» è la nuova parola d’ordine di Giorgia Meloni, la quale si sarebbe sfogata con i principali collaboratori, dicendo di non essere più disposta a coprire nessuno. Succede spesso all’interno di un gruppo che il capo si assuma le responsabilità dei sottoposti, difendendoli a spada tratta. Ma dopo la sconfitta del 22 e 23 marzo, il presidente del Consiglio ha capito che serve maggiore rigore, perché nei prossimi mesi la maggioranza si giocherà tutto, in particolare la possibilità di rivincere le elezioni.
Dunque, hanno cominciato a rotolare le prime teste. Giusi Bartolozzi, plenipotenziaria del ministro Carlo Nordio, ha pagato per alcune frasi improvvide pronunciate davanti alle telecamere di una televisione locale. Il sottosegretario Andrea Delmastro Delle Vedove sconta il pasticcio di essere diventato socio di un ristoratore condannato in qualità di prestanome di ambienti criminali. L’una e l’altro sono stati in qualche modo ritenuti responsabili del clima che ha portato alla sconfitta referendaria.
Per quanto riguarda Daniela Santanchè nessuno le imputa il brutto risultato di lunedì, perché sul tema giustizia il ministro del Turismo è stato alla larga, evitando di prendere posizione. E però a imbarazzare sono i guai personali della «pitonessa». Per quanto i processi siano ancora da celebrare e dunque lei come chiunque altro debba essere ritenuta innocente fino a prova contraria, le accuse nei suoi confronti sono gravi, perché si parla di bancarotta, truffa all’Inps, falso in bilancio: non proprio noccioline. Un passo indietro, senza che questo significhi in alcun modo un’ammissione di colpevolezza, era dunque opportuno. Perché sebbene né Bartolozzi, né Delmastro e quindi neppure Santanchè possano essere trasformati nei capri espiatori della sconfitta, è evidente che dopo la batosta di lunedì l’aria è cambiata. Se prima tutto sommato la fine della legislatura sembrava in discesa e dunque si trattava di prepararsi alle elezioni del 2027, adesso il periodo che ci separa dalle prossime politiche è in salita. E non soltanto per la guerra in Iran, per l’aumento del prezzo della benzina e del gas, ma anche perché il voto sulla riforma della giustizia ha fatto capire che perdere si può. Se prima di lunedì, di fronte all’armata Brancaleone dell’opposizione nessuno considerava realistica la sconfitta, ora essere battuti è nel novero delle ipotesi. Come non si può scartare la possibilità che, se il centrodestra perdesse, nel 2029 a Sergio Mattarella succeda un altro Mattarella. Intendiamoci: non lui, che fra tre anni si avvicinerebbe ai 90, ma uno politicamente simile a lui, ovvero di sinistra.
Dunque, bisogna correggere la rotta, perché altrimenti si finisce fuori strada. E qui ritorna il proposito iniziale: «Chi sbaglia, paga». Doveva valere per i magistrati, qualora fosse stata approvata la riforma della giustizia, comincerà a valere per i politici, per lo meno per quelli dell’attuale maggioranza.
Qualcuno potrebbe obiettare che sarebbe stato meglio far dimettere Bartolozzi, Delmastro e Santanchè prima e non dopo le elezioni. Vero, forse sarebbe stato opportuno, ma è altrettanto vero che dividere il fronte e far cadere qualche testa in prossimità del voto avrebbe potuto anche avere l’effetto contrario, ovvero di fare apparire fragile e zoppicante il governo. Ciò detto, io penso che né la plenipotenziaria di Nordio, né il suo sottosegretario, ma neppure il ministro del Turismo abbiano grandi colpe nella sconfitta. Il No al referendum è principalmente un voto di protesta, una manifestazione di dissenso su argomenti in cui il governo non ha alcuna responsabilità. Gaza, Iran, Trump, Netanyahu e le armi all’Ucraina credo abbiano spinto ai seggi un paio di milioni di elettori, ai quali probabilmente della riforma della giustizia premeva il giusto, cioè zero. Come dicono gli esperti di flussi elettorali, forse molti fra coloro che hanno messo la croce sul No neppure torneranno a votare e, se lo faranno, non è detto che sia per il Pd o i 5 stelle. Tuttavia, a prescindere da ciò che sarà, il centrodestra non può farsi cogliere impreparato. Serve una sterzata prima di andare a sbattere. E dunque urge la massima attenzione per evitare gli incidenti di percorso. Che si chiamino Bartolozzi, Delmastro o Santanchè.
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L’ex Alitalia, costata ai contribuenti circa 15 miliardi per niente, mette a segno profitti per oltre 200 milioni nel 2025, dopo la cessione a Lufthansa, gestita dal ministro dell’Economia. L’ad Eberhart: «Abbiamo intrapreso la rotta giusta, ma ridurremo ulteriori oneri».
C’è voluto l’intervento dei tedeschi per far volare - davvero - quella che per anni è stata più una zavorra per i conti pubblici più che una compagnia aerea. E così, quasi senza tanto clamore né concessioni alla retorica finanziaria , l’ex Alitalia scopre l’utile. Miracolo? No, molto più banalmente una gestione corretta senza più intrusioni della politica e senza estremismi sindacali (come dimenticare gli anni di egemonia di «aquila selvaggia»?).
Nel 2025 Ita Airways ha messo a segno un risultato netto positivo di 209 milioni di euro. Significa un miglioramento di 436 milioni rispetto all’anno prima. L’ultima volta che la compagnia aveva chiuso in attivo era stato il 1998. Si chiamava ancora Alitalia e progettava il rilancio industriale con gli olandesi di Klm. Un sogno finito presto. La giravolta dell’anno scorso, se si fosse manifestata ai tempi della vecchia compagnia di bandiera, sarebbe stata archiviata tra le leggende metropolitane insieme agli aerei puntuali e ai bilanci in ordine.
Allacciate le cinture di sicurezza perché è tutto vero. Succede dopo la cessione - gestita dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti - al gruppo Lufthansa. E guarda caso, insieme ai tedeschi arriva anche quella fastidiosa abitudine chiamata disciplina industriale. Per capire: per decenni Alitalia è costata ai contribuenti più di 15 miliardi di euro. Una cifra che, a raccontarla oggi, fa sembrare l’azienda più un ammortizzatore sociale che una impresa commerciale. Soldi pubblici bruciati con una tenacia che nei decenni non ha conosciuto interruzione, I conti restavano ostinatamente in rosso. Poi cambia il copione. Ita chiude il 2025 con ricavi per 3,2 miliardi, un margine operativo lordo di 404 milioni e un risultato netto positivo per il secondo anno consecutivo. Non esattamente un dettaglio. È la prova che, quando si smette di usare una compagnia aerea come campo di battaglia politico-sindacale, i numeri - incredibile - iniziano a tornare.
L’amministratore delegato Joerg Eberhart, con sobrietà, parla di «punto di svolta» e di «rotta giusta». Una maniera elegante per dire che la nuova proprietà tedesca sta facendo quello che andava fatto da vent’anni. E infatti i primi effetti della cura Lufthansa si vedono. Meno voli (123.000, in calo), meno passeggeri (16,2 milioni), ma più efficienza: i passeggeri mediamente occupano l’83,4% dei posti disponibili (+2%). In altre parole, meno sprechi e più riempimento. Una rivoluzione, per chi era abituato a volare mezzo vuoto ma con le casse completamente vuote. Anche la flotta si ringiovanisce: 106 aerei, il 70% di nuova generazione, età media 6,5 anni. Certo, i problemi non sono spariti per decreto divino. Lo stesso Eberhart ammette che il peso dei leasing resta un macigno da alleggerire. Ma almeno, per la prima volta, si parla di come ridurre i costi, non di come coprirli con l’ennesimo intervento pubblico. Poi c’è il dettaglio simbolico: dal primo aprile Ita entrerà nel programma Miles & More di Lufthansa, mandando in pensione il programma Millemiglia e le sue più recenti eredità. Un passaggio che vale più di mille conferenze stampa: significa integrazione vera, non le solite alleanze di facciata. Morale della favola? Ci sono voluti i tedeschi - e un ministro dell’Economia che ha avuto il coraggio di privatizzare l’azienda - per dimostrare che anche l’ex Alitalia può stare in piedi senza flebo di risorse pubbliche. Una lezione quasi banale: le aziende funzionano meglio quando fanno le aziende. Anche in Italia. Anche nei cieli, dove per anni abbiamo confuso il tricolore della fusoliera con il conto corrente dei contribuenti.
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I Carabinieri all'ingresso dell'istituto Leonardo da Vinci di Trescore Balneario (Ansa)
- Aggressione choc in una scuola media di Trescore (Bergamo). Lo studente con la maglia «vendetta». Ora andrà in comunità.
- Per il Codice, l’imputabilità dei minori scatta dai 14 anni: prima sono incapaci di intendere e di volere. È invece possibile un procedimento amministrativo che disponga misure rieducative. Fari sulla famiglia.
Lo speciale contiene due articoli.
Il corridoio dell’istituto Leonardo da Vinci di Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, è ancora silenzioso alle 7.45 del mattino. I collaboratori scolastici a quell’ora sono già presenti e comincia ad arrivare qualche insegnante. È il segmento di tempo che separa dalla campanella.
Uno dei ragazzi, però, è appena entrato: 13 anni, terza media, un telefono acceso e appeso al collo. Ha un coltello con una lama affilata da un lato e seghettata dall’altro e, nello zaino, una pistola scacciacani. Pantaloni mimetici, maglietta bianca con una parola stampata in rosso: «Vendetta». Non per moda. È una dichiarazione portata sul petto.
Davanti alla classe, la Terza A, al primo piano dell’istituto, si scaglia contro la professoressa di francese, Chiara Mocchi, 57 anni. Per tutti «una professionista stimata, seria e dedicata agli alunni». Per i colleghi «una persona squisita». Per gli studenti «una prof severa ma bravissima». Rsu della Cisl, lavorava con passione. Aveva insegnato anche all’università di Bergamo come lettrice di francese. Poi, al concorso, la scelta delle medie. Sul suo canale YouTube registra lezioni, racconta progetti. Uno su tutti: «l’Expolangue Française», una mostra costruita ogni anno con gli studenti, dedicata alla francofonia. Mappe, città, personaggi. Nel 1995 vince il primo premio al concorso di Poesia giovane del gruppo artistico Fara Stabile di Bergamo. Pubblica «Ombre e forme». Scrive saggi. Ma la sua vita è la scuola.
Il tredicenne che dichiara vendetta (non imputabile per l’età) sistema il cellulare, avvia la diretta Telegram e affonda il coltello. In un istante va in frantumi la routine, la fiducia, la percezione di sicurezza. Lei mette le mani avanti, tenta una difesa. Due fendenti vanno a segno. Al collo e all’addome. Il sangue schizza. La prof si accascia. Un’aggressione in diretta. Premeditata. La violenza e la sua rappresentazione insieme, da influencer del male.
La prof viene soccorsa, trasferita in elisoccorso all’ospedale Papa Giovanni XXIII. Viene applicata la tecnica «Blood on board»: una trasfusione in volo. «Questa procedura», spiegano i sanitari, «ha permesso di stabilizzare i parametri vitali della donna prima ancora dell’arrivo in Pronto soccorso». Poi, le due ore in sala operatoria. Dall’ospedale spiegano: «La paziente è in Terapia intensiva in prognosi riservata». Le condizioni sono «serie», ma non farebbero temere il peggio.
Un professore e due collaboratori scolastici fermano il ragazzo, lo disarmano, lo trattengono e poi lo consegnano ai carabinieri. Le lezioni per gli altri ragazzi sono andate avanti, nonostante l’ambulanza davanti alla edificio dell’istituto e l’atterraggio dell’elicottero. Per i compagni del tredicenne, invece, arrivano gli psicologi. Appena si diffonde la notizia i genitori si radunano fuori dalla scuola. Qualcuno chiede di far uscire prima i figli. Una madre racconta: «Abbiamo saputo cosa è accaduto da un messaggio della rappresentante di classe e sono corsa per vedere come sta mia figlia». Poi aggiunge: «Sappiamo che solo tre ragazzi hanno assistito». Tre testimoni. Oltre a chi stava seguendo la diretta, da qualche altra parte, dietro a uno schermo.
I carabinieri lavorano sul movente. Un campo minato. Il chiacchiericcio da adolescenti alimenta varie ipotesi: vendetta per brutti voti, contrasti in classe, un episodio in cui la docente avrebbe preso le difese di un altro studente, una nota sul registro elettronico. Bisognerà verificarle tutte. Chi indaga, però, ritiene che si tratti di «un gesto isolato» ed esclude «finalità terroristiche». Anche se i dettagli che emergono sembrano complicare il quadro. Il telefono usato per filmare. I profili TikTok con video su come assemblare ordigni. E poi le perquisizioni nelle abitazioni dei genitori (ascoltati anche loro come persone informate sui fatti), una delle quali eseguita in un Comune a poca distanza (il ragazzo si era trasferito solo da qualche anno a Trescore Balneario con la mamma). Sono saltati fuori materiale potenzialmente esplosivo e prodotti chimici. Gli artificieri portano via tutto per le verifiche. Per cercare di capire se qualche segnale c’era già prima vengono acquisiti anche i diari, i quaderni. Sequestrati anche i supporti elettronici che usava il ragazzo. Lo zaino era già tra i reperti. Come il coltello. Come la pistola scacciacani. Tutti oggetti finiti in un lungo elenco.
Gli inquirenti dovranno decidere fin dove spingersi in ricerche e analisi. Perché quando è un minorenne l’autore di un reato anche le tecniche investigative devono adattarsi. La scena si sposta all’improvviso nella caserma del paese, al Comando stazione carabinieri, dove, con tutte le garanzie previste dal codice, viene interrogato l’aggressore.
La Procura per i minorenni di Brescia, guidata da Giuliana Tondina e competente su quel territorio, ha già aperto un fascicolo e disposto di affidare il ragazzo a una comunità protetta. Non per punizione, ma per cautela. Poi ha delegato i carabinieri per l’ascolto dei colleghi della vittima. Il ragazzino, dalle prime indagini, non sarebbe mai stato segnalato. E neppure i genitori. O, almeno, è quello che gli investigatori ritengono di poter comunicare alla stampa. Le formule sono caute, filtrate, perché quando c’è di mezzo un minorenne il perimetro delle informazioni inevitabilmente si restringe. Una barriera viene alzata davanti alle richieste di informazioni sul passato, sui trascorsi, sulla personalità.
Trapela, però, che a scuola, negli ultimi tempi, pare ci sia stato parecchio trambusto. Uno spintone tra compagni di classe avrebbe prodotto la frattura di un braccio e vari altri episodi che vengono descritti come «ragazzate» sarebbero stati segnalati al dirigente scolastico.
L’istituto, però, viene descritto come un luogo tranquillo e controllato. Nulla, fino a ieri, avrebbe fatto prevedere qualcosa di così grave. Eppure, lui, che sembra ancora un bambino (la sua foto rimbalza da ieri mattina di chat in chat), è riuscito a trasformare il corridoio della scuola in una scena splatter.
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