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2026-03-06
Putin minaccia di sospendere da subito le forniture di gas. Snam: «Coperti fino a marzo»
Vladimir Putin (Ansa)
- Con lo choc energetico, lo zar valuta se anticipare il divorzio europeo e fermare lui i flussi. Il colosso della rete: «Navi Gnl per adesso sicure. Da aprile vedremo».
- Il Cremlino scarica gli alleati sciiti. L’Ucraina denuncia forniture militari di Mosca ai pasdaran. Il portavoce dello zar però smentisce: «A noi nessuna richiesta di sostegno. Quella non è la nostra guerra».
Lo speciale contiene due articoli.
La guerra aperta in Medio Oriente sta di nuovo sovvertendo il panorama internazionale e gli impatti sull’energia rimangono. Ad aggiungere incertezza al quadro già complicato arrivano da Mosca dichiarazioni che riportano il tema della sicurezza energetica europea al centro del dibattito. Il presidente russo Vladimir Putin ha affermato infatti che la Russia potrebbe valutare l’ipotesi di interrompere le forniture di gas all’Europa, collegando questa possibilità alla strategia dell’Unione europea che punta a eliminare progressivamente l’import di gas russo entro il 2027. Putin ha precisato che non si tratta di una decisione già presa ma di una valutazione allo studio. Secondo il presidente russo, in un contesto segnato dalla crisi con l’Iran e dal blocco dello stretto di Hormuz, la Russia potrebbe scegliere di indirizzare le proprie esportazioni verso mercati dove i prezzi risultano più elevati.
Negli ultimi anni il peso del gas russo nel mercato europeo si è ridotto in modo significativo. Prima dell’invasione dell’Ucraina nel 2022, la Russia copriva circa il 40% delle importazioni di gas via gasdotto dell’Unione europea. In alcuni trimestri questa quota è stata superiore anche al 50%. Nel 2025 la quota è scesa attorno al 6% per le forniture via tubo (gasdotto Turkstream), mentre le esportazioni di Gnl verso l’Europa sono state stimate attorno ai 20 miliardi di metri cubi.
Ieri al Ttf i prezzi del gas sono saliti ma senza far segnare nuovi massimi e chiudendo con un gestibile +4% a 50,73 €/MWh. Dal punto di vista delle forniture fisiche, per l’Italia non ci sono problemi. Ieri, l’amministratore delegato di Snam Agostino Scornajenchi ha indicato che la situazione delle forniture resta sotto controllo nel breve periodo. L’Italia non registra criticità immediate per l’approvvigionamento di gas almeno fino alla fine di marzo.
«Non abbiamo nessun problema di forniture fino a marzo», ha affermato Scornajenchi durante la presentazione dei risultati del gruppo a Milano. Gli stoccaggi nazionali risultano riempiti al 45%, un livello superiore di circa dieci punti percentuali rispetto alla media europea. Secondo il manager, potranno verificarsi tensioni sui prezzi, come in effetti già accade, ma non difficoltà di disponibilità del combustibile. Una parte dei flussi di Gnl attesi nelle prossime settimane proviene dal Qatar, ma i carichi destinati all’Italia erano già partiti prima dell’esplosione della crisi e sono in viaggio verso i terminali nel Mediterraneo. Il Gnl qatarino rappresenta una quota tra il 25 e il 30% del Gnl importato nel Paese. Scornajenchi ha sottolineato che il sistema italiano può contare su un’ampia diversificazione degli approvvigionamenti grazie a dieci punti di ingresso nella rete e a un portafoglio di infrastrutture di trasporto, stoccaggio e rigassificazione distribuite sul territorio. Secondo l’amministratore delegato, queste caratteristiche riducono l’esposizione del Paese rispetto ad altri mercati europei.
Nel corso della presentazione del piano strategico 2026-2030, il manager ha anche richiamato il ruolo del gas nel sistema energetico europeo con una dichiarazione molto netta: «Il gas continua a rimanere fondamentale. L’epoca in cui era considerato come il nemico da eliminare è giunta al termine ed è stato proprio questo approccio fuorviante a trascinare l’industria europea in una spirale di crisi», ha dichiarato.
Secondo Scornajenchi, la domanda di gas rimarrà sostanzialmente stabile fino al 2035. Le stime presentate dal gruppo indicano per l’Italia consumi pari a circa 62 miliardi di metri cubi entro il 2030 e 61,5 miliardi nel 2035. I livelli di domanda saranno sostenuti dai consumi industriali, dalla generazione elettrica a gas e dalle esigenze di bilanciamento legate all’integrazione nel sistema elettrico delle fonti rinnovabili. Le esportazioni potrebbero crescere fino a circa 7 miliardi di metri cubi dal 2030, rafforzando il ruolo dell’Italia come hub meridionale del gas in Europa.
Il piano strategico 2026-2030 di Snam prevede investimenti per 14 miliardi di euro destinati soprattutto al rafforzamento delle infrastrutture di trasporto del gas, allo sviluppo degli stoccaggi e al potenziamento dei terminali di rigassificazione.
Sul piano internazionale emergono intanto segnali di aggiustamento nelle politiche energetiche europee. Su richiesta della Germania, gli Stati Uniti hanno deciso di esentare a tempo indeterminato la controllata tedesca di Rosneft dalle sanzioni contro il gruppo petrolifero russo. La società possiede partecipazioni in tre raffinerie tedesche che rappresentano circa il 12% della capacità di raffinazione del Paese e quote nell’oleodotto Transalpino. Si tratta di un chiaro trattamento di favore per Berlino, per evitare interruzioni nell’attività delle raffinerie in una fase di tensione sui mercati energetici.
Oggi a Bruxelles, poi, è previsto un vertice straordinario della Commissione europea dedicato alla nuova crisi energetica. Tra i temi in discussione figurano possibili modifiche al sistema europeo di scambio delle emissioni (Ets), tema su cui molto si sta spendendo il governo italiano. Si parlerà anche di disaccoppiamento tra prezzi dell’elettricità e del gas, argomento resiliente, per usare un eufemismo molto usato a Bruxelles. Su spinta di alcuni Paesi si discuterà anche della possibilità di sospendere l’abbandono definitivo del gas russo, appena deciso dall’Ue poche settimane fa. Sempre se Mosca è d’accordo, naturalmente. In questo senso, le dichiarazioni di Putin sull’interruzione delle forniture di gas all’Europa suonano beffarde.
Il Cremlino scarica gli alleati sciiti
Per i generali sono effetti collaterali. Le bombe su Teheran per Vladimir Putin non sono una buona notizia. Per tre ragioni: gli ayatollah sono alleati storici del Cremlino, che però per soccorrerli deve mollare sul fronte ucraino; l’Iran ha sin qui fornito a Mosca i droni «martire» per attacchi via area a basso costo e alta intensità, come capita da mesi a Zaporozhzhia, ma ora non è più in grado di esportarli; la strategia aggressiva di Donald Trump ha isolato la Russia, perché, caduti Nicolás Maduro e Bashar al-Assad, con la morte di Ali Khamenei a Putin sono rimasti come alleati solo la Cina, parte dei Brics e la Bielorussia. Può consolarsi vendendo più petrolio a Pechino, che deve rimpiazzare quello iraniano (vale circa il 20% del consumo cinese), ma è sicuro che per Putin prima si risolve il conflitto in Iran e meglio è.
Ieri il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, lo ha ammesso con una dichiarazione all’agenzia di stampa Vesti. Due sono i messaggi di Peskov: «La guerra in corso non è la nostra guerra e solo chi ha iniziato la guerra in Medio Oriente può fermarla», corredato dall’affermazione per cui «la Russia non è in grado di fermare questa guerra». Il Cremlino non vuole (o non può) farsi trascinare sul «fronte» di Teheran e non si vuole alienare una possibilità di trattativa con Donald Trump, qualora permanesse lo stallo in Ucraina.
La conferma arriva dal ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, che, a rafforzare la «linea Peskov» che fa risaltare come «l’Iran non ha chiesto nessun aiuto a Mosca se non sul piano politico», ha fatto sapere: «Facciamo appello perché si crei un fronte unito per porre fine alla guerra nel Golfo Persico». Mosca - ha aggiunto Lavrov - «farà tutto il possibile anche in seno al Consiglio di sicurezza e all’Assemblea Onu per creare un’atmosfera che renda completamente impossibile il perdurare dell’operazione contro l’Iran». Tradotto: a Mosca questa guerra dà fastidio.
Lo certifica anche Volodymyr Zelensky, che rafforza l’impressione che Vladimir Putin potrebbe voler attivare i colloqui di «pace» con Donald Trump per stabilizzare la situazione in Ucraina.
Zelensky, nei giorni scorsi, aveva detto che la guerra in Iran indeboliva l’Ucraina nella prospettiva che gli Usa rallentino gli aiuti militari proprio nel momento in cui l’esercito russo inizia a dare segni di fragilità. E tuttavia il blocco delle forniture di Teheran verso la Russia oggi ribalta, almeno in prospettiva, la situazione. Il presidente ucraino, a proposito dei negoziati, ieri ha affermato: «Nella notte abbiamo parlato con gli Stati Uniti, forse verrà cambiato il luogo del vertice, verrà posticipata la data di qualche giorno a causa della guerra in Medio Oriente». Ha poi ribadito che per quanto si dica che Putin sarebbe pronto a fermare il conflitto se gli venisse ceduto il Donbass, lui non ha alcuna intenzione di accettare questa condizione, ma ha rilevato - con una dichiarazione a Rai Italia - di non credere al disimpegno russo dall’Iran. «Sono sicuro», ha detto Zelensky, «che i russi forniscono armi al regime iraniano. Possono fornire componenti elettronici per i missili Sayyad. Se i servizi segreti dei nostri partner condivideranno le informazioni, questo sarà confermato. Nei missili iraniani ci sono componenti di produzione russa. La Russia all’Iran può fornire sistemi di difesa aerea. Ne ha in abbondanza». Ma sembra una dichiarazione destinata a raffreddare la possibilità che gli Usa siano propensi ad accettare colloqui col Cremlino in questa fase. Una cosa è certa: il conflitto in Iran, per Putin, è come i vaccini Covid: ha diversi effetti avversi.
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
Leader adirato per il veto sul prestito da 90 miliardi. Budapest s’indigna e rilancia: «Lasci passare il petrolio russo o usiamo la forza». Kiev (tramite Kallas e su input Usa) offre al Golfo antidroni in cambio di contraeree.
Forse si è fatto prendere la mano dalle uccisioni mirate di Usa e Israele in Iran. Fatto sta che, ieri, Volodymyr Zelensky ha passato il segno, arrivando praticamente a minacciare di morte il primo ministro dell’Ungheria. Cioè di uno Stato membro dell’Unione europea.
Durante un punto stampa, il presidente ucraino ha alluso a «una persona», chiaramente Viktor Orbán, che tiene fermo il prestito da 90 miliardi promesso da Bruxelles al suo Paese: «Spero che non lo blocchi», ha detto Zelensky, «altrimenti daremo il suo indirizzo ai rappresentanti delle nostre forze armate: lasciamo che siano loro a chiamarlo e a parlargli nella loro lingua». Trattandosi di militari, quella «lingua» non possono che essere i proiettili. E quindi, qual è il piano del leader di Kiev? Far sparare al premier magiaro? Spedirgli un drone? Organizzare uno di quegli attentati con cui, in Russia, la resistenza si è già vendicata di diversi esponenti del regime di Vladimir Putin?
L’intimidazione ha indignato il ministro degli Esteri di Orbán, Peter Szijjarto: Zelensky, ha tuonato, è andato «oltre ogni limite. Questa è l’Ucraina. Questo il tipo di “cultura” che arriva da Kiev. Ed è questo l’uomo che Bruxelles ammira e il Paese che vogliono far entrare rapidamente nell’Unione europea». Il premier ungherese, dal canto suo, ha evocato la possibilità di «usare la forza» per consentire il transito del petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba, qualora l’Ucraina continui a tenerlo chiuso. C’è proprio la querelle attorno a questa infrastruttura, che sta lasciando a secco anche la Slovacchia di Robert Fico, alla base del veto di Budapest, Bratislava e pure di Praga all’accordo, raggiunto nel Consiglio Ue di dicembre, sul prestito di riparazione a Kiev. Erogazione dalla quale, peraltro, le tre nazioni del blocco di Visegrád erano state esentate. Ieri, interpellato dall’agenzia Nova, il ministro degli Esteri slovacco, Juraj Blanar, ha bocciato anche l’ipotesi di un incontro con Zelensky: «Come potrebbe aiutarci», ha lamentato, visto che dall’Ucraina «non c’è risposta» sulla riattivazione della pipeline?
La figura barbina, come al solito, rischia di farla l’Europa: in un documento preparatorio per le conclusioni del vertice che si terrà il prossimo 19 marzo, visionate dall’Agi, si legge infatti che i capi di governo intendono chiedere a «Paesi terzi» un aiuto «per contribuire a colmare il divario rimanente di 30 miliardi di euro nelle finanze dell’Ucraina». Altro denaro da spedire in uno Stato al collasso finanziario, che evidentemente i membri Ue non sono più in grado di corrispondere, considerata la nuova emergenza economica derivante dal conflitto in Medio Oriente. Fondi che, con il cappello in mano, i 27 - o meglio, i 24, tolti evidentemente Orbán, Fico e Andrej Babis - sono pronti ad andare a cercare dai partner. In primis, il Regno Unito. Bruxelles, comunque, non ha espresso solidarietà a Orbán per le minacce.
La situazione è grave ma non è seria. Lo conferma la campagna dell’Alto rappresentante dell’Unione, Kaja Kallas, impegnata a sponsorizzare l’altra trovata di Zelensky: proporre ai Paesi del Golfo uno scambio tra sistemi antidrone e contraeree. Durante un briefing, il comandante in capo della resistenza ha manifestato il desiderio di «ricevere in modo discreto missili Pac-3 dai Paesi del Medio Oriente e trasferire loro droni per l’intercettazione». L’idea è la seguente: Kiev ha maturato una notevole esperienza sul campo; le monarchie sunnite hanno i Patriot; una transazione, ora, potrebbe avvantaggiare tutti. L’estone gli è corsa dietro e ha sottolineato che l’Iran scaglia «gli stessi droni che attaccano ogni giorno» l’Ucraina, la quale possiede le competenze per «aiutare i Paesi del Golfo». Alla fine, la missione sembra aver avuto l’avallo Usa: Washington, ha riferito Zelensky, gli avrebbe chiesto «supporto specifico nella protezione dagli shahed», i droni iraniani.
Il numero uno della diplomazia europea ne ha approfittato per esortare l’Ue ad «accelerare la produzione di droni e intercettori di droni». Il famoso «muro» che sta tanto a cuore a Ursula von der Leyen. Ma dietro la bizzarra foga piazzista della Kallas si celano grosse inquietudini sull’impatto che l’ennesima guerra avrà nell’Est: «Le capacità di difesa necessarie in Ucraina adesso si stanno spostando anche in Medio Oriente», ha notato. Pure Zelensky, che ieri ha discusso con Giorgia Meloni del famigerato prestito Ue e l’ha ringraziata per le forniture energetiche italiane, ha ammesso che «c’è preoccupazione per i segnali che parlano della continuazione di questa operazione militare» in Iran. Essa potrebbe indurre Washington a «ridurre le forniture di difesa antiaerea» per Kiev. Di sicuro, Donald Trump è sempre più impaziente di arrivare a una pace: Zelensky «deve darsi da fare e chiudere un accordo», ha rimarcato ieri su Politico. Putin sarebbe «pronto a un’intesa». Sarà per dimostrare buona volontà, allora, che Zelensky, in un’intervista al quotidiano britannico The Independent, ha ventilato l’ipotesi di rinunciare alla ricandidatura al termine del conflitto con la Russia. Cosa farà dopo? Delirio su Orbán a parte, avrà la stoffa di un Churchill ma non quella di un sicario.
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La famiglia Trevallion (Ansa)
Nuovo clamoroso colpo di scena nel caso della famiglia nel bosco: il tribunale respinge la ricusazione della psicologa e dispone il trasferimento dei bambini in un’altra struttura con l’intervento della forza pubblica. La madre verrà rimandata a casa, separata dai figli.
Nuovo colpo di scena nel caso della famiglia nel bosco: il Tribunale ha respinto la ricusazione della psicologa finita al centro delle polemiche e ha disposto il trasferimento dei bambini in un’altra struttura. I piccoli verranno spostati con l’intervento della forza pubblica, mentre la madre sarà rimandata a casa. Una decisione che separa ancora di più la famiglia, nonostante i pareri di esperti e neuropsichiatri e i segnali di disponibilità al dialogo mostrati dai genitori.
La decisione arriva mentre il caso continua a far discutere e dopo giorni di polemiche sulla gestione della perizia psicologica disposta dal Tribunale dei minori dell’Aquila. Proprio su questo punto si era concentrato l’ultimo sviluppo della vicenda, con le proteste dei legali della famiglia.
Questa mattina Nathan e Catherine Trevallion dovevano sottoporsi a una sessione - l’ultima - di test obbligatori per la perizia richiesta dal Tribunale dei minori dell’Aquila ai fini di valutare le loro condizioni psicologiche e le loro capacità genitoriali. Domani mattina toccherà ai loro tre figli affrontare i test.
Gli appuntamenti precedenti non sono andati benissimo. Durante uno di questi mamma Catherine ha avuto un malore, esausta per le condizioni in cui si trova da mesi e per le centinaia di domande che le venivano poste. Questa volta, però, la situazione è persino peggiore, di sicuro più imbarazzante. A svolgere i test sarà infatti Valentina Garrapetta, la giovane psicologa reclutata da Simona Ceccoli, perita individuata dal Tribunale. Già: parliamo della psicologa che pubblicava online commenti offensivi e irrisori sulla famiglia nel bosco, post su Facebook che La Verità ha documentato e che sono stati oggetto di una istanza di ricusazione presentata dagli avvocati dei Trevallion. I legali, giustamente, ritenevano e ritengono assurdo che a valutare genitori e bambini sia una professionista che condivideva pubblicamente commenti denigratori nei loro riguardi. La Garrapetta si è maldestramente difesa con una lettera surreale inviata al Tribunale. «Come è bene leggere dai post stessi», scriveva la psicologa, «essi sono stati pubblicati in un contesto temporale significativamente precedente alla designazione quale ausiliaria; avevano carattere esclusivamente personale; esprimevano una generica posizione di sostegno nei confronti di assistenti sociali, giudici e magistrati che, in quei giorni, risultavano esposti a critiche particolarmente aggressive sui social network. Tali espressioni non possono in alcun modo essere interpretate come indice di pregiudizio, orientamento preconcetto o perdita di neutralità professionale». Insomma, la dottoressa non solo non ha negato l’esistenza dei post, ma ha malamente cercato di spiegarli sostenendo che fossero difensivi di giudici e assistenti sociali.
Ebbene, questa persona oggi e domani valuterà i Trevallion. Il Tribunale ha semplicemente evitato di rispondere alla ricusazione presentata dagli avvocati, non si è nemmeno degnato di commentarla. Ergo la Garrapetta svolgerà come previsto i test sui poveretti di cui a novembre si faceva beffe online. La vicenda è allucinante, anche perché si tratta dell’ennesima ingiustizia commessa nei riguardi di una famiglia che non ha fatto nulla di male. Il Tribunale continua a ignorare ogni segnale proveniente dai Trevallion, non considera i loro cambiamenti, la loro disponibilità al dialogo. Non si è mosso nemmeno di fronte all’incredibile atteggiamento della psicologa, che rende contestabile l’intera perizia (la psichiatra Ceccoli ha confermato piena fiducia alla collega: segno che evidentemente ne conosceva o peggio condivideva le posizioni).
«La nostra posizione è assolutamente ferma e resta la stessa», commenta Danila Solinas, avvocato dei Trevallion. «Rimane l’opposizione che abbiamo già depositato attraverso l’istanza di ricusazione». Secondo la legale, il comportamento del tribunale costituisce «un segnale atipico, sicuramente. Riteniamo che i post della psicologa», continua Solinas, «siano chiari e non vadano spiegati in alcun modo. Parlano da soli, parla il riferimento ai cosiddetti cialtroni che faceva in uno di quei post, utilizzava questa espressione. Per noi questo dimostra una totale mancanza di imparzialità e di neutralità».
Quando facciamo notare all’avvocato che la Garrapetta ha affermato che quei post erano una difesa dei giudici, la risposta è netta: «Ancora peggio, ancora peggio. Mi sembra una sorta di captatio benevolentiae che semmai aggiunge un profilo di responsabilità a quanto già fatto. Che la psichiatra Ceccoli le abbia confermato la fiducia ci lascia assolutamente perplessi. Ci aspettavamo che quanto accaduto la inducesse a una riflessione circa l’opportunità di continuare».
A lasciare ancora più perplessi, tuttavia, è la posizione del Tribunale, che ha sostanzialmente ignorato - nonostante il notevole clamore mediatico - gli incredibili post della psicologa, consentendole di partecipare agli incontri con la famiglia.
«Mi aspettavo che qualcosa venisse fatto prima e soprattutto che si desse la giusta attenzione a quanto emerso», commenta Danila Solinas. «Qui non abbiamo un’istanza fatta sulla base di un’antipatia personale o di un giudizio assolutamente soggettivo che poteva provenire da una parte. L’istanza è stata fatta sulla base di elementi scoperti da voi, visibili da tutti e, credo, di una gravità estrema. A me sembra che in questa vicenda ognuno - e mi riferisco alle istituzioni, a tutti i soggetti che a vario titolo si sono avvicendati - sia unicamente orientato a una difesa corporativa, anche dinanzi a evidenze macroscopiche come quelle di cui avete parlato. Evidenza che lasciano supporre un interesse personale o un’esposizione personale che è difficile provare, come ha fatto la Garrapetta, a scindere dal ruolo professionale. Tutto questo mi preoccupa molto perché mi sembra che si sia completamente perso di vista il bene primario di cui a parole continuano a parlare tutti, ma che poi nella sostanza è totalmente messo in secondo piano. Mi riferisco naturalmente ai tre bambini».
I tre bambini che domani saranno valutati in un clima che è difficile immaginare sereno. «Ho forti dubbi anch’io sulla serenità», dice l’avvocato Solinas. «Ma non per noi, perché noi andremo con la stessa serenità con cui ci siamo approcciati sin dall’inizio a questa consulenza. Piuttosto faccio fatica a pensare che, dall’altra parte, qualcuno che si è espresso con toni così sarcastici possa mostrare imparzialità, a maggior ragione in questo momento».
Quelli previsti per oggi e domani sono gli ultimi incontri previsti fra le esperte e la famiglia. Poi la dottoressa Ceccoli avrà parecchio tempo a disposizione per trarre le sue conclusioni e completare la perizia. A quel punto il Tribunale dovrà esprimersi in un senso o nell’altro. Per ora sembra proteggersi dietro una coltre di silenzio. Eppure prendono diverse richieste. Gli avvocati dei Trevallion non hanno solo ricusato la psicologa ma hanno anche chiesto che la famiglia sia ricongiunta. La casa protetta di Vasto in cui mamma e bambini risiedono da mesi ha invece chiesto che i Trevallion siano spostati altrove. La sensazione è che il Tribunale non abbia voluto allontanare la psicologa e cambiare collocazione ai bambini per non complicarsi la vita e non dover rallentare o fermare la perizia. Il risultato però è che i Trevallion saranno testati da una professionista che non pare imparziale.
Nel frattempo i bambini non stanno granché bene. «Sono bambini che da circa tre mesi e mezzo non escono dalla struttura», dice l’avvocato Solinas. «Bambini che erano abituati a vivere all’aria aperta, in costante contatto con la natura. Al netto di tutte le altre considerazioni su cui abbiamo ampiamente dibattuto, credo che sia difficile poter sostenere che in questo momento i bambini stiano bene». Questo è ciò che si è ottenuto togliendo i bambini da casa: ora stanno rinchiusi, lontani dai genitori e valutati da chi li insultava.
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Elly Schlein e Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
Pd, M5s, Iv e Avs attaccano: «Meloni va in radio, ma scappa dal Parlamento». Le opposizioni chiedono il cessate il fuoco in Iran e il rifiuto di concedere le strutture in Italia per i raid Usa. Sulla stessa linea il generale: «Chi inizia un conflitto senza avvisare è un alleato?».
L’opposizione punta il dito contro i ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto. Ma nel senso letterale: al culmine di un dibattito rovente, il deputato di Italia viva Roberto Giachetti si rivolge a Tajani: «La sua linea», dice ad alta voce Giachetti, «non è mai o è raramente coincidente con quella del vicepresidente Salvini. Non venite a dirci favole, nel governo non dite le stesse cose. È un fatto politico che la premier invece di venire in Parlamento stia in radio a fare il suo monologo. Lo capite che questa è politica?». A quel punto Tajani gesticola, e Giachetti si scatena: «Lei se lo mette sa dove quel dito?», dice al ministro degli Esteri. Un momento di alta politica, in una giornata che vede le opposizioni compatte nella critica all’assenza del premier Giorgia Meloni e più in generale alla linea del governo, considerata completamente appiattita sui desiderata di Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Critiche, quelle della sinistra, che sono per molti versi simili a quelle che nelle stesse ore il generale Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale, rivolge al governo nel corso di un incontro con la stampa estera. Pd, M5s e Avs sono compatte su una risoluzione in cui si chiede, tra l’altro, l’immediato cessate il fuoco in Medio Oriente e di non concedere le basi italiane per le operazioni militari di Stati Uniti e Israele in Iran. Particolarmente pungente il discorso di Peppe Provenzano, del Pd: «La premier va al tg e alla radio», attacca Provenzano, «e non spende una parola in Parlamento. Ma chi è la Meloni, Churchill che parla a Radio Londra? Noi lo sappiamo perché: perché gli avremmo ricordato che nel 2018 invitava al rispetto del diritto internazionale e delle regole nell’interesse di un Paese come il nostro. Il governo deve dircelo oggi che noi escludiamo le basi per una guerra che è contraria ai nostri valori principi e interessi».
L’assenza di Giorgia Meloni è uno dei punti su cui di più insiste il centrosinistra. Il premier, la cui presenza in Aula era prevista per il 18 marzo con le comunicazioni alla vigilia del Consiglio europeo, ha anticipato l’incontro a mercoledì.
«Quante volte avete sentito Giorgia Meloni», sottolinea il leader del M5s Giuseppe Conte in un video pubblicato sui social, «chiedere che io andassi a riferire in Parlamento? Ma io venivo e rispondevo a tutte le domande. Giorgia Meloni, tu però sei scappata dal Parlamento, hai preferito fare un monologo in radio eppure siamo di fronte a una crisi internazionale tra le più gravi degli ultimi anni. Ti aspettavamo, invece hai mandato due ministri del tutto inadeguati tra approssimazioni varie e ferie a Dubai e ancora oggi noi non conosciamo nulla. Perché non condanni questi attacchi di Stati Uniti e Israele che sono del tutto unilaterali e offrirete le nostre basi che sono qui sul nostro territorio», aggiunge Conte, «per queste iniziative che sono in violazione del diritto internazionale?».
«Qual è la valutazione politica», chiede la segretaria del Pd, Elly Schlein, «del governo italiano su questi attacchi? Perché siamo tutti d’accordo che il regime iraniano deve fermare le inaccettabili ritorsioni, ma per noi si devono fermare anche i bombardamenti di Trump e di Netanyahu». Durissimo Matteo Renzi: «Nel governo», attacca il leader di Iv, «c’è una guerra strisciante: qualcuno nei servizi di intelligence che ha preso di mira il ministro della Difesa. C’è un conflitto tra il ministro Crosetto e il sottosegretario Mantovano». A Tajani, che prende di mira Renzi dicendo «È facile andare nel Golfo a fare conferenze ben pagate, è molto più difficile tutelare i cittadini italiani», l’ex premier risponde così: «Mi pagano per parlare alle conferenze? Non più perché la legge italiana lo vieta. A Tajani nessuno lo paga per parlare, ma per tacere». E veniamo a Vannacci, che per ora sta recitando la parte dell’opposizione da destra al governo, ma non esclude, alle prossime politiche, di rientrare in coalizione. Il generale si vede già «boots on the ground»: «Se l’Italia entrasse in guerra», annuncia Vannacci, «tornerei a servire l’esercito. Se ci fosse una guerra aperta in cui richiamano i riservisti sarebbe possibile. Ma mi auguro che non avvenga. Io sono in pensione. Ma nel caso dovesse succedere obbedisco alla chiamata della patria». Dai toni lirici si passa a una valutazione politica: «Io non voglio mettere assolutamente in dubbio l’alleanza atlantica», argomenta Vannacci, «ma dobbiamo valutare se tutti in questa situazione si sono comportati da alleati. L’inizio di guerra senza una condivisione e una comunicazione preventiva, con effetti che investono lo spazio europeo, è un comportamento da alleati? Credo che i rischi saranno molto alti rispetto ai benefici che si potranno trarre da questa guerra. L’Iran è una nazione estremamente estesa, con indicatori di progresso pregevoli. Il regime change lo vedo abbastanza difficile. Se gli obiettivi sono quelli citati vedo la strada in salita». Arriva addirittura l’elogio al premier spagnolo Pedro Sánchez: «Sánchez ha valutato», dice Vannacci, «saggiamente, che questa decisione fosse negli interessi della Spagna. Dovrebbero sempre venire prima gli interessi nazionali».
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