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2026-02-21
L’ultima arringa di Lagarde: adesso rinfaccia agli altri i difetti dell’Unione europea
Christine Lagarde (Ansa)
Il capo della Bce contesta il sistema globale fondato su «mercantilismo e coercizione». Ovvero, i pilastri dell’Ue a trazione franco-tedesca. Che lei fa di tutto per ripristinare.
Christine Lagarde giura al Wall Street Journal che terminerà il suo ottennio a capo della Bce, iniziato nel 2019, smentendo la versione del Financial Times: il quotidiano britannico la dava in uscita anticipata, per consentire a Friedrich Merz ed Emmanuel Macron - soprattutto a Emmanuel Macron - di individuare il suo successore all’istituto di Francoforte prima delle presidenziali francesi del 2027, sulle quali incombe lo spettro della vittoria della destra.
Non sarebbe certo il primo favore che la presidente della Banca centrale, in teoria al di sopra degli interessi della nazione di provenienza, concede all’inquilino dell’Eliseo: a ottobre, La Verità documentò il massiccio acquisto di titoli transalpini, nonostante l’esplosione del deficit al 5-6% del Pil. Una mossa che ha consentito a Parigi, in una fase tesissima, di limitare i danni alle finanze pubbliche. Mario Draghi, per dire, non era stato altrettanto comprensivo con l’Italia: nel 2018, in vista della legge di bilancio targata Lega-5 stelle, per la quale si prevedeva un rapporto deficit/Pil al 2,4%, il predecessore di Lagarde bloccò la compera dei Btp, lasciando impennare lo spread. Intanto, stando alla ricostruzione di Bloomberg, la Francia si appresta a varare una finanziaria con deficit al 5%, alla faccia dei piani per sistemare i conti. Arriverà una letterina di richiamo, tipo quella che Jean-Claude Trichet e l’inossidabile Draghi indirizzarono al governo Berlusconi nel 2011?
Lagarde, per sua stessa ammissione, ci tiene a mantenere i glutei tonici. Pare che il marito apprezzasse. Non c’è modo di verificarlo, ma se la signora ha una cosa tosta, quella di sicuro è la faccia. Non si spiega altrimenti la sua prolusione alla Columbia Law school di New York, dove, nella notte italiana tra giovedì e venerdì, ha accettato il Wolfgang Friedmann memorial award 2026. «Sentiamo parlare molto di un “nuovo ordine mondiale”», ha argomentato, «ma il cosiddetto nuovo ordine non è nuovo: è un ritorno a vecchi schemi di coercizione e mercantilismo. Non è mondiale, perché la maggior parte dei Paesi non lo vuole. E non è un ordine, perché rappresenta piuttosto l’assenza di uno». Da che pulpito: e l’ordine europeo che cosa è stato?
Di coercizione e mercantilismo, nel Vecchio continente se ne intendono. Tutta l’architettura dei trattati Ue è stata congegnata per consolidare l’imperialismo economico tedesco, imperniato sul surplus commerciale e sull’abbassamento del costo del lavoro - traduzione: compressione di diritti e retribuzioni - pur di rendere competitive le merci esportate dalla Germania. Non a caso, è sullo squilibrio nella bilancia dei pagamenti che si è consumato l’attrito con gli Stati Uniti. Anche prima della guerra dei dazi con Donald Trump, che per il tycoon si complica alla luce della bocciatura rimediata alla Corte Suprema, l’asimmetria aveva irritato le amministrazioni americane.
Favola per euroscettici? Mica tanto. A dicembre 2024, lo ammise persino Draghi, criticando la «preferenza» delle élite europee per «una costellazione economica […] basata sullo sfruttamento della domanda estera e sull’esportazione di capitale con bassi livelli salariali». Un modello che l’ex banchiere centrale giudicava «non più sostenibile». È da quella forzatura che è nata l’austerità. Ed è dall’austerità che hanno tratto linfa i vituperati movimenti populisti e sovranisti, che oggi, complice l’immigrazione incontrollata, a sua volta leva per l’ulteriore compressione dei compensi più risicati, vengono accusati di mettere a repentaglio la tenuta dell’Ue. È poco onesto additare la pagliuzza nell’occhio degli altri (Trump, che almeno punta a rivitalizzare la domanda interna), avendo ignorato per anni la trave nel proprio.
In pieno spirito revisionista, Lagarde ha fornito una versione tutta sua dei fatti: «Il sistema internazionale» di cui si osserva il tramonto, ha dichiarato alla platea della Grande Mela, «non è stato un’imposizione dei forti sui deboli: è stato costruito nel corso dei secoli da Paesi grandi e piccoli insieme e ha garantito risultati straordinari, dalla riduzione delle guerre tra Stati all’espansione del commercio globale e alla diminuzione della povertà». La tesi, quindi, è che l’ordine emerso dal secondo conflitto mondiale fosse una specie di prodotto spontaneo, il risultato di una dinamica naturale, quasi la condizione di default dell’umanità. Un’opzione neutrale. È il vecchio trucco della tecnocrazia per legittimarsi: presentare sé stessa quale esito di un processo razionale, orientato dalla sua verità intrinseca e oggettiva e non da una marca ideologica. Spiace: sono falsità.
Non era neutrale la scelta di somministrare a tutti gli Stati membri dell’Unione la disciplina ordoliberale, stratagemma con cui trasferire ricchezza dal Sud al Nord, dalle colombe ai falchi. Non era neutrale la sistematica demolizione del welfare. Non era neutrale il progressivo smontaggio della democrazia in nome dei «parametri», delle raccomandazioni della Commissione e delle missive della Bce. E non è neutrale la crociata verde della banca sotto la stessa Lagarde, anche se viene coperta dal velo della scienza e dalle ricerche che proverebbero, come conseguenza degli eventi meteo, il rischio di choc finanziari per i Paesi già esposti sui mercati.
«La storia», ha pontificato ieri la numero uno dell’istituto di Francoforte, «dimostra che un semplice equilibrio di potenza tra rivali può durare a lungo, ma quando crolla il prezzo è altissimo». Meglio preservare il vecchio squilibrio di potenza? Sì, se è grazie a esso che si comanda... E per farlo, ha ammonito la funzionaria francese, occorre realizzare delle riforme «con realismo, ambizione e cooperazione». «Se vogliamo che tutto rimanga com’è», ha chiosato Lagarde citando Il Gattopardo, «bisogna che tutto cambi». Le avranno spiegato che quello non era un motto positivo?
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2026-02-21
Tabarelli: «Bene gli aiuti alle famiglie ma il dl Bollette riduce la produzione di energia»
Davide Tabarelli (Ansa)
- L’esperto: «L’aumento di 2 punti di Irap rischia di tagliare gli investimenti delle utility. Sono soddisfatte le Pmi, ma questo scontro a chi porta vantaggi?».
- Fabio Zanardi (Assofond): «Il Cbam è un dazio sulle materie prime che dobbiamo importare».
Lo speciale contiene due articoli
«La Cina va a carbone, gli Stati Uniti producono gas, la Francia punta sul nucleare e la Spagna sulle rinnovabili. Ecco se lei mi chiede un giudizio sul decreto Bollette, mi domando in che direzione stia andando l’Italia e mi sembra che questo provvedimento non sposti granché. Anzi finisce per esacerbare gli animi tra le piccole imprese (rappresentate da Confindustria) e i grandi produttori di energia, con i primi che ne escono vincitori e i secondi che vanno all’attacco. Cui prodest?».
Davide Tabarelli è il presidente di Nomisma Energia e dà una valutazione in chiaroscuro del decreto Bollette. Non è un fautore del disaccoppiamento e ancora meno gli piacciono gli Ets. Parla di giusto palliativo per il bonus da 115 euro per le famiglie vulnerabili e dell’incremento del 2% dell’Irap sui produttori come di una misura comprensibile di ridistribuzione, ma molto pericolosa perché mette a rischio gli investimenti e se mancano gli investimenti diventa ancor più difficile risolvere il vero problema energetico del Paese, la scarsa diversificazione delle fonti.
Presidente, pensare di risolvere tutti i problemi creati da anni di politiche energetiche sbagliate con un decreto non è eccessivo?
«Certo, ma il punto è inquadrarli i problemi per andare nella giusta direzione. Dieci anni fa eravamo qui che ci stavamo “scannando” sul referendum delle trivelle e non le abbiamo volute, nessuno parla del rigassificatore di Piombino, abbiamo chiuso le centrali a carbone di Monfalcone, Fusina (Venezia) e La Spezia, mentre su Brindisi e Civitavecchia si naviga a vista. Questi sono problemi che non vengono affrontati. Poi non ci meravigliamo se in Cina l’energia costa un terzo».
Come poteva affrontare questi problemi il decreto?
«Magari incentivando le Regioni che non mettono i bastoni tra le ruote ai progetti che possono portare a una diversificazione della produzione energetica. Oppure al contrario imponendo dei balzelli a chi lo fa».
In compenso il decreto prova a sterilizzare il sistema degli Ets. È la direzione giusta.
«Da sempre sostengo che il sistema di scambio delle quote di emissione dell’Ue vada cambiato, ma non credo sia possibile farlo unilateralmente. L’iniziativa che parte da un singolo Paese al massimo può mettere pressione sulla Commissione. Lo spero fortemente ma nutro dei dubbi».
Non è d’accordo neanche con il disaccoppiamento del prezzo dell’energia elettrica da quello del gas. Eppure è una misura che stabilizzerà i prezzi.
«Penso che sia un meccanismo farraginoso che si scontra con i principi basilari del commercio che invece dovrebbero essere semplici e lineari proprio per facilitare la trasparenza e garantire la libertà ai partecipanti del mercato di fare prezzi in base alle loro esigenze. Questo meccanismo impone dei vincoli pur di eliminare l’accoppiamento».
C’è stata molta polemica per l’aumento di due punti dell’Irap ai produttori d’energia. I titoli sono crollati e il ministro Pichetto Fratin ha parlato di «oscillazioni naturali». Cosa ne pensa?
«Credo che siamo di fronte a un provvedimento comprensibile, perché lo Stato aveva bisogno di ridistribuire ricchezza dalle grandi aziende produttrici alle piccole e medie aziende, ma comunque emergenziale. Il pericolo però è che i gruppi colpiti per attutire il colpo riducano gli investimenti e quindi anche le risorse per produrre nuova energia. Per il sistema Paese sarebbe un grande problema perché abbiamo una disperata necessità di aumentare l’offerta energetica».
In compenso arriva un bonus da 115 euro per le famiglie vulnerabili. Un aiuto per 2,7 milioni di persone.
«Bene, ma parliamo comunque di un palliativo. Palliativo che si ripete negli anni. E dal governo Draghi che andiamo avanti di bonus in bonus e quindi bene ha fatto il governo a dare un supporto a chi più è in difficoltà. Ma sempre di pezza si parla».
Invece quali sarebbero state le sue misure prioritarie?
«Quelle di cui le ho parlato fino ad adesso. Se l’Italia vuol colmare il gap energetico rispetto ai competitor europei e soprattutto alla Cina, non si può che ripartire dalla necessità di aumentare l’offerta e di diversificarla. Che vuol dire più rigassificatori, tenere aperte le centrali a carbone, più produzione di gas nazionale e di rinnovabili e nell’ottica di lungo periodo puntare sul nucleare. Noi invece siamo ancora qui a battagliare con gli Ets e con i veti di degli ambientalisti e dei territori».
Colpa dell’Europa e dei fanatismi green. Dell’utopia delle rinnovabili panacea di ogni male.
«Certo, ma anche noi potremmo fare qualcosa in più».
«La tassa europea sul carbonio è una tragedia per le fonderie»
Il Cbam, il meccanismo che introduce una tassa sulle emissioni di CO2 incorporate in determinati beni importati da Paesi extra Ue e si applica a settori ad alta intensità di carbonio, quali ferro, acciaio, cemento, alluminio, sta paralizzando il settore delle fonderie. Dopo una fase transitoria iniziata nel 2023, è diventato operativo da gennaio scorso e impone agli importatori di acquistare certificati per coprire le emissioni incorporate. Il problema è che per alcune materie prime l’Europa e l’Italia sono fortemente dipendenti dall’estero, come conseguenza del blocco dell’attività estrattiva per motivi ecologici di rispetto dell’ambiente. A questo handicap si aggiunge la strategia green di Bruxelles che vara le norme di decarbonizzazione senza dare il tempo al mercato di organizzarsi. Ma andiamo con ordine. Una fotografia dello scenario ci vien fornita da Fabio Zanardi, presidente di Assofond, l’associazione di Confindustria che rappresenta le fonderie italiane. «L’avvio delle regole del Cbam è un colpo di grazia in un settore già in crisi». Zanardi non esita a definire la normativa europea come «una tragedia» giacché «nasce come misura di protezione ma diventa un dazio aggiuntivo sulle materie prime che siamo costretti a importare fuori dall’Europa».
Zanardi si riferisce alla ghisa di cui hanno bisogno i fondi per i processi di fusione e che l’Europa prima acquistava dalla Russia a buon mercato ma ora con le sanzioni, è costretta a rivolgersi unicamente a Sud Africa, Brasile, Ucraina che fanno pagare il prodotto di più.
«Intanto i concorrenti cinesi e indiani continuano ad acquistare la ghisa russa e ci fanno concorrenza». A questo problema si è aggiunta la sovratassa sul carbonio imposta dalle regole Cbam su questi materiali. «Siccome il Cbam è una tassa sul carbonio delle emissioni dirette se l’azienda cinese usa il fondo elettrico non ha emissioni dirette. Quelle correlate all’uso delle materie prime non vengono considerate dalle norme europee. Anche le nostre fonderie usano il forno elettrico ma la ghisa la compriamo a caro prezzo non essendo produttori. Questo è lo squilibrio commerciale con i competitor asiatici», afferma Zanardi.
Poi ricorda che «un impianto che potenzialmente potrebbe produrre la materia prima è l’Ilva di Taranto ma sappiamo quale è la situazione». Quindi da una parte la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, tuona contro la dipendenza dell’Europa dai fornitori asiatici ma dall’altra non solo non fa nulla per superare questo squilibrio ma aggiunge regole che penalizzano l’industria dell’Unione.
«Come associazione europea delle fonderie abbiamo chiesto a Bruxelles di escludere dal Cbam prodotti quali i lingotti di alluminio e la ghisa in pani. La decisione alla fine è politica e temo che i tempi siano lunghi nonostante il pressing del governo Meloni e di Confindustria».
C’è anche un altro aspetto «folle» della normativa. «Le nuove regole di calcolo della CO2 ci sono state comunicate a dicembre quindi a ridosso dell’entrata in vigore della normativa. Inoltre non sappiamo ancora quanto costeranno i certificati Cbam per coprire le emissioni incorporate. Sappiamo solo che entro settembre 2026 saranno identificati gli enti certificatori che possono verificare quanta CO2 c’è nei vari prodotti. Sappiamo che pagheremo una tassa su quanto importiamo ma non si sa bene di quanto sarà. Gli importatori non riescono a fare i listini. C’è un caos tale che a gennaio le transazioni di ghisa si sono bloccate». Zanardi spiega che «gli importatori di ghisa pagheranno la tassa sulla CO2 a metà 2027 perché solo a febbraio 2027 saranno disponibili i certificati da acquistare per le quote di carbonio. Pertanto oggi l’importatore non sa che prezzo applicare al prodotto e in via cautelare tende a considerare come se ci fosse il livello massimo di CO2».
Quanto al decreto energia, «il governo ha dimostrato buona volontà ma le carte sono in mano a Bruxelles. Quindi siamo in attesa di quello che la Commissione farà».
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Danila Solinas (Getty images)
L’avvocato della famiglia nel bosco, prigioniera del Tribunale perché non potrebbe nemmeno tornare in Australia con i figli, lamenta la «violazione della privacy» dei bimbi: «La struttura esclude persino la nonna ottantenne ma apre le porte alla Rai».
Forse bisognerebbe smettere di chiamarla famiglia nel bosco. La verità è che i Trevallion sono da tempo la famiglia prigioniera. Rapita da uno Stato che la vessa e la svilisce, e che non sembra ascoltare nessuna delle voci che invitano alla ragione. Non i neuropsichiatri della Asl di Vasto che suggeriscono di ricongiungere genitori e figli, non gli appelli del Garante dell’infanzia che chiede la stessa cosa.
I Trevallion sono in balia delle istituzioni che in teoria dovrebbero avere cura di loro e pur essendo cittadini stranieri non possono nemmeno andarsene dall’Italia che toglie loro i figli. «Potrebbero farlo in teoria, ma senza i bambini e quindi sarebbe assolutamente impensabile per loro», sospira Danila Solinas, avvocato della famiglia. E spiega che anche le autorità dei Paesi di origine per ora restano a guardare. «I consolati si stanno interessando a questa vicenda ma hanno inteso agire nel rispetto della legge italiana, confidando nella giustizia italiana».
Ma quale è davvero oggi il quadro della situazione, avvocato?
«Io sono sbigottita, mi creda, turbata da quello a cui ho assistito in questi ultimi giorni. Innanzitutto quella che è stata presentata come la lettera di Catherine, depositata anche in tribunale».
Era un documento molto forte, lo abbiamo per questo pubblicato anche noi.
«Ma infatti i giornalisti fanno il loro lavoro. Il problema è un altro. Quel testo era una chat privata fra la madre e la tutrice. Un messaggio che era stato peraltro sollecitato dalla stessa tutrice il giorno in cui eravamo insieme dalla consulente. Catherine in totale buona fede scrive delle osservazioni volte a spiegare il suo turbamento, le sue perplessità, le sue criticità, e quindi lo fa, ripeto, in totale buona fede, salvo poi trovarsi quello scritto depositato in tribunale e diffuso sui giornali. A quello scritto nessuno ha risposto ma ce lo siamo ritrovati in prima pagina sul quotidiano Il Centro, senza che noi ne sapessimo nulla. Si chiede che questi genitori si fidino delle istituzioni, si sollecitano in tal senso, però poi si strumentalizza nel modo più bieco un atto di fiducia. Io sono assolutamente sconcertata. E aggiungo un’altra cosa ancora più grave».
Quale?
«Ho visto un servizio sulla Vita in diretta, il programma di Rai 1, nel quale addirittura si vedeva una ex responsabile della struttura di accoglienza aprire le porte al giornalista e alle telecamere, consentire di inquadrare la cameretta dei tre bambini, entrare nel merito di questa vicenda, nel tentativo di smentire la madre».
Si è detto infatti che le porte della struttura sono chiuse e questo crea grande difficoltà ai bambini.
«Nel servizio la signora fa vedere questa porta che dall’interno potrebbe aprirsi con il maniglione, appunto per smentire queste affermazioni. Omette però che la porta viene chiusa a chiave e quindi i bambini urlano e si disperano la notte, perché vorrebbero la madre, una madre che non sempre li sente, visto che sta due piani più su. Ricordiamoci che questa è la stessa struttura che ha vietato al padre il pranzo di Natale, perché asserisce che ci sono regole da rispettare, ma poi apre le porte alle telecamere».
Nel frattempo apprendiamo che i bambini devono essere sottoposti a esami del sangue. Perché?
«Si tratta di analisi che sarebbero state prescritte dalla pediatra, ma di cui non comprendiamo il senso. Ci è stato semplicemente comunicato che ci saranno, ma non è stato in alcun modo concertato, non ci si è in alcun modo interfacciati con la famiglia. Io davvero non mi capacito. E vogliamo aggiungere ancora una cosa?».
Prego.
«Questi bambini hanno una nonna che ha più di 80 anni e che vive dall’altra parte del mondo, che è venuta qui per cercare di rivederli perché altrimenti chissà se li avrebbe potuti mai rincontrare. A lei è negato l’accesso alla struttura, come alla zia e al cuginetto, se non in momenti assolutamente contingentati, due volte a settimana. Si è parlato tanto della cosiddetta socializzazione, e poi viene negato il contatto affettivo con i parenti? E intanto quella struttura poi apre le porte al giornalista della Vita in diretta. Mi dica lei se lo trova lecito, corretto. Io sono turbata, non riesco a usare un aggettivo diverso».
La sensazione è che ci sia stato un irrigidimento delle istituzioni da cui non si vuole in alcun modo retrocedere.
«Guardi, questa famiglia sta veramente subendo una gogna mediatica che è inaccettabile, ma soprattutto subisce l’atteggiamento di soggetti che dovrebbero essere interlocutori terzi e imparziali e che invece si dimostrano tutt'altro. Questo mi allarma e mi preoccupa fortemente perché usciamo dal perimetro delle regole. Questi genitori sono stati sollecitati, invitati anche in modo deciso al rispetto delle nostre regole. E poi coloro che dovrebbero fare osservare queste regole invece le trascurano… La violazione della privacy a cui abbiamo assistito con quel servizio televisivo è gravissima. Ed è gravissimo il modo in cui è stato trattato lo scritto di Catherine. Ci si lamenta che la signora non sia collaborativa, che non abbia fiducia, ma come potrebbe mai averla? Un messaggio privato, sollecitato, viene sbattuto nel corpo di una relazione per fare intendere che Catherine sia oppositiva. Tra l’altro il suo messaggio chiaro, trasparente, mai offensivo. E ci lamentiamo che la signora non collabora...».
Il punto è: voi che strumenti avete per uscire da questa situazione?
«Noi abbiamo stigmatizzato tutto, io ho appena depositato un ulteriore atto al Tribunale per i minorenni perché ritengo che la violazione a cui abbiamo assistito sia gravissima e ho preso posizione sulla relazione della tutrice. Perché ritengo che la violazione della privacy e la strumentalizzazione della posizione materna siano assolutamente da stigmatizzare. Credo però che vadano attenzionati soprattutto i bambini perché in questa vicenda nessuno ne parla».
Il fatto è che, per come funziona la giustizia minorile, o il tribunale decide di cambiare linea oppure c’è poco da fare.
«Ma io mi aspetto a questo punto che il tribunale prenda davvero posizione perché siamo andati oltre. Oltre il limite dell’accettabilità, il limite del lecito, il limite del consentito. E di nuovo: non mi riferisco ai giornalisti che fanno il loro lavoro, mi riferisco a chi usa gli spazi mediatici. Si è preteso il silenzio dei genitori e sono tre mesi e mezzo che mantengono il riserbo più assoluto, lo hanno mantenuto anche quando era davvero difficile, perché qui è uscito davvero di tutto. Però poi consentiamo a figure che tra l’altro vengono pagate dallo Stato, non ce lo dimentichiamo, la violazione della privacy e della vita dei minori».
Sembra che su Catherine ci sia particolare accanimento da parte di chi dovrebbe dialogare con lei.
«Questa madre viene assolutamente bistrattata, continua a essere oggetto di attenzioni e invece dovremmo capire che dietro ci sono tre bambini che oggi continuano a soffrire e di questo però nessuno pare che si preoccupi. Insistono sulla madre perché è più facile, perché è un bersaglio facile, è stata individuata come il soggetto su cui riversare ogni tipo di argomentazione negativa. Lei, in questo momento, rispettosamente, ha scelto la via del silenzio, ma questo non può consentire ad altri di esondare dal proprio ruolo».
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Continua l’inchiesta sul presunto ostruzionismo verso i rimpatri dei dottori di Ravenna. E gli indagati adesso salgono a otto.
Tra settembre 2024 e gennaio 2026, su 64 persone in attesa di espulsione ben 34 sarebbero state valutate non idonee al trasferimento nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr), 10 avrebbero rifiutato la visita venendo quindi liberate, solo 20 sarebbero entrate nei centri. E diventano otto, sugli undici del reparto Malattie infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna, i medici indagati per aver dato parere negativo circa l’idoneità di stranieri irregolari al trasferimento nelle strutture.
Per la Procura di Ravenna, che ipotizza il reato di falso ideologico continuato in concorso, i camici bianchi farebbero parte di una rete di attivisti che ostacola l’ingresso nei Cpr per motivi ideologici. D’altra parte, già a marzo 2024 la Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm), assieme alla Rete Mai più lager -No ai Cpr e all’Asgi, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, lanciavano un appello chiedendo «a tutto il personale sanitario una presa di coscienza sulle condizioni e sui rischi per la salute delle persone migranti sottoposte a detenzione amministrativa nei Cpr». Allegata all’esortazione pubblica, c’era anche una bozza di modello da utilizzare per negare l’idoneità.
In base a quali criteri i medici dell’ospedale di Ravenna (sei donne e due uomini) abbiano scartato l’ingresso nei centri per un numero alto di irregolari, è oggetto di indagine. Certo, non ci comprende come mai «un senegalese di 25 anni arrestato dopo avere molestato e palpeggiato sette lavoratrici tra stazione e biblioteca. E un ventiseienne del Gana diventato celebre alle cronache locali dopo avere distrutto la pensilina dei bus davanti alla stazione ferroviaria e avere commesso un furto in un supermercato del centro», figurassero tra i non idonei, come riporta il Resto del Carlino. «Irregolari ma non idonei insomma: tuttavia con motivazioni ritenute dagli inquirenti assenti o arbitrarie tanto che è ora emerso che entrambi i medici che avevano vergato quei documenti sono indagati».
Nei giorni scorsi in Emilia - Romagna ci sono stati flash mob di solidarietà, con rivendicazioni dell’autonomia di cura dei dottori (mai messa in discussione, se non in epoca Covid) e cartelli contro i Cpr definiti lager. Tiziano Carradori, direttore dell’Ausl Romagna, ha difeso la correttezza degli otto sanitari affermando che «si sono attenuti a una procedura esplicita pubblicizzata sul sito aziendale e adottata in seguito al protocollo sottoscritto fra Ausl e prefettura».
C’è un’inchiesta in corso, quindi lasciamo operare i pm ravennati Daniele Barberini e Angela Scorza. Non si capisce, però, tutta questa levata di scudi in difesa della deontologia medica. La sinistra sta cavalcando il caso per partito preso. «Dichiarazioni e manifestazioni iper enfatizzate a favore degli indagati hanno investito tanto il piano politico quanto quello istituzionale, suscitando non poche perplessità sull’obiettivo che si voleva raggiungere», ha commentato su Ravenna Today Luca Cacciatore, segretario locale della Lega.
L’effetto è stato quello «di una sorta di pressione indiretta per mettere in discussione una legittima inchiesta ancora in corso, attraverso una plateale difesa d’ufficio preventiva degli indagati», ha poi aggiunto. A livello medico, poi, c’è stata una reazione spropositata. Dopo il pessimo intervento di Filippo Anelli, presidente della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei medici e degli odontoiatri, che si è sentito in dovere (in questo caso) di tuonare: «L’esercizio professionale del medico è fondato sui principi di libertà, indipendenza, autonomia e responsabilità […] Questi sono i nostri doveri, questa è la nostra professione: lasciateci liberi di metterli in pratica», altri camici bianchi si sentono toccati nel vivo.
«Una medicina subordinata all’ordine pubblico non protegge i cittadini. Una medicina intimidita non tutela i fragili. Una medicina delegittimata perde la propria funzione etica», scrive Antonio Ragusa, primario di Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale di Sassuolo e presidente del Comitato etico Aogoi, in una lettera a Quotidiano sanità. Il professore si dichiara preoccupato: «È pericoloso delegittimare pubblicamente un’intera categoria prima che i fatti siano accertati».
Ma nessuno lo sta facendo, si chiede chiarezza sul comportamento tenuto da alcuni medici in tema di certificazioni di idoneità. Come mai era legittimo farlo per chi esonerava dalla vaccinazione Covid, mentre adesso sarebbe oltraggioso «dell’autonomia medica e del diritto alla salute»? Se la magistratura sta indagando, elementi dovrà avere. E non è possibile continuare ad accettare che irregolari non siano nei centri, non vengano espulsi ma diversi di loro continuino a delinquere, a commettere aggressioni nei confronti della cittadinanza.
«La detenzione amministrativa nei Cpr non è una modalità che tuteli la salute di chi vi viene rinchiuso», sostiene il direttore dell’Ausl Romagna. Ieri l’assemblea dei 106 presidenti degli Ordini territoriali Fnomceo, riunita a Roma, ha chiesto la revisione della procedura relativa al trasferimento nei centri, che «deve riguardare esclusivamente lo stato di salute dell’individuo e non costituire atto autorizzativo». Una mossa che sarebbe dettata dalla preoccupazione: «La tutela dei soggetti fragili è obbligo deontologico e costituzionale».
Se la questione va affrontata diversamente, giusto farlo, ma non si aggira il problema dichiarando il falso e certificandolo, come ipotizza la Procura a carico degli otto medici.
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