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Ursula von der Leyen e Volodymyr Zelensky (Ansa)
- Ursula von der Leyen chiede che venga riparato l’oleodotto Druzhba, distrutto dai russi. Impossibile per Kiev a livello di costi e vite.
- Torna in mare la Sumud Flotilla e con lei parte pure Open Arms.
Lo speciale contiene due articoli
Quattro anni di guerra e quella avvilente sensazione di stallo totale: la Russia, seppure lentamente, avanza, l’Ucraina resiste grazie agli aiuti occidentali ma il recupero dei territori persi è un’utopia, gli Usa si sono praticamente disimpegnati e il cerino in mano è rimasto all’Europa, manco a dirlo divisa al suo interno, anche perché Ucraina e Slovacchia non vogliono (e non possono) rinunciare al petrolio russo. «La guerra in Ucraina», ha scritto ieri su X il presidente francese Emmanuel Macron, «è un triplice fallimento per la Russia: militare, economico e strategico. Mentre il Cremlino aveva promesso di conquistare l’Ucraina in pochi giorni, solo l’1% del territorio ucraino è stato conquistato, e Kiev ha persino riconquistato un po’ di terreno. A quale costo per i russi? Oltre 1,2 milioni di soldati russi sono stati feriti o uccisi: il numero più alto di vittime russe in combattimento dalla Seconda guerra mondiale. La guerra della Russia», ha aggiunto Macron, «ha rafforzato la Nato, di cui cercava di impedire l’espansione, ha unito gli europei che mirava a indebolire e ha messo a nudo la fragilità di un imperialismo obsoleto». Unito gli europei, ma mica tanto: di fronte ai proclami di Ursula von der Leyen e dei governi schierati sulla linea della resistenza, Mosca fa la voce grossa: «Gli obiettivi dell’operazione militare speciale», ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, «non sono stati ancora pienamente raggiunti, quindi l’operazione continua. La Russia rimane aperta a raggiungere i suoi obiettivi con mezzi politici e diplomatici.
Il lavoro in questo campo continua, gli interessi della Russia saranno garantiti in ogni caso». In sostanza, il Donbass sarà nostro, con le buone o con le cattive, fa sapere Vladimir Putin. Dicevamo delle divisioni interne alla Ue: ieri la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha firmato il prestito di sostegno all’Ucraina da 90 miliardi di euro a nome del Parlamento europeo per «per sostenere i servizi pubblici essenziali in funzione, per mantenere forte la difesa dell’Ucraina, per salvaguardare la nostra sicurezza e libertà condivise, per conseguire una pace reale e duratura e per ancorare il futuro dell’Ucraina in Europa». Ma il prestito è bloccato dal veto del premier ungherese Viktor Orbán, che nonostante il suo via libera al Consiglio europeo di dicembre, un semaforo verde arrivato attraverso una assenza «tecnica», assieme a Repubblica Ceca e Slovacchia, ora vuole bloccare tutto. Pietra del dissidio tra Ungheria e Slovacchia da una parte e il resto dei 27 dall’altra, l’oleodotto Druzhba, che porta il petrolio a Budapest e Bratislava e che è stato seriamente danneggiato durante la guerra, con diversi attacchi soprattutto tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026.
Niente petrolio, niente prestito: ieri, attraverso una lettera inviata al presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, che lo aveva sollecitato a rispettare le decisioni della Ue, sottolineando che «qualsiasi violazione di tale impegno costituisce una violazione del principio di leale cooperazione», Orbán ha risposto a muso duro: «I fatti sono fatti», ha sottolineato il leader ungherese, «non ci sono ostacoli tecnici alla ripresa dei trasferimenti di petrolio all’Ungheria attraverso l’oleodotto Druzhba. Richiede solo una decisione politica dall’Ucraina. Come sai, sono uno dei più disciplinati e fattuali membri del Consiglio europeo», ha aggiunto Orbán rivolgendosi a Costa, come scrive Public Policy, «comprendo pienamente le tue preoccupazioni. Ma di certo vedrai anche l’assurdità della situazione: noi prendiamo una decisione finanziaria a favore dell’Ucraina che io personalmente disapprovo, poi l’Ucraina crea una emergenza energetica in Ungheria e tu mi chiedi di fare finta che non sia successo nulla. Gli ucraini sanno esattamente cosa fanno e perché lo fanno. Lo fanno per rovesciare il nostro governo e sostituirlo con uno favorevole a Kiev. Non sosterremo il blocco petrolifero ucraino, lo romperemo. Di questo possono essere certi sia a Bruxelles sia a Kiev».
Sulla stessa linea dura la Slovacchia, che lunedì scorso ha sospeso l’assistenza elettrica d’emergenza all’Ucraina, in attesa della ripresa delle forniture di petrolio. Confusa e infelice, come di consueto, Ursula von der Leyen: la presidente della Commissione ieri ha detto che l’Ucraina dovrebbe «accelerare» la riparazione dell’oleodotto Druzhba, e pochi secondi dopo lo stesso Volodymyr Zelensky, accanto a lei in conferenza stampa, l’ha gelata: Riparare l’oleodotto Druzhba, che è stato «distrutto dai russi», ha detto il presidente ucraino a quanto riporta l’Adnkronos, «costerebbe all’Ucraina in termini di persone, un prezzo molto alto da pagare. Sta a Viktor Orbán parlare con Vladimir Putin: non può essere che la Russia distrugge, l’Ucraina ripara e poi la Russia attacca ancora, mentre stiamo riparando le infrastrutture. Nel caso dell’oleodotto Druzhba», ha aggiunto Zelensky, «è già successo una volta, e ci sono stati feriti tra il personale inviato a rimediare ai danni causati dai russi. Quindi dovremmo riparare per cosa? Per perdere gente? E’ un prezzo molto alto». Si brancola nel buio, dunque, mentre anche dalla Conferenza episcopale dei vescovi arriva l’invito a perseguire le strada dei negoziati: «Quattro anni», ha detto ieri il presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, «di enormi sofferenze. Quindi, speriamo che finiscano presto. Dobbiamo spingere tutti quanti e speriamo che anche l’Europa scelga di aiutare più che può la composizione, il dialogo per mettere fine a questa tragedia, che ogni giorno che passa vuol dire persone che non tornano a casa e sofferenze che durano tutta quanta la vita. L’impegno è questo e speriamo anche che l’Europa scelga diciamo una presenza ancora più forte». Fino ad ora l’Europa ha spinto più per continuare la guerra che per cercare la pace. A quattro anni dall’inizio del conflitto, questo è un dato di fatto incontrovertibile.
La coalizione per portare aiuti (durante la prima missione davvero pochi) a Gaza
Open Arms sta annunciando ai quattro venti che il 12 aprile salperà da Barcellona per Gaza. Assieme a movimenti globali come Maghreb Sumud Flotilla, Global Movement to Gaza, Sumud Nusantara, People's Flotilla Movement e sostenuta da organizzazioni locali e internazionali, prenderà parte alla missione primaverile della Global Sumud Flotilla.
Coalizione «nata come risposta diretta alle richieste dei palestinesi di Gaza», e che attraverso un tam-tam mediatico compiacente rimette in mare piccole (costose) imbarcazioni «per rompere l’assedio illegale imposto dall’occupazione israeliana a Gaza» e portare aiuti umanitari. La scorsa estate si era visto il flop della prima spedizione proprio nel portare viveri e medicinali.
Trasportavano «una quantità irrisoria» di beni, «inferiore a quella contenuta in un singolo camion», denunciò a ottobre l’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled. Quella di Flotilla era poco più che una provocazione politica, come lo sarà anche la crociera d’aprile al di là degli accorati appelli ad aiutare in concreto la popolazione di Gaza. L’ha dichiarato la stessa portavoce, Maria Elena Delia, spiegando la portata della nuova missione «la più ampia mai realizzata in questo contesto: oltre cento imbarcazioni, più di tremila partecipanti provenienti da oltre cento Paesi, almeno mille operatori sanitari insieme a ingegneri, educatori, osservatori dei diritti umani e giornalisti».
Al quotidiano online Faro di Roma ha però precisato «Ripartiamo perché riteniamo che il silenzio e la normalizzazione siano ormai parte del problema. La nostra missione vuole interrompere questa dinamica: riportare l’attenzione sulla realtà, riaffermare la centralità dei diritti umani e impedire che la crisi di Gaza venga trasformata in una condizione permanente accettata dal mondo».
L’aveva osservato uno come Simone Perotti, fondatore di Progetto Mediterranea e sempre pronto a partire, scrivendo lo scorso agosto sul Fatto Quotidiano che non si sarebbe unito alla flotta. Per diversi motivi: «Nemmeno un pacco di farina verrà recapitato ai palestinesi, ne possiamo essere certi. E poi non condivido la logistica, che sembra più imposta dall’esigenza di spettacolarizzazione che dal senso economico e organizzativo di ogni impresa». Perché partire da porti così lontani da Gaza come Barcellona, scriveva, perché «sperperare centinaia di migliaia di euro in materiali, gasolio, pezzi di ricambio».
Con il protagonismo di chi salpa, aggiungiamo noi, in una missione sicuramente molto lontana dalle esigenze dei palestinesi. Eppure, Open Arms sostiene di muoversi perché «l’invasione, il genocidio continuano», così come attacca la politica migratoria europea per le morti nel Mediterraneo «conseguenza di decisioni politiche convenienti, codarde e disumane». Assieme a World Central Kitchen, organizzazione fondata dallo chef José Andrés, ha già realizzato due missioni verso Gaza.
La Ong, fondata e diretta dall’attivista catalano Òscar Camps, riceve sempre il sostegno, anche finanziario, dell’attore Richard Gere che assieme alla moglie Alejandra era in prima linea ai festeggiamenti dello scorso settembre per i dieci anni di Open Arms. Gere appoggia Flotilla, così come nel 2019 era salito sull’imbarcazione per «portare solidarietà» ai migranti che la Ong voleva a tutti costi far sbarcare a Lampedusa e non portare in Spagna, come invece doveva fare secondo quanto stabilito dal Tribunale di Palermo che ha assolto il vicepremier Matteo Salvini, allora ministro dell’Interno.
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Famiglia Trevallion (Ansa)
- Per l’ufficio pubblico che li dirige serve un legale per proteggere dalla «cattiva stampa» chi è coinvolto nel caso. A nostre spese.
- Si mettono in croce le forze dell’ordine ma si fa spallucce con altri servitori dello Stato.
Lo speciale contiene due articoli
Come siamo stati ingenui: pensavamo che, nella triste vicenda della famiglia nel bosco, le vittime fossero prima di tutto i bambini, strappati alla loro casa e trattati come piccoli selvaggi. E poi i loro genitori Nathan e Catherine, assaltati dalle istituzioni e presentati alla stampa come pericolosi squinternati. Ma ci sbagliavamo. Le vere vittime, scopriamo, sono gli assistenti sociali. Davvero. Il punto è che in tutta questa storia essi rischiano un grosso danno di immagine. Motivo per cui, poveri, hanno dovuto trovarsi un avvocato che li tuteli, ovviamente a spese dei contribuenti.
Non è uno scherzo di cattivo gusto: sta tutto scritto in un documento ufficiale scovato di cui Gianluca Lettieri ha pubblicato stralci sul quotidiano il Centro. Si tratta del verbale di deliberazione dell’ufficio di piano dell’Ecad 14 Alto Vastese, cioè l’ente che si occupa della gestione dei servizi sociali di 21 Comuni abruzzesi. Il 19 febbraio questo ufficio «si è riunito per discutere e organizzare le attività in merito al seguente ordine del giorno: incarico di consulenza e assistenza stragiudiziale per la tutela della funzione e dell’immagine di codesto ente d’ambito quale gestore dei servizi sociali dell’Ambito in relazione alla vicenda dei minori T». Tradotto dal burocratese, significa che i responsabili hanno discusso di come tutelare l’immagine degli assistenti sociali alle loro dipendenze coinvolti nel caso della famiglia Trevallion.
Giova ricordare che da questo Ecad dipende tra gli altri Veruska D’Angelo, ovvero l’assistente sociale di cui gli avvocati dei Trevallion, circa un mese fa, hanno chiesto la revoca definendola «ostile» e spiegando che non avrebbe «svolto il proprio incarico con l’imparzialità richiesta dal ruolo». Secondo i legali, la donna mostrava pregiudizi, scagliandosi «contro metodi educativi ritenuti diversi e per ciò sbagliati». Atteggiamenti che, a detta degli avvocati, «hanno compromesso il sereno accertamento degli accadimenti». Anche parlando con la Verità, i rappresentanti dei Trevallion avevano contestato il fatto che l’assistente sociale avesse espresso giudizi molto duri dopo avere «visto i genitori ed i minori per un totale complessivo di cinque incontri» di cui tre «ingiustificatamente e incomprensibilmente alla presenza delle forze dell’ordine». Il procedimento nei riguardi della D’Angelo è stato archiviato, e ora arriva questa surreale decisione dell’ente gestore dei servizi sociali. Nella delibera si legge che è stata approvata «la bozza disciplinare di incarico di consulenza e assistenza stragiudiziale per la tutela della funzione e dell’immagine di codesto ente d’ambito quale gestore dei servizi sociali dell’Ambito in relazione alla vicenda dei minori T. all’avvocata Maria Benedetti».
Viene poi dato «mandato al responsabile del servizio finanziario del Comune di Monteodorisio a procedere alla sottoscrizione dell’incarico con l’avvocata Maria Benedetti». E viene approvato «l’impegno di spesa per il compenso spettante per quanto detto in premessa per un importo complessivo di euro 500». Certo, non è una cifra spaventosa, ma è il principio che conta: perché mai i contribuenti dovrebbero pagare per proteggere i servizi sociali da un danno di immagine? E quale danno poi? La verità è che in questa assurda vicenda i disastri comunicativi li hanno causati i rappresentanti delle istituzioni. Assistenti, tutrici, curatrici, maestre.... Tra queste figure non ve n’è una che non abbia rilasciato dichiarazioni alla stampa, per lo più ostili nei riguardi della famiglia o gravemente irrispettose della privacy dei bambini. È stato persino consentito l’accesso alla casa protetta di Vasto dove risiedono i piccoli Trevallion a una troupe televisiva.
Forse i servizi sociali hanno davvero bisogno di una consulenza d’immagine, ma non per proteggersi dagli attacchi di giornali e tv, bensì per difendersi da sé stessi. Oppure, se proprio vogliono tirare in ballo chi ha danneggiato la credibilità delle istituzioni, dovrebbero prendersela con la psicologa che pubblicava post insultanti contro la famiglia nel bosco sui suoi profili social. Quello si che è stato un colpo davvero brutto.
«Se sbagli, paghi» vale solo per le divise. Non per chi distrugge una famiglia unita
Chi sbaglia paga, dice Elly Schlein riferendosi al poliziotto Carmelo Cinturrino che pare abbia disonorato la divisa prima ancora che sé stesso. Trattandosi di una figura su cui gravano pesanti ombre, la severità è più che giustificata.
Il fatto, però, è che questo tipo di atteggiamento viene esercitato spesso e volentieri nei confronti di tutti gli esponenti delle forze dell’ordine e non soltanto verso coloro che si sono macchiati di nefandezze di varia natura. Di nuovo, potrebbe anche essere sensato: chi rappresenta le istituzioni deve mantenere integrità e rendere onore alla posizione che occupa. La sensazione, tuttavia, è che nei riguardi delle divise si esageri un poco: sui media si passano ai raggi x le loro azioni, si tende a stigmatizzarne gli interventi appena più ruvidi, si vaglia con puntiglio ogni azione. E va bene, sia pure. Ma ci si domanda legittimamente: perché con altri rappresentanti dello Stato la vigilanza non è così attenta? Come mai non si pretende la stessa, irreprensibile serietà da altre figure istituzionali?
Un esempio interessante ci è tornito dagli assistenti sociali, dai tutori e curatori che a vario titolo si occupano della cosiddetta famiglia nel bosco. Nell’arco di pochi mesi costoro hanno inanellato una serie quasi infinita di scivoloni, errori e pasticci (per essere gentili). C’è chi ha parlato con i media rivelando dettagli sensibili sulla vita dei bambini e dei genitori. Chi ha firmato con superficialità relazioni grossolane e carenti, piene di pregiudizi e piuttosto ostili.
Insomma, ci sarebbe molto da criticare, contestare e rimarcare. E in effetti molto è stato contestato anche dagli avvocati dei Trevallion. Tuttavia, sui media e nel dibattito politico, sembra che le carenze e gli errori di questi professionisti non rilevino. Anzi, guai ad avanzare qualche contestazione: subito sui giornali appaiono con grande risalto i comunicati indignati degli ordini professionali e dei difensori d’ufficio della categoria. Si pretende rispetto, si grida allo scandalo, si bercia di lesa maestà.
Quando un agente di polizia solleva il manganello in uno scontro di piazza non passa un istante che già si odono le voci degli illustri custodi mediatici della democrazia, pronti a deprecare atti tanto violenti e indegni. Si dice ogni volta che poliziotti e carabinieri siano professionisti e, dunque, dovrebbero sapere gestire con disinvoltura anche le situazioni più complicate, le emergenze più complesse. Ebbene, perché questo non vale per altri professionisti, quelli che portano via i bambini alle famiglie anche in assenza di maltrattamenti e abusi? Non dovrebbero costoro, in quanto appunto professionisti, evitare con estrema cura tutte le situazioni tensive? Non dovrebbero questi operatori sociali, esattamente come i poliziotti, lavorare al servizio dei cittadini e non contro?
L’assistente sociale che entra in conflitto con una famiglia (soprattutto se questa è fragile o problematica) è equiparabile a un poliziotto che picchia e spara senza ragionare come se fosse un giustiziere della notte. La differenza è che con gli agenti ogni volta si producono radiografie dettagliate di ogni caso, con molti altri si sorvola allegramente. Un discorso che dovrebbe essere esteso anche ai magistrati, sui quali una buona parte del mondo progressista sembra avere più di un pregiudizio favorevole. Non che la categoria sia composta da deprecabili, ci mancherebbe. Ma se un agente sbaglia lo si crocifigge, se lo fa un giudice la cosa passa senza eccessive conseguenze e sui media viene spesso accolta con tenerezza.
Chi veste una divisa ha il dovere di essere irreprensibile perché incarna la Repubblica. Chi segue bambini e genitori ha il dovere di esserlo ancora di più, perché impersona la mano dello Stato che interviene sui più deboli. Ma sembra che si tenda a dimenticarlo.
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Ansa
Gli avvocati dei Trevallion: «Violati principi di imparzialità, valuteremo se la psicologa Valentina Garrapetta aveva i requisiti». Nella domanda di ricusazione avanzata al Tribunale dei minori ci sono i nostri articoli. Chiesta anche la sospensione dell’allontanamento dei tre figli.
Dopo lo scoop della Verità sui suoi post su Facebook, il team legale dalla famiglia Trevallion ha depositato un’istanza di ricusazione nei confronti di Valentina Garrapetta, la psicologa trentenne scelta come ausiliaria dalla psichiatra Simona Ceccoli, nominata consulente tecnica d’ufficio dal Tribunale dei minori dell’Aquila sul caso dei tre bambini della famiglia nel bosco. Come raccontato dalla Verità, la Garrapetta, scelta per svolgere i test psicologici sui genitori e sui bambini, aveva pubblicato sui suoi social dei commenti durissimi nei confronti della vicenda. Post che per i difensori e i professionisti che affiancano i Trevallion nella battaglia per ricongiungere la famiglia, costituiscono un pregiudizio che fa venire meno la terzietà della psicologa.
Contattato dalla Verità, uno dei due legali della famiglia, Danila Solinas, spiega così i motivi della decisione, parlando di «assoluta violazione dei principi di imparzialità e terzietà, che in questo caso mi sembrano assolutamente violati».
L’avvocato dei Trevallion stronca anche la replica della psicologa che, dopo la pubblicazione dei nostri articoli, si era difesa dalle polemiche evidenziando di aver pubblicato i post (poi rimossi) sul suo profilo personale: «Mi sembra una risposta irricevibile, che non necessita di commenti ulteriori». Per questo, conclude Solinas, «chiederemo innanzitutto al Tribunale di valutare la condotta della professionista in una fase immediatamente antecedente l’assunzione dell’incarico e soprattutto quando il clamore mediatico era massimo». «E poi», aggiunge, «naturalmente valuteremo se, al tempo della nomina, avesse la qualifica per espletare il suo ruolo».
La richiesta al Tribunale, alla quale sono stati allegati anche i nostri articoli, poggia sul parere scritto dai due consulenti del team che difende i Trevallion, il professor Tonino Cantelmi, psichiatra psicoterapeuta, e la psicologa Martina Aiello, all’interno del quale sono ben esplicitate le perplessità sulle competenze della professionista. Perplessità che spetterà al Tribunale dirimere. Secondo il documento di otto pagine, che La Verità ha visionato, «l’ausiliaria designata risulta aver manifestato pubblicamente, tramite propri interventi sulla piattaforma Facebook, giudizi negativi, denigratori, svalutativi e connotati da evidente ostilità nei confronti dei genitori Catherine e Nathan Trevallion, datati 23-24-26-30 novembre 2025».
Secondo i due esperti, la psicologa scelta come ausiliaria avrebbe anche violato «l’obbligo di comunicare tempestivamente situazioni di incompatibilità o conflitto», mettendo così in difficoltà la Ctu che le ha affidato il ruolo di ausiliaria: «Nel caso in esame, la Ctu dottoressa Ceccoli fuorviata dalla ausiliaria dottoressa Garrapetta non è stata posta nella condizione di: effettuare anche le più basilari verifiche preliminari di opportunità; garantire un ambiente consulenziale neutro, come imposto dagli articoli 61,62 e 64 Codice di procedura civile e dai codici deontologici degli Ordini degli psicologi».
Le conclusioni sul punto sono ancora più pesanti: «La Garrapetta, per di più, risulta iscritta all’Albo degli psicologi dell’Abruzzo in data 28 aprile 2022 e dichiara di essere psicoterapeuta. Considerato che le scuole di specializzazione per il conseguimento del titolo di psicoterapeuta hanno una durata quadriennale e i regolamenti del Miur stabiliscono che la notazione come psicoterapeuta possa essere effettuata solo dopo quattro anni di effettiva iscrizione all’Albo, tale dato cronologico evidenzia un’incongruenza temporale e necessita di tempestiva verifica». Va detto che sul sito dell’Ordine degli psicologi dell’Abruzzo la dottoressa Garrapetta risulta in effetti avere la qualifica di psicoterapeuta, circostanza che, fino a prova contraria, presuppone il superamento (valutato e ratificato dall’Ordine) da parte sua del corso di specializzazione, che dura appunto quatto anni.
Ma il dubbio originato dalla data di iscrizione porta i due consulenti dei Trevallion a chiedersi se «l’ausiliaria abbia posto la Ctu nella condizione di selezionare collaboratori dotati di comprovata competenza fornendo alla stessa tutte le informazioni utili a tal fine. Tale aspetto - unitamente a quanto già esposto - determina un vulnus gravissimo a carico della ausiliaria in merito ai requisiti di terzietà, competenza e affidabilità».
Oltre a quella relativa alla ricusazione della psicologa, il Tribunale dovrà valutare altre due istanze presentate dei legali dei Trevallion, una sulla richiesta di sospensione dell’allontanamento dei figli dalla coppia e l’altra relativa al via libera dato dai responsabili della casa famiglia di Vasto dove alloggiano i tre bambini e la madre all’ingresso nella struttura di una troupe televisiva.
Intanto, dopo le polemiche degli ultimi giorni relativi all’incarico affidato alla Garrapetta, l’Ordine degli psicologi dell’Abruzzo ha diramato un comunicato, nel quale, dopo una lunga disamina sul ruolo dei Ctu, degli eventuali ausiliari e dei criteri di nomina, vengono dedicate alcune righe che, molto indirettamente, toccano l’oggetto della polemica: «L’Ordine presta, comunque, la massima attenzione al corretto utilizzo degli strumenti di comunicazione da parte dei propri iscritti e, ove necessario, interviene affinché lo stesso si svolga nel rispetto dei principi deontologici e, tra questi, prioritariamente, quello che impone allo psicologo di promuovere il benessere psicologico dell’individuo, del gruppo e della comunità». Senza alcun riferimento diretto ai post contestati alla loro iscritta.
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Monica Marchionni
La testimonianza che smonta le bugie di chi contesta la riforma: l’estrazione era accettata purché non infastidisse il sistema.
Mi presento: mi chiamo Monica Marchionni e sono in magistratura da oltre 30 anni. Sono un magistrato di provincia, anzi, nella considerazione dei più un magistrato di «serie Z» perché mi occupo della fase esecutiva, cioè di quella fase di cui non interessa niente a nessuno, ovvero dell’esecuzione della pena.
Si fa un gran parlare di certezza della pena, dovendosi questa intendere nella sua duplice finalità: retributiva e rieducativa. Ma a nessuno interessa se una persona, giustamente condannata perché ha commesso un grave crimine, sia stata correttamente punita e se dall’esecuzione di quella pena sia stata effettivamente rieducata. Eppure la nostra Costituzione, che tutti sventoliamo come custode dei diritti, lo prevede chiaramente. Forse questo è un altro tema però, o forse no; perché, se al processo penale venisse data corretta attuazione, non dovrebbe esservi un tale sbilanciamento tra le diverse fasi: indagini, processo, esecuzione della pena.
La stampa si occupa solo di arresti, di intercettazioni, di pubblicare il testo delle ordinanze di custodia cautelare in carcere, le motivazioni dei sequestri di beni patrimoniali, registra le conferenze stampa che le Procure allestiscono con buona pace della segretezza delle indagini, e poi trascura l’informazione nel momento in cui le indagini preliminari finiscono, quando si passa alla fase processuale. Non si parla mai, e dico mai, della vicenda di un uomo che, dopo una condanna, sia uscito dall’esecuzione della pena diverso, sia diventato un uomo nuovo.
La verità è che la «superstar» del processo penale oggi è il pubblico ministero. Nell’applicazione, ormai più che trentennale, del nuovo rito accusatorio si assiste a un netto squilibrio tra il peso, anche mediatico, del pm rispetto a quello del giudice (non oso nemmeno fare il raffronto con il ruolo del magistrato di sorveglianza perché potrei essere tacciata di blasfemia).
Penso che sia arrivato il momento di riportare le cose al loro posto, di riportare gli attori del processo nel ruolo che è stato loro attribuito dall’ordinamento. Non dobbiamo avere un pm superstar, ma un giudice super partes.
Questa esigenza è diventata ancora più stringente dopo che, nel 1999, l’articolo 111 della Costituzione è stato modificato con l’introduzione del principio del giusto processo, secondo cui tutti hanno diritto a un giusto processo davanti a un giudice terzo. Se il giudice deve essere «terzo», le altre due parti, il pm e la difesa, devono necessariamente essere da lui equidistanti. Questo mi pare tanto ovvio quanto banale, ma a rafforzare la necessità che si provveda in merito è la stessa Carta costituzionale che alla settima «disposizione transitoria» prescrive che l’ordinamento giudiziario debba essere adeguato ai principi costituzionali. Dalla modifica dell’articolo 111 discende, come ineludibile conseguenza, che anche l’ordinamento giudiziario venga parimenti mutato, con l’adeguamento al principio del giusto processo.
Su questo punto non vorrei spendere altre parole se non ricordare, a chi dice che la riforma è inutile perché ormai le funzioni sono separate, che proprio il fatto che lo siano state dimostra la necessità che si compia ora l’ultimo passo.
Ma veniamo al sorteggio. Su questo argomento mi permetto di raccontare brevemente la mia avventura di sorteggiata alle passate lezioni del Consiglio superiore della magistratura. Già, di sorteggiata, perché pochi, pochissimi sanno che una, sia pur larvata, forma di sorteggio è già stata prevista dalla cosiddetta riforma Cartabia per il caso di sproporzione di genere nelle liste presentate dalle correnti nei vari collegi.
I più ignorano che le elezioni del Csm si svolgono come vere e proprie competizioni elettorali. Le correnti, cioè la trasposizione all’interno dell’Anm delle diverse ideologie partitiche, presentano liste di candidati. Si vota col sistema proporzionale, quindi non per la persona che si ritiene più meritevole. Si dà una preferenza, ma poi sono le correnti a decidere a chi andranno i voti a seconda dell’ordine di presentazione in lista e così, ogni quattro anni, in vista delle elezioni schiere di magistrati candidati si recano negli uffici giudiziari a sostenere le ragioni della propria candidatura.
Alle scorse elezioni tra i candidati c’ero anch’io e non perché qualche corrente mi avesse scelta. Il mio nome era stato estratto a sorte dall’ufficio elettorale presso la Cassazione, perché nel collegio numero 4, composto da Calabria, Sicilia, Puglia e Basilicata, mancava il nome di una donna. Io non avevo mai fatto vita associativa, non mi ero mai interessata di altro se non di lavorare. Mi sono messa alla prova perché credevo fermamente che, dopo lo scandalo Palamara, fosse giunto il momento di ridare credibilità esterna alla magistratura (noi al nostro interno non abbiamo considerato affatto quello come uno scandalo, perché abbiamo sempre saputo con quali criteri avvenissero le nomine dei capi degli uffici).
Ho avuto un buon successo personale, ma ovviamente non è stato sufficiente. Credo, però, di avere fatto paura. Tutti i voti che ho preso, senza alcun sostegno, sono stati voti di chi, come me, credeva già allora nel sorteggio e nella impellenza di sgominare il sistema correntizio (in quel periodo furono raccolte più di mille firme di magistrati favorevoli al sorteggio).
Durante la mia campagna elettorale, in giro per i tribunali siciliani, i giovani magistrati a cui mi rivolgevo, rappresentando l’importanza di avere al Csm una persona libera, senza legami con le correnti, mi rispondevano che a loro era stato insegnato, fin dalla Scuola superiore della magistratura, di iscriversi a una corrente per avere la protezione necessaria in caso di esposti da parte di avvocati o cittadini.
Il sorteggio che ora propone questa riforma è ben altra cosa. Chi sarà sorteggiato non dovrà fare nessuna campagna elettorale e non dovrà presentare un programma; porterà al Csm, il proprio valore di magistrato, la propria integrità, quella con cui giudica ogni giorno della vita delle persone.
Ci si domanda: e se non sarà all’altezza? Ma si tratta di una domanda irricevibile perché se si ipotizza la modestia e l’inadeguatezza di un magistrato, è evidente che occorre rivedere i criteri di valutazione della professionalità dei magistrati. È fin troppo ovvio che se si è in grado di incidere sulla libertà personale di un cittadino e sul suo patrimonio si avranno anche le capacità di decidere in ordine al trasferimento o all’assegnazione di un incarico a un magistrato. Il Csm non è un organo di rappresentanza, non è un governo parallelo, né un parlamento parallelo, ma un organo amministrativo. Con leggi chiare e i criteri predeterminati si compiranno scelte amministrative nel nome del buon andamento della Giustizia.
Sono convita che la ragione per la quale la mia categoria si oppone così strenuamente alla separazione delle carriere è solo l’individuazione del metodo del sorteggio pensato per comporre sia i due Csm che derivano dalla separazione delle carriere, che l’Alta Corte disciplinare, metodo che, lungi dall’indebolire l’indipendenza della magistratura, la libererà dal gioco delle correnti contribuendo a dare attuazione concreta al principio ineludibile in una democrazia effettiva della separazione dei poteri.
Votare Sì significa liberare i magistrati, non assoggettarli a un potere esterno.
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