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Matteo Renzi (Ansa)
L’anno scorso il senatore di Italia viva si è regalato un appartamento, nel quartiere Trieste, da 1,25 milioni. La proprietà si aggiunge a due ville fiorentine che in tutto ne valgono 3,2. Dal 2018 i redditi complessivi sarebbero pari a 17 milioni di euro.
Paperone e immobiliarista. Matteo Renzi, mentre polemizzava con Giorgia Meloni per l’acquisto da parte della premier di una villa da 1,25 milioni di euro, zitto zitto si è comprato pure lui casa a Roma, investendo 1,25 milioni in una delle zone più esclusive della Capitale, il quartiere Trieste. Un immobile che si aggiunge a due ville fiorentine acquistate nella stessa via: una da 1,3 milioni e 11 vani (2018) e a un’altra da 1,825 milioni e 11,5 locali.
Quest’ultima è stata comprata nel dicembre 2024. Nell’occasione si è presentato davanti al notaio, in qualità di procuratore dell’ex premier, l’amico e senatore Francesco Bonifazi, il quale, per conto dell’ex sindaco, ha formalizzato l’affare con un noto avvocato fiorentino. La magione (accatastata come «villino») misura 266 metri quadrati e ha un giardino con un pozzo artesiano (per una superficie catastale complessiva di 1910 metri). L’ex premier ha acquistato, al prezzo di 100.000 euro, anche un terreno adiacente di «forma e giacitura irregolari» grande 2.410 metri quadrati. Per questa compravendita non sono stati utilizzati mediatori. Nel febbraio del 2024 Renzi ha anticipato 200.000 euro agli ex proprietari e, a fine novembre dello stesso anno, ha saldato l’intero importo. Sembra senza bisogno di accendere alcun mutuo. Pochi mesi dopo la realizzazione di questo affare, Matteo ha fatto il bis.
Il 27 maggio 2025 ha acquistato da un cinquantatreenne manager residente in Svizzera un appartamento posto al quarto piano di un palazzo signorile e composto da 9 vani (accatastati come «A2», abitazione civile residenziale, ma non di lusso) e una cantina per un totale di 174 metri quadrati, a cui va aggiunto un locale soffitta di altri 9 metri. Per questo immobile Renzi ha investito, come detto, 1,25 milioni e si è accaparrato una casa spaziosa a prezzo di mercato (nella zona gli immobili valgono tra i 6.000 e i 7.500 euro): 50.000 euro sono stati pagati attraverso la società mediatrice, la Engel & Völkers Market Center, specializzata in immobili di pregio. Altri 424.000 euro sono stati girati a Banca Intesa per estinguere il mutuo e altri 775.000 sono andati al venditore, con la causale «saldo compravendita».
Ma come ha fatto Renzi a comprare immobili del valore di circa 3,5 milioni di euro? In molti ricordano come il 17 gennaio 2018, durante la trasmissione Matrix di Canale 5, l’ex sindaco di Firenze avesse esibito, in un rigurgito di pauperismo, il suo estratto conto da 15.859 euro. Era ancora segretario del Pd ed era stato per tre anni primo ministro. Ma da allora tutto è cambiato. Nel 2018 Renzi è entrato in Senato. Da quell’anno al 2024 (redditi del 2023) ha dichiarato entrate per un totale di 12,1 milioni. A queste occorre aggiungere gli ultimi due anni di incassi, che farebbero crescere il tesoretto di altri 4,6 milioni, per un totale di 16,7. Per mettere da parte lo stesso denaro un normale parlamentare dovrebbe lavorare 160 anni. Il tutto grazie alla sua attività di consulente legato alla politica.
Ma questa età dell’oro sembrava essere stata messa in discussione nel dicembre del 2024, quando l’attuale governo ha introdotto il divieto per i parlamentari di svolgere incarichi retribuiti per soggetti pubblici o privati con sede fuori dall'Unione europea. Una norma che Renzi ha contestato ferocemente, ritenendola una misura ad personam, pensata per punirlo. Per questo la sua risposta non si è fatta attendere. Nel libro dedicato alla Meloni (L’influencer) e in alcune interrogazioni presentate dai parlamentari di Italia viva l’ex segretario dem e i suoi fedelissimi hanno cercato di accendere i riflettori sui regali istituzionali ricevuti dalla premier e su eventuali agevolazioni o sconti legati all'acquisto e alla ristrutturazione della villa da lei acquistata in zona Eur.
In particolare il senatore fiorentino ha rinfacciato alla Meloni le critiche che lei stessa gli aveva rivolto nel 2018 per l'acquisto della sua villa toscana.
Secondo il quotidiano Domani Renzi, che non ha ancora depositato la dichiarazione dei redditi del 2025, avrebbe messo a disposizione del Senato la documentazione di adesione al Concordato preventivo biennale introdotto dal governo Meloni nel 2024 per semplificare il rapporto tra Fisco e contribuenti di minori dimensioni.
Si tratta di un accordo con l'Agenzia delle entrate che consente di fissare in anticipo il reddito su cui pagare le tasse per un periodo di due anni, indipendentemente dai guadagni effettivi. Il dovuto viene calcolato dall’Agenzia sulla base delle ultime dichiarazioni presentate e gli eventuali maggiori redditi non vengono tassati. Le entrate previste da Renzi per 2024-2025 sarebbero state di 2,3 milioni l’anno, a fronte delle quali l’ex premier avrebbe versato nelle casse del Fisco meno di due milioni. Secondo il quotidiano, Renzi avrebbe scelto questa strada per non rendere pubblico il calo dei suoi affari dall’entrata in vigore della norma sopracitata. Ma, in realtà, il fu Rottamatore, in questo modo, potrebbe anche avere schermato un aumento degli incassi.
In ogni caso sono lontani gli anni delle ristrettezze. Nel 2012 Matteo fu costretto, insieme con i fratelli, ad accollarsi un mutuo per comprare la casa dei genitori, in difficoltà economiche. Nel 2018 arriva la prima svolta con il sontuoso contratto come autore e speaker televisivo del documentario Firenze secondo me e di altri due format. Un affare che venne gestito dall’agente delle star Lucio Presta. Alla fine Renzi incassò circa 800.000 euro, in parte utilizzati per rifondere il prestito versatogli da un amico fiorentino per l’acquisto della sua prima villa fiorentina. Per quella vicenda il fu Rottamatore e Presta vennero indagati e poi archiviati dalla Procura di Roma. I pm, infatti, avevano inizialmente ipotizzato i reati di emissione e utilizzo di fatture per prestazioni inesistenti e di finanziamento illecito. Alla fine la Procura stabilì che i contratti erano reali e che le prestazioni avevano una concreta valenza commerciale.
Nel frattempo Renzi ha iniziato la sua carriera all’estero di conferenziere lautamente retribuito, ma soprattutto di consulente. In Cina venne aperto un conto con il suo nome per fargli incassare i sudati emolumenti e in Arabia Saudita, grazie ai rapporti con il principe Mohamed bin Salman, è entrato in diversi comitati consultivi collegati ad alcuni grandi progetti culturali e infrastrutturali. Renzi ha pure ricoperto un ruolo nel consiglio di amministrazione di Delimobil, la più grande società russa di car sharing. Tutti incarichi che lo hanno fatto diventare uno dei parlamentari più ricchi e un appassionato investitore nel settore del mattone.
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Ansa
Gli avvocati della famiglia nel bosco denunciano: ormai le assistenti sociali si sono irrigidite e violano i loro stessi codici deontologici. Ignorate le perizie dei neuropsichiatri che chiedono di restituire i piccoli.
Alla fine di gennaio, i neuropsichiatri della Asl di Vasto hanno certificato che per i tre bambini della famiglia del bosco sarebbe «indispensabile favorire e ripristinare una consuetudine nella situazione affettiva, attraverso la garanzia di continuità dei legami familiari, al fine di estinguere i comportamenti di disagio evidenziati dai bambini, nell’ottica di una necessaria condivisione con la famiglia degli obiettivi didattici, di adattamento alla collettività tra pari e di scelte per il benessere dei minori». Semplificando, significa che i piccoli dovrebbero essere ricongiunti alla famiglia onde poter ritrovare serenità. Eppure sono ancora separati dal padre e di fatto anche dalla madre. Continuano a rimanere nella casa protetta di Vasto, dove vivono - così dicono la zia e la nonna che sono riuscite ad andare a trovarli - una situazione di tensione e angoscia.
E per quale ragione continuano a stare lì? Semplice: perché l’assistente sociale che li segue e i responsabili della struttura continuano a dimostrare una incredibile rigidità, insistono a puntare il dito contro la madre Catherine, sostenendo che sia poco collaborativa, anzi ostile. Nella relazione depositata dall’assistente sociale Veruska D’Angelo si legge che la madre manda messaggi «ambivalenti», insomma per l’ennesima volta si ribadisce che il ruolo della donna sarebbe in qualche modo ostativo al corretto sviluppo dei bambini.
«La relazione che i servizi hanno consegnato in realtà certifica il loro fallimento», dice alla Verità Tonino Cantelmi, il super esperto contattato dalla famiglia. «Di chi è la responsabilità di un fallimento relazionale, di una incapacità empatica di costruire una relazione con l’intera famiglia, se non dei professionisti che dovrebbero fare questo? È incredibile come in questa relazione venga sottovalutato il dolore di una madre che è stata privata di figli di 6 e 8 anni, il dolore dei figli stessi, evidente a tutti, ma invisibile per gli operatori e per il servizio sociale. Viene usato un linguaggio professionale pieno di giudizi e di pregiudizi, giudicante, privo di ogni riflessione autocritica sui propri fallimenti. Inoltre», continua Cantelmi, «persiste una sorta di ostinazione, non si è fatto tesoro del fallimento relazionale che ha preceduto il prelievo. Su questa fase sarà necessario aprire un vero dibattito e una riflessione profonda: sono stati commessi errori gravissimi, soprattutto una sostanziale incapacità di mediazione e di presa in carico dell’intera famiglia. Nell’ultima relazione non si è fatto tesoro degli errori commessi e sembra persistere una sorta di ostinazione in un percorso inutilmente doloroso. Ciò che dovrebbe fare oggi il servizio sociale e ogni persona che si occupa di questo caso, sarebbe prendere in carico l’intera famiglia e lavorare per la riunificazione della stessa. Non prendere coscienza di questo e non farlo ora configura profili di responsabilità importantissimi, di cui in futuro bisognerà tener conto».
A quanto pare, però, i servizi sociali e il personale della struttura protetta in cui si trovano i bambini e la madre non hanno intenzione di cambiare atteggiamento. Così almeno scrivono nelle relazioni depositate negli ultimi giorni. «Le relazioni sono due, ma sono pressoché sovrapponibili nel contenuto», dice Danila Solinas, avvocato della famiglia. «Una è appunto quella dell’assistente sociale. L’altra è quella che viene dalla direzione della struttura, nella persona della direttrice. Per quanto riguarda l’assistente sociale D’Angelo, la nostra posizione è assolutamente ferma, tant’è che abbiamo fatto per conto dei genitori un esposto in cui se ne chiedeva la revoca, proprio perché deduciamo una serie di violazioni di principi e del codice deontologico di riferimento».
Secondo l’avvocato, per ciò che riguarda l’assistente sociale emerge una «esasperazione dei rapporti, ed emerge come il ruolo di mediazione, di ponte fra le istituzioni e i genitori sia totalmente venuto a mancare. Non c’è alcun rapporto di terzietà, non c’è alcuna imparzialità: la relazione dell’assistente sociale risulta infarcita e impregnata di valutazioni che contrastano con i dati fattuali».
I dati di fatto sono esattamente quelli che sfuggono nel racconto che da mesi prosegue sui media, nutrendosi delle numerose indiscrezioni che sono state fatte circolare anche sul versante istituzionale. In tutta la narrazione fatta fin qui, ad esempio, manca un tassello fondamentale, ovvero: come stanno realmente i bambini? Quali sarebbero le riottosità della madre? Secondo l’avvocato Solinas, i bambini non stanno per niente bene. Gran parte della tensione nascerebbe da quel che accade la sera, quando i bambini devono andare a letto.
«Il problema è che i bambini vorrebbero dormire con la madre», dice l’avvocato. «In particolare uno dei bambini si sveglia con crisi di panico, con pianti e urla. E si pretende che la madre assista a tutto questo senza poter scendere al piano di sotto o senza poter far salire i figli al piano di sopra, perché questa è la regola. E allora io mi chiedo: ma davvero la regola può prevalere sulla sofferenza, prevalere sul buon senso? Per altro - è ultile rimarcarlo - in una situazione in cui non ci sono episodi di maltrattamenti, di abusi, di pericolo, di pregiudizio per la vita dei minori. Qui abbiamo a solo due genitori a cui si contesta una modalità di vita e non certo l’affidabilità o l’adeguatezza. E allora io mi chiedo», conclude l’avvocato, «è lecito imputare alla madre un irrigidimento oppure questa rigidità va imputata a chi in questo momento dovrebbe fungere da ponte?».
La risposta, alla luce dei fatti, è quasi scontata. La posizione degli assistenti sociali e di coloro che stanno seguendo i piccoli Trevallion rimane granitica, nonostante le opinioni dei neuropsichiatri, del garante dell’infanzia e di numerosi esperti che hanno preso la parola sul caso. Il problema, in fondo, è tutto lì: qualcuno si è impuntato, e con la scusa di fare il «migliore interesse» dei bambini continua a danneggiarli.
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Boni Castellane racconta un fatto agghiacciante che viene dal Canada: una donna sottoposta a eutanasia contro la sua volontà, dopo aver revocato il consenso. Entra in scena una terza entità: lo Stato, che valuta, decide e – se lo ritiene opportuno – impone la morte.
Ansa
La Procura di Milano ha disposto il controllo giudiziario per Foodinho, società che gestisce la piattaforma. I 40.000 fattorini in Italia sarebbero costretti a lavorare fino a 12 ore al giorno per 2,50 euro a consegna: retribuzioni da fame in contrasto con la Costituzione.
Un tempo il controllo sul lavoro aveva un volto: il caporale nei campi, il capo officina davanti alle macchine, il sorvegliante che misurava la produttività. Oggi quel controllo è affidato a un algoritmo, che assegna le mansioni, registra i movimenti, misura i tempi e incide direttamente sul salario senza presentarsi come un superiore gerarchico. È su questo mutamento della forma del comando che si innesta l’inchiesta della Procura di Milano, che ha disposto il controllo giudiziario d’urgenza di Foodinho srl, la società che gestisce in Italia la piattaforma Glovo, ipotizzando il reato di caporalato aggravato nei confronti di circa 2.000 rider a Milano e 40.000 in tutta Italia. Il provvedimento, firmato dal pubblico ministero Paolo Storari, dovrà essere vagliato da un giudice per le indagini preliminari entro dieci giorni ed è stato eseguito dai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro di Milano.
Nel registro degli indagati è finito l’amministratore unico della società, lo spagnolo Oscar Pierre Miquel, insieme a Foodinho ai sensi della legge sulla responsabilità amministrativa degli enti, per aver impiegato manodopera in «condizioni di sfruttamento» e «approfittando dello stato di bisogno» dei lavoratori. Secondo la Procura, a migliaia di rider sarebbero state erogate retribuzioni inferiori fino al 76,95% rispetto alla soglia di povertà e fino all’81,62% rispetto ai contratti collettivi, in violazione dell’articolo 36 della Costituzione. Il quadro si colloca in un contesto già critico: dati Istat indicano che 1.245 euro netti al mese rappresentano la soglia di rischio povertà per un lavoratore singolo, mentre retribuzioni annue attorno ai 12.000 euro o compensi orari sotto gli 8,5 euro definiscono il lavoro a basso reddito, livelli che nel lavoro su piattaforma vengono raggiunti solo con una elevatissima intensità lavorativa.
Dentro questa cornice giuridica si collocano le storie individuali di rider ascoltati in questi mesi in procura. Ahmed lavora nella zona della Stazione Centrale e racconta: «Resto collegato all’app anche dodici ore al giorno, dalle dieci del mattino fino alle undici di sera, faccio dieci consegne ma a volte anche venti o venticinque, e sono sempre geolocalizzato, se faccio tardi mi penalizzano», per 2,50 euro a consegna e un reddito che a fine mese arriva a malapena tra i 1.000 e i 1.200 euro lordi, insufficienti per affitto e bollette, mentre continua a mandare soldi alla famiglia in Pakistan dichiarando uno stato di bisogno; Muhammad, zona Milano Repubblica, partita Iva, quindici consegne al giorno per dieci ore senza pause, racconta: «Le consegne sono tutte tracciate, se sono in ritardo Glovo mi chiama e mi chiede perché sono fermo», e il reddito scende attorno agli 800 euro; Chowdhury lavora nel centro di Milano e ripete lo stesso schema: «Sono sempre geolocalizzato, se faccio ritardo mi chiamano e mi dicono di accelerare», mentre il guadagno mensile arriva anche solo a 600 euro; Anjam divide le sue giornate tra Glovo e Deliveroo, tra Duomo e Centrale, e spiega: «Se sono in ritardo mi chiamano subito», per circa 1.400 euro lordi che non cambiano il verdetto della precarietà; Wasim arriva a fare venti o trenta consegne al giorno e dice semplicemente «la paga non basta»; Hassan chiarisce il punto che la Procura considera decisivo, il controllo non ha un volto umano, ma una voce telefonica che arriva quando l’algoritmo rileva un’anomalia: «Se sono in ritardo Glovo mi chiama e mi dice di velocizzare»; Dhali manda soldi alla famiglia in Bangladesh e confessa che il reddito non copre le spese essenziali. C’è chi ha dovuto di tasca propria ripagare una batteria della bici rubata da 800 euro, «perché a Glovo non interessa». Zakhil racconta lo stress continuo «durante la consegna sono controllato tramite Gps e Glovo può vedere se mi fermo o se sono in ritardo»; Rauf, Duomo, undici o dodici ore al giorno, quindici o venti consegne, unico lavoro e famiglia in Pakistan, dice: «Se sono in ritardo vengo chiamato e mi dicono di consegnare più velocemente»; Sweet ricorda come le condizioni siano peggiorate nel tempo: «Prima pagavano a chilometro, ora a consegna, e guadagno meno»; Michael è diretto: «Glovo controlla tutto tramite l’app e se fai ritardo o ti fermi ti contattano per chiedere spiegazioni», poi descrive la sequenza obbligata: «Ricevo una notifica, accetto, vado al ristorante indicato, consegno seguendo il percorso indicato dall’app, durante la consegna sono sempre tracciato», per 600 euro al mese e nessuna alternativa; Appiah è collegato dalle dieci alle ventidue sette giorni su sette per 600 o 700 euro; Idrees arriva a percorrere 80 chilometri al giorno; Hussain lavora fino a dodici ore e ripete che «la paga non basta per vivere».
A questo potere di controllo digitale che incide direttamente sul reddito, la Procura oppone il controllo giudiziario. È stato nominato come amministratore il commercialista Andrea Adriano Romanò: avrà il compito di regolarizzare 40.000 rider e di intervenire sugli assetti organizzativi dell’azienda.
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