Il «Norge», pilotato da Umberto Nobile e protagonista del primo volo transartico (Getty Images)
Il 14 maggio 1926 si concludeva il primo volo transartico della storia a bordo del dirigibile «Norge», pilotato da Umberto Nobile. Con lui, l'esploratore e pioniere dell'Antartide Roald Amundsen. Una traversata lunga 13.000 chilometri.
Erano le 13:20 (ora italiana) del 17 maggio 2026 quando nel cielo di Teller, in Alaska, comparve la grande sagoma grigia di un dirigibile. Nel villaggio di pescatori affacciato sullo stretto di Bering. L’aeronave era il norvegese «Norge», che aveva appena portato a termine l’impresa pionieristica del primo volo transartico della storia dell’aviazione.
Il «Norge», pur mostrando le insegne norvegesi, era un capolavoro dell’industria aeronautica italiana e del suo progettista, Umberto Nobile, a bordo del dirigibile assieme all’esploratore Roald Amundsen, al finanziatore americano ed esploratore Lincoln Ellsworth e ad altri 14 membri dell’equipaggio.
Umberto Nobile, ingegnere aeronautico e pioniere dei dirigibili, aveva progettato il dirigibile semirigido inizialmente battezzato N-1, convinto della maggiore affidabilità e praticità dei rigidi Zeppelin, ritenendo che quel tipo di configurazione fosse adatta a lunghe percorrenze necessarie nelle esplorazioni geografiche. Particolarmente interessato al progetto si mostrò sin da subito l’esploratore norvegese Roald Amundsen, che nel 1906 attraversò il Passaggio a Nord-Ovest e nel 1911 raggiunse il Polo Sud. L’Artico invece era ancora una terra da studiare, nonostante diverse spedizioni avessero dichiarato di averlo raggiunto, ma senza prove certe. Il dirigibile di Nobile, per le sue caratteristiche, sembrava il mezzo ideale per testimoniare la conquista del Polo Nord conducendo anche esperimenti scientifici durante il lento sorvolo. Alla metà degli anni Venti, il dirigibile N-1 era quanto di meglio potesse offrire la tecnologia nel campo dei dirigibili, sviluppata rapidamente durante la Grande Guerra. L’aeronave di Nobile (originariamente fornita delle marche civili I-SAAN) aveva una grande autonomia, a differenza degli aerei dell’epoca, e spazio sufficiente nella navicella per poter ospitare una spedizione scientifica al completo. Spinto da 3 motori Maybach per un totale di 725 Cv, il Norge poteva mantenere la buona velocità di crociera di 93 km/h. Lungo 106 metri e largo 18, era riempito con 19.000 metri cubi di idrogeno. La sua autonomia era la punta di diamante: circa 5.300 km.
Queste caratteristiche spinsero Amundsen a scegliere il dirigibile di Nobile come mezzo ideale per la spedizione norvegese e, grazie al finanziamento di Ellsworth (che prese parte al viaggio transartico) l’italiano N-1 fu acquistato dall’Aero Club norvegese, che lo ribattezzò richiamando il nome del Paese di Amundsen.
Il trasferimento verso il luogo di partenza della spedizione avvenne da Roma, dove Nobile fece alzare in volo il dirigibile il 10 aprile 1926 per un lunghissimo viaggio a tappe, che servì anche per la messa a punto dell’aeronave. Il Norge toccò l’Inghilterra, Oslo, Leningrado per giungere a Ny Alėsund alle Svalbard, dove era stata stabilita la base di partenza della spedizione. Dopo un periodo di acclimatamento di equipaggio e della struttura del dirigibile alle temperature polari, il volo iniziò l’11 maggio 1926. Alle prime ore del giorno 12 maggio Nobile, Amundsen e il resto dell’equipaggio videro sotto la navicella del dirigibile il Polo Nord e lanciarono sulla superficie gelata le bandiere italiana, norvegese e americana. L’impresa era riuscita, supportata dalle prove scientifiche e fotografiche che l’equipaggio portò con sé. La navigazione durò altri 5 giorni, i più difficili per i venti artici che mandavano il Norge fuori rotta e per l’assoluta mancanza di punti di riferimento, oltre alla necessità di un monitoraggio continuo dell’efficienza dei tre motori sottoposti a temperature estreme e all’aggressione del ghiaccio. L’abilità di Nobile nel governare la sua creazione fu determinante per la riuscita dell’impresa storica e il 13 maggio la costa dell’Alaska comparve di fronte alla prua. Il 14, il Norge attraccò finalmente a Teller.
Nei mesi successivi, tra l’entusiasmo della stampa mondiale, Nobile e Amundsen ebbero decisi attriti sulla paternità dell’impresa: il norvegese considerava il costruttore del dirigibile un semplice accompagnatore mentre Nobile considerava Amundsen poco più di un osservatore durante la difficile traversata. Per questo Nobile, promosso al grado di generale dopo la conquista aerea del Polo Nord, sfidò nuovamente l’Artide con la tragica impresa del dirigibile «Italia» (in risposta al «Norge» - Norvegia). Roald Amundsen perderà la vita precipitando nelle acque del mare di Barents con un idrovolante il 18 giugno 1928, mentre partecipava alla ricerca dei superstiti del dirigibile italiano, tra cui il compagno-rivale Umberto Nobile.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Dopo Bruxelles, anche la Bce conferma: la crescita è asfittica e l’inflazione galoppa. La Commissione però ci invita a consumare meno, quindi a pregiudicare la produzione industriale. Purché si vada avanti col green.
«I primi segnali sono già visibili dalle statistiche». Olli Rehn, governatore della Banca di Finlandia e membro del Consiglio direttivo della Bce, ieri è stato costretto ad ammettere che i dati corroborano l’impressione dell’uomo della strada: l’Europa è messa malissimo.
La crescita nell’area euro, ha registrato il funzionario, è «appena positiva»; l’inflazione galoppa, in media, «al 3%». Tecnicamente, la concomitanza di stagnazione e aumento dei prezzi ha un nome ben preciso: si chiama stagflazione. L’incubo degli anni Settanta. L’istituto di Francoforte aveva auspicato scenari meno foschi, ma lo stallo in Medio Oriente sta peggiorando le prospettive, anche se lo choc energetico - ha riferito il banchiere a Bloomberg - «non è grande» come all’inizio della guerra in Ucraina. Si vede che il secondo tsunami si è abbattuto su una struttura già danneggiata. Si vede che il pantano di Hormuz sta uccidendo un uomo morto.
Di fronte a questo scenario allarmante, ci si aspetterebbe che la Commissione Ue reagisca con prontezza e proporzionalità. In fondo, non era Ursula von der Leyen quella che ci riempiva di prediche sull’era della «permacrisi», in cui dobbiamo essere sempre pronti, come i cristiani si preparano all’irruzione del «ladro» di notte? E invece, adesso scopriamo che chi ci tartassava con gli «estote parati», in questo momento, non ha niente da offrirci se non «sangue, fatica, lacrime e sudore». E per consolarci, non abbiamo nemmeno un leader della caratura di Winston Churchill a esigere il sacrificio.
L’Europa, insomma, si sta avviluppando in una tragica spirale masochistica: siccome si profila una contrazione dell’economia, allora ha stabilito di puntare sui fattori capaci di aggravarla.
È stato il commissario all’Energia, ieri, a coniare la nuova categoria logica: il sillogismo tafazziano. Ai ministri degli Stati membri, riuniti a Cipro, che detiene la presidenza di turno dell’Unione, Dan Jorgensen ha consegnato il prontuario delle «buone pratiche e idee» per affrontare l’emergenza. Non sarà casuale la denominazione dal gusto francescano: il politico danese ritiene opportuno promuovere la riduzione dei consumi, quale strada maestra per diminuire la domanda di un’energia che sta costando troppo. Tutti col saio e a lume di candela; lo chiede l’Europa.
Il rappresentante di Bruxelles sta vivendo la congiuntura anche come l’occasione per impartire una lezione morale ai governi: l’austerità, sostiene lui, ci dimostrerà quanto sia urgente «rendere il più possibile attraenti gli incentivi per passare dai combustibili fossili alle rinnovabili». In attesa della rivoluzione verde, però, toccherà tirare la cinghia. Usare meno energia. Quindi, produrre meno. E ciò comporterà un’accelerazione di quella decrescita che, al contrario, andrebbe scongiurata. Finché la stagflazione (tassi bassissimi di incremento del Pil, uniti a inflazione) non diventerà recessione tout court. A quel punto, sì che si potrà cominciare a spendere per invertire il ciclo: il paziente, in Europa, si cura soltanto quando ha un piede nella fossa - quando sta bene ed è negativo ai tamponi, lo si schiaffa in quarantena. Ma questa è un’altra storia di nostalgie pandemiche.
L’idea di intervenire con risorse pubbliche per prevenire un’acutizzazione della crisi è un tabù: lo dimostrano le reticenze del commissario. Il quale ha ammesso, certo, che nel breve termine le nazioni dovranno sovvenzionare alcuni settori industriali e aiutare almeno i cittadini più vulnerabili. «Questo è legittimo», ha concesso nella sua magnanimità. Tuttavia, Jorgensen ha ribadito che gli esponenti dell’esecutivo comunitario sono «molto fermi» nelle loro «raccomandazioni»: le misure «devono essere mirate e temporanee». Guai a usare i pochi soldi che uno ha a disposizione per rallentare il tracollo, sperando che Usa e Iran si mettano d’accordo prima possibile.
È la stessa filosofia del responsabile continentale dell’Economia, Valdis Dombrovskis: già il 5 maggio, il lettone riconosceva che «lo scenario che stiamo affrontando è quello di stagflazione»; eppure, non ha voluto demordere. Non essendo ancora arrivata la recessione, da lui non si può pretendere la sospensione del Patto di stabilità, che era stata invocata dal nostro ministro, Giancarlo Giorgetti.
Sulla stessa falsariga degli altri eurocrati, ieri, è arrivato l’intervento di Enrico Letta. L’uomo incaricato di elaborare la formula magica per il radioso futuro dell’Unione ha esortato a tenere duro: «Bisogna riuscire a mantenere la direzione di marcia, nonostante questi stress test», ovvero il conflitto a Est e poi quello nel Golfo Persico, «che ci riportano duramente alla necessità di trovare soluzioni immediate a crisi immediata». L’ottimismo della volontà deve comunque indurci a mantenere «separati» i «due piani»: quello dell’«arrivare alla fine del mese» e quello dell’«occuparsi della fine del mondo», Pertanto, ha aggiunto l’ex presidente del Consiglio, «dobbiamo riuscire a mantenere la direzione di marcia della strategia compresa nel Green deal, a prescindere dalle crisi congiunturali». A prescindere dalla realtà, verrebbe da dire.
Nell’Unione delle ideologie, se i fatti non si adeguano all’utopia, tanto peggio per i fatti. E per le nostre tasche.
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Orazio Schillaci (Ansa)
- Il titolare della Salute: «Conosciamo il patogeno, non come il Covid». Le 23 pagine del documento, però, rievocano incubi.
- L’inglese a Milano è in isolamento fiduciario in base alle indicazioni del provvedimento ministeriale. Ai due marittimi, invece, sono imposte condizioni più severe dai sindaci.
Lo speciale contiene due articoli.
«I cittadini devono stare tranquilli, non è il Covid, ma è qualcosa che si conosce». E se lo dice il ministro della Salute, Orazio Schillaci, c’è da preoccuparsi. Anche perché a leggere le 23 pagine della circolare ministeriale diffusa lunedì dopo i casi di Hantavirus sulla nave Mv Hondius, c’è poco da stare sereni. Sembra essere, infatti, una delle più restrittive al mondo.
La circolare definisce le misure precauzionali da prendere nel nostro Paese e riappaiono termini che non avremmo mai più voluto sentire: quarantena, contagi, mascherine, pandemia. Il ministero chiede di «aumentare l’attenzione ai problemi sanitari che possono presentarsi a bordo di aerei e navi», consiglia di «utilizzare una stanza propria, mantenere una distanza di almeno due metri dai membri della famiglia, non utilizzare le stesse stoviglie, aprire le finestre per garantire la ventilazione». E uscire dalla propria abitazione, ma sempre «indossando una mascherina medica/chirurgica resistente ai liquidi» ed «evitando assembramenti».
Tutte parole che ci riportano indietro all’incubo dei lockdown di Giuseppe Conte e Roberto Speranza. Come si legge ancora nella circolare, la priorità nell’esecuzione dei test deve essere attribuita ai soggetti sintomatici, «compatibili con la sindrome cardiopolmonare da Hantavirus».
Eppure, come da previsione, a sentire ieri il ministro Schillaci al question time alla Camera, è tutto a posto. «Il rischio è sempre stato e resta molto basso. Tutte le quattro persone oggi in Italia, presenti sul volo Johannesburg-Amsterdam del 25 aprile, sono asintomatiche. I test finora disponibili hanno dato esito negativo. Anche i due casi segnalati ieri a Milano e Messina sono negativi».
Poi il ministro parla del piano pandemico 2025-2029 dicendo che «funziona. Lo sta dimostrando proprio in questi giorni. A differenza del precedente permette risposte calibrate su scenari diversi. Le reti previste dal piano si sono attivate in modo coordinato. Non è stato un esercizio teorico. È stata una risposta concreta, tempestiva, proporzionata». Il nuovo piano allarga il focus ai virus respiratori e prevede, nel caso di una nuova pandemia, il ricorso a dispositivi di protezione, vaccini e misure restrittive modulabili a seconda della gravità della situazione.
Prosegue anche dicendo che capisce «che la notizia di un focolaio su una nave da crociera, con casi gravi e tre decessi, abbia destato attenzione e preoccupazione. È giusto che il Parlamento chieda conto. Ed è altrettanto giusto che il governo risponda con i dati. Partiamo dai fatti: gli hantavirus sono virus zoonotici conosciuti da decenni. Il loro serbatoio principale sono i roditori. La trasmissione interumana esiste, è molto rara, è documentata per il ceppo Andes, in contesti di contatto stretto e prolungato».
Che cosa ha fatto l’Italia? «Qualcuno ha detto che siamo stati fermi. È partito purtroppo il solito atteggiamento autolesionistico per il quale l’Italia non sarebbe mai pronta. Questo non è vero». Il ministero continua a «monitorare costantemente l’evoluzione del quadro epidemiologico internazionale. Emaneremo ulteriori indicazioni se e quando le evidenze scientifiche lo richiederanno. Siamo pronti. Il sistema funziona. E i cittadini possono stare tranquilli».
Il ministro elenca gli interventi dal governo: «Il 5 maggio l’European Centre for Disease Prevention and Control ha riportato che la donna, deceduta a Johannesburg il 26 aprile, è risultata positiva per Hantavirus. Lo stesso giorno il ministero ha trasmesso un’informativa garantendo il monitoraggio». Aggiunge Schillaci: «L’8 maggio abbiamo ricevuto dalla Commissione europea l’informazione relativa a quattro persone dirette in Italia, presenti sul volo dal Sudafrica ai Paesi Bassi del 25 aprile dove era stato imbarcato uno dei casi di contagio. Nella stessa giornata ci siamo attivati per rintracciarli e abbiamo allertato le Regioni interessate. Sempre l’8 maggio si è riunita la rete di esperti dispatch. Nella stessa giornata si è riunito il gruppo di esperti per la rete nazionale dei laboratori. L’11 maggio il ministero ha emanato la circolare operativa».
Poi Schillaci conclude ricordando che «il Covid ha lasciato un segno psicologico forte su tutti. Si tratta però di due situazioni diverse. Il Covid si trasmetteva molto rapidamente, da persona a persona. Ed era un virus sconosciuto. L’Hantavirus lo conosciamo. Viviamo in un mondo globalizzato, i rischi legati alla circolazione dei virus esistono. Ma sappiamo anche che servono risposte calibrate e misurate sulla base del quadro epidemiologico. E sono certo che l’Italia sia in grado di darle».
Una sceneggiatura già sentita. La sera stessa della diffusione del comunicato, al Tg1 Schillaci si era affrettato per «tranquillizzare sul fatto che oggi in Italia non c’è nessun pericolo». Quanto alla circolare, «è importante per il fare il punto della situazione epidemiologica internazionale e dare informazioni alle regioni».
Tra le misure raccomandate per i «contatti ad alto rischio» c’è una quarantena fiduciaria per sei settimane, il monitoraggio quotidiano da parte delle autorità sanitarie e isolamento in caso di comparsa dei sintomi.
Ma ovviamente, come da copione, rispuntano i soliti soloni del virus come ai tempi del Covid, sempre pronti a dare lezioncine e diffondere morale da quattro soldi. La solita esagerazione per impaurire la gente e mettere in guardia da un pericolo che in verità non esiste.
Quarantene: ognuno va per conto suo
Il turista inglese, che il 25 aprile aveva viaggiato da Sant’Elena sullo stesso volo Klm dell’olandese, moglie della prima vittima e deceduta pure lei per Hantavirus a Johannesburg, è asintomatico, è risultato negativo al test e si trova in isolamento all’Ospedale Sacco di Milano. Non per un’ordinanza della Regione Lombardia o del capoluogo, ma semplicemente «perché non ha casa sua», spiegano dallo staff dell’assessore regionale Guido Bertolaso. Prima di essere rintracciato, aveva visitato Roma, Firenze e Venezia, soggiornando per diversi giorni in ciascuna città, e a Milano era in un B&b.
Restare nel reparto di malattie infettive non è una bella sistemazione, «si sta valutando un’altra soluzione», fanno sapere sempre dall’assessorato, ma di certo il sessantenne britannico non è sottoposto a quarantena obbligatoria come accade a due marittimi, uno campano di 24 anni, l’altro calabrese di 25. Anche i due giovani erano sullo stesso volo Klm, eppure il sindaco di Torre del Greco Luigi Mennella ha firmato un’ordinanza in cui si è stabilito un periodo di isolamento di 45 giorni per il ventiquattrenne.
Lo stesso ha fatto per l’altro marittimo il sindaco Giusy Caminiti di Villa San Giovanni (Reggio Calabria). Eppure, nelle misure raccomandate dalla circolare ministeriale dell’11 maggio, per «i contatti ad alto rischio» c’è solo la «quarantena fiduciaria per sei settimane (utilizzare una stanza propria, mantenere una distanza di almeno due metri dai membri della famiglia, non utilizzare le stesse stoviglie, aprire le finestre per garantire la ventilazione». Inoltre, «è possibile uscire per preservare la salute mentale e il benessere indossando una mascherina medica/chirurgica resistente ai liquidi ed evitando gli assembramenti».
Sorprende, quindi, l’applicazione da parte di due sindaci di ordinanze così restrittive rispetto alla circolare ministeriale. Certo, in caso di emergenze sanitarie o di igiene pubblica a carattere esclusivamente locale, in base al Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali (Tuoel), le ordinanze contingibili e urgenti sono adottate dal sindaco, quale rappresentante della comunità locale.
Con l’Hantavirus «il rischio però non appare confinato al singolo Comune, riguarda una vicenda con profili di tracciamento internazionale, mobilità transfrontaliera e coordinamento statale. Per questo viene in rilievo l’art. 117, comma 2, lett. q della Costituzione che riserva allo Stato la competenza esclusiva in materia di profilassi internazionale», puntualizza Daniele Trabucco, professore di Diritto costituzionale. Ne deriva che «l’ordinanza di un sindaco può essere ammessa solo come intervento puntuale, eccezionale e provvisorio, non come strumento per creare una disciplina comunale più rigida di quella statale. Altrimenti si produce una gestione frammentata e diseguale della profilassi, con seri dubbi di competenza, ragionevolezza ed eguaglianza». Comuni e Regioni si muovono in ordine sparso, limitando a propria discrezione e con misure rigide i movimenti di un asintomatico, negativo ai test?
Invece, a differenza di quanto capita ai due marittimi, nulla vieta all’inglese di scegliersi un’altra sistemazione dove stare. Se non è destinatario di un provvedimento individuale di isolamento, notificato dall’autorità competente, non può essere trattenuto coattivamente al Sacco. «Un simile provvedimento dovrebbe essere adottato, in ipotesi, ai sensi dell’art. 32 della legge n. 833/1978, e comunque nell’ambito dei poteri di igiene e sanità pubblica previsti dalla legge, non sulla base della sola circolare ministeriale», spiega Trabucco. «La circolare, infatti, è un atto di indirizzo tecnico-sanitario e non può trasformare una misura fiduciaria o raccomandata in un obbligo coercibile. Diversamente, impedirgli di uscire significherebbe comprimere senza titolo la libertà di circolazione ex art. 16 Cost. e, se vi fosse trattenimento materiale, la libertà personale ex art. 13 Cost. Resta anche il limite dell’art. 32: gli obblighi sanitari sono legittimi solo se previsti dalla legge e rispettosi della persona umana».
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Matteo Bassetti (Ansa)
Un britannico asintomatico chiuso al Sacco, 1.700 turisti segregati in un natante a Bordeaux per un caso di gastroenterite. E l’Ue adotta, proprio ora, un’iniziativa sulle minacce sanitarie. L’obiettivo? Il bavaglio.
Dunque funziona così: c’è un turista inglese che va a zonzo per Milano, fotografa il Duomo, fa un salto al Cenacolo, magari gironzola fra piazza della Scala e via Montenapoleone.
E poi quando a sera torna nel B&b che lo ospita trova la polizia sanitaria che lo interroga: «Lei per caso il 25 aprile era sul volo Sant’Elena-Johannesburg?». Immaginiamo l’imbarazzo del poveretto: «Sì, che c’è di male?». Chissà cosa gli sarà passato nella testa. «Forse in Italia è reato non aver partecipato al corteo dell’Anpi per la festa della Liberazione?», si sarà chiesto. «Nel caso me ne scuso». Ma la polizia sanitaria non ha voglia di scherzare: «Lei il 25 aprile era sul volo Sant’Elena-Johannesburg in cui c’era una contagiata dell’Hantavirus. Dunque ci deve seguire». Così l’hanno prelevato, caricato in ambulanza e rinchiuso all’ospedale Sacco. «Non si muoverà di qui per cinque settimane». In pratica è prigioniero politico delle Bs, Brigate Sanitarie. Non sarà rilasciato prima della cinquecentesima apparizione di Matteo Bassetti nei talk show.
Si badi bene: il turista inglese non risulta infettato dall’Hantavirus. Né presenta sintomi. Non presenta sintomi nemmeno il suo compagno: pure lui ha rischiato grosso, ma poi le Brigate Sanitarie hanno pensato bene di rilasciarlo, senza cauzione. Aveva preso un altro aereo. Pericolo scampato. Ma è così che funziona: una specie di lotteria dei voli, il superenalotto del jet. Se esce il numero giusto sei salvo. Se esce quello sbagliato sei fottuto. A bordo c’era un hanta-untore? Addio. Non importa quanto sia grande l’aereo, dove eri seduto, quanto è durato il volo e soprattutto non conta se sei positivo o no ai test: ti prendono e ti rinchiudono. E noi già immaginiamo, come in un film dell’orrore, quello che potrebbe accadere nelle prossime settimane se le Brigate Sanitarie si scateneranno allo stesso modo in tutta Italia. Avvicineranno un turista inglese mentre entra agli Uffizi di Firenze: «Scusi, lei era su quell’aereo?», e lo sequestreranno. Poi avvicineranno un turista francese mentre sale sulla gondola di Venezia: «Scusi, lei era su quell’aereo?», e lo sequestreranno. L’Hantavirus diventerà la nuova sindrome di Stendhal, in pratica: davanti a una cosa bella vieni rapito. Solo che a rapire non è la bellezza, ma i guardiani della salute. E per 42 giorni non te ne liberi…
Eppure tutti dicono che non stiamo rischiando come ai tempi del Covid. «Non corriamo grandi pericoli», garantisce il ministero della Salute. «Non corriamo grandi pericoli», ripetono gli esperti internazionali. «Non corriamo grandi pericoli», s’accodano le virostar di casa nostra ritornate in auge catodica come ai bei tempi del lockdown. Ma se non corriamo grandi pericoli che senso ha prelevare uno che sta fotografando la Madonnina, senza sintomi, senza virus, e rinchiuderlo in ospedale come se fosse un appestato? A parole dicono tutti di non volere creare allarmismi, ma in realtà è chiaro che è proprio quello che vogliono fare. Ci sguazzano negli allarmismi. E non solo in Italia: a Bordeaux, in Francia, è stata messa in quarantena una nave con 1.700 persone a bordo perché un novantenne ha avuto una gastroenterite ed è morto. Escluso Hantavirus, escluso Norovirus (qualsiasi cosa sia), escluse epidemie pericolose: le autorità hanno confermato che si tratta soltanto di un piccolo focolaio di gastroenterite, un banale cagotto insomma. Però ci sono 1.700 persone sequestrate. Per un novantenne con il cagotto. E poi dicono niente allarmismi?
Avanti di questo passo, niente allarmismi dopo niente allarmismi, non so dove potremo arrivare. E così torno a vedere davanti ai miei occhi pericolosi film dell’orrore. C’è un ottantacinquenne che starnutisce sull’autobus? Metteranno in quarantena tutti i passeggeri. C’è un ottantaduenne che tossisce al bar? Metteranno in quarantena tutti i clienti. State attenti: se salite in ascensore con qualcuno che ha la congiuntivite, potrebbero presto obbligarvi a cinque settimane di isolamento, al buio e bendati, così imparate. E, ovviamente, prima di salire a bordo di un aereo fatevi dare la cartella clinica di tutti gli altri passeggeri, altrimenti c’è il rischio che quando atterrate vi prelevino direttamente al gate per portarvi all’ospedale. Reparto sani, non contagiati in attesa di giudizio. Con la voce di Burioni nelle orecchie 24 ore su 24.
Ma c’è poco da scherzare. La situazione è seria. Perché il virus è davvero pericoloso. Non il virus che ci hanno attaccato i topi dell’Argentina: quello a quanto dicono tutti è conosciuto e si può controllare. Il virus pericoloso è quello della paura. Perché come ha detto il grande scienziato Robert Malone, uno degli inventori del mRna e poi coscienza critica ai tempi del Covid, «storicamente i governi e le istituzioni hanno sempre compreso l’utilità politica della paura. La paura giustifica i poteri di emergenza. La paura accelera i finanziamenti. La paura aumenta il consumo dei media. La paura crea coesione sociale attorno a comportamenti conformistici». E la dimostrazione sta nel fatto che proprio in queste ore la Commissione europea ha adottato una «iniziativa contro le minacce sanitarie globali», cinque linee guida che mirano per l’appunto a dare più poteri di controllo (la chiamano «architettura più efficace e meno frammentaria») e a limitare le libertà personali (la chiamano «aumentare gli strumenti di prevenzione»). L’inglese sequestrato mentre fa il turista a Milano e la nave bloccata per un cagotto, dunque, potrebbero essere solo un assaggio di quel che ci aspetta. E non so voi, ma a me l’assaggio già basta per farmi venire mal di pancia. Non è che mi metteranno in quarantena per questo?
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