Il destino si materializzò quando aveva 7 anni e papà Marco, che correva con le Gran Turismo, non riusciva a farlo entrare nel paddock. Niente badge, troppo piccolo. Allora s’inventò un escamotage: fece impilare una serie di gomme su un carrello, infilò nel buco il pargolo, gli impose di non fiatare, mise un ombrello aperto a coprirlo (necessario per non surriscaldare gli pneumatici al sole) e passò il controllo. Da quei box Andrea Kimi Antonelli non è più uscito. E ieri a Shanghai, a 19 anni e mezzo, è diventato il primo pilota italiano a vincere un gp 20 anni esatti dopo Giancarlo Fisichella. Non solo, è il secondo più giovane a trionfare dopo un certo Max Verstappen.
L’impresa del bolognese era nell’aria. Non solo perché la sua Mercedes vola, ma perché lui ha una marcia in più e non ha scelto il numero 12 a caso: era quello di Ayrton Senna, il più grande di sempre. Kimi - lo chiamava così suo zio, fan di Raikkonen - in Cina ha messo in fila la prima guida Mercedes, George Russell, e le due Ferrari (terzo Lewis Hamilton, primo podio sulla rossa, quarto Charles Leclerc). L’ordine d’arrivo evidenzia una coincidenza urticante: Antonelli è stato promosso dalla marca tedesca un anno fa proprio per sostituire Hamilton che aveva scelto Maranello a 40 anni. Due numeri: costo di quest’ultimo 50 milioni più 20 di bonus a stagione, costo di Kimi 2 milioni più 3 eventuali di bonus. John Elkann aveva il fuoriclasse della porta accanto e se lo è fatto scappare per una questione di marketing. Enzo Ferrari, che amava le scommesse più dei monumenti, l’avrebbe presa malissimo.
«Non ci posso credere», gridava Kimi nell’interfono all’ultimo giro. E quando gli hanno messo davanti il microfono ha pianto. Una favola surreale per un ragazzo che ha preso la licenza dei bolidi prima della patente B. «Fin da bambino i miei giocattoli preferiti erano le macchinine. In ogni negozio, in ogni autogrill, facevo fermare i miei genitori e uscivo con un paio di pacchetti di Hot Wheels». Nelle stagioni dei kart, ad accompagnarlo era mamma Veronica, «mentre io dovevo portare a casa i soldi per mantenere tutti», spiegò il padre, che ha preteso dal figlio la maturità tecnica prima dell’ok a scatenarsi in pista. Famiglia solida, valori di alta cilindrata.
Per la Mercedes è una scommessa vinta. «Con lui abbiamo un solo problema, farlo rallentare». Non proprio il peggiore dei difetti per un pilota di F1. Infatti Toto Wolff, guru austriaco del marchio d’argento, ha creduto in lui fin dall’inizio e lavora di psicologia per aiutarlo a superare l’irruenza giovanile che lo porta a strafare. Rallentare. Vallo a dire a un boys carico di adrenalina da prestazione. Max Verstappen alla sua età era soprannominato «Versbatten» e Gilles Villeneuve «l’aviatore», per la tendenza a decollare. Ora Kimi punta a confermarsi in Giappone. Basta e avanza. In ogni caso l’ultimo italiano a vincere un mondiale piloti di F1 è stato Alberto Ascari 73 anni fa. Troppi.



