Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian (Ansa)
- Pezeshkian manda messaggi concilianti ai Paesi vicini dopo gli attacchi, ma il capo della magistratura accusa: «Alcuni di loro collaborano con i nemici». Divisioni sulla nomina della nuova Guida suprema.
- Bersagliati per la prima volta i depositi della Repubblica islamica. A Dubai morto un civile per i detriti di un oggetto aereo intercettato. Tajani: 20.000 italiani rimpatriati.
Lo speciale contiene due articoli.
La Repubblica islamica si prepara a scegliere il successore della Guida suprema mentre il conflitto con Israele e Stati Uniti continua ad allargarsi su più fronti militari e diplomatici. La riunione dell’Assemblea degli esperti, incaricata di eleggere il nuovo leader, potrebbe tenersi entro le prossime 24 ore. L’annuncio è arrivato dall’ayatollah Hossein Mozaffari, membro del Consiglio degli esperti, citato dall’agenzia Fars. Secondo il religioso, i rappresentanti dell’Assemblea attendono che si creino le condizioni per deliberare sulla successione all’«imam martirizzato» Ali Khamenei. Mozaffari ha espresso la convinzione che la scelta della nuova guida religiosa e politica del Paese possa arrivare in tempi molto brevi.
Dietro le dichiarazioni ufficiali, tuttavia, la leadership iraniana è attraversata da profonde divisioni. All’interno del sistema di potere si confrontano diverse correnti: una parte dell’establishment preferirebbe evitare la nomina immediata di una nuova Guida suprema e punta alla creazione di un consiglio di riconciliazione nazionale incaricato di negoziare un accordo con gli Stati Uniti. I pasdaran, invece, spingono apertamente per l’ascesa di Mojtaba Khamenei, figlio dell’ex leader, una scelta che rappresenterebbe una linea ancora più rigida rispetto a quella del padre e che lascerebbe sostanzialmente intatto il sistema di potere dei Guardiani della Rivoluzione. Il giornalista israeliano Amit Segal, generalmente considerato molto ben informato, ha riferito su X che Mojtaba Khamenei è rimasto ferito negli ultimi attacchi avvenuti a Qom, ma sarebbe ancora vivo.
Mentre a Teheran si discute del futuro della leadership, la guerra prosegue sul terreno militare. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha accusato Washington di aver colpito un impianto di desalinizzazione sull’isola di Qeshm, nel Golfo Persico. Secondo il capo della diplomazia iraniana, l’attacco avrebbe compromesso la fornitura di acqua potabile a circa 30 villaggi. In un messaggio sui social Araghchi ha definito l’operazione «un crimine palese e disperato» avvertendo che colpire infrastrutture civili avrà «gravi conseguenze».
Il presidente Masoud Pezeshkian a sua volta ha chiarito che eventuali messaggi concilianti ai Paesi del Golfo non devono essere letti come un segnale di resa verso gli Stati Uniti: la Repubblica islamica continuerà a difendere il proprio territorio «fino alla morte» e rivendica il diritto di reagire all’«aggressione militare» attribuita a Washington e Israele. Il capo della magistratura Gholamhossein Mohseni Ejei ha avvertito che gli attacchi contro obiettivi collegati ai Paesi che collaborano con gli avversari dell’Iran continueranno. Secondo Ejei, alcune prove raccolte dalle forze armate dimostrerebbero «il sostegno di governi della regione alle operazioni del nemico». In tal senso il ministero dell’Interno del Bahrein ha riferito che gli attacchi iraniani di ieri hanno provocato un incendio e danni materiali ad abitazioni ed edifici nella capitale Manama, mentre una forte esplosione è stata udita anche a Dubai. Il ministero della Difesa saudita ha inoltre reso noto che un missile alistico lanciato dall’Iran verso la base aerea di Prince Sultan ha colpito un’area disabitata.
Israele ha intensificato le operazioni militari. Nella notte tra venerdì e sabato oltre 80 caccia dell’aeronautica israeliana hanno colpito numerosi obiettivi militari a Teheran e nell’Iran centrale, sganciando circa 230 bombe. Tra i bersagli, secondo le Idf, anche un complesso sotterraneo utilizzato per lo stoccaggio e la produzione di missili balistici e diverse infrastrutture delle Guardie della Rivoluzione. Le operazioni fanno parte della campagna militare israeliana avviata contro le capacità missilistiche iraniane, mentre Teheran continua a lanciare salve di missili balistici verso Israele. La Marina dei pasdaran ha rivendicato un attacco con drone contro la petroliera «Louise P» nel Golfo Persico. Secondo la televisione di Stato iraniana l’imbarcazione, battente bandiera delle Isole Marshall, sarebbe di proprietà statunitense. Il portavoce delle forze armate iraniane Abolfazl Shekarchi ha dichiarato che Teheran mantiene il controllo dello Stretto di Hormuz. Pur assicurando che il traffico marittimo non verrà interrotto, il generale ha avvertito che le unità riconducibili a Washington o a Israele potrebbero essere colpite.
Allo stesso tempo la Repubblica islamica ha lanciato un monito ai governi europei: il viceministro degli Esteri Majid Takht-e Ravanchi ha dichiarato che qualsiasi partecipazione militare dell’Europa al conflitto trasformerebbe i Paesi coinvolti in «obiettivi legittimi».
Sul fronte opposto gli Stati Uniti stanno rafforzando la loro presenza militare nella regione. Washington ha ordinato il dispiegamento nel Mediterraneo orientale della portaerei nucleare Uss George H. W. Bush, che si aggiunge ai gruppi navali già operativi. La Uss Gerald R. Ford si trova nel Mar Rosso mentre la Uss Abraham Lincoln è schierata nel Golfo dell’Oman. Con tre gruppi d’attacco attorno all’Iran, la Marina americana ha portato le proprie forze a un livello di massima prontezza operativa ed è quindi evidente che siamo vicini a un’ulteriore intensificazione del conflitto.
Fuoco Idf sul petrolio del regime
Sempre più italiani stanno rientrando in patria dopo che si sono ritrovati nel mezzo del conflitto mediorientale. A fare il punto è stato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che ha annunciato: «Oltre 20.000 connazionali sono stati rimpatriati dall’inizio della crisi». E ha aggiunto che prosegue «il maggior numero possibile di voli da Abu Dhabi, Dubai a Muscat». Ed è proprio a Dubai, bersagliata dai raid iraniani, che ieri i detriti di un vettore aereo intercettato hanno ucciso un uomo di origine asiatica.
Nell’altro teatro dello scontro, quello libanese, Gerusalemme si trova sempre più coinvolta nei combattimenti contro Hezbollah. In piena notte, nel villaggio di Nabi Sheet, nel Libano orientale, è scattato un blitz notturno condotto dalle Idf per cercare i resti del pilota di caccia israeliano Ron Arad, disperso dal 1986. Il primo a rivelare la natura dell’operazione è stato il canale saudita al-Hadath, mentre Hezbollah rendeva noto che «quattro elicotteri dell’esercito nemico israeliano» sono arrivati «dalla direzione siriana». Dopo l’atterraggio, i soldati israeliani «sono stati attaccati dai membri» del gruppo terroristico. Le Idf, poco dopo, hanno confermato lo scopo del raid, aggiungendo però che non sono stati ancora trovati i resti di Arad. A detta delle Idf l’operazione è stata condotta sfruttando «un’opportunità operativa» a seguito degli ordini di evacuazione diffusi nell’area venerdì. Secondo il ministero della Salute libanese, nell’attacco, con i bombardamenti che sono stati seguiti dallo scontro a fuoco, sono state uccise almeno 41 persone tra Nabi Sheet e le aree vicine al distretto di Baalbek. Va detto che la moglie del pilota ha chiesto la fine di queste operazioni per non mettere a rischio la vita dei soldati israeliani.
Con un ritmo incessante proseguono poi gli ordini di evacuazione in Libano. Gerusalemme ha diramato gli avvisi ai residenti nella città costiera di Tiro: «Le Idf colpiranno presto le infrastrutture militari appartenenti all’organizzazione terroristica Hezbollah». Poco dopo i media libanesi hanno riferito di alcune esplosioni nell’area. E sembra che un attacco aereo israeliano abbia raso al suolo anche un edificio nel Sud del Libano. Altre «allerte urgenti» hanno riguardato i residenti della periferia meridionale di Beirut. Man mano che prosegue il conflitto aumenta inevitabilmente il bilancio delle vittime: si parla di quasi 300 morti e 1.023 feriti in sei giorni.
E mentre il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha avvisato che il Libano «pagherà un prezzo molto alto» se Hezbollah continuerà a bersagliare Israele, dall’altra parte Madrid ha puntato il dito contro gli attacchi israeliani sul territorio libanese, invitando a rispettare «la risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza». E dal presidente francese, Emmanuel Macron, sono arrivate parole di condanna sull’«attacco inaccettabile» contro la postazione di Unifil. Nell’altro campo del conflitto, quello iraniano, stando a quanto riferito da Fars, l’esercito israeliano e gli Stati Uniti hanno attaccato per la prima volta una raffineria petrolifera nel Sud di Teheran.
Spostando lo sguardo dall’altra parte della barricata, Israele ha dovuto affrontare almeno dieci allarmi per i lanci di missili provenienti dall’Iran in meno di 24 ore. Le sirene sono scattate a Tel Aviv, a Gerusalemme, nel Sud di Israele. Le Idf hanno reso noto di «aver identificato missili» lanciati dal regime iraniano, aggiungendo che «i sistemi difensivi sono operativi per intercettare la minaccia». Peraltro, Gerusalemme ha accusato Teheran di aver utilizzato «più volte» le munizioni a grappolo contro le zone civili, esponendo la popolazione a un rischio prolungato. Parallelamente, i razzi di Hezbollah hanno fatto suonare le sirene nell’Alta Galilea e ad Haifa. Nella città settentrionale di Nahariya, un drone proveniente dal Libano dopo essere stato abbattuto è precipitato nel parcheggio di un centro medico. La polizia ha riferito che il velivolo senza pilota, ritrovato quasi intatto, aveva del «materiale esplosivo».
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2026-03-08
Proteste contro i giudici. Le assistenti sociali tramano: spostare i piccoli Trevallion
I manifesti appesi in solidarietà alla cosiddetta famiglia del bosco fuori dalla casa famiglia di assegnazione a Vasto (Ansa)
L’avvocato della famiglia del bosco: «Vogliono evitare i giornalisti». Ieri fiaccolata di solidarietà davanti alla struttura che li ospita. Preoccupa la mamma: è sotto choc.
In tre ore, si è consumato il vergognoso strappo dai suoi figli. L’allontanamento dalla struttura di Vasto di Catherine Birmingham Trevallion è avvenuto senza rispetto, umanità. Nessuna attenzione a preparare i piccoli per l’ulteriore distacco. Via dalla casa nel bosco, via dalla famiglia, ora la separazione violenta dalla mamma.
Sì, perché malgrado il tempo ci fosse, venerdì, per spiegare alle tre creature che cosa stava per succedere, senza metterle davanti alla scena tremenda della mamma che deve andarsene con la valigia in mano, le modalità sono state di assoluta indifferenza per i sentimenti, la psiche di tre piccini.
«L’assistente sociale Veruska D’Angelo e una coordinatrice che non avevamo mai visto sono state chiuse tutto il giorno in ufficio e quando, verso le 18.30, ho chiesto loro quando intendevano eseguire il provvedimento di allontanamento della madre, mi hanno detto “oggi, adesso”. “I bambini sono stati informati?”, è stata la mia preoccupazione. Non si erano poste il problema». Così l’avvocato Danila Solinas, uno dei legali dei coniugi Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, descrive la disumana applicazione dell’ordinanza del Tribunale dei minorenni dell’Aquila.
Catherine non vuole andarsene, rifiuta di lasciare i figli, alla fine va a fare i bagagli. Quando i bambini capiscono quello che sta succedendo, reagiscono piangendo o chiudendosi in un tremendo mutismo. Alla più grande sale la febbre, le sue urla sono lancinanti. Alle 21.20 Nathan è arrivato, fa salire la moglie in auto, si allontanano dalla struttura. «I bambini hanno scoperto casualmente e drammaticamente la realtà del distacco e hanno avuto reazioni strazianti», dichiara sdegnato lo psichiatra Tonino Cantelmi, consulente della difesa dei coniugi anglo-australiani.
Sottolinea: «Queste sono scene che generano danni enormi, la cosa che mi sorprende è la modalità non empatica, priva di mediazione, con la quale dei professionisti hanno deciso di espellere la madre, senza valutare minimamente la ricaduta traumatica sui bambini. Le uniche persone capaci di consolare questi piccoli sono state la nonna Pauline di 81 anni, mamma di Catherine, e la zia Rachel che si sono prodigate in modo incisivo». «Catherine adesso è a Palmoli, ancora sotto choc», precisa l’avvocato. «Venerdì aveva avuto la forza di rispondere a più di 500 test, pur sapendo dell’ordinanza notificata il giorno della perizia, e di lasciare la struttura come le è stato chiesto. Altro che riottosa, non so come mi sarei comportata io al suo posto, con un trattamento così vergognoso», esclama Solinas. «La D’Angelo ha minacciato anche di chiamare le forze dell’ordine se la signora non lasciava la struttura spontaneamente».
Ci mancava anche una simile scena, per quei poveri piccoli. L’incognita è quando sposteranno i bambini, come disposto nell’ordinanza. Pare vadano in una struttura a Scerne di Pineto e auguriamoci che non li separino. «Questa mattina (ieri per chi legge, ndr) mi hanno assicurato che i piccoli non venivano mossi da Vasto ma la preoccupazione delle assistenti sociali è di evitare giornalisti e riprese video, quindi temo che non si muoveranno di giorno», aggiunge il legale. Se la nuova casa famiglia fosse davvero nella frazione costiera più vicina a Teramo, papà Trevallion dovrà sostenere due ore di andata e due ore di ritorno sulla sua vecchia auto per andare a trovare i figli. E mamma Catherine? Nell’ordinanza «censurabile sotto tutti profili, giuridici, fattuali, ricostruttivi» sottolinea l’avvocato, non si fa cenno alle modalità previste per gli incontri della madre. La vogliono allontanare definitivamente? Solinas, assieme all’avvocato Marco Femminella, presenterà lunedì un reclamo alla Corte d’appello dell’Aquila per una sospensione del provvedimento di allontanamento della madre, perché Catherine possa tornare a stare con i propri figli nell’attesa che siano concluse tutte le perizie richieste.
Ieri, tante persone hanno risposto all’appello per una fiaccolata silenziosa fuori dalla casa accoglienza Genova Rulli di Vasto, che ospita i tre bambini dal novembre scorso. Portavano peluche e dolci in dono, regali che sono stati rifiutati dai responsabili della struttura. Numerosi cartelli riportavano parole di sdegno, di condanna per quello che risulta un accanimento nei confronti della «famiglia nel bosco». Sugli striscioni, scritte come «I bambini a casa con i loro genitori. Stop agli abusi sui minori di 6 anni. Vergogna». Carola Profeta, responsabile del dipartimento Famiglia della Lega in Abruzzo, presente anche lei alla fiaccolata, ha scritto sui social: «La casa famiglia dove stavano i bambini e la madre è di proprietà della diocesi di Chieti-Vasto, da cristiana chiedo al vescovo, monsignor Bruno Forte, di esprimersi sulla vicenda e gli chiedo se sia normale che una proprietà della Chiesa venga usata per sfasciare le famiglie».
L’allontanamento di Catherine Birmingham dai suoi figli è stato definito da Profeta «l’ennesimo crimine di Stato. Ennesimo perché è dal 2020 che denuncio la Bibbiano D’Abruzzo. Il modus operandi del Tribunale minorile dell’Aquila è assolutamente inaccettabile e indegno di un Paese civile». Secondo l’esponente della Lega, «il presidente Cecilia Angrisano, iscritta al Cismai, il Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia, ha messo in piedi un sistema di continua sottrazione di minori ai danni di genitori che potevano anche avere delle difficoltà, ma la famiglia va aiutata e non smembrata come è avvenuto con i Trevallion».
Profeta ha annunciato: «Domani (oggi per chi legge, ndr) andrò a Palmoli e chiederò a Nathan e Catherine di fare un appello con me al presidente Sergio Mattarella, che come capo del Consiglio superiore della magistratura, anche se non può revocare l’ordinanza, può però fare una moral suasion suggerendo ai magistrati a fare un passo indietro». La responsabile del dipartimento Famiglia si augura che il tentativo vada a buon fine anche se è la prima a dubitarne «vista la concomitanza con il referendum sulla giustizia. Che messaggio sarebbe se il presidente del Csm chiedesse a un giudice di fare un passo indietro?».
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Ansa
L’azienda che controlla l’ospedale di Napoli chiede ai romani di mandare suoi esperti al fine (ufficialmente) di «rafforzare la qualità delle cure». Di fatto per sollevare un reparto ormai marchiato dal cuore bruciato.
Sono passate già due settimane dalla morte del piccolo Domenico Caliendo e le ombre sul caso del trapianto di cuore fallito diventano sempre più fitte. La famiglia del piccolo prosegue la sua lotta alla ricerca della verità affinché si faccia giustizia e soprattutto affinché nessun bambino possa morire così tragicamente.
Nell’ospedale Monaldi di Napoli il clima che si respira è sempre più teso, i ricoveri sono diminuiti ma quello che si scopre, mettendo insieme i pezzi di un puzzle complesso, è che il reparto di Cardiochirurgia pediatrica è fermo e chiede «aiuto» al Bambino Gesù di Roma. Infatti, per «rafforzare e rilanciare l’attività di cardiochirurgia pediatrica dell’ospedale Monaldi» l’Azienda ospedaliera dei Colli, di cui fa parte l’ospedale, ha deciso di siglare una convenzione con l’ospedale pediatrico di Roma. L’accordo è stato richiesto dall’azienda proprio dopo la tragica scomparsa del piccolo Domenico ed è stato così motivato: «Un passo concreto e immediato per garantire continuità assistenziale e rafforzare ulteriormente la qualità delle cure offerte ai piccoli pazienti e alle loro famiglie, che non hanno mai smesso di credere nel Monaldi».
Che cosa succederà in pratica? In base all’accordo, per i prossimi tre mesi un’equipe altamente specializzata del Bambino Gesù opererà stabilmente a Napoli. Saranno infatti distaccati al Monaldi quattro professionisti, ovvero un cardiochirurgo, un anestesista, un infermiere ferrista e un perfusionista, figure fondamentali per garantire la gestione dei casi più complessi e delle procedure cardiochirurgiche più avanzate. L’equipe lavorerà in stretta «integrazione con i professionisti dell’Azienda ospedaliera dei Colli, contribuendo al consolidamento delle attività cliniche e al trasferimento di competenze. In caso di necessità, la collaborazione potrà essere ulteriormente rafforzata con il supporto aggiuntivo di altri specialisti, tra cui un ulteriore cardiochirurgo e un anestesista».
Patrizia Mercolino, la mamma di Domenico, ha sempre sottolineato di non voler demonizzare tutto il Monaldi, ospedale che il piccolo ha frequentato spesso nei suoi due anni di vita perché soffriva di un problema al cuore. Eppure lì più di qualcosa non ha funzionato. Gli inquirenti parlano di «negligenza» e «imperizia» dei medici, nel provvedimento che vede sette specialisti indagati. L’inchiesta della Procura di Napoli sta cercando di fare chiarezza sia sul trasporto del nuovo organo da Bolzano a Napoli (contenitore, tempistiche e procedure di espianto) sia su quello che è accaduto nella sala operatoria del Monaldi dove è stato espiantato il cuore malato del piccolo Domenico.
Dalla relazione degli ispettori del ministero della Salute e del Cnt, redatta dopo i sopralluoghi al Monaldi e all’ospedale di Bolzano, emerge un altro particolare inquietante: il dosaggio sbagliato di un farmaco somministrato da un’anestesista dell’ospedale di Bolzano potrebbe aver danneggiato il cuore destinato a Domenico prima che questo venisse espiantato e congelato erroneamente col ghiaccio secco. Ma su questo elemento il legale della famiglia, l’avvocato Francesco Petruzzi, sentito dall’Ansa, ha precisato: «Questo verrà accertato dall’autopsia con l’esame sui tessuti, comunque ciò non muta il quadro delle responsabilità dell’equipe del Monaldi. Dalle prime indagini è emerso che il team di Napoli era partito senza un perfusionista e che la dottoressa Farina (uno degli indagati) abbia chiesto che l’infusione del liquido venisse effettuata da un’altra persona. Ma emerge anche che sarebbe stata la stessa dottoressa del Monaldi a indicare quanto liquido infondere e in quanto tempo. È stato inoltre riferito che l’infusione non è stata portata a termine perché il chirurgo di Innsbruck ha richiamato l’attenzione per un rigonfiamento del fegato e del cuore. Sarebbe stato poi lo stesso chirurgo a intervenire per risolvere la situazione». Intanto, con una lettera 186 genitori di bambini cardiopatici difendono il Monaldi e, in particolare, il primario Guido Oppido, il cardiochirurgo indagato: «Molti dei nostri bambini oggi respirano, sorridono e vivono grazie alla Cardiochirurgia pediatrica, grazie a medici che ogni giorno combattono una battaglia silenziosa contro il tempo e contro la morte. Tra quei medici, per anni, c’è stato il professor Oppido. Oggi assistiamo a un processo mediatico feroce, spietato, che rischia di travolgere tutto: una persona, una struttura, un reparto, un’intera rete di cura da cui dipende la vita dei nostri figli».
Il direttore amministrativo dell’Azienda ospedaliera dei Colli, Alberto Pagliafora, aveva rassegnato le dimissioni per motivi personali, ma dopo qualche ora le ha ritirate. In una nota, si precisa che «la decisione di proseguire nel proprio incarico è maturata a seguito di una riflessione personale, nella consapevolezza della delicatezza della fase che l’ospedale sta attraversando e dell’importanza di garantire continuità amministrativa e organizzativa alle attività dell’ente. L’azienda prosegue con determinazione nel suo lavoro».
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Stretto di Hormuz bloccato, non passano petroliere e metaniere. Salgono i prezzi di gas, petrolio, benzina e gasolio. Gnl dal Qatar fermo, i produttori di petrolio del Golfo frenano l’estrazione in cerca di stoccaggi.





