La cucina italiana è patrimonio Unesco non solo per le sue preparazioni stellate o «familiari» ma anche perché investe ogni ambito della nostra vita. Compreso quello diplomatico, dal Risorgimento fino al Piave.
Uno dei grandi meriti di Pellegrino Artusi, motivo per cui il suo testo è diventato patrimonio familiare trasmesso da generazione a generazione, è stato quello di comporre una «ricetta» ideale in cui non solo ha saputo codificare per primo la cucina del neonato Regno d’Italia, ma anche proporla in maniera efficace e divulgativa adatta a soddisfare le curiosità della buona borghesia cittadina ma pure utile aiuto per quelle famiglie che, pur nella normalità quotidiana, cercavano di dare quel tocco in più a piatti che non fossero solo pura necessità di alimentazione e sussistenza.
Come ha sottolineato Massimo Montanari, Artusi è stato una sorta di cinghia di trasmissione tra casa e trattoria. Il suo testo, La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, è «una sorta di gioco degli specchi» utile a quei locali che volevano ottimizzare al meglio piatti frutto della tradizione locale, ma al contempo permettere alle normali famiglie di realizzare anche loro in casa quei piatti che, altrimenti, sembravano irraggiungibili per pranzare tutti assieme fuori casa. Tale la fama che, nel 1905, il romagnolo Alfredo Panzini nel suo Dizionario moderno, il cui obiettivo era quello di proporre «parole che non si trovano negli altri dizionari», in particolare neologismi penetrati nella lingua italiana, alla voce «Artusi» scrisse: «Per antonomasia il libro di cucina. Che gloria! Il libro che diventa nome! A quanti letterati tocco tale sorte». Questa «circolarità» tra cucina casalinga e ristorazione è stata per lungo tempo una delle caratteristiche della cucina italiana tanto che anche tristellati illustri quali Gualtiero Marchesi, Massimo Bottura o Massimiliano Alajmo «hanno sempre amato sottolineare lo stretto legame della loro cucina con gli insegnamenti trasmessi loro in famiglia» e il conseguente piacere di essere loro stessi testimoni di quanto proposto poi dalle loro cucine. Gli esempi citati nel tempo sono i più diversi e, per certi versi, inattesi.
Lorenzo Bicchierai, detto «Pennino», era un oste di Ponte a Sieve, due colline oltre Firenze. Siamo a metà Ottocento. Si divertiva molto a registrare sul suo diario volti e vicende che si alternavano di giorno in giorno ai suoi tavoli. L’unità nazionale oramai è alle porte e, quindi, immaginarsi le discussioni che si sviluppavano, magari dopo un bel boccale di chianti, tra una ribollita e una bella grigliata di chianina. «Io che sono oste ho pensato all’Italia così divisa, ma che tutti vogliono insieme e me la figuro come un bel pentolone di bollito», ben fornito di «zampa, lingua, carni varie e vari odori». Perché «se l’Italia è un bollito, la bandiera sarà la salsa di condimento, cioè salse tricolori». Immancabile il ricettario a seguire per comporre a dovere una salsa verde, una rossa e una bianca, chissà mai se a base di rafano. Commenta Montanari: «Pennino immagina l’Italia come un pentolone di bollito, dentro cui sguazzano pezzi di carne tutti diversi, ciascuno dotato di una sua propria identità, ma che vanno a costituire, tutti insieme, una vivanda unica».
Non bastasse la narrazione rural patriotica, si aggiunge pure quella diplomatica, stavolta firmata Camillo Benso Cavour. Luglio 1860. I Mille di Garibaldi attendono, dalla Sicilia, di sbarcare nel continente. Il primo ministro dei Savoia ritiene che si debba attendere l’occasione adatta e, giusto perché la sua missiva non cada in mano borbonica, scrive così all’ambasciatore piemontese a Parigi: «Le arance», quindi riferito alla Sicilia, «sono già sulla nostra tavola e stiamo per mangiarle. Per i maccheroni», ogni riferimento al Regno di Napoli è conseguente, «bisogna aspettare perché non sono ancora cotti». Intanto la pentola, cioè le armate garibaldine e sabaude, prosegue a fuoco vivo la sua marcia tanto che, qualche settimana dopo, lo stesso Cavour scrive all’ambasciatore che «i maccheroni sono pronti», stavolta non sul piatto, ma con la bandiera tricolore a sventolare sul Golfo partenopeo. Il commento di Montanari: «Questo è Cavour, non l’oste Pennino. Si fa fatica ad immaginare il primo ministro di qualsiasi altro Paese che rappresenti un evento cruciale della storia nazionale giocando su metafore gastronomiche». Ennesima conferma che «Cavour rispecchia alla perfezione una modalità tipica della cultura italiana», pur collocata nel suo tempo, «scrive in francese, la lingua europea della diplomazia, ma pensa in italiano».
Altro esempio di cultura materiale, ovvero culinaria, applicato all’arte militare. Siamo a pochi mesi dalla disfatta di Caporetto. È in ballo la tenuta del neonato Regno d’Italia contro le truppe di Cecco Beppe. La Battaglia del solstizio alle porte, ovvero quella in cui le armate austroungariche avevano pianificato di sfondare le linee di resistenza del Piave e del Monte Grappa per conquistare la Pianura padana. L’Ufficio di propaganda della Terza armata savoiardo, dopo aver respinto e sconfitto definitivamente il nemico, premia le truppe con una bella paginata sul giornalino satirico La Tradotta. Vi è una originale mappa geoculinaria che va dal Piave al Po con prodotti, ricette, specialità che «al nemico sarebbe piaciuto divorare». Dettagli che avrebbero fatto gola a chiunque: asparagi di Bassano, radicchio di Treviso, galline padovane, per finire con lo storione sulle rive del Po. La conclusione è conseguente: «Ma la cosa andò così che mangiaron per sei dì spezzatino di granata e baionette in insalata». Con la morale «Chi fa i conti senza l’oste», ovvero il valore di fanti e alpini, «mangia un fracco di batoste». Ancora una volta la cucina e i suoi prodotti protagonisti di vicende passate alla storia. Il forte legame che c’è sempre stato tra identità di una comunità e cucina con altri esempi.
Siamo ancora in piena Grande guerra. Un gruppo di soldati italiani, di varie Regioni, viene deportato in campi di concentramento in Germania, dopo la disfatta d Caporetto. Per combattere la noia e la tristezza quotidiana dei suoi compagni di esilio, il sottotenente Giuseppe Chioni, genovese, raccoglie con scrupolo notarile le ricette dei suoi commilitoni. Ne risulterà, poi, un manuale, Arte culinaria, pubblicato una volta ritornato in patria, «testimone diretto dello scambio reciproco di ricordi, rimpianti, desideri», ognuno dei narratori pronto a tramutarsi, per un momento «da guerriero a cuoco». La stessa cosa fece l’agrigentino Giosuè Fiorentino, stavolta ancora più in diretta. Invitando i suoi compagni di prigionia a descrivere direttamente con la loro grafia i ricordi che portavano del cuore dei piatti con i quali erano cresciuti in famiglia.
Forse nessuna cucina può definirsi «etnica» come quella italiana, frutto del reciproco scambio di confine dove le comunità si «impollinano a vicenda» come ad esempio con i canederli in Alto Adige con il vicino Tirolo, oppure i pizzoccheri, dalla lombarda Valtellina alla svizzera Val Poschiavo. Le contaminazioni della cucina ebraica, dai romani carciofi alla giudia, il cuscussù livornese. Oppure la castradina dalmata approdata a Venezia, quando era regina dell’Adriatico, per non parlare delle varie minoranze etniche, come quella occitana in Piemonte, con i ravioles della Val Varaita, sino a quella arbereshe (albanese) in Calabria con lo shëtridhlat, un gomitolo di pasta pazientemente tirato a mano e condito con fagioli e peperone crusco.
Ecco, allora, che il meritato riconoscimento Unesco alla nostra cucina è un’ottima occasione per scoprire e valorizzare le straordinarie (e golose) meraviglie che contribuiscono a formare un mosaico unico e inimitabile. Oltre a pizza e spaghetti al pomodoro c’è molto di più, da scoprire a passo lento e curioso lungo il Bel Paese.
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L’iniziativa popolare «Il denaro contante è libertà» punta a inserire in Costituzione l’obbligo di accettare i soldi fisici, mentre il Parlamento propone un’alternativa. A Milano invece si moltiplicano i negozi cashless.
C’è un luogo d’Europa dove il futuro digitale avanza con passo felpato, quasi in punta di piedi, come si entra in una banca privata di una volta. E poi si ferma. Perché lì, prima di abolire una banconota, bisogna parlarne. Questo luogo è la Svizzera, dove sta partendo una crociata per difendere il denaro fisico dall’assalto delle carte di credito, delle app e della religione digitale.
Mentre nelle vie più eleganti di Milano spuntano come funghi i cartelli «cashless only» - vietato pagare con le banconote allo stesso modo di vietato fumare - oltreconfine accade l’esatto contrario: si organizza la resistenza costituzionale. Che è molto più svizzera.
L’8 marzo i cittadini saranno chiamati a votare sull’iniziativa popolare dal titolo, già di per sé un programma politico e filosofico, «Sì a una valuta svizzera indipendente e libera (Il denaro contante è libertà)», promossa dal Movimento svizzero per la libertà, formazione diventata nota durante la pandemia per le sue posizioni pro libertà vaccinale . Oggi è convertita alla difesa della banconota come ultimo baluardo della sovranità individuale.
L’obiettivo è semplice: scrivere nella Costituzione che la banconota deve continuare a esistere, essere disponibile in quantità sufficiente e restare accettata per beni e servizi essenziali. Non una nostalgia romantica, ma un principio giuridico. In pratica: la libertà passa anche dal resto ottenuto in contante.
E non basta. L’iniziativa chiede che un’eventuale sostituzione del franco con un’altra valuta possa avvenire solo con il consenso del popolo e dei Cantoni. Insomma se qualcuno sogna un euro alpino o una valuta digitale calata dall’alto, dovrà prima bussare a tutti i cantoni e togliersi il cappello.
La questione nasce da un dato inequivocabile. Anche in Svizzera si paga sempre più con strumenti elettronici: carte, smartphone, Qr code, e soprattutto l’app nazionale Twint, che consente di saldare dal caffè al parcheggio con la stessa rapidità con cui si chiude uno skilift. L’uso del contante è sceso dal 70% del 2017 a circa il 30% nel 2024. Numeri che, altrove, avrebbero già celebrato il funerale della banconota con tanto di necrologio fintech.
E invece no. Secondo i dati della Banca nazionale svizzera, il legame psicologico con il denaro fisico resta fortissimo: il 95% della popolazione dichiara di voler continuare ad avere accesso al contante. In circolazione ci sono mediamente circa 73 miliardi di franchi. Altro che reperto archeologico.
Certo, gli svizzeri farebbero volentieri sparire le monetine da 5 centesimi - considerate più fastidiose delle zanzare sul Lago di Lugano - ma guai a toccare i bigliettoni da 1.000 franchi. Quelli sì che rappresentano una filosofia di vita: pochi pezzi, molto valore, nessuna ostentazione. Calvinismo finanziario.
Il dato più curioso è che le autorità non sono affatto contrarie nella sostanza. Il Consiglio federale riconosce l’importanza del contante e condivide l’idea di rafforzarne la presenza. Solo che, da bravi svizzeri, non amano la formulazione dell’iniziativa: troppo enfatica, troppo categorica. Così hanno elaborato un controprogetto più sobrio, più tecnico, più neutrale, che inserisce comunque nella Costituzione le garanzie sull’approvvigionamento di numerario e sul ruolo del franco.
Del resto, né l’iniziativa né il controprogetto comportano costi aggiuntivi o nuovi compiti. È una votazione identitaria, non economica. Una dichiarazione di principio. Come dire: il contante non si tocca perché non si toccano le cose che funzionano. Dietro questa difesa non c’è solo l’abitudine, ma una visione del mondo: la stabilità come valore morale.
Il franco è percepito sempre più come un bene rifugio, al pari dell’oro e del mattone. Non una valuta soltanto, ma una forma di fiducia tangibile. Tenerlo nel portafoglio significa possedere qualcosa che non dipende da una batteria scarica, da un server in tilt o da un attacco hacker. Non è paranoia. È memoria storica.
Le banche riducono sportelli e Bancomat per ragioni di costo. I pagamenti digitali crescono. Ma proprio questa smaterializzazione rafforza il desiderio di avere «qualcosa in tasca». Un’ancora fisica in un’economia sempre più virtuale. Il paradosso raggiunge il suo apice a Lugano, dove si possono pagare perfino le tasse in criptovalute. Bitcoin benvenuto, dunque. Ma senza esagerare: il contante deve restare disponibile.
Il confronto con l’Italia è quasi teatrale. A Milano il negozio senza contanti è vissuto come simbolo di modernità applicato al registratore di cassa. In Svizzera, invece, l’assenza di contante suscita diffidenza: se non posso pagare con banconote, chi comanda davvero? Io, o l’infrastruttura? È la differenza tra una cultura che vede l’innovazione come rottura e un’altra che la considera un’aggiunta, mai una sostituzione. Non è una guerra contro la tecnologia. È una clausola di sicurezza civile.
Così, mentre il resto del mondo corre verso portafogli virtuali, identità digitali e pagamenti invisibili, la Confederazione prepara una votazione per difendere un oggetto che fruscia, si sgualcisce e ogni tanto sparisce in lavatrice.
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La riforma che penalizzava gli inquilini in regola a vantaggio dei morosi e introduceva nuove spese e figure professionali era stata bocciata a dicembre. Ora viene riproposta alle associazioni di settore per un confronto. Un testo così sballato però non è emendabile.
Stangata sui condòmini parte seconda. Ciak si gira. Vi ricordate il putiferio scoppiato a ridosso del Natale? La presentazione alla Camera della proposta di legge (2692/2025) che prometteva di «modernizzare» la disciplina condominiale? Ecco, più che rendere attuali delle norme (si parlava di maggiore sicurezza, minori contenziosi, promesse di trasparenza ecc.), ai più era sembrata una fregatura epocale che si sarebbe tradotta (sui dettagli torneremo dopo) in maggiori adempimenti e rincari soprattutto a carico dei proprietari di casa più ligi con il pagamento delle spese.
Un testo talmente tanto improponibile che a stretto giro le forze politiche della maggioranza avevano fatto a gara per scaricarlo. In primis la Lega che aveva parlato di testo con «evidenti criticità e non condiviso». Ma non meno tranchant era stata Forza Italia che per bocca del senatore e responsabile del dipartimento casa Roberto Rosso aveva annunciato «una nuova proposta di riforma sulla disciplina dei condomìni» evidentemente sostitutiva di quella che vedeva come prima firmataria Elisabetta Gardini (Fdi).
Tant’è che quando si è esposto il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, i più hanno pensato che il pericolo fosse scampato. «La proposta di legge 2692/2025 sulla gestione dei condomìni», sottolineava Bignami, «costituisce una proposta che, come molte altre, è in discussione alla Camera. Trattandosi di una proposta è indispensabile un confronto tra tutti i soggetti interessati in grado di costruire una posizione di buon senso a tutela della casa degli italiani, senza la quale Fratelli d’Italia ritiene che non potrà proseguire il suo iter».
Ma chi pensava a un de profundis si è sbagliato. Perché gli estensori del Pdl finito nella bufera ci stanno riprovando. La Verità ha potuto leggere le richieste di convocazione ricevute da alcune delle associazioni di settore che molto presto saranno ascoltata per dare il loro parere. «Questo comitato tecnico, su mandato degli onorevoli deputati firmatari, sta procedendo con i tavoli di confronto con le parti sociali interessate allo scopo di raccogliere il loro prezioso contributo. Questa proposta», si legge ancora nella missiva, «è un cantiere aperto e quindi il vostro contributo è ritenuto essenziale e funzionale alla costruzione di una versione definitiva della proposta che possa, così, riscontrare le segnalazioni di tutti [...] Tanto premesso, codesta associazione è convocata al tavolo che si terrà [...]».
In calce i nomi dei rappresentanti del comitato (Francesco Schena, Pietrantonio Lisi e Carlo Pikler) oltre all’indicazione del comitato tecnico riforma condominio 2025 onorevole Elisabetta Gardini.
Apprezzabilissimi i toni. Concilianti e alla ricerca del dialogo. Ma il punto è che sono talmente tanti e tali i punti da cassare o emendare della riforma che si faceva prima a riscriverla ex novo. E magari non sarebbe stata una cattiva idea cambiare mano.
Andiamo in ordine sparso. Nella proposta di legge era previsto che gli amministratori dovessero essere laureati con tanto di di elenco nazionale pubblico dei professionisti da creare al Mimit. Si sanciva il divieto dei pagamenti in contanti con l’obbligo di versare i saldi «su uno specifico conto corrente, postale o bancario, intestato al condominio medesimo». Veniva messo nero su bianco che «le informazioni relative alla sicurezza delle parti comuni dell’edificio fossero verificate e certificate» da una società specializzata. Mentre per gli immobili più partecipati (quando i condomini sono più di 20) diventava necessaria la figura del revisore (durata dell’incarico biennale).
Quindi la chicca. Per la questione principe di ogni stabile che si rispetti: i debiti. In primis i creditori possono agire sulle somme disponibili sul conto corrente condominiale - che per sua natura è alimentato da chi versa e non dai morosi -, quindi in via sussidiaria sui beni dei condòmini nella misura della morosità di ciascuno e in ultima analisi sui condòmini in regola con i pagamenti.
Morale della favola: una norma che era nata con l’intento di garantire maggiore sicurezza e minori contenziosi, finiva per prevedere nuovi balzelli, altri incarichi e multe salate da pagare e per penalizzare gli inquilini virtuosi a vantaggio dei morosi. Più che «un cantiere aperto», come si leggeva nella missiva, qui sarebbe il caso di chiuderlo il cantiere, e di provare a ricostruire il palazzo ricominciando dalle fondamenta.
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Riduci
Auro Bulbarelli (Ansa)
C’è un modo per rimediare alla figuraccia di Petrecca all’inizio dei Giochi: far condurre la cerimonia di chiusura al giornalista fatto silurare (nell’omertà generale) dal Quirinale.
Ridate il microfono ad Auro Bulbarelli. Chi è, mi domanderete? Per gli appassionati di ciclismo e di sport in generale, Auro è il telecronista vecchia scuola, è la voce che riconosci tra mille, è una delle risorse di una Rai che sta perdendo brillantezza. Non a caso era lui il designato a raccontare la cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi invernali, la cui eco oggi è tristemente famosa per la goffaggine e la sciatteria del direttoredi RaiSport, Paolo Petrecca.
L’altro giorno lo aveva ben raccontato il direttore Belpietro. Se Petrecca si è ritrovato davanti a quel microfono più grande di lui è stato perché qualcuno, quello stesso microfono, lo aveva sfilato a Bulbarelli. Chi glielo ha tolto? In tanti, diciamo. Ma in primis il Quirinale. Sembra paradossale ma quello stesso Mattarella che oggi è narrato con enfasi come il talismano degli azzurri olimpici, il portafortuna nazionale; lo stesso Mattarella campione del pop che riceve i protagonisti del prossimo festival di Sanremo; ecco, proprio lui, si sarebbe infastidito per le anticipazioni giornalistiche date da Bulbarelli circa il ruolo del capo dello Stato nella vigilia dell’inaugurazione. Un ruolo istituzionale ma anche giocoso per lo sketch con Valentino Rossi sul tram, lo stesso che ha fatto scorrere fiumi di inchiostro gentile e melenso.
Auro Bulbarelli aveva anticipato le notizie che riguardavano i passaggi del presidente nella cerimonia e il Quirinale si sarebbe «rabbuiato» chiedendo così l’intervento a chi di dovere (i più alti vertici della Rai), colpevole di non aver saputo preservare il riserbo su scaletta e protocollo. Sembrerà strano vista la leggerezza dell’accaduto - mica stavamo parlando della rivelazione di chissà quali segreti di Stato - ma il telecronista Bulbarelli è stato tagliato fuori proprio per aver dato una notizia, anche a costo (sicuramente involontario) di rompere l’embargo e la religiosità della scaletta. Quindi sono cominciate le interlocuzioni, anzi una specie di staffetta olimpica, tra Quirinale, organizzatori delle Olimpiadi invernali e vertici di viale Mazzini per sbattere in faccia ad Auro il cartellino giallo e sfilargli il ruolo di telecronista per la prima olimpica. Petrecca ha poi completato il pasticcio.
Va bene che col secondo mandato di Mattarella al Quirinale non siamo lontani da una specie di «monarchia mattarelliana» (nemmeno al potente presidente degli Stati Uniti è concesso un potere per 14 anni) ma arrivare addirittura a protestare con i vertici della tv pubblica perché un giornalista ha svelato il ruolo attivo di Mattarella nella cerimonia inaugurale ci sembra davvero un eccesso, la cui gravità è persino superiore alla decisione, autolesionista, dei vertici Rai di sostituire un telecronista navigato che si era ben preparato.
La rimostranza del Quirinale per lo «strappo» alla riservatezza è un fatto grave che non può passare sotto silenzio. Arriviamo così ai silenzi e alla complicità dell’opposizione, i cui membri in Vigilanza Rai stanno montando la polemica contro Petrecca senza tuttavia aver mai speso una parola di solidarietà nei confronti di Auro Bulbarelli, a dimostrazione di una stucchevole sudditanza verso il Colle. Centrosinistra e Cinque stelle non possono limitarsi ad accusare Petrecca - al quale non facciamo il minimo sconto: telecronaca pessima, approccio sciatto e presuntuoso, incapacità e inadeguatezza a restare nel ruolo di direttore di Rai Sport - e affermare che Bulbarelli ha commesso una gaffe, pensando di uscire da questa vicenda come quelli bravi o come i difensori della competenza: no, se importasse loro delle professionalità dovrebbero difendere chi è stato estromesso dal Quirinale. Invece stanno politicizzando oltremisura e stanno tenendo lo stesso atteggiamento del centrodestra: se quelli di Fratelli d’Italia sbagliano nel non chiedere il passo indietro di Petrecca, il Pd e compagnia sbaglia nel non risarcire Bulbarelli, che era stato incaricato di raccontare la cerimonia di inaugurazione.
Allora, visto che questo bravo collega sta pagando un prezzo professionale alto, lo diciamo noi: la diretta della cerimonia di chiusura dei giochi olimpici invernali dev’essere affidata a Bulbarelli, giornalista che paga per aver dato delle notizie, e non certo perché, come sta dicendo la sinistra con la complicità dei vertici Rai, ha fatto delle gaffe o ha esposto la Rai a una figuraccia. Non è così, la figuraccia - purtroppo - l’ha fatta Petrecca e l’ha fatta fare Petrecca, Bulbarelli ha solo anticipato le notizie che riguardavano Mattarella come insegnano i vecchi maestri: chi ha una notizia la racconta. Se Petrecca volesse recuperare un bel po’ di faccia e un bel po’ di dignità dovrebbe riassegnare la telecronaca a Bulbarelli e dirlo apertamente. Se ciò accadesse significherebbe che anche l’amministratore delegato Giampaolo Rossi sarebbe d’accordo.
Pertanto, si ridia il microfono ad Auro Bulbarelli nella speranza anche di poter festeggiare un medagliere olimpico sempre più pesante e brillante.
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Riduci





