Un drone americano Global Hawk presso la base aeronavale di Sigonella in Sicilia: è la base d'intervento americana meglio equipaggiata nel Mediterraneo (Getty Images)
Una circolare del Dipartimento di Pubblica sicurezza invita prefetti e questori a rafforzare la vigilanza sulle installazioni militari statunitensi presenti nel Paese. Con la crisi tra Stati Uniti e Iran torna l’attenzione sulle basi Usa in Italia: dove si trovano e quali regole ne disciplinano l’utilizzo.
L’inasprirsi della crisi in Medio Oriente e il rischio di un allargamento del confronto con l’Iran riaccendono i riflettori su una presenza militare che in Italia esiste da decenni ma che torna ciclicamente al centro del dibattito politico e strategico: le basi statunitensi sul territorio nazionale.
Nelle ultime ore il Dipartimento della Pubblica sicurezza ha invitato prefetti e questori a rafforzare la vigilanza attorno alle installazioni americane e ai siti sensibili collegati alla filiera militare. In una circolare interna, visionata dall’Ansa, si parla esplicitamente della necessità di aumentare i dispositivi di sicurezza non solo attorno alle basi Usa ma anche presso infrastrutture legate alla produzione e alla logistica bellica degli alleati. Il timore, spiegano gli apparati di sicurezza, è che l’escalation regionale possa riaccendere mobilitazioni antagoniste o antimilitariste, con possibili manifestazioni di protesta davanti alle installazioni considerate simbolo della presenza militare occidentale.
Il contesto internazionale rende la questione tutt’altro che teorica. Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran ha riportato al centro della discussione il ruolo delle infrastrutture militari americane in Europa e nel Mediterraneo. Alcuni governi europei, come quello spagnolo e quello britannico, sono stati criticati da Washington per aver negato l’uso delle proprie basi nell’ambito delle operazioni contro Teheran. L’Italia, che ospita da decenni una presenza militare statunitense significativa, si trova invece in una posizione diversa: gli accordi bilaterali con Washington regolano in modo preciso l’utilizzo delle installazioni e prevedono procedure condivise tra i due Paesi.
Nel complesso sul territorio italiano vivono circa 13 mila militari statunitensi, distribuiti in una rete di infrastrutture che si estende dalla Sicilia al Friuli Venezia Giulia. Alcune sono basi operative vere e proprie, altre svolgono funzioni di supporto logistico, di comando o di comunicazione. Tra le più importanti c’è la Naval Air Station di Sigonella, in Sicilia, considerata uno degli hub strategici della marina statunitense nel Mediterraneo. Da qui decollano velivoli e droni utilizzati per missioni di sorveglianza e ricognizione su un’area che comprende Nord Africa, Medio Oriente e Mediterraneo orientale. Negli ultimi giorni il traffico di droni e aerei militari nella base siciliana è aumentato, soprattutto per attività di monitoraggio e supporto logistico.

Sempre in Sicilia si trova un’altra infrastruttura chiave, il sistema di comunicazione satellitare Muos di Niscemi, gestito dalla Marina americana e destinato a garantire collegamenti sicuri tra le forze armate statunitensi dispiegate in diverse aree del mondo. Più a nord, tra Pisa e Livorno, sorge Camp Darby, uno dei più grandi depositi di armamenti e materiali militari statunitensi fuori dagli Stati Uniti. Nato negli anni Cinquanta, il complesso rappresenta un nodo fondamentale della catena logistica americana in Europa e nel Mediterraneo, da cui possono partire rifornimenti destinati a operazioni militari in diversi teatri.
In Friuli Venezia Giulia la base aerea di Aviano ospita il 31st Fighter Wing dell’US Air Force, una delle principali unità operative americane presenti in Europa. L’infrastruttura è utilizzata congiuntamente dall’aeronautica italiana e da quella statunitense ed è stata spesso impiegata come piattaforma di supporto per operazioni Nato nei Balcani e in Medio Oriente. A Vicenza, invece, la caserma Ederle e il vicino complesso di Camp Del Din ospitano la 173ª brigata aviotrasportata dell’esercito americano, unità paracadutista impiegata in missioni che spaziano dall’Europa orientale all’Africa.
Altre infrastrutture completano la rete: il porto di Gaeta, che fornisce supporto logistico alle unità della Sesta Flotta statunitense nel Mediterraneo; Napoli, dove ha sede la Naval Support Activity e uno dei principali comandi operativi della Nato; e la base di Ghedi, in Lombardia, utilizzata per attività di supporto e stoccaggio di armamenti nell’ambito delle operazioni dell’Alleanza Atlantica.
La presenza americana in Italia non è il risultato di decisioni recenti ma affonda le radici nella scelta strategica compiuta dal Paese nel dopoguerra con l’adesione alla Nato. Il quadro giuridico che disciplina queste installazioni è complesso e in parte coperto da riservatezza. Il pilastro principale è il cosiddetto Accordo bilaterale sulle infrastrutture firmato nel 1954 tra Roma e Washington, spesso definito “accordo ombrello”, che stabilisce le condizioni generali della presenza militare statunitense in Italia e il numero massimo di forze dispiegate. A questo si affiancano altri strumenti, come il Nato Status of Forces Agreement del 1951 e una serie di memorandum tecnici successivi.
Tra questi, il più noto è quello del 2 febbraio 1995, reso pubblico solo alla fine degli anni Novanta dopo la tragedia del Cermis. Il documento chiarisce la ripartizione delle responsabilità all’interno delle installazioni: formalmente il comando dell’installazione resta italiano, mentre il comandante statunitense mantiene piena autorità sul personale, sulle attrezzature e sulle operazioni americane. In caso di attività operative o movimenti significativi di mezzi e personale, la catena di comando statunitense deve informare preventivamente quella italiana, e eventuali divergenze vengono risolte attraverso le rispettive autorità nazionali.

In sostanza, le basi non possono essere utilizzate liberamente da Washington per operazioni militari offensive senza il consenso del governo italiano. Lo ha ribadito anche l’esecutivo nelle ultime ore. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha ricordato in Parlamento che le attività autorizzate riguardano principalmente operazioni Nato, addestramento e missioni operative non destinate al combattimento. «L’Italia non è in guerra e non è stata coinvolta», ha spiegato, aggiungendo che al momento non è arrivata alcuna richiesta di utilizzo delle infrastrutture italiane per azioni militari dirette.
Sulla stessa linea il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha indicato la de-escalation come priorità diplomatica dell’Italia e dell’Unione europea. Il governo, ha spiegato, sta lavorando con gli alleati per evitare un allargamento del conflitto e favorire una soluzione politica.
Il dibattito sulle basi americane non è comunque una novità nella storia italiana. Episodi come la crisi di Sigonella del 1985, nata dal dirottamento della nave Achille Lauro, hanno dimostrato quanto delicato possa diventare il rapporto tra sovranità nazionale e presenza militare alleata. Più recentemente la questione è tornata ciclicamente al centro della discussione politica ogni volta che gli Stati Uniti hanno avviato operazioni militari in Medio Oriente.
Per ora, spiegano dal governo, non esiste alcuna richiesta formale da parte americana per utilizzare le basi italiane in operazioni contro l’Iran. Ma la nuova tensione internazionale e il rafforzamento delle misure di sicurezza attorno alle installazioni mostrano quanto queste infrastrutture continuino a rappresentare un elemento centrale nella strategia militare occidentale nel Mediterraneo e quanto il loro ruolo possa tornare rapidamente al centro della scena in caso di escalation.
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Riduci
Ansa
Il Parlamento elvetico approva una proposta rivoluzionaria: sarà obbligatorio, per le autorità, comunicare la nazionalità degli autori dei reati. Finisce l’era degli omicidi e degli stupri compiuti da generici «uomini».
Accade regolarmente da anni, con qualche rara eccezione sempre accompagnata da polemiche. Quando a compiere un reato è un immigrato, il più delle volte i media italiani evitano accuratamente di fornire (almeno nei titoli più visibili) indicazioni sulla sua nazionalità e il suo status. La ragione è nota a tutti: con la scusa di combattere il razzismo si evita di far sapere ai lettori l’origine dei criminali, cosa che ovviamente non avviene quando il colpevole o presunto tale è un italiano o un europeo bianco. Il risultato è che talvolta si leggono titoli paradossali, in cui a compiere un furto, una aggressione o una molestia è semplicemente un «uomo», in alcun modo connotato. Se per caso si specifica la nazione di provenienza o se magari si sottolinea la condizione di clandestino del criminale, immediatamente piovono accuse di discriminazione e criptofascismo.
Va detto che problemi analoghi - dipendenti dal politicamente corretto che infetta la professione giornalistica - non sono presenti solo in Italia. Più o meno ovunque in Europa si trova traccia di simili imbarazzi a mezzo stampa quando a diventare protagonisti di fatti di cronaca sono gli stranieri. Ogni volta che si verifica un episodio anche solo lontanamente in odore di terrorismo, prima che siano rese note le generalità dei sospettati passano ore e ore. Le autorità tedesche in particolare sembrano tenacemente restie alle comunicazioni, o comunque lo sono state a lungo durante gli anni terribili in cui l’Isis imperversava.
In Svizzera, come ricorda il Corriere del Ticino, c’è stato un paio di anni fa un caso che ha sollevato particolari polemiche. Nel febbraio del 2024, un richiedente asilo iraniano di 32 anni armato di ascia e coltello ha preso in ostaggio 15 persone su un treno regionale vicino a Yverdon (Vaud). L’uomo era poi stato ucciso dalla polizia. Un episodio clamoroso che i giornalisti della Srf, la radiotelevisione franco-tedesca, raccontarono senza comunicare al pubblico la nazionalità e lo status dell’uomo armato. Le linee guida redazionali imponevano infatti di menzionare la nazionalità solo se «importante per la comprensione dell’accaduto». Un telespettatore, giustamente indignato, presentò un reclamo e gli organismi interni di controllo dell’emittente stabilirono che in effetti, in quella circostanza, i cronisti avrebbero dovuto fornire più informazioni sull’uomo che aveva creato il terrore sul treno.
Forse anche in virtù della figuraccia rimediata nel 2024, di recente la Srf ha deciso di modificare le linee guida e di menzionare la nazionalità di chi commette un crimine e di chi ne rimane vittima. Ma c’è molto di più: a settembre, il Consiglio nazionale svizzero - con 100 voti a favore, 84 contrari e 5 astensioni - ha approvato una proposta che prevedeva di rendere obbligatoria la comunicazione da parte delle forze dell’ordine della nazionalità degli autori di reati. Tale proposta è stata approvata ora (23 voti a favore, 16 contrari e una astensione) dal Consiglio degli Stati svizzero, cioè la Camera che rappresenta i vari Cantoni. In buona sostanza, d’ora in poi «nei comunicati di polizia, l’informazione deve includere età, sesso e nazionalità degli autori dei reati, degli indiziati e delle vittime, salvo che vi si oppongano motivi di protezione della personalità o che tali dati consentano di identificare persone». Insomma, le forze dell’ordine dovranno dire con chiarezza chi è l’autore di un reato, di conseguenza gli organi di stampa non potranno più fare finta di non saperlo, e qualora decidessero di omettere l’informazione saranno responsabili della propria scelta.
La proposta appena approvata è stata presentata da Benjamin Fischer (Udc) e, manco a dirlo, avversata dalla sinistra. Secondo Marco Chiesa, compagno di partito di Fischer «esiste un interesse pubblico a che la popolazione sia informata in modo veritiero, esauriente e trasparente sulla sicurezza pubblica, specie alla luce soprattutto delle ampie possibilità di partecipazione offerte dalla democrazia diretta. Questo vuol dire anche indicare l’età, il sesso e la nazionalità degli autori dei reati, di modo che i cittadini possano farsi un’idea dei fatti. Non si tratta di stigmatizzare chicchessia, bensì di attenersi ai fatti. L’opacità attuale e l’opportunismo politico non fanno che minare la fiducia della popolazione nelle istituzioni. La trasparenza invece rafforza il dibattito pubblico: per questo l’informazione deve essere completa». Difficile dargli torto.
Dato che la peste woke ormai è diffusa ovunque, però, anche in Svizzera c’è stato chi ha duramente criticato la proposta destrorsa. «I media hanno una responsabilità particolare, perché la loro copertura mediatica ha un grande impatto sulla percezione dell’opinione pubblica», ha detto al Corriere del Ticino Marianne Helfer, responsabile del Servizio per la lotta al razzismo (Slr). «La menzione frequente o non necessaria può rafforzare i pregiudizi, soprattutto se non vengono fornite informazioni comparabili». Fantastico: secondo la professionista dell’antirazzismo ogni volta che uno straniero commette un crimine bisognerebbe evitare di dirlo, oppure dirlo ma ricordare anche quanti crimini commettono gli autoctoni onde evitare di alimentare presunti pregiudizi.
La verità è che il fatto stesso che esista un dibattito su questo tema è assurdo e ridicolo. I media dovrebbero semplicemente raccontare i fatti come sono, senza preoccuparsi di proteggere questa o quella minoranza. Se a commettere un reato è uno straniero perché non si dovrebbe dirlo? La risposta a questa domanda è una sola: censurare la nazionalità di un criminale serve a difendere il sistema dell’immigrazione di massa. Bisogna evitare che la popolazione sappia che gli stranieri commettono crimini per fare sì che non si opponga all’ingresso di altri immigrati. Ecco perché la nuova norma svizzera è particolarmente importante: mette fine a decenni di ipocrisia e disinformazione, stabilisce che ai cittadini sia detta la pura e semplice verità. Se da queste parti avessimo un po’ di coraggio e onestà intellettuale, dovremmo prendere esempio.
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Riduci
2026-03-05
Operazione «Vinum Mentitum»: la GdF sequestra 2,5 milioni di litri di vino contraffatto
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(Guardia di Finanza)
Controlli delle Fiamme gialle in tutta Italia. Scoperta una vasta produzione di vini falsamente certificati Dop e Igp, per un valore commerciale di oltre 4 milioni di euro.
Grazie alla collaborazione istituzionale tra il ICQRF (Ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi dei prodotti agroalimentari) e il Nucleo Speciale Beni e Servizi della Guardia di Finanza, nel corso del 2024 è iniziata l’operazione nazionale «Vinum Mentitum», per il contrasto delle frodi nel settore vitivinicolo.
L’attività, nata dall’analisi congiunta delle informazioni e dei dati disponibili alle due amministrazioni, ha tenuto in considerazione molti aspetti critici di un settore come quello vitivinicolo che ha raggiunto un’importanza strategica nel mercato, aumentando il consolidamento del ruolo di leadership dell’Italia negli scambi dell’export agroalimentare.
I controlli si sono concentrati sulla prevenzione e repressione di pratiche fraudolente legate alla illecita rivendicazione di vini come Dop e Igp, all’utilizzo di uve e mosti non conformi ai disciplinari di produzione e alla provenienza da areali diversi da quelli certificati, con l’obiettivo di tutelare il mercato e garantire una corretta informazione ai consumatori.
L’accurata analisi del rischio, svolta congiuntamente dall’ICQRF centrale e dal Gruppo Anticontraffazione e Sicurezza Prodotti del Nucleo Speciale Beni e Servizi, ha individuato specifiche criticità nelle diverse fasi della filiera – dalla raccolta all’imbottigliamento – anche in relazione a fattori esogeni quali eventi climatici avversi, carenza di manodopera, inflazione e fitopatie. Tali elementi hanno orientato la pianificazione delle attività di controllo e la selezione degli operatori da sottoporre a verifica.
I controlli mirati, eseguiti su tutto il territorio nazionale dai Reparti territoriali della Guardia di Finanza e dagli Uffici e Laboratori dell’ICQRF, hanno portato al sequestro di circa 2,5 milioni di litri di vino falsamente certificati Dop e Igp, per un valore complessivo superiore a 4 milioni di euro, nonché alla segnalazione di 24 soggetti alle autorità amministrative competenti.
Nel corso delle ispezioni sono state inoltre riscontrate numerose incongruenze tra le giacenze fisiche e le rimanenze contabili risultanti dal registro dematerializzato SIAN, con conseguente contestazione di 59 violazioni amministrative, che hanno determinato un gettito minimo per l’erario pari a 410.000 euro, oltre all’emissione di 11 diffide per violazioni sanabili.
Dalle attività sono scaturiti anche controlli di natura fiscale, che hanno consentito di accertare l’omessa documentazione di operazioni imponibili per oltre 280.000 euro, l’omesso versamento dell’IVA per circa 800.000 euro, nonché irregolarità in materia di lavoro sommerso e accise sul vino.
I risultati dell’operazione confermano, ancora una volta, l’efficacia dell’azione sinergica tra ICQRF e Guardia di Finanza nella tutela del Made in Italy, delle denominazioni di origine e delle indicazioni geografiche, a garanzia della leale concorrenza e delle scelte consapevoli dei consumatori.
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Riduci
(Ansa). Nel riquadro, Jacqueline Monica Magi, giudice penale al tribunale di Pistoia
Dalla Bicamerale in poi, ha sempre sostenuto la separazione delle carriere. Ora, invece, la ripudia perché l’ha fatta la destra.
superiori della magistratura e la nascita dell’Alta corte disciplinare. È un referendum importante, su una riforma attesa da anni, che viene a completare il disegno costituzionale del 1948 e quello del nuovo Codice di procedura penale varato nel 1988-1989 dall’impianto accusatorio.
La magistratura si oppone alla riforma per non ben spiegate ragioni, accampando ipotesi di retroscena apocalittici, che non trovano alcun riscontro nelle norme di legge. La sostanza dell’articolo 104 della Costituzione non cambia, la magistratura rimane un ordine indipendente e lo garantisce la Costituzione, esattamente come prima della riforma. Tutti i paventati cambiamenti del fronte del No, a leggere le norme, svaniscono. A parte ipotesi di alcun appiglio giuridico, il fronte del No non sa che dire se non che il sorteggio non garantisce la competenza dei sorteggiati.
O bella, in Corte di assise, dove si giudicano i reati più gravi, i giudici popolari vengono sorteggiati fra i cittadini, non solo sono sorteggiati anche i componenti dello speciale organo che giudica il presidente della Repubblica, allora noi avremmo un sistema che fa giudicare il presidente della Repubblica e gli accusati di omicidio e di strage da incompetenti? Certo che no, ma non sanno proprio che dire per contrastare i sostenitori di una riforma che mira a riportare trasparenza e legittimazione in un sistema che l’ha persa. Si perché il Csm è un organo di alta amministrazione chiamato a dare valutazioni tecniche sulla vita professionale dei magistrati e non deve e non può rappresentare nessuno, perché la rappresentanza implica un mandato da parte di elettori a cui si deve rispondere e non si può rispondere delle valutazioni tecniche a un elettorato. La rappresentatività dei membri del Csm verso gli elettori è, quindi, abnorme, una abnormità che va interrotta. Poi dovremo affrontare l’abnormità rimasta e non ancora toccata, quella dei Consigli giudiziari, organi regionali rappresentativi, piccoli Csm locali che ancora hanno membri eletti e dove si ricrea il gioco delle correnti. Il nodo dei Consigli giudiziari andrà affrontato.
Non tutti i magistrati, però, sono schierati sul fronte del No, ci sono magistrati anche sul fronte del Sì e si stanno disvelando piano piano. Esiste un gruppo di 61 magistrati che hanno fatto documenti comuni, che esprimono le loro opinioni tramite i social, che scambiano continuamente le loro idee. E non sono gli unici a esprimersi per il Sì. Ve ne sono altri. Scoprire che non si è soli a volere la riforma, a chiedere più trasparenza e legittimazione nel Csm, a chiedere una reale indipendenza del giudice dal pm è stato per me e per altre colleghe un momento di liberazione, il momento in cui ci siamo sentite finalmente libere di parlare, esprimere le nostre idee, comprese nel proprio pensare. Il modo che abbiamo noi colleghe di approcciarci al tema è completamente diverso da quello dei colleghi, più asettico e cerebrale. Noi ci esprimiamo con maggior calore e maggior sentimento e in modo certamente più concreto. È la differenza fra i due mondi, maschile e femminile, che si vive anche in questa battaglia. Come ha detto una collega alla Maratona oratoria dei magistrati per il Sì a Roma sabato 28 febbraio 2026, il ritrovarsi uniti dagli stessi pensieri, dalle stesse volontà, mi ha fatto sentire libera, eliminando quel senso di oppressione che da anni si era impadronito di me, chiusa in un sistema dove anche un respiro sbagliato poteva avere conseguenze inaspettate e le migliori intenzioni potevano essere lette negativamente in un clima definito da un collega a Roma, in quello stesso incontro, giustizialista.
Al momento ci rammarichiamo dei toni verbali violenti utilizzati dai sostenitori del No che, non avendo argomenti, offendono e aggrediscono.
Altro elemento misterioso di questa riforma è come sia possibile che la sinistra, che per venti anni, dalla Bicamerale di Massimo D’Alema in poi, ha sostenuto la separazione delle carriere, adesso sia contro la riforma solo per partito preso, perché la riforma viene fatta da un governo di destra, tradendo così i propri progetti passati.
Non sappiamo come andrà il referendum e cosa succederà dopo, alcuni di noi temono vendette se vincerà il No, ci scherziamo sopra, ma intanto respiriamo un’aria libertà che ci consente di denunciare i soprusi subiti, come ha fatto a Roma la collega Margherita che ha rivelato che alcune volte le è stato intimato di prendere alcune decisioni al posto di altre, e che ci permette di poter sperare in una riforma del sistema che porti maggiore trasparenza ed eticità.
Chiediamo, a chi ci ascolta, con tutto il nostro coraggio, di esporsi in questa battaglia e ci auguriamo che il 22 e 23 marzo i cittadini vadano a votare e votino Sì.
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Riduci





