Sergio Mattarella (Ansa)
Il capo dello Stato presiede per la prima volta i lavori ordinari e invita «le altre istituzioni a rispettare Palazzo Bachelet». Impedito il dibattito. Poi i presenti si dividono sulla Dolci, moglie dell’ex pm, che si prende Venezia.
Re Sergio, forse inebriato dai trionfi olimpici e dagli osanna dello Stadio di San Siro, ha deciso di indossare il mantello da supereroe e nel pieno della campagna referendaria e degli scontri da ultrà tra Fronte del Sì e Fronte del No si è presentato, totalmente inaspettato, alla seduta plenaria del Consiglio superiore della magistratura. È apparso scortato dai suoi due corazzieri, i consiglieri Ugo Zampetti e Stefano Erbani, sotto le insegne di capo dello Stato e non di presidente di Palazzo Bachelet, come ha sottolineato più volte nel suo breve discorso all’inizio del plenum del Csm.
Il messaggio doveva essere chiaro a tutti: nella zuffa tra politica e magistratura, lui, Supremo Notaio, interveniva come l’unico vero adulto del Sistema Italia, come un genitore saggio che separa i bambini che litigano.
Ma le sue parole non dovevano essere messe in discussione. L’epifania è stata un vero è proprio blitz, di cui quasi tutti i consiglieri erano totalmente all’oscuro. Alle 8:09 del mattino, il vicepresidente del Csm Fabio Pinelli ha spedito ai membri del parlamentino dei giudici questa mail (con qualche carattere sballato): «Cari Consiglieri, Vi informo che la seduta di plenum sarà oggi inizialmente presieduta dal Signor Presidente della Repubblica, il cui arrivo a Palazzo Bachelet è previsto alle ore 9:50. Mi permetto pertanto di raccomandare a tutti la massima puntualità per l’inizio dei lavori. Fabio».
Esattamente un’ora dopo, probabilmente nel timore che qualcuno fosse pronto a prendere la parola di fronte alle inattese comunicazioni del Quirinale, è stato inviato un altro messaggio che giustificava l’augusta discesa sulla Terra con una dimenticabile trattazione di una pratica della nona commissione, una di quelle che solitamente vengono fatte slittare a fine seduta, quando l’attenzione è scemata e le palpebre dei consiglieri iniziano a calare pericolosamente: «Quanto alla seduta odierna di Plenum, l’Ufficio Cerimoniale raccomanda che ciascuno di Voi giunga in Aula Bachelet entro le ore 9,35. Verrà trattata, con inversione dell’Ordine del Giorno, la pratica di Nona Commissione […] sulla cui proposta di delibera non sono previsti interventi. Resto a disposizione di tutti Voi. Con i saluti più cordiali. Fabio Pinelli». Insomma è stato tutto accuratamente studiato nei dettagli per evitare il dibattito in Aula. Le parole di Mattarella dovevano calare dall’alto e nel silenzio. Nessun contraddittorio era ammesso.
E, come detto, si è scelto di usare come cavallo di Troia una delibera che vale la pena di citare per la sua marginalità: una richiesta di supporto da parte della Scuola superiore della magistratura per un progetto di formazione giudiziaria finanziato dall’Unione europea «incentrata sulla digitalizzazione e sulla tutela dei diritti fondamentali, con particolare attenzione alle competenze digitali, all’alfabetizzazione in materia di intelligenza artificiale, alla non discriminazione e allo Stato di diritto».
Un corso fumosissimo che mai avrebbe attirato l’attenzione di qualcuno dentro al Csm se non ci avesse messo sopra il cappello il Quirinale.
L’intervento di Mattarella è arrivato dopo le sparate del procuratore di Napoli Nicola Gratteri (sugli elettori del Sì «indagati» e legati a centri di potere come «la massoneria deviata») e la risposta del ministro della Giustizia Carlo Nordio (che ha definito «para-mafiose» le logiche correntizie collegate alle nomine del Csm). E ogni parola di Re Sergio è stata limata e pesata con il bilancino.
Dopo aver citato la pratica e prima di dare la parola al relatore, Mattarella ha pronunciato il suo predicozzo urbi et orbi, non prima di avere evidenziato l’eccezionalità del suo intervento: «Vorrei aggiungere che sono consapevole che non è consueta la presenza del presidente per i lavori ordinari del Consiglio» è stato il suo incipit. «Per quanto mi riguarda non si è mai verificata in 11 anni». Neanche ai tempi del caso Palamara era ricorso a un tale sotterfugio. Che gli ha consentito, in poche e rapide battute, di bacchettare governo e magistrati. Ma non solo. Un consigliere che preferisce rimanere anonimo, intimorito dallo strapotere del Quirinale, ci ha confessato: «Ha rassicurato i magistrati su fatto che Lui c’è e che è il garante delle loro prerogative. Il referendum non lo ha ancora vinto il Sì, ma è ancora contendibile. La sua presenza ha significato questo».
Il testo ufficiale aveva, però, un altro contenuto, da perfetto trapezista della Costituzione e da cerchiobottista d’alto bordo. «Mi hanno indotto a questa decisione la necessità e il desiderio di sottolineare ancora una volta il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Csm. Soprattutto la necessità e l’intendimento di ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare particolarmente da parte delle altre istituzioni nei confronti di questa istituzione» ha ammonito. Una frase che tra gli esegeti più attenti dei discorsi, ma anche dei sospiri, del Quirinale è stato subito accolta con entusiasmo come una bordata a Nordio. Per i cronisti dei cosiddetti giornaloni, solitamente ben imbeccati, era questo il reale significato delle flautate parole.
Una versione subito smontata dalla consigliera laica (eletta in quota Fdi) Isabella Bertolini, che ha decodificato così il discorso: «Il capo dello Stato, con tono pacato, ha chiesto a tutte le istituzioni di rimettere il confronto sui temi del referendum nei binari del rispetto reciproco, invitando ad abbassare lo scontro. Ha anche precisato di parlare come presidente della Repubblica e quindi il suo è stato, a mio avviso, un intervento rivolto alle istituzioni a 360 gradi». Per l’avvocato, quello di Mattarella, «non è stato un richiamo solo al governo, ma anche, per esempio, a quanto detto nei giorni scorsi dal procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, che ha offeso i cittadini che voteranno Sì». Dunque il capo dello Stato non avrebbe «fatto una difesa corporativa della magistratura, ma anzi» avrebbe «messo in luce i problemi e le carenze che ci sono anche nel Csm». La Bertolini ha concluso con una speranza: «Mi auguro che adesso il confronto torni ad essere nel merito della riforma, in modo da aiutare tutti gli italiani a capire il quesito referendario».
In effetti, nei passaggi successivi Mattarella ha ammesso che il Csm è «un’istituzione non esente nel suo funzionamento da difetti, lacune, errori e nei cui confronti non sono ovviamente precluse critiche». Poi, in versione monsieur Lapalisse, ha aggiunto: «Come del resto si registrano difetti, lacune, errori e sono possibili critiche riguardo alle attività di altre istituzioni della Repubblica. Siano esse parte del potere legislativo, di quello esecutivo, di quello giudiziario».
Poi ha ribadito che il Csm «deve rimanere rigorosamente istituzionale ed estraneo a temi o controversie di natura politica» e, sempre come presidente della Repubblica, ha assicurato di avvertire «la necessità di rinnovare con fermezza l’esortazione a rispetto vicendevole in qualsiasi momento in qualsiasi circostanza, nell’interesse della Repubblica».
Dopo questo colpo di teatro, Mattarella si è velocemente dileguato, lasciando il Csm nell’ormai consueto caos.
Palazzo Bachelet, infatti, continua a rappresentare l’unico vero contropotere rispetto alla maggioranza di governo. Qui, da tempo, a distribuire le carte sono tornate le toghe progressiste, sebbene, almeno teoricamente, siano minoranza.
La prova è arrivata dalle tre delibere contrapposte di ieri, cioè quelle che non vengono decise all’unanimità.
Per la poltrona di procuratore di Potenza, assegnata al centrista Camillo Falvo, le toghe conservatrici e i laici di centrodestra sono riusciti a spuntarla perché al candidato progressista sono mancati i voti di due togati di centrosinistra, che non erano in aula al momento della decisione finale.
Ben diversamente è andata la corsa per il procuratore di Venezia, dove la milanese Alessandra Dolci, della corrente di Area, sembrava avere poche speranze contro il procuratore aggiunto di Catania Sebastiano Ardita, toga fieramente di destra, già consigliere del Csm proprio nella corrente fondata dal marito della Dolci, Piercamillo Davigo.
Ad Ardita, sebbene non faccia più parte di Magistratura indipendente, non è mancato nemmeno un voto riferibile al centrodestra e anzi sul suo nome è confluito anche il professor Roberto Romboli, autorevole membro togato in quota Pd. Insomma sembrava fatta e il relatore, il consigliere laico Felice Giuffrè, area Fdi, ancora ieri mattina era convinto di avere fatto bene i suoi conti, avendo ricevuto rassicurazioni pure dal renziano Ernesto Carbone. Che, però, alla fine, ha spostato le sue fiches sulla Dolci.
E così al momento della votazione il risultato è stato di 14 a 14.
A questo punto a molti è parso che Pinelli fremesse per votare Ardita, ma dopo un rapido consulto con il procuratore generale della Cassazione, Piero Gaeta (membro di diritto del Csm), il vicepresidente è sembrato accettare a malincuore la regola non scritta imposta dal Quirinale al «suo» comitato di presidenza (composto da Pinelli, Gaeta e dal primo presidente del Palazzaccio Pasquale D’Ascola), che è quella di non fare da ago della bilancia nelle nomine più combattute. Ma se Gaeta e D’Ascola si sono astenuti, Pinelli ha voluto lasciare agli atti il suo non voto. A questo punto si è ripetuta la conta e si è registrato un altro 14 pari. La Dolci ha vinto in quanto candidato con la maggiore anzianità di servizio.
Altra battaglia persa da un centrodestra in confusione è stata quella per la nomina del presidente della Scuola superiore della magistratura.
La scelta di Roberto Peroni Ranchet, effettuata dal Csm nel 2023, era stata bocciata sia dal Tar che dal Consiglio di Stato, dopo il ricorso dell’attuale procuratore di Viterbo Mario Palazzi.
Ma anche in questo caso i consiglieri vicini al centrodestra hanno deciso di andare allo scontro e, come consente la legge, hanno confermato la vecchia decisione, ma senza avere i numeri per farlo. E così si sono schiantati per la seconda volta in una mattinata.
Palazzi ha vinto 15-14 e lo ha fatto con le preferenze di Gaeta e D’Ascola. Pinelli ha invece optato per il perdente. In questo caso il comitato di presidenza ha deciso di esprimersi non essendo in gioco la nomina dei vertici di una Procura o di un Tribunale. Ma la decisione è stata un autogol che ha spaccato l’ufficio che funge da cinghia di trasmissione con il Quirinale.
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Riduci
Ansa
Oggi prima riunione della «creatura» di Trump, il nostro Paese rappresentato dal vicepremier: «Non si può non partecipare, si parla di Mediterraneo. E non è un comitato di affari». Le minoranze danno di matto.
È arrivato il giorno del contestatissimo Board of peace. La creatura voluta e presieduta a vita (anche oltre il suo mandato alla Casa Bianca) da Donald Trump, è pronta a fare le sue prime bracciate nuotando in mezzo a un oceano di proteste.
Era nato per supervisionare il percorso di pace a Gaza, il suo scopo è stato esteso alla soluzione di tutti i conflitti mondiali. Ne fanno parte le 23 nazioni che a Davos hanno firmato l’accordo come membri fondatori e, quindi, anche finanziatori (già promessi più di 5 miliardi di dollari per la ricostruzione di Gaza). Ma i Paesi che vogliono ottenere un seggio permanente nel «Consiglio di pace» devono anche contribuire con almeno un miliardo di dollari. I dubbi principali sul nascente organismo riguardano il ruolo di Trump e il fatto che possa essere una struttura in competizione col sistema multilaterale. Una sorta di «anti Onu», concepita come un club privé.
Francia, Spagna e Regno Unito hanno declinato l’invito. Lo stesso ha fatto la Polonia. Bulgaria e Ungheria sono gli unici due Paesi Ue ad aver aderito. A far storcere il naso, la decisione americana di invitare il presidente russo, Vladimir Putin. L’Ucraina, ovviamente, si è tirata fuori.
L’Italia ci sarà. Come osservatore, rappresentata dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che arriverà stamani a Washington alle 10 ora italiana. La riunione del Board è prevista dalle 16 ora italiana, al Donald J. Trump Institute of peace. Hanno deciso di partecipare come osservatori anche la Commissione europea, rappresentata dalla commissaria per il Mediterraneo, Dubravka Šuica, Cipro (che ha la presidenza di turno dell’Ue), Romania, Slovacchia, Croazia, Grecia. L’Austria, che in un primo momento aveva detto di andare, ieri ha cambiato idea. La Germania, al contrario, che non voleva partecipare, ieri ha annunciato che invierà il direttore generale per gli affari politici del ministero degli Esteri, Christian Buck. Tajani ritiene che «l’assenza dell’Italia a un tavolo in cui si discute di pace nel Mediterraneo sarebbe politicamente incomprensibile». «L’Italia è sempre stata protagonista nell’area del Mediterraneo», ha aggiunto ieri al suo arrivo a Tirana per la riunione ministeriale sul Corridoio VIII. «Non possiamo non essere parte di una strategia che dovrà vederci ancora in prima linea». E a quanti definiscono il Board of peace un «comitato d’affari della famiglia Trump», Tajani risponde che «non partecipiamo ad alcun comitato d’affari né scodinzoliamo dietro a nessuno. Vogliamo continuare a lavorare per la crescita della popolazione palestinese, siamo il Paese che ha accolto più cittadini palestinesi in tutto l’Occidente». Ieri, in serata, la Casa Bianca ha definito «molto spiacevole» il no del Vaticano a partecipare al Board: «Non credo che la pace debba essere di parte, politica o controversa», ha commentato la portavoce Karoline Leavitt.
Ma anche ieri, una pletora di rappresentanti della sinistra si è messa a strillare. Angelo Bonelli, deputato di Avs, accusa la Meloni di aver scelto «di isolarsi dall’Europa e di restare politicamente accanto ai dittatori. Questa non è sovranità: è sudditanza politica». Nicola Fratoianni, leader di Sinistra italiana, gli va dietro: «Dopo il tragico, c’è il ridicolo. La figura dell’osservatore non esiste. Il Board non ha nulla a che vedere con la pace». Anche Giuseppe Conte, presidente del M5s, ritorna sulla questione: «Il fatto che Meloni si infili in quel Board da una finestra laterale, rende ancor meno dignitosa tutta la sceneggiata. La sua politica estera è stata un disastro per Gaza e continua a esserlo anche adesso».
Anche gli europarlamentari di sinistra si tuffano nella mischia. Il dem Matteo Ricci, su Rai 3, ad Agorà, addirittura rimpiange Bettino Craxi: «Ridateci Craxi con Sigonella e Giulio Andreotti nei rapporti con i Paesi arabi. Il Board non discute dei diritti dei palestinesi e di due popoli due Stati ma di come spartirsi la loro terra». E figuriamoci se non ci sguazzava dentro anche l’eurodeputata di Avs, Ilaria Salis, che su X definisce tale scelta un «contesto inquietante», nel quale «lo spettro di un conflitto globale diventa ogni giorno più vicino». Strano che non si sia ancora fatta sentire Francesca Albanese con qualche sua sparata antisemita. Per Giuseppe Provenzano, responsabile esteri del Pd, «partecipare al Board è uno strappo alla collocazione internazionale del nostro Paese, l’ennesimo attacco all’Onu».
Dà manforte a Tajani il collega, ministro per la Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, che ospite a Start su Sky TG24, vede come «un dovere» la nostra presenza. La posizione di Futuro nazionale di Vannacci è espressa dal suo adepto alla Camera, Edoardo Ziello: «Se non si è al tavolo, si è nel menù. Il Board è un organo per superare il fallimento dell’Onu. Vogliamo che ci sia anche la Russia». Per Andrea Orsini, capogruppo di Forza Italia in commissione Esteri alla Camera, la sinistra vive di contraddizioni: «Per mesi, per anni, abbiamo sentito l’opposizione invocare la necessità di occuparci di Gaza. Oggi vorrebbe che l’Italia si chiamasse fuori. Grazie a questo accordo da quattro mesi a Gaza non si muore più. Dobbiamo essere dove si decide, anche per dissentire se necessario».
Si affacciano anche due mai rimpianti ex premier, Mario Monti e Matteo Renzi. Per il primo «il Board è la quintessenza del trumpismo, una gigantesca privatizzazione della politica internazionale». Il bullo di Rignano sull’Arno, invece, scrive sulla sua Enews: «Quello che mi colpisce è la totale subalternità del governo agli Stati Uniti: dovevano fare i patrioti italiani, sono i più scatenati sudditi americani».
Tutti d’accordo che l’Onu sia stato un fallimento. Tutti felici quando, a ottobre, Trump annunciò il cessate il fuoco a Gaza. Oggi, però, per quelle stesse persone quel Board è l’inferno.
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Riduci
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 19 febbraio con Flaminia Camilletti
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Per il comitato di esperti, il piccolo di due anni che ha ricevuto il cuore danneggiato non sopravviverebbe a un altro intervento. Il legale della famiglia: «La madre è rassegnata, ora è il tempo delle responsabilità». Fico incontra la donna e le promette giustizia.
È arrivata la notizia tanto attesa, ma con un esito che mai nessuno avrebbe voluto: il piccolo Domenico non è trapiantabile. Il comitato di medici, riunito all’ospedale Monaldi di Napoli, ha espresso parere negativo sulla possibilità di eseguire un nuovo trapianto sul piccolo di due anni a cui lo scorso 23 dicembre era stato trapiantato un cuore arrivato danneggiato. Nella tarda mattinata di ieri, un’equipe formata da massimi esperti arrivati da tutta Italia ha valutato le condizioni del bimbo e la predisposizione a un nuovo trapianto, considerando che da oltre cinquanta giorni è collegato all’Ecmo, una macchina che garantisce il supporto extracorporeo alla funzione cardiaca.
Al termine dell’incontro, la Direzione sanitaria ha spiegato, attraverso un comunicato, che il consulto tra gli esperti provenienti dalle principali strutture sanitarie del Paese che si occupano di trapianto di cuore pediatrico, ha consentito un «confronto collegiale e una valutazione condivisa quanto più completa e ampia possibile». Ma l’esito non è stato quello sperato: «Alla luce delle valutazioni effettuate al letto del paziente e sulla base degli ultimi esami strumentali, si è stabilito che le condizioni del bambino non sono compatibili con un nuovo trapianto». La Direzione strategica ha provveduto a informare il Centro nazionale trapianti e ha espresso la «più sincera vicinanza alla famiglia, prontamente informata, in questo momento così difficile».
La mamma del piccolo, nella tarda serata di martedì, era stata convocata dall’ospedale con urgenza e informata della possibilità di un cuore disponibile se ci fossero state le condizioni di trapiantabilità. Mamma Patrizia è chiusa nel suo dolore, ma continua a lottare per il suo bimbo. L’avvocato Francesco Petruzzi, che assiste la famiglia, adesso più che mai deve andare fino in fondo. Parlando con i giornalisti dopo la notizia del parere negativo, l’avvocato ha precisato: «Adesso aspettiamo le cartelle cliniche per farle vedere al consulente di parte. Dobbiamo vedere tutta la documentazione. Se non vedo la documentazione dell’ospedale non posso commentare le dichiarazioni del Monaldi, se non la guardo non mi posso esprimere e ora non ho una comunicazione con il Monaldi. Una nota di cinque righe dopo 57 giorni non è sufficiente, dobbiamo leggere tutta la documentazione. Se è finito il momento della speranza, inizia quello della responsabilità». Il legale ha riferito come la mamma ha saputo dell’esito negativo: «Le è stato riferito dai medici in direzione sanitaria. Lei è stata nel reparto prima, durante e dopo la visita dei cardiologi degli ospedali più importanti d’Italia. Non so però quali sono le motivazioni che le hanno dato. Vede che il figlio è ancora in vita, non ha chiuso ancora gli occhi, ma i migliori specialisti le hanno detto che non può ricevere un nuovo trapianto, quindi è anche rassegnata. Non le è stata prospettata alcuna prospettiva. Non abbiamo motivo di contraddirli, ma dobbiamo vedere un attimo la documentazione». Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha espresso vicinanza alla famiglia e ha assicurato che «sarà fatta chiarezza». «Il parere negativo a un nuovo intervento espresso dal comitato di esperti riunito all’ospedale Monaldi», ha detto il ministro, «scrive un epilogo diverso da quello che tutti noi fino alla fine abbiamo sperato, ma occorre attenersi alle indicazioni della scienza. Assieme al Centro nazionale trapianti abbiamo lavorato con impegno e serietà per assicurare nuove opportunità al bambino. Attendiamo di conoscere gli esiti delle indagini delle Procure e delle ispezioni ministeriali su quanto accaduto perché è doveroso fare chiarezza. In questo momento di grande difficoltà tutta la mia vicinanza va alla mamma Patrizia, al papà e alla famiglia del piccolo. Intanto, Carlo Pace Napoleone, direttore della Cardiochirurgia pediatrica dell’ospedale Regina Margherita di Torino e membro del comitato di esperti che si è riunito a Napoli, all’Ansa ha spiegato che cosa succederà al cuoricino che era stato trovato per il piccolo Domenico: sarà espiantato dal donatore a breve e trapiantato a uno degli altri due soli bambini compatibili che sono nella lista d’attesa urgente per l’operazione.
Nella giornata di ieri mamma Patrizia ha poi incontrato il presidente della Regione Campania, Roberto Fico. «Lui - ha riferito il legale della famiglia - le ha chiesto scusa anche se non è colpa sua e le ha detto che faranno giustizia». Il governatore, parlando con i giornalisti, ha poi aggiunto: «Al di là di questo io ho attivato da subito i massimi poteri di vigilanza, controllo e ispettivi della Regione Campania. Ho avuto una relazione di 290 pagine che ho mandato al ministro Schillaci con cui ho avuto anche un incontro già programmato e chiaramente abbiamo parlato del Monaldi. Ci sono anche gli ispettori del ministero, vedremo anche loro poi che cosa diranno».
Intanto, proseguono le indagini della Procura partenopea che vedono sei indagati tra medici e paramedici. L’inchiesta si sta concentrando sul trasporto del cuoricino da trapiantare e, in particolare, sul contenitore che lo conteneva che non sarebbe stato adeguato.
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Riduci





