Solvie Falzes
Una nuova struttura a Falzes riscrive il canone della vacanza in mezzo ai monti all’insegna di libertà, saune e tanto benessere.
I movimenti sono così fluidi da sembrare una danza che trasforma la sauna in un palcoscenico con la scenografia della piscina esterna ispirata alle terme giapponesi. Mattia Fortunati Rossi, maestro di sauna pluripremiato (campione italiano nel 2023), sventola con vigore le spugne bianche, disegna cerchi nell’aria che diffondono ondate bollenti di aromi, turbini vorticosi di vapore prodotti da sfere di neve che sembrano essersi impregnati della resina dei boschi o degli agrumi di Sicilia. La sauna diventa un tappeto di Aladino che vola seguendo la rotta dell’olfatto. L’Afuguss, così si chiama questa pratica delle gettate di vapore in sauna, all’Hotel Solvie di Falzes è pura arte.
Proprio all’arte del benessere, che a tratti sconfina nella sensazione onirica, è consacrato questo albergo, ultimo nato nella famiglia dei Winklerhotels. Inaugurato lo scorso anno, ha aspetti rivoluzionari: la reception rompe un tabù e diventa contigua al garage che, per eleganza e cura, vi dialoga perfettamente. Falzes è famosa per trovarsi su un poggiolo molto soleggiato della Val Pusteria e tutto l’hotel è un inno alla luce che lo inonda dalle pareti di vetro affacciate sul giardino, dove i grandi specchi d’acqua delle piscine riflettono il cielo. «Il concept di design segue un’interpretazione dello spazio aperta e inondata di luce, caratterizzata da forme morbide ed ellittiche», spiegano Stefan Ghetta e Astrid Steinwandter, direttori creativi del progetto. La forma ellittica ricorrente accarezza la vista, l’ariosità rilassa. Anche il tempo si dilata: «Le lancette della colazione si spostano fino alle 11.30 per consentire di gestire liberamente il tempo; il pranzo è leggero con piatti e snack salutari che cambiano ogni giorno, le cene a base di prodotti locali e stagionali», spiega Julian Winkler. L’aperitivo, per chi lo desidera, si spoglia dell’alcool con formule e sciroppi esclusivi del creativo barman Gaborl.
Le 87 camere e suite, di cui 45 nuove suite, hanno nuance naturali come il biondo madreperlato del faggio, le tonalità dell’acqua e della terra, linee semplici ed ellittiche, arredi artigianali e vetrate che diventano pareti di luce. L’acqua è al centro del giardino di 5.000 mq con la infinity pool riscaldata (c’è anche un laghetto con piattaforma per lo yoga). Ma è anche a un passo dalle nuvole: immersi nella piscina al quinto piano, si ammira Falzes dall’alto con la chiesa linda di San Ciriaco, il campanile rosso così appuntito da sembrare una punta di matita che buca il cielo, gli alpeggi di velluto e i boschi.
L’area saune, ricca di trasparenze, comprende zone relax e saune di vario tipo, dove ogni giorno si eseguono tre gettate di vapore e un peeling con sale o zucchero nella sauna Vapor-experience. L’area ideale per famiglie è attorno alla piscina coperta, dove la sauna aromatica alle erbe evoca un tuffo nei prati altoatesini. Karin Reichegger, spa manager e insegnante di yoga, si è occupata personalmente della messa a punto di trattamenti esclusivi e olistici, come il Vegeto dynamic, una dolce mobilizzazione che mira al riequilibrio energetico. Per chi lo desidera, ci sono corsi di yoga e qi gong.
All’aperto il «bagno» nei boschi è un’esplorazione guidata in natura dove il tatto diventa protagonista. Numerose le escursioni organizzate dall’albergo in quota con guida, anche oltre i tre mila metri, e in bici. L’Hotel Solvie si trova a quindici minuti di shuttle (gratuito) da Plan de Corones, dove ricavato nell’ex stazione a monte a 2.275 metri, il museo Lumen racconta la storia e l’eroismo della fotografia di montagna. Il ristorante contiguo AlpiNN è una moderna stube di cristallo che nasce dal progetto Cook the mountain dello chef Norbert Niederkofler. Vicino si trova anche il Messner mountain museum Corones, dedicato all’alpinismo tradizionale, nell’architettura firmata da Zaha Hadid.
Dall’hotel in dieci minuti di shuttle si raggiunge Brunico, con i suoi negozi affacciati alle strade di pietra. Anche Falzes incanta, con il percorso di Landart costellato di opere; il sentiero «Le pietre raccontano» per scoprire la geologia locale; la passeggiata alla malga Haidenberg; il tour in bici lungo la Strada del Sole con sosta al laghetto balneabile d’Issengo. Oppure la visita all’azienda Bergalia, per conoscere il mondo degli oli essenziali alpini. La sera, rientrati, attendono bagni di calore e di acqua al cospetto del tramonto.
Informazioni: www.wrinklerhotels.com; www.suedtirol.info/it.
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Riduci
Enrico Letta (Imagoeconomica)
Una precoce carriera politica costruita, a detta sua, quasi senza volerlo. Poi solidi legami con il mondo tecnocratico e accademico. Dallo zio Gianni ha preso la capacità di muoversi in modo felpato. L’unico che gli fa perdere la calma è Matteo «stai sereno» Renzi.
Cognome e nome: Letta Enrico. Premier per 10 mesi nel 2013, sostituito da Matteo Renzi che lo aveva appena rassicurato in tv: «Enrico, stai sereno».
«È diventato un tormentone nazionale, a me fa sorridere», confiderà il 3 maggio 2015 alla sempre puntuale Barbara Romano, oggi al Tg2, all’epoca a Libero (aggiungendo una macumba: «Vedremo nei prossimi anni a cosa porterà il solitario approccio leaderistico di Renzi», tiè).
Segretario del Pd per due anni, dal 2021 al 2023, giusto il tempo di consegnare Palazzo Chigi a Giorgia Meloni.
L’abatino Letta. Che da milanista su X ha bastonato Alessandro Bastoni dopo la sua «scemeggiata», la simulazione che ha portato all’espulsione dello juventino Pierre Kalulu. «Non va convocato in Nazionale» ha maramaldeggiato nel giorno di San Valentino.
2013. Da premier visita l’Irlanda. Al quotidiano Irish Times concede una chicca: «Che cosa si pensa di me nelle cancellerie europee? Che ho un paio di balls of steel», alla lettera: palle d’acciaio. Non l’avesse mai detto (come poi sosterrà)!
Fu immantinente azzannato da Renato Brunetta, capogruppo Pdl alla Camera, «Gli operai dell’Ilva gliele fonderebbero volentieri», e da Beppe Grillo, «Letta ballista d’acciaio».
Letta reagì su Twitter: «Ma Grillo non hai altro da fare? Segnalo che tutto lo steelgate è nato per traduzione idiomatica fatta dal giornalista». Traduco idiomaticamente a mia volta: la frase usata da Letta sarebbe stata «ritengono io abbia tirato fuori gli attributi», ma si sa come vanno le cose con le iene dattilografe, tanto più se straniere.
Non smentì invece Libero, cui regalò parole di apprezzamento per Silvio Berlusconi: «È uno sborone». Per la Treccani - che richiama la voce «Parole oscene» di Fabio Rossi nell’Enciclopedia dell’italiano, 2011 - il vocabolo «rimanda alla masturbazione, usato per stigmatizzare metaforicamente persone e comportamenti legati all’inettitudine e alla vanagloria», e vabbé.
«Sotti-letta». «Lettino». L’eterno revenant, il «redivivo» della poesia di Charles Baudelaire. Il politico che avrebbe voluto «essere come Dylan Dog: intelligente e molto corteggiato dalle donne».
Anche se a Chi di Alfonso Signorini alla vigilia delle politiche 2022 confesserà di aver coltivato due sogni: «Diventare un grande giocatore di basket negli Usa, mentre alla fine ho giocato solo a Pisa (sua città natale, ndr), e viaggiare per il mondo lavorando come fotografo del National Geographic».
«Letta il Minore». «Letta il Giovane». Per distinguerlo dallo zio, Gianni Letta, simbolo di quell’educato, equilibrato, civile - nonché spietato, alla bisogna - gattopardismo in salsa romana, per cui «tutto deve cambiare perché nulla cambi davvero», dal momento che «tra destra e sinistra alla fine vince sempre il centro (tavola)» (copyright by Dagospia).
Come lo Zio, anche il Nipote si è sempre saputo muovere con passo felpato, attraversando indenne i tanti scandali e scandaletti che hanno investito la politica in generale, e il centrosinistra in particolare, senza mai essere «avvisato», indagato o accusato di alcunché.
Anzi. Come divenne premier, perché non si inzigasse su potenziali conflitti d’interesse, polverizzò da un giorno all’altro VeDrò, il suo think tank che si dava appuntamento una volta l’anno per tre giorni in Trentino.
Il fatto è che del suo atto d’imperio Letta non avvisò alcuno: andò al microfono, intonò il de profundis, e tanti saluti a chi aveva già messo in piedi la nuova edizione, sempre con tanto entusiasmo e sempre con mezzi risicati (lo so per conoscenza diretta, visto che a VeDrò ho potuto ricordare l’assassinio del commissario Luigi Calabresi, il calvario giudiziario di Enzo Tortora, gli omicidi di Walter Tobagi e dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, e posso garantirlo senza tema di essere smentito: non si nuotava certo nell’oro).
Troncare. Sopire. Per risultare una presenza in fondo impalpabile. Il che gli ha consentito un cursus honorum impressionante.
Consigliere comunale Dc a Pisa nel 1990, a 24 anni (meglio di Pierfurby Casini, consigliere Dc a Bologna nel 1980, a 25 anni: la Dc è morta, ma alcuni Dc hanno saputo sopravvivere benissimo).
«Nel 1991, a 25 anni, mi sono ritrovato presidente dei giovani popolari d’Europa». E chi a quell’età non si è «ritrovato» ai vertici di un movimento internazionale?
«Nel 1993, nel passaggio dall’esecutivo di Giuliano Amato a quello di Carlo Azeglio Ciampi, a Beniamino Andreatta fu chiesto inaspettatamente di occuparsi degli Esteri, e siccome il suo entourage era “economico”, ed io ero l’unico ad aver fatto studi di Diritto delle Comunità, mi ritrovai (aridanga) suo segretario e principale collaboratore al governo», ipse dixit a Cesare Fiumi per Sette, il supplemento del Corriere (e sarà anche per questa improvvisa investitura che i suoi detrattori hanno fatto circolare un presunto giudizio di Andreatta: «Enrico è un animale a sangue freddo», una rasoiata, ma vai a sapere: magari era un elogio della sua imperturbabilità).
Nel 1997 vice - assieme a Dario Franceschini - di Franco Marini, segretario del Ppi, il Partito popolare.
Dal 1998 al 20021 ministro nei due governi consecutivi di Massimo D’Alema e poi nel secondo esecutivo Amato.
Quindi nel 2001 deputato (lo sarà fino al 2015, e poi di nuovo dal 2021 al 2024).
In corsa per le prime primarie del Pd, vinte il 14 ottobre 2007 da Walter Veltroni con il 75% dei voti, «i concorrenti raccattarono le briciole: Rosy Bindi il 14%, Letta il 10%, altri due lo zero e qualcosa» (Giampaolo Pansa, Tipi sinistri, Rizzoli, 2012).
Con il Pd, in verità, l’amore non è mai sbocciato.
L’avvento di Renzi al governo, infatti, è stato avallato dalla direzione del Pd che il 14 febbraio 2014 votò la proposta sul «cambio di passo» con un voto bulgaro: 136 sì, 16 no, 2 astenuti (e la benedizione non dichiarata del capo dello Stato Giorgio Napolitano: lo scatto in cui, al passaggio delle consegne, Letta allunga la mano destra guardando letteralmente dall’altra parte - se non schifato, come se - foto che i social hanno trasformato in meme, con Letta che consegna a Renzi non la campanella ma una pantegana, è rimasto celebre).
Come I duellanti di Joseph Conrad, da cui Stanley Kubrick trasse uno splendido film, i due continuano a beccarsi.
Renzi in Avanti, Feltrinelli 2017, scrive: «Il governo Letta era immobile, fu tutto il Pd a voler cambiare cavallo»?
Letta lo impiomba su Twitter: «Mi è tornata in mente una frase ascoltata tanto tempo fa: “Sono convinto che il silenzio esprima meglio il disgusto e mantenga meglio le distanze”».
Letta in Ho imparato, Il Mulino 2019, vede un filo rosso tra il vaffa di Grillo, la ruspa di Matteo Salvini e la rottamazione del Toscano del Grillo, «tutti e tre si sono serviti della distruzione dell’avversario per raggiungere il potere»?
Renzi lo fulmina: «Meschino, accecato dal rancore personale e dall’odio ideologico».
Dopo la defenestrazione dal governo e la successiva rinuncia al seggio in Parlamento, Letta ripara in Francia per dirigere dal 2015 al 2021 la Scuola di affari internazionali dell’Istituto di studi politici di Parigi.
Nel 2016 si guadagna così anche la presidenza dell’Istituto Jacques Delors. E un posto nel consiglio di amministrazione di Abertis, colosso spagnolo delle infrastrutture e gestione autostradale.
Nel 2021 è richiamato in patria a gran voce come capo del Pd, da quegli stessi congiurati che lo avevano tradito nel 2014: «Nello stanco, ma pur sempre appassionato romanzo d’appendice che scorre parallelo alla tecnocrazia che governa, si staglia all’orizzonte del Pd la figura del Letta di Montecristo», così Filippo Ceccarelli su Repubblica.
Diventerà il nono leader del Pd masticato e digerito in sedici anni.
Ma non rimane a spasso: quando nel 2024 è nominato decano della Ie School of Politics, Economics and Global Affairs di Madrid, prestigioso istituto per la formazione di leader in innovazione e cambiamento, si dimette di nuovo dal Parlamento, perché va bene il senso dello Stato, ma lo stato del proprio curriculum viene prima.
Con la «tecnocrazia» Letta ha sempre mantenuto oculate e proficue relazioni.
Nel novembre 2011, quando Mario Monti subentra al Cavaliere «dimissionato» causa spread, un fotografo immortala il neo-premier con un biglietto in mano: «Mario, quando vuoi dimmi forme e modi con cui posso esserti utile dall’esterno. Sia ufficialmente sia riservatamente. Per ora mi sembra tutto un miracolo! E allora i miracoli esistono! Enrico» (Letta in quel momento era vicesegretario del Pd di Pier Luigi Bersani).
Anche con Mario Draghi i rapporti sono idilliaci, tanto che lo scorso 12 febbraio erano insieme all’informale vertice Ue nel castello di Alden-Biesen in Belgio, dove in venti minuti a testa «i due ex premier italiani, esempi differenti di fallimento politico in patria, hanno ripetuto la predica sulla competitività europea la cui condizione è peggiorata, e si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio», così Roberto Ciccarelli sul manifesto del 13 febbraio.
Sì, Letta ha imparato.
A non uscire dal giro, sicuramente.
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Riduci
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2026-03-01
Il trionfo di Sal Da Vinci a Sanremo è la rivincita nazionalpopolare che spiazza le élite
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Sal Da Vinci (Ansa)
Al 76º Festival di Sanremo la vittoria di Sal Da Vinci assume il valore di una svolta simbolica: il pubblico premia un racconto tradizionale di amore e famiglia, dove fedeltà e melodico battono fluidità e mainstream, smentendo critica e pronostici.
Delitto perfetto nazionalpopolare. A sorpresa, il successo di Sal Da Vinci al 76º Festival di Sanremo è una piccola grande rivoluzione copernicana. Il trionfo della famiglia tradizionale. La consacrazione dell’amore e della fedeltà coniugale. Nel posto che di solito celebra la fluidità, le famiglie arcobaleno, i nuovi diritti. Un verdetto inatteso, ma non per tutti. In un’intervista di oltre un mese fa, Antonio Ricci aveva detto che qualcuno gli aveva parlato di lui come vincitore «forse per bruciarlo». Sulla Verità, non più tardi di sabato, si era ipotizzato: «Pensa che cosa succede se, per caso, vince Sal Da Vinci». Uno smacco per la critica. Una smentita clamorosa, come quelle di certi sondaggi politici sulle elezioni che poi danno risultati inattesi. Anche stavolta il popolo smentisce le élite e i suoi analisti blasonati che, fin dal primo giorno, hanno contestato lo spartito di Carlo Conti, colpevole di aver chiamato Laura Pausini che non canta Bella ciao, e di aver invitato Andrea Pucci, comico di destra. Figurarsi: un conduttore che definisce il suo «un Festival cristiano e democratico»; un direttore artistico che ha accolto solo dieci donne tra i trenta cantanti in gara. Soprattutto, colpevole di rivolgersi agli italiani, alle famiglie più che ai single, senza ambizioni intellettuali e bandiere mainstream.
I pasdaran della Sala stampa cercavano polemiche a tutti i costi. Tipo l’invito alla supermodella russa Irina Shayk, citata nei file di Epstein, per mandare un messaggio conciliante a Putin. Secondo gli editorialisti dei giornaloni invece era un Festival mediocre, senza guizzi, uno show della medietà. Il tutto trovava conferma nel calo degli ascolti. Che, in realtà, è da ridimensionare considerando la concorrenza delle partite di Champions League e la controprogrammazione di Mediaset e La7. E, tutt’altro che irrilevante, la messa in onda rispetto al 2025 due settimane più tardi, quando la platea è ridotta di circa due milioni. E la finale ha pur sempre totalizzato il 68,6% di share e 10,7 milioni di telespettatori.
Quanto alle canzoni anche quelle erano brutte, i cantanti sconosciuti, i fenomeni latitavano. Stavolta, chissà perché, nessuno chiedeva innovazione. E pazienza per la varietà dei generi, dal country al jazz al melodico, sottolineata dal direttore artistico. La critica si baloccava tra Ditonellapiaga, Serena Brancale ed Ermal Meta. Masini e Fedez no, perché il primo è ritenuto di destra e il secondo antipatico, tanto più che in L’acqua è più profonda di come sembra da sopra (Mondadori) ha saldato un po’ di conti con l’ambiente. Così le firme musicali gliel’hanno fatta pagare. Per il resto, smacco anche nella serata delle cover, quando, con Ditonellapiaga, Tony Pitony, nemico pubblico numero uno, metteva in scena un piccolo gioiello swing, tra Broadway e il Quartetto Cetra.
Intanto, Sal Da Vinci era sempre lì. A ogni esibizione l’Ariston s’infiammava. Lui cantava d’impeto, una pioggia di sentimenti tradizionali. Il giorno del matrimonio, il giuramento di fedeltà… E il pubblico in piedi, donne soprattutto, a tributargli lunghi applausi. Saranno napoletani, si pensava. Per sempre sì restava ai primi posti delle classifiche, ma nessuno ci credeva. Invece. «È la vittoria di un popolo e la vittoria di tutti quelli che hanno perseverato nel seguire un sogno», ha raccontato Sal Da Vinci dopo aver realizzato che è tutto vero. «Faccio questo mestiere da quando avevo sette anni e l’ho continuato con perseveranza tra cadute e salite ripide. Non è stato facile, ma è una vittoria di tutti quelli che vengono dal basso come me». Battuto di poco al Televoto da Sayf, il vincitore ha fatto il pieno nelle giurie di stampa, radio, tv e Web, dov’è folta la rappresentanza napoletana. E dove, come detto, non si è voluto premiare Male necessario di Fedez e Masini. Da Vinci andrà anche all’Eurovision, ha confermato agli scettici che sui social già contestano che ci si presenti con «questa roba qui»: «Portare la musica italiana fuori dal nostro Paese è un grande motivo di orgoglio», sottolinea indomito. In tanti masticano amaro.
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Riduci
Non si devono spegnere i riflettori sul dramma vissuto dalla famiglia Caliendo. «Ho affidato mio figlio ai dottori, e loro mi hanno tradito», ha affermato la donna. Non c’è sconfessione più grande per chi dovrebbe tutelare la vita, soprattutto dei più fragili.
La morte di un bambino è il mistero più grande cui possiamo assistere nella nostra vita terrena. E non mancano le parole perché non conosciamo quelle adeguate: mancano perché non esistono. Così è per la morte del piccolo Domenico. Doverne scrivere dopo aver parlato ripetutamente con mamma Patrizia, una donna straordinaria per intelligenza, dignità, determinazione e compostezza.
La morte di un bambino innocente di due anni è il segno inequivocabile che nel mondo c’è il male, il mistero del male: mysterium iniquitatis. Ma come da sempre insegna la tradizione cattolica, ci sono due tipi di male: il male fisico, che non dipende dall’uomo (come nel caso di un tumore inguaribile o nel caso di un terremoto che distrugge case e fa morire le persone) e il male morale, cioè quello che, diversamente dal primo, dipende dall’azione dell’uomo e si chiama appunto morale perché dietro a quel male c’è una colpa. Questo è il caso della morte del piccolo Domenico.
Domenico era un angelo venuto dal cielo che a due anni, sulla terra, ha incontrato quelli che la teologia chiama gli angeli decaduti: dei diavoli, delle persone che compiono il male e che hanno colpa di quel male e lo compiono perché non fanno il loro dovere. Ora quell’angelo in cielo prega per la mamma, per il papà e per i due fratelli che soffrono le pene dell’inferno per il male compiuto dagli uomini che dovevano salvare la vita di Domenico.
Ha detto bene la mamma: «Ho affidato la vita di mio figlio ai medici, e loro mi hanno tradito». È vero. Perché oltre a tradire la deontologia professionale hanno tradito la fiducia di una mamma che affidava loro il frutto del suo amore. Una mamma che durante tutte le fasi che hanno portato alla morte di Domenico aveva avuto l’intuizione, che solo una mamma può avere, che il suo angelo, in quei momenti, era nelle mani di coloro che non stavano facendo quello che avrebbero dovuto fare e che si rifiutavano anche di parlare, perché non sapevano cosa dire se non delle menzogne. In quei giorni terribili che hanno preceduto la morte del bambino, mamma Patrizia mi ha fatto venire in mente la Madonna ai piedi della Croce: una donna straziata dal dolore che vede la morte del Figlio che non ha compiuto alcun male, ma che è frutto del male compiuto dagli uomini.
C’è una frase molto celebre di Sant’Agostino che dice così: «La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per le cose così come sono, il coraggio per cambiarle». Mamma Patrizia ha ampiamente dimostrato di avere tutte e due queste caratteristiche: lo sdegno che, però, dimostra con dignità - al contrario dei responsabili della morte di suo figlio, che non hanno neanche sentito il bisogno di scrivere una lettera alla famiglia o di incontrarla anche semplicemente per un gesto di umanità; e il coraggio di voler cambiare le cose, tanto da voler dar vita a una fondazione intitolata a Domenico e che si occupi di tutto ciò che non ha funzionato in questa vicenda: delle malefatte, dell’incompetenza inaccettabile, della disumanità dei comportamenti di fronte dei genitori distrutti.
Questo giornale, nel suo piccolo, vuole collaborare perché si è fatta giustizia e, almeno, come ha detto il figlio di Patrizia, il fratellino di Domenico, «gli sia fatta pagare» a chi ha sbagliato. Occorre che giustizia sia fatta in fretta perché si deve evitare che coloro che hanno fatto il male provino a nascondere ciò che deve essere conosciuto, provino a occultare quello che va visto, provino a concordare tra di loro una versione falsa e menzognera di quello che è successo.
Dopo la morte di Domenico sono accaduti fatti gravi: sta scoppiando una guerra, e di questi fatti ne accadranno di nuovi e di grande rilievo. Questo è un motivo in più per non attenuare l’attenzione, non spegnere i fari su questa vicenda favorendo, così, coloro che vorrebbero oscurarli perché ne va della loro vita e della loro professione: un processo giusto dovrà far luce sulle loro colpe.
La morte colpevole di un bimbo innocente non ha valenza inferiore a nessun altro fatto che possa accadere nel mondo. Non ha dignità minore tale da distogliere la tensione e concentrarla solo su altro. Questa mamma e questa famiglia debbono continuare a essere seguite, a essere aiutate, a essere incoraggiate perché la vicenda, le indagini e il processo non rappresentino un ulteriore via Crucis. Noi della Verità chiediamo giustizia per il piccolo Domenico. E non smetteremo di farlo. Per quanto mi riguarda non smetterò di farlo all’interno delle mie trasmissioni perché l’ho promesso alla mamma e gliel’ho promesso semplicemente perché lo ritengo un dovere.
Mi permetto di scrivere ancora una cosa, perché mamma Patrizia è una donna di fede. Il piccolo Domenico è dall’eternità che è scritto nel Libro della vita: la sua giornata è stata breve, troppo breve, inspiegabilmente breve, ma ora in quel Libro della vita vivrà eternamente, custodito dal Dio della vita che ascolterà le preghiere per il suo babbo, per la sua mamma, per i suoi fratellini. Questo non toglie nulla alla sofferenza e alla tragedia di questa famiglia, ma ci fa pensare al piccolo Domenico circondato da angeli buoni in una dimensione di eterna beatitudine. Lo pensiamo che gioca con gli altri bambini morti immaturamente e anche loro presenti nel Grande Libro della memoria di Dio.
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