Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 18 febbraio con Flaminia Camilletti
Imagoeconomica
I rappresentanti di Articolo Centouno bocciano la decisione di investire 800.000 euro per il comitato referendario contro la riforma Nordio. Critiche al bilancio: «Gestione antidemocratica dell’associazione».
Anche se l’Associazione nazionale magistrati non pubblica i suoi bilanci, c’è chi, nel sindacato delle toghe, non fa mancare i rilievi e denuncia l’opacità di alcune operazioni. È il gruppo di giudici e pm riuniti sotto le insegne di Articolo Centouno i cui rappresentanti dentro l’Anm non le mandano certo a dire.Mentre il governo invoca trasparenza sui finanziamenti versati da migliaia di cittadini al comitato «Giusto dire No», praticamente una costola dell’Anm, e l’opposizione denuncia schedature e liste di proscrizione, noi siamo andati a recuperare su Radio Radicale il dibattito del 12 luglio 2025 legato all’approvazione del bilancio del 2024 dell’Anm.
In quell’afosa giornata il giudice Nadia Ceccarelli prende la parola a nome di Articolo Centouno e, suscitando il fastidio di molti, esprime un giudizio che vale la pena di riportare.
Nel primo intervento, la toga elenca i dati che abbiamo pubblicato ieri, vale a dire un buco di bilancio di 589.000 euro, l’erosione di quasi 600.000 euro dal saldo contabile, causata dall’organizzazione del congresso nazionale («che è diventato un evento mondiale, a quanto pare, considerato quanto è costato», è il commento ironico della Ceccarelli) e cita testualmente le critiche mosse dai revisori alla gestione dei fondi dell’associazione, destinati più agli «investimenti speculativi» (per cui il gruppo propone di stabilire un limite massimo) che alle «attività assistenziali e di sostegno agli aderenti all’Anm», particolarmente urgenti «in caso di gravi eventi e patologie». Le parole della Ceccarelli vengono pronunciate tra brusii e proteste, ma il giudice conclude la lettura del documento senza preoccuparsene.
La conclusione è scontata: «Articolo Centouno vota contro l’approvazione del bilancio e non ho intenzione di dimettermi», annuncia con tono fermo la Ceccarelli. «Il nostro è un voto di carattere politico perché il bilancio contiene spese del tutto irragionevoli, benché veritiere in quanto riscontrate dalla documentazione allegata». Il suo j’accuse non si arresta: «Sono anni che si fa passerella vuota, la campagna referendaria è solo l’ennesimo pretesto. Sono anni che non si fa vera tutela sindacale a favore dei soci in malattia o dei soci sottoposti a procedimenti disciplinari, sono anni che si calpestano le prerogative della minoranza», denuncia la donna. E fa un esempio: «Abbiamo chiesto 200 euro di rimborso per un volo aereo acquistato da Andrea Reale (altro esponente di Articolo Centouno, ndr) per andare a parlare con il ministro della Giustizia ed è stato negato dicendo che era andato a titolo personale». Il giudizio finale è definitivo: «Questo bilancio riflette un’Anm antidemocratica».
Accuse forti che scatenano la reazione delle toghe progressiste, anche se il bilancio viene approvato pure dalle altre correnti (l’Anm è guidata da una sorta di governissimo o Grande coalizione).
L’ex presidente dell’Anm, Giuseppe Santalucia, secondo quelli di Articolo Centouno, avrebbe chiesto alla nuova giunta informazioni su chi lo avesse accusato di mala gestio. E allora il compagno di banco della Ceccarelli nel Consiglio direttivo centrale del sindacato, il già citato Reale, si mette al pc e scrive alle toghe progressiste presenti nella vecchia Giunta esecutiva centrale, le più arrabbiate per le accuse del gruppo di colleghi anticorrenti e domanda loro se abbiano letto il verbale dei revisori dei conti dell’Anm, dove si faceva riferimento al buco di bilancio e lo si valutava ripianabile non prima di quattro anni.
«Come interpretate queste affermazioni “infamanti"?», chiede provocatoriamente Reale ai colleghi, che sostengono di avere sempre condiviso «le più significative decisioni in materia di spesa» nel parlamentino dell’Anm.
Reale non ci sta: «Ma davvero? Quindi noi di Articolo Centouno abbiamo dormito durante tutte le riunioni?», scrive. E chiede la prova di questa condivisione di informazioni. Le domande non sono terminate: «Vi sembra sufficiente come giustificazione della “perdita” (collegio dei revisori dixit!) dire che gli accantonamenti ammontano a 1.700.000,00 euro? In che termini pensate che le affermazioni dei revisori dei conti o di qualche rappresentante dell’Anm, sul bilancio 2024, possano dirsi infamanti e come pensate di agire nei loro confronti: civilmente, penalmente, disciplinarmente, deontologicamente, amministrativamente?».
Di fronte a questa raffica di quesiti non risponde nessuno e, allora, Reale, dopo quattro giorni, manda un’altra mail («Essendo rimaste inevase le domande…») intitolata «Bilancio: in rosso? Chi dice falsità» e vi inserisce ulteriori informazioni e dati imbarazzanti. Per esempio ricorda la voce del bilancio «Contributi e liberalità» che ha registrato un «aumento del 30,97% (da 67.800 euro a 88.800 euro)»; l’importo del compenso dell’addetto stampa (cresciuto del 101% da 52.000 euro a 103.500); gli 85.400 euro destinati a una società di consulenza che è stata chiamata, senza gara (i revisori hanno espressamente consigliato di farle), a dare i giusti suggerimenti su come ritoccare il contratto con il broker assicurativo dell’Anm (cambiato di lì a poco su consiglio di un altro consulente).
Per Articolo Centouno si tratterebbe di una spesa folle, mentre l’Anm ha sostenuto che il vecchio broker, grazie all’intervento del consulente, avrebbe formulato un’offerta migliorativa che si sarebbe tradotta in un risparmio di spesa per i soci assicurati di 567.000 euro.
A proposito di questo affidamento, Reale precisa con La Verità: «Abbiamo appreso della consulenza soltanto in sede di approvazione del bilancio. Abbiamo chiesto le ragioni e abbiamo ritenuto sproporzionato l’importo rispetto all’attività svolta (studio sullo stato ed andamento delle polizze assicurative collettive). Secondo noi è stata una cifra davvero esorbitante».
Ma la diatriba tra il suo gruppo e l’Anm non è finita l’estate scorsa. I rappresentanti di Articolo Centouno si sono opposti anche alla discesa in campo del sindacato nella campagna referendaria: «A proposito di spese esagerate, l’Anm ha devoluto 800.000 euro in favore del comitato referendario e per noi si tratta di una cifra eccessiva, anche perché sono soldi pure di quella parte, magari minoritaria, di magistrati che o non vuole votare o vuole votare sì o che comunque non condivide affatto la costituzione del comitato. Noi abbiamo sempre avuto il dubbio che tale iniziativa esponesse l’Anm all’esterno come un soggetto politico. E i fatti ci stanno dando ragione», conclude Reale.
Continua a leggere
Riduci
La polizia scientifica sul luogo della sparatoria avvenuta lo scorso 26 gennaio a Milano Rogoredo (Ansa)
Svolta sulla morte del marocchino pusher a Milano. Oltre all’agente che ha sparato al clandestino durante un controllo antidroga, anche quattro colleghi sono inquisiti per favoreggiamento e omissione di soccorso. I violenti di Askatasuna invece sono sereni.
L’inchiesta sulla morte del pusher marocchino Abderrahim Mansouri al boschetto di Rogoredo si allarga. Al centro non c’è più soltanto lo sparo, ma ciò che è stato riferito nelle ore immediatamente successive all’intervento. La Procura di Milano ha iscritto nel registro degli indagati quattro poliziotti, contestando la ricostruzione dei fatti fornita a caldo. Le accuse ipotizzate sono favoreggiamento personale e omissione di soccorso. Tre degli agenti erano intervenuti poco prima per un altro controllo nella stessa area, il quarto si trovava alle spalle del collega che ha esploso il colpo. Per tutti sono stati notificati inviti a comparire in vista degli interrogatori dei prossimi giorni.
Secondo l’ipotesi del pm Giovanni Tarzia, che coordina l’inchiesta con il procuratore Marcello Viola, i quattro avrebbero aiutato il collega C.C. (accusato di omicidio volontario e difeso dall’avvocato Pietro Porciani), a eludere le investigazioni della Squadra mobile. In particolare, avrebbero omesso di riferire la presenza sul luogo di persone diverse dagli operatori della polizia di Stato.
Alla polizia giudiziaria avrebbero inoltre fornito una ricostruzione non conforme al vero sulla successione dei movimenti, sulla posizione degli altri soggetti presenti e sui tempi dell’intervento. L’accusa ipotizza anche un ritardo nella richiesta dei soccorsi, mentre Mansouri era ancora agonizzante.
È su questo punto che la difesa degli agenti potrebbe farsi sentire: le dichiarazioni furono rese a ridosso dei fatti, da operatori ancora sotto choc per uno scontro armato avvenuto in pochi secondi. In un luogo come il boschetto di Rogoredo - caratterizzato da vegetazione fitta, dislivelli, zone d’ombra e visibilità intermittente - la percezione degli spazi, delle distanze e delle presenze può risultare alterata. La stessa Procura, del resto, non ha finora individuato testimoni terzi certi: l’eventuale presenza di altre persone è ipotizzata, ma non riscontrata. E non è un dettaglio secondario che l’attività di spaccio venga organizzata proprio lontano da telecamere, con punti di appoggio mobili e continuamente spostati.
L’agente che ha sparato, interrogato nell’immediatezza, aveva descritto una dinamica rapida e lineare: «La mia idea era rincorrerlo […] Io stavo partendo e il collega sarebbe partito dietro di me». Poi il cambio improvviso: «Lui aveva la mano in tasca, ha tirato fuori la pistola e me l’ha puntata». A quel punto la reazione: «Io, mentre stavo per fare lo scatto, ho estratto l’arma ed ho esploso un colpo […] per paura». Il collega che era con lui in quei secondi, sentito come teste, aveva fornito una versione analoga. È dal confronto tra queste dichiarazioni, i rilievi balistici, le analisi delle telecamere di contesto e i primi esiti dell’autopsia che la Procura dice di aver ricavato le incongruenze.
Sul piano tecnico, i primi esiti dell’autopsia sono stati letti dalla difesa come un elemento a sostegno della versione dell’agente. Secondo quanto riferito dall’avvocato Porciani, l’esame medico-legale ha confermato che la distanza dello sparo era superiore ai 25 metri, quindi persino maggiore dei circa 20 metri indicati dal poliziotto nell’immediatezza dei fatti. Il proiettile è entrato nella regione temporo-parietale destra con un andamento verso la parte posteriore del cranio, senza fuoriuscire: una traiettoria che, secondo il legale, risulta compatibile con uno sparo esploso mentre l’agente si trovava di fronte a Mansouri. Resta poi incerto anche il capitolo della pistola a salve trovata vicino al corpo: potrebbero essere necessari gli esami del Dna, i cui risultati sono attesi nei prossimi giorni.
Riccardo De Corato, deputato di Fratelli d’Italia ed ex vicesindaco di Milano, parla apertamente di «accanimento» e definisce «vergognoso» l’allargamento dell’inchiesta ad altri quattro poliziotti dopo un intervento avvenuto in una delle aree più pericolose della città. Una posizione che intercetta un malessere diffuso tra gli operatori in divisa, alimentato da un clima di crescente conflittualità attorno all’operato delle forze dell’ordine. Solo due giorni fa Ilaria Cucchi è tornata a intervenire pubblicamente sul caso del cittadino maliano ucciso a Verona - episodio poi archiviato - rilanciando critiche che, negli ambienti della polizia, vengono lette come una delegittimazione preventiva dell’azione sul campo.
Non è un meccanismo nuovo. Per i carabinieri coinvolti nell’inseguimento in cui morì Ramy Elgaml, nel novembre 2024, è servito oltre un anno per ricondurre l’imputazione da omicidio stradale a eccesso colposo nell’adempimento del dovere, riconoscendo che stavano svolgendo un attività di servizio. E mentre gli attivisti di Askatasuna restano a piede libero nonostante scontri e tensioni di piazza, sono i poliziotti che intervengono in servizio a finire subito sotto indagine, con un peso personale ed economico che dura ben oltre quei pochi secondi di intervento.
Nel frattempo il contesto resta invariato. Proprio ieri, a poca distanza dal luogo della sparatoria, due pusher sono stati arrestati in via Orwell, vicino alla stazione di Rogoredo: fuga, inseguimento, droga e coltelli sequestrati.
Continua a leggere
Riduci
Ansa
Secondo un sondaggio Swg, tre cittadini su quattro sono favorevoli all’espulsione degli immigrati condannati. Non solo, un progressista su quattro vuole il blocco navale. E, pure nella rossa Emilia-Romagna, De Pascale chiede più repressione.
La sinistra sulla sicurezza non è credibile. Nel senso che sebbene dopo aver parlato a lungo di percezione negli ultimi tempi abbia riscoperto la questione, non ha proposte concrete per garantire agli italiani la soluzione ai loro problemi. Chi lo ha detto? Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, o il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi? Oppure è una frase pronunciata dal leader della Lega, Matteo Salvini, o da quello di Forza Italia, Antonio Tajani? No, le parole sopra riportate non sono di nessun esponente di centrodestra, ma di Michele De Pascale, governatore della rossissima Emilia-Romagna.
All’improvviso, il presidente di una Regione da sempre governata dai progressisti sostiene che la sinistra offre soluzioni che non funzionano, come il dialogo o la prevenzione. Boom. Mai s’era sentito un esponente autorevole smentire così nettamente la linea ufficiale del partito. De Pascale a dire il vero ha fatto anche di più: mentre molti rappresentanti del Pd, in cui lui stesso milita, criticano l’apertura di nuovi centri per il rimpatrio dei migranti, il governatore ha offerto di costruirne uno nella sua stessa regione. «Magari non lo farei a Bologna, per non inasprire le tensioni sociali, ma siccome cerco di lavorare per risolvere i problemi...», ha ribattuto a chi da sinistra lo ha criticato.
Qualcuno potrebbe pensare che l’ex sindaco di Ravenna, città nella quale la magistratura ha indagato una serie di medici accusati di firmare certificati per impedire che dei sanissimi migranti finissero nei Cpr, sia impazzito. Oppure che si sia convertito alle tesi di centrodestra in vista di un salto della barricata. In realtà, credo che De Pascale non sia solo sano di mente, ma, a differenza di alcuni suoi compagni scesi in piazza per sostenere i dottori accusati di false attestazioni sanitarie, abbia una percezione concreta di ciò che desiderano gli italiani. Altro che difesa a oltranza dei migranti (anche di quelli con decine di reati sulle spalle, come nel caso dell’algerino risarcito da un giudice per essere stato dirottato nel Cpr in Albania per un paio di giorni). E basta con l’idea che i Centri per il rimpatrio siano dei lager. Per affrontare il problema della sicurezza non basta la prevenzione, come insistono a dire Elly Schlein e compagni, i quali reclamano più poliziotti ma allo stesso tempo li vorrebbero con le mani legate. Serve anche la repressione, dice De Pascale. Il quale in questo modo non parla alla pancia del Paese, come credono alcuni suoi compagni di partito, ma alla pancia del Pd.
Lo spiega bene un sondaggio recentemente licenziato da Swg, società di certo non sospetta di simpatie verso il centrodestra. Le rilevazioni sul tema della sicurezza dicono che il 76 per cento degli italiani è favorevole all’espulsione degli immigrati condannati. Fin qui siamo all’ovvio dei popoli: difficile credere che esista chi voglia tener in casa dei pregiudicati stranieri. Ma la novità è che se l’87 per cento degli elettori di centrodestra si dichiara favorevole a una remigrazione dei delinquenti, anche il 76 per cento di chi vota centrosinistra la pensa allo stesso modo.
Interessanti sono pure altre risposte sul tema degli extracomunitari. Alla domanda se sia giusto un blocco navale per fermare gli sbarchi, il 49 per cento degli interpellati dice sì e solo il 38 si dichiara contrario. Ma separando destra e sinistra si scopre che è favorevole il 76 per cento degli elettori moderati, ma lo è pure il 24 per cento dei progressisti. Cioè un compagno su quattro vede di buon occhio una flotta che tuteli i nostri confini. Non è tutto. Swg ha sollecitato una risposta sul tema della stretta ai ricongiungimenti familiari dei migranti, argomento affrontato dal nuovo decreto Sicurezza. Beh, tenetevi forte: gli italiani sono quasi spaccati a metà, con un 45 per cento favorevole e un 42 contrario, ma se il sì al giro di vite per chi vota centrodestra arriva al 63 per cento, per gli elettori della sinistra siamo a un favorevole su tre. In pratica, il vento sta cambiando anche per i compagni e mi sa che il governatore dell’Emilia-Romagna ha annusato l’aria. Gli italiani sono stanchi di accoglienza, ma soprattutto di delinquenza.
From Your Site Articles
Continua a leggere
Riduci





