Il fumo si alza dal porto di La Guaira dopo che a Caracas, in Venezuela, sono state udite esplosioni e aerei a bassa quota (Getty Images)
Con un’operazione militare durata poche ore, i Navy Seal e la Dea hanno colpito basi e infrastrutture venezuelane, rimuovendo Nicolàs Maduro come capo di un’organizzazione di narcotraffico. L’iniziativa mira a colpire il regime senza coinvolgere la popolazione.
Con lo schieramento del gruppo d'attacco guidato dalla portaerei Gerard Ford, l'operazione per spodestare il presidente venezuelano Nicolàs Maduro aveva ampia scelta su come poter essere condotta. Nel momento in cui scriviamo, dopo la conferenza stampa di Trump, sappiamo che nella notte tra venerdì e sabato (le 7 del mattino in Italia), caccia F-35 hanno distrutto le poche batterie di missili e di sistemi contraerei delle forze venezuelane. E che tale missione è stata seguita dall'attacco di elicotteri AH-64 Apache con cannoni e razzi incendiari a corto raggio sull'aeroporto militare situato nel centro di Caracas, La Carlota, e sulla principale base militare venezuelana di Fuerte Tiuna.
Sarebbe stata colpita anche la rete di distribuzione dell'energia elettrica, con alcuni quartieri rimasti al buio, soprattutto quelli dove sono presenti le sedi dei ministeri governativi, in primis quello della Difesa e il Parlamento. Il governo venezuelano ha affermato che anche gli stati di Miranda, Aragua e La Guaira sono stati bersagliati e che gli attacchi mirerebbero a impadronirsi degli impianti petroliferi e le delle miniere. Il resto lo hanno fatto le squadre speciali dei Navy Seal (lo stesso Corpo che ha catturato Bin Laden), trasportate dai più grandi elicotteri Boeing CH-47 Chinook, che hanno agito in coordinamento con gli agenti dell'antidroga (Dea, Drug Enforcement Administration), in quella che pare un’operazione militare speciale organizzata e condotta da manuale. Tutto è accaduto in poco più di cinque ore con un unico obiettivo reale definito da Donald Trump: rovesciare il governo di Nicolàs Maduro, ma comprendendo che non avrebbe potuto, né voluto, usare la forza contro i venezuelani in genere, ma contro un sistema definito da lui stesso un narco-Stato. Per questo da mesi la Cia e la Marina avevano intercettato, distruggendole, imbarcazioni usate per il trasporto di droga che Maduro aveva invece definito semplici pescherecci (ma dai filmati, non parevano certo lenti scafi da pesca, bensì veloci unità d'altura).
Caccia a un trafficante, non a un leader
Di fatto il presidente Trump ha impostato la sua iniziativa non come un’operazione politico-militare, ma come una missione di sicurezza interna per la quale aveva dichiarato. «Ogni carico di droga causa milioni di dollari di danni agli Stati Uniti».
Dunque Nicolàs Maduro, che insieme alla moglie sarebbero stati portati fuori dal loro Paese, non era un bersaglio come Capo di Stato ma perché capo di un’organizzazione di criminali che distribuiva droga. Quindi non un leader da eliminare come Saddam Hussein fu per Bush, ma un trafficante da incriminare per cospirazione e narcotraffico nonché di trasporto illegale di armi pesanti verso gli Usa. Come hanno anche dichiarato le Autorità federali degli Stati di Washington, New York e Florida lo scorso marzo. In questo modo Trump era pienamente legittimato ad agire e per i Democratici del Congresso Usa sarà molto difficile additare diversamente l'operazione anche se il Congresso non ha deliberato alcun provvedimento di guerra. È innegabile che tycoon abbia ottenuto alcuni obiettivi in un unico colpo: ha rimosso il capo di un regime ostile, ha inferto un duro colpo al traffico di droga, ha dimostrato di poter risolvere un'altra situazione che si trascinava da decenni e contro la quale le amministrazioni democratiche avevano fatto poco. Infine, ha mostrato di colpire senza esitare come ha fatto nel 2025 in Iran, Yemen e Africa. Un messaggio per i Paesi solidali con Caracas: Colombia (il cui confine con il Venezuela è sotto il controllo delle milizie ELN (Ejército de Liberación Nacional, non del governo), la Bolivia, m anche Turchia. Quanto alla dimostrazione di forza, le possibili reazioni militari venezuelane non sarebbero state in grado di impedirla o arginarla, tanto che al momento non si ha notizia di perdite tra i soldati statunitensi. Quanto al fin troppo citato «diritto internazionale», certamente questa è una aggressione, ma soltanto nella sinistra nostrana si tende a dimenticare che in guerra (perché sono stati impiegati i militari), tale diritto cessa di essere applicato.
Un governo di militari divenuti petrolieri e rischio guerra civile
In Europa e in Italia dobbiamo essere realisti: l'arresto del leader di Caracas è un fatto violento ma per noi costituisce una notizia ottima come lo è per il futuro del Venezuela. Sempre che l'arresto del presidente coincida anche con la fine del suo governo, poiché la vicepresidente Delcy Rodríguez sarebbe ancora in carica e ha subito chiesto a Washington una dimostrazione sul fatto che l'ormai ex presidente e sua moglie Cilia Flores siano vivi. Lo ha fatto mentre sospendeva le garanzie istituzionali sui diritti civili derivanti dall'entrata del Paese in stato d'emergenza. Ricordiamo che il governo venezuelano è composto in larga parte da ex-militari divenuti ministri, gli stessi soggetti che dirigono gli impianti petroliferi e guadagnano da essi. C'è poi un lato meno probabile ma comunque possibile in questa vicenda: con questa operazione gli Usa potrebbero aver salvato il presidente da una popolazione inferocita e soprattutto dai capi dei narcotrafficanti che le accuse statunitensi vogliono complici e sostenitori del suo regime. Soltanto se Maduro fosse in futuro riconsegnato ai venezuelani per essere processato in patria, magari da un governo più democratico meno ostile a Washington, allora si potrà dire che l'operazione voluta da Trump sarà stata positiva. Se invece il leader rimosso sarà processato e detenuto negli Usa, ovvero questa volta sarà del tutto ignorato il diritto internazionale, allora ci sarà un doppio rischio: quello di una guerra civile in Venezuela e quello di una perdita di popolarità per il Tycoon proprio a ridosso delle elezioni di medio termine. Nelle ore subito successive ai fatti è già apparsa un fotografia che il 3 gennaio sembra la una copertina del 2026: Nicolàs Maduro stretto tra due agenti della Dea, apparentemente scesi da un jet executive a New York, un aeroplano in grado di fare viaggi intercontinentali ma non di decollare dalla portaerei Ford.
Dunque vicino alla capitale, oppure in uno stato amico degli Usa, c'era una base aerea sicura nella quale trasferire «l'obiettivo pregiato» dall'elicottero sul quale lo avevano messo i Navy Seal e gli agenti della Dea e consentire il trasferimento nelle prigioni Usa. Le prossime ore saranno fondamentali per capire che cosa accadrà al prezzo del barile di petrolio, se Putin era stato informato e se ci saranno sviluppi positivi per il nostro connazionale Alberto Trentini, cooperante in carcere da mesi senza un'accusa precisa.
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Masoud Pezeshkian (Ansa)
Continuano le proteste contro il regime di Teheran: commercianti e mercanti furiosi per il crollo della valuta nazionale, il rial ha perso il 60% del suo valore dall’estate scorsa. Avvertimento dagli Usa: se uccidete i manifestanti interverremo militarmente.
L’Iran torna al centro dell’attenzione internazionale. La Repubblica Islamica è scossa da disordini in oltre trenta città, da Fasa a Lordegan, oltre alla capitale Teheran. Secondo alcune fonti, difficili da verificare, i disordini iniziati domenica scorsa hanno causato sette morti, 33 feriti e 119 arresti.
Le notizie sono frammentarie a causa della difficoltà di comunicazione con un Paese sempre più arroccato. Il potere della Guida Suprema, l’ottantaseienne Ali Khamenei, scivola in un viale del tramonto segnato dalla fragilità fisica e politica, mentre per le strade dell’Iran la popolazione manifesta la propria rabbia contro il regime.
A differenza delle precedenti ondate di dissenso, la scintilla che sta incendiando il Paese in questi giorni non è divampata nelle università, ma nel cuore dell’economia tradizionale, il Grande Bazaar di Teheran. Sono i commercianti e i mercanti, un pilastro storico della società iraniana, ad aver dato il via alle proteste dopo un crollo verticale della valuta nazionale, il rial, che ha perso il 60% del suo valore dall’estate scorsa. L’inflazione alimentare ha raggiunto il 64,2%, la seconda più alta al mondo, rendendo i beni di prima necessità un lusso inaccessibile per milioni di famiglie. Il regime scricchiola sotto la pressione delle sanzioni. La catastrofe economica è il risultato delle sanzioni internazionali che dal 2018 isolano il Paese dal sistema finanziario globale. L’Iran, pur essendo una superpotenza energetica, vive il paradosso di un’economia in bancarotta. Il regime dispone delle maggiori riserve di petrolio e gas al mondo, ma ne vende meno di due milioni di barili al giorno quasi esclusivamente alla Cina, ben al di sotto della produzione potenziale. In più, la sua capacità di raffinazione rimane limitata.
Questo squilibrio, unito all’impossibilità di accedere ai mercati dei capitali, genera flussi economici negativi che prosciugano le riserve nazionali, lasciando la popolazione nell'oscurità a causa di continui blackout elettrici e razionamenti idrici. I consumatori iraniani, abituati a beni europei, hanno dovuto adattare i consumi a causa del riorientamento degli scambi commerciali verso Cina e Russia, mentre l’inflazione colpisce il potere d’acquisto.
Sul piano militare, il mito dell’invincibilità della Repubblica Islamica è stato sepolto sotto le macerie della guerra dei dodici giorni dello scorso giugno. L’attacco combinato di Israele e Stati Uniti ha messo a nudo la vulnerabilità di Teheran. Israele ha colpito con attacchi mirati installazioni militari e città, mentre gli Usa hanno lanciato bombe anti-bunker sui siti nucleari tra le montagne dell’Iran, distruggendo le ambizioni nucleari iraniane. Il regime ne è uscito indebolito, considerato incapace di controllare il proprio spazio aereo e infiltrato dall’intelligence nemica.
La deterrenza degli Ayatollah appare oggi molto meno temibile di un anno fa, ma il regime di Teheran continua a mostrare il suo volto brutale. Circa un mese fa l’attivista e Premio Nobel per la Pace Narges Mohammadi è stata nuovamente arrestata a Mashhad, brutalmente picchiata dalle forze di sicurezza nonostante le precarie condizioni di salute. Nelle strade di Teheran si nota un insolito allentamento delle rigide norme sul velo. Molte donne non lo indossano più e la polizia morale sembra essere scomparsa dalle strade. Non si tratta però di una vera riforma. Come sottolineato da alcune fonti interne riportate dai quotidiani americani, queste aperture sul velo sono solo un allentamento momentaneo dettato dalla paura. Il regime, preoccupato dalla possibile insurrezione generale, preferisce non inasprire ulteriormente gli animi su questioni sociali.
Restano i numeri agghiaccianti delle esecuzioni compiute in Iran nel 2025: oltre 1.870 persone messe a morte dal governo, quasi il doppio rispetto all’anno precedente. Solo dal primo novembre sono state eseguite più di 490 condanne.
In questo scenario, il presidente americano Donald Trump, dopo il vertice a Palm Beach con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, ha lanciato un avvertimento attraverso i social media. Trump ha diffidato esplicitamente il regime iraniano dall’aprire il fuoco sulla folla in rivolta, dichiarando che gli Stati Uniti sono carichi e pronti a intervenire militarmente se Teheran dovesse rispondere con il sangue alle proteste pacifiche: «Se l’Iran spara e uccide violentemente manifestanti pacifici, come è loro abitudine, gli Stati Uniti d'America verranno in loro soccorso. Siamo pronti a partire», ha dichiarato il presidente sui social media. Gli ha risposto prontamente Ali Larijani, consigliere di Ali Khamenei, che sul social X ha scritto: «Trump dovrebbe sapere che qualsiasi interferenza americana in questa questione interna equivarrebbe a destabilizzare l’intera regione e a danneggiare gli interessi americani. Dovrebbe stare attento con i suoi soldati».
L’atteggiamento degli Stati Uniti, che parallelamente proseguono i negoziati sul nucleare con Teheran, sarà fondamentale per capire come la vicenda potrà evolversi.
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2026-01-03
Le immagini del controsoffitto crollato nella villa di Totti: nuova lite con Ilary Blasi
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Nella villa all’Eur-Torrino dove vive Ilary Blasi con i figli, a novembre è crollato un controsoffitto, rendendo inutilizzabili alcuni locali. Ecco le immagini esclusive del cedimento. La showgirl ha chiesto al proprietario Francesco Totti un intervento di manutenzione straordinaria e ha attivato un ricorso d’urgenza in Tribunale.
Tra Ilary Blasi e Francesco Totti (prossima udienza del processo per il divorzio a marzo) ci mancava solo la tipica lite tra padrone di casa e affittuario.
La showgirl vive a Roma in zona Eur-Torrino con i figli in una magione di 25 vani (972 metri quadrati di aree coperte), con due piscine, campi da calcetto e da padel. In questo momento Ilary è l’inquilina e Francesco il proprietario. Nella villa, a novembre, è crollato un controsoffitto (come si può vedere nel video esclusivo pubblicato dalla Verità) nella zona dove sono ubicate la sala cinema e la celebre stanza delle maglie da calcio di Totti. Un incidente che ha completamente reso inutilizzabili i locali che, come si vede nelle immagini, sembrano colpiti da un’esplosione. Il cedimento sarebbe stato causato da un’importante infiltrazione di umidità. L’intonaco, cadendo, ha svelato grandi macchie di muffa e disperso un odore insopportabile. L’inquilina Ilary ha chiesto al proprietario Francesco di mettere mano al portafogli per questo intervento di manutenzione straordinaria che, per legge, spetta al titolare dell’immobile. I due litiganti, sempre a novembre, avrebbero effettuato un sopralluogo con i rispettivi tecnici, senza trovare un accordo. Allora Ilary, tramite l’avvocato Marco De Santis dello studio Andrea Pietrolucci (specializzato anche in contrattualistica immobiliare), ha chiesto un intervento immediato, attivando un cosiddetto articolo 700 in Tribunale. Il codice di procedura civile spiega che cosa sia questo strumento: «Chi ha fondato motivo di temere che durante il tempo occorrente per far valere il suo diritto in via ordinaria, questo sia minacciato da un pregiudizio imminente e irreparabile, può chiedere con ricorso al giudice i provvedimenti d'urgenza, che appaiono, secondo le circostanze, più idonei ad assicurare provvisoriamente gli effetti della decisione sul merito».
In attesa della decisione del giudice Ilary avrebbe avviato, tramite i suoi legali, un accesso agli atti in Comune per verificare la regolarità urbanistica del manufatto. Infatti le stanze dovrebbero trovarsi in un’area che sarebbe accatastata come garage (C6), 150 metri quadrati che nel 2011 hanno subito una variazione nel classamento. Nello stesso anno la Bel Eur del costruttore Luca Parnasi ha venduto al Capitano la villa (all’epoca di 36 vani) in cambio di 7.911.700 euro: 2,6 sono stati versati sull’unghia, il restante tramite un mutuo acceso con Unicredit. Recentemente gli avvocati dei due litiganti (sia i civilisti Antonio Conte, Alessandro Simeone e Pompilia Rossi che i penalisti Gianluca Tognozzi e Fabio Lattanzi) hanno provato a trovare un accordo tombale, usando l’immobile come merce di scambio: la Blasi avrebbe dovuto acquistare a spese proprie un appartamento, ma avrebbe dovuto essere risarcita della spesa al momento della vendita della villa da mettere sul mercato a precise e concordate condizioni. Ma l’accordo non è stato trovato e la casa è, adesso, al centro di questa ennesima querelle.
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Antonio Tajani (Ansa)
- Antonio Tajani vola in Confederazione: «Vicinanza ai parenti». Poi annuncia: «Fatte decine di interrogatori, vogliamo la verità». I titolari francesi del locale: «Noi in regola». Ma gli esperti li stroncano: «Nulla a norma».
- Il procuratore generale elvetico: «Il fuoco può essere partito da bengala o candele scintillanti sulle bottiglie, troppo vicine al soffitto». Fari sui pannelli insonorizzanti.
Lo speciale contiene due articoli
Fa male anche a scriverlo: Le Constellation è il rogo del luogo comune secondo cui, al di là del Cervino, i controlli sono rigidi, mentre al di qua «les italiens» fanno un po’ come pare a loro. Purtroppo non è così e ieri il nostro ministro degli Esteri e vicepremier, Antonio Tajani, uomo di consumata gentilezza diplomatica, ha trattenuto a stento le lacrime. Che erano di dolore, profondo, ma anche di rabbia, pur non dichiarata.
Il cordoglio di Giorgia Meloni, del Papa, di Carlo e Camilla d’Inghilterra, di tutti i leader politici (Ignazio La Russa ha deposto una corona di fiori a Roma all’ambasciata svizzera) non mitiga l’orrore. L’orologio svizzero anche se rotto in due occasioni ne segna l’ora: 1.30 del primo gennaio quando va a fuoco Le Constellation e le 13.35 di ieri quando Antonio Tajani ha deposto un mazzo di fiori sul luogo della tragedia. «Mi pare evidente che qualcosa sul piano della sicurezza non abbia funzionato», sussurra, «mi pare poco responsabile accendere fuochi d’artificio, anche se piccoli, in un locale chiuso. Sono scene devastanti. Da padre e da nonno faccio fatica a sostenerle. Si vedono scarpe, vestiti strappati, m’immagino con angoscia cosa possano aver provato. Cose così non possono, non devono accadere. C’è un’ inchiesta in corso, ne ho parlato con la procuratrice Beatrice Pilloud, col ministro degli Esteri elvetico Ignazio Cassis. Ci sono state già decine di interrogatori. Per noi l’accertamento della verità è fondamentale, ma prima dobbiamo salvare la vita di questi ragazzi».
Tajani è andato ad incontrare le famiglie. Ha confermato che ci sono una decina di feriti e sei dispersi, con la speranza «che essendoci ancora tre feriti non identificati siano italiani». L’Italia sta facendo il massimo sforzo: dalla Valle d’Aosta è stato inviato un elicottero con medico e un’equipe di psicologi, medici arrivano dalla Lombardia, ci sono a Crans-Montana uno specialista dell’unità di crisi della Farnesina, la Protezione civile ed esperti della polizia scientifica per il riconoscimento delle vittime «per cui», ha spiegato Tajani, «ci vorranno settimane». L’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado, che è a Crans-Montana dalle primissime ore, sta coordinando la presenza italiana. Ai familiari, Tajani ha confermato tutti gli sforzi dell’Italia ma ha anche detto che «non si possono fare nomi fin quando non c’è la certezza», esortando a contattare direttamente lui o la Farnesina per avere notizie certe. Poi ha aggiunto: «L’unica cosa che non possiamo fare è alleviare il dolore di chi aspetta. Ma possiamo garantire il massimo impegno, insieme alle autorità svizzere, per dare verità e assistenza a tutti».
Resta, però, la rabbia. Durissima è l’accusa che corre su X di uno dei più ascoltati tik toker svizzeri. Tony Truant scrive: «Ascoltatemi bene: il massacro de Le Constellation non è un incidente: è una carneficina prevista, una catena di negligenze per fare quattrini sulla pelle dei ragazzi». E si chiede: chi ha ristrutturato il locale? Chi ha dato le autorizzazioni? Si è saputo che le autorità vallesi avevano assegnato un punteggio di 6,5 su 10 al locale per la sicurezza e il proprietario Jacques Moretti a La Tribune de Geneve ha confermato: «Ci hanno ispezionato tre volte negli ultimi dieci anni, tutto è stato fatto secondo le norme». Però dal Web sono spariti sito e social del locale dove pare vi fossero molte le recensioni negative. Alcuni ragazzi hanno ricordato che, a incendio già scoppiato, i buttadentro cercavano di far entrare visto che c’era una fila lunghissima in attesa.
L’ambasciatore Cornado ha confermato che vi erano sì più uscite di sicurezza, ma solo una era praticabile. Sull’inadeguatezza dell’edificio, Antonio Bandirali, già responsabile dell’antincendio al centro di ricerche di Ispra, sottolinea: «L’edificio non era adeguato per nessuna ragione a ospitare 300-400; nel locale di Crans al massimo ci sarebbero potute stare 75 persone, con un’uscita di sicurezza». Ancora più dura la diagnosi del capo del corpo nazionale dei vigili del fuoco, Eros Mannino: «La tragedia è stata amplificata da una capienza non consentita; l’uscita di sicurezza metteva in collegamento due locali attraverso una scala: quello è un ostacolo alla sicurezza, non una via di fuga soprattutto considerando l’affollamento non consentito. Lo dico avendo osservato le immagini».
Dalle immagini postate in un video si capisce come si è innescato l’incendio. Tommaso D’Antico nota: «C’è un frame che non riesco a togliermi dalla testa: ragazzi che ridono e filmano le fiamme invece di scappare; come genitore, mi ha fatto paura». Il panico ha amplificato la tragedia innescata probabilmente dall’effetto flashover. L’ingegner Danilo Coppe, presidente di Ire (Istituto ricerche esplosive) di Parma, spiega: «Un incendio, anche piccolo come quello che può partire da una candelina, nell’arco di 40 secondi avvolge di fumo metà della stanza e non permette più neanche di vedere dove andare per trovare l’uscita, l’unico modo per salvarsi è strisciare verso un’uscita. In Italia mai si sarebbe autorizzato un concerto in un seminterrato e l’Europa ha regole rigide sui fuochi d’artificio, ma la Svizzera non fa parte dell’Europa».
Quei ragazzi sono morti in trappola e un testimone afferma che a Le Constellation «facevano entrare anche i tredicenni a cui veniva offerto alcol». In un video promozionale del locale, precipitosamente cancellato ma rimasto in Rete, s’annuncia ancora la festa con candeline e champagne per il nuovo anno.
Si indaga per incendio e omicidio
«Alcune delle ipotesi iniziali trovano conferma. Tutto lascia supporre che il fuoco sia stato innescato da candele scintillanti o bengala posizionati sulle bottiglie di champagne e avvicinate troppo al soffitto. Da qui si è sviluppato un rogo estremamente rapido e diffuso». Le parole di Beatrice Pilloud, procuratore generale del Canton Vallese, confermano i primi, terribili, sospetti. A causare il maledetto rogo che la notte di Capodanno ha bruciato vivi tanti giovani e ne ha ridotti altri in condizioni gravissime è stata una stupida imprudenza.
Di quelle che si fanno con leggerezza, chissà in quante occasioni e in quanti altri locali senza stimare il pericolo. E che questa volta ha portato alla tragedia. L’inchiesta sulle cause della strage di Crans-Montana è stata aperta ufficialmente ieri e le ipotesi di reato sono incendio doloso, omicidio colposo e lesioni personali colpose. A spiegarlo è stata la stessa Pilloud nella terza conferenza stampa organizzata nel Comune svizzero di Sion per informare i media internazionali della situazione.
Il procuratore ha chiarito che, al momento, non ci sono indagati anche se sono stati sentiti i due proprietari de Le Constellation, Jessica e Jacques Moretti, come persone informate sui fatti, anche perché, in particolare, la donna era presente al momento della tragedia e ne è uscita praticamente illesa. Il lavoro degli inquirenti «si basa sulle analisi da parte di esperti dei video e delle immagini» della tragica serata oltre che sui «racconti dei testimoni e sulle analisi dei resti del locale».
Al centro dell’attenzione, com’è ovvio, ci sono i materiali utilizzati nella ristruttrazione del seminterrato risalente al 2015 (e finita a tempo di record, suggeriscono alcuni media locali), le misure antincendio, il numero delle persone che erano all’interno e, ovviamente, l’uscita di sicurezza, tra le principali imputate nell’analisi delle cause che hanno portato alla strage.
Le domande dei colleghi elvetici alla Pilloud si sono concentrate proprio su questi aspetti, ma le risposte non sono state particolarmente esaustive. Partiamo dal soffitto che ha preso fuoco in un attimo e che si pensava fosse di legno. In realtà si tratta di un controsoffitto realizzato con pannelli fonoassorbenti che, solitamente, sono in materiale plastico e, dunque, facilmente infiammabile. Alla giornalista che ha chiesto di questo particolare, il procuratore ha risposto: «L’inchiesta definirà se il materiale con cui era pannellato il soffitto era adatto o meno all’utilizzo e se era conforme». A chi chiedeva se il locale era sovraffollato, Pilloud ha spiegato che «sarà difficile stabilire con esattezza quante persone erano presenti al momento dell’incendio», mentre a un altro, che ha espressamente chiesto se erano stati effettuati in passato controlli da parte delle autorità preposte, Stéphane Ganzer, consigliere del Canton Vallese incaricato per la sicurezza, ha controbattuto: «Non posso dire con che frequenza il Comune di Crans-Montana abbia fatto i controlli, ma ai vigili del fuoco non è mai arrivato nessun rapporto su problematiche relative all’edificio».
Poche parole anche sull’uscita di sicurezza che, secondo le testimonianze dei frequentatori abituali della discoteca, era poco visibile, forse ostruita o comunque affacciata sulle scale interne al palazzo. A domanda precisa, Ganzer ha risposto: «Il locale era dotato di una uscita di sicurezza anche se, al momento dell’incendio, sembrerebbe che la maggior parte dei presenti sia uscito dall’ingresso principale».
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