Bernardo Lodispoto (Imagoeconomica)
La sinistra sbraita per il premier a «Pulp». Intanto, il capo della Procura di Trani annulla un evento col presidente della Provincia, messo sotto inchiesta dalla suo stesso ufficio. Con buona pace di Nicola Gratteri.
Ufficio complicazione affari semplici. Nel marasma più totale del referendum sulla giustizia dove si è detto e si continua a dire di tutto, dove la campagna referendaria si è trasformata in un palcoscenico dove va in scena la ricerca spasmodica dell’eccessivo e del sensazionale, ci stava bene anche la polemica sulla partecipazione del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, alla puntata di Pulp Podcast, il programma di Fedez, in onda oggi alle 13.
Il rapper s’inventa una delle sue solite mosse di marketing per far parlare di sé e Meloni coglie al volo l’occasione per rivolgersi al pubblico dei giovanissimi che seguono il podcast, facendo impazzire i compagni.
A parte l’irritazione della sinistra che si è vista derubare ancora una volta la scena dal presidente (Schlein e Conte hanno, infatti, stupidamente declinato l’invito di Fedez), l’aspetto più succoso della vicenda è arrivato da quella volpe di Giovanni Floris. Lo stesso Fedez smaschera una delle sue mascalzonate prese a prestito dalla sua vicina di rete Lilly Gruber.
Ma l’Agcom, come al solito, sbaglia mira e, invece che a La7, spara su Rete4 e la Nove: «Devono riequilibrare gli spazi in favore del No», dicono, «in caso di mancato riequilibrio, entro il 20 marzo, ultimo giorno di campagna elettorale, ci sarà una sanzione pecuniaria». E alla Gruber che invita in studio Formigli e Giannini per parlare solo delle ragioni del No e a Floris che fa un’intervista di mezz’ora a Travaglio solo per stroncare il governo, invece, chi ci pensa?
Comunque, l’ospitata del premier ha fatto trasalire i progressisti, compreso Floris che decide di chiedere a Fedez di inviargli alcuni spezzoni del suo podcast per trasmetterli in diretta. Motivo? Mettere in cattiva luce Meloni. Ma quando Fedez chiede in cambio la presenza in studio su La7 del collega rapper Davide Marra, Floris decide di mandare in onda solo dei virgolettati senza trasmettere i filmati. «Siamo stati contattati dalla redazione di DiMartedì. Ci viene richiesto l’utilizzo di alcuni stralci di nostre puntate: Tajani, Vannacci e Gasparri mi sembra. Chiediamo il motivo. Intuiamo che si voglia mettere degli stralci di puntate, quelli in cui cazzeggiamo e gigioneggiamo, per sminuire i contenuti del podcast», racconta Fedez su Instagram. E aggiunge: «A quel punto diciamo: “Siamo disponibili a darvi queste clip a patto che Marra possa presenziare per difendere l’onorabilità del podcast”. E loro cosa fanno? Non invitano Marra e al posto delle clip mettono tre virgolettati passando sopra a centinaia di puntate fatte in maniera deontologicamente più che professionale».
Bella figura Floris. Quando la volpe non arriva all’uva dice che è acerba e batte in ritirata.
La stessa fuga messa in atto all’ultimo momento dal procuratore della Repubblica del tribunale di Trani, Renato Nitti il quale avrebbe dovuto partecipare domani a un incontro pubblico per il No a Margherita di Savoia, insieme, tra gli altri, al sindaco di Margherita di Savoia e presidente della Provincia di Barletta-Andria-Trani, Bernardo Lodiposto, indagato due settimane fa per corruzione proprio dalla Procura di Trani. Piccolo cortocircuito.
Anche lui però, come Floris, è stato smascherato e a quel punto non ha potuto fare altro che battere in ritirata, rinunciando al comizio. Nitti, mangiato dall’imbarazzo e dalla vergogna, prova a smentire spudoratamente: «Mai prevista la mia presenza». Peccato che il suo nome appariva già sulla locandina del convegno. Bella figura, pure per lui.
Crolla, dunque, l’assunto del procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, secondo il quale solo gli indagati voteranno Sì, visto che anche Bernardo Lodiposto, da indagato, parteciperà ad un convegno per il No, senza Nitti, ma insieme ad altri illustri membri della giustizia pugliese come il sostituto procuratore del tribunale di Trani, Francesco Tosto e il giudice al tribunale di Foggia, Antonio Diella (nonché presidente nazionale del comitato Giusto dire No). Ma il momento delle comiche deve ancora arrivare. Siccome Nitti non voleva proprio rinunciare a parlare del No, allora ha scelto un convegno senza indagato. Sempre domani, alla stessa ora dell’incontro a Margherita di Savoia con Lodispoto, il procuratore di Trani sarà ad Andria a un evento dal titolo «Ragioni del No al referendum» insieme al magistrato Marco Gambardella e all’ex magistrato, Luigi De Magistris.
D’altronde la Puglia non è nuova agli intrighi e intrecci tra politica e magistratura. Basti rileggere la notizia ferale della maxi voragine nella sanità pugliese da 369 milioni di euro che vede come protagonista Raffaele Piemontese, oggi assessore regionale alle Infrastrutture e mobilità ed ex assessore alla Sanità, il quale, come ha scritto La Verità qualche giorno fa, il 14 marzo si è seduto in mezzo a illustri magistrati a un convegno a Vieste organizzato dal Pd dal titolo: «Difendere la Costituzione. Le ragioni del No». Piemontese era accanto al presidente del tribunale di Bari, Alfonso Orazio Maria Pappalardo. Ma a spalleggiare Piemontese c’era soprattutto Enrico Infante, procuratore di Foggia, la città di Piemontese.Quando le comiche sfociano nel grottesco non si ride più.
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«Cari italiani, il 22 e 23 marzo siamo tutti chiamati a votare per il referendum sulla riforma della giustizia: si vota domenica dalle 7 alle 23, lunedì dalle 7 alle 15, presentandosi ovviamente al seggio elettorale con un documento di identità e con la tessera elettorale».
Così il presidente del Consiglio Giorgia Meloni in un video sui social in cui propone una sorta di tutorial al voto, mostrando anche il fac simile del quesito elettorale e facendo vedere la X segnata con la matita sul Sì.
«Questa – dice – è la scheda che troverete al seggio ed è abbastanza semplice: se volete, come spero, confermare la riforma costituzionale della giustizia, dovete mettere una croce sul Sì».
Il presidente della Fed Jerome Powell (Ansa)
Il capo della banca centrale: «Economia solida, ma è presto per conoscere gli effetti del conflitto. Non lascio finché si indaga su di me».
Il presidente della Fed, Jerome Powell, tira dritto. Coglie anche l’occasione per mandare un messaggio esplicito a Donald Trump: la Federal Reserve non non si fa dettare i tempi dalla politica. E dunque tassi fermi al 3,75% e nessuna intenzione, da parte di Powell, di farsi da parte, neppure sotto pressione.
È uno scontro che ormai ha preso la forma di un duello personale. Da una parte il banchiere centrale che sfida la Casa Bianca dicendo che non andrà via. Almeno fino a quando non sarà conclusa l’indagine a suo carico da parte della Procura distrettuale sulle spese extralarge per la ristrutturazione della sede della Fed. Dopo l’insediamento del successore, Powell deciderà se restare o meno nel direttivo, come dice la legge.
Nella sua conferenza, il governatore non ha nascosto le incertezze ma ha evitato l’allarmismo. Tanto da aver confermato un taglio per quest’anno e un altro l’anno prossimo. La paura di un possibile rialzo per ora non c’è: «L’economia americana resta solida», dice, «gli indicatori mostrano un’espansione a un ritmo robusto È ancora presto per conoscere gli effetti del conflitto in Medio Oriente sull’economia degli Stati Uniti». Una frase che è insieme rassicurazione e prudenza. Perché la sostanza è chiara: la guerra si osserva, ma non si anticipano scenari catastrofici. La Fed non teme - almeno per ora - uno shock tale da giustificare un taglio immediato del costo del denaro. E infatti i tassi restano lì. Non è immobilismo, è strategia. Powell lo lascia capire tra le righe quando insiste: «L’incertezza sulle prospettive economiche resta elevata. Monitoriamo con attenzione i rischi su entrambi i lati del nostro mandato». Che, nel linguaggio della banca centrale, significa una cosa molto semplice: né fretta di tagliare, né paura di aspettare.
Ma il passaggio più politico - e forse più pesante - arriva quando Powell affronta le voci e le pressioni che lo riguardano direttamente. Senza alzare il tono, ma con una chiarezza insolita per il suo stile: «Non ho alcuna intenzione di lasciare il mio incarico. Continuerò a svolgere il mio lavoro finché sarà necessario, anche mentre vengono esaminate le questioni che mi riguardano». Una frase che suona come una sfida aperta. Non solo ai mercati, ma soprattutto alla Casa Bianca. Perché il sottotesto è evidente: la Fed è indipendente e lui non ha intenzione di farsi spostare.
Dall’altra parte, Donald Trump non cambia copione e rilancia con il suo stile diretto, senza filtri: «Quando Powell, sempre troppo in ritardo, taglierà i tassi di interesse? Dovrebbe farlo subito». Non è una critica tecnica, è un attacco politico. Trump vuole tassi più bassi adesso, per dare ossigeno all’economia e - non troppo implicitamente - anche al clima elettorale. Powell, invece, ragiona da banchiere centrale: meglio arrivare un po’ tardi che sbagliare direzione. In mezzo c’è un’economia che continua a sorprendere. La crescita viene rivista leggermente al rialzo: 2,4% quest’anno, meglio delle stime precedenti, e un 2,3% nel 2027 che sa di continuità più che di rallentamento. Non è un’economia in affanno, insomma. Piuttosto, un motore che gira senza strappi, anche mentre fuori infuria la tempesta. Un equilibrio fragile, che la Fed non vuole rompere. Il copione è servito: Trump incalza, Powell resiste. La politica spinge, la banca centrale frena. I mercati osservano con preoccupazione. Powell, almeno per ora, non si muove di un millimetro.
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Andrea Mazzella, direttore delle Relazioni internazionali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (Imagoeconomica)
Il direttore delle Relazioni internazionali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Andrea Mazzella: proposta italiana la più solida sul piano tecnico. «Decisivi gli equilibri politici Ue». E sulla nuova Autorità: «Coordinerà le dogane nazionali, non le svuoterà».
Dalla candidatura di Roma a ospitare la futura Autorità doganale europea al ruolo strategico dell’Italia nei nuovi equilibri del commercio globale. Il direttore delle Relazioni internazionali dell’ADM, Andrea Mazzella, rivendica la qualità tecnica del progetto italiano e spiega come cambieranno i controlli, tra digitalizzazione, intelligenza artificiale e cooperazione con i Paesi del Mediterraneo e oltre. Un dossier che incrocia politica, sicurezza e interessi economici, in cui però il verdetto finale resterà nelle mani di Parlamento e Consiglio Ue.
Giorgia Meloni, nel suo ultimo intervento in Parlamento sulla crisi in Medio Oriente, ha fatto riferimento alla candidatura italiana a ospitare a Roma la sede dell’Autorità doganale europea. Può dirci qual è stato il ruolo di ADM e della Direzione delle Relazioni Internazionali per questa candidatura?
«La costituzione di una nuova Autorità doganale europea è prevista nel nuovo regolamento doganale di prossima adozione, di cui stanno per essere perfezionati gli ultimi articoli. Dei nove Paesi candidati, l’Italia è quello che ha presentato la proposta tecnicamente migliore, sia sotto il profilo della qualità delle infrastrutture previste, come il palazzo identificato come potenziale sede di questa nuova Autorità, sia per quanto attiene la sicurezza da garantire all’infrastruttura digitale unificata, il Data hub europeo. La candidatura è stata possibile grazie all’impegno eccezionale del Personale in forza all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli che, con tempestività e competenza, ha risposto in modo puntuale a tutte le richieste formulate dalla Commissione nel bando di gara».
Lei ritiene che la candidatura di Roma sia davvero competitiva e possa essere vincente?
«La candidatura di Roma, dal punto di vista tecnico, non ha eguali. Il Governo si sta impegnando al massimo e si è fatto carico delle spese per l’avvio della nuova Autorità, mettendo a disposizione i migliori apparati dell’Amministrazione nazionale, a cominciare dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. L’Agenzia, in particolare, rappresenta una eccellenza professionale tra le Amministrazioni dello Stato, certamente in grado di fornire un supporto sostanziale all’avvio della nuova Autorità europea. A questo contributo, si unisce evidentemente anche quello della Guardia di Finanza, la cui attività quotidiana in tutti i varchi doganali nazionali è complementare a quella dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e il cui eccellente livello professionale è riconosciuto in tutto il mondo. C’è stato poi l’appoggio incondizionato del Comune di Roma e soprattutto del MAECI e del suo corpo diplomatico, con la Rappresentanza presso l’UE in testa e l’Inviato Speciale per la candidatura, il Min. Plen. Stefano Zanini, diplomatico di alto rango, Capo del Servizio contenzioso e dei trattati internazionali. Dobbiamo, tuttavia, considerare che l’altissimo livello tecnico della candidatura non è di per sé stesso sufficiente a vincere questa competizione: molto dipenderà dal procedimento di codecisione del Parlamento europeo e del Consiglio europeo, due organi dove, nel primo caso, saranno i partiti politici a decidere, mentre, nel secondo, conteranno le alleanze stipulate tra gli Stati membri. Trovo straordinario che a livello nazionale ci sia, comunque, un impegno trasversale che riguarda tutte le istituzioni impegnate all’unisono per sponsorizzare questa candidatura».
Quale dovrebbe essere il ruolo di questa nuova Autorità?
«In un momento storico in cui il panorama del commercio internazionale sta subendo dei profondi e repentini mutamenti, l’Unione Europea, tramite l’EUCA, avrà la possibilità di identificare più efficacemente l’origine dei prodotti e soprattutto la loro idoneità a poter circolare liberamente al suo interno. È facile intuire, quindi, quanto questo possa essere strategico in un momento in cui nuove intese generali di libero scambio sono state sottoscritte sia con il Mercosur che con l’India, partner di fondamentale importanza per l’Italia e l’Unione europea. Queste intese, infatti, per trovare piena e corretta applicazione, necessitano di una dogana europea unita, forte e in grado di applicare i controlli su standard di alto livello davvero armonizzati, proteggendo in modo efficace i nostri prodotti dalla concorrenza sleale in tutti i settori».
È corretto ritenere che il giorno in cui entrerà a pieno regime la nuova Autorità doganale, le dogane nazionali saranno in qualche modo svuotate delle loro competenze?
«Assolutamente no. La nuova Autorità, in una prima fase, svolgerà un ruolo di coordinamento per tutte le Autorità nazionali, con l’individuazione di standard comuni di alto livello. Questo processo di forte responsabilizzazione e adeguamento richiederà un incremento considerevole dei controlli, favorito anche all’impiego di nuove tecnologie basate sull’incrocio dei dati digitali e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Ovviamente, solo nel lungo termine, possiamo ritenere che la dogana nazionale e le sue competenze verranno gradualmente, e solo in parte, assorbite da quelle della nuova Autorità, che potrà avere un quadro più preciso di quali siano le vulnerabilità complessive delle dogane europee e che, certamente, si doterà degli strumenti necessari per rafforzare i varchi più deboli».
Se Roma dovesse vincere, quale sarebbe, a suo modo di vedere, il vero valore aggiunto di avere una così rilevante Autorità in una città, come quella di Roma, dove sono state scritte pagine fondamentali della storia dell’Unione europea? E che cosa cambierebbe per i flussi commerciali verso il nostro Paese?
«La ringrazio per questa domanda che mi dà modo di mettere in luce la vision di questa candidatura. Come ha detto lei, da Roma è partito formalmente il processo istitutivo dell’Unione europea con la firma nel ’57 dei trattati istitutivi. Un’Autorità stabilita nella Città di Roma Capitale darebbe senz’altro un chiaro ed evidente segnale di rilancio del processo unionale a tutto tondo. Al di là di queste considerazioni, riteniamo che, attraverso una cooperazione più stretta con gli Stati che si affacciano sul bacino adriatico e mediterraneo, sia possibile rafforzare ulteriormente i loro apparati doganali. Questo è un compito che l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, e in particolare la Direzione delle Relazioni Internazionali, sta svolgendo con riconosciuta efficacia sia nei Balcani, sia in diversi Paesi africani che rientrano tra gli obiettivi del Piano Mattei. L’Italia inoltre è uno dei pochi Paesi che si sta concentrando sull’ “India–Middle East–Europe Economic Corridor” e vanta dei porti intermodali di altissima qualità come quello di Trieste, di cui si avvantaggiano molti Stati membri dell’Unione, soprattutto nella mitteleuropa e nei Balcani occidentali. In tale contesto, l’Agenzia, nel febbraio 2025, ha sottoscritto con il Bahrein un accordo di cooperazione doganale che prevede attività di formazione e di condivisione di esperienze e buone prassi doganali al fine di facilitare gli scambi e digitalizzare i controlli. Più recentemente, a gennaio 2026, nell’ambito dell’Abu Dhabi Investment Forum, a Milano, ha sottoscritto con le dogane di Abu Dhabi una Dichiarazione di intenti, finalizzata a rafforzare la cooperazione tra le amministrazioni doganali italiana ed emiratina, con particolare riferimento alla sicurezza delle catene logistiche, alla facilitazione degli scambi commerciali e alla digitalizzazione dei processi doganali. L’intenzione è quella di concludere, nel prossimo futuro, lo stesso tipo di accordo anche con India, Indonesia, Cina e Vietnam. È evidente che, quando le turbolenze che attualmente affliggono il Medio Oriente saranno sopite e i flussi commerciali nel Mediterraneo riprenderanno nella loro pienezza, il contributo dell’Italia, e dei suoi porti e aeroporti, al commercio con il Medio Oriente e l’Asia sarà nuovamente determinante per il progresso economico dell’Unione e questo è un obiettivo che l’EUCA potrebbe perseguire con la massima priorità proprio da Roma».
Al di là della competizione e del risultato finale, quali sono, secondo lei, le opportunità concrete che la candidatura italiana offre sia per le amministrazioni coinvolte sia per il settore privato?
«Al di là del risultato che sarà raggiunto, a mio modo di vedere, la candidatura dell’Italia è già un risultato eccellente per una serie di ragioni. In primo luogo, l’Italia non poteva non candidarsi al pari di altri Paesi come la Francia, la Spagna e la Polonia, per citare solo i più rilevanti. Tra i grandi, solo la Germania, infatti, non si è candidata, avendo recentemente ottenuto l’Autorità europea per la lotta al riciclaggio e al finanziamento del terrorismo (AMLA). L’Italia è stata tra i Paesi che hanno contribuito fattivamente alla riscrittura del nuovo regolamento doganale. Mi riferisco agli articoli sugli operatori AEO (Authorized Economic Operator) e il Trust&check, utili alla salvaguardia delle prerogative delle pmi. Abbiamo, inoltre, promosso molte iniziative in tema di e-commerce, con la responsabilizzazione delle grandi piattaforme di commercio digitale, e in ambito di anticontraffazione. Nello specifico, a proposito di EUCA, la scorsa settimana abbiamo presentato un non paper, concepito in ADM, alla Conferenza europea dei Direttori delle Dogane Ue sul ruolo del data auditor. Un “disengagement” italiano su EUCA avrebbe potuto essere interpretato come una scarsa convinzione nell’adesione al progetto di riforma delle dogane europee. Una posizione stridente con l’impegno profuso dal Governo per proteggere gli operatori e per perfezionare il mercato interno Ue. In secondo luogo, oggi prende forma un processo che, sul lungo termine, è destinato a divenire il ganglio iniziale della dogana unica europea, completamente digitalizzata, in grado, attraverso scanner e sensoristica di ultima generazione, di sorvegliare tutti i traffici commerciali dell’Unione, difendendo il suo tessuto economico attraverso un proprio braccio operativo, le cosiddette “brigate doganali europee”. La nostra candidatura ha avuto il merito indiscusso di stimolare tutte le Amministrazioni coinvolte a riflettere su questi sviluppi e sulle implicazioni che inevitabilmente interesseranno l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. In particolare, il Ministero dell’Economia e delle Finanze, l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e la Guardia di Finanza saranno chiamati nei prossimi decenni a gestire i cambiamenti operativi più significativi per i quali saranno necessari adeguamenti strutturali e l’adozione di nuove tecnologie. Ci sono poi tutte le grandi opportunità relative al tender milionario per la realizzazione del Data hub, il Cloud digitale animato dall’intelligenza artificiale dove saranno contenuti i dati doganali europei che rappresenterà l’anima della nuova autorità doganale, la cui realizzazione rappresenta una straordinaria opportunità per le nostre aziende di affermarsi a livello europeo. Al riguardo, stiamo promuovendo l’interesse dei nostri maggiori operatori del settore. Come è facile immaginare, si tratta di un patrimonio informativo inestimabile ed altamente sensibile. Per questo motivo, unitamente alla Presidenza del Consiglio e all’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, abbiamo dedicato la massima attenzione alla protezione dei dati, offrendo il nostro know how all’Ue».
Lei ha fatto riferimento alla partecipazione dell'Agenzia delle Dogane al Piano Mattei e, più in generale, a programmi di cooperazione con Paesi dei Balcani e della sponda sud del Mediterraneo. Ci può spiegare meglio a che cosa si riferisce?
«Certamente, anche perché questo è stato, forse, l’aspetto più impegnativo di questi anni passati presso l'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. La cooperazione doganale riguarda i settori della digitalizzazione, dell’antifrode, dei controlli, compresi quelli di laboratorio, delle accise e della tecnica legislativa in questa materia, che rappresentano un modello di alta qualità per molti altri Paesi. Per i governi stranieri, ottenere il supporto dell’Italia nel rafforzamento delle proprie amministrazioni doganali, riducendo drasticamente, se non azzerando, gli indici di corruzione, significa liberare maggiori risorse a favore dello Stato per consolidarne le strutture. Questa collaborazione inoltre consente di intervenire con tempestività e determinazione contro il crimine organizzato e le frodi transfrontaliere, aumentando così la sicurezza e l’affidabilità dello Stato nel suo complesso. Sono questi gli obiettivi a cui puntiamo negli scenari che le ho illustrato. La novità più importante, che mi permetto, anzi, di definire “epocale”, è senza dubbio la dimensione assunta dall’Agenzia a livello internazionale. Grazie alle intese raggiunte tra questa Amministrazione e il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale, ADM è diventata oggi uno strumento per il Governo italiano per fornire ausilio ai paesi stranieri che lo richiedano. Questo nuovo modello di cooperazione ci vede affiancati alla Guardia di Finanza per aumentare le capacità di contrasto alle frodi, non solo commerciali, in tutto il mondo. Collaboriamo, inoltre, con l’Organizzazione internazionale italo-latina americana (IILA), l’Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF), la Procura europea (EPPO) e con la rete degli esperti della Guardia di Finanza nei Paesi del Sud America. Siamo presenti a fianco di numerose amministrazioni nord-africane come quelle dell'Egitto, della Tunisia e della Libia per sostenere le Amministrazioni doganali locali. Siamo, al contempo, il Paese che vanta il maggior numero di progetti di cooperazione attiva, in assoluto, nei Balcani e oltre, verso la Moldavia, ai confini con l'Ucraina. Abbiamo sviluppato iniziative come quelle di Adriacustoms e della Quadrilaterale, che contempla Paesi quali Slovenia, Ungheria e Croazia, per favorire lo scambio di informazioni doganali e i controlli. Credo di poter dire, senza falsa modestia, che siamo, a livello europeo, il Paese più determinato e attivo sul fronte della cooperazione internazionale tecnico-doganale».
L'attuale contesto di crisi e la guerra in Iran, a suo modo di vedere, possono in qualche modo influenzare questi progetti di cooperazione cui ha fatto cenno?
«In tutta franchezza, ritengo di no. Basti pensare all'operazione “Food for Gaza”, lanciata dal Ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale per alleviare le sofferenze della popolazione di quel territorio, tramite l'invio di aiuti umanitari. Anche in quel caso il contributo delle Dogane è stato determinante. Abbiamo fornito gli scanner e il supporto tecnico per facilitare l'arrivo degli aiuti umanitari a destinazione. Abbiamo inoltre incontrato i vertici del COGAT (Coordinator of Government Activities in the Territories) israeliano per creare gli opportuni rapporti di fiducia attraverso cui il flusso degli aiuti è stato velocizzato. Altrettanto stiamo facendo in altri contesti molto complicati, contribuendo alle missioni Eubam Libia, Eubam Rafah e Eubam Repubblica Centroafricana. In questo modo, la collaborazione tecnica e doganale continua e si estende nelle aree di crisi. Personalmente mi sono recato a Gaza, in Etiopia e a visitare i confini e i varchi doganali tra la Moldova e l'Ucraina proprio per sincerarmi del buon funzionamento di quelle dogane di cui si occupa al massimo livello anche l'Unione Europea. Come amministrazione doganale siamo in grado e dobbiamo continuare il dialogo con tutti gli attori, anche quelli con cui potenzialmente potrebbe insorgere o è già insorta una situazione di crisi».
Lei è il primo diplomatico ad aver prestato servizio presso l'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. A quasi tre anni dal suo insediamento, come valuta questa sua esperienza?
«Le rispondo con molta onestà. Quando, oltre 30 anni fa, intrapresi la carriera diplomatica, mai avrei pensato di giungere presso l'Amministrazione delle Dogane e dei Monopoli in qualità di Direttore dell’Ufficio per le Relazioni Internazionali e, tuttavia, dopo questo relativamente breve lasso di tempo, ho capito quanta professionalità esiste in questa Agenzia e ho cercato di valorizzarla e integrarla con le risorse nazionali in tema di cooperazione internazionale. Il lavoro del mio Ufficio non è solo stato ispirato dagli input provenienti dalla Commissione Europea, nell'ambito dei vari programmi da essa originati, ma si è sempre rivolto anche alla tutela dell'interesse nazionale, con progetti realizzati in sinergia con il MAECI e la Guardia di Finanza. Adesso l'Agenzia ha tutti gli strumenti a disposizione per poter intervenire nelle aree ritenute più strategiche e sensibili e questa è stata la grande intuizione dell’attuale Direttore, il Consigliere Roberto Alesse, che ha voluto un diplomatico di carriera alla guida delle relazioni internazionali di ADM».
Cosa pensa di fare quindi nel futuro? Si dedicherà ancora alla cooperazione doganale? Lei ha riaperto l'ambasciata in Somalia nel 2014, poi è divenuto ambasciatore in Congo Brazzaville, ha rappresentato il MAECI in Golden Power del Ministero degli Affari Esteri per le questioni di sicurezza nazionale e ha lanciato diverse iniziative per l'internazionalizzazione del sistema italiano di cyber sicurezza. Cosa pensa di fare dopo questa esperienza presso le dogane?
«Per ora mi applico a questo tema che mi assorbe in pieno con molta passione anche perché, come le dicevo, all’Agenzia ho trovato un ambiente assolutamente fecondo e dinamico, caratterizzato da funzionari determinati a raggiungere l'obiettivo, nonostante la strada sia per molti versi, completamente nuova. Per il futuro, come servitore dello Stato, farò, come sempre, quello che mi verrà chiesto».
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