(Ansa)
Il carabiniere che guidava è accusato di omicidio stradale con «eccesso colposo nell’adempimento del dovere». Ma una sentenza del Palazzaccio ribalta la tesi dei pm.
Non è dato sapere se i magistrati della Procura della Repubblica di Milano, prima di chiedere il rinvio a giudizio del carabiniere Antonio Lenoci per rispondere di omicidio colposo stradale in persona di Ramy Elgaml, abbiano avuto modo di confrontarsi con una precedente sentenza della Cassazione che avrebbe dovuto indurli, se non altro, a qualche dubbio.
Pietro Dubolino, Presidente di sezione emerito della Corte di Cassazione.
La sentenza in questione - della quale, sempre con riferimento al caso Ramy, era già stata data notizia sulla Verità dell’11 ottobre 2025 - è la n. 4963/2025 della III sezione civile. Essa riguarda un caso la cui dinamica era esattamente sovrapponibile a quella del caso Ramy, con la sola differenza che non vi era stato alcun evento mortale e che oggetto del contendere era soltanto la responsabilità civile per le lesioni che taluni appartenenti alla forza pubblica, impegnati nell’inseguimento di un veicolo che non si era fermato all’alt, avevano subito per averlo volontariamente tamponato.
La decisione della Cassazione fu nel senso che di tali lesioni doveva rispondere, quale unico responsabile, il conducente del veicolo tamponato, dal momento che a carico del conducente di quello tamponante non era ravvisabile colpa alcuna, dovendosi la sua condotta considerare «doverosa e, pertanto, scriminata dall’art. 51 cod. pen.». Si noti che l’art. 51 del codice penale, che prevede, per quanto qui interessa, la non punibilità del fatto astrattamente qualificabile come reato se commesso nell’«adempimento di un dovere», è lo stesso articolo al quale si fa riferimento nella richiesta di rinvio a giudizio del Lenoci, sostenendosi, però, che quest’ultimo lo avrebbe violato ponendo in essere una «condotta di guida sproporzionata» rispetto all’obiettivo, pur legittimamente perseguito, di bloccare il veicolo fuggitivo. Più in particolare, si addebita al carabiniere di aver mantenuto, nell’inseguimento, «una distanza e una velocità inidonee a prevenire eventuali collisioni o tamponamenti con il mezzo in fuga».
Difficile immaginare un più evidente contrasto fra tale impostazione accusatoria e il principio affermato nel citato precedente della Cassazione. Mentre per quest’ultimo, infatti, il tamponamento, non colposo ma addirittura volontario, del veicolo inseguito rientrava pienamente nei limiti della causa di giustificazione costituita dall’adempimento di un dovere, per la Procura della Repubblica di Milano, invece, tali limiti sarebbero stati superati per il solo fatto che, senza neppure volerlo ma soltanto per colpa, il tamponamento o, comunque, la collisione erano avvenuti. E la colpa sarebbe consistita, in sostanza, a ben vedere, soltanto nell’avere il carabiniere condotto l’inseguimento proponendosi come obiettivo prioritario quello di bloccare il veicolo fuggitivo e non invece - come sembra che, secondo la Procura, sarebbe stato doveroso - quello di evitare, comunque, il pericolo di una collisione, anche a costo di consentire al veicolo fuggitivo di far perdere le proprie tracce. Un tale ragionamento appare evidentemente basato sul fallace presupposto che l’inseguimento di chi abbia violato un posto di blocco debba essere condotto in modo da curare prioritariamente l’esigenza che non venga a determinarsi alcun aumento del livello di rischio già liberamente accettato dall’autore della violazione con il darsi alla fuga. Il che, se fosse vero, comporterebbe che dovrebbe allora, ad esempio, considerarsi generatore di responsabilità a titolo di colpa anche il comportamento degli inseguitori che, per fermare la corsa del veicolo inseguito, lo colpiscano alle gomme facendole scoppiare o afflosciare, qualora, a causa di ciò, il conducente ne perda il controllo e, impattando in qualche ostacolo, rimanga ferito o ucciso.
Va da sé, naturalmente, che non può certo, per converso, sostenersi che qualsiasi condotta sia lecita quando abbia come scopo quello di bloccare la corsa del fuggitivo. È evidente, infatti, che, secondo l’indiscusso principio generale che regola tutte le cause di giustificazione dei reati, è necessario, perché la causa di giustificazione possa essere pienamente riconosciuta, che vi sia proporzione tra la condotta astrattamente inquadrabile in una ipotesi di reato e l’obiettivo lecito che, con quella condotta, si intende perseguire. Sarà, pertanto, sempre da escludere che possa invocare la causa di giustificazione dell’adempimento di un dovere l’agente della forza pubblica che, per bloccare la fuga di chiunque abbia commesso un qualsiasi illecito e non costituisca, al momento, un pericolo per alcuno, gli spari addosso. Ma è proprio il requisito della proporzionalità quello che risulta espressamente riconosciuto nella sentenza della Cassazione di cui si è detto e risulta, invece, escluso nella richiesta di rinvio a giudizio del Lenoci. E ciò senza che di tale esclusione sia stata offerta, per quanto è dato sapere, alcuna valida spiegazione, tale non potendosi certamente ritenere quella costituita dal fatto che, come si mette in rilievo nella stessa richiesta, era già stata rilevata la targa del motociclo condotto da Fares Bouzidi e sul quale era trasportato Ramy. È di elementare evidenza, infatti, che il motociclo avrebbe potuto essere oggetto di furto, magari non ancora denunciato, per cui dalla targa non sarebbe stato possibile risalire all’identità dei due occupanti che, ovviamente, era invece necessario accertare. Di una tale evidenza è difficile pensare che possa non essersi resa conto la stessa Procura della Repubblica di Milano, per cui l’aver essa fatto leva sulla circostanza in questione per sostenere la propria decisione sembra rivelare una sorta di «accanimento accusatorio», tale da averla indotta, per raggiungere il proprio scopo, anche ad avvalersi di elementi palesemente privi di rilievo, contando forse sull’eventualità che essi producano comunque un qualche effetto. Un atteggiamento, questo, che, purtroppo, sembra sempre più diffuso tra gli uffici del pubblico ministero, a cominciare da quando, nell’ormai lontano 1989, è entrato in vigore l’attuale codice di procedura penale, basato appunto sul sistema definito, non per nulla, «accusatorio»; dal che è derivata la progressiva tendenza dei magistrati del pubblico ministero a considerarsi non più, come per il passato, organi «di giustizia» al pari, pur nella diversità delle funzioni, dei magistrati giudicanti, ma soltanto organi puramente «d’accusa». E i risultati, nel caso in discorso come in tanti altri, sono quelli che si vedono.
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2026-04-08
Chris Giudice: «Per i giovani Internet è l’università fai da te di satanismo e violenza»
Nel riquadro, Chris Giudice (IStock)
L’esperto di esoterismo: «Sul Web circolano contenuti di ordini occulti in modo disorganizzato, che si mischiano a elogi delle stragi di massa».
Chris Giudice è dottore in storia e sociologia dell’esoterismo occidentale, ed è probabilmente lo studioso che meglio conosce le nuove forme di satanismo che si diffondono a partire dai gruppi online. Circoli come quelli che frequentavano in Rete anche alcuni ragazzi italiani che nelle ultime settimane hanno fatto parlare di sé sulle pagine di cronaca. Ad esempio il diciassettenne di Perugia che è stato fermato per terrorismo di recente e progettava una strage a scuola.
Tanto si è scritto riguardo le frequentazioni online di questi ragazzo. Satanismo, accelerazionismo, neonazismo. Raccontata così sembra una commistione perfino un po’ caricaturale di suggestioni. Di che gruppi parliamo davvero?
«Non siamo di fronte a semplici spauracchi, ma il racconto mediatico tende a essere impreciso. Nella maggior parte dei casi non esistono ordini occulti o società segrete con strutture stabili o catene di comando chiaramente identificabili. Piuttosto, ci troviamo di fronte ad ambienti fluidi, spesso privi di confini chiari tra partecipazione, osservazione e semplice esposizione. Il riferimento più noto resta l’Order of nine angles, un ordine occulto di area satanista nato in Inghilterra tra gli anni Settanta e Ottanta. A partire dagli anni 2010, però, il suo materiale ha iniziato a circolare online in modo sempre più autonomo, perdendo il legame con un contesto unitario. In questa fase, più che un’organizzazione, si ha una circolazione di materiali che possono essere riutilizzati in contesti completamente diversi».
Come nel caso di Perugia.
«Il caso di Perugia mostra come questi elementi si inseriscano oggi in ecosistemi più ampi: non solo riferimenti all’occulto, ma anche immaginari legati ai mass shooter, simbologie neonaziste e retoriche accelerazioniste. In questi ambienti, la violenza assume una dimensione performativa, quasi simulata in anticipo. Accanto a questo emergono fenomeni come 764 o No lives matter, che non sono ordini in senso proprio ma ambienti digitali frammentari. Qui l’occulto funziona soprattutto come linguaggio: elementi simbolici usati spesso fuori contesto per intensificare la trasgressione. Il punto non è tanto “chi appartiene a cosa”, quanto il fatto che esista un lessico condiviso - esoterico, nichilista e politico - che circola liberamente online e che rende possibile una forma di partecipazione anche senza un reale coinvolgimento strutturato».
Quali sono gli obiettivi di questi gruppi?
«Non esiste quasi mai un obiettivo unitario. Più che un progetto, si tratta di una postura: la trasgressione estrema come strumento di trasformazione individuale. Nel caso dell’Order of nine angles, questo è esplicito: il superamento dei limiti viene concepito come pratica. Quando questi contenuti circolano fuori contesto, però, perdono struttura e vengono semplificati. Il caso di Perugia è esemplare: il riferimento alla Werwolf division e ai mass shooter mostra un immaginario costruito attraverso elementi diversi - suprematismo, cultura mass shooter, retoriche accelerazioniste - in cui la violenza viene pensata e, in parte, messa in scena prima ancora di essere compiuta, anche attraverso la ricerca e la condivisione di materiali tecnici, manuali e istruzioni, che trasformano l’idea in qualcosa di operativamente praticabile. In ambienti come 764 o No lives matter, questa logica si radicalizza: la trasgressione diventa fine a sé stessa, un gesto da compiere e talvolta da condividere. La violenza diventa performativa. L’obiettivo non è tanto cambiare il mondo in modo strutturato, quanto mettere alla prova sé stessi attraverso il superamento dei limiti, anche in assenza di un obiettivo esterno chiaramente definito».
Ma questi ambienti attirano soltanto giovanissimi o anche adulti?
«L’ingresso oggi è quasi sempre giovanile. I canali sono quelli dell’ecosistema digitale: Telegram, Discord, Signal, ma anche chat legate ai videogiochi. Non si tratta di percorsi di studio, ma di traiettorie informali: si entra in una chat, si seguono link, si condividono materiali, spesso senza una piena consapevolezza del contesto. Non è un caso che videogiochi come Roblox abbiano limitato le funzionalità di chat, introducendo verifiche dell’età e restrizioni nei contatti tra utenti, proprio per ridurre questo tipo di esposizione. Il passaggio verso contenuti più estremi avviene in modo graduale. Gli adulti sono presenti, ma meno visibili: possono facilitare o orientare, ma raramente emergono come punti di riferimento espliciti. Il primo contatto avviene quindi molto presto, all’interno di spazi digitali che possono diventare, nel tempo, luoghi di radicalizzazione».
Esiste un vero e proprio reclutamento?
«Non nel senso classico. Non ci sono affiliazioni formali né rituali obbligati. Il modello è più sfumato e spesso più efficace. Si tratta di esposizione progressiva: si entra per curiosità e si resta perché il contenuto diventa via via più radicale. Il passaggio è graduale e spesso poco consapevole. Più che una figura che recluta, c’è un ambiente che orienta e che, attraverso la ripetizione e l’esposizione continua, rende certe posizioni progressivamente plausibili. Chat e gruppi funzionano come spazi di normalizzazione, in cui certi linguaggi diventano familiari. A questo si aggiungono dinamiche di riconoscimento e appartenenza, che rafforzano il coinvolgimento. In alcuni casi emergono anche forme di pressione più dirette, ma restano inserite in un ecosistema che funziona senza una struttura formale».
In estrema sintesi: in che cosa crede un odierno satanista?
«Serve distinguere. Esistono forme di satanismo contemporaneo strutturate e non violente - come la Church of Satan o il Temple of Set - che non hanno nulla a che vedere con questi contesti. Negli ambienti più frammentari, invece, il satanismo non è tanto un sistema di credenze quanto un insieme di pratiche. Al centro c’è il superamento dei limiti: infrangere tabù, costruire un’identità in opposizione. Questo lo colloca nell’ambito della Left-Hand Path, ma in forma semplificata. Rimane l’elemento operativo: l’atto, la trasgressione, la prova. Non c’è una dottrina vera e propria, ma materiali usati spesso fuori contesto. A questo si aggiunge l’ibridazione con linguaggi politici estremi e con una cultura digitale che amplifica e ricombina i contenuti. Si tratta, più che di un sistema di credenze, di una pratica identitaria, che non richiede una piena adesione teorica, ma piuttosto una disponibilità all’azione».
Secondo lei quelle che abbiamo descritto sono manifestazioni, magari estreme, di disagio come spesso si dice? Qualcosa di simile a quello che un tempo erano i sassi dal cavalcavia, per citare un triste esempio?
«Il disagio è una componente, ma non basta a spiegare il fenomeno. Ridurre tutto a malessere giovanile rischia di semplificare. Qui non siamo davanti a un gesto impulsivo. Questi atti si inseriscono in un quadro di riferimenti - testi, simboli, narrazioni - che li rendono significativi per chi li compie. C’è spesso preparazione e, in alcuni casi, una vera e propria messa in scena anticipata. Il confronto con episodi come il lancio di sassi è fuorviante: lì prevale l’impulso, qui una costruzione di senso, anche rudimentale. Questo elemento è centrale per comprendere il fenomeno. Il gesto viene percepito come qualcosa che dimostra, che si inserisce in una traiettoria. È un modo di dare senso all’azione, anche in forme estreme, e di collocarsi in una narrazione personale».
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La Nasa ha pubblicato immagini storiche della Terra che tramonta sotto l’orizzonte lunare, più di 57 anni dopo che un’iconica immagine dell’«alba terrestre» fu catturata da un astronauta dell’Apollo 8.
I membri dell’equipaggio di Artemis II hanno catturato l’immagine durante il sorvolo lunare da record della missione, mentre l’astronauta statunitense Bill Anders scattò la leggendaria «alba terrestre» durante la prima missione spaziale con equipaggio umano intorno alla Luna, nel dicembre 1968.
L’equipaggio descrisse con dovizia di particolari le caratteristiche della superficie lunare e in seguito assistette a un’eclissi solare, quando la Luna passò davanti al Sole.
Dopo aver sorvolato il lato nascosto del satellite, Artemis II torna verso la Terra. Spunta un vasetto di crema fluttuante. Un cratere dedicato alla moglie defunta del comandante.
Sono passati otto giorni dalla partenza di Artemis II. Poco dopo la mezzanotte del sesto giorno, i quattro membri dell’equipaggio sono diventati gli esseri umani che si sono spinti più lontano dalla Terra nella storia. A bordo della capsula Orion, Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen hanno raggiunto la distanza record di 406.777 km dal nostro pianeta, superando di gran lunga il primato stabilito nel 1970 dall’Apollo 13.
La finestra di osservazione lunare si è aperta lunedì, alle 20:45 (ora italiana) ed è rimasta attiva fino alle 03:40 di ieri. Il momento culminante è stato l’avvicinamento massimo alla Luna, alla 01:02: Orion è passata a soli 6.542 km dalla superficie lunare, una distanza ravvicinata che ha consentito all’equipaggio di osservare l’intero disco lunare in un’unica inquadratura, includendo contemporaneamente polo nord e polo sud. Per circa 40 minuti, a partire dalle 23:47 del 6 aprile, la capsula è passata dietro la Luna, entrando in una zona d’ombra radio che ha interrotto completamente le comunicazioni con il centro di controllo missione. Quando Orion è riemersa dal lato nascosto del satellite, era già sulla traiettoria di ritorno verso la Terra.
L’obiettivo principale della missione era un flyby lunare, ovvero una circumnavigazione completa della luna senza atterraggio. La Nasa ha assegnato all’equipaggio una lista di 35 obiettivi da documentare. Tra questi figurano i siti degli allunaggi di Apollo 12 e Apollo 14, oltre al Mare Orientale, un vasto bacino d’impatto di oltre 900 km di diametro situato al confine tra lato visibile e lato nascosto della Luna. Gli astronauti hanno inoltre osservato il cratere Hertzsprung, che si estende per circa 600 km, e numerose altre formazioni geologiche fondamentali per comprendere la storia del satellite.
Uno dei momenti più toccanti della missione è legato a una richiesta avanzata dal canadese Jeremy Hansen. A nome di tutto l’equipaggio, ha proposto di attribuire il nome «Carroll» a uno dei crateri più luminosi, in memoria della moglie del comandante Wiseman, scomparsa nel 2020. Infermiera pediatrica, era morta a soli 46 anni, lasciando il marito a crescere le figlie. Quando nel 2023 Wiseman fu nominato comandante, la sua prima reazione non fu l’entusiasmo, ma la preoccupazione per le piccole. La maggiore, in tutta risposta, gli preparò dei cupcake a forma di luna. Dopo la richiesta un video mostra gli astronauti stretti in un abbraccio, mentre sulla Terra, accanto alla famiglia Wiseman, si osservava un silenzio carico di commozione. L’episodio ci racconta di una tradizione radicata nel mondo astronautico: le famiglie diventano parte integrante di una comunità unita, costruendo legami solidi già durante l’addestramento.
Intanto, durante una diretta della Nasa, la Nutella ha rubato la scena alla Luna: è stato infatti ripreso dalle telecamere un barattolo che fluttuava beatamente per la navicella. In poco tempo il video ha fatto il giro del mondo, trasformando la scena nella più grande pubblicità gratuita di sempre, capace di portare un marchio italiano a distanza di anni luce. La Nasa è poi intervenuta per chiarire che non si trattava di un’operazione pubblicitaria. Il rientro dell’equipaggio è previsto per il 10 aprile, con ammaraggio al largo delle coste di San Diego intorno alle 20 ora locale. Si chiuderà così un viaggio storico che, oltre a fornire dati fondamentali per il futuro dell’esplorazione lunare, ha saputo raccontare anche il lato più umano dello spazio: fatto di record, scienza, emozioni e piccoli gesti capaci di avvicinare l’infinito alla vita quotidiana.
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