Dal 2021 l’Italia paga i mutui per i finanziamenti europei arrivati a sostegno del Piano Sui quali gravano regole machiavelliche e una sconcertante assenza di trasparenza.
La Repubblica italiana, a partire dal 13 agosto 2021, quando da Bruxelles è arrivato il primo bonifico per il prefinanziamento, ha stipulato nove mutui per il Pnrr. Infatti, da allora, si sono susseguite altre otto erogazioni di importo variabile tra 14,4 e 6,9 miliardi. L’ultima, proprio a fine dicembre, di 9,7 miliardi, ha concorso al totale parziale di 99 miliardi che con le prossime ultime due rate, arriverà alla somma complessiva di 122,6 miliardi, resi inizialmente disponibili dalla Commissione nel 2021. E parliamo solo di prestiti, a cui si aggiungono 53 miliardi di sussidi (su 71 previsti), il cui rimborso transita, però, dal bilancio Ue.
Il problema è che - come abbiamo evidenziato ieri - la spesa per interessi generata da questi prestiti ha sforato qualsiasi previsione e sta mettendo in difficoltà sia il bilancio Ue sia quello italiano, gravato nel 2026 per 2,85 miliardi e 3,4 miliardi nel 2027 e 2028. Infatti nel 2021, il tasso medio ponderato (escludendo i titoli a breve) all’emissione pagati dal Mef è stato pari allo 0,45%, di poco superiore a quello della Commissione; ma tale tasso, in conseguenza dei ripetuti rialzi attuati dalla Bce a partire dal luglio 2022, è poi arrivato a sfiorare il 4% per l’Italia e il 3,4% per la Ue. Si tratta ovviamente di una media ponderata che tiene conto delle diverse scadenze superiori ai 12 mesi fino a 30 anni, ma che costituisce un punto di riferimento per confrontare il costo sostenuto all’emissione a Roma e a Bruxelles.
La Ue ci aggiunge, poi, dei costi per il servizio di gestione della liquidità e per le spese generali amministrative e ci presenta il costo della spesa. E lo ha sempre fatto per ciascuna delle otto rate incassate (oltre al prefinanziamento) inviando un semplice «avviso di conferma» (confirmation notice) al Mef, entro 20 giorni lavorativi antecedenti alla data di pagamento. In quel documento, che resta riservato, da Bruxelles viene comunicato l’importo del finanziamento, il relativo costo, la scadenza, il calendario del rimborso, il periodo di vigenza del tasso di interesse e le spese. Tutti elementi di cui al Mef sono all’oscuro fino a pochi giorni prima dell’erogazione e che dipendono, per la gran parte, dalle modalità con cui la Commissione fa provvista sui mercati.
Se già fino a questo punto la faccenda si presenta intricata, diventa un vero e proprio labirinto quando si tratta di determinare il tasso di interesse che la Ue applica agli Stati membri, direttamente dipendente dal tasso pagato sui mercati. Il ministro Giancarlo Giorgetti ha recentemente parlato di tasso «di poco sopra il 3%» riferendosi presumibilmente alle rate incassate nel 2025. Ma il criterio di determinazione di quel costo è molto complesso ed è il risultato delle regole definite con la decisione di esecuzione 2024/1974 della Commissione del 12 luglio 2024. Un vero e proprio ginepraio - di cui vi risparmiamo i dettagli - finalizzato a collegare l’attività della Commissione sui mercati con i relativi costi di emissione e i momenti di erogazione delle diverse rate agli Stati membri. Servono 18 articoli e quattro pagine di formule di matematica finanziaria per arrivare a un dato di costo del finanziamento attribuito a ciascun comparto temporale di emissione (in genere coincidente con un semestre) e presentare il conto al Mef che ogni volta, recepisce il tutto con un decreto ministeriale di accertamento.
Ma la catena che ci tiene legati alle scelte di Bruxelles è destinata a durare fino al 2058, perché su ciascuno di quei mutui si pagano solo interessi per i primi dieci anni e il rimborso dei capitale avviene, poi, in rate costanti nei 20 anni successivi. Il tutto è caratterizzato da una sconcertante assenza di trasparenza, a differenza di quanto accade con il costo di finanziamento con i titoli pubblici, per i quali è sufficiente consultare il sito del Tesoro per conoscere immediatamente i tassi di ciascuna emissione e i tassi medi di emissione per ciascun anno.
Diventa così irrilevante il minor tasso di interesse (qualche decina di punti base) che in tutti questi anni i titoli Ue hanno pagato rispetto a quelli italiani. È, infatti, normale che un mutuo chirografario (il debito pubblico italiano) costi un po’ di più di uno ipotecario (il debito Ue). Infatti quest’ultimo è assistito da condizioni così gravose - in primis il rispetto dei vincoli del patto di stabilità, dannosi per la crescita, oltre ad essere di fatto privilegiato nel rimborso - il cui costo super agevolmente l’apparente risparmio.
Si rende quindi necessaria un’operazione trasparenza: perché oltre 3 miliardi annui di oneri finanziari - che peseranno per i prossimi 30 anni sui nostri conti, pur in misura decrescente, per un totale approssimabile a circa 50-60 miliardi - sono determinati in modo così opaco e il Mef non pubblica, come fa per le aste dei Btp, gli avvisi di conferma della Commissione?
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Paolo Capone (Imagoeconomica)
- Il segretario dell’Ugl: «Basta parlare con i rider, loro preferiscono restare autonomi. Con il nostro contratto hanno più formazione, l’assicurazione per gli infortuni, premi e dotazioni a carico dell’azienda. Eppure i compagni ci hanno contrastato in tutti i modi».
- Non vanno a gonfie vele gli affari del delivery in Italia: Glovo e Deliveroo aumentano i fatturati ma se crescessero i costi non reggerebbero. Esiguo il gettito fiscale.
Lo speciale contiene due articoli
I rider che portano il cibo a casa vogliono essere trattati come lavoratori autonomi e ora Ugl chiede che il contratto voluto dal sindacato guidato da Paolo Capone venga rinnovato passando la paga oraria da 10 a 15 euro l’ora. Ma non tutti sono d’accordo e in passato gli scontri non sono mancati. La Verità ne ha parlato proprio con il numero uno dell’Ugl.
Capone, quando vi siete interessati per la prima volta al tema dei rider e perché?
«All’inizio ero convinto che la soluzione dovesse essere l’inquadramento pieno nel lavoro subordinato. Al primo tavolo istituzionale aperto quando c’era ancora il ministro Luigi Di Maio, si ragionava proprio in questi termini: “sconfiggere il precariato” e quindi contratto da dipendenti. Io stesso dichiarai quella linea. Poi ho cambiato posizione per un motivo semplice: ho iniziato ad ascoltare i rider e a verificare i dati reali, non i riflessi ideologici».
Cosa vi ha fatto cambiare lettura?
«Una constatazione: la gran parte dei rider chiedeva autonomia, non subordinazione. Non per “romanticismo”, ma per convenienza concreta: più libertà nella gestione dei tempi, possibilità di conciliare studio, famiglia, altri lavori e, spesso, redditi orari competitivi. In assenza di un quadro collettivo, però, il mercato era un far west: regole fissate unilateralmente dalle piattaforme, pagamenti e tutele non standardizzati. Da lì l’idea: se il lavoro è scelto come autonomo, va governato con un contratto vero».
Avete fatto anche un test sul campo, giusto?
«Ho chiesto a un dirigente confederale di iscriversi a una piattaforma senza qualificarsi come sindacalista e di fare consegne con continuità per tre mesi, parlando sistematicamente con i colleghi nei punti di ritrovo. Il risultato è stato netto: praticamente nessuno tra quelli incontrati dichiarava di desiderare un contratto da subordinato. È stato un passaggio decisivo perché ci ha dato un riscontro empirico, non mediato».
Sul piano della rappresentanza, che numeri avete nel settore?
«Il comparto vale circa 40.000 addetti ed è a bassissima sindacalizzazione, perché molti entrano ed escono rapidamente. In questo contesto Ugl Rider è il primo sindacato: circa il 13% del totale addetti e, soprattutto, quel 13% pesa circa il 96% dei rider sindacalizzati. Questo significa che, quando portiamo un’esigenza al tavolo, non lo facciamo da osservatori esterni».
La critica principale della Cgil era: “Applichiamo la logistica”. Perché non funziona?
«Perché non è un contratto specifico per lavoro su piattaforma e, soprattutto, non intercetta la domanda prevalente di autonomia. È un approccio “novecentesco” a un lavoro che ha dinamiche diverse. Il punto non è demonizzare la subordinazione: il punto è riconoscere che nel mercato reale oggi coesistono due opzioni e i rider scelgono».
Perché a Landini non sta bene?
«In Cgil hanno ancora una visione del lavoro organizzato con modelli novecenteschi. Non hanno mai cercato una mediazione con noi e hanno sempre cercato di osteggiare la nostra iniziativa. Hanno, di fatto, contrastato il primo contratto in Europa per lavoratori autonomi di questo tipo. Fosse per Landini i rider oggi non avrebbero tutele».
Lei cita spesso il confronto tra modelli. Quali sono i numeri che portate?
«È un fatto: in Italia oggi ci sono due strade. Una piattaforma che applica un impianto di lavoro subordinato (il caso di Just Eat) è passata da circa 6.000 addetti a meno di 2.000 dopo l’applicazione di quel modello. Dall’altra parte, circa 35.000 rider hanno scelto aziende che applicano un contratto per autonomi. Se la scelta è libera e la forbice è questa, significa che l’autonomia, regolata, risponde meglio alle esigenze di molti».
Andiamo al vostro contratto: cosa garantisce, in concreto, al rider autonomo?
«La base è un compenso indicato in 10 euro l’ora lavorata. Poi, ci sono tutele che prima non erano scontate: assicurazione per infortunio, formazione sulla sicurezza, dotazioni a carico dell’azienda (zaino, vestiario, dispositivi) con sostituzioni periodiche; e meccanismi incentivanti come premi annuali e di produzione definiti su base aziendale con la rappresentanza dei rider».
Siete in fase di rinnovo: cosa chiedete?
«Abbiamo aperto il confronto a inizio gennaio e la richiesta è chiara: portare la base da 10 a 15 euro l’ora lavorata. Sappiamo come funzionano le trattative: si alza l’asticella per arrivare a un punto di equilibrio plausibile. In parallelo chiediamo di estendere l’assicurazione anche alla malattia (oggi è centrata sull’infortunio) e di rafforzare le regole sul controllo/trasparenza dell’algoritmo, perché è lì che si gioca una parte rilevante della qualità del lavoro su piattaforma».
Un passaggio discusso è la vostra proposta sul riconoscimento facciale. Perché?
«Perché il vero sfruttamento, quando emerge, spesso non nasce dal contratto in sé ma dal “caporalato digitale”: account moltiplicati e poi “affittati” a lavoratori vulnerabili, spesso irregolari, che di fatto corrono mentre qualcun altro incassa e trattiene una quota. Lì sì che possono saltare fuori paghe da fame. La proposta è legare l’account a un riconoscimento facciale per impedire la sostituzione dell’identità. Serve un confronto serio con privacy e garanzie, ma l’obiettivo è colpire la filiera dello sfruttamento, non i regolari».
Le paghe sono minime, pure i ricavi
Il sospetto è che sopra la pizza fumante, non ci sia niente. Perché non vanno bene gli affari del delivery in Italia, almeno a giudicare dai numeri ufficiali. Fanno pochi utili, pagano pochissime tasse e questo nonostante costi del personale tenuti davvero al minimo. La soluzione sarebbe forse spostare la sede in qualche paradiso fiscale, anche comunitario, come l’Irlanda, ma poi non sarebbe facile giustificare un business che si vede molto bene, ogni giorno e ogni sera, sulle strade italiane.
Due giorni fa la procura di Milano ha contestato un reato abbastanza odioso come il caporalato all’amministratore unico di Deliveroo Italia. Qualche settimana prima, era toccato alla filiale italiana di Glovo, con tanto di controllo giudiziario urgente per mettere a posto situazioni di asserite «schiavitù». Che nel food delivery succeda di tutto è sotto gli occhi di molti: turni massacranti, finte partite Iva, paghe da fame, bici elettriche più o meno scassate o stranamente costose e oltre metà dei rider che sono immigrati, pronti a tutto pur di uscire dalla clandestinità. Però non siamo nel mondo dorato della grandi società americane che vendono servizi tecnologici e internet, macinano miliardi di utili e pagano le tasse un po’ dove vogliono, tanto che hanno un continuo contenzioso con l’Agenzie delle Entrate e con Bruxelles.
Il delivery in Italia c’è da oltre 10 anni e dei primi quattro operatori ne sono rimasti solo due, perché Foodora e Ubereats hanno già levato le tende. Deliveroo Italia è una srl da 10.000 euro di capitale, controllata dalla Roofods Ltd londinese. La sede è a Milano in via Carlo Bo e ha una ottima presenza commerciale. Oggi è sospettata dai pm di Milano di schiavizzare i suoi rider, ma solo cinque anni fa, per i suoi spot girati a Roma nel quartiere Prati, aveva ingaggiato il popolare attore comico Frank Matano. Deliveroo Italia ha 150 dipendenti e circa 20.000 rider, ai quali trattiene come sostituto d’imposta il 20% degli emolumenti. Nel 2018, fatturava 6 milioni di euro e ne versò appena 6.000 come Irap e Ires. L’anno dopo il fatturato è esploso a 50 milioni e le tasse sono rimaste sotto i 115.000 euro. Nel 2021 il fatturato ha raggiunto i 123 milioni, nel 2023 è salito a 176 milioni (con 3,4 di utile). Il costo del personale è al 7,2% dei ricavi, un’inezia, ma ovviamente non contempla i rider che sono fornitori di servizi. È evidente che se un tribunale italiano, o il governo con un decreto, costringessero un’azienda simile ad assumere tutti coloro che lavorano per lei, questa o se ne andrebbe dalla Penisola, o porterebbe i libri in tribunale.
Sul concorrente (si fa per dire, visto l’oligopolio) ci sono ancor meno dati, ma la situazione sembra simile. Glovo è dei tedeschi di Delivery Hero, che hanno comprato la piattaforma di origini spagnole, nata a Barcellona nel 2014. La controllata italiana è una semplice srl milanese, con sede in Via Pirelli 31 e nome accattivante, da calciatore brasiliano: Foodinho. Nel 2019 non risulta che abbia versato imposte, perché era in perdita. Nel 2022 ha registrato 147 milioni di fatturato (+30%), con 187 dipendenti. Da un’ispezione di tre anni fa, risultavano 19.000 rider. A giugno del 2021, Foodinho si è vista comminare una sanzione dal Garante della Privacy da 2,6 milioni per «trattamento discriminatorio dei rider», che sarebbero statti profilati pesantemente, molto controllati (a loro insaputa) e nell’impossibilità di sapere che cosa dicono di loro i clienti.
In attesa di vedere a dove porteranno le inchieste penali della procura milanese, che come spesso accade si muove in evidente supplenza di alcuni sindacati e di altri poteri dello Stato, resta il fatto che apparentemente il food delivery è un business povero, privo di un vero valore aggiunto industriale, senza contenuti tecnologici, «costretto» a campare sul costo del lavoro basso e su piattaforme diffuse quanto poco concorrenziali. Mentre dal punto di vista fiscale presenta un’anomalia notevole: da un lato assicura poco gettito al paese ospitante, dall’altro è abbastanza evidente che chi va al ristorante, dove il conto a fine pasto in questi 10 anni è esploso, paghi una tassa occulta che finanzia il delivery. Un servizio che «non puoi non offrire», ma che non sta molto in piedi se la compliance è totale.
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Elly Schlein (Ansa)
Premio di maggioranza se superi il 40%. Candidato premier da mettere nel programma.
La maggioranza ha presentato ieri in Parlamento la proposta di riforma della legge elettorale. Addio ai collegi uninominali, attribuzione dei seggi con metodo proporzionale, su base nazionale per la Camera e su base regionale per il Senato, previsione di un premio di maggioranza, e infine, per mandare completamente in tilt il centrosinistra, indicazione obbligatoria del candidato premier al momento della presentazione del programma.
Il testo prevede che il singolo partito, o la coalizione che prende più voti in assoluto - purché raggiunga la soglia del 40% - ottenga il cosiddetto «premio di governabilità» di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato: «La coerenza tra governabilità e rappresentatività», si legge nella premessa del testo, «è assicurata dai vincoli posti all’entità del premio medesimo: quest’ultimo, sia alla Camera che al Senato, non può infatti superare il 15 per cento dei seggi, rimanendo comunque ancorato alla soglia massima di 230 seggi conseguibili alla Camera dei deputati e 114 seggi conseguibili al Senato della Repubblica». «A tutela delle opposizioni», si legge, «in nessun caso la maggioranza potrà superare il 60% degli eletti». In sostanza il premio consente alla coalizione (o al partito) che conquista più voti in assoluto, sempre a patto che superi il 40% dei voti, la possibilità di arrivare almeno al 55% e a non più del 60% dei seggi in Parlamento. Nel caso in cui nessuna coalizione raggiunga il 40%, ma le prime due superino il 35%, tra queste è previsto un turno di ballottaggio. Per i partiti che non si presentano in coalizione, o per minicoalizioni, la soglia minima di voti per accedere alla ripartizione proporzionale dei seggi è il 3%: un modo per consentire ad Azione di Carlo Calenda di presentarsi da sola, ma una buona notizia anche per Futuro nazionale di Roberto Vannacci, che se dovesse scegliere a sua volta la corsa solitaria avrebbe una soglia abbastanza bassa da raggiungere per entrare comunque in Parlamento. Niente preferenze: l’elettore troverà sulle schede dei listini con i nomi bloccati. E veniamo al punto più critico per l’opposizione: il testo prevede l’«indicazione obbligatoria del nominativo da proporre per l’incarico di presidente del Consiglio in sede di presentazione delle liste, quale elemento di trasparenza dell’offerta politica, fatte salve le prerogative costituzionali del presidente della Repubblica». Giorgia Meloni avrebbe voluto il nome del candidato premier stampato pure sulla scheda elettorale, ma Lega e Forza Italia comprensibilmente hanno detto no: in questo modo l’effetto-trascinamento per Fratelli d’Italia sarebbe stato a danno degli alleati. L’obbligo di indicare il nome del candidato della coalizione a Palazzo Chigi c’è però al momento della presentazione del programma elettorale. Un guaio grosso per il centrosinistra: chi indicherà?
Il Pd, come primo partito della coalizione, potrebbe impuntarsi su Elly Schlein, che però come ben sappiamo riscuote pochi consensi non solo tra gli elettori degli alleati, soprattutto nel M5s, ma anche tra gli stessi dem. Dunque, a questo punto il centrosinistra ha tre strade: o si affida a Elly, o si mette d’accordo sul nome di un «federatore», oppure sarà costretto a logorarsi (traduzione: andare in frantumi) con le primarie di coalizione. Ora il testo verrà esaminato dal Parlamento. Le opposizioni preannunciano battaglia, ma occorrerà vedere se poi, al di là dei proclami, a qualcuno a sinistra (leggi Schlein) questo testo possa anche stare bene. A patto naturalmente che il nome indicato per Palazzo Chigi sia il suo.
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Ansa
I corrieri sottopagati sono il frutto dell’ubriacatura neoliberista di Renzi che in fondo neanche la Schlein rinnega. L’evoluzione è il capitalismo della sorveglianza dove i cittadini sono utenti dai quali ricavare dati.
Perché sinistra e sindacati non si sono mai impegnati a difesa di quel mondo sommerso che sta dentro la cosiddetta «gig economy», si domandava ieri il direttore Belpietro. Semplice, perché quel modello nato nel mito della modernità è stato alimentato da loro, nella ubriacatura neoliberista della quale Renzi è stato il campione assoluto. Se qualcuno pensa che la Schlein possa ripulire le tracce di quel passato si sbaglia di grosso, poiché al netto dei comizietti la segretaria del Pd è della stessa pasta culturale, di un fighettismo travestito da «pop».
E lo stesso vale per i sindacati che per il concertone del Primo maggio non ebbe a obiettare di fronte alla sponsorizzazione di una azienda leader nel delivery, Just Eat. Ovviamente gli organizzatori si affrettarono a spiegare quanto di buono avesse fatto quell’azienda per i lavoratori eccetera eccetera, non capendo che il problema sta nel «modello di business» che i sindacati non vedevano e non vedono.
Sinistra e sindacati accolgono in maniera acritica il modello dell’algoritmo e lo reputano una leva favorevole della globalizzazione per uscire dalla povertà; ecco perché non sono mai scesi in piazza per i rider. L’inchiesta della procura di Milano fa notizia perché gratta il primo strato di questo modello che la modernità chiama «gig economy» (economia dei lavoretti) sebbene già noto con l’espressione più propria di «sfruttamento». Perché scrivo che gratta solo il primo strato? Perché la mancata configurazione contrattuale è uno degli aspetti distorti del modello, ma non è affatto l’unico. E se parlo di «sfruttamento» non mi riferisco soltanto ai lavoratori per lo più immigrati (più immigrati, più... «lavoratori moderni») costretti per pochi euro ad affrontare ogni genere di inconveniente, dalla condizione del meteo a quella delle strade; sono certo che la procura non avrà problemi a fare emergere lo sfruttamento. E sono certo che in una società dove la reputazione è quasi tutto le multinazionali non avranno problemi a migliore le condizioni tariffarie magari in accordo con i sindacati che così potranno sbandierare un qualche successo. Ma tutto ciò non è il bubbone. Il tema che questo «capitalismo della Sorveglianza» - per dirla col titolo di un fondamentale libro di Shoshana Zuboff edito dalla Luiss - pone è il cambio totale di paradigma dove o lo Stato capisce il senso della sfida o è finita. Ed è finita perché i cittadini diventano utenti, per di più drogati e quindi non consapevoli. Metto in fila alcune considerazioni, di cui solo in parte ci rendiamo conto. Il meccanismo è apparentemente semplice: io scarico una app, ordino del cibo, me lo portano, non c’è scambio di denaro perché si paga con moneta digitale. Messa così sembra tutto perfetto: c’è chi - specie tra i radical chic che abitano in centro - afferma persino che i poveri hanno un lavoro e quindi è la globalizzazione che vince.
I compagni salutano con favore le inchieste della procura così l’operazione pilatesca è perfetta: le multinazionali hanno sbagliato a sfruttare? Ora è giusto che paghino. Ma, appunto, questo è nulla. Parto da un altro aspetto di cui nessuno parla e che gli utenti fingono di non vedere: i box contenitori. È normale che i Nas vadano nelle cucine e nei locali dei ristoranti, mentre non ci siano notizie di ispezioni rispetto a questi scatoloni?
Chi si cura dell’igiene e della pulizia di questi box? Ne parlai in tv ai tempi in cui avevo una trasmissione e ne ho parlato nel libro «Moderno sarà lei»: sono gli stessi rider a svelare che nessuno chiede loro certificazioni o prove di igienizzazione; sono loro stessi a raccontare che finito il turno, i box possono diventare la scatola dove mettono i loro vestiti («Non abbiamo armadi dove abitiamo...»); sono loro stessi che raccontano che i pusher li pagano anche come corrieri. E poi c’è il discorso dei ristoratori, «sfruttati» non di meno dall’economia dell’algoritmo: loro si accollano il rischio di impresa e i costi della ristorazione, dalle tasse all’affitto al leasing delle cucine; loro fanno la spesa; loro debbono aspettare i tempi lunghi del pagamento delle piattaforme. «Se i ristoratori abbassano la saracinesca ci perdiamo tutti», dicono per giustificarsi. Balle. Loro hanno già disegnato il nuovo modello: le dark kitchen. Cosa sono? Sono cucine professionali (all’inizio erano nate rilevando locali e know how professionale di chi non aveva superato la pandemia ed è rimasto intrappolato dai costi non più sostenibili) dedicate esclusivamente alla preparazione di piatti destinati alla consegna a domicilio. Non ci sono coperti per i clienti perché i clienti al tavolo non sono previsti, non ci sono camerieri ai tavoli e l’unico locale che serve è la cucina. Pasti rapidi destinati a uffici, abitazioni, alberghi.
E per chiudere un’ultima domanda: ma voi davvero pensate che il business di queste piattaforme sia la consegna del cibo? No, l’oro sta nei dati che il traffico genera. Se le piattaforme riconoscono ai rider qualche euro, per la vendita dei nostri dati a noi non danno nemmeno un centesimo.
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