Christine Lagarde (Ansa)
Intanto in Olanda tassano il 36% dei guadagni non effettuati in Borsa, cripto comprese.
Christine Lagarde apre un paracadute per evitare vendite forzate di titoli in euro sui mercati globali. Perché quando gli investitori cominciano a vendere non per scelta ma per necessità, la politica monetaria inizia a rimbalzare come una pallina su una racchetta senza corde. Insomma se il mondo entra in una fase di nervosismo - tra geopolitica muscolare, politiche industriali aggressive e catene di approvvigionamento che si spezzano come grissini - il rischio non è solo la volatilità. È la fuga verso i rifugi. Il dollaro, naturalmente. E, per i più ansiosi, l’oro che non parla ma rassicura. Nasce così la stabilizzazione permanente della linea Eurep: un’opportunità che consente alle banche centrali di tutto il mondo di ottenere liquidità in euro dando in garanzia titoli denominati nella moneta unica. Non più uno strumento emergenziale. Ma una infrastruttura stabile, globale, accessibile con continuità.
È la versione monetaria del «non correte tutti verso l’uscita, le porte restano aperte». In altre parole, la Bce sta costruendo un sistema per evitare vendite obbligate prima ancora che qualcuno pensi di farle. Psicologia dei mercati. Mentre a Bruxelles si discute con tono solenne di integrazione dei mercati dei capitali e di mobilitare il risparmio europeo c’è chi ha deciso di affrontare la questione da un’angolazione sorprendente. I Paesi Bassi hanno scelto di cambiare radicalmente il modo in cui tassano le rendite finanziarie, comprese le criptovalute La riforma entrerà in vigore nel 2028 ma ha già acceso un dibattito degno di un seminario di filosofia morale.
La Camera dei Rappresentanti dei Paesi Bassi ha approvato una riforma che certo non agevola gli investimenti. Non sarà tassato solo l’incasso, ma anche ciò che aumenta di valore. Se il portafoglio cresce, anche senza vendere nulla, per il fisco quel guadagno esiste già. È reddito. È imponibile.
È la tassazione dell’arricchimento potenziale. Una metafisica fiscale che Platone avrebbe probabilmente apprezzato. E non importa se questo sistema porterà a vendite forzate visto che i risparmiatori potrebbero essere privi della liquidità necessaria per pagare la tassa.
Il vecchio sistema - che applicava rendimenti teorici stabiliti dallo Stato - era stato demolito dalla magistratura perché giudicato lesivo del diritto di proprietà.
Immobili e partecipazioni in start-up restano fuori. Continueranno a essere tassate solo al momento della vendita - segno che l’economia reale va trattata con cautela. La ricchezza finanziaria, invece, può essere misurata anno per anno, quasi fosse un termometro sociale. Anche le cripto entrano nel perimetro. E qui non è difficile leggere la preoccupazione delle autorità per un fenomeno che cresce più rapidamente delle categorie fiscali tradizionali.
La Nederlandsche Bank ha registrato l’aumento costante degli investimenti digitali tra famiglie e istituzioni, segnale che il confine tra risparmio e speculazione diventa sempre più sfumato. La banca calcola un ammontare di 1,2 miliardi nell’ottobre 2025, rispetto agli 81 milioni di fine 2020. Il settore finanziario deteneva ulteriori 113 milioni di euro in criptovalute direttamente in portafoglio nel terzo trimestre del 2025. Il segretario di Stato al Tesoro, Eugène Heijnen, ha difeso la riforma pur riconoscendo che si poteva fare meglio. Ma il fisco non poteva rinunciare ai 2,3 miliardi di tasse
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Kevin Roberts (Ansa)
Nella sua prefazione a un saggio di Kevin Roberts, Vance traccia la rotta del nuovo conservatorismo: «I nostri padri credevano che senza il governo tutti i nostri problemi sarebbero stati risolti. Chi, come noi, viene da certe zone dimenticate sa che non è così».
Nel film cult americano Pulp Fiction, il personaggio interpretato da John Travolta, appena tornato da Amsterdam, osserva che in Europa ci sono gli stessi beni di consumo americani, ma sono «un po’ diversi». È così che vedo la vita di Kevin Roberts. È cresciuto in una famiglia povera in una zona del Paese largamente ignorata dalle élite americane, solo che il suo angolo di mondo era in Louisiana e il mio in Ohio e Kentucky. Come me, è cattolico, ma a differenza mia, lo è dalla nascita. I suoi nonni hanno avuto un ruolo fondamentale nella sua vita, proprio come i miei. E ora lavora lontano da dove è cresciuto, a pochi passi dal mio ufficio, a Washington DC: è il presidente di uno dei think tank più influenti di Washington, mentre io sono senatore degli Stati Uniti [...].
La Heritage Foundation non è un avamposto qualsiasi a Capitol Hill; è stata ed è tuttora il motore più influente di idee per i repubblicani, da Ronald Reagan a Donald Trump. Eppure, sono proprio il potere e l’influenza della Heritage a rendere facile l’evitare i rischi. Roberts potrebbe guadagnare uno stipendio soddisfacente, scrivere libri di buon livello e dire ai donatori ciò che vogliono sentirsi dire. Crede però che continuare a fare le stesse cose potrebbe portare alla rovina della nostra nazione. Se avete letto molti libri conservatori o pensate di avere una buona conoscenza del movimento conservatore, sospetto che le pagine che seguono vi sorprenderanno, forse, addirittura, vi sconvolgeranno.
Roberts capisce l’economia e sostiene i principi fondamentali del libero mercato, ma non idolatra teorie vecchie di decenni. Egli sostiene in modo convincente che la moderna società finanziaria è quasi del tutto estranea ai fondatori della nostra nazione. [...] L’idea che i nostri fondatori volessero rendere i loro cittadini sudditi di questo tipo di potere ibrido è antistorica e assurda, eppure troppi «conservatori» moderni idolatrano il mercato al punto da ignorare questo fatto. Un’azienda privata che può censurare la libertà di parola, influenzare le elezioni e collaborare senza soluzione di continuità con i servizi segreti e altri burocrati federali non merita il sostegno della destra, bensì di essere sottoposta a controllo e vigilanza. Roberts non solo lo capisce a livello istintivo, ma è anche in grado di articolare una visione politica per impegnarsi efficacemente in tale controllo. Roberts vede un conservatorismo incentrato sulla famiglia. In questo, prende in prestito dalla vecchia destra americana che riconosceva, a mio avviso correttamente, l’importanza delle norme e degli atteggiamenti culturali. Dovremmo incoraggiare i nostri figli a sposarsi e ad avere figli. Dovremmo insegnare loro che il matrimonio non è solo un contratto, ma un’unione sacra e, per quanto possibile, per tutta la vita. Dovremmo scoraggiarli da comportamenti che minacciano la stabilità delle loro famiglie. Ma dovremmo anche fare qualcos’altro: creare le condizioni materiali affinché avere una famiglia non sia un privilegio. Ciò significa migliori posti di lavoro a tutti i livelli della scala del reddito. Ciò significa proteggere le industrie americane, anche se comporta un aumento dei prezzi al consumo nel breve termine. Significa ascoltare i nostri giovani che ci dicono che non possono permettersi di comprare una casa o di mettere su famiglia, invece di criticarli per la loro mancanza di virtù.
Roberts sta esprimendo una visione fondamentalmente cristiana della cultura e dell’economia: riconoscere che la virtù e il progresso materiale vanno di pari passo. La mia infanzia non è stata, secondo qualsiasi metro di giudizio oggettivo, facile. Né quella di Kevin Roberts. Entrambi abbiamo subito l’impatto negativo dell’instabilità familiare ed entrambi siamo stati salvati dalla resilienza della fitta rete di parenti – nonni, zie, zii – che spesso costituisce il primo e più efficace elemento della nostra rete di sicurezza sociale. Entrambi abbiamo visto come la chiusura di una fabbrica in una città potesse distruggere la stabilità economica che costituiva il fondamento di quelle famiglie. Ed entrambi abbiamo imparato ad amare il Paese che ha dato a noi e alle nostre famiglie una seconda possibilità, nonostante alcune difficoltà lungo il percorso.
In queste pagine, Kevin cerca di capire come preservare il più possibile ciò che ha funzionato nella sua vita, correggendo ciò che non ha funzionato. Per farlo, abbiamo bisogno di qualcosa di più di una politica che si limiti a rimuovere le cattive pratiche del passato. Dobbiamo ricostruire. Abbiamo bisogno di un conservatorismo offensivo, non solo di uno che cerchi di impedire alla sinistra di fare cose che non ci piacciono. Ecco un’analogia che uso a volte per spiegare cosa ha fatto di giusto e di sbagliato la precedente generazione di conservatori. Immaginate un giardino ben curato in un angolo soleggiato. Ovviamente ha qualche imperfezione e molte erbacce. Proprio ciò che lo rende attraente per ciò che cerchiamo di coltivare, lo rende attraente anche per ciò che non vogliamo. Nel tentativo di eliminare ciò che è negativo, un giardiniere ben intenzionato tratta il giardino con un prodotto chimico. Questo uccide molte erbacce, ma uccide anche molte cose buone. Imperterrito, il giardiniere continua ad aggiungere il prodotto. Alla fine, il terreno diventa inospitale. In questa analogia, il liberalismo moderno è il giardiniere, il giardino è il nostro Paese e le voci che scoraggiano il giardiniere sono i conservatori. Avevamo ragione, naturalmente: nel tentativo di correggere i problemi, alcuni reali, altri immaginari, abbiamo commesso molti errori come Paese negli anni Sessanta e Settanta. Ma per riportare il giardino alla salute, non basta correggere gli errori del passato. Il giardino non ha solo bisogno di smettere di ricevere una miscela terribile, anche se questo è necessario. Ha bisogno di essere ricoltivato. Il vecchio movimento conservatore sosteneva che se si fosse semplicemente eliminato il governo, le forze naturali avrebbero risolto i problemi: non siamo più in questa situazione e dobbiamo adottare un approccio diverso. Come scrive Kevin Roberts: «Va bene adottare un approccio laissez-faire quando si è al sicuro sotto il sole. Ma quando cala il crepuscolo e si sentono i lupi, bisogna serrare i ranghi e caricare i moschetti». Ora ci stiamo rendendo conto che è tempo di serrare i ranghi e caricare i moschetti. Nelle battaglie che ci attendono, queste idee sono un’arma essenziale.
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Auro Bulbarelli (Ansa)
Il cronista torna al suo posto, dopo il «castigo» per aver dato notizie sgradite al Colle.
Ridategli il microfono, scrivevamo ieri. E così sarà: sarà proprio Auro Bulbarelli, cronista sportivo di lungo corso, a raccontare la cerimonia di chiusura dei giochi olimpici invernali Milano-Cortina 2026. Non è una nostra vittoria, sia chiaro: non siamo così presuntuosi. Chiedevamo soltanto di rimettere le cose in ordine visto che Bulbarelli era stato designato come «voce» per la cerimonia di inaugurazione e poi sostituito per una colpa che non era una colpa: aver «spoilerato» il siparietto tra il capo dello Stato Sergio Mattarella e Valentino Rossi.
Insomma aveva pagato il pegno di aver divulgato una notizia vera e accertata, senza il permesso del Quirinale. Da qui il cartellino giallo nei suoi confronti e l’avvicendamento in corsa con il direttore Paolo Petrecca al microfono. Con tutto quel che ormai è cronaca acquisita e che persino il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri ha commentato negativamente. Ridategli il microfono, scrivevamo ieri. E così sarà: sarà proprio Auro Bulbarelli, cronista sportivo di lungo corso, a raccontare la cerimonia di chiusura dei giochi olimpici invernali Milano-Cortina 2026. Non è una nostra vittoria, sia chiaro: non siamo così presuntuosi. Chiedevamo soltanto di rimettere le cose in ordine visto che Bulbarelli era stato designato come «voce» per la cerimonia di inaugurazione e poi sostituito per una colpa che non era una colpa: aver «spoilerato» il siparietto tra il capo dello Stato Sergio Mattarella e Valentino Rossi. Insomma aveva pagato il pegno di aver divulgato una notizia vera e accertata, senza il permesso del Quirinale. Da qui il cartellino giallo nei suoi confronti e l’avvicendamento in corsa con il direttore Paolo Petrecca al microfono. Con tutto quel che ormai è cronaca acquisita e che persino il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri ha commentato negativamente.
Poiché nell’appello di ieri ci eravamo rivolti al Quirinale e soprattutto ai vertici Rai, sia all’amministratore delegato Giampaolo Rossi sia allo stesso Paolo Petrecca, chiedendo di riparare l’ingiustizia ai danni di un giornalista che aveva soltanto fatto il suo dovere, ora è giusto riconoscere loro il merito di questa scelta.
Lo ribadiamo: non crediamo di aver influito sulla scelta, se non in quella minuscola porzione che in tanti avranno portato alla causa, però la parola data va onorata: Rossi e Petrecca hanno compiuto la scelta più opportuna e più corretta e se l’hanno concordata con il Colle tanto meglio perché nemmeno lassù ci stavano facendo una bella figura: davvero si può penalizzare la Rai e i telespettatori perché viene anticipato lo sketch tra Mattarella e Valentino Rossi sul tram? Sembra difficile da accettare però questo era accaduto. E l’opposizione, cui non era sembrato vero poter azzannare il direttore di RaiSport compiendo il più facile degli attacchi, in questi giorni di polemiche non ha mai speso una parola a favore di Bulbarelli, neutralizzando così ogni suo commento e ogni suo giudizio velato di difesa dell’azienda e delle professionalità.
Dalla Schlein a Conte, nessuno ha difeso il diritto di Bulbarelli di raccontare - come da prima decisione interna all’azienda, sia chiaro - la cerimonia di inaugurazione; così come, da Conte alla Schlein, nessuno ha fatto cenni critici circa il ruolo del Quirinale rispetto alla esclusione. E questo vale anche per la presidente della commissione di Vigilanza Rai, Barbara Floridia (Cinquestelle), la quale non perde occasione per ergersi a paladina della tv pubblica: perché non ha chiesto lumi sulla esclusione di Bulbarelli? Perché non ha voluto vedere la consequenzialità dei fatti, ovvero l’anticipazione giornalistica del ruolo di Mattarella, le polemiche per lo spoiler «non concordato» (come se fosse un obbligo deontologico; e non lo è) e infine la collocazione in panchina del giornalista colpevole, perché?
Dunque, sono stati l’ad Giampaolo Rossi e il direttore Paolo Petrecca a rimediare ad una ingiustizia e a favorire il ritorno di colui che il pubblico Rai ha conosciuto nel tempo come voce autorevole del ciclismo. Pertanto, proprio noi che non risparmiamo critiche al primo e al secondo non vogliamo mancare di parola: ridate il microfono al collega Auro e ve ne renderemo merito. Così è: grazie per la scelta, è una vittoria di tutti. È una vittoria per Bulbarelli, designato in prima battuta per l’inaugurazione e quindi assolutamente competente anche per raccontare la chiusura. È una vittoria per i vertici, perché spengono le polemiche lasciando le opposizioni e i critici col cerino in mano. È una vittoria per la Rai perché la professionalità delle risorse interne torna alla sua sacrosanta valorizzazione. Ed è - last but not least - una vittoria per i telespettatori, siano essi appassionati di sport o solo curiosi delle grandi kermesse, poiché gli eventi seguono una loro liturgia che necessita di bravi giornalisti. La Rai, cui va riconosciuto il merito di una copertura importante, non poteva uscire dalle Olimpiadi con la «patacca» della ormai famigerata telecronaca di inaugurazione: doveva riscattare se stessa e chi dal divano ha scelto la tv pubblica rispetto ad altri broadcast che pure trasmettevano in chiaro i Giochi invernali. Il successo di ascolto vale come riconoscimento assegnato dai telespettatori. Finalmente il cerchio si chiude con Auro Bulbarelli che torna al suo posto di telecronista: lo spirito olimpico ha convinto anche coloro che, per reazione, avevano scelto l’opzione peggiore. Ora pensiamo al medagliere affinché sia il più ricco possibile. Così la festa di chiusura sarà ancora più bella.
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Il linguista Noam Chomsky in una foto con Jeffrey Epstein contenuta nei file Epstein e pubblicata dalla House Oversight Committee (Ansa)
L’isola degli orrori svela il vero volto dell’élite nichilista figlia del Sessantotto: mentre vendevano al popolino la «morale laica e civile», loro se la spassavano col pedofilo.
Noam Chomsky ha 97 anni e pensare a una sua partecipazione attiva alle feste di Epstein appare quantomeno improbabile. Inoltre, nell’enorme mole di informazioni e conversazioni contenute negli Epstein files, i rapporti tra il gran sacerdote Jeffrey e il padre della linguistica moderna, punto di riferimento ideologico della sinistra mondiale dal Sessantotto in poi e teorico dei rapporti tra capitalismo e potere basati sulla «fabbrica del consenso», non si basano, come per molti altri individui, esclusivamente su riferimenti a festini, a ragazzine o a reclutamento di materiale umano, bensì sui consigli che il padre delle teorie sulla manipolazione sistematica dei media dava all’Epstein ormai sotto processo per manipolare i media al fine di nascondere le notizie e di far apparire il suo sistema come «fake news».
Siamo solo all’inizio, gli Epstein files rilasciati sono milioni e pare ce ne siano altri 2 milioni ancora secretati, ma finora sono proprio le figure degli intellettuali quelle più tragicamente interessanti per comprendere l’abisso di orrore che si spalanca sotto l’isola di Epstein. Molti in questi giorni stanno citando il Marchese de Sade come chiave di lettura del mondo che ruotava attorno a Epstein ma, se per molti versi tale interpretazione è legittima, in sostanza si tratta di un’approssimazione che le menti sane sono costrette ad attuare perché disorientate dal teatro del Male. Sade, come intuì Pierre Klossowski, era una figura profondamente influenzata dalla morale e per tutta la vita perseguì la dissacrazione come dimostrazione illuminista della rivincita dell’uomo su Dio; Sade cercava l’isolamento per poter soddisfare i propri impulsi psicotici i quali, infatti, erano enormemente più distruttivi e trasgressivi nella sua fantasia che nella sua vita. Al contrario, l’interesse dominante che guidava Epstein erano i rapporti di potere, le reti, le relazioni, in un costante tentativo di coinvolgere sempre più pedofili e sempre più potenti in una rete che tendeva costantemente all’espansione, noncurante dei rischi, noncurante della sorveglianza, troppo al vertice del potere mondiale per preoccuparsi dei poteri avversi che avrebbero potuto contrastarla.
Sade rimane dentro il Cristianesimo e, soprattutto, dentro la teologia morale: è il giustificatore del peccato contro la debolezza dell’etica, perché tutti in realtà vorrebbero peccare ma solo i libertini ammettono che così facendo assecondano la Natura, unica e ultima realtà garante della grande forza che governa l’universo: la Distruzione. Epstein mette in piedi un sistema di potere che è un dispositivo magico, non basato sulla «rivalsa contro Dio» di Sade bensì totalmente fondato sull’idea di esseri umani come «magazzino» - Bestand, direbbe Heidegger - che possono essere utilizzati senza limite, senza cura e senza conseguenze per soddisfare i propri desideri perversi e raggiungere il fine magico del «superamento impunito del limite». Sta qui il cuore satanista del mondo che emerge dagli Epstein files, un mondo dove ciò che viene a mancare è l’idea stessa di «inappropriabile», un mondo in cui gli orchi delle fiabe non solo oltrepassano la pagina per divenire reali, ma trovano la loro nicchia di realtà ai vertici del potere mondiale, una fantasia alla quale nemmeno Sade attribuiva plausibilità e che lasciava alle pagine più utopiche della sua letteratura.
Il vero osceno di Epstein non consiste tanto nel suo essere il fornitore di perversioni per ricchi e potenti, quanto nell’esser riuscito a porre il Male al vertice del mondo, con l’adesione proprio di quegli intellettuali che questo mondo hanno teorizzato, non tanto pensandolo come estrema realizzazione di Sade quanto di coerente esito di Julien de La Mettrie, l’illuminista che scrisse L’uomo macchina, il teorico del materialismo nichilista che riduce l’uomo a un meccanismo guidato da piacere e dolore e che spiega ogni «morale relativa» in termini di istinto. Ed è proprio qui, in questo Illuminismo meccanicista, che bisogna guardare per capire gli esiti nichilisti del Novecento per come sono stati apertamente evocati dal Sessantotto della «trasgressione in funzione antiborghese» e della Tecnica indipendente da ogni limite umano, unica religione plausibile per un mondo di uomini-macchina dove i deboli sono semplicemente «magazzino» dei potenti, senza alcuna giustificazione o limite morale, anzi utilizzati proprio per dimostrare l’inconsistenza di ogni limite.
E così non deve affatto stupire l’adesione ideologica di Noam Chomsky al mondo di Jeffrey Epstein «mio miglior amico», così come non stupisce quella di Jack Lang, altro simbolo di quella «cultura del Sessantotto» che ha fatto del nichilismo il proprio rivendicato punto di riferimento e che ha provato a vendere al popolino una «morale laica e civile» per tenerlo buono mentre loro andavano da Epstein. In fondo nelle mail del guru della New Age, Deepak Chopra, dove si legge l’interesse per le feste «per soli peccatori» perché in fondo «Dio è un costrutto culturale ma le belle ragazze no», non c’è niente di incoerente: era detto tutto fin dall’inizio, anche in quel caso si è trattato di vendere prodotti ideologici di consumo al popolo per tenerlo buono mentre le élite novecentesche vivevano come i malvagi hanno sempre fatto, costruendo dispositivi di potere e piacere sulla base del pensiero calcolante, quello che riesce a soddisfare i bisogni dell’uomo-macchina sin nei minimi dettagli. Ma se un altro mondo esiste, esso non potrà che porsi in alternativa essenziale al pensiero calcolante, riconoscendo innanzitutto che l’uomo-macchina è l’esatto opposto della verità.
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