Giuseppe Conte e Elly Schlein (Ansa)
La leader dem salva la testa, ma ora deve guardarsi pure da Landini, che convoca la piazza il 28 marzo.
Quando la vittoria del No diventa certa e assume proporzioni imprevedibili alla vigilia, a Napoli, nella sede dell’Associazione nazionale magistrati, si inizia a cantare Bella ciao. Nei comitati per il Sì si gorgheggia invece Lacreme napulitane: in provincia di Napoli il No è andato ogni previsione. È finita 71,5% per il No contro il 28,5% per il Sì. Una scoppola clamorosa, che non potrà non portare a delle doverose riflessioni nel centrodestra nazionale sulla classe dirigente partenopea e campana in generale, già protagonista della rovinosa sconfitta alle regionali, soprattutto in vista delle prossime politiche.
A proposito di politiche: il centrosinistra ieri ha scoperto, e non ci credevano neanche i suoi leader, di essere competitivo anche in vista delle elezioni del 2027. Hanno vinto, anzi stravinto, un po’ per gli errori a raffica della coalizione di governo, ma anche e soprattutto perché mai come in questo caso il Fronte del No poteva definirsi tale in senso letterale. Cattolici di sinistra, sindacalisti, esponenti di Pd, M5s, Avs, universitari: sono andati tutti alle urne e hanno votato con convinzione, non avendo, stavolta, il problema di scegliere pure un’alternativa. «Ti piace il governo Meloni?», hanno letto sulla scheda, e hanno barrato la casella del No. Niente scontri, frizioni o sfumature: hanno votato No i dem e i pentastellati ai quali non piace Elly Schlein, i sostenitori di Giuseppe Conte che non sopportano (ricambiati) Matteo Renzi, gli elettori di Bonelli e Fratoianni che vedono come il fumo negli occhi i riformisti (che non hanno mai fatto una riforma) del Pd e i riformisti del Pd che non condividono praticamente niente della linea politica della Schlein. Tutti, allegramente condotti per mano dall’Associazione nazionale magistrati e dalla Cgil, sono andati a votare, hanno vinto e festeggiano.
Ma ora? Parliamoci chiaro: la Schlein da questa competizione esce sicuramente rafforzata. Ha dimostrato che la «Sinistra per il Sì» è elettoralmente ininfluente: il costituzionalista Stefano Ceccanti, che tanto si è speso per un voto favorevole sul merito della riforma, non ha spostato neanche un voto. Conoscendolo se ne farà una ragione: molto diverso invece il caso di Pina Picierno, vicepresidente dem del Parlamento europeo, sostenitrice del Sì e sempre rigorosamente in polemica con la Schlein, esce politicamente assai malridotta dal referendum.
Ha vinto anche Conte, che si è speso tantissimo in campagna elettorale e ha dimostrato che senza di lui non c’è centrosinistra. E hanno vinto Avs e tutti i cespugli. Ma ora, che si fa? Il centrosinistra ha il preciso dovere di cementare l’alleanza e tentare di vincere le prossime elezioni, ma la strada che porta al governo è lastricata di insidie, una su tutte la scelta del candidato premier.
Schlein, in conferenza stampa, annuncia l’ok alle primarie: «Ho sempre detto», dice Elly, «che in caso di primarie sarei stata assolutamente disponibile. Noi continuiamo a essere testardamente unitari». Conte raccoglie immediatamente l’assist: «Ci apriamo alla prospettiva delle primarie aperte», sottolinea Giuseppi, «come un’occasione per i cittadini dopo aver contribuito al programma. Per avere una condivisione ampia e individuare il candidato più competitivo per attuare questo programma. Dobbiamo definire tempi e modi ma oggi non possiamo trascurare questo segnale politico. I cittadini chiedono le primarie e non possiamo sottrarci». Conte dice pure che potrebbe non essere lui il candidato del M5s: «È presto per dirlo», sottolinea, «ma il M5s si sente protagonista e sarà sicuramente rappresentato nelle primarie». Evitare una battaglia tra i leader dei due partiti maggiori della coalizione potrebbe essere una mossa astuta: del resto in caso di vittoria, Conte si vedrebbe bene, anzi benissimo, alla Farnesina.
Detto ciò, però, ora sia lui che la Schlein dovranno ancora più di prima rendere conto, politicamente, ai due azionisti di riferimento del fronte del No: l’Associazione nazionale magistrati e la Cgil... Azionisti di maggioranza, i magistrati, come ha sapientemente detto al nostro giornale, alcuni giorni fa, l’ex presidente della Corte Costituzionale Augusto Barbera, ex parlamentare del Pci e del Pds: «Non è la sinistra che ha l’egemonia sulla magistratura», ha detto barbera alla Verità, «ma è la magistratura che ha l’egemonia culturale sulla sinistra e la manovra. Il rischio non è una dittatura della classe operaia, ma della magistratura che interpretando le leggi in base alla propria ideologia, in diversi casi si sostituisce al legislatore, confinando la politica a un ruolo marginale rispetto alla giustizia». Parole dure quanto cristalline, provenienti da un giurista di sinistra, non da un propagandista televisivo di destra. Parole (e concetti) con le quali Schlein, Conte e compagnia festante dovranno fare i conti, come prima e più di prima. Non hanno alternativa: se vogliono sfruttare l’onda lunga del referendum, la Schlein, Conte e tutti gli alleati devono tenere presenti i desiderata della Cgil e dell’Anm.
Landini già detta l’agenda: «Con questa giornata», dice il leader della Cgil, «vogliamo dire un no alla guerra, sotto ogni forma. Tutti assieme in piazza il 28 marzo». Le dimissioni di Carlo Nordio? «Naturalmente», risponde Landini, «ogni forza politica, nella sua autonomia, valuterà quello che ritiene più opportuno fare. Mi pare che le forze di governo in questo momento abbiano qualcosa in più su cui riflettere dopo questo voto». L’idea è che tenere il ministro della Giustizia al suo posto possa a questo punto essere un vantaggio per il centrosinistra.
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Giorgia Meloni (Getty Images)
La sberla fa male alla coalizione, che ora dovrà accantonare i sogni di premierato. Muovendosi con tatto anche sulla legge elettorale. Se però non vuol perdere nel 2027, adesso serve una risposta economica audace.
Lo schiaffo fa male, la gastrite provoca fitte e c’è voglia di chiudersi nella stanza buia. Nessuna parte del corpo del centrodestra è immune dal dolore che percorre il sistema nervoso dalla testa ai piedi. Quella del No al referendum è la prima vera sberla dal settembre 2022 e non basta consolarsi con «ha vinto l’Italia manettara» (vero) o con «il partito dei magistrati esiste, si chiama Anm, e ha qualche milione di elettori» (verissimo).
Serve altro per consolare la coalizione di governo, battuta sulla riforma della giustizia in cui credeva, dopo averla portata in campagna elettorale, presentata con una legge e difesa con ottimi argomenti. Unico conforto sibillino: il referendum l’ha perso anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che aveva promulgato la riforma Nordio considerandola aderente al dettato della Carta.
Nel momento della sintesi, quella più lucida arriva da Enrico Costa (Forza Italia), leader del Sì serio e documentato. «Sono dispiaciuto ma non sorpreso. Purtroppo i temi delle garanzie nella giustizia sono questioni poco popolari, alle quali è facile contrapporsi con la demagogia, come è regolarmente avvenuto. Noi abbiamo basato la campagna sul merito della riforma, mentre dall’altra parte abbiamo avuto una risposta poco legata alla sostanza e molto allarmistica sulla modifica della Costituzione». La forbice è meno ampia che in passato (53 a 47) ma nessuno si aggrappa ai vetri. E su un tema così decisivo per i cittadini fa impressione, prosegue Costa «vedere un’Italia divisa in due. L’esito del voto va rispettato, ma questo non significa smettere di credere nello sviluppo liberale e garantista, della giustizia».
Più che per il risultato in sé, nella maggioranza c’é preoccupazione perché è venuto meno il tocco magico di Giorgia Meloni. È la prima volta, e la bocciatura arriva anche in regioni governate dal centrodestra come Piemonte, Liguria e Lazio, mentre resiste il blocco nordista: Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia hanno detto Sì. Osservando i flussi, si nota che Fdi, Lega e Forza Italia hanno camminato compatte (rispettivamente 89%, 86%, 82%, con qualche defezione azzurra). Nelle grandi città contendibili (Milano, Roma, Napoli, Torino, Genova) - dove è più facile trasformare un referendum in un voto d’opinione politico e il radicalismo woke Ztl resiste - il centrodestra soffre come sempre. Significativo per la coalizione il dato sulle fasce d’età: a blindare la Costituzione da sinistra sono stati generazione Z e millennial, con solo il 39% di Sì, a dimostrazione che i social sono cloache facilmente condizionabili e l’effetto Meloni da Fedez, pur formidabile nei numeri (2 milioni di contatti), è stato quasi nullo nell’urna.
Dopo una rapida elaborazione del lutto è già tempo di guardare a domani. Il premier ha dato la linea: «C’è rammarico per non aver potuto modernizzare l’Italia ma rispettiamo la scelta degli elettori e andiamo avanti». In tempi non sospetti aveva ribadito che porterà a termine la legislatura, ma questa battuta d’arresto è destinata ad appesantire la volata verso le politiche del 2027. Meloni è consapevole che l’intangibilità fideistica della Costituzione, l’incertezza per i dossier bellici (Iran più di Ucraina) e il caso Delmastro non hanno aiutato, ma è determinata a ricompattare la squadra e a gestire il Paese con la grinta di sempre. In queste ore ha ottenuto la fiducia degli alleati Matteo Salvini da Budapest («Avanti compatti e determinati») e Antonio Tajani («Non cambia nulla, basta toni da guerra civile»), ma è innegabile che l’agenda cambia.
A Palazzo Chigi sono convinti che il rilancio passi dall’economia. E non significherà solo gestione oculata delle risorse nello stile di Giancarlo Giorgetti, ma investimento programmatico sui grandi temi come energia, capacità espansiva nel favorire la produzione, sollievo fiscale per aziende e cittadini. Insomma, una manovra finalmente generosa. La mission è ambiziosa e la congiuntura internazionale è maledettamente sfavorevole ma dai dossier economici può partire il rilancio in vista delle prossime elezioni. La vela liberal-conservatrice ha bisogno di vento fresco e una strambata per uscire dalle secche referendarie è necessaria.
Quanto ai sogni, tornano nel cassetto. Il primo progetto meloniano a essere accantonato è quello del premierato. Per due motivi: la tempistica stretta per i passaggi parlamentari del disegno di legge e il matematico snodo referendario. Poiché la riforma tocca la Costituzione, ci sarebbe il rischio altissimo di una nuova consultazione, di una nuova strumentalizzazione da «allarme democratico» e di un nuovo, rovinoso showdown. Meglio lasciar perdere. Anche la legge elettorale diventa pericolosa. Il centrodestra ha i numeri per farla passare e dare un consistente premio di maggioranza a chi vincerà le prossime politiche nel segno della stabilità, ma verrebbe accusato dalla sinistra e dalle mosche cocchiere di redazione di farlo «solo per blindare l’argenteria». E non troverebbe mai un consenso bipartisan.
Dai magistrati, che di fatto hanno vinto le loro prime elezioni da partito politico, la maggioranza si aspetta nuove e ancora più vendicative trappole. Efficienza, meritocrazia, terzietà sono parole destinate a essere bandite per decenni. Aprite l’ombrello, è tempo di vendette. Gira una battuta: «Voi giornalisti garantisti verrete spediti al confino nei centri in Albania. Ma non essendo clandestini non troverete un giudice che vi riporti indietro».
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Da Napoli a Milano, le toghe si levano la maschera e intonano cori contro il premier. Imparato, collega per il Sì, presa di mira.
Per tutta la durata della campagna referendaria hanno continuato a ripetere che l’Associazione nazionale magistrati era un soggetto indipendente. Ma già alla diffusione dei primi dati, con il No che avanzava inesorabile, sono scattati i festeggiamenti in stile quartier generale elettorale per le elezioni politiche. Due le sezioni più accese: Napoli e Milano.
È a Napoli che lo sbraco diventa scena. Una cinquantina di toghe di varie generazioni erano tutte concentrate sulla piccola tv della saletta del palazzo di giustizia in uso all’Anm. Borse e soprabiti poggiati sulle poltroncine azzurre. Gli attivisti erano già quasi tutti in piedi, come ad attendere l’ultima azione di gioco in area nella finale dei mondiali di calcio. E lì, in quello spazio che dovrebbe essere attraversato da un’altra idea di misura, scatta qualcosa. Canti e salti di gioia. Lo champagne è in arrivo. Non è una reazione composta. È una liberazione. Si sente un coro: Bella ciao. Si ripete il ritornello. Poi, mentre qualcuno con un telefono cellulare riprende la scenetta, la cantano tutta: «O partigiano…». E quando è il momento della parola «invasor» scatta un riflesso incondizionato: «Chi non salta la Meloni è». L’aura d’indipendenza evapora in un attimo. La presidente della giunta, Leda Rossetti, interviene invitando a evitare commenti su esponenti politici. E allora nel mirino degli ultrà con la toga finisce una collega del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, che nelle ultime settimane si era spesa anche in tv per il Sì, Annalisa Imparato: «Chi non salta Imparato è». Se la scena si fosse consumata al contrario con molta probabilità qualcuno dei soloni avrebbe invocato la solita azione del Csm a tutela.
E mentre il procuratore Nicola Gratteri, quello che aveva bollato gli elettori del Sì come indagati e massoni, era nel suo ufficio a lavorare (in serata ha commentato: «Questo risultato non è un rifiuto al cambiamento, ma il rifiuto di un metodo»), in sala si presenta il procuratore generale Aldo Policastro. Gli attivisti della sezione napoletana applaudono con convinzione. Le parole che pronuncerà dopo sono nette: «Noi siamo qui pronti per lavorare fin da subito per una giustizia migliore, più efficiente. Il ministro faccia quello che deve fare e non quello che ha fatto». E come se gli mancassero le parole torna sulla manfrina che aveva confezionato durante la campagna referendaria: «Il dato oggettivo e chiaro è che questa riforma la voleva Licio Gelli con la P2 e poi Silvio Berlusconi. È un dato storico».
Non poteva mancare la lettura della corrente più a sinistra, Magistratura democratica: «Bella ciao è simbolo della liberazione dal nazifascismo, non è una canzone divisiva o contro qualcuno, è simbolo della lotta di Liberazione che ha portato alla nostra Costituzione», rivendica la presidente, Silvia Albano.
Il siparietto si ripete, con variazioni, altrove. A Milano, nell’aula magna del palazzo di giustizia, scoppia un boato. Poi abbracci, sorrisi e, anche qui, bottiglie stappate. «Hanno vinto la Costituzione e l’immagine pubblica dei magistrati». Non è solo la difesa di un principio. Sembra la percezione di uno scampato pericolo. Sul tavolo ci sono patatine e bicchieri di plastica. Poche settimane prima, nello stesso luogo, si era inaugurato l’anno giudiziario. Adesso è un’altra cerimonia. Dalla ritualità istituzionale al rito di appartenenza. Il presidente del tribunale, Fabio Roia, lo definisce un «momento commovente». Dice che «è anche la vittoria della magistratura, che non meritava attacchi e delegittimazione». Il procuratore generale Francesca Nanni aggiunge: «Questa affermazione netta del No significa che vale ancora la pena fare questo lavoro nel modo in cui l’abbiamo sempre fatto». Armando Spataro usa una parola che ritorna: «Mobilitazione». Per lui «è stata decisiva». Ma è una parola che appartiene a un altro vocabolario. Indica una scelta. Non una posizione di osservazione, ma di intervento. Il presidente della giunta ambrosiana dell’Anm, Luca Milani, la rende esplicita: ringrazia tutti i colleghi «che hanno deciso di non rimanere chiusi nelle loro stanze e di confrontarsi con i cittadini, illustrando i contenuti della riforma e difendendo la Costituzione».
Qualcuno del fronte del No che non festeggia c’è. Il presidente dell’Anm, Cesare Parodi, procuratore aggiunto a Torino, si è dimesso a causa dei gravi problemi di salute di un familiare e ha deciso di comunicare la sua decisione poco prima della chiusura delle urne per non legare le dimissioni al risultato dello spoglio. A Genova, il presidente ligure dell’Anm, Federico Manotti, invece, prova a tenere insieme le due dimensioni: «Festeggiamo prima da cittadini e poi da magistrati». È una distinzione che viene evocata proprio mentre si dissolve. Perché subito dopo racconta di una «campagna porta a porta», fatta «nei circoli, nelle piazze, nelle parrocchie, nelle associazioni». Ricorda gli incontri, le spiegazioni, il confronto diretto con la gente.
È una narrazione coerente. Ma è un’altra cosa rispetto a quella che, fino a poche ore prima, veniva proposta. Perché durante la campagna referendaria la magistratura si è presentata non come una parte, ma come una funzione. Poi arrivano i risultati. E lo storytelling cambia.
Si rivendica una battaglia. Si parla di mobilitazione. «Viva l’Italia della Costituzione del 1948», conclude Manotti. È una frase che non ricompone. Perché resta l’idea che, per un giorno almeno, la magistratura non abbia osservato la politica. L’abbia vissuta. E celebrata. Come un partito.
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Lucio Malan (Imagoeconomica)
Il presidente dei senatori di Fdi: «Il popolo ha deciso. Alla sinistra non basterà per vincere le elezioni. La necessità di riforme rimane, a partire dalla legge elettorale».
Lucio Malan, da presidente dei senatori di Fdi si aspettava un risultato del genere?
«Speravo in un risultato diverso ma ne prendiamo atto. Il popolo italiano ha deciso».
La matematica suggeriva che avrebbe vinto il Sì, ma poi si è visto che molti elettori sono andati in ordine sparso…
«Su molte questioni gli elettori non votano sempre secondo le linee del partito. Possiamo dire che sono state compatte più le forze politiche che gli elettori».
L’affluenza è un dato positivo per il governo o ha sfavorito il fronte del Sì?
«L’alta partecipazione è sempre un dato positivo. Siamo riusciti a mobilitare tanti elettori, ma qualcuno a casa rispetto alle politiche è rimasto. Era un argomento complesso e la campagna referendaria non ha aiutato».
Con questa affluenza si può dire che il governo ha riavvicinato i cittadini alla politica?
«Sì, ha coinvolto i cittadini più una questione specifica che la moltitudine di candidati per le europee. È un interessante spunto di riflessione».
Quali sono gli errori commessi, se ce ne sono stati?
«La perfezione non è di questo mondo. Nel complesso abbiamo fatto quello che bisognava fare: parlare del merito e del contenuto della riforma. È stato molto difficile perché si parlava di fake news, come l’assoggettamento della magistratura alla politica, oppure delle polemiche legate a frasi estrapolate. C’è rammarico».
Hanno influito le parole di Nordio e di Bartolozzi?
«Il distacco è tale che non si può pensare che abbiano cambiato in modo significativo l’esito del referendum. Si è offerta l’opportunità al fronte del No di fare campagna parlando di argomenti che non riguardavano il tema della riforma».
E la vicenda di Delmastro?
«Con la vicenda di Delmastro la sinistra ha fatto campagna elettorale sabato, domenica e anche lunedì, durante il silenzio elettorale. E anche se Delmastro non è indagato (non capisco neppure come si possa ipotizzare un reato), hanno costruito trasmissioni intere. Anche qui si è offerta la possibilità di parlar d’altro».
Quanto hanno influito la guerra e l’ostilità diffusa nei confronti un alleato come Trump?
«Non credo che ci abbia danneggiati, ma di sicuro non ci ha favoriti».
Si è creato un partito del No. No alla guerra, no alle riforme, no alle infrastrutture no al governo e via così?
«È facile dire no. Anche noi non siamo contenti della guerra e dei suoi riflessi sul costo della vita. Anche se la benzina costa 40 centesimi in meno rispetto a quanto costava dopo l’inizio della guerra in Ucraina, ma nel 2022 per la sinistra andava tutto bene».
La sinistra festeggia. Un voto contro la riforma si traduce in un voto a favore delle opposizioni o si corre u troppo?
«Al partito del No è sufficiente dire no. Ma alle elezioni bisogna presentare un programma comune. Promesse favolose poi si devono scontrare con la realtà. Noi facciamo il nostro lavoro, vedremo cosa saranno capaci a mettere insieme gli altri. Dagli amici di Hannoun a Matteo Renzi… mi pare difficile».
Renzi invoca le dimissioni di Meloni.
«Ci vuole proprio coraggio.. Noi intanto attendiamo da dieci anni la sua uscita dalla politica così come aveva promesso se avesse perso il referendum che poi ha perso».
Nella saletta dell’Anm del tribunale di Napoli hanno suonato Bella ciao. E poi si canta «chi non salta Meloni è» Come la commenta?
«La commento con le sentenze della Corte di cassazione, della Corte costituzionale e con le dichiarazioni di diversi presidenti della Repubblica che dicono che il magistrato non solo deve essere imparziale ma deve anche apparirlo».
Crede ancora che si possano fare le riforme in Italia?
«È una necessità che resta, noi faremo il possibile per fare ciò che si può, ma da questa riforma dipendeva molto di quello che si poteva fare nel campo della giustizia».
Da domani si pensa alla legge elettorale?
«Certo. L’opposizione che oggi ribadisce di voler vincere dovrebbe avere interesse ad avere i numeri per governare».
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