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«Noi non li vogliamo», dice senza mezzi termini Beppe Sala, sindaco di Milano. Di chi parla? Degli spacciatori che infestano il boschetto di Rogoredo, zona tra le peggio frequentate del capoluogo lombardo dove l’altra sera un marocchino è stato ucciso durante un controllo antidroga? No, il primo cittadino della città italiana con il maggior numero di reati - da anni al top per furti, rapine e stupri - parla degli agenti dell’Ice, la polizia americana antimmigrazione. Dopo i fatti accaduti in Minnesota e la notizia che alcuni funzionari federali scorteranno la delegazione degli Stati Uniti ai giochi olimpici, Sala si dice preoccupato: «La popolazione di Milano non li accetterà. Questa è una milizia che uccide e io non mi sento tutelato da Piantedosi».
In crisi di consenso per i pasticci urbanistici combinati e mollato perfino da chi dovrebbe sostenerlo (i Verdi non hanno votato la vendita dello stadio di San Siro, il Pd si vergogna di lui al punto di sollecitare discontinuità), Sala si gioca la carta dell’antitrumpismo. Invece di parlare della mancanza di sicurezza in città, che fino a ieri definiva un problema di percezione, il sindaco si attacca a Trump. Non parla delle migliaia di famiglie rimaste senza casa e senza soldi perché la sua amministrazione ha consentito di edificare grattacieli senza concessione edilizia. No, parla di quella che lui chiama una milizia privata illegale. Fino a ieri probabilmente Sala nemmeno sapeva dell’esistenza dell’Ice, che non è privata e tantomeno illegale, ma un’agenzia federale americana che opera da decenni, prima sotto la presidenza Bush poi sotto quella di Obama. Certo, gli episodi delle ultime settimane hanno acceso un faro sull’operato di alcuni agenti dell’Ice. Ma sostenere che tutti i funzionari dell’Immigration and customs enforcement siano criminali «non allineati al nostro modo democratico di garantire la sicurezza», come ha detto Sala, sarebbe come sostenere che i carabinieri sono tutti assassini perché due di loro sono stati condannati (con sentenza passata in giudicato, non accusati) per l’omicidio di Stefano Cucchi.
Inoltre, qual è il problema se uomini delle forze dell’ordine degli Stati Uniti scortano atleti o alte cariche istituzionali americane? Durante le visite ufficiali di delegazioni di altri Paesi, i nostri servizi di sicurezza collaborano da sempre con quelli esteri, consentendo ad agenti stranieri di scortare i propri rappresentanti. Succede con gli israeliani, con i francesi, con gli inglesi e perfino con gli iraniani. Dunque, cos’è che non va giù a Sala, che ci siano gli americani? Deve dimostrarsi antitrumpiano per non essere sfiduciato prima del tempo dalla sua maggioranza? Non mi risulta che prima dell’insediamento dell’attuale inquilino della Casa Bianca, quando pure c’erano arresti di bambini immigrati e decessi di stranieri sotto custodia dell’Ice, il sindaco si prendesse la briga di criticare i metodi poco urbani della polizia americana. Né mi risulta che, con il governo precedente a quello attuale (per la cronaca, c’era Mario Draghi e il ministro dell’Interno era Luciana Lamorgese), nonostante Milano fosse al top della criminalità, Sala dicesse di non sentirsi tutelato dall’esecutivo e da chi stava al Viminale. Capisco che, quando si è arrivati al capolinea, chi non ha intenzione di scendere si attacchi a tutto pur di non perdere la poltrona su cui si è stati seduti a lungo, ma c’è modo e modo per riuscire ad agguantare una cadrega di riserva e quella dell’attuale primo cittadino di Milano appare una maniera un po’ sguaiata.
La città lombarda, presentata per anni come un modello, è in crisi. Lo dicono tutti, perfino quelli che fino a ieri votavano per Sala e ora si vergognano di dirlo. Per anni si è finto di non vedere i problemi, nascondendo tutto sotto un lenzuolo di ipocrisia. Di fronte a chi segnalava un incremento preoccupante dell’immigrazione clandestina, sindaco e compagni replicavano parlando di accoglienza. E a quanti invocavano una maggiore presenza delle forze dell’ordine e una maggiore repressione della delinquenza, ribattevano condannando il modello securitario. Secondo loro serviva più inclusione, più dialogo. Risultato, i criminali (ossia spacciatori, stupratori, ladri e rapinatori) sono stati fronteggiati a parole. E la sparatoria dell’altra sera, al boschetto di Rogoredo, è il risultato. Un morto e un agente indagato per omicidio volontario è il loro bilancio.
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Beppe Sala (Ansa)
Il sindaco di Milano, dopo aver sottolineato che si tratta di uomini in divisa coordinati da Roma, fa il furbo e svicola sul caso dell’agente («Capire le responsabilità») difeso dal centrodestra. Aggrediti i giornalisti di Rai 2: «Scambiati per poliziotti».
Il centrodestra, Lega in testa, si schiera compatto al fianco del poliziotto che l’altra sera, nel corso di una operazione antidroga a Rogoredo, quartiere a rischio di Milano, ha sparato, uccidendolo, a uno spacciatore marocchino che aveva puntato contro di lui una pistola, poi risultata a salve. La novità è che anche la sinistra, che ha capito che sul tema sicurezza non può più permettersi di apparire iper tollerante, stavolta cerca di adeguarsi, pur con i distinguo del caso, al sentimento comune degli italiani.
Lo testimoniano le parole del sindaco di Milano, Giuseppe Sala: «Da quello che abbiamo capito, tra l’altro stiamo parlando di forze di polizia che fanno riferimento al governo, l’agente che ha sparato non l’ha fatto a bruciapelo», ha detto Sala a Rtl 102.5, «era a un po’ di metri, ha visto l’altro impugnare la pistola e ha sparato. Non sono favorevole allo scudo penale ma va capito il contesto. Nessuno di noi sia giudice, bisogna capire bene la dinamica e le responsabilità, il poliziotto che ha sparato aveva esperienza eppure queste cose succedono». Cauto anche il M5s: «Non sono né dalla parte del poliziotto né dalla parte del marocchino ucciso», commenta il deputato pentastellato Francesco Silvestri, «voglio capire di preciso cosa è successo e, in base al corso degli eventi, farmi una mia idea. Non ho mai opinioni aprioristiche senza sapere di preciso cosa è successo».
Schieratissimo a difesa del poliziotto, già dalle prime ore successive all’accaduto, il vicepremier e leader del Carroccio, Matteo Salvini, che ieri ha incontrato, nell’ufficio territoriale del governo di Milano, il prefetto e il questore. «Salvini», ha fatto sapere la Lega, «ha ribadito la totale stima e solidarietà nei confronti delle forze dell’ordine e sottolineato la sua attenzione affinché il capoluogo lombardo sia sempre più presidiato da donne e uomini in divisa». «Se un agente di polizia, durante un controllo antidroga», ha detto Salvini, «in una delle periferie più complicate di Milano, si trova minacciato con un’arma, che solo successivamente si scopre essere a salve, difende sé stesso, la sua vita e i suoi colleghi, fa semplicemente il suo dovere. Mi sembra assolutamente sbagliato che sia addirittura indagato per un omicidio volontario. Il decreto Sicurezza, che a breve arriverà in Consiglio dei ministri, cancellerà l’iscrizione automatica nel registro degli indagati per agenti delle forze dell’ordine che facendo il loro lavoro devono difendersi, purtroppo ferendo o uccidendo qualche malvivente».
Sulla stessa linea gli interventi di molti parlamentari leghisti, che ieri hanno espresso la loro solidarietà al poliziotto.
Netta anche la posizione del capogruppo al Senato di Forza Italia, Maurizio Gasparri: «Quanto avvenuto a Milano», ha puntualizzato, «deve essere, ovviamente, approfondito e verificato. In ogni caso bisogna partire non solo dalla presunzione di innocenza, ma anche dalla condotta coraggiosa degli appartenenti alle forze di polizia. Nessuna criminalizzazione. Chi in zone di spaccio gira con una pistola vera o finta, ma che non può essere riconosciuta come tale, deve sapere che lo Stato non fugge e non scappa. Saremo accanto all’agente di polizia coinvolto in questa vicenda», ha aggiunto Gasparri, «come siamo stati e saremo accanto ai carabinieri ingiustamente indagati in occasione dell’omicidio di Mario Cerciello Rega, o ai carabinieri sottoposti a indagine per la vicenda Ramy Elgmal. Siamo per principio dalla parte del popolo in divisa. E lo saremo anche in occasione del varo dei nuovi provvedimenti sulla sicurezza».
Per Fratelli d’Italia commenta l’accaduto il deputato Massimo Milani, capogruppo nella commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie: «All’agente, ora indagato, che ha sparato trovandosi di fronte l’uomo con una pistola in mano», ha sottolineato, «dopo si saprà che era a salve, non possiamo gettare la croce addosso. Quando parliamo di sicurezza dobbiamo stare attenti a non far passare le forze dell’ordine come assassini. Sarà certamente la magistratura a valutare i fatti ma intanto chi ha fatto il proprio dovere non deve essere lasciato solo». Tranchant, come nel suo stile, il generale Roberto Vannacci: «Quel magrebino pregiudicato e con precedenti», ha scritto Vannacci sui social, «se fosse stata applicata la remigrazione, sarebbe ancora vivo e felice. La remigrazione salva le vite».
Intanto ieri a Rogoredo, sul luogo dell’accaduto si è registrata un’aggressione ai danni di una troupe di Ore 14, il programma di informazione di Rai 2 condotto da Milo Infante. «A poche ore dalla sparatoria di Milano», si legge in una nota, «in zona Rogoredo i giornalisti Francesca Pizzolante e Giovanni Violato, che si trovavano in zona per documentare i fatti, sono stati aggrediti da un gruppo di spacciatori. Sul posto è intervenuta la polizia, presente a pochi metri dall’aggressione perché impegnata ad ultimare i rilievi della sparatoria del pomeriggio. Ad avere la peggio è stato Giovanni Violato che è dovuto ricorrere alle cure dei medici del 118 e al quale è stata anche rubata l’attrezzatura. Esprimo piena solidarietà ai colleghi», ha sottolineato Infante, «e la ferma condanna dell’ignobile aggressione da parte di spacciatori che si sentono padroni di un territorio che deve ritornare sotto il controllo dello Stato». Ad avere la peggio, come detto, è stato Violato, accerchiato e picchiato con calci, pugni e un coccio di bottiglia che «per fortuna non si è rotta, altrimenti lo avrebbero sfigurato», osserva Infante con Adnkronos. Per il conduttore, si tratta di un episodio «allucinante. Colpisce il fatto che non viene picchiato un giornalista perché sta facendo il proprio lavoro, viene picchiato perché viene scambiato per un poliziotto. Questa è la considerazione che questi spacciatori hanno delle nostre forze dell’ordine», conclude.
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- Ieri l’agente che ha sparato ad Abderrahim Mansouri a Milano è stato sentito dal pm: «Ha puntato la pistola, ho avuto paura». Il reato contestato è pesantissimo rispetto all’accusa di eccesso colposo di legittima difesa
- La vittima era nota da diverso tempo alle forze dell’ordine: era considerato un pusher «di livello superiore». E faceva parte di un clan magrebino che gestisce lo spaccio
Lo speciale contiene due articoli
A Rogoredo, dicono gli stessi poliziotti che ci lavorano da anni, le dinamiche si ripetono sempre uguali: l’alt, la fuga, la rincorsa, a volte una mano che resta in tasca più del dovuto. È dentro questo schema che si inserisce quanto accaduto lunedì 26 gennaio in via Impastato, a ridosso del boschetto dello spaccio, dove un agente del commissariato Mecenate ha sparato e ucciso il ventottenne Abderrahim Mansouri durante un servizio antidroga. È stato iscritto nel registro degli indagati per omicidio volontario: rischia da 21 anni all’ergastolo. Con eccesso colposo di legittima difesa rischia, invece, da 2 a 7 anni.
Non è la prima volta che una vicenda simile arriva davanti ai giudici. Nel 2011, a Taranto, un carabiniere, anche lui inizialmente indagato per omicidio volontario, uccise un giovane che gli aveva puntato contro una pistola poi rivelatasi una replica priva del tappo rosso. La Procura ritenne la reazione giustificata per legittima difesa putativa, giudicando non evitabile l’errore sull’effettiva offensività dell’arma, e il procedimento venne archiviato senza rinvio a giudizio. È con questo precedente, divenuto negli anni un caso di riferimento, che va letto quanto accaduto a Rogoredo. Per questo, anche il legale dell’agente di Milano, l’avvocato Pietro Porciani, si augura una rapida archiviazione.
Durissima la reazione dei sindacati di polizia. Il Sap, con il segretario generale Stefano Paoloni, parla di un’iscrizione che scatta «in automatico» come atto dovuto, ma che finisce per far apparire l’agente come un omicida già in partenza, chiedendo una riforma normativa che consenta una fase di accertamenti senza l’immediata iscrizione per il reato più grave nei casi di possibili legittima difesa. La Fsp Polizia di Stato, con Valter Mazzetti, si dice «basita» dall’impostazione dell’accusa agli albori dell’indagine, osservando che così sembra presumersi una volontà omicida incompatibile con la funzione stessa del servizio di polizia. Il Siulp di Milano, con Andrea Varone, richiama infine la pericolosità dei servizi antidroga e osserva che un’arma a salve priva del tappo rosso è indistinguibile da una vera, rendendo fuorviante ogni valutazione successiva.
L’iscrizione per omicidio volontario, in teoria, serve a consentire autopsia, esami balistici, garantendo il diritto di difesa dell’indagato. Ma rischia di pesare sull’agente: una riforma sarebbe doverosa. Anche perché il fratello del marocchino ucciso a Rogoredo ha depositato la nomina come persona offesa, assistito dall’avvocata Debora Piazza, già legale della famiglia di Ramy Elgaml, contestando la versione dell’agente e chiedendo che venga accertata «tutta la verità». La famiglia potrà così seguire con propri consulenti l’autopsia e le perizie balistiche, svolgendo anche indagini difensive. Davanti al pm Giovanni Tarzia (già esperto e consulente per minori immigrati), assistito dall’avvocato Pietro Porciani, l’agente del commissariato Mecenate ha ricostruito i pochi secondi che hanno preceduto lo sparo. Ha riferito che, durante un servizio antidroga in abiti civili, si è qualificato intimando l’alt e che l’idea iniziale era quella di rincorrere l’uomo, «una dinamica che si ripete sempre» in quel contesto. A una distanza di circa venti metri, però, la situazione sarebbe cambiata improvvisamente: il ventottenne aveva una mano in tasca, «ha tirato fuori la pistola e me l’ha puntata». In quel momento, mentre stava per partire in avanti, l’agente ha estratto l’arma dalla fascia addominale ed esploso un solo colpo.
Al pm ha parlato della paura provata, nonostante «tanti anni di servizio». Dopo lo sparo si è avvicinato al corpo: «Era a faccia in su, con la pistola a 15 centimetri dalla mano», ha detto, spiegando di aver sentito «l’esigenza di allontanare l’arma» perché l’uomo rantolava ed era ancora «nella sua disponibilità», pur senza ricordare con precisione quei passaggi. I sanitari del 118 sarebbero arrivati dopo circa dieci minuti. Solo successivamente si è accertato che l’arma era una pistola a salve, priva del tappo rosso.
Secondo la ricostruzione finora confermata anche dagli altri cinque poliziotti presenti, i fatti sarebbero avvenuti intorno alle 18, mentre gli agenti stavano arrestando in via Impastato un uomo che opponeva resistenza. In quel frangente, il ventottenne di nazionalità marocchina si sarebbe avvicinato impugnando l’arma e avrebbe continuato ad avanzare. Addosso alla vittima sarebbero stati trovati diversi tipi di stupefacenti, come riferito dall’avvocato Porciani, che ha ricordato anche i precedenti del giovane per droga, resistenza e rapine. La persona arrestata poco prima della sparatoria è stata sentita come testimone, ma non avrebbe fornito elementi utili all’inchiesta.
Il legale ha infine spiegato che il suo assistito, poco più che quarantenne e con oltre vent’anni di servizio, non era dotato di bodycam ed è «ancora sotto choc». La linea difensiva resta quella della legittima difesa: «Quando ti trovi una pistola puntata contro, non puoi sapere che sia a salve».
È su questo punto che si concentra il cuore dell’indagine. Non conta che l’arma fosse a salve, ma che in quel momento apparisse come un’arma vera. La Cassazione lo ha chiarito più volte: la valutazione va fatta ex ante, guardando ciò che l’agente poteva percepire in quei secondi. Una pistola giocattolo priva del tappo rosso, se usata in modo minaccioso, può integrare una situazione di pericolo attuale. Nel 2021, a Napoli, una guardia giurata che aveva reagito a una pistola poi rivelatasi non offensiva vide l’indagine concentrarsi proprio sulla percezione del pericolo, con esclusione del dolo; lo stesso principio è stato ribadito in altri casi analoghi esaminati dalla Suprema corte, aprendo alla legittima difesa putativa o, al massimo, all’eccesso colposo.
Nel 2016 sfilò l’arma a un carabiniere
Adberrahim Mansouri, il marocchino di 28 anni irregolare in Italia ucciso lunedì da un poliziotto in via Impastato, a Milano, era già noto alle forze dell’ordine.
L’uomo, conosciuto con il soprannome di Zak (ma gli alias con cui sarebbe conosciuto alle forze dell’ordine sarebbero svariati) aveva precedenti per spaccio, resistenza a pubblico ufficiale, rapina e lesioni. E, soprattutto, ventottenne in passato si era già reso protagonista di un episodio violento durante un blitz antidroga. Per certi versi simile a quello che lunedì, quando ha puntato in faccia a un agente una scacciacani identica alla Beretta 93 d’ordinanza del poliziotto, gli è costato la vita. Era il 28 agosto 2016 quando in via Orwell, nel cuore del boschetto della droga di Rogoredo, una pattuglia dell’Arma impegnata in un servizio antispaccio fermò un gruppo di pusher, tra cui l’allora diciottenne Mansouri, considerato uno dei più «esperti» della zona.
Nel tentativo di fuggire, raggiunto da un carabiniere, lo colpì con calci e pugni e cercò di sfilargli la pistola di ordinanza. Il giovane marocchino venne bloccato e arrestato per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni: il militare riportò una prognosi di 12 giorni. Dopo la condanna con sospensione condizionale della pena per l’episodio di via Orwell, Mansouri venne arrestato nuovamente per spaccio il 30 maggio 2021 e poi ancora nel settembre dell’anno successivo, finendo rinchiuso nel carcere di Cremona, da cui uscì nel 2023 grazie all’affidamento in prova ai servizi sociali, terminato nel 2024. Nel 2025 viene di nuovo fermato dalle Volanti e trovato in possesso di un permesso di soggiorno spagnolo. Nel luglio e nel settembre scorsi, due controlli del commissariato Mecenate, lo stesso per cui lavora il poliziotto che lo ha ucciso ieri sera, gli costarono un’ennesima denuncia per spaccio e ricettazione.
Nelle sue tasche, lunedì sera, dopo la morte, sono state trovate dosi di hashish, cocaina ed eroina. Una circostanza che porta verso la conferma l’attività illecita del nordafricano. L’ipotesi è che Mansouri, considerato dagli investigatori uno spacciatore di «livello superiore» abbia imboccato la stradina sterrata tra la tangenziale e i binari per rifornire uno dei pusher che avrebbero lavorato per lui e generalmente provvisti di modesti quantitativi di droga, per evitare di venire rapinati. La stessa ragione per cui il ventottenne potrebbe aver deciso di girare con una pistola, come detto risultata una semplice riproduzione. Del resto, secondo gli investigatori, la famiglia dell’uomo rimasto ucciso sarebbe piuttosto nota nel mondo della droga milanese. Il ventottenne avrebbe infatti fatto parte del gruppo dei cosiddetti «clan Mansouri», boss marocchini attivi da anni nello spaccio. Una realtà dove coltelli, machete e, soprattutto, pistole a salve o repliche sono equipaggiamento abituale.
E la figura di Zak era da tempo tenuta sotto controllo per il ruolo che il ventottenne marocchino ricopriva all’interno di una fitta rete organizzata che controlla e gestisce le piazze di spaccio più importanti del nord Italia. In particolare i Mansouri potrebbero avere il controllo dei cosiddetti «cavallini» attivi nella zona di Rogoredo, tristemente nota per il famigerato boschetto. «Cavallini» è il termine cui vengono definiti in gergo i piccoli pusher diffusi in maniera capillare sul territorio e che, con turni che coprono le 24 ore, riforniscono di droghe le piazze di spaccio. In questo caso quelle della periferia meridionale di Milano.
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Il «Financial Times» evoca condizioni capestro per la resistenza. Washington: «Falso, imbeccati da attori maligni». Zelensky però insiste sull’adesione all’Ue («nel 2027»): scatterebbe la clausola tipo articolo 5 Nato.
È guerra ibrida anche questa? L’ultima indiscrezione sulle trattative tra Russia e Ucraina reca la firma del Financial Times e ha fatto imbufalire la Casa Bianca. Secondo il quotidiano britannico, le garanzie di sicurezza che gli Usa sono disposti a offrire a Kiev sono subordinate al ritiro dei militari della resistenza dal Donbass. Condizione seccamente smentita dalla vice portavoce del presidente americano, Anna Kelly: «È totalmente falso», ha detto ieri. «L’unico ruolo degli Stati Uniti nel processo di pace è quello di riunire entrambe le parti per raggiungere un accordo. È un peccato che il Financial Times consenta ad attori maligni di mentire anonimamente per rovinare il processo di pace».
La funzionaria si riferiva alle «otto persone informate sui colloqui», citate dal giornale londinese. E ha insinuato che il foglio si sia prestato a un tentativo di sabotare i negoziati. Presumibilmente, da parte ucraina. In effetti, benché Volodymyr Zelensky li avesse definiti «costruttivi», proprio come la delegazione russa, l’ennesimo pesante bombardamento nemico su Odessa, con morti, feriti - tra cui bambini - e «danni colossali» alle infrastrutture energetiche, ha di nuovo irrigidito la posizione del leader: l’attacco, si è sfogato, «mina gli sforzi diplomatici». Nella mattinata di ieri, peraltro, Karoline Leavitt, portavoce di Donald Trump, aveva escluso ulteriori contatti tra il tycoon e l’omologo, sostenendo però che il loro incontro della scorsa settimana avesse avuto «natura storica». Trump ha poi spiegato che stanno accadendo cose «molto positive» nel confronto diplomatico; e Zelensky ha fatto sapere di essere disposto a vedere Vladimir Putin per risolvere i nodi dei territori occupati e della centrale di Zaporizhzhia, ma che Mosca ostacola la pace.
I malumori degli ucraini hanno investito pure la politica italiana: il portavoce del ministro degli Esteri del Paese invaso, Heorhii Tykhyi, ha replicato a Matteo Salvini, che domenica, dal palco della Lega a Rivisondoli, aveva sostenuto che Zelensky dovrebbe «scegliere tra una sconfitta e una disfatta». «Al signor vicepremier», ha scritto su X l’ucraino, «consigliamo di rivolgersi a Putin, che ha scatenato questa guerra». Piccata la replica del Carroccio: «Ci auguriamo», ha punzecchiato il deputato Andrea Crippa, «che la stessa attenzione dedicata al vicepremier italiano sia dedicata anche al controllo del denaro dei contribuenti italiani, che è destinato ad aiutare la popolazione ucraina e non ad acquistare water d’oro».
Il baratto ipotizzato dal Financial Times sarà una bufala, ma è un fatto che il comandante in capo di Kiev stia cercando strade alternative, per chiamare in causa l’Occidente nell’eventualità di un futuro attacco di Mosca. Ieri, Zelensky ha ribadito che «l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea è una delle principali garanzie di sicurezza non solo per noi, ma per tutta Europa». E che il suo obiettivo è di completarlo entro «una data concreta: il 2027». Al di là del coinvolgimento della Nato e, quindi, di Washington, l’adesione all’Ue renderebbe applicabile la clausola di mutua difesa, prevista dall’articolo 42 del Trattato sull’Unione europea.
Intanto, l’ambasciatore ucraino in Ungheria è stato convocato al ministero degli Esteri di Budapest, che accusa il governo di Zelensky di interferire con le imminenti elezioni magiare a favore del partito Tisza, avversario di Viktor Orbán. Il titolare del dicastero, Peter Szijjarto, ha parlato di «campagna di ingerenza aperta, spudorata e aggressiva», praticamente sul modello di quelle russe. A proposito di guerra ibrida. L’Ungheria è impegnata anche in una disputa giuridica con Bruxelles: insieme alla Slovacchia di Robert Fico, ha fatto ricorso contro il regolamento che vieta le importazioni di gas russo. Affari in vista, invece, per la Polonia: gli ucraini promettono che compreranno più metano da Varsavia.
Mentre la Federazione e la Cina consolidano i legami reciproci, con Pechino che si dice «disposta» a «rafforzare il coordinamento strategico», gli Stati membri dell’Ue danno segnali di sfilacciamento. Basta saperli cogliere. Si consideri, ad esempio, l’annuncio del primo ministro della Renania-Palatinato, il socialdemocratico Alexander Schweitzer, secondo il quale «sono attualmente in corso i preparativi per il dispiegamento dei missili a medio raggio statunitensi» nel Länder tedesco. È significativo che a celebrare l’installazione sia stato un esponente della Spd, il cui capofila, il vicecancelliere Lars Klingbeil, ha assegnato al suo Paese e alla Francia un «ruolo guida» nell’Ue. Pur ribadendo che «ci sono critiche alle politiche di Donald Trump», Schweitzer ha sottolineato la necessità di distinguere «tra la politica interna statunitense e i nostri alleati sul campo». E ha celebrato l’«importante contributo per scoraggiare le aggressioni ostili contro i Paesi della Nato». Al netto degli scenari di Klingbeil, la mossa sembra una risposta a Emmanuel Macron: quando nel Vecchio continente si è diffuso il panico per il disimpegno americano, monsieur le président ha offerto l’ombrello nucleare francese a protezione degli alleati. Berlino, che peraltro già ospita testate atomiche a stelle e strisce, nonostante gli attriti con gli Stati Uniti (anzi, forse pure per scongiurare ulteriori ritorsioni economiche da Trump), preferisce lo scudo Usa alla carità pelosa di Parigi. Un altro occhio nero per il gallo dell’Eliseo.
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