- Reclutamento, droni e Intelligenza artificiale: così le varie filiali si rafforzano. L’Occidente, che ha tolto risorse all’antiterrorismo, oggi è più vulnerabile.
- L’esperta Anna Mahjar-Barducci: «Nella regione del Khorasan lo Stato islamico conta sull’appoggio dei servizi pakistani. In cambio potrebbe far pressioni sull’India».
Lo speciale contiene due articoli.
Nel dicembre 2025 le autorità tedesche hanno sventato a Berlino un attentato riconducibile allo Stato Islamico. L’operazione, coordinata dall’antiterrorismo federale con il supporto dell’intelligence, ha portato ad arresti e perquisizioni in diversi quartieri della capitale, interrompendo un piano che, secondo le valutazioni degli investigatori, si trovava già in una fase avanzata di preparazione. L’obiettivo erano luoghi civili affollati durante il periodo delle festività. A risultare decisivi sono stati il monitoraggio dei canali jihadisti online e la cooperazione internazionale, che hanno consentito di intervenire prima dell’avvio della fase operativa. Le indagini restano aperte per chiarire l’eventuale esistenza di reti di supporto e collegamenti transnazionali.
L’episodio ha riacceso una domanda ricorrente nei media occidentali: siamo di fronte all’inizio di una nuova ondata di attentati globali? La risposta, allo stato attuale, è incerta. Più che il segnale di una rinascita, gli attacchi e i complotti sventati riflettono una realtà consolidata: lo Stato Islamico non è stato sconfitto e continua a rappresentare una delle principali sfide per l’antiterrorismo internazionale. I progressi compiuti dagli Stati Uniti e dai partner della Coalizione globale contro lo Stato Islamico hanno ridotto drasticamente la capacità del gruppo di operare come durante la stagione del cosiddetto Califfato nel Levante che dal 2023 sarebbe guidato dall’iracheno Abu Hafs al-Hashimi al-Qurashi del quale si sa pochissimo e del quale non ci sono fotografie.
Oggi l’organizzazione non controlla più territori estesi né è in grado di mantenere un ritmo operativo paragonabile a quello di allora. Tuttavia, nella sua forma attuale, più frammentata e decentralizzata, l’Isis conserva un’elevata pericolosità. Le sue province, i suoi affiliati e i gruppi in franchising continuano a dimostrare resilienza, capacità militare e adattabilità. Anche sigle considerate indebolite, come lo Stato Islamico dell’Asia orientale, sono tornate sotto i riflettori dopo i recenti casi di militanti australiani (non in contatto con il comando centrale dell’organizzazione), transitati nelle Filippine prima dell’attacco di Bondi Beach.
In Africa il quadro resta particolarmente instabile. Nel Sahel la Provincia del Sahel dello Stato Islamico è ancora attiva, impegnata in un conflitto diretto con la branca regionale di al-Qaeda, Jamaat Nusrat ul-Islam wa al-Muslimin. Più a est, nel bacino del Lago Ciad, l’Iswap continua a produrre grandi volumi di propaganda e ha intensificato il reclutamento. Gli analisti temono che, guardando al 2026, il Sahel possa diventare uno dei principali snodi del jihadismo globale, con la possibilità che alcune risorse vengano riallocate verso operazioni esterne. L’Iswap, in particolare, ha sviluppato competenze nell’uso di droni, inserendosi in una tendenza più ampia che vede attori non statali violenti adottare tecnologie emergenti per rafforzare le proprie tattiche. Nella Repubblica Democratica del Congo, la Provincia dell’Africa Centrale dello Stato Islamico ha alimentato un’escalation di violenza attraverso una campagna settaria contro le comunità cristiane. In Mozambico, invece, il gruppo alterna fasi di indebolimento a momenti di rilancio, ma mantiene la capacità di condurre un’insurrezione a bassa intensità. A rendere il quadro ancora più complesso è la capacità dell’organizzazione di sfruttare crisi locali, vuoti di potere e conflitti a bassa intensità per rigenerarsi. Ogni instabilità – dai colpi di Stato nel Sahel alle tensioni etniche in Africa centrale, fino alle fragilità istituzionali in Asia meridionale – diventa un moltiplicatore di opportunità per riattivare reti, addestrare nuovi quadri e testare tattiche operative.
Un ruolo sempre più rilevante è assunto dallo Stato Islamico della Somalia che sta emergendo come una delle più influenti e finanziariamente solide dell’intera galassia jihadista. La sua espansione ha implicazioni dirette per la sicurezza non solo africana, ma anche per l’Asia meridionale, l’Europa e il Nord America. Washington ha riconosciuto la minaccia, conducendo quest’anno oltre cento attacchi contro Is Somalia e al-Shabaab, il dato più alto dal 2007. Da piccola filiale, l’Is-S si è trasformato in un vero centro di comando regionale, con l’ufficio Al-Karrar a coordinare le attività in Africa orientale, centrale e meridionale. Il leader Abdulqadir Mumin ha consolidato la propria influenza all’interno della leadership globale del gruppo, supervisionando più province e rafforzando il reclutamento di combattenti stranieri nel Puntland, sostenuto da una propaganda multilingue sempre più sofisticata.
Resta però l’Isis-Khorasan (Iskp) la filiale più temuta. A due anni di distanza dalle operazioni esterne contro Iran, Turchia e Russia, il gruppo continua ad essere una minaccia concreta. Un recente rapporto delle Nazioni Unite sull’Afghanistan lo descrive come resiliente e capace di colpire sia a livello interno sia internazionale, evidenziando l’aumento della propaganda, del reclutamento e della capacità di infiltrazione. L’operazione che ha portato alla cattura di Mehmet Gören, figura di primo piano dell’Iskp, da parte dei servizi segreti turchi della Milli Istihbarat Teşkilati (Mit) lungo la frontiera tra Afghanistan e Pakistan, alla fine di dicembre 2025, ha nuovamente riacceso il dibattito sulle accuse ricorrenti rivolte a Islamabad di garantire protezione e margini operativi a reti terroristiche attive nell’Asia meridionale e in quella centrale. L’arresto si inserisce in un contesto segnato anche dalla diffusione di un dossier riservato indiano, nel quale si parla di un’intesa occulta e in progressivo rafforzamento tra l’Iskp e il gruppo armato pakistano Lashkar-e-Taiba (LeT). Stando a quanto riportato nel documento, questa cooperazione sarebbe stata favorita e alimentata dai servizi di intelligence militare del Pakistan, l’Inter-Services Intelligence (Iisi). L’Isis-K è inoltre in prima linea nella sperimentazione dell’intelligenza artificiale per amplificare l’impatto delle sue campagne mediatiche, dimostrando una capacità di adattamento tecnologico che preoccupa sempre più gli apparati di sicurezza occidentali. Nonostante una presenza territoriale limitata in alcune aree, lo Stato Islamico continua infatti a puntare sulla propaganda digitale per ispirare attacchi da parte di estremisti autoctoni. Un anno fa, negli Stati Uniti, un simpatizzante dell’Isis ha colpito a New Orleans utilizzando una combinazione di strumenti ad alta e bassa tecnologia, compresi dispositivi indossabili per la ricognizione preventiva. È una tendenza destinata a consolidarsi e a complicare il lavoro delle forze dell’ordine, chiamate a fronteggiare minacce sempre più ibride e difficili da intercettare.
Il rinnovato focus sulla minaccia jihadista arriva in una fase in cui l’antiterrorismo è stato in parte ridimensionato a favore di altre priorità strategiche, come la guerra in Ucraina, quella in Medio Oriente e l’attenzione dell’amministrazione Trump sull’emisfero occidentale e sul Venezuela, dove le bande criminali transnazionali sono state riclassificate come organizzazioni terroristiche.
«Il gruppo ora punta a scalzare i talebani e conquistare Kabul»
Anna Mahjar-Barducci è direttrice di progetto del Middle East Media Research Institute (Memri).
Che cos’è lo Stato Islamico del Khorasan (Iskp?) Risponde al Comando centrale dell’Isis o gode di autonomia e in quale area opera?
«Lo Stato Islamico della Provincia del Khorasan (Iskp), noto anche come Isis-K, è emerso formalmente nel 2015 nell’Afghanistan orientale, quando combattenti fuoriusciti da gruppi militanti locali, tra cui fazioni dei talebani pakistani, giurarono fedeltà alla leadership dell’Isis allora attivo in Iraq e Siria. Il nome “Khorasan” si riferisce a una vasta regione storica che comprende parti degli attuali Iran, Afghanistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan e Pakistan. Per quanto riguarda i rapporti di comando, Iskp si riconosce ideologicamente nello Stato Islamico centrale. Tuttavia, sul piano operativo gode di un’ampia autonomia: pianifica e conduce le proprie attività in modo indipendente, adattandole al contesto locale dell’Afghanistan e del Pakistan, senza ricevere ordini tattici diretti e continui dal comando centrale dell’Isis».
Su quanti uomini può contare? Al vertice c’è ancora Sanaullah Ghafari - Shahab al-Muhajir (foto a pagina 10, ndr)?
«Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, l’Iskp può contare attualmente su 2.000 uomini. Il rapporto ha descritto un’attività di reclutamento che coinvolge centinaia di giovani volontari - per lo più provenienti da Tagikistan e Uzbekistan - reclutati in gran parte online. Sanaullah Ghafari continua a guidare l’Iskp».
I talebani sostengono di avere il controllo dell’Afghanistan, tuttavia l’Iskp colpisce quasi ogni giorno in tutte le province afghane. È azzardato pensare che il regime dei talebani sostenuti da al-Qaeda e dalla rete Haqqani crolli?
«Non è semplice dirlo. Tuttavia, il recente arresto, avvenuto tra Afghanistan e Pakistan, di Mehmet Gören, figura di primo piano dell’Iskp, da parte dell’intelligence turca, ha riacceso le accuse secondo cui il Pakistan avrebbe, nel corso degli anni, offerto rifugio a gruppi terroristici. Dopo l’arresto, il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid ha affermato che Kabul sta da tempo monitorando le attività dell’Iskp in Pakistan. Mujahid ha avvertito che non dovrebbero esistere territori in cui l’Iskp possa pianificare attacchi contro altri Paesi, richiamando la valutazione secondo cui il Pakistan sarebbe utilizzato dal gruppo come base operativa non solo per sfidare la leadership talebana, ma anche per minacciare l’India. Le dichiarazioni dei talebani vanno lette con cautela, ma non possono essere ignorate. Osservatori regionali hanno confermato che l’Isis-K ha trovato da tempo rifugio in varie province pakistane».
In una sua recente pubblicazione afferman che l’Iskp e il gruppo terrorista pakistano Laskar-e-Taiba hanno stretto un patto segreto orchestrato dai servizi segreti pakistani. Che interesse ha l’intelligence pakistana (da sempre al centro di intrighi), a fare questa operazione?
«Secondo l’intelligence indiana, la collaborazione tra Iskp e LeT persegue gli obiettivi strategici del Pakistan. A livello interno, mira a reprimere i movimenti separatisti del Balochistan, mentre sul piano regionale punta a contrastare quelli che Islamabad considera “elementi anti Pakistan” all’interno della leadership talebana afghana. La leadership talebana sta infatti progressivamente affermando la propria autonomia strategica, evidenziando così il ridimensionamento dell’influenza pakistana nell’area. L’alleanza tra Iskp e LeT è inoltre vista come strumento per esercitare pressione armata sull’India, in particolare in Kashmir».
Quanto ha pesato il disimpegno degli Usa e dei suoi alleati nello sviluppo dell’Iskp e della crisi nell’area?
«Il ritiro delle forze statunitensi e dei loro alleati dall’Afghanistan nel 2021 ha avuto un impatto significativo sullo sviluppo dell’Isis-K e sulla crisi nella regione. Dopo il ritiro, gruppi jihadisti come Iskp hanno rafforzato la propria presenza operativa e propagandistica, approfittando della riduzione della pressione militare occidentale e della minore capacità di intelligence sul terreno».
Nel corso del 2025 in Europa sono stati sventati diversi complotti organizzati dall’Iskp. Sono azioni concordate con il Comando Centrale dell’Isis come avvenuto a Mosca?
«Le cellule europee appaiono operare in maniera autonoma, ispirate dall’ideologia dell’Iskp e in contatto con reti transnazionali, spesso attraverso canali online criptati, ma senza ordini tattici dal comando centrale Isis».
Perché vogliono colpire il Vecchio Continente e dove arruolano i loro uomini?
«Isis-K considera l’Europa parte della coalizione dei “crociati”, composta da nazioni infedeli che si oppongono all’islam. L’Isis vede l’Occidente come decadente, antislamico e destinato a crollare. Il reclutamento di Isis-K è focalizzato sulle popolazioni dell’Asia centrale e meridionale. Il gruppo punta soprattutto su giovani, di età compresa tra i 17 e i 30 anni. Il nucleo principale dei reclutati è costituito soprattutto da tagiki e uzbeki, ma vi rientrano anche ceceni, daghestani e altri provenienti dalle regioni musulmane della Russia, oltre a pakistani e afgani».
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Riduci
Alberto Trentini, il cooperante veneziano di 46 anni detenuto in Venezuela da 423 giorni è stato liberato insieme all'imprenditore torinese Mario Burlò. Il premier Meloni ha ringraziato la presidente Rodriguez per la collaborazione.
A sinistra, proteste a Teheran. A destra, le vittime degli scontri (Ansa)
La protesta non si placa e le vittime salgono a 538. Netanyahu appoggia la rivolta: «In caso di liberazione torneremo partner».Trump studia le opzioni, ma gli ayatollah minacciano rappresaglie contro le basi Usa.
Tira sempre più aria di regime change in Iran. «Speriamo tutti che la nazione persiana sia presto liberata dal giogo della tirannia. E quando quel giorno arriverà, Israele e l’Iran torneranno a essere partner fedeli nella costruzione di un futuro di prosperità e pace», ha dichiarato ieri, riferendosi alle poderose proteste in corso contro il regime khomeinista, Benjamin Netanyahu, che ha successivamente convocato una riunione di sicurezza. «Se il popolo iraniano decidesse di porre fine a oltre 46 anni di governo pieno di odio e incompetenza, potrebbe ripristinare la cultura persiana dell’istruzione, dell’arte, della musica e della forza e decretare la fine di Hamas, Hezbollah e Huthi», ha affermato, sempre ieri, l’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee. Del resto, più o meno nelle stesse ore, lo Stato ebraico conduceva dei bombardamenti contro Hezbollah in Libano.
In questo quadro, Reuters ha riferito che, durante una telefonata avvenuta sabato, Netanyahu e il segretario di Stato americano, Marco Rubio, avrebbero discusso di un eventuale intervento militare degli Stati Uniti in Iran. A tal proposito, alcuni funzionari di Washington hanno tuttavia riferito a Nbc News che Donald Trump non avrebbe ancora preso una decisione definitiva e che sarebbero attualmente sulla sua scrivania varie opzioni (militari e non). Secondo il Wall Street Journal, è possibile che il presidente statunitense faccia la sua scelta durante una riunione in programma per domani.
Nel frattempo, è indubitabile come, negli ultimi giorni, Trump abbia ulteriormente aumentato la pressione sul regime khomeinista. «L’Iran sta guardando alla libertà, forse come mai prima d’ora. Gli Usa sono pronti ad aiutare!», ha dichiarato l’altro ieri su Truth. Parole, quelle dell’inquilino della Casa Bianca, che hanno innescato la dura reazione di Teheran. «In caso di attacco all’Iran, sia il territorio occupato, sia tutti i centri militari americani, le basi e le navi nella regione saranno i nostri obiettivi legittimi», ha tuonato il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Qalibaf, riferendosi a Israele come «territorio occupato».
Ma non è tutto. Ieri Trump ha ripreso a mettere sotto pressione Cuba: il che non è certo una buona notizia per gli ayatollah. «Cuba ha vissuto per molti anni grazie a grandi quantità di petrolio e denaro provenienti dal Venezuela. In cambio, Cuba ha fornito “Servizi di sicurezza” agli ultimi due dittatori venezuelani, ma ora non più!», ha affermato il presidente statunitense, per poi aggiungere: «Non ci sarà più petrolio o denaro a Cuba: zero! Consiglio vivamente di raggiungere un accordo, prima che sia troppo tardi».
Non dimentichiamo che, soprattutto a partire dal 2023, L’Avana e Teheran hanno significativamente rafforzato i loro rapporti. Mettendo sotto pressione il regime castrista, Trump punta a conseguire due obiettivi: proseguire nel rilancio della Dottrina Monroe e, al contempo, isolare ancora di più l’Iran dal punto di vista internazionale. Non è d’altronde un mistero che la recente cattura di Nicolás Maduro abbia inferto un duro colpo all’influenza del regime khomeinista in America Latina: i rapporti tra l’Iran e il governo chavista erano infatti particolarmente solidi.
E attenzione: per Washington il dossier iraniano si collega alla questione dei Brics. Sabato, Teheran ha avviato delle esercitazioni navali in Sudafrica assieme a Pechino e a Mosca. Ebbene, in caso di caduta di Ali Khamenei, è probabile che Trump miri a incamerare il petrolio di Teheran così come ha fatto con quello di Caracas. L’obiettivo, da questo punto di vista, è quello di preservare il predominio del dollaro nelle transazioni petrolifere, colpendo così i propositi di de-dollarizzazione portati avanti dai Brics principalmente su input della Cina.
Certo, in caso di regime change a Teheran, non è ancora chiaro chi dovrebbe detenere il potere. Ieri, il principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, è tornato a dirsi disponibile a guidare una «transizione». A settembre, il ministro per la Scienza israeliano, Gila Gamliel, gli aveva garantito il sostegno di Gerusalemme. Tuttavia, giovedì scorso, Trump ha reso noto di non essere ancora pronto a incontrarlo. Segno questo del fatto che, forse, in caso di caduta di Khamenei, il presidente americano potrebbe puntare, almeno nel breve termine, a una «soluzione venezuelana», addomesticando, cioè, un pezzo del vecchio regime.
Continua intanto a tenere banco lo strabismo morale di quei presunti paladini dei diritti umani che, soprattutto in area progressista, sembrano ignorare le proteste in atto contro gli ayatollah: proteste nel cui ambito, secondo la Human rights activists news agency, si sarebbero finora registrati circa 10.000 arresti e 538 vittime. «Se affermate di sostenere i diritti umani ma non riuscite a mostrare solidarietà a chi lotta per la propria liberà in Iran, vi rivelate per quello che siete. Non vi importa nulla dell’oppressione delle persone, finché a farlo sono i nemici dei vostri nemici», ha detto, a tal proposito, la scrittrice britannica J.K. Rowling.
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Riduci
Nel riquadro, il professor Nicola Pedde (Getty Images)
L’esperto Nicola Pedde: «Imprenditori in piazza: è una novità. Ma manca un leader. Un governo di militari potrebbe sostituire la teocrazia».
Professor Nicola Pedde, lei è direttore generale dell’Institute for Global Studies. Quindi la geopolitica è il suo mestiere.
«Così pare»
Parto da questa sollecitazione. Donald Trump ha speso un capitale politico enorme per arrivare a un negoziato in Ucraina. Senza successo ed attirandosi anche le critiche di essere filo putiniano. Ora però, con le ultime mosse – mi riferisco all’esfiltrazione di Maduro, all’atteggiamento assertivo in Groenlandia, al sequestro delle petroliere russe nell’Oceano Atlantico e a quello che sta accadendo in Iran – sembra che Trump abbia cambiato strategia. Se sì, dove vuole arrivare, professore?
«Più che un cambio di strategia, è un cambio di obiettivi sul piano geografico. L’amministrazione Trump è sicuramente caratterizzata dalla volontà di lasciare un segno epocale, una legacy unica nella storia degli Stati Uniti. Per raggiungere questo risultato, sono necessari successi significativi in politica estera, economica e sociale».
Tutto nel segno della continuità della sua azione?
«Trump ha avviato una serie di operazioni con la stessa spettacolarità. Hanno riguardato questioni interne ed esterne. Inizialmente, si parlava molto dei dazi, che avrebbero dovuto portare grandi introiti, ma i primi dati non sono stati incoraggianti, mostrando quantomeno un profilo di stabilità nella bilancia economica statunitense, se non peggioramenti. Ora siamo in una fase in cui la politica internazionale è l’opportunità per questa spettacolarizzazione. Trump cerca opportunità alla portata della capacità risolutiva del presidente. La pace tra Russia e Ucraina, che in campagna elettorale diceva di poter raggiungere in un giorno, si è rivelata molto più difficile. Anche a Gaza, la soluzione per la prosperità palestinese non ha portato a progressi significativi. Quindi, l’obiettivo si è spostato su azioni più gestibili come interventi sanzionatori e operazioni di forze speciali».
Come in Venezuela?
«Ma spesso però, queste azioni non si traducono in un reale miglioramento delle condizioni degli Stati Uniti o della comunità internazionale, caratterizzando la politica di Trump con uno spostamento costante da un’operazione spettacolare all’altra, da un Paese all’altro, senza un’effettiva capacità di trasformazione epocale».
Professore, possiamo però dire che in queste ultime settimane c’è un confronto fra Stati Uniti da una parte e Cina e Russia dall’altra, anche se indiretto? E quindi Trump sta provando a smontare pezzo per pezzo il «Sud Globale» di Pechino concentrandosi su Caracas e poi su Teheran. In questo momento la Cina, che è una potenza economica, sotto il profilo militare e geopolitico non può ancora competere con gli Stati Uniti. Condivide questa impressione oppure no?
«Sicuramente la Cina è il primo e più importante competitor di lungo periodo per gli Stati Uniti. Il vero grande attore globale che rappresenta una minaccia economica e potenzialmente militare. Questo è un dato di continuità presente nei documenti sulla sicurezza nazionale di ogni amministrazione americana. La Cina è una straordinaria potenza economica, con capacità di accesso e penetrazione in mercati, soprattutto africani ed emergenti, sostanzialmente ineguagliabile da altri attori. Ha investito sul proprio potenziale interno, facendo salti da gigante: la qualità della produzione cinese odierna è incomparabile con quella di 10-15 anni fa. Oggi la Cina è un competitor alla pari, se non superiore, in certi campi tecnologici e industriali. Questo rappresenta una enorme minaccia per gli Stati Uniti come principale attore economico globale, con una capacità di attrazione politica ed economica estera ineguagliabile. È verissimo però ciò che dice lei: sul piano militare, la Cina non ha ancora la capacità di sfidare gli Stati Uniti. La sua forza militare è inferiore tecnologicamente. Tuttavia, anche in questo campo, c’è stato un salto quantico negli ultimi dieci anni, e verosimilmente nei prossimi dieci la Cina potrà essere in grado di tenere testa all’apparato militare americano dal punto di vista qualitativo, quantitativo e capacitivo. Questa è la grande sfida per gli Stati Uniti. L’obiettivo delle ultime amministrazioni è stato impedire o limitare la capacità della Cina di espandersi militarmente, economicamente e geograficamente in aree considerate di interesse primario per la sicurezza nazionale americana».
Ultimo quadrante, professore. Andiamo in Iran. I media tradizionali non parlano molto di quello che sta accadendo in Iran. Ma ci sono proteste molto forti e sembra che Trump abbia incontrato Reza Pahlavi, il figlio dello Shah che fu destituito con la rivoluzione del 1980.
«1979 per l’esattezza».
La domanda che le faccio è: cosa sta succedendo in Iran e, soprattutto, in base a quello che potrebbe succedere, come cambieranno gli equilibri? Perché l’Iran non è propriamente un soggetto secondario in tutto lo scacchiere geopolitico internazionale. Anzi.
«In Iran sono in corso proteste importanti soprattutto se si tiene conto di chi protesta. Nel corso degli anni abbiamo assistito a diverse rivolte, anche significative. Però non avevano una reale leadership».
Erano improvvisate?
«Spontanee e non definivano un programma politico, come dovrebbe fare un vero movimento di opposizione. Le proteste si sono anemizzate. E sono state fortemente represse senza produrre effetti. Questa protesta attuale presenta però elementi di novità e di continuità. L’elemento di novità è che è scaturita nell’ambito del settore del commercio, dei piccoli commercianti dei bazar. I piccoli imprenditori, che storicamente sono sempre stati ai margini del dissenso politico».
La tradizione mercantile persiana.
«È nata in questo contesto per protestare contro la gravissima crisi economica. Contro l’incapacità del governo di frenare l’inflazione costante e la svalutazione del rial. Che ha toccato cifre record. Questa protesta è scesa in strada invitando la popolazione ad unirsi. Si è affiancata la componente giovanile, tradizionale motore delle proteste in Iran. E c’è anche una componente etnica, soprattutto in aree curde o dove vivono minoranze. La composizione ampia e variegata la rende unica nella storia della Repubblica Islamica e potenzialmente molto pericolosa per i vertici del regime, avendo assunto dimensioni imponenti con manifestazioni in quasi tutte le 31 province iraniane e attacchi ad alcune caserme di polizia e palazzi istituzionali».
Poi ci sono gli elementi di continuità cui si riferiva.
«L’elemento di continuità, purtroppo, è che è ancora difficile individuare una leadership della protesta e un programma unitario che la inquadri in un meccanismo prerivoluzionario o rivoluzionario. Rischia di essere un elemento di debolezza che, attraverso la repressione del regime e l’affaticamento dei manifestanti, potrebbe spegnere il fenomeno. Ma dimenticavo un altro elemento di novità. Per la prima volta c’è un forte riferimento alla monarchia e al figlio dell’ex Shah, Reza Pahlavi, che vive in esilio negli Stati Uniti dal 1979. Mai stata una figura carismatica. Sempre ai margini e incapace di catalizzare la diaspora iraniana. Solo di recente c’è stato un forte battage mediatico che lo ha portato sulle prime pagine dei giornali, e in questa fase il suo nome è tornato centrale, sia negli slogan di parte dei manifestanti, sia nella narrazione estera come potenziale figura di coesione per traghettare il Paese verso la democrazia. Adesso bisogna capire quanto effettivamente Pahlavi sia rappresentativo delle aspirazioni e quali potrebbero essere i possibili scenari evolutivi».
Già, quali?
«Sono in linea di principio pessimista. E ne intravedo quattro. Il primo scenario è che, attraverso la repressione da parte del regime, si assista alla solita anemizzazione della protesta. Una rapida conclusione, senza effetti duraturi. Il secondo scenario, forse più pericoloso sotto il profilo della sicurezza interna, è relativo all’intervento di un attore esterno in questo processo di crisi. Immagino un attacco di Israele o degli Stati Uniti. O altre manovre da parte degli Stati Uniti a sostegno dei manifestanti. Qualsiasi mossa percepita come ingerenza esterna potrebbe essere sfruttata dal governo come strumento per una feroce repressione. Questo potrebbe portare a una vera e propria implosione della sicurezza. Un aumento della violenza legittimerebbe le autorità del regime a incrementare la propria, rendendo la situazione drammatica e instabile. Il terzo scenario è quello “migliorativo”. Il figlio dello Shah o qualcun altro riesce a dare un programma alla protesta e, attraverso questo, si arriva a concludere il processo di rivolta con un’assunzione delle istituzioni di legge e la restaurazione di un primo embrione di sistema democratico. Il quarto scenario, forse il più probabile, è un passaggio dei poteri interno all’establishment islamico. Una trasformazione politica promossa all’interno delle forze di regime. Da quelle componenti che costituiscono oggi la seconda generazione del potere, ovvero tutte quelle componenti vicine all’espressione dei Pasdaran».
Operazione Gattopardo. Cambia tutto perché nulla cambi.
«Esattamente. Si rimuove semplicemente una parte o tutto dell’aspetto della teocrazia, ma si lascia il Paese praticamente in mano a una nuova aristocrazia militare. Una soluzione “all’egiziana” o “alla pakistana”. In un certo qual modo, si lascia ciò che c’era e si toglie semplicemente il vertice. Del resto questo sembra quanto avvenuto in Venezuela»
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