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Nuovo ok (non definitivo) all’«aiuto attivo a morire». E spunta un emendamento contro chi osa fare propaganda per la vita
L’altro ieri il presidente francese Emmanuel Macron ha commemorato il triste anniversario dell’invasione russa in Ucraina, iniziata il 24 febbraio 2022, e la scia di morte che l’ha accompagnata. Eppure, meno di ventiquattro ore dopo, l’assemblea nazionale è stata nuovamente chiamata a decidere se sdoganare o meno «l’aiuto attivo a morire». Una promessa di campagna dello stesso Macron. Il voto non era definitivo eppure ha mostrato come sia facile far saltare i cosiddetti «freni» alle derive della morte assistita, ma anche ignorare le allerte lanciate da alcune delle stesse istituzioni francesi. Il verdetto è arrivato a fine pomeriggio: 299 voti a favore e 226 contro. Poco prima, l’assemblea nazionale aveva approvato all’unanimità un progetto di legge parallelo, dedicato alle cure palliative.
Il voto sul progetto di legge che potrebbe aprire le porte alla morte assistita ha confermato la spaccatura netta che attraversa il parlamento francese. Basti pensare che, lo scorso 28 gennaio, il Senato di Parigi aveva respinto a maggioranza, 181 voti contro, 122 a favore, lo stesso progetto di legge. Il segnale dato dalla Camera alta, dove la destra de Les Républicains (Lr) è maggioritaria, era chiaro. Lo aveva sintetizzato bene una senatrice Lr, Christine Bonfanti-Dossat «con tutto quello che succede in questo momento, la morte può attendere». E invece no.
E così, tra i primi emendamenti approvati ieri ce n’era uno che ha introdotto un nuovo reato: quello dell’«impedimento o tentativo di impedimento della pratica o dell’accesso all’informazione sul suicidio assistito», in particolare attraverso «la diffusione» di «affermazioni» che potrebbero «indurre intenzionalmente in errore». I trasgressori rischiano due anni di carcere e una multa da 30.000 euro. In parallelo è stato approvato un emendamento quasi speculare, che prevede una pena di 1 anno di carcere e una multa di 15.000 euro per «l’esercizio di pressioni su una persona affinché ricorra al suicidio assistito». Appare chiara la volontà del legislatore di punire meno severamente coloro che spingessero qualcuno a ricorrere al suicidio assistito, rispetto a chi invitasse a riflettere sull’opportunità di ricorrere alla «dolce morte». Meno chiari sono invece i limiti entro i quali la critica all’aiuto attivo a morire rientri nel perimetro del diritto alla libertà di espressione e di opinione. Tra gli altri emendamenti approvati ieri, uno prevede che l’auto somministrazione della sostanza letale, sia la regola, mentre l’intervento di un terzo l’eccezione. Un altro, proposto dal governo, esclude invece che «la sola sofferenza psicologica» consenta il ricorso all’aiuto a morire.
Per Eric Martineau, deputato del partito centrista alleato dei macronisti, «l’aiuto a morire deve rimanere un’eccezione». Parole pronunciate ieri, ma che ricordano tanto quelle proferite nello stesso emiciclo, nel novembre del 1974, da Simone Veil quando di discuteva sulla legalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza: «L’aborto deve restare l’eccezione». Le cose sono andate diversamente. I dati più recenti del ministero della Salute francese, hanno rivelato che, nel 2024, al di là delle Alpi, sono stati praticati 251.270 aborti. Si tratta del numero più alto da 30 anni a questa parte. Inoltre, per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, nel 2025 le nascite sono state inferiori ai decessi. Eppure, l’anno prima, Macron aveva fatto aggiungere alla Costituzione francese, la libertà di abortire.
Sempre ieri, Vincent Trébuchet, deputato dell’Udr partito alleato a quello di Marine Le Pen, ha dichiarato su Le Figaro Tv che «tutti gli emendamenti di buon senso sono stati respinti» dai promotori della legge che rischia di essere una delle più permissive al mondo. Va detto che i partiti francesi avevano lasciato libertà di coscienza ai parlamentari. Così sono nate delle insolite convergenze, come quella contro la legge sull’aiuto a morire, tra il Fronte di sinistra anti-abilista e il collettivo di persone malate, Les Eligibles (cioè «gli ammissibili» alla dolce morte)
Anche se pesante, il voto di ieri all’Assemblea nazionale non ha trasformato in legge il progetto. In effetti servirà ancora una nuova lettura al Senato. In seguito, è molto probabile che il progetto di legge venga esaminato da un commissione mista paritaria, composta da deputati e senatori a cui. Per finire ci sarà ancora una navetta tra le Camere.
Come visto ieri, il parlamento e la società francesi sono spaccate sul tema della fine vita e non lo considerano urgente. Eppure, nel Paese che per ancora un annetto sarà guidato da Macron, sembra che si voglia favorire la morte a tutti i costi.
Sarebbe davvero triste se, alla fine del suo secondo quinquennio all’Eliseo, si constatasse che la smania per la dolce morte sia stato l’unico modo a disposizione di Macron per far dimenticare i suoi scarsi successi in ambito nazionale e internazionale.
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(Guardia di Finanza)
I finanzieri del Comando Provinciale di Roma hanno dato esecuzione a un’ordinanza applicativa di misura interdittiva nei confronti di un funzionario in servizio al Tribunale di Velletri, sorpreso a retribuire in contanti un collaboratore con denaro pubblico.
Il provvedimento scaturisce da un’attività investigativa condotta dalle Fiamme Gialle della Compagnia di Velletri, sotto il coordinamento della Procura della Repubblica, che ha consentito di accertare irregolarità nella gestione delle entrate dell’Ufficio Notifiche, Esecuzioni e Protesti (UNEP).
In particolare, il dirigente avrebbe gestito in modo non conforme le somme versate dagli utenti, privilegiando la riscossione in contanti e omettendo l’adozione dei sistemi di pagamento tracciabili previsti, tra cui la piattaforma PagoPA. Tale condotta avrebbe consentito l’accumulo di oltre 72.000 euro, sottratti alle ordinarie procedure contabili.
Secondo quanto emerso, il denaro sarebbe stato utilizzato, per un arco temporale di circa undici anni, anche per retribuire in modo irregolare un ex dirigente dello stesso ufficio, oggi in quiescenza, che continuava a prestare attività lavorativa occupandosi della contabilità. Il collaboratore disponeva stabilmente di una postazione di lavoro ed era compensato con cadenza regolare, anche in periodi di assenza.
Le somme, custodite nella cassaforte nella disponibilità dell’indagato, sarebbero state inoltre impiegate per spese personali, tra cui il pagamento di una cena natalizia per il personale dell’ufficio, per un importo di circa 800 euro.
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Roberto Cingolani (Imagoeconomica)
Nel 2025 ricavi in crescita dell’11% e margine lordo a +15%. Più vicino l’accordo per una joint venture sugli aerei. L’ad Roberto Cingolani: il «cervello» dell’operazione resta in Italia.
Il dividendo prima di tutto. Perché ad accendere d’amore Piazza Affari non sono tanto dichiarazioni strategiche quanto il bonifico. Roberto Cingolani, amministratore delegato di Leonardo, presentando i conti annuncia agli analisti: «Vogliamo che Leonardo sia sempre attraente per i nostri investitori. Quest’anno aumenteremo ulteriormente il dividendo». L’incremento sarà del 20% in linea con l’utile netto.
Il gruppo archivia il 2025 con ricavi in crescita dell’11% a 19,5 miliardi, ordini a 23,8 miliardi (+13,5%) e un margine lordo a 1,752 miliardi (+14,9%), sopra le attese. Anche la finanza migliora sensibilmente, con una generazione di cassa in aumento del 22,4%. Ma il dato che fa sorridere gli analisti è la cura dimagrante del debito: -44%, sceso a 1 miliardo, grazie anche all’incasso della cessione delle attività subacquee a Fincantieri. «Abbiamo raggiunto tutti i risultati che avevamo in mente, leggermente meglio delle previsioni», rivendica Cingolani.
Se i conti sorridono, la vera partita strategica si gioca nella divisione degli aerei dopo le difficoltà incontrate dal contratto con Boeing. Leonardo è in trattativa esclusiva fino a giugno con un partner internazionale per creare una joint venture paritetica con l’ambizione dichiarata di collocarsi tra i primi tre operatori mondiali del settore. «Il nostro piano autonomo è stato valutato molto positivamente», spiega l’ad, aggiungendo che il «cervello» dell’operazione, assicura, resterà in Italia. Il futuro, però, non ha pilota a bordo. Ad aprile, infatti, partirà la produzione dei primi droni nello stabilimento di Ronchi dei Legionari, in collaborazione con Baykar, uno dei protagonisti emergenti della tecnologia dei velivoli guidati a distanza. È un passaggio chiave: Leonardo entra con decisione in un segmento dove la domanda cresce a doppia cifra. Sullo sfondo c’è il closing per del settore difesa di Iveco, tassello ulteriore nel rafforzamento della componente terrestre della difesa. Sul fronte internazionale, l’attenzione è tutta puntata sul Regno Unito. Da Londra è attesa una maxi-commessa per elicotteri destinata allo stabilimento di Yeovil, con un valore stimato attorno a 1 miliardo di sterline.
Nonostante i conti in crescita, il titolo ha chiuso la giornata in calo del 3,79% a 56,92 euro. Fenomeno noto: quando le aspettative volano più dei caccia, anche risultati solidi rischiano di sembrare ordinari. La Borsa, come certi parenti, non si stupisce più di nulla. Poi c’è l’addio che somiglia a un arrivederci. «Questo è l’ultimo trimestre che facciamo insieme. Ci rivedremo solo il 12 marzo per l’aggiornamento del Piano industriale» ha detto Cingolani aprendo la call. Il mandato scade in primavera, anche se i rumors danno per certa la conferma.
Un commiato che suona più come una pausa tecnica che come un cambio della guardi. A chiudere l’anno non è un contratto, ma un gesto simbolico. Nella sede di Piazza Montegrappa a Roma è stata intitolata la Sala del consiglio di amministrazione a Pier Francesco Guarguaglini, figura chiave nella trasformazione del gruppo in campione globale dell’aerospazio e difesa. Un passaggio di testimone ideale: dalla stagione della costruzione industriale a quella della competizione tecnologica globale. Con dividendi più ricchi, debito alleggerito, droni in rampa di lancio e alleanze internazionali in costruzione, Leonardo prova così a tenere insieme memoria e futuro.
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Alessio Butti (Ansa)
Il sottosegretario all’Innovazione tecnologica: «A livello europeo abbiamo promosso limiti e sanzioni contro il Far West. In Italia un Osservatorio dedicato e 1 miliardo per gli investimenti di startup e pmi».
Sottosegretario Butti, di rivoluzioni sociali ed economiche legate all’innovazione tecnologica ne abbiamo vissute tante. Da quella industriale con la meccanizzazione dei processi, a Internet con la globalizzazione delle conoscenze, ma con l’Intelligenza artificiale la sensazione è di trovarci davanti a qualcosa di diverso, di più profondo, veloce. È così?
«Sì, perché questa volta non stiamo solo automatizzando una macchina o un processo fisico, ma una parte dei compiti cognitivi, cioè attività di analisi, scrittura, pianificazione, assistenza decisionale. Questo rende la trasformazione più trasversale e più veloce e con un impatto su imprese, pubbliche amministrazioni, sanità, lavoro e informazione. Per questo abbiamo deciso subito di non subire l’Ia, ma di governarla con regole, responsabilità e investimenti».
Palazzo Chigi in concreto cosa ha fatto per governare questo processo?
«Abbiamo lavorato su due piani. Il primo è europeo e, diciamolo subito, l’Ai Act è una legge, non una lista di buone intenzioni. In quella fase negoziale l’Italia ha sostenuto con forza un’impostazione che non lasciasse la tutela dei cittadini ai codici di condotta dei privati come volevano altri Paesi. Ci devono essere norme, limiti e sanzioni in caso di mancato rispetto degli stessi. Sul piano nazionale abbiamo costruito un quadro coerente con l’Ai Act. E devo dire che la nostra impostazione sta generando interesse in molti Paesi. Una cosa che voglio sottolineare è che abbiamo previsto un aggiornamento biennale della strategia, perché la tecnologia evolve in fretta e dobbiamo avere strumenti in grado di tenere il passo e giocare d’anticipo».
Ci può fare qualche esempio di limiti imposti?
«Molto semplice: ci sono “linee rosse” che non si attraversano, perché toccano diritti e libertà. L’Ai Act vieta pratiche considerate inaccettabili, come certe forme di manipolazione o sfruttamento delle vulnerabilità, il social scoring, e specifiche applicazioni che portano a sorveglianza o controllo sociale incompatibili con i valori europei. Insomma, per gli usi “ad alto rischio” prevediamo requisiti stringenti su gestione del rischio, qualità dei dati e supervisione umana».
E sui deepfake?
«Se un contenuto è generato o manipolato dall’Ia, il cittadino deve poterlo riconoscere. Se ne sta occupando anche l’Ue. Grazie alla nostra legge sull’Ia, in Italia diffondere un deepfake realistico senza consenso e con danno alla persona è diventato un reato punito con la reclusione fino a 5 anni. È una delle norme più incisive in Europa su questo tema».
Certo, l’Ia può portare anche enormi vantaggi, come la state sfruttando?
«Come dice giustamente, i vantaggi sono enormi in diversi ambiti. L’Ia ha una capacità incredibile, quando ben guidata dall’uomo, di ridurre tempi, errori e sprechi, aiutare chi lavora a fare meglio e più in fretta, migliorare servizi pubblici e competitività. In sanità, ad esempio, stiamo sperimentando l’Ia su problemi molto concreti come le liste d’attesa: con il progetto Reg4Ia investiamo 20 milioni su analisi dei dati, previsione della domanda e gestione più efficiente delle agende delle strutture sanitarie. È solo un esempio, ma qualsiasi campo, dalla difesa all’industria, può trarre vantaggio dall’Ia. Tutto sta nel saperla governare e indirizzare».
Veniamo al tema lavoro: il report di Citrini Research ha spaventato i mercati, soprattutto consegne a domicilio, pagamenti e real estate sono a rischio. Ci può dire che fine faranno gli agenti immobiliari?
«Prima di tutto: un report di quel tipo è uno stress test che non possiamo prendere come una profezia. Insieme agli esperti del Dipartimento che dirigo, leggiamo con attenzione tutti gli studi e ce ne sono di ogni tipo, da quelli che danno una visione idilliaca a quelli da futuro distopico. L’Ia avrà maggiore impatto nelle attività ripetitive e standardizzabili. Per questo certe mansioni di back office e comparazione in ambito immobiliare o servizi finanziari possono cambiare rapidamente. Al contrario, reggono meglio i lavori dove contano responsabilità, relazione, negoziazione complessa, presenza sul territorio. Ma qui l’idea di fondo è che nella maggior parte dei casi non vedremo sparire un mestiere, ma cambiare il contenuto del lavoro. In questo senso, vince chi integra l’Ia, non chi la subisce».
In concreto cosa state facendo per prevenire un’impennata della disoccupazione?
«Stiamo agendo su diverse leve, tutte molto pratiche. La prima è evitare che l’adozione non diventi un Far West. Nella legge italiana è previsto un Osservatorio sull’adozione di sistemi di Ia nel mondo del lavoro e il ministro Calderone ha pubblicato pochi giorni fa il primo documento sul tema. Lavoriamo anche per far crescere la domanda di nuove competenze: serve formazione continua e riqualificazione, perché dobbiamo accompagnare lo spostamento del mondo del lavoro, non rincorrerlo. Abbiamo anche previsto un programma di investimento a favore di startup e pmi da 1 miliardo, per far nascere lavoro nuovo dove l’innovazione produce valore».
Nasceranno anche nuove professioni per gestire l’Ia?
«Certo. Saranno fondamentali le professioni legate al controllo dell’Ia, alla sua governance, gestione dei rischi, qualità dei dati e compliance. Il timbro umano resta la nostra garanzia per il futuro».
Rischiamo un circolo vizioso che comprime i consumi e distrugge la classe media? Rischiamo l’autodistruzione del sistema?
«Il rischio esiste, ma non condivido la visione catastrofista. Lo evitiamo se continuiamo a gestire e governare questa tecnologia come stiamo facendo e ci impegniamo nella formazione dei lavoratori. Rimanere indietro non è più un’opzione. Chi non investe in competenze, formazione e innovazione rischia di vedere intere categorie professionali sostituite o marginalizzate, con un aumento drammatico della disoccupazione tecnologica. Non adottare l’Ia oggi significa subire l’Ia domani».
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