Stampa francese sul bombardamento austriaco di Venezia con palloni senza pilota (Getty Images)
Gli Austriaci sperimentarono il bombardamento aereo durante l'assedio alla morente Repubblica di Daniele Manin, usando aerostati senza pilota e armati di esplosivo temporizzato.
Il quadro storico è quello dell’assedio austriaco alla città di Venezia, durante la prima guerra d’Indipendenza. Gli austriaci di Radetzky, dopo aver occupato le città dell’entroterra veneto, cingevano d’assedio la Repubblica di San Marco in quei mesi governata da Daniele Manin dopo la rivolta che cacciò temporaneamente gli stessi asburgici. Verso la tarda primavera del 1849, gli austriaci avevano espugnato una delle strutture difensive più importanti della città, il Forte Marghera.
A Treviso, centro logistico militare austriaco da cui passavano le armi per l’assedio di Venezia, fu preparato un esperimento senza precedenti nella storia militare. Il generale dell’artiglieria Franz von Ucathius, militare ed inventore poliedrico (costruì uno dei primi proiettori di immagini in movimento e sperimentò l’autofrettaggio sulle bocche da fuoco) aveva studiato la prima forma di bombardamento aereo al mondo tramite piccoli aerostati senza pilota. Un primo progetto prevedeva l’uso di un pallone-guida dotato di vela per la direzione con equipaggio a bordo. A quest’ultimo sarebbero stati vincolati altri piccoli palloni tramite cavi di rame a loro volta collegati ad una batteria galvanica. Giunti sull’obiettivo, gli aerostati avrebbero sganciato il carico esplosivo tramite un impulso elettrico proveniente dall’aerostato madre.
Dalla base austriaca nel trevigiano, nella primavera dell’assedio, furono svolti i primi esperimenti e i veneziani notarono alcuni aerostati in volo e gli scoppi delle cariche rilasciate. Il fenomeno allarmò i comandi della Repubblica di San Marco che cercarono di studiare un sistema di difesa per quell’arma inedita. Fu la nascita di un primo, sperimentale, sistema di difesa aerea delle città. Il maggiore friulano Leonardo Andervolti, ufficiale del genio al servizio di Manin, portò l’idea di utilizzare un «razzo Congreve», usato dagli inglesi già nel 1811. Si trattava di un tubo riempito di polvere da sparo al quale Andervolti intendeva fissare un arpione legato ad una fune, che avrebbe permesso di agganciare il pallone esplosivo degli austriaci mentre sorvolava la città. Un’idea ancora più originale venne dall’ingegnere milanese Giovanni Battista Piatti. Un pallone ancorato ad una nave, che garantiva agili spostamenti corretti, avrebbe dovuto intercettare gli aerostati nemici e, una volta raggiunti, lanciare un arpione che avrebbe vincolato il pallone esplosivo all’aerostato di difesa. A sua volta richiamato dalla nave madre, il personale avrebbe neutralizzato la carica esplosiva.
Von Ucathius venne a conoscere le contromosse veneziane, senza però desistere dal suo esperimento. Abbandonata l’idea dei palloni portati dall’aerostato madre, mise da parte anche il sistema di sgancio elettrico tramite funi di rame. Fece allora costruire a Treviso palloni più piccoli con l’involucro in carta cerata, simile a quello delle lanterne cinesi. Il sistema di sgancio e detonazione sarebbe stato garantito da una miccia temporizzata, regolata per un volo intorno ai 35 minuti. Senza giuda, i palloni avrebbero dovuto compiere un volo libero calcolato secondo stime metereologiche dopo il decollo da una nave.
Il primo lancio sperimentale avvenne il 7 luglio 1849 durante uno degli assalti austriaci al ponte ferroviario che collegava Mestre a Venezia, condotto di notte dagli uomini di Radetzky anche con barchini esplosivi. Fu in quell’occasione lanciato un solo pallone, decollato da Campalto, che fu probabilmente utilizzato per calcolare la traiettoria per futuri attacchi dal cielo. I veneziani videro nuovamente gli aerostati nemici il 12 ed il 18 luglio, senza che questi recassero danni alla città cinta d’assedio.
Il 25 luglio 1849 fu lanciato il primo vero bombardamento dal cielo, con decine di palloni esplosivi lanciati dalla nave della Marina imperiale «Vulcano», ancorata nei pressi del Lido, che può considerarsi la prima portaerei della storia. Le cronache raccontano del sostanziale fallimento di quei primissimi droni. Il primo pallone scese troppo presto e scoppiò tra la vegetazione a poca distanza dal Lido, altri furono deviati dal vento in direzione opposta alla città. Altri ancora la sorvolarono senza esplodere, dirigendosi in alcuni casi verso le linee austriache a Marghera e Campalto. Le cronache divergono anche sugli effetti del bombardamento: molti cronisti dell’epoca, tra cui Niccolò Tommaseo, affermano che la città non fu danneggiata e che il volo dei palloni costituisse un divertente spettacolo per i veneziani. Altri invece hanno affermato che la nuova arma avesse prodotto un senso di angoscia nella popolazione già provata dall’assedio e che uno dei palloni fosse esploso in Piazza San Marco (ma non vi sono prove certe). Il 29 luglio gli austriaci scelsero di tornare alle armi tradizionali con un violentissimo bombardamento di artiglieria. Complice il colera che colpì Venezia, di fronte alla popolazione stremata dal morbo e dall’assedio, Daniele Manin si arrese agli austriaci il 22 agosto 1849. E sul ponte della ferrovia sventolò la famigerata «bandiera bianca».
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Michele Emiliano e Antonio Decaro (Ansa)
La mossa del presidente consentirebbe al Csm di concedere il placet al maxi incarico del magistrato come consulente. Con uno stipendio da 130.000 euro pagato dai pugliesi.
Quando c’è da fornire un aiutino a un magistrato, il Csm non si tira indietro. Certo, ha respinto due volte la richiesta avanzata dalla giunta della Regione Puglia di autorizzare il collocamento dell’ex governatore, Michele Emiliano, come consigliere legislativo per lo «studio e la ricerca», però lasciando aperta una terza soluzione.
Se il nuovo presidente, Antonio Decaro, accetta di far pagare ai pugliesi non solo un incarico da 130.000 euro l’anno ma anche i contributi previdenziali, la terza commissione del Consiglio superiore della magistratura darebbe il via libera all’incarico per Emiliano. L’ex governatore non vuole saperne di tornare a fare il pm, professione da lui esercitata fino al 2003 quando era diventato sindaco di Bari, carica ricoperta fino al 2014. Nel frattempo era stato segretario regionale del Pd, assessore comunale a San Severo e due volte presidente di Regione.
Per l’esattezza, sarebbe anche rientrato nei ranghi ma solo alla settima professionalità, la maggiore, come se avesse continuato ad amministrare giustizia in tribunale. «Ogni lavoratore, quando torna, chiede la ricostruzione della carriera ed è stata cosa accaduta ad altri magistrati che sono rientrati», era stata la sua giustificazione. Lo scorso dicembre aveva cambiato idea: «Non torno a fare il magistrato, anche per non mettere in imbarazzo tutti quanti, sarei una specie di orso al luna park. Io tutta quest’ansia di ricominciare a lavorare non ce l’ho», disse alla trasmissione di Radio 1, Un giorno da pecora.
C’era, però, il nodo del suo collocamento fuori ruolo dalla magistratura, considerato che Decaro in giunta non lo voleva malgrado l’impegno di Elly Schlein di offrire a Emiliano l’incarico di assessore in cambio della sua rinuncia a candidarsi Regione. Come occupare l’ex presidente, che potrebbe andare in pensione il prossimo luglio al compimento dei 67 anni, in attesa delle politiche del 2027, quando punta a entrare in Parlamento?
Il ruolo di consigliere giuridico di Decaro sembrava la soluzione ritagliata su misura per l’ex governatore-sceriffo. Una figura pensata proprio per consentire l’ingresso di Emiliano come supporto tecnico, mantenendogli una posizione centrale nelle decisioni sul suo territorio.
La Regione Puglia aveva presentato la prima richiesta di autorizzazione a gennaio, respinta dal Csm in quanto, sostanzialmente, inadeguata. La legge Severino dice che quel tipo di incarico tecnico può essere affidato a un magistrato solo se questi si mette alle dipendenze di altra amministrazione e, in ogni caso, l’incarico «fuori ruolo» prospettato per Emiliano non veniva accettato perché una consulenza politica regionale non era funzionale all’attività giudiziaria futura del magistrato, né rispondeva all’interesse dell’amministrazione giudiziaria.
Non solo, dopo la riforma Cartabia il tetto complessivo per i magistrati collocabili fuori ruolo è fissato a 180 unità per l’area ordinaria, con ulteriori limiti basati sul tipo di incarico e sull’ente di destinazione. E per un numero ridotto di posti (40) può trattarsi di collocamenti presso enti diversi da ministeri e organi costituzionali. Da Palazzo dei Marescialli era partita la richiesta di riscrivere l’istanza, rispedita ancora una volta al mittente in quanto, come nuova ipotesi, prevedeva di mettere in aspettativa retribuita l’ex governatore, garantendo il pagamento della consulenza ma non degli oneri previdenziali fondamentali ai fini pensionistici. Rigettata per incompatibilità normativa, perché il ruolo disegnato per Emiliano «non rientra in alcuno dei casi previsti dalla legge, che include anche i consiglieri giuridici ma quelli inseriti in “organi di rilevanza costituzionale”, quindi governo, Parlamento o omologhi», secondo quanto racconta Repubblica.
Se lo Stato non paga i contributi, nessun problema: ci pensa la Regione Puglia a sistemare il suo ex governatore, assumendosi anche quell’onere. Sarebbe questo, infatti, il piano ultimo che si sta predisponendo per ottenere il beneplacito del Csm. I giudici che hanno aspettato l’esito del referendum per negare l’aspettativa a Emiliano, forse per non mostrarsi troppo permissivi con il collega, non avrebbero nulla da obiettare se a sobbarcarsi del collocamento pro tempore di Emiliano fosse la Regione, ovvero i cittadini pugliesi. Con un disavanzo 2025 della sanità locale calcolato in 369 milioni di euro (quasi il triplo del deficit dell’anno precedente). Con richieste di interventi quali chiusure o accorpamenti di reparti o di interi ospedali, razionalizzazione della spesa farmaceutica e altre economie di cui doveva farsi carico la precedente amministrazione: «La Puglia è ancora in piano di rientro e, dopo anni di governo regionale di centrosinistra, non ha mai messo in campo una strategia credibile per uscirne. La verità è che non si possono chiedere sempre più risorse senza assumersi la responsabilità dei risultati», tuonava due giorni fa il gruppo regionale di Fratelli d’Italia.
Con l’ipotesi di aumentare l’addizionale Irpef per raggiungere l’obiettivo dell’equilibrio contabile, confermata dal presidente Decaro, si trovano i soldi per dare una poltrona all’ex presidente di Regione garantendogli pure i contributi perché arrivi alla pensione senza preoccupazioni di sorta.
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La strategia di Trump in Medio Oriente vacilla, Netanyahu insegue una vittoria che non arriva e l'Europa risponde alla crisi con l'austerity. Maurizio Belpietro analizza il caos geopolitico del 2026: rincari energetici, la prospettiva di un disimpegno Usa dalla Nato e Bruxelles che dà istruzioni per risparmiare gasolio. Intanto, all'orizzonte, spunta l'ombra di un Giuseppe Conte pronto a tutto pur di tornare a Palazzo Chigi.
Ursula von der Leyen (Ansa)
Uno studio della Commissione riconosce che la transizione energetica incide sui conti pubblici dell’Unione. Soluzione? Tagliare risorse al sociale (scuola, pensioni, sanità, infrastrutture) e chiedere ai cittadini nuovi esborsi per finanziare la rivoluzione verde.
Con un tempismo tra il disastroso e il provocatorio, nel pieno della seconda grave crisi energetica in quattro anni, ecco arrivare il rapporto della Commissione europea sulla sostenibilità finanziaria del Green deal. Il 27 marzo scorso la Direzione generale per l’azione climatica della Commissione europea, infatti, ha pubblicato un corposo studio intitolato Impatto della transizione climatica sulle finanze pubbliche.
Duecento pagine dense di modelli econometrici, scenari e proiezioni, assemblate da un consorzio di centri di ricerca pagati dalla Commissione, per dimostrare una tesi già scritta in partenza, ovvero che la transizione verde è finanziariamente sostenibile. Cioè i governi possono attuare questo cambiamento senza far esplodere il debito pubblico. Evviva.
Del resto, quando si chiede all’oste se il vino è buono non ci si può aspettare una risposta diversa. Lo studio, però, non può evitare di riconoscere che la transizione è sostenibile perché c’è qualcuno che la paga: i cittadini.
Il rapporto utilizza due grandi modelli macroeconomici, E3ME e GEM-E3, per stimare gli impatti della politica climatica europea sulle finanze pubbliche dei 27 Stati membri fino al 2050. Il punto di partenza è la constatazione che la transizione produrrà effetti profondi su entrate e uscite pubbliche. Infatti, da un lato essa ridurrà progressivamente le entrate fiscali legate ai combustibili fossili (accise su carburanti, gas, carbone), dall’altro richiederà ingente spesa pubblica in sussidi alle energie rinnovabili, incentivi per i veicoli elettrici e sostegno alle famiglie nelle fasce di reddito più basse.
I due modelli economici usati dallo studio giungono a conclusioni diverse, e questa divergenza è rivelatrice.
Nel modello E3ME, di impostazione per così dire keynesiana, la transizione verde genera un effetto di stimolo sulla crescita economica. Secondo le ipotesi, gli investimenti verdi trainano il Pil, le entrate fiscali aumentano e i governi si ritrovano perfino con dei surplus da redistribuire alle famiglie. Una pacchia. Peccato che questa conclusione ottimistica dipenda interamente da un’ipotesi di partenza molto discutibile, ovvero che gli investimenti verdi abbiano un moltiplicatore keynesiano positivo. Lo studio ipotizza cioè che ogni euro speso in pale eoliche e pompe di calore generi più di 1 euro di crescita economica complessiva. Un’ipotesi tutta da dimostrare.
Nel modello GEM-E3, di impostazione più restrittiva sulla spesa pubblica, lo scenario è opposto. Gli investimenti nelle tecnologie a basse emissioni spiazzano altri investimenti produttivi, i costi di produzione aumentano, il Pil scende e gli Stati sono costretti ad alzare le tasse per mantenere stabile il rapporto debito/Pil.
Quindi, se il modello keynesiano ha ragione, niente tasse aggiuntive. Se ha torto, le tasse aumentano eccome. Lo studio presenta questa alternativa come una questione tecnica tra economisti, ma in realtà è una scommessa politica fatta con i soldi dei contribuenti.
Lo studio però vincola esplicitamente i propri scenari al mantenimento di rapporti debito/Pil «stabili e compatibili con il percorso di riferimento». Quindi i modelli sono calibrati affinché i conti tornino, non per verificare se i conti tornano davvero. È proprio questo a viziare tutto lo studio, che vuole dimostrare la sostenibilità finanziaria non ottenendola come esito ma imponendola come input iniziale.
Ora, ogni euro di spesa pubblica orientato verso la transizione Green è 1 euro sottratto ad altre voci di bilancio. Infatti, nel modello GEM-E3 dello studio, per mantenere la neutralità di bilancio nella fase più intensa della transizione (2035-2045), i governi europei dovrebbero raccogliere tra 68 e 148 miliardi di euro aggiuntivi l’anno attraverso aumenti di tasse indirette.
La transizione verde non avviene nel vuoto, ma in economie dove la spesa per le pensioni pesa il 12-15% del Pil nell’Europa continentale, la sanità pubblica è sotto pressione, le infrastrutture (strade, scuole, ospedali) accumulano ritardi decennali.
Quando lo studio prevede che i governi dovranno aumentare le entrate per finanziare la transizione «mantenendo costante il rapporto debito/Pil», dunque, sta dicendo che queste risorse dovranno provenire da qualche parte. O da nuove tasse, con effetti regressivi documentati, o da tagli ad altre voci. Pensioni più basse, meno investimenti in infrastrutture, meno spesa sanitaria, a scelta.
Né lo studio considera il costo opportunità di queste scelte. Un euro investito in transizione Green è 1 euro non investito in ricerca e sviluppo, nella scuola, in strade, porti, ponti, edilizia pubblica. Non è detto che la destinazione «verde» sia sempre la più produttiva in termini di crescita a lungo termine. Anzi, lo stesso modello GEM-E3 nello studio suggerisce il contrario, poiché nella simulazione certi investimenti verdi hanno rendimenti inferiori rispetto agli investimenti che sostituiscono.
Lo studio dimostra che la transizione può avvenire senza far esplodere il debito, a condizione di aumentare le tasse o tagliare i trasferimenti da qualche parte. Ci volevano duecento pagine per dirci questo?
Dopo vent’anni di politiche Green inefficaci (la dipendenza estera dell’Eurozona per l’energia resta sopra il 60% dal 2005), siamo ancora qui, con il Green deal che impone scelte politiche prese al di sopra del livello politico democratico, cioè quello nazionale. Lo spiegò anche Mario Monti anni fa, quando disse che l’Unione europea serve a prendere decisioni «al di fuori del processo elettorale».
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