Donald Trump (Ansa)
Trump, su pressing di Netanyahu, avrebbe chiesto aiuto ai peshmerga per destituire il regime khomeinista. Si punta a decentralizzare il potere. Ma l’eventuale alleanza potrebbe scatenare l’intervento della Turchia.
«L’Iran è finito», ha dichiarato ieri il capo del Pentagono, Pete Hegseth, assicurando che gli Usa stanno vincendo» e che, entro una settimana, avranno, assieme a Israele, il «controllo completo dei cieli iraniani».
«L’Iran è finito», ha dichiarato ieri il capo del Pentagono, Pete Hegseth, assicurando che gli Usa stanno vincendo» e che, entro una settimana, avranno, assieme a Israele, il «controllo completo dei cieli iraniani». Centcom, dal canto suo, ha annunciato di aver affondato oltre 20 navi nemiche. Se dal punto di vista militare Washington continua a fare progressi, risultano invece al momento meno chiare le sue intenzioni sotto il profilo politico. Inizialmente, sembrava che Donald Trump propendesse per una soluzione venezuelana: decapitare, cioè, il regime khomeinista, per poi scegliere come interlocutore un esponente, adeguatamente addomesticato, del vecchio sistema di potere. Non a caso, domenica, il presidente americano si era detto pronto a «parlare» con l’attuale leadership iraniana. La situazione è mutata martedì, quando Trump ha detto che era «troppo tardi» per il dialogo.
Non solo. Nel medesimo giorno, il presidente ha ammesso che tutte le figure a cui aveva pensato per il post Khamenei erano ormai morte. Nelle stesse ore, il Wall Street Journal riferiva che Trump era «aperto a sostenere gruppi in Iran disposti a imbracciare le armi per rovesciare il regime». In quest’ottica, secondo Axios, il presidente, su pressione di Benjamin Netanyahu, avrebbe parlato al telefono con i leader curdi dell’Iraq dell’offensiva contro la Repubblica islamica. Tutto questo, mentre, ieri, la Cnn riferiva che la Cia starebbe lavorando per armare le forze curde con l’obiettivo di scatenare una rivolta contro il regime khomeinista. La testata ha anche rivelato che «nei prossimi giorni le forze di opposizione curde iraniane dovrebbero prendere parte a un’operazione di terra nell’Iran occidentale».
Tutto questo induce ad avanzare un’ipotesi. E cioè che il premier israeliano stia cercando di evitare una soluzione venezuelana. In altre parole, è verosimile ipotizzare che, continuando a decapitare le alte sfere del regime khomeinista e spingendo a favore dell’opzione curda, Netanyahu punti a un riassetto dell’Iran in senso federale o, al limite, addirittura separatista. È quindi possibile ritenere che Trump, davanti alla progressiva eliminazione fisica della leadership di Teheran, abbia alla fine, per quanto forse obtorto collo, acconsentito a questa soluzione. Del resto, anche in Siria, dopo la caduta di Assad, Netanyahu si era battuto per realizzare un assetto decentralizzato del Paese. Una linea che non fu tuttavia accolta da Trump, che preferì benedire il governo filoturco di Ahmed al-Sharaa, tendendo così la mano a Recep Tayyip Erdogan.
Ora, se il premier israeliano stesse oggi realmente puntando sulla decentralizzazione, ciò potrebbe incontrare la resistenza di una parte dell’opposizione iraniana al regime khomeinista, preoccupata per l’integrità territoriale del Paese. A febbraio, alcuni gruppi curdi, tra cui il Pjak, avevano creato la Coalizione delle Forze politiche del Kurdistan iraniano, dichiarando di voler «lottare per il rovesciamento della Repubblica islamica dell’Iran, per realizzare il diritto all’autodeterminazione del popolo curdo e per istituire un’entità nazionale e democratica basata sulla volontà politica della nazione curda nel Kurdistan iraniano». Un programma, questo, che aveva irritato il principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi. «L’integrità territoriale dell’Iran è la linea rossa definitiva», aveva tuonato. Guarda caso, l’altro ieri, Pahlavi ha pubblicato un tweet in cui si impegnava a tutelare le minoranze iraniane. Questo vuol dire che probabilmente il principe teme che Gerusalemme e Washington si stiano orientando verso una soluzione autonomista: soluzione che il diretto interessato considera foriera di rischi separatisti.
Tuttavia, Trump, che domani incontrerà le aziende della Difesa per discutere dell’aumento della produzione di armamenti, è tornato a esprimere scetticismo su un eventuale ruolo politico del figlio dello scià. Il fatto stesso che la Cia starebbe considerando di armare i curdi induce a pensare che il presidente si sia allineato con i desiderata di Netanyahu. Dall’altra parte, non è però neanche escludibile che sul futuro politico dell’Iran i due leader stiano discutendo (chissà se animatamente) dietro le quinte. Sì, perché, pur parlando spesso di cambio di regime, nessuno dei due ha finora specificato pubblicamente che cosa intenda in concreto con questa espressione. Non è inoltre un mistero che, nel corso del 2025, Trump e Netanyahu abbiano talvolta avuto, per quanto a porte chiuse, un rapporto non privo di tensioni. Tra l’altro, secondo Axios, il premier israeliano avrebbe chiesto alla Casa Bianca se stia tenendo dei colloqui segreti con gli iraniani: circostanza smentita dagli americani.
Senza dubbio, l’opzione curda garantisce azioni militari di terra che consentirebbero di sradicare il potere dei pasdaran. Dall’altra parte, il rischio è che l’opposizione iraniana si spacchi irreparabilmente. Finora, l’attacco alla Repubblica islamica e le ritorsioni di Teheran contro i Paesi del Golfo hanno permesso a Trump, che parteciperà alla cerimonia per i sei soldati caduti durante la crisi, di ricompattare il mondo arabo in senso anti-iraniano, creando le condizioni per il rilancio degli Accordi di Abramo. Il presidente ha però, al contempo, assoluta necessità di evitare un conflitto generalizzato: l’instabilità prolungata sarebbe infatti esiziale per gli stessi Accordi di Abramo e potrebbe portare a un notevole incremento del costo dell’energia, mettendo in difficoltà Trump sul fronte interno. Inoltre, secondo il National Interest, un rafforzamento del Pjak potrebbe indurre la Turchia a invadere l’Iran. Sono quindi numerosi gli elementi che Trump dovrà attentamente valutare per quanto riguarda il futuro assetto politico-istituzionale dell’Iran. Non a caso, ieri, la Casa Bianca ha detto che il presidente sta «considerando attivamente» un possibile ruolo degli Usa nel Paese dopo la guerra, aggiungendo che per ora Washington non ha intenzione di inviare soldati americano sul territorio iraniano.
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Naim Qassem, segretario generale di Hezbollah (Ansa)
Offensiva dell’Idf causa l’evacuazione di migliaia di persone. Beirut allo stremo.
L’esercito israeliano sta portando avanti l’offensiva militare contro Hezbollah nel Libano meridionale e la sua azione ha già provocato l’evacuazione di decine di migliaia di persone da città e villaggi nel Sud del Paese e ha già causato 72 morti. Intanto l’aviazione di Tel Aviv sta continuando a colpire la Capitale Beirut, concentrando gli attacchi nei quartieri e nei sobborghi meridionali, zona controllata da Hezbollah.
I jet israeliani hanno colpito anche il Comfort Hotel al confine tra Hazmieh e Baabda, due abitati dell’area metropolitana di Beirut e un complesso residenziale nell’Est del Libano, mentre la televisione libanese Al Mayadeen ha riportato che un attacco aereo israeliano su Aramoun e Saadiyat, nella zona del Monte Libano, ha ucciso sei persone. L’offensiva di Tel Aviv ha investito anche un edificio di quattro piani nella città di Baalbek, dove quattro persone sono state uccise e sei sono rimaste ferite. Anche il ministero dell’Economia libanese è stato evacuato dopo che residenti di un edificio adiacente hanno ricevuto minacce di bombardamento.
Il portavoce dell’esercito israeliano ha affermato che tutti gli obiettivi sono infrastrutture legate a Hezbollah, mentre è stato emesso un nuovo avviso di evacuazione per 16 villaggi e città in tutto il Libano. Intanto le forze armate israeliane sono entrate nella città di Khiam a circa 6 chilometri dal confine dopo scontri con i miliziani di Hezbollah. Stando a quanto riportato dal sito Lebanon24, non legato al movimento filoiraniano, in un bombardamento nella periferia di Beirut sarebbe rimasto ucciso anche un diplomatico iraniano. Il presidente Joseph Aoun ha chiesto all’ambasciatore statunitense a Beirut di esortare Washington a intervenire su Israele perché fermi gli attacchi sul territorio libanese.
In serata Hezbollah ha parlato per bocca di Naim Qassem, segretario generale del movimento, che ha spiegato la decisione di riprendere il lancio di missili verso Israele. «La nostra pazienza ha dei limiti perché siamo stati gli unici a rispettare gli accordi dopo il cessate il fuoco del 2024. Adesso però dobbiamo compiere il nostro dovere e contrastare l’aggressione israelo-americana. Hanno assassinato il nostro guardiano, il nostro leader, il leader della nazione, l’imam Khamenei, che la sua anima sia santificata, insieme a un gruppo di leader e figli innocenti del popolo iraniano e questo rappresenta il colmo della criminalità». Qassem ha accusato Tel Aviv di cercare un pretesto per attaccare il Libano e occuparlo militarmente. «Usano la scusa deI lancio dei missili per giustificare una guerra aperta. Dio è il nostro aiuto e la vittoria appartiene alla patria, al popolo e alla resistenza. I piani dell’invasione erano già pronti e l’aggressione premeditata da tempo. Vogliono dominare il Libano, ma noi non lo permetteremo mai». Il segretario ha attaccato l’esecutivo di Beirut: «Il governo ha concesso troppo al nemico e ha continuato a strangolare il nostro movimento. Il primo ministro Nawaf Salam si oppone alla nostra resistenza, mentre resta in silenzio sull’occupazione sionista. Questo governo viola il diritto internazionale e per questo i suoi appelli non saranno ascoltati».
Qassem fa riferimento al decreto che vieta tutte le attività militari di Hezbollah, limitando il suo ruolo alla sfera politica. Il premier ha infatti dichiarato illegali tutte le operazioni militari che siano al di fuori della azioni dell’esercito nazionale libanese. «Non siamo tenuti a obbedire a chi non difende il popolo. Se vogliono disarmare l’unica resistenza del Libano sanno bene dove trovarci. Dobbiamo resistere per continuare a esistere. Hezbollah è più forte e unito più che mai e voglio fare un appello al nostro popolo: siate forti e non addoloratevi, vi amiamo e siamo pronti a essere martirizzati per voi».
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Palazzo Balbi a Venezia, sede di Regione Veneto (Ansa)
Sit-in del gruppo Szumski per ottenere ambulatori dedicati ai danneggiati. L’assessore alla Sanità, Gino Gerosa: «Nessuna chiusura ideologica».
Questa mattina avrà luogo un sit-in durante i lavori del Consiglio regionale del Veneto, per sollecitare l’istituzione di ambulatori specialistici regionali dedicati alla presa in carico delle persone che lamentano effetti avversi post vaccinazione anti-Covid-19.
La mozione era stata presentata a gennaio dal gruppo Szumski-Resistere Veneto, con l’obiettivo di ottenere un censimento sistematico dei casi, una valutazione clinica e diagnostica multidisciplinare e perché, una volta verificata la possibile correlazione con il vaccino Covid, ci sia l’accompagnamento terapeutico e riabilitativo delle almeno 1.500 persone che in Veneto ancora soffrono dopo l’inoculo, secondo i dati raccolti dal movimento che fa capo al medico, eletto con 96.474 preferenze alle ultime elezioni regionali.
«L’assessore alla Sanità, Gino Gerosa, in un primo momento aveva promesso di attivarsi, ma poi si è eclissato proprio durante il dibattito in Consiglio regionale lasciando l’assemblea all’improvviso», afferma Riccardo Szumski. Il dottore, già sindaco di Santa Lucia di Piave nel Trevigiano, ricorda che «i vaccini, a tutti gli effetti, sono dei farmaci pertanto hanno anche ricadute collaterali. Come tutti i farmaci vanno controllati. Non è stato fatto prima perché questi vaccini hanno avuto - grazie a una certa politica sconsiderata - una specie di scudo che non ha permesso neppure di fugare i dubbi: cosa totalmente antiscientifica. Ora è il momento di occuparci delle persone che sono state danneggiate dai vaccini. Credo che sia questa la priorità».
In Aula oggi sarà presente anche Andrea Sillo, 47 anni, presidente dell’associazione Persone in cammino, che accoglie come soci i danneggiati da vaccino Covid-19. In sedia a rotella dopo l’inoculazione, gravemente danneggiato da un’unica dose di profarmaco Moderna, era stato trattato da «complottista no-vax» e allontanato durante una delle serate di promozione del libro Perché guariremo dell’ex ministro della Salute Roberto Speranza.
«Interverrò con alcuni danneggiati. Ci muoviamo a fatica, stiamo male ma la nostra testimonianza è importante», ricordava ieri alla Verità l’ex calciatore e saldatore di 47 anni, ridotto ad essere l’ombra di sé stesso «dopo aver fatto il vaccino perché obbligato dal datore di lavoro». Sillo ha sperimentato di persona «l’inutilità» dell’ambulatorio veneto, istituito nell’ambito del Programma regionale Canale Verde attività per la sorveglianza degli eventi avversi ai vaccini.
«Ho passato quattro anni a fare visite, a ottenere referti e certificati di invalidità al cento per cento. Mi volevano far rifare quel calvario di accertamenti, anche invasivi, mentre occorre studiare, capire che cosa sia successo in noi danneggiati e cercare percorsi di cura appropriati». Sillo è rimasto sconcertato da quello che gli è stato detto al centro di sorveglianza della Regione Veneto: «In conclusione il mio sarebbe solo stress, eccessiva preoccupazione per lo stato di salute in cui mi trovo».
La mozione presentata da Szumski-Resistere Veneto impegnava invece la giunta «a definire protocolli clinici regionali uniformi, fondati sulla letteratura scientifica internazionale e soggetti a periodico aggiornamento», proprio perché «nessun cittadino può essere lasciato solo, né costretto a dimostrare in solitudine la legittimità della propria sofferenza».
La proposta di ambulatori in Veneto era stata contestata dalla senatrice di Italia viva, Daniela Sbrollini, che a gennaio bollava l’iniziativa come «una provocazione grave e irresponsabile. Parlare di ambulatori per “curare” presunte reazioni al vaccino Covid significa alimentare paure infondate». Accusato di aver lasciato l’Aula, l’assessore regionale alla Sanità, Gino Gerosa, spiega invece alla Verità che «aveva un altro impegno inderogabile» e dichiara «tutta l’attenzione sua personale sulle problematiche legate alle complicanze da vaccino, in acuto e nel cronico. Nessuna chiusura ideologica né di altro tipo, solo piena disponibilità con approccio scientifico».
Il cardiochirurgo, neo assessore, precisa però che per quanto riguarda la vaccinazione Covid «nel cronico al momento non ci sono sostanzialmente segnalazioni significative in letteratura, e nemmeno da parte del servizio epidemiologico di prevenzione della Regione Veneto». Aggiunge il professore: «Nel momento in cui avessimo percezione e contezza di problematiche croniche conseguenti alla vaccinazione, è chiaro che ci attiviamo immediatamente».
E tutte le persone che dalle campagne vaccinali Covid in emergenza sanitaria si trascinano con patologie e grandi sofferenze? «Dalla direttrice della Prevenzione della Regione Veneto, dottoressa Francesca Russo, mi è stato detto che in questo momento non ci sono segnalazioni così importanti numericamente e per gravità». Gerosa ribadisce l’efficacia della farmacovigilanza, e che ogni paziente viene preso in carico dal servizio sanitario regionale. Ma negli ambulatori richiesti da Szumski, più che la segnalazione di eventi avversi si dovrebbero eseguire studi osservazionali, percorsi di cure.
Davide Lovat, consigliere regionale di Resistere Veneto, dice di non capire «questo muro di gomma» quando «in Sicilia un tribunale del lavoro ha dato ragione a un ricorrente al quale si è paralizzato un braccio e in Liguria si riapre l’indagine sulla morte di Francesca Tuscano» D’altra parte è lo stesso ministro della Salute, Orazio Schillaci, ad aver dimenticato la promessa di istituire una commissione di studio per censire, valutare e gestire le reazioni avverse al vaccino Covid.
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