Hannoun (Ansa)
Ryad Albustanji, estremista di Hamas, elogiava le autorità per il fatto di disinteressarsi di lui.
Ryad Albustanji. Il nome può dire poco. Ma la sua foto, invece, parla chiaro. Si tratta del braccio destro di Hannoun, quel barbuto immortalato con il lanciarazzi Rpg in mano e il ghigno fiero, circondato da un gruppo di jihadisti dell’ala militare di Hamas. Ecco, parliamo di lui. Albustanji – che ora è in carcere, accusato di essere un membro di Hamas, come Hannoun – è stato per anni il vero motore dell’associazione benefica a sostegno del popolo palestinese (Abspp). Possiamo svelarvi che, prima di finire dietro le sbarre, la sua vita è stata costellata di episodi che indicavano già una chiara radicalizzazione. Eppure è sempre rimasto libero. Troppo a lungo. Lo sceicco islamico, tra i viaggi a Gaza con Hannoun e i suoi tour nelle moschee italiane, veniva infatti addirittura idolatrato: non solo dalle comunità islamiche, ma anche dalle istituzioni locali.
Pensate: il primo allarme rosso su di lui risale al lontano 2013. Quell’anno viene invitato come ospite d’onore alla festa di fine Ramadan a Milano, all’Arena civica. Ad accoglierlo all’evento c’era l’allora assessore comunale, Francesco Cappelli. Al tempo si sapeva già che fosse un personaggio estremista che esaltava il martirio dei bambini, ma l’allora sindaco Giuliano Pisapia mise a tacere il nervosismo della Comunità ebraica e delle opposizioni e definì Albustanji un imam «molto bravo», che «ha sempre rispettato la legalità e non ha mai preso posizioni che contraddicano la nostra visione delle cose». Punto e a capo. Il barbuto estremista Albustanji riparte così con la sua vita da star islamica a fianco di Hannoun: continua a girare l’Italia per predicare l’odio verso gli ebrei e raccogliere fondi da destinare ai terroristi. Al tempo non c’era nemmeno bisogno di nascondersi troppo e, infatti, in alcune conferenze dell’Abspp di cui siamo entrati in possesso, si parla apertamente di raccolte di fondi in nome della «jihad» e di milioni di euro consegnati ai martiri e alle loro famiglie. Nel 2014, poi, Albustanji vola a Gaza per giurare fedeltà ai terroristi di Hamas. Viene immortalato in un video di una tv araba mentre parla solennemente davanti ai capi dell’organizzazione. Nel bandino in arabo dell’emittente si legge infatti: «Sermone del venerdì, con la partecipazione del leader Ismail Haniyeh». Albustanji parla al plurale, forse a nome dell’associazione benefica? E dice: «Siamo con voi nella resistenza». «Giuriamo su Allah e stringiamo con voi un patto davanti a Dio; e ci chiederete conto di questo patto davanti a Dio, nel giorno del giudizio». E via, si ritorna in Italia. Lui e Hannoun continuano indisturbati per diversi anni a gestire l’associazione «benefica». Il passaggio più inquietante arriva durante una conferenza nella sede dell’Abspp: qui il fedelissimo di Hamas – che oggi è accusato di appartenere all’organizzazione terroristica – arriva addirittura a ringraziare le autorità italiane. Siamo a Milano, febbraio 2020. Giusto per contestualizzare: in quel periodo il presidente del Consiglio è Giuseppe Conte. Agli Esteri, invece, c’è Luigi Di Maio. Ma torniamo all’incontro. C’è Albustanji seduto di fianco all’architetto giordano. Parlano davanti a una telecamera delle attività svolte in tutta Italia, che hanno permesso di raccogliere fondi attraverso le comunità islamiche locali. Soldi che però, stando alle accuse della procura di Genova, sarebbero poi finiti al terrorismo.
A un certo punto il barbuto estremista dedica un caloroso ringraziamento agli organi dello Stato.
«Nel corso dei miei spostamenti per l’Italia porto sempre con me un messaggio di profonda gratitudine verso le autorità italiane, che ci permettono di operare in piena libertà in ogni città e in ogni località. Per questo rivolgiamo loro sempre il nostro più sincero ringraziamento». Poi arriva l’affondo.
La legge italiana – dice – vale solo «entro i limiti della legge islamica». La sharia, quindi.
Il socio di Hannoun è stato anche immortalato in un video in possesso della Verità (pubblicato online, poi oscurato) mentre festeggia il 7 ottobre.
«Allah è grande. Questo è un giorno benedetto. Noi siamo i combattenti di Al Qassam».
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Ansa
Il gip fotografa l’assalto allo Stato minuto per minuto, solo che dà domiciliari e obbligo di firma agli unici che son stati beccati.
La guerriglia viene considerata gravissima ma chi vi ha partecipato può cavarsela, se non è l’autore materiale del colpo più eclatante, con una misura cautelare minimalista. È questa la chiave di lettura che emerge dalle tre ordinanze con le quali il gip di Torino Irene Giani, dopo gli scontri del 31 gennaio legati alla manifestazione contro lo sgombero di Askatasuna, ha disposto gli arresti domiciliari per Angelofrancesco Simionato e la presentazione alla polizia giudiziaria di Matteo Campaner e Pietro Desideri. Nonostante le ordinanze fotografino un quadro di violenza estrema e organizzata, quando il gip passa dalla descrizione dei fatti alla risposta cautelare, il passo sembra accorciarsi. La toga nella premessa scrive che circa 1.500 soggetti, «con azione evidentemente preordinata e organizzata», si travisano e si dirigono compatti verso corso Regina Margherita, dando vita a «una vera e propria guerriglia urbana».
La narrazione contiene tutto. Dai lanci di «pietre, bottiglie di vetro, razzi, bombe carta», agli «scudi protettivi in lamiera», i «tubi di lancio artigianali», le «barricate con cassonetti e altro materiale dato alle fiamme». C’è l’episodio dell’incendio di un mezzo del Reparto mobile, «mentre era in movimento», con «serio pericolo per l’incolumità» dell’operatore alla guida. Ci sono gli «almeno cento appartenenti alle forze dell’ordine» feriti, i danni diffusi a beni pubblici e privati. E c’è l’aggressione all’agente Alessandro Calista: «Isolato e accerchiato da un gruppo di oltre dieci soggetti», preso per le braccia, colpito con dei calci alle spalle e trascinato diversi metri più avanti dalla «linea di squadra» mentre i suoi colleghi venivano bersagliati da pietre, bottiglie, tombini, fuochi artificiali. «Sarei riuscito a fronteggiarne due o tre, ma tutto il gruppo era impossibile», ha scritto nella sua querela il poliziotto, aggiungendo che «solo grazie all’intervento del collega» è riuscito a salvarsi. Il gip riconosce che Simionato non è l’autore materiale delle martellate. Ma lo colloca comunque all’interno dell’azione, nella «seconda linea all’aggressione», dalla quale avrebbe spinto «nella direzione del malcapitato» chi era in prima linea, ovvero chi pestava l’agente. L’ordinanza, però, a un certo punto cambia impostazione. E assegna un certo peso specifico a questi elementi: «La giovanissima età dell’indagato e il suo stato di incensuratezza (ma già segnalato, è riportato nell’ordinanza, per l’imbrattamento delle mura di una palazzina storica a Bologna, per spaccio e favoreggiamento, per porto di un coltello con lama metallica di sei centimetri e per concorso in furto aggravato, ndr)»; il pericolo di reiterazione «pare collegato a filo diretto con la possibilità di partecipare ad altri eventi collettivi della medesima natura, in concreto impedita dall’applicazione della predetta misura»; infine «non risulta legato a gruppi organizzati violenti o antagonisti, né è mai emerso quale autore di atti della medesima indole nel corso di precedenti manifestazioni o cortei». Niente carcere. La misura idonea, stabilisce il gip, sono i domiciliari. Negli altri due provvedimenti la scena non cambia. Gli indagati, Campaner e Desideri, vengono collocati «in prima linea» tra i soggetti che «lanciavano pietre» (Campaner anche petardi) contro le forze dell’ordine. E nonostante, riconosce il gip, le ricostruzioni fornite al momento dell’arresto presentino dei buchi (uno dei due ha detto che stava «scappando»), siccome sono «incensurati» ed erano senza strumenti offensivi addosso, è sufficiente l’obbligo di presentazione in caserma ogni giorno. Dai sindacati delle forze dell’ordine non l’hanno presa bene. «Apprendere che per il tentativo di linciaggio di un poliziotto, avvenuto durante quella che lo stesso gip definisce una guerriglia urbana preordinata e organizzata, si arrivi alla misura dei domiciliari è un segnale che desta forte preoccupazione. È una decisione che rischia di vanificare l’operato delle forze dell’ordine e di svilire il sacrificio di chi in quelle ore era in strada a difendere lo Stato e la sicurezza dei cittadini», afferma Domenico Pianese, segretario del Coisp. «Non è accettabile che colleghi vengano automaticamente indagati anche quando le immagini chiariscono tutto, mentre i violenti tornano liberi con misure alternative. Per chi colpisce un appartenente alle forze dell’ordine non possono esserci attenuanti. Non siamo estremisti, ma il garantismo fuori controllo ha creato uno squilibrio che favorisce chi delinque», commenta Antonio Alletto, segretario generale del Movimento poliziotti democratici e riformisti. «È la conferma di un fallimento. Criminali violenti e antagonisti che aggrediscono le forze dell’ordine non possono essere giustificati da certe ricostruzioni politiche e da alcune narrazioni nei media che mistificano la realtà», sostiene Antonio Nicolosi, segretario generale di Unarma (i carabinieri che a Torino hanno riportato ferite sono cinque), aggiungendo: «Chi alza le mani contro chi tutela l’ordinamento deve pagare fino in fondo, senza ambiguità, senza coperture politiche e senza interpretazioni morbide sui media». «Basta tolleranza verso chi delinque in strada e verso chi sfida la legge. Ogni aggressione deve avere conseguenze immediate e concrete. Chi osa alzare le mani contro lo Stato deve sapere che pagherà fino in fondo», dichiara Eliseo Taverna, segretario generale del Sindacato italiano autonomo finanzieri (sono sette i finanzieri feriti a Torino). E, così, anche loro percepiscono questa sensazione, tutta dentro le ordinanze: lo Stato certifica la guerriglia ma, quando deve agire su chi ha partecipato, sceglie il passo corto.
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