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2026-05-23
Meloni «grazia» Renzi per i poster «fascisti». Ma la sinistra sbraita: «Elogia Almirante»
Giorgia Meloni (Ansa)
Il premier chiude la querelle con Iv: «Ho altro a cui pensare». Il Pd riesuma bugie sul missino. E scorda i «suoi» repubblichini.
Non possiamo fare a meno di immaginarla, Giorgia Meloni, che per distrarsi dalla tentazione di accendere una sigaretta (pare stia cercando di smettere di fumare, coraggio) e per distrarre l’attenzione dai temi dell’economia, alla vigilia del voto amministrativo, si inventa il diversivo del giorno: «Facciamo un bel post su Almirante, recuperiamo un po’ di voti identitari e vediamo se la sinistra ci casca».
Detto fatto, la Meloni pubblica il post e la sinistra ci casca: «Nel giorno dell’anniversario della scomparsa di Giorgio Almirante», scrive sui social Giorgia Meloni, «il mio pensiero va a una figura che ha segnato profondamente la storia della destra italiana. Di lui restano il carattere, la forza delle idee, l’amore per l’Italia e una concezione della politica vissuta con passione, dignità e rispetto. Un ricordo che continua a vivere nel percorso della destra italiana e nella memoria di una comunità politica che, ancora oggi, non si risparmia, per aggiungere il proprio pezzo di cammino, con coraggio e determinazione». A sinistra, dicevamo, abboccano: «Sui suoi profili social», scrive l’ex ministro dem Andrea Orlando, «Giorgia Meloni rivendica la continuità con il percorso politico di Giorgio Almirante. Un percorso iniziato con la redazione della rivista La difesa della razza, passando per i repubblichini di Salò, fucilando partigiani, intrecciandosi poi con la stagione delle trame nere e dell’estremismo neofascista. Un bel percorso davvero!». Vale la pena ricordare che la storia del «fucilatore di partigiani», pubblicata nel 1971 da Unità e Manifesto, provocò una denuncia per diffamazione ai due giornali da parte di Almirante: la causa si concluse con una sentenza che assolse i giornalisti ma scagionò anche l’ex leader del Msi dall’accusa. Non solo: si dimenticano le esperienze di icone della sinistra come Dario Fo (che aderì alla Repubblica di Salò), Giorgio Bocca e Giorgio Napolitano (che aderirono ai Gruppi universitari fascisti).
La figura di Giorgio Almirante, l’uomo che riportò la destra italiana post fascista nell’alveo della democrazia, non ha bisogno di essere riabilitata: come ricorda il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «a sinistra coloro che criticano la sua memoria o la fiamma dimenticano che al suo funerale vennero Pajetta e Nilde Iotti. La Rai, in quel periodo in cui l’Msi era nettamente all’opposizione, trasmise in diretta il suo funerale. Non capisco perché», aggiunge La Russa, «passando il tempo, le valutazioni peggiorino invece di trovare un vero rispetto per gli avversari». Lo stesso Almirante, nel 1984, partecipò a sorpresa ai funerali di Enrico Berlinguer, in via delle Botteghe Oscure, accolto da Gian Carlo Pajetta. Almirante e Berlinguer, si apprese in seguito, si incontravano segretamente, tra il 1978 e il 1979, all’ultimo piano di Montecitorio, probabilmente per tentare insieme di arginare il terrorismo politico, e per scambiarsi idee e conoscenze su mandanti e trame. Viene da chiedersi, piuttosto, cosa penserebbe oggi Almirante dei politici che hanno sostituito la tensione ideale della destra con il desiderio di potere e agiatezza: «Un ladro va messo in galera. Se il ladro è uno dei nostri deve avere l’ergastolo», diceva; questa parte della sua lezione non la ricorda più nessuno.
Oltre al ricordo di Almirante, Giorgia Meloni ieri ha scritto una sfiziosa lettera alla Stampa, per smentire la notizia che la voleva furibonda per la campagna per il 2 per mille di Italia viva presso le principali stazioni ferroviarie italiane: manifesti in stile Ventennio con la scritta «Quando c’era lei» e poi diverse conclusioni: «I treni arrivavano in ritardo», «La spesa si pagava di più», «Si pagavano più tasse» e così via. «Gentile direttore», scrive la Meloni alla Stampa, «sono costretta a smentire, ancora una volta, il contenuto di un articolo pubblicato dal suo giornale. Il giornalista ha scritto di una Meloni “furibonda” e di richieste di “spiegazioni” rivolte dalla presidenza del Consiglio al ministero dei Trasporti per la campagna realizzata da Italia viva sul 2 per mille e diffusa nelle grandi stazioni ferroviarie italiane. Non è vero che la campagna di Italia viva mi ha irritato, così come non è vero che qualcuno a Palazzo Chigi abbia chiesto spiegazioni al Mit. Anzi, devo dire che ho trovato la campagna molto efficace dal punto di vista comunicativo e l’ho detto direttamente a chi l’ha ideata, cioè Matteo Renzi. D’altronde», sfotte Giorgia, «“C’era lei” perché dopo che c’è stato “lui”, quasi nessuno lo ha più votato. Ma questa, ovviamente, è un’altra storia. Leggo, inoltre, che qualcuno avrebbe chiesto di modificare la campagna di Italia viva. Non so se sia vero e non ho gli elementi per dirlo, perché mi occupo di tante cose ma grazie a Dio non degli spazi pubblicitari nelle stazioni, ma a scanso di equivoci mi permetto di suggerire a chi ha questa responsabilità che la campagna di Italia viva non dovrebbe essere toccata e dovrebbe proseguire così com’è».
La conferma di una nostra intima convinzione: intorno alla Meloni c’è qualcuno più realista del re, o meglio più premierista del premier, che finisce per danneggiarne l’azione. Del resto, la rovina di Benedetto Croce sono stati i crociani…
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Matteo Salvini (Ansa)
Salvini fa come i club di calcio e convoca la squadra per due giorni a giugno. L’obiettivo: serrare i ranghi in vista delle partite al Nord e del pericolo Vannacci. Il generale replica all’ennesimo veto: «Così la destra perde consensi». Calderoli: esecutivo fino a scadenza.
Per due giorni, a giugno, la Lega proverà a fare quello che le squadre di calcio in crisi fanno quando la classifica comincia a far paura: chiudersi in ritiro. Matteo Salvini ha convocato per il 19 e 20 giugno il consiglio federale, i ministri, i governatori, i capigruppo, gli amministratori e i segretari regionali. Una «due giorni di incontri, proposte e programmi». La sede non è stata decisa (Luca Zaia ha già annunciato che non ci sarà), ma dovrebbe essere in Veneto, a pochi giorni di distanza dall’assemblea costituente di Futuro nazionale di Roberto Vannacci (che poi proseguirà con i congressi regionali). Magari a Verona, dove il 25 maggio il generale inaugurerà una nuova sede del suo partito. Il messaggio politico è chiaro: il Carroccio deve serrare le fila prima che la stagione entri nella fase più delicata. Il 2027 si preannuncia denso di appuntamenti elettorali decisivi per il futuro di via Bellerio.
Salvini è milanista e conosce bene la grammatica dei ritiri. Con Massimiliano Allegri, al Milan, si può giocare male ma restare in partita è imperativo. Il punto è che il Carroccio continua a osservare la crescita, sulla destra, di un avversario che conosce bene lo spogliatoio leghista. Il nome è quello di Vannacci. L’ex generale è diventato un problema elettorale. Swg per il tg di La7 colloca la Lega al 6% e Futuro nazionale al 4,1%. Ipsos/Pagnoncelli, sul Corriere, è ancora più severo: Lega al 5,8%, Vannacci al 4,1%. Meno di due punti di distanza.
Dopo le chiusure a possibili alleanze da parte di Massimiliano Romeo, Roberto Occhiuto e Letizia Moratti, Vannacci ha risposto sui social con una frase che suona come un avvertimento: «Poi non si venga a dare la colpa» a me «se questo centrodestra sbiadito, timido, tentennante e moderato finirà per perdere consensi ed elezioni». È una minaccia preventiva: se il centrodestra perde, la colpa non sarà di chi rompe, ma di chi non ha avuto il coraggio di inseguirlo.
Il caso di Laura Ravetto ha reso il problema visibile. La deputata ha lasciato la Lega per aderire a Futuro nazionale. Per un partito abituato a perdere amministratori verso Fdi, vedere una parlamentare passare direttamente al nuovo concorrente di destra è un segnale diverso. Non c’è più solo Meloni a drenare consensi.
La linea ufficiale resta la compattezza. Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro, respinge l’idea di nuovi «campi larghi» a destra costruiti inseguendo i sondaggi. «Il centrodestra è rodato da anni», dice. «Non si fanno campi larghi soltanto perché può essere indicato favorevole o no in un determinato momento dai vari sondaggi». In fin dei conti la Lega si ritrova con tre grossi problemi da risolvere. Il primo è nazionale: dimostrare di essere ancora indispensabile nel centrodestra. L’altro identitario: impedire che l’elettore più arrabbiato trovi in Vannacci un’offerta più chiara. L’ultimo territoriale: difendere il Nord dall’avanzata di Fdi.
Le elezioni comunali di Milano sono il primo banco di prova. Il centrodestra non ha ancora un candidato per il dopo Beppe Sala. Il nome di Maurizio Lupi circola, ma non decolla. Salvini preferisce un profilo civico. Samuele Piscina, segretario milanese del Carroccio, è stato più esplicito: Lupi «non ha il consenso di tutti».
Il secondo fronte è la Regione Lombardia. Da mesi nel centrodestra si ragiona sull’ipotesi di legare politiche, comunali milanesi e regionali lombarde in un election day nel 2027. L’operazione concentrerebbe la mobilitazione nel territorio più forte della coalizione. Ma aprirebbe subito la guerra per il dopo Attilio Fontana. Fratelli d’Italia considera la Lombardia un obiettivo naturale.
Roberto Calderoli prova a raffreddare il dossier. La legislatura, ricordava ieri, scade naturalmente il 13 ottobre 2027. Di voto anticipato, dice, non se ne parla (lo stesso Salvini aveva rettificato la battuta sulla crisi economica che era stata male interpretata). Il messaggio vale per Palazzo Chigi, ma anche per via Bellerio: la Lega non vuole arrivare logorata alla partita finale.
Il ritiro di giugno serve a questo. Allegri direbbe che conta il risultato. Ma qui il punto non è vincere di corto muso. È evitare che la Lega perda, insieme, pezzi a destra e peso al Nord.
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Getty Images
- Dichiarazione congiunta di Italia, Francia, Germania e Regno Unito per condannare i nuovi insediamenti: «Sono illegali, dai coloni violenza senza precedenti». Caso Flotilla, un attivista italiano ricoverato in Turchia.
- L’emittente saudita Al Arabiya: c’è la bozza per fermare il conflitto in Medio Oriente. Tra i punti, la libertà di navigazione nello Stetto di Hormuz. Ma resta il nodo uranio.
Lo speciale contiene due articoli.
Non s’è fatta attendere la reazione di quattro grandi Paesi europei alle politiche del governo israeliano di Benjamin Netanyahu, tantopiù dopo l’arresto in acque internazionali degli attivisti della Global Sumud Flotilla e i maltrattamenti da essi subiti col plauso del ministro della Sicurezza israeliano Itamar Ben-Gvir, del partito Otzma Yehudit (Potere ebraico).
Ieri, i governi di Italia, Gran Bretagna, Germania e Francia hanno firmato congiuntamente e diffuso un comunicato di condanna dell’espansione illegale dei coloni israeliani estremisti in Cisgiordania, appoggiata dal gabinetto Netanyahu e dai suoi ministri più oltranzisti, che sognano l’annessione totale di quel territorio. Queste azioni, infatti, mettono a rischio l’auspicata soluzione di una pace fondata su due Stati, israeliano e palestinese, secondo la posizione ufficiale dell’Italia e di altri Paesi occidentali.
Nella nota italo-anglo-franco-tedesca si legge: «Negli ultimi mesi, la situazione in Cisgiordania si è deteriorata in modo significativo. La violenza dei coloni ha raggiunto livelli senza precedenti. Le politiche e le pratiche del governo di Tel Aviv, compreso un ulteriore consolidamento del controllo israeliano, stanno minando la stabilità e le prospettive di una soluzione a due Stati». Erodere sempre di più i territori palestinesi in Cisgiordania significa infatti rimettere in discussione tutto il lungo e travagliato processo che, a partire dal 1993 con gli accordi di Oslo fra il leader palestinese Yasser Arafat e il premier israeliano Ytzhak Rabin, hanno portato alla costituzione dell’Autorità nazionale palestinese. La dichiarazione europea specifica: «Il diritto internazionale è chiaro: gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono illegali. I progetti di costruzione nell’area E1 non farebbero eccezione. Il progetto di sviluppo dell’insediamento E1 dividerebbe in due la Cisgiordania e costituirebbe una grave violazione del diritto internazionale. Le imprese non dovrebbero partecipare alle gare d’appalto per la costruzione di insediamenti E1 o di altri insediamenti».
L’Italia e gli altri tre «big» europei chiedono al governo israeliano di fermare l’espansione delle colonie ebraiche, spesso accompagnata da violenze sui palestinesi, fra i quali, peraltro, oltre alla maggioranza musulmana, non sono pochi quelli di fede cristiana. Si chiede anche agli israeliani di indagare sulle violenze dei coloni contro i villaggi palestinesi per appurarne le responsabilità, nonché di rispettare il tradizionale ruolo della dinastia hashemita, rappresentata attualmente dalla monarchia in Giordania, oggi retta da re Abdallah II, come custode dei luoghi santi di Gerusalemme Est, ruolo derivante dalla diretta discendenza della casata dal profeta Maometto.
Ad approfondire il fossato fra i governi europei a quello israeliano ha contribuito l’intercettazione della Flotilla in acque internazionali. In totale, stando a quanto dichiarato ieri dal ministero degli Esteri turco, 422 attivisti, di cui 85 turchi, dopo il rilascio sono stati trasferiti in Turchia da Israele grazie a tre aerei noleggiati dal governo di Ankara. Fra essi, ben 50 sono stati però ricoverati in ospedali di Istanbul per le ferite riportate a causa dell’intervento delle truppe speciali israeliane. Tra loro, un cittadino italiano, come confermato da Maria Elena Delia, portavoce italiana della Global Sumud Flotilla, che dice: «Stiamo cercando di avere notizie sulle sue condizioni di salute». Stando a Mustafa Ozbek, portavoce della ong turca Ihh, l’italiano si trova all’ospedale Basaksehir Cam ve Sakura alla periferia occidentale della città sul Bosforo. Il suo caso viene seguito dal consolato italiano di Istanbul, come diramato dalla Farnesina: «Il connazionale è stato assistito all’arrivo dal personale del Consolato generale d’Italia, al quale ha comunicato che sarebbe rimasto a Istanbul per seguire un gruppo di attivisti spagnoli bisognosi di assistenza. Giunto in ospedale è stato ricoverato anche lui per accertamenti. Il console generale a Istanbul è in contatto con i medici dell’ospedale per raccogliere maggiori informazioni sulle sue condizioni e per poter comunicare con lui che non ha cellulare».
Tra gli attivisti feriti e in osservazione all’ospedale si registrano diversi tedeschi e spagnoli, questi ultimi appena dimessi, mentre tre italiani, per la precisione marchigiani, sono attesi oggi di ritorno ad Ancona. Non solo lesioni, maltrattamenti e fratture: 15 attivisti hanno accusato i militari israeliani anche di «violenze sessuali». Hanno denunciato di essere stati tenuti un una sorta di «lager galleggiante», una nave portacontainer con «gabbie di ferro di 1,5x1,5 metri». Per l’attivista spagnola Emilia «siamo stati picchiati, peggio che a Guantanamo» (la base Usa per la detenzione di vari terroristi, ndr), mentre lo scozzese Hughie Stirling lamenta la «rottura delle costole». Intanto il team legale italiano della Flotilla ha preannunciato una possibile denuncia per tortura per il modo in cui i membri dell’equipaggio sono stati trattenuti in Israele.
Stati Uniti e Iran, accordo «vicino»
Potrebbe essere annunciato entro poche ore un accordo preliminare tra Stati Uniti e Iran per fermare l’escalation militare che nelle ultime settimane ha destabilizzato il Medio Oriente e provocato pesanti ripercussioni sull’economia globale. Secondo fonti citate dall’emittente saudita Al Arabiya, sarebbe stata definita una bozza finale dell’intesa grazie alla mediazione del Pakistan e al coinvolgimento diplomatico di Qatar e Oman.
I punti principali dell’accordo prevederebbero un cessate il fuoco immediato e senza condizioni, la fine delle operazioni militari e della cosiddetta «guerra mediatica», oltre alla garanzia della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, nel Golfo Persico e nel Golfo di Oman. Tra gli elementi chiave figurerebbe anche una graduale revoca delle sanzioni statunitensi contro Teheran. Secondo le indiscrezioni, l’intesa dovrebbe entrare in vigore subito dopo l’annuncio ufficiale delle due parti. Nelle stesse ore una squadra negoziale del Qatar è arrivata a Teheran in coordinamento con Washington per contribuire alla definizione dell’accordo.
Il documento includerebbe anche un impegno reciproco a non colpire infrastrutture civili, economiche o militari, il rispetto della sovranità nazionale e il principio di non interferenza negli affari interni. Sarebbe inoltre previsto un meccanismo congiunto incaricato di monitorare l’applicazione dell’accordo e gestire eventuali controversie. I negoziati sui temi ancora aperti dovrebbero iniziare entro sette giorni. Nonostante il clima di prudente ottimismo, le distanze tra Washington e Teheran restano profonde. Fonti pachistane parlano apertamente di «accordo provvisorio», sottolineando che «non esiste alternativa» a un’intesa temporanea per evitare una nuova escalation. Gli ostacoli principali continuano a riguardare il programma nucleare iraniano e il controllo dello Stretto di Hormuz. Secondo le stesse fonti, il nodo più delicato resta la gestione dell’uranio altamente arricchito. Sul fronte iraniano, il portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baghaei, è stato indicato come uno dei rappresentanti della squadra negoziale incaricata dei colloqui con gli Stati Uniti. Teheran continua però a ribadire una linea molto rigida. «Non vogliamo concessioni dagli Stati Uniti, stiamo semplicemente reclamando i nostri diritti», ha dichiarato Baghaei, chiedendo la revoca delle sanzioni economiche e lo sblocco dei beni iraniani congelati all’estero. Il portavoce iraniano ha inoltre definito illegittimo il cosiddetto «blocco marittimo» nello Stretto di Hormuz, sostenendo che sia contrario al diritto internazionale. Inoltre, secondo il New York Times, Teheran avrebbe discusso con l’Oman di un possibile sistema di pedaggi per le navi in transito nello Stretto, una delle rotte energetiche più strategiche del mondo.
Gli Usa continuano ufficialmente a puntare sulla diplomazia. Il segretario di Stato Marco Rubio ha spiegato che Washington «spera di raggiungere un accordo» con Teheran per ottenere la riapertura dello Stretto di Hormuz e il definitivo abbandono delle ambizioni nucleari iraniane. Rubio ha riconosciuto che nei negoziati «si registrano alcuni progressi», ma ha anche avvertito che resta ancora molta strada da fare. Per questo motivo gli Stati Uniti starebbero preparando anche un «piano B» nel caso in cui l’Iran decidesse di mantenere chiuso lo stretto oppure imponesse pedaggi sulle navi in transito. Dietro le trattative emergono però anche tensioni politiche tra Washington e Israele.
Secondo quanto riferito da un funzionario anonimo all’Associated press, Donald Trump e Benjamin Netanyahu avrebbero avuto una telefonata definita «drammatica» sullo stato dei negoziati con Teheran. Israele sarebbe irritato dagli sforzi della Casa Bianca per arrivare a un’intesa con l’Iran. Dopo il colloquio, Trump ha cercato di minimizzare dichiarando che Netanyahu «farà tutto quello che gli chiederò». Lo stesso Trump ha poi ribadito che l’Iran vuole «disperatamente raggiungere un accordo», lasciando intendere che il negoziato resta aperto.
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Il segretario di Stato americano Marco Rubio (Ansa)
Schermaglie continue in seguito all’arrivo delle navi Usa nei Caraibi. Il segretario di Stato americano accusa L’Avana di essere uno «sponsor del terrorismo». E al vertice Nato ammonisce anche gli alleati passivi in Medio Oriente: «Trump molto deluso».
Sta salendo la tensione tra Stati Uniti e Cuba. Giovedì, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha definito il regime castrista una «minaccia alla sicurezza nazionale», oltreché «uno dei principali sponsor del terrorismo nell’intera regione».
«La diplomazia rimane la nostra preferenza nei confronti di Cuba. A essere sincero, la probabilità che ciò accada, considerando con chi abbiamo a che fare in questo momento, non è elevata», ha anche detto. Parole, quelle di Rubio, che hanno innescato la reazione piccata del ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, il quale ha tacciato gli Stati Uniti di «istigare un’aggressione militare».
Del resto, che le fibrillazioni tra Washington e L’Avana stessero aumentando, non è una novità. Negli scorsi giorni, il Pentagono ha schierato la portaerei Nimitz nei Caraibi, mentre il Dipartimento di Giustizia americano ha formalmente incriminato l’ex presidente cubano, Raúl Castro, con l’accusa di aver ordinato l’abbattimento di due aerei civili nel 1996. L’intelligence statunitense ritiene inoltre che dal 2023 il regime castrista abbia acquistato 300 droni da Russia e Iran: materiale bellico che, secondo Washington, Cuba starebbe valutando di usare per colpire obiettivi statunitensi. Sempre negli scorsi giorni, i servizi segreti americani avrebbero anche studiato le possibili reazioni dell’Avana a un eventuale attacco militare da parte di Washington. Tutto questo, senza trascurare che giovedì l’Ice ha arrestato a Miami Adys Lastres Morera. Si tratta della sorella di Ania Guillermina Lastres Morera, che, in qualità di presidente esecutivo, è a capo di Gaesa: conglomerato di imprese in mano ai militari cubani, che è sotto sanzioni statunitensi.
La tensione è significativamente aumentata dopo che i negoziati tra Usa e Cuba sono finiti in stallo. Washington ha offerto aiuti umanitari e sostegno infrastrutturale a patto che il regime castrista allenti la repressione, liberi i prigionieri politici ed entri de facto nell’orbita geopolitica statunitense. Per convincere L’Avana ad accettare, la scorsa settimana si era recato sull’isola anche il direttore della Cia, John Ratcliffe, incontrando vari alti funzionari cubani. Ciononostante il processo diplomatico non si è realmente sbloccato: un fattore che ha irritato notevolmente la Casa Bianca. Mosca e Pechino, dal canto loro, hanno espresso solidarietà nei confronti del regime castrista. Tuttavia, al di là delle dichiarazioni, non sembra che stiano offrendo chissà quale sostegno concreto all’Avana contro Washington, replicando un po’ un copione già visto ai tempi della cattura di Nicolás Maduro lo scorso gennaio.
Del resto, la strategia cubana di Trump si inserisce nella sua riedizione della Dottrina Monroe, volta a estromettere il più possibile Cina, Russia e Iran dall’Emisfero occidentale. Il presidente americano è, in un certo senso, invogliato ad agire proprio in considerazione del mancato sostegno concreto arrivato al regime di Maduro da Mosca e Pechino l’anno scorso. Ma attenzione: non c’è solo il tema geopolitico. La pressione su Cuba è finalizzata anche a mantenere il sostegno dell’elettorato anticastrista, di cui è ricco uno Stato cruciale come la Florida. Quella Florida di cui Rubio è stato senatore dal 2011 al 2025. Del resto, la questione non riguarda solo le Midterm di novembre. Non è infatti un mistero che Rubio sia considerato, insieme a JD Vance, uno dei possibili candidati alla nomination presidenziale repubblicana del 2028.
D’altronde, se il vicepresidente americano sta cercando di rafforzarsi nella gestione del processo diplomatico iraniano, il segretario di Stato si mantiene proattivo su due fronti: la promozione della Dottrina Monroe e la cura del dossier europeo. «Le opinioni del presidente, la delusione nei confronti di alcuni dei nostri alleati della Nato e della loro reazione alle nostre operazioni in Medio Oriente sono ben documentate», ha detto ieri, durante il vertice dei ministri degli Esteri della Nato a Helsingborg. Ha poi specificato che tali questioni dovranno essere «affrontate» nel corso del summit dell’Alleanza atlantica che si terrà a luglio ad Ankara. «È ovvio che gli Stati Uniti continuano ad avere impegni globali che devono onorare in termini di dispiegamento delle forze armate. E questo ci impone costantemente di riesaminare dove schieriamo le truppe», ha anche detto. Non dimentichiamo che, dopo aver annunciato il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania, Trump ha comunicato l’invio di altrettanti militari in Polonia, legando esplicitamente la decisione al suo stretto rapporto con il presidente polacco, Karol Nawrocki. Questo testimonia la relazione articolata che vige tra il presidente americano e gli alleati della Nato. In tal senso, Trump si appoggia a Rubio perché si tratta della figura più focalizzata, all’interno della sua amministrazione, a mantenere in piedi le relazioni transatlantiche.
Insomma, il segretario di Stato (che in quanto consigliere per la sicurezza nazionale ad interim della Casa Bianca lavora a stretto contatto col presidente) sta gestendo due dossier - quello caraibico e quello europeo - di primo piano, tenendosi invece meno esposto rispetto alla spinosa questione iraniana, su cui lavora maggiormente Vance. È quindi chiaro come le principali partite geopolitiche che Washington si sta trovando ad affrontare vadano a intersecarsi con la campagna elettorale (ancora embrionale) del 2028.
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