Lo Stretto resta chiuso e il petrolio sale. Si cercano rimedi ma le riserve sono solo una toppa. La Russia intanto sorride. Von der Leyen pentita sul nucleare.
Bombardamenti in Libano (Ansa)
Continuano i raid dell’Idf sulla terra dei cedri. Dall’inizio della guerra almeno 826 morti, di cui 106 bambini. Ferito un altro soldato Unifil. Emmanuel Macron chiede di mediare e offre Parigi come sede. Haaretz: «Possibili incontri nei prossimi giorni, più probabile a Cipro».
Israele sta valutando il lancio di una vasta operazione terrestre nel Libano meridionale con l’obiettivo di allontanare Hezbollah dalla linea di confine e distruggere le infrastrutture militari del movimento sciita. La notizia è stata riportata dal sito di informazione statunitense Axios, che cita fonti governative israeliane e americane.
Secondo le ricostruzioni, il piano militare prevederebbe la conquista dell’intera area situata a Sud del fiume Litani, il corso d’acqua che attraversa il Libano da Est a Ovest e che da anni rappresenta una linea strategica per la sicurezza del confine tra i due Paesi. L’operazione sarebbe diventata sempre più probabile dopo il massiccio attacco missilistico lanciato mercoledì da Hezbollah contro il Nord di Israele. La tensione si è ulteriormente aggravata dopo le dichiarazioni del leader del movimento sciita Naim Qassem, che ha ribadito come Hezbollah sia pronto a sostenere uno scontro lungo con Israele.
Un alto funzionario israeliano, citato da Axios, ha spiegato che l’eventuale offensiva terrestre potrebbe seguire un modello simile a quello adottato nella Striscia di Gaza. «Faremo quello che abbiamo fatto a Gaza», ha dichiarato il dirigente, riferendosi alla distruzione sistematica di edifici e tunnel utilizzati dalle milizie per nascondere armi e organizzare attacchi. L’obiettivo sarebbe occupare il territorio, spingere le forze di Hezbollah verso Nord e smantellare i depositi di armi presenti nei villaggi della zona. Lo scenario è cambiato bruscamente dopo il lancio di oltre 200 razzi contro il Nord dello Stato ebraico, avvenuto mercoledì in un’azione coordinata con Teheran, che nello stesso momento ha lanciato missili verso obiettivi israeliani.
Nella mattinata di ieri Hezbollah ha continuato a colpire Israele con razzi e droni facendo scattare le sirene di allarme nella località di confine di Margaliot. Decine di militanti di Hezbollah sono stati uccisi durante «raid mirati» condotti dalle truppe di terra israeliane nel Libano meridionale. Lo ha reso noto l’esercito israeliano spiegando che la scorsa settimana le unità dell’Idf hanno avviato un’operazione nell’area del villaggio di Rab al-Thalathine. Secondo i militari l’obiettivo dell’operazione è individuare e bonificare la zona dalle infrastrutture e dai combattenti di Hezbollah. Nel corso dei raid le truppe avrebbero ucciso decine di miliziani e distrutto numerosi siti appartenenti all’organizzazione sciita, tra cui depositi di armi, un centro di comando e diverse postazioni di osservazione. Le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno inoltre diffuso immagini che mostrano militanti del movimento sciita mentre trasferiscono razzi all’interno di un deposito di armi nel Libano meridionale prima di essere colpiti.
Le Idf hanno anche annunciato di aver eliminato in Libano un comandante del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane. Secondo quanto riportato dal Times of Israel si tratterebbe di Hisham Abd al-Karim Yassin, figura coinvolta nel sistema di comunicazioni di Hezbollah e nel cosiddetto Corpo palestinese della Forza Quds. L’aeronautica israeliana ha inoltre reso noto di aver ucciso Murtada Hussein Srour, membro dell’unità aerea 127 di Hezbollah, colpito nell’area dell’Università di Beirut.Il bilancio dei bombardamenti israeliani contro il Libano è salito intanto a 826 morti, di cui 106 bambini, mentre il numero dei feriti ha superato quota 2.000. Nelle ultime ventiquattro ore oltre 50 persone hanno perso la vita.
Nel frattempo continuano gli incidenti anche in prossimità delle postazioni internazionali. Un militare della missione Unifil è rimasto lievemente ferito dopo che una base vicino a Meiss ej Jebel è stata colpita probabilmente da raffiche di mitragliatrice pesante. Le Nazioni Unite hanno annunciato l’apertura di un’indagine. Sul piano diplomatico cresce intanto la pressione per fermare il conflitto.
In un discorso pronunciato a Beirut il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha affermato che «è imperativo che Hezbollah rispetti la decisione del governo di affermare il pieno controllo sulle armi» e che «è altrettanto imperativo che Israele rispetti la sovranità e l’integrità territoriale del Libano».
La Francia ha inoltre elaborato una proposta per porre fine alla guerra che prevederebbe un passo senza precedenti da parte di Beirut: il riconoscimento ufficiale di Israele. Il piano, esaminato da Stati Uniti e Israele, punta a favorire una de-escalation del conflitto, evitare una lunga occupazione israeliana del Sud del Libano e aumentare la pressione internazionale per il disarmo di Hezbollah.
Nei prossimi giorni sono attesi colloqui tra Israele e Libano. I negoziati dovrebbero essere guidati dall’ex ministro israeliano Ron Dermer su incarico del premier Benjamin Netanyahu, con la possibile partecipazione degli Stati Uniti rappresentati da Jared Kushner. Il presidente francese Emmanuel Macron si è offerto come mediatore e ha proposto la capitale francese, ma l’iniziativa dell’Eliseo è guardata con grande diffidenza da Israele che non vuole dargli la possibilità di profilarsi sul tema.
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(Ansa)
Piazze, strumentalizzazioni e bugie sono il segno che il cambiamento sulla giustizia fa paura. Ma i timori per le tensioni in Medio Oriente e per i rincari di pieno e bollette possono condizionare il voto del 22-23: il governo ci pensi per evitare flop.
Dicono che la separazione delle carriere serva a mettere i pubblici ministeri sotto il controllo della politica e dunque a indebolirli per poi porli al servizio del governo. Però allo stesso tempo dicono che la separazione delle carriere creerà un gruppo autoreferenziale di magistrati che non risponderà a nessuno. «Così si trasformano i pm in una casta separata di 2.200 Torquemada autoreferenziali, autogestiti con il loro Csm, più potenti e agguerriti di ieri»: Marco Travaglio scripsit.
Dicono che nel caso in cui al referendum vincesse il Sì, la vita dei cittadini sarebbe a rischio (Enrico Grosso verbum), ma a guardare le statistiche dei risarcimenti per ingiusta detenzione, si capisce che la vita dei cittadini è già messa a repentaglio e non certo dalla riforma della giustizia, bensì dagli errori giudiziari, che in 35 anni sono stati più di 33.000, ovvero quasi 1.000 l’anno, circa tre ogni giorno. E per questi mai nessuna toga ha pagato.
Dicono poi che se non sono state comminate sanzioni nei confronti dei magistrati colpevoli di gravi errori la colpa è del ministro della Giustizia, a cui compete l’avvio dell’esercizio dell’azione disciplinare, ma che non si è opposto ad archiviazioni e assoluzioni. Se lo avesse fatto, se cioè avesse esercitato una pressione sul Csm per punire chi sbaglia, lo accuserebbero di interferenza contro un potere autonomo e indipendente.
Dicono pure che questa è una riforma che serve a garantire l’impunità a politici e colletti bianchi, ma se si scandagliano gli errori giudiziari si scopre che quasi sempre a essere vittima di ingiusta detenzione sono le persone semplici, quelle che non possono permettersi un principe del foro e non hanno i soldi per richiedere perizie o per far verificare le intercettazioni alla ricerca di errate trascrizioni e incongruenze.
Dicono che il sorteggio con cui si procederà all’elezione dei membri del Csm e dell’Alta Corte di giustizia consegnerà un potere enorme nelle mani di persone che in materia di organizzazione degli uffici giudiziari e di sanzioni possono non avere alcuna competenza. Peccato che il sorteggio sia attuato fra i 9.000 magistrati in servizio, i quali sono ritenuti competenti e abili se devono valutare un imputato di omicidio o se devono pronunciarsi su un fallimento, ma se devono esaminare il comportamento di un loro collega improvvisamente diventano inaffidabili.
Dicono quindi che la riforma di Carlo Nordio è uno sfregio alla Costituzione (Elly Schlein dixit), dimenticando tuttavia che la Carta su cui si fonda la nostra Repubblica è stata modificata almeno una ventina di volte e spesso lo si è fatto a colpi di maggioranza, ovvero in tutta fretta, prima di nuove elezioni, come è accaduto con la riforma del Titolo V, mossa maldestra dettata dalla necessità di contrastare la Lega e che ha generato un’infinità di contenziosi davanti alla Corte costituzionale per attribuzione dei poteri.
Dicono poi che l’istituzione di due Csm e di un’Alta Corte disciplinare sia un’inutile spreco, perché quello che oggi costa 50 milioni domani costerà 150, con un aggravio per i contribuenti. Tuttavia, nessuno di coloro che all’improvviso si preoccupano dei costi si è mai lamentato delle intercettazioni a strascico disposte da alcune Procure e nemmeno della spesa a cui è costretto lo Stato per risarcire ogni anno un migliaio di cittadini ingiustamente arrestati. Il distretto di Catanzaro svetta per arresti facili e condanne in favore di persone sbattute in carcere da innocenti, ma questo non disturba gli improvvisati ragionieri della spending review, i quali di fronte al miliardo e 200 milioni spesi negli ultimi 30 anni non fanno un plissé.
Dicono infine che separando le carriere e creando Csm di soli pm e di soli giudici si indebolisce il sistema con cui si fanno le nomine e dunque si mina l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Ma a minarla, rendendo le toghe schiave delle correnti, è la lottizzazione, che in alcune consiliature del Csm ha visto annullato dal Tar anche il 30% delle «promozioni», segno evidente che la spartizione fra gruppi di potere aveva impedito la nomina dei magistrati migliori a favore di quelli militanti.
Insomma, avrete capito che le argomentazioni usate per sostenere il No sono insussistenti e capziose: servono a nascondere il vero obiettivo, che è quello di battere il governo e preparare quella che il consigliere per la Difesa di Sergio Mattarella ha definito una scossa necessaria a spianare la via a un ribaltone. Non si discute nel merito, ma si fa il processo alle intenzioni. E infatti, a smascherare il vero obiettivo sono bastate le manifestazioni di ieri contro la guerra, che si sono trasformate in cortei contro Giorgia Meloni e Carlo Nordio, le cui immagini sono state bruciate in piazza come a Teheran ayatollah e pasdaran bruciano quelle di Donald Trump.
Io non so se la riforma sveltirà i processi ed eviterà altri clamorosi errori giudiziari, ma sono certo che separare promozioni e sanzioni, lasciando fuori dal Csm e dall’Alta Corte di giustizia le correnti, cioè i partiti, servirà a restituire autonomia e indipendenza alla magistratura, che potrà davvero autogovernarsi e, se necessario, punirsi. Per raggiungere questo obiettivo, tuttavia, è necessario tener presente che la guerra in corso, con le strumentalizzazioni che abbiamo visto ieri, ma anche con le paure che genera e i costi che comporta, può spingere gli elettori a votare con il portafogli invece che con il cervello. Dunque, prima del voto è necessario calmare le acque. Il governo non può porre fine a bombardamenti che non ha scatenato, ma può almeno limitare gli effetti del rincaro dei prezzi di benzina e gasolio. Alle urne non si fa il pieno di carburante, ma disinnescare questa preoccupazione può aiutare a fare il pieno di Sì.
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Giorgia Meloni insieme ad Antonio Tajani e Matteo Salvini (Ansa)
Matteo Salvini sposa la linea Donald Trump, Antonio Tajani quella di Bruxelles. E il premier prepara il cdm.
La speculazione sui carburanti e le sanzioni alla Russia fanno accapigliare ancora i due vicepremier. Matteo Salvini, leader della Lega, adotta una linea filotrumpiana. Il numero uno di Forza Italia più filoeuropeista. Secondo Salvini anche l’Italia dovrebbe «allentare le sanzioni»: «Gli Stati Uniti stanno straguadagnando, la Russia pure, la Cina il petrolio lo sta avendo ugualmente dall’Iran» e «chi ne sta pagando le conseguenze siamo noi».
Il ministro dei Trasporti convoca per mercoledì prossimo le principali compagnie petrolifere in prefettura a Milano, «perché non sopporto gli speculatori. Non è giustificabile l’aumento di 50 centesimi al litro del diesel, perché chi fa benzina oggi va a comprare del petrolio che è stato venduto mesi fa: è inaccettabile. Chiederò conto di questi aumenti. O ritornano al buon senso, oppure sapremo intervenire». Come? «Anche fiscalmente: se qualcuno fa il furbo dovrà pagare sugli extraprofitti. Abbiamo tassato le banche, possiamo tranquillamente tassare i petrolieri». Ma quale misura adotterà il governo? «So che ci stanno lavorando Urso e Giorgetti», dice il capo del Carroccio. «Spero che ci sia un intervento fiscale: accise mobili, blocco automatico dei prezzi, un tetto al prezzo… non lo so. Anche Giorgia ci sta lavorando».
Tajani, dalla stazione Tiburtina per «Una Freccia per il Sì», non si allinea alle dichiarazioni di Salvini. «Le sanzioni alla Russia vanno assolutamente mantenute. Mosca è in difficoltà, dobbiamo spingerla al cessate il fuoco. L’Italia è stata tra i Paesi promotori delle sanzioni a Mosca per spingere alla pace, che è l’obiettivo finale».
Oltre alle ipotesi di un intervento sulle accise, allo studio del governo ci sono misure mirate a sostegno di famiglie con redditi bassi e autotrasportatori. L’ipotesi è quella di ridurre sì le accise, ma solo per determinate categorie o in alternativa ricorrere al meccanismo del credito d’imposta.
In mezzo ai due litiganti, si inserisce il piano del ministro delle Imprese, Adolfo Urso, contrario a eliminare le accise. Urso ricorda che il taglio generalizzato deciso dal governo Draghi nel 2022 si rivelò «per lo più inefficace» e «troppo costoso», l’Erario ci rimise quasi 1 miliardo di euro al mese. Oltre a pesare sulle casse dello Stato per 7-8 miliardi, quell’intervento non riuscì a contrastare la spirale inflazionistica e secondo Urso «avvantaggiò soprattutto i ceti benestanti, poiché le famiglie con redditi più elevati sono anche quelle con maggiori consumi di carburante». Mentre la linea da sempre rivendicata dal premier, Giorgia Meloni, è quella di aiuti ai ceti meno abbienti.
Al momento, infatti, il governo è al lavoro su «misure di compensazione rivolte ai redditi più bassi e di contenimento dei costi per le aziende di autotrasporto». Palazzo Chigi sa di non potersi permettere il taglio generalizzato sulle aliquote dei carburanti, che peserebbe sulle casse dello Stato per circa 12 miliardi di euro all’anno.
Si fa largo l’ipotesi di una social card carburanti, se la curva dei rincari, che continua a crescere, non dovesse arrestarsi. Anche se con i rincari il governo incasserebbe 150 milioni di imposte in più al mese.
Ma bisogna fare in fretta. L’impatto del caro trasporti sul carrello della spesa inizia a farsi sentire. Per questo aumenta la pressione sul governo.
Le associazioni dei benzinai Fegica e Faib si sono appellate al premier dopo aver preso atto che «secondo il ministro Urso, in Italia va meglio che altrove e, quindi, non c’è bisogno di nessun intervento specifico». È alta la preoccupazione anche di Conftrasporto: «Senza interventi compensativi la mobilità delle persone e delle merci si paralizza». L’inerzia del governo, secondo la Cgil, «rischia di trasferirsi molto rapidamente a tutti i settori produttivi, danneggiando famiglie e imprese». Adoc, Assoutenti e Federconsumatori hanno scritto una lettera a Meloni e Urso dicendo che è il momento di agire. Per Codacons «serve tagliare le accise e serve farlo in fretta».
Gli italiani sono arrabbiati per una guerra che non sentono loro e che, in pochi giorni, ha avuto pesanti ripercussioni sui loro portafogli. Il premier, di fronte a linee completamente opposte all’interno del suo governo, rinvia il Consiglio dei ministri per cercare una sintesi tra eliminare le accise, introdurre la social card e tassare i petrolieri. Una soluzione che potrà intestarsi completamente. Per lei in gioco c’è anche la vittoria o meno al referendum.
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