(IStock)
Il Tribunale dei minori di Venezia manda alla Consulta il caso di due uomini uniti civilmente che vogliono prendere come figlio un bimbo di un orfanotrofio estero. Per le toghe, il vincolo matrimoniale presente nella legislazione italiana è «discriminante».
Se la questione di legittimità venisse accolta dalla Consulta, anche le coppie omosessuali unite civilmente potranno adottare bambini. A chiedere ai giudici della Corte di esprimersi sulla ipotizzata incostituzionalità della normativa italiana in tema di adozioni è il Tribunale dei minorenni di Venezia, che ha valutato positivamente il ricorso presentato da due quarantenni veneziani.
«Mostrano un legame molto solido e intenso […] una coppia matura, equilibrata, traspare fiducia e stima nell’altro […] caratterialmente sono l’opposto ma questo non li divide, piuttosto li integra», si legge nel provvedimento del tribunale di cui dà notizia il Corriere della Sera. Uniti civilmente dal 2019, vogliono adottare un bambino di un orfanatrofio all’estero ma l’articolo 6 della legge 184 sulle adozioni parla chiaro: «L’adozione è consentita a coniugi uniti in matrimonio da almeno tre anni».
Il vincolo matrimoniale è requisito fondamentale, in Italia non esiste il matrimonio legale tra persone dello stesso sesso e le coppie unite civilmente dopo la legge Cirinnà del 2016 non possono accedere all’adozione congiunta. La Consulta, con sentenza 33/2025 aveva dichiarato incostituzionale il comma 1 dell’articolo 29 bis della legge in questione «solo» nella parte in cui non includeva le persone singole, residenti in Italia, fra coloro che possono presentare dichiarazione di disponibilità all’adozione internazionale.
Il tribunale di Venezia sostiene che la normativa risulta discriminante sia per le coppie unite civilmente, sia per i bambini e contrasta con i principi della Convenzione europea per i diritti dell’uomo. Per l’avvocato Valentina Pizzol, che assiste la coppia, il divieto diventa facilmente aggirabile: «Se i nostri clienti divorziassero, ciascuno di loro potrebbe adottare un bimbo e dopo anche ricostituire l’unione civile», ha tenuto a sottolineare.
È vero, ritenendo che di fronte a una situazione di abbandono e di sofferenza del bambino bisogna guardare al suo concreto interesse, con la sentenza 33 la Consulta ha, però, aperto solo a persone di stato libero e non ai componenti di unioni civili. Il single può essere Lgbt, ma l’orientamento sessuale non sembra un criterio rilevante per valutare la sua idoneità genitoriale, mentre le coppie gay restano escluse. I giudici costituzionali dovevano immaginare che prima o poi anche le coppie dello stesso sesso avrebbero puntato i piedi per vedersi riconosciuto il diritto di adottare un minore all’estero.
Una norma che impedisce l’adozione internazionale a due uomini uniti civilmente non ha «alcuno scopo legittimo e non trova una ragione plausibile alla luce del principio di uguaglianza», sostiene il Tribunale dei minorenni, secondo il quale la coppia di veneziani «ha risorse idonee a farsi carico di minori in stato di abbandono». Fa bene Pro vita & famiglia a protestare, affermando attraverso il suo portavoce Jacopo Coghe che la decisione «di rimettere alla Corte costituzionale la norma sulle adozioni è grave perché strumentalizza e snatura il senso del supremo interesse di un minore».
L’associazione ricorda che «l’adozione esiste per dare a un bambino una mamma e un papà, non per esaudire il “diritto al figlio” degli adulti». Però la Consulta, riconoscendo che i single risultano in astratto idonei a prendersi cura di un minore abbandonato, idonei a offrire un «ambiente stabile e armonioso», lo scorso anno ha aperto la strada alle pretese anche degli omosessuali. Ha inaugurato «quella pericolosa deriva del “diritto al figlio”», come sottolinea Coghe.
Certo, poi spetta al giudice minorile accertare l’idoneità affettiva, la capacità di mantenere, di educare dell’aspirante genitore, tenendo pure conto della rete familiare di riferimento, però se un single omosessuale offre garanzie la sua dichiarazione di disponibilità ad adottare un minore straniero residente all’estero non viene negata. E la coppia omosessuale allora punta i piedi, si ribella.
Pro vita & famiglia denuncia anche una «contraddizione palese» nella magistratura minorile italiana: «Mentre il tribunale di Venezia vuole far adottare un bambino a coppie gay, i colleghi dell’Aquila, con la famiglia del bosco, li strappano ai genitori naturali. È chiaro che i giudici devono rivedere urgentemente la loro concezione, evidentemente fallace, di “superiore interesse del minore”».
Le sentenze della Consulta diventano il pretesto per forzare la mano con il legislatore anche in tema di suicidio assistito. L’archiviazione delle inchieste nei confronti di Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, autodenunciatosi per aver accompagnato in Svizzera nel 2022 due malati terminali che rifiutavano trattamenti di sostegno vitale, sta spostando la questione non punibilità riconosciuta dalla Consulta a una pretesa di diritto generalizzato «all’aiuto alla morte volontaria».
L’associazione ha annunciato mobilitazioni nelle piazze di tutta Italia, dal 6 al 19 aprile. Obiettivo, chiedere al governo di ritirare la legge che «escluderebbe il Servizio sanitario nazionale (e, dunque, le Regioni stesse) da questi percorsi; limiterebbe il diritto all’aiuto alla morte volontaria solo a pazienti attaccati a una macchina (escludendo così molti pazienti oncologici terminali o affetti da patologie neurodegenerative); eliminerebbe il ruolo dei Comitati etici locali, sostituiti da un Comitato nazionale di nomina governativa». Verrebbe anche annullato il testamento biologico, per chi fa richiesta di aiuto alla morte volontaria.
A dispetto delle proclamazioni e dei toni che si preannunciano sempre più accesi, non va dimenticato che la Consulta ha sempre ritenuto pregiudiziale a ogni trattamento di fine vita il ricorso alle cure palliative e che la cultura della vita va di pari passo con la cura della sofferenza. L’autodeterminazione vale anche nelle scelte di morte?
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Ansa
Il popolo persiano non è mai stato domato. Il libro di uno dei suoi scrittori spiega perché il fondamentalismo religioso che lo opprime è ancora più pericoloso del comunismo.
L’Iran non sta perdendo la guerra. Non ci sono i segnali di crollo che si erano verificati in Libia e in Iraq dopo i primi giorni. L’Iran si è preparato per decenni alla guerra ed è in grado di resistere. Se una parte della sua popolazione vuole la libertà dallo Stato islamico anche a costo della morte, è indubbio che un’altra parte sia disposta a combattere per lo Stato islamico fino alla morte. D’altronde, quattro decenni di indottrinamento non possono essere passati invano. La domanda è: «Perché attaccare l’Iran?» Chi ce lo fa fare di far morire un po’ di gente, aumentare le distruzioni, prendere a calci le nostra già scalcinate economie? L’Iran è un Paese atroce e ingiusto. Innegabile. Lo è anche la Corea del Nord, se per questo. Non è la stessa cosa. La risposta a queste domande esiste. Vale la pena di fare la guerra all’Iran anche a costo di morti e distruzioni, anche a costo di povertà, esattamente come valeva la pena di combattere Hitler. Lo spiega un iraniano.
La risposta si può trovare in un vecchio libro, purtroppo non tradotto in italiano: Islamic Fundamentalism: The New Global Threat (Fondamentalismo islamico: la nuova minaccia globale) di Mohammad Mohaddessin. Esso spiega come l’Iran sia il cuore del male e come solo il crollo della Repubblica islamica iraniana possa permettere la pacificazione del mondo, mentre la sua esistenza garantisce un rigagnolo continuo di terrorismo, destabilizzazione, morte, distruzione, un fiumiciattolo immondo che non si arresta mai, e che alla fine facendo le somme ha un bilancio ben più tragico di una definitiva guerra. Mohammad Mohaddessin (nato nel 1955 a Qom, Iran) è un politico e scrittore iraniano, noto per la sua opposizione al regime teocratico instaurato dopo la rivoluzione del 1979. Figlio di un Grande Ayatollah, è cresciuto in un ambiente religioso tradizionale, ma si è presto avvicinato a movimenti politici contrari al sistema clericale dominante. Durante gli anni della rivoluzione iraniana, Mohaddessin aderì all’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo iraniano (Pmoi/Mek), gruppo di ispirazione islamico-progressista e nazionalista che si opponeva sia allo Scià sia al futuro governo di Khomeini. Dopo la presa del potere da parte dei religiosi, Mohaddessin fu costretto all’esilio e divenne membro del Consiglio nazionale della resistenza iraniana (Ncri), l’organo politico del movimento in esilio. Attualmente è il presidente della Commissione degli Affari esteri del Ncri e una delle voci più note della resistenza iraniana in ambito internazionale. È autore di diversi saggi sul fondamentalismo religioso e sulla politica iraniana, tra cui Islamic Fundamentalism: The New Global Threat, in cui analizza e critica l’espansione del fondamentalismo ispirato al regime di Teheran.
Islamic Fundamentalism: The New Global Threat, pubblicato nel 1993 (con successive ristampe fino al 2001), denuncia il regime instaurato dopo la rivoluzione iraniana del 1979 e illustra i danni e i rischi che ne derivano per la regione e il mondo intero. Il cuore del libro è un ritratto approfondito del regime teocratico iraniano, fondato dall’Ayatollah Khomeini e proseguito sotto Rafsanjani. Mohaddessin descrive l’applicazione della dottrina del Vali-e-Faqih, la guida suprema religiosa-politica, e l’erosione delle strutture economiche e civili iraniane a causa della gestione autoritaria. Vengono inoltre documentate azioni esterne attribuite al regime iraniano, come l’esportazione della rivoluzione, il coinvolgimento in un enorme numero di atti terroristici e il finanziamento clandestino di armamenti e programmi nucleari. Mohaddessin traccia anche una mappa geografica dell’influenza ideologica di Teheran: dal Medio Oriente all’Asia Centrale, dall’Africa occidentale fino a certe aree dell’Occidente. L’autore dimostra che i petrodollari e il fascino dell’ideologia rivoluzionaria iraniana alimentano la penetrazione del «Khomeinismo» in vari contesti vulnerabili. In contrapposizione al regime, Mohaddessin propone la sua organizzazione, i People's Mojahedin, come forza politica democratica, nazionalista e antifondamentalista. Loro aspirano a sovvertire l’attuale governo iraniano per instaurare un sistema plurale, pluralista e laico. Nell’intervista del 1995, Mohaddessin esplicita il suo rifiuto totale del «fondamentalismo moderato», paragonato a una contraddizione in termini, e conferma la volontà di cooperare con l’Occidente per promuovere la democrazia in Iran.
Il sottotitolo del libro, The New Global Threat, rappresenta un allarme che non è certo esagerato. Il fondamentalismo è una minaccia ben più grave di altre minacce storiche come la guerra fredda e la proliferazione nucleare. Nel caso del fondamentalismo islamico, c’è anche la religione. Il comunista doc potrebbe non aver troppa voglia di morire, l’islamista doc, soprattutto se è un fallito da un punto di vista relazionale e lavorativo, può desiderare la morte santa con tutto il cuore. Altrettanto forte del desiderio del paradiso è la paura dell’inferno, cui sono condannati collaborazionisti dell’Occidente, Dio non voglia del grande e piccolo satana (Usa e Israele), ma anche tutto l’esercito di gente che cerca di farsi gli affari suoi. Il comunista doc non aveva alle spalle una tradizione plurimillenaria, non aveva un’arma potente come la sete imposta nel ramadan per distinguere eroi, traditori, tiepidi e collaborazionisti. Il comunista doc non era uno che sfigurava con l’acido il volto delle ragazze che portano male il velo. Il comunista doc non proveniva da un sistema che ha condannato a morte per lapidazione una dodicenne che aveva subito uno stupro. Mohaddessin sostiene l’ovvio: e cioè che l’ideologia iraniana, autoritaria, religiosa, assassina ed espansiva, costituisce un pericolo reale, specie ora che la fine della Guerra fredda ha lasciato un vuoto di influenza nelle aree musulmane ex-sovietiche e africane.
Il libro di Mohaddessin fornisce un resoconto diretto e documentato della natura repressiva e radicale del regime iraniano post 1979, con la sua espansione ideologica e militare. Offre inoltre un’alternativa politica tramite i People's Mojahedin, proponendosi come contrappeso democratico alla teocrazia iraniana. Il taglio è fortemente normativo: l’autore non si limita a descrivere, ma promuove attivamente un modello politico alternativo, come ovvio che sia. Il libro è scritto da un iraniano. Nessuno può accusarlo di colonialismo bianco e altre idiozie del genere. È la voce di un uomo che vuol salvare il suo Paese perché lo ama profondamente, perché il suo cuore sanguina a ogni ragazza sfregiata per non aver portato il velo, a ogni ragazzo impiccato a una gru. Oltre che essere iraniano, prima che essere iraniano Mohaddessin è una creatura umana. Il suo popolo è l’umanità. Ed è anche per l’umanità che deve essere salvata dall’orrore del fondamentalismo che fa sentire la sua voce. Il coraggio è contagioso. La forza di una catena è quella del suo anello più debole. La forza di un popolo è quella del suo anello più forte, fino a che qualcuno si batte, quel popolo non è domato e non è vinto. Il popolo iraniano non è mai stato domato, non è mai stato vinto. È un popolo per cui vale la pena di combattere.
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Sulla crisi in Medio Oriente il ministro ha dichiarato: «L’Italia non partecipa e non parteciperà assolutamente alla guerra. Noi lavoriamo con la nostra diplomazia per cercare di impedire un allargamento del conflitto».
Tajani ha poi sottolineato l’importanza del traffico nello Stretto di Hormuz: «Ci auguriamo che quanto prima si possa tornare a transitare attraverso Hormuz per impedire che ci sia un’impennata nel costo dell’energia». Infine, il ministro ha assicurato controlli contro eventuali speculazioni: «Stiamo vigilando affinché non ci sia assolutamente speculazione da parte delle imprese. Chi specula verrà sanzionato».
Marco Bucci (Ansa)
Il presidente ligure smentisce il direttore Michele Brambilla: «Rapporti cordiali, niente pressioni». Ne beneficia il sindaco di Genova, che appare come «martire» e coltiva sogni nazionali.
La slavina parte da un esposto anonimo di 23 pagine consegnato all’Ordine dei giornalisti della Liguria che chiama in causa il direttore del Secolo XIX, Michele Brambilla. L’Ordine, presieduto da Tommaso Fregatti, cronista di giudiziaria proprio del Secolo XIX, apre un procedimento disciplinare e convoca i capi delle redazioni genovesi. I fatti esaminati partono dal momento in cui il giornale cambia di mano.
Nel settembre 2024 gli armatori genovesi Aponte lo hanno comprato dalla Finegil dell’ex gruppo Espresso-Repubblica. Secondo le ricostruzioni che circolano sui giornali progressisti, l’ufficio del governatore di centrodestra Marco Bucci avrebbe costruito dossier sul quotidiano ligure (con tanto di black list di cronisti sgraditi) per fare pressione sull’editore e ammorbidire la linea editoriale. Dopo l’audizione all’Ordine, Brambilla sarebbe andato in Procura per presentare una denuncia per diffamazione dopo aver appreso quanto riferito all’Ordine dallo staff di Bucci. La vicenda diventa pubblica e prende forma in due versioni contrapposte. La prima è quella pro Brambilla. All’inizio i rapporti con il governatore sono cordiali. Poi arriva la campagna elettorale delle amministrative. Il centrosinistra candida Silvia Salis. Ed è in quel momento che il Secolo XIX sarebbe finito sotto osservazione. Lo staff del governatore avrebbe preparato rassegne stampa commentate sul lavoro del giornale. I documenti sarebbero stati consegnati dal portavoce Federico Casabella a Bucci. E sarebbero stati arrivati, non si sa come, all’editore Pier Francesco Vago, executive chairman della galassia Aponte.
Spesso l’editore li avrebbe girati al direttore. «Un’attività sistematica», racconta Brambilla: «Io ho sempre fatto un giornale equilibrato. Ma Bucci voleva altro». La paternità dei report viene rivendicata dallo stesso Casabella e da Diego Pistacchi, membro dello staff del governatore. Entrambi ex giornalisti del Giornale. Ma Casabella respinge la definizione di dossier: «Definirli dossier è falso e diffamatorio». Sarebbe stata, sostiene, una normale «mappatura dei media» destinata all’uso interno. Durante la sua audizione emerge, però, un dettaglio. Il portavoce sostiene che quei report sarebbero stati concordati proprio con il direttore del Secolo XIX. Brambilla replica definendo questa ricostruzione «una menzogna (una convinzione che gli ha fatto rimpolpare la sua denuncia in una diffamazione aggravata, ndr)». A fine febbraio arriva il primo punto fermo. L’Ordine archivia la posizione del direttore: nessuna violazione deontologica. La storia però non si ferma lì. I documenti circolano. E Brambilla, dalle pagine della Stampa, rilancia.
Nell’intervista viene riportata la versione secondo cui quei report sarebbero stati redatti d’accordo con il direttore. Brambilla replica con una domanda: «Allora perché (Bucci, ndr) non li mandava a me? Perché li ha mandati al mio editore?». E se il governatore sostiene, invece, che si trattasse di normali critiche, il direttore ribatte: «Quei dossier sono pieni di cose false». Ma, a questo punto, il direttore la spara grossa: «Cercare di controllare la stampa, questo è sempre successo. Ma qui siamo oltre. Siamo vicini alla dittature sudamericane». Quindi aggiunge: «Mi sono sempre sforzato di fare il giornale più equilibrato possibile, ma se anche decidessi di fare un giornale di sinistra, che cosa vuole Bucci?». Certo fa specie sentir parlare di un giornale progressista dall’autore del pamphlet denuncia L’eskimo in redazione, un corrosivo ritratto della storica deriva sinistrorsa dei cronisti dopo il ’68.
Il governatore ieri è intervenuto con un corrosivo comunicato: «Avrei sperato di non dover arrivare al punto di rendere nota la chat con il direttore del Secolo XIX», afferma, «ma sono costretto a farlo per ristabilire la verità e dimostrare che è falso che lui non fosse d’accordo a questo scambio di considerazioni». Bucci contesta l’uso di un messaggio dell’8 maggio 2025 diffuso dal direttore come prova del suo dissenso. Le parole sono queste: «Sono veramente stanco di queste cose. Facciamo un giornale onesto. E stop». Secondo il governatore sarebbe stata una mistificazione: quella frase «non è riferita al report, né a miei messaggi, né al mio staff», ma sarebbe la risposta del direttore a un post apparso su Facebook contro il giornale e da lui segnalato. E, ora, valuta piccato: «Scriverla sulle pagine del proprio giornale e darla ad altri quotidiani come prova che lui rifiutava le nostre segnalazioni è una cosa estremamente grave». La prova che i rapporti andavano avanti senza scossoni sarebbe da rinvenire proprio nelle chat. Il confronto, infatti, sarebbe proseguito normalmente. Il governatore cita uno scambio del 22 novembre: «Invio al direttore alcuni resoconti e preciso di farlo “senza alcuno spirito polemico ma soltanto per proseguire quello che ci siamo detti nel nostro ultimo incontro”». La risposta di Brambilla, secondo il governatore, sarebbe stata: «Va bene, dopo guardo adesso sono in treno». Dopo la lettura sarebbe stato proprio Brambilla, ricostruisce Bucci, «a fare riferimento a un incontro avvenuto in sua presenza con l’editore». Queste sono le sue valutazioni: «Nessuna azione di pressione indebita, dunque».
Il passaggio successivo della chat, a suo dire, dimostrerebbe l’esistenza di uno scambio costante. Le parole di Brambilla sono queste: «Avvisami subito quando vuoi precisare qualcosa o dire la tua, così non si accumulano rassegne e si interviene subito, senza che si sedimenti nulla». Per ricostruire la dinamica dei rapporti con il quotidiano, il governatore insiste su un punto che considera decisivo: la relazione con la direzione del giornale non sarebbe stata episodica. È dentro questa cornice che colloca anche uno dei passaggi centrali della vicenda: «Si dice (Brambilla, ndr) dispiaciuto del tono, difende giustamente il lavoro dei suoi giornalisti, ma mai nega di essere d’accordo a questo confronto costante che prosegue da oltre un anno». La conclusione di Bucci è al vetriolo: «Chiedo», afferma rivolgendosi a Brambilla, «se le ha, che mostri quelle che sono state definite con formula diffamante “black list di giornalisti sgraditi” e che né io né il mio staff abbiamo mai fatto e mai ci sogneremo di fare. Non intendo invece violare la riservatezza di chat che riguardano altre persone, cosa che il direttore invece ha fatto pubblicando messaggi altrui». Ovviamente tra i due litiganti, un giornalista considerato moderato e un governatore di centrodestra (scontro che è stato svelato dai giornali progressisti che a Genova lavorano in pool), gode solo la sindaca della città, presentata subito dai cronisti come vittima di chissà quali complotti. In realtà il trattamento di favore a lei riservato dai media è sotto gli occhi di tutti. In vista del suo auspicato (da molti) lancio come politica di livello nazionale, se non, addirittura, come candidata premier del campo largo.
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