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La nuova Intelligenza artificiale di Anthropic, capace di penetrare ogni sistema informatico, ha spinto l’ideatore a limitarne la vendita, mentre il Pentagono scalpita. L’Ue invece dorme. Roma faccia da apripista.
La rivoluzione tecnologica sta accelerando e rende necessario un adattamento altrettanto veloce e, soprattutto, discontinuo in relazione al presente. Tale adattamento dovrà essere sistemico, ma è prioritario spingerlo nei sistemi industriali, nel settore dei servizi e della sicurezza. Qui un’analisi preliminare delle soluzioni per salvaguardare la competitività del sistema industriale italiano che appare, come quello europeo, arretrato in relazione alla velocità innovativa trainata dalla spinta futurizzante dell’Intelligenza artificiale negli Stati Uniti ed in Cina.
Autorevoli commentatori italiani scrivono che sarebbe necessario un «Re-Made in Italy». Inoltre, Giorgio Parisi, premio Nobel 2021 per la fisica invoca (dal 2025) la creazione di un centro di ricerca europeo sull’Intelligenza artificiale con visione sistemica e non solo settoriale per la seguente argomentazione: l’Intelligenza artificiale non è soltanto una nuova tecnologia computazionale, ma è un fenomeno fisico, energetico e informazionale di scala inedita. Concordo, ma data la quasi certa concorrenza intraeuropea suggerisco di crearne intanto uno in Italia con missione d’avanguardia dedicata alla super robotica multifunzionale. Da un paio d’anni sento crescere nel mondo industriale piccolo e grande l’inquietudine per le strategie di competitività futura globale e una crescente domanda per acquisire un maggiore potere cognitivo sia per la conduzione di un’azienda sia per la sua riorganizzazione interna. Sempre più imprenditori, in particolare giovani, mostrano la consapevolezza della discontinuità in atto. Per inciso, si veda il libro di Giordano Riello e Carlo Pelanda Gestire la discontinuità. Dialogo futurizzante tra imprenditore e professore (Rubbettino, luglio 2025). La società di investimento italiana in cui opero ha creato un fondo in collaborazione con una grande azienda statunitense produttrice di sistemi di Intelligenza artificiale per dare il giusto capitale di sviluppo ad aziende innovative. Semplificando, anche se ora il sistema italiano appare in ritardo nelle statistiche comparative internazionali sul piano dell’adeguamento rapido alla rivoluzione tecnologica in atto, ritengo che il potenziale scientifico-tecnico residente in Italia abbia un’elevata capacità di mettersi nel gruppo di testa mondiale della rivoluzione tecnologica, ma a date condizioni.
Prima di suggerirle, devo citare il caso del sistema robotico Mythos prodotto dall’azienda statunitense Anthropic guidata da Dario Amodei che è la prova concreta della discontinuità in corso: è emerso che Mythos ha la capacità di penetrare tutti gli attuali sistemi informatici e, volendo, anche sabotarli. Consapevole di avere in mano una sorta di bomba nucleare e perseguendo un comportamento etico-prudenziale, Amodei la ha immessa solo selettivamente sul mercato (statunitense) ed in configurazione difensiva contro cyberattacchi. Ciò ha irritato il Pentagono, interessato ad avere il sistema completo, e creato un conflitto tra Washington ed Anthropic dopo informazioni che lo spionaggio cinese è riuscito a rubare alcune parti di Mythos. E ciò è una parte della storia. L’altra parte riguarda le riunioni con toni d’emergenza convocate da Scott Bessent, ministro del Tesoro Usa, e Jerome Powell, presidente della Fed, per valutare la vulnerabilità del sistema bancario americano a nuovi «gizmo» come Mythos. Mossa adeguata perché il tenere segreta una tecnologia così potente è impossibile. Infatti ci sono segnali crescenti che alcune potenze stanno cercando non solo sistemi simili a Mythos, ma anche più penetranti. Questo cenno serve intanto a definire una priorità di adattamento: la guerra sta evolvendo dalla cinetica tradizionale a quella informatica con competizione accelerata per la superiorità sulla seconda. Tale evidenza pone in priorità la sicurezza di tutti i sistemi chiave attraverso i quali si svolge la nostra vita civile. In altri termini, per la sicurezza del prossimo futuro non serve solo uno scudo antimissile e antidroni, ma anche uno cibernetico.
Ma se si capisce anche vagamente come Mythos riesca a penetrare tutto l’esistente elettronico è facile immaginare quanto ampia sia l’innovazione possibile. Sia per sfruttarne il potenziale sia per restare concorrenziali e in sicurezza secondo me servono, in valutazione preliminare, le seguenti soluzioni.
1 Creare un Nasdaq italiano, cioè una Borsa dedicata alla tecnologia che possa incrociare bene capitale di investimento e aziende tecnologiche promettenti, in particolare startup. Dalle mie ricerche ricavo che ce ne sono più di 1.000 residenti in Italia, ma con problemi di capitalizzazione. Già Mario Draghi aveva sostenuto l’urgenza di rivedere le regole che limitano i flussi di capitale di rischio (venture capital) per evitare che le startup europee (qui enfatizzo le italiane) migrassero in America dove il capitale di investimento è più fluido.
2 Unire sicurezza e futurizzazione tecnologica. Tema delicato, ma penso inevitabile usare la concentrazione di capitale per programmi militari e di polizia per ricadute rapide sulla futurizzazione dei sistemi civili, soprattutto, robotica eso, endo, sub e cognitiva.
3 Stimolare una rivoluzione cognitiva di massa per diffondere la cultura tecnica utile a costruire una competenza diffusa, per esempio aumentando i programmi universitari di Terza missione, cioè collegando di più università, centri di ricerca e suole superiori.
4 Competizioni a premio per la robotica operativa e cognitiva meglio performante.
Tanto altro, ma suggerisco questi primi passi futurizzanti.
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Un funzionario italiano denunciò già nel 2017 traffici e scarsa sicurezza nell’ambasciata in Congo: «Fui minacciato dai locali».
«I magistrati si sono orientati verso la ricerca di una responsabilità. E si è scelto il colpevole perfetto, cioè il World food program, che non può essere portato in giudizio». L’uomo che parla è un funzionario della Farnesina ancora in servizio. Non è un osservatore esterno. È uno che quella sede l’ha vissuta. Che conosce Kinshasa, località del Congo in cui ha sede l’Ambasciata italiana, i suoi equilibri e le sue distorsioni. E che, prima ancora che l’ambasciatore Luca Attanasio arrivasse in quel Paese, aveva messo nero su bianco tutte le criticità.
Ora il funzionario ha consegnato le sue informazioni e un corposo incartamento al deputato di Fratelli d’Italia Andrea Di Giuseppe, che aveva denunciato lo scandalo dei visti per l’Italia dal Bangladesh (un’inchiesta che ha già prodotto due condanne). Un file audio con la versione del funzionario che potrebbe riscrivere, a cinque anni di distanza, la storia del delitto Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e del loro autista Mustapha Milambo, è stato depositato il 26 febbraio da Di Giuseppe al Gruppo investigativo Criminalità economico-finanziaria della Guardia di finanza di Roma. «Nessuno mi ha mai sentito», afferma il testimone (ampi passaggi dell’audio verranno mandati in onda questa sera a Fuori dal Coro, la trasmissione di Rete 4 condotta da Mario Giordano). Poi aggiunge: «Credo che non convenisse a nessuno, soprattutto al ministero degli Esteri».
Quelle che il testimone definisce «le responsabilità interne», ovviamente per ora solo ipotizzate, non sarebbero entrate nel fascicolo sull’omicidio. Una pista mai approfondita che potrebbe aiutare a ricostruire il movente. Partendo non dalla mattina del 22 febbraio 2021, non dalla strada tra Goma e Rutshuru, non dall’agguato. Ma da ciò che lo precede e che non è entrato negli atti. La ricostruzione, infatti, non comincia nel 2021. Comincia almeno sei anni prima. Nel 2015, quando alla Farnesina c’è Paolo Gentiloni.
È in questa fase che, secondo il testimone, emergono le prime anomalie. «Situazione già compromessa […] sistema diffuso di irregolarità […] racket dei visti». È questo che segnalò all’epoca il testimone. In un documento di cui la Verità è in possesso c’è scritto: «Constatai che l’Ambasciata era al centro di un racket dei visti d’ingresso, con il coinvolgimento di funzionari del regime di Kabila». Poi la parte più inquietante, che sembra connettersi direttamente con il delitto Attanasio: «Presi immediati provvedimenti […]. Fui fatto oggetto di minacce di morte da parte del governo della Repubblica del Congo, come comunicatomi direttamente dall’allora segretario generale Elisabetta Belloni». Ma c’è di più: «Come appresi solo successivamente, la situazione di degrado in cui versava l’Ambasciata era già stata segnalata nel 2015 dal comandante dei carabinieri del Mae, generale Luigi Robusto, con un appunto al capo di gabinetto Belloni».
Il generale, rammenta il testimone, avrebbe «trovato anche una situazione disciplinare non proprio buona fra i suoi carabinieri». A suo dire c’era uno strano giro di ragazze che entravano in Ambasciata. Oltre a quelli che definisce «intrallazzi»: «Giri, macchine, contratti di manutenzione». Fino alle adozioni internazionali. «Un altro verminaio», lo definisce il funzionario, «perché lì c’erano bande contrapposte». Con una «lobby di queste associazioni». E afferma: «Io l’ho messo nell’appunto sulle criticità, è una lista degli orrori».
L’unica risposta che avrebbe ottenuto, «per interposta persona», afferma il funzionario, sarebbe questa: «Ma intendi fare denuncia?». Per anni si è tenuto dentro ciò che sapeva. E ne spiega la ragione: «Una delle ragioni del mio silenzio è che la Belloni era il capo del Dis (il Dipartimento di informazione per la sicurezza, ndr)». È una spiegazione. Ma è anche un punto fragile nel racconto. Che, poi, vira proprio verso la sicurezza. Perché, come se non bastasse, «viene ridotto il dispositivo di protezione». Le scorte. A dire del funzionario era un servizio «del tutto insufficiente». La richiesta di declassamento della sicurezza, spiega ancora il testimone, «fu accolta dall’Ispettorato generale, istruita in tal senso, non avendo mai controllato il mantenimento del dispositivo, malgrado le mie insistenti richieste di rafforzamento, di cui c’è prova». Poi, il passaggio più pesante: «Fu probabilmente uno dei fattori che agevolarono l’omicidio». Un anno dopo, ovvero nel 2018, Attanasio viene destinato a Kinshasa. Con il dispositivo di sicurezza al minimo. Secondo la testimonianza entra in una sede che non era stata bonificata. E soprattutto: Attanasio non avrebbe ricevuto «un adeguato passaggio di consegne».
La dinamica dell’omicidio, invece, per il funzionario, sarebbe stata ricostruita con precisione: «È quella», afferma. Ma subito ritorna sul punto: «È stato indebolito il dispositivo di sicurezza… morale della favola… Attanasio è stato ammazzato». Mentre chi viene indicato come protagonista della gestione allegra avrebbe fatto carriera. Il testimone non le risparmia all’Ispettorato del ministero degli Esteri: «L’ispettorato da noi lo chiamano il copertone, perché è quello che copre tutto». Un attimo dopo aver raccolto il lunghissimo sfogo del testimone, Di Giuseppe è entrato negli uffici investigativi della Guardia di finanza e ha verbalizzato: «Ho registrato, con il consenso, la conversazione che vi fornisco, dalla quale si evincono situazioni penalmente rilevanti». Poi il passaggio clou: «Mi preme sottolineare che dalla conversazione emergerebbero nuovi e importanti elementi che potrebbero portare a sviluppi finora sconosciuti in relazione alle circostanze che hanno determinato l’uccisione di Attanasio, del carabiniere di scorta Iacovacci e del collaboratore locale Milambo».
Contattato dalla Verità, Di Giuseppe ha commentato: «Finalmente si sta cominciando a capire quello che la maggior parte di noi intuiva. Con queste nuove evidenze vorrei vedere chi si prenderà la responsabilità di non riaprire l’inchiesta. Dobbiamo pretendere che ci sia chiarezza. Due servitori dello Stato sono stati spazzati via. Lo dobbiamo a loro».
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Ansa
La polizia locale è sempre più impegnata nel contrasto al crimine. L’arma elettrica ha superato la sperimentazione ma il Comune non passa alla fase di equipaggiamento.
Nel giugno del 2025, in via Murat a Milano, due agenti della polizia locale salgono di corsa le scale di un palazzo dopo le urla di un uomo che chiede aiuto. Sul pianerottolo si trovano davanti un egiziano armato di coltello. Li minaccia. I ghisa estraggono l’arma di ordinanza per fermarlo. Alla fine, lui si arrende. È una scena che racconta bene il rischio che corrono gli agenti della Locale. E chiarisce, meglio di molte discussioni politiche, il nodo del taser. Tra spray al peperoncino, bastone e contatto fisico, oggi manca uno strumento intermedio.
Perché l’alternativa, quando la situazione si mette male, può diventare la pistola in dotazione. È l’ultima soglia, la più pericolosa per tutti, anche per l’aggressore. Il taser viene richiesto per questo: per fermare a distanza, prima che la situazione degeneri.
Il 10 aprile 2026 il sindacato della polizia locale milanese Diccap/Sulpm ha scritto al sindaco Giuseppe Sala e ai capigruppo del Consiglio comunale. La firma è quella del segretario cittadino Daniele Vincini. La richiesta è semplice: sbloccare la dotazione del taser - lo storditore elettrico - alla polizia locale. Il sindacato sostiene che la sperimentazione si sia chiusa con esito positivo sul piano della deterrenza e accusa la politica di aver fermato tutto. È da qui che parte lo scontro. Non è più una discussione tecnica. Ma un attacco diretto alla linea di Palazzo Marino. E oggi il bersaglio è ancora più chiaro, perché da gennaio la delega alla Sicurezza è rimasta nelle mani di Sala.
Il problema per il sindaco è che sul taser non può dire di essere stato colto di sorpresa. A gennaio 2024 aveva detto che per i vigili «ci può stare», purché con regole d’ingaggio chiare. Ad agosto 2024 il Comune aveva annunciato la sperimentazione. Il test prevedeva l’acquisto di sei dispositivi, la formazione di circa 60 agenti e una durata di sei mesi. Poi il dossier si è fermato. Oggi Sala dice che la sperimentazione non ha dato grandi risultati (dopo un investimento di 30.000 euro) e rimette la scelta alla commissione Sicurezza e poi al Consiglio comunale. Prima apre. Poi frena. Infine, scarica la decisione. A rendere la vicenda più pesante è il fatto che la polizia locale arriva a questa battaglia dopo anni di criticità. Nel 2015 le aggressioni agli agenti a Milano furono 174. Negli anni successivi sono subentrati gli strumenti di autotutela già previsti dal quadro regionale, come il bastone estensibile e lo spray al peperoncino. Nel 2019 Sala rivendicava una prima fornitura di 500 spray per i vigili. I sindacati sostengono che questi strumenti abbiano contribuito a ridurre gli infortuni da aggressione. Ma proprio qui si concentra la loro obiezione: se bastone e spray sono stati introdotti, perché sul taser Milano si è fermata a un passo dal traguardo?
Negli ultimi anni il lavoro dei ghisa è cambiato. E i numeri lo mostrano con chiarezza. Nel 2024 il Comune ha comunicato 230 arresti e un corpo di 3.037 uomini e donne. Nel 2025 gli arresti in flagranza sono saliti a oltre 450. Le pattuglie in strada ogni giorno sono diventate 230. Le richieste di intervento alla centrale operativa 330.874. Gli effettivi circa 3.200, contro i 2.800 del 2022. Non è più soltanto un corpo che si dedica a viabilità e controlli amministrativi. È un presidio sempre più impegnato nella sicurezza urbana, nei reati di strada, nella gestione del disordine quotidiano dove spesso i protagonisti sono extracomunitari. E proprio mentre cresce il carico operativo, la politica si blocca sul nodo più sensibile.
C’è poi un altro dato che dice molto. Nel luglio 2025, secondo le statistiche, nei primi sei mesi dell’anno i fermati o arrestati dalla locale erano già 300, quanto in tutto il 2024. Tanto da spingere il Comune ad aprire nuove celle di sicurezza in via Custodi. È un dettaglio che racconta come ci sia stato un cambio netto. La municipale di Milano è sempre più coinvolta nella gestione diretta delle situazioni critiche. Ma sugli strumenti, sulla tutela legale e sulla copertura politica continua a ricevere risposte lente.
Qui si apre il nodo politico vero. Il taser non divide solo per ragioni tecniche. Divide la maggioranza, spaccata, con una parte del Pd contraria e con la commissione Sicurezza non ancora convocata. Il presidente della commissione, il dem Michele Albiani, ha spiegato che il tema è al centro del dibattito nella maggioranza e che servono ulteriori approfondimenti. Tradotto: nel centrosinistra milanese c’è il timore che una scelta troppo marcata sul terreno della sicurezza, e su un simbolo come il taser, possa essere letta come una svolta troppo «securitaria» e finire per costare sul piano politico.
Il sindaco continua a difendersi con i dati generali sui reati, ma è una fotografia incompleta: mentre il totale cala, aumentano gli arresti da parte dei ghisa, cresce la pressione sugli interventi e resta alta la tensione sulla microcriminalità che più pesa sulla percezione urbana.
C’è poi il nodo del personale. L’organico è cresciuto, ma Milano continua a inseguire il proprio fabbisogno: il programma 2025-2027 prevede 520 nuovi agenti e il Comune stesso ammette il problema, tra stipendi erosi dal costo della vita e 73 alloggi pubblici messi a bando per trattenere i vigili in città.
L’ex vicesindaco Riccardo De Corato attacca la sinistra milanese, accusandola di voler bloccare per ideologia il taser alla polizia locale nonostante una sperimentazione di sei mesi conclusa positivamente. E sostiene che quei 30.000 euro spesi per acquistare i dispositivi non dovrebbero ricadere sui cittadini, ma su chi ha fermato il progetto.
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Nicole Minetti (Ansa)
L’ex igienista dentale, che stregò Silvio Berlusconi sbarcando in Regione Lombardia, aveva una pena cumulativa di 3 anni e 11 mesi per peculato e induzione alla prostituzione. Il Quirinale cancella tutto per motivi umanitari: «Sta assistendo un minore malato».
Il presidente della Repubblica ha graziato Nicole Minetti. Lo spazio per il ricamo è zero, la dose media singola di indignazione grillina dovrebbe essere nulla. Ma la gastrite a sinistra per il corto circuito politico insito nella notizia è palpabile. E basta aprire una finestra sui social per sentirne il fetore, anche se la decisione di Sergio Mattarella di firmare la domanda di grazia di una delle protagoniste della stagione berlusconiana delle «cene eleganti» non lascia alcuno spazio alla polemica.
Lo spiega il Quirinale in un comunicato: «La concessione dell’atto di clemenza - in favore del quale si è espresso il competente procuratore generale della Corte d’appello di Milano in un ampio parere - si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti, che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati. La normativa a tutela dei dati sensibili dei minori non consente di rendere noti ulteriori dettagli».
L’ex igienista dentale (41 anni) - compagna dell’imprenditore Giuseppe Cipriani, erede della storica famiglia proprietaria dell’Harry’s Bar -, avrebbe dovuto scontare tre anni e 11 mesi di reclusione come pena cumulativa per due condanne: favoreggiamento della prostituzione nel processo Ruby-bis (due anni e 10 mesi nel 2019) e peculato per la «Rimborsopoli» in Regione Lombardia (1 anno e un mese nel 2021). Al termine dell’iter processuale, la Procura generale di Milano aveva emesso un provvedimento nel quale si autorizzava la concessione dell’accesso alle misure alternative alla detenzione, vale a dire l’affidamento in prova ai servizi sociali. A febbraio la svolta: il presidente Mattarella ha concesso la grazia dopo il parere favorevole del ministro della giustizia, Carlo Nordio, e della stessa Procura generale.
A congelare ogni prurito manettaro, almeno in chiaro, sono la firma di Mattarella e la motivazione: «Condizione di salute di un famigliare minore» sul quale viene steso un velo di discrezione per la privacy. Minetti si dedica alla persona fragile da almeno cinque anni insieme al compagno, con necessità di «monitoraggi continui e di cure costanti» che rendono la sua presenza imprescindibile. Quindi in contrasto con il lavoro in affidamento all’esterno, lontano da casa. Sono preminenti, secondo la richiesta di grazia, «la tutela della salute e la condizione di particolare vulnerabilità di un minore, il bisogno di assicurare continuità di cura e stabilità familiare, evitando effetti indiretti sproporzionati su soggetti terzi».
L’istanza di grazia era cominciata a inizio 2025, affidata agli avvocati Emanuele Fisicaro e Antonella Calcaterra che hanno fondato la richiesta al Quirinale sottolineando i motivi umanitari legati alle condizioni di salute del minore e il sostanziale cambiamento della vita della condannata, che ha completato un percorso di reinserimento sociale e di «responsabilizzazione personale». Niente interviste, niente ospitate, lei ha scelto l’invisibilità pubblica. La necessità della sua presenza accanto al paziente è un elemento che tutte le parti coinvolte - da Mattarella a Nordio, alla Procura generale - hanno ritenuto decisivo. Secondo una prassi consolidata, in questi casi la clemenza individuale è prevista «in situazioni eccezionali valutate rigorosamente in concreto», ribadiscono gli avvocati.
Questo particolare depotenzia ogni tentativo di strumentalizzazione a posteriori e valorizza l’umanità del gesto. Quanto alla pubblicità data alla vicenda, sembra un’eccezione dovuta all’interesse mediatico per un personaggio che per anni ha calcato ogni settore della cronaca italiana: high society, politica, gossip, giustizia, glamour. Una fuga di dettagli col contagocce e senza verifica, nel panorama western del mondo social avrebbe avuto effetti devastanti.
Così sono intervenute direttamente le istituzioni, soprattutto il Colle, a scolpire nella pietra le motivazioni della grazia e a fermare la reazione pavloviana degli indignados permanenti. Ovviamente nel magico mondo della Rete tutto ciò è valso a poco e l’orticaria collettiva è tracimata. «Quirinale vergognoso», «Bello schifo davvero», «Questo è un paese finito», «Mattarella avrà ottenuto un appoggio esterno al prossimo governo tecnico?»; per 24 ore il presidente è poco popolare su X, lato sinistro. Fino al surreale: «Minetti con i vecchi ci ha sempre saputo fare» (foto di Silvio Berlusconi).
Tornando sul pianeta Terra, emisfero umanità, gli avvocati Fisicaro e Calcaterra precisano: «In casi analoghi, scelte di questa natura restano normalmente confinate alla dimensione personale e familiare, senza una particolare esposizione pubblica. Proprio per questo rinnoviamo l’invito al massimo riserbo». Per poi concludere: «Se la risonanza mediatica dovesse tradursi in un pregiudizio concreto per la dignità, la riservatezza e la serenità della vita familiare di Minetti e soprattutto per la tutela del minore ci riserviamo ogni opportuna iniziativa a tutela dei diritti coinvolti». La polizia postale potrebbe avere parecchio lavoro.
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