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2026-03-03
Psicologa conferma le offese ai Trevallion e le giustifica pure: «Difendevo i giudici»
Famiglia Trevallion (Ansa)
La donna che deve fare i test sulla famiglia nel bosco: «Post pubblicati prima dell’incarico e per sostenere i magistrati».
Se la questione non fosse terribilmente seria, ci sarebbe da sbellicarsi dalle risate. Sarebbe questa la reazione più appropriata alla lettura dei testi che le esperte chiamate a valutare la famiglia nel bosco hanno inviato al Tribunale dei minori dell’Aquila in risposta agli articoli della Verità.
Come ricorderanno i lettori, il nostro giornale ha svelato che la dottoressa Valentina Garrapetta, giovane psicologa che ha il compito di sottoporre genitori e bambini Trevallion a una serie di test psicologici, aveva pubblicato su Facebook una serie di post irridenti e insultanti nei riguardi della famiglia che in seguito si è trovata a dover valutare. Abbiamo più volte notato - come del resto hanno fatto i consulenti di parte - che tali commenti pubblici sono decisamente incompatibili con un incarico delicato che richiede non solo imparzialità, ma anche grande cura e attenzione nei riguardi delle persone che vengono sottoposte a esame. I dubbi sorgono non soltanto riguardo alla Garrapetta, ma anche a proposito di Simona Ceccoli, la psichiatra incaricata dal tribunale di svolgere la perizia sui Trevallion. Dopo tutto è stata lei a scegliere la giovane consulente, senza premurarsi di verificare che cosa avesse scritto sui social (o forse addirittura condividendone le opinioni).
Dopo i nostri articoli, i legali dei Trevallion hanno chiesto la ricusazione della psicologa, condividendo molte delle nostre perplessità. A quel punto, Ceccoli e Garrapetta hanno inviato lettere al tribunale per difendersi. E il contenuto è a tratti surreale. La psichiatra Ceccoli evita accuratamente di approfondire la questione dei post pubblicati su Facebook e si limita a copiare e incollare il parere dell’Ordine degli psicologi dell’Abruzzo. L’Ordine, scrive la psichiatra, «si è espresso con una nota in data 23 febbraio 2026 con il chiarimento del ruolo del Ctu e dell’Ausiliario nell’ambito delle Consulenze tecniche di ufficio. Nella nota l’Ordine distingue inoltre la funzione del Ctu da quello dell’eventuale ausiliario del Ctu, che può essere incaricato di svolgere specifici approfondimenti specialistici, come esami psicodiagnostici o test psicologici. Il contributo dell’ausiliario viene precisato nella nota “è limitato a tali approfondimenti e non costituisce una valutazione autonoma né sostitutiva della consulenza tecnica di ufficio”». In pratica, la Ceccoli dice che la sua collaboratrice ha un ruolo del tutto marginale, che svolge test standardizzati e che dunque la sua opinione personale non può influire sull’andamento della perizia. Insomma, difende la sua sottoposta spiegando che non conta niente. Non smentisce l’esistenza dei post, non li commenta, non cerca nemmeno di motivarli nel tentativo di ridurne l’impatto. Dice solo che chi li ha scritti conta poco per cui non c’è alcun problema. «Tanto premesso», conclude la Ceccoli, «si ritiene di confermare pienamente la fiducia nella dottoressa Valentina Garrapetta, in qualità di ausiliaria della Ctu, la quale è psicologa e psicoterapeuta, regolarmente iscritta all’Ordine degli psicologi da quattro anni, in possesso di formazione specialistica mediante master di II livello in Psicologia giuridica e forense conseguito nell’anno 2021. Si evidenzia, quindi, che le competenze professionali della predetta risultano pienamente coerenti con l’incarico ricevuto e adeguate rispetto alla natura e alla complessità delle operazioni peritali in corso».
La posizione della Garrapetta è, se possibile, ancora più straniante. Non potendo ovviamente sorvolare sul contenuto dei post, la psicologa prova a mistificare il senso delle sue pubblicazioni. «Tali ricondivisioni», scrive, «si inserivano esclusivamente in un più ampio dibattito pubblico sulla tutela delle istituzioni e sulla necessità di evitare derive di mediatizzazione di vicende coinvolgenti minori, senza alcun riferimento diretto al procedimento oggi oggetto di incarico. Premesso quanto sopra», continua, «si precisa che mai alcun commento o dichiarazione è stato specificamente riferito alla capacità genitoriale dei due coniugi, profilo che esula integralmente da ogni considerazione di carattere mediatico e che può essere oggetto esclusivamente di valutazione tecnica nell’ambito del procedimento giudiziario competente. Si ribadisce con fermezza che la scrivente non ha mai rilasciato dichiarazioni, commenti o interviste personali sul caso, né ha espresso valutazioni sulle parti o sul merito della controversia. Parimenti, sulla propria pagina professionale non è mai stato pubblicato alcun contenuto, diretto o indiretto, riferibile al procedimento in oggetto. La scrivente, pienamente consapevole della delicatezza dell’incarico conferito, ha sempre operato e continuerà ad operare nel rigoroso rispetto dei principi di imparzialità, riservatezza e neutralità propri della funzione di ausiliario del Ctu».
Beh, che non abbia espresso valutazioni sulle parti in causa, cioè sui Trevallion, è profondamente discutibile: basta leggere gli articoli che ha condiviso online. Ed è proprio qui che viene il bello. Nella lettera, la dottoressa cerca di dimostrare che quei post non fossero offensivi nei riguardi della famiglia nel bosco.
«Come è bene leggere dai post stessi», sostiene la Garrapetta, «essi sono stati pubblicati in un contesto temporale significativamente precedente alla designazione quale ausiliaria; avevano carattere esclusivamente personale; esprimevano una generica posizione di sostegno nei confronti di assistenti sociali, giudici e magistrati che, in quei giorni, risultavano esposti a critiche particolarmente aggressive sui social network. Tali espressioni non possono in alcun modo essere interpretate come indice di pregiudizio, orientamento preconcetto o perdita di neutralità professionale». Capito? Lei non voleva offendere la famiglia nel bosco pubblicando post che deridevano il loro legame con la natura o la loro preferenza per uno stile di vita tradizionale. No, lei voleva prendere le parti di giudici, assistenti sociali e avvocati. Il fatto che i primi a essere esposti a critiche online fossero proprio i Trevallion non l’ha minimamente toccata. Tanto che la dottoressa rincara la dose, ripetendo che «i contenuti ricondivisi attenevano alla difesa dell’operato delle assistenti sociali, della magistratura e degli operatori dei servizi, oggetto di forti e reiterate critiche mediatiche nel contesto del noto caso riportato dalla stampa; a un invito alla prudenza comunicativa e al silenzio pubblico, proprio al fine di evitare fenomeni di eccessiva spettacolarizzazione mediatica della vicenda; alla mera riproduzione di atti giudiziari già riportati da organi di stampa; a una riflessione critica sulla sproporzionata esposizione mediatica del caso, a fronte di altre situazioni familiari con condizioni socio-economiche anche più gravi rimaste prive di analoga attenzione». Una arrampicata sugli specchi niente male.
Sul versante della famiglia, il super consulente Tonino Cantelmi è granitico: «Ribadisco che aver espresso opinioni pubbliche su un caso impone un dovere deontologico di astensione da attività peritali sul caso stesso», dice alla Verità. E in effetti non serve chissà quale dottorato per comprendere che se un esperto insulta coloro che dovrebbe valutare forse è meglio che sia destinato ad altro incarico. E anche su chi ha scelto quell’esperto e continua a dargli fiducia nonostante tutto è lecito esprimere dubbi.
Sarà il tribunale a decidere, e ci auguriamo che lo faccia con buon senso. A giorni i bambini del bosco dovranno essere sottoposti a test. Che li faccia chi li derideva online non è accettabile.
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I Carabinieri del Nucleo Investigativo e la Squadra Mobile di Napoli, nel corso di un'operazione coordinata dalla Dda, hanno eseguito 4 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di 71 indagati dopo le indagini su organizzazioni camorristiche dei due cartelli criminali Mazzarella e Alleanza di Secondigliano, attivi in città e in provincia.
Le indagini si sono concentrate, in particolare, sui quartieri della città ricostruendo l'attuale mappatura della divisione del territorio cittadino riguardo le zone Forcella - Duchesca - Maddalena, al quartiere Sanità ed alle aree Vasto, Arenaccia, Borgo Sant'Antonio Abate, Poggioreale, Rione Amicizia e San Giovanniello e consentendo l'acquisizione di gravi indizi di colpevolezza nei confronti degli attuali capi dei clan Mazzarella, Contini e Savarese-Pirozzi nonché dei reggenti delle rispettive zone, tutti destinatari delle ordinanze di custodia. Le indagini dei Carabinieri del Nucleo Investigativo e della Squadra Mobile, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, hanno consentito la puntuale ricostruzione del controllo dei rioni cittadini mediante presidio stabile degli affiliati messo in atto con l'uso di armi da fuoco, dell'enorme capacità offensiva nell'attuare rivalse armate nei confronti di gruppi criminali rivali, della diffusa disponibilità di armi, della salvaguardia dei rapporti di alleanza e mutua assistenza con le altre organizzazioni camorristiche; delle strategie di difesa dalle azioni investigative; della gestione delle attività di estorsione ai danni di attività commerciali e di operatori economici. Inoltre le indagini hanno svelato la natura del controllo delle numerose piazze di spaccio di sostanze stupefacenti, della gestione contabile dei relativi proventi economici destinati al pagamento degli stipendi agli associati ed al mantenimento degli affiliati detenuti e dei loro parenti.Con una delle quattro ordinanze eseguite è stato ricostruito anche il grave quadro indiziario nei confronti del presunto secondo esecutore materiale dell'omicidio di Emanuele Durante, vittima di un agguato di camorra il 15 marzo 2025 per essere stato individuato come responsabile della morte di Emanuele Tufano, colpito da arma da fuoco nel corso del conflitto armato del 24 ottobre 2024 nell'ambito di contrasti armati tra gruppi criminali dei quartieri cittadini della Sanità e di Piazza Mercato, intenzionati ad acquisire egemonia sui territori con atti dimostrativi di supremazia criminale. Per l'omicidio era già stato ricostruito il grave quadro indiziario relativo al presunto mandante ed all'altro presunto esecutore materiale del delitto. Contestualmente alle suddette ordinanze cautelari personali è stato disposto, nei confronti di alcuni indagati. il sequestro preventivo di conti correnti, immobili e società commerciali aventi sedi anche in altre regioni del territorio nazionale.
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Giuliano Vassalli (Ansa)
Anche se «Repubblica» nega impunemente la sua esistenza, un’intervista di 39 anni fa al «Financial Times» rivela la visione del padre del nuovo Codice penale. Per il giurista, l’«enorme potere» delle toghe ci rende un Paese «a sovranità limitata».
Questa è la storia di quel che potrebbe sembrare quasi un tentativo di depistaggio. Il tema sono il referendum sulla riforma della separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti, e soprattutto le parole pronunciate 39 anni fa sulla materia dal grande giurista Giuliano Vassalli.
Domenica primo marzo Repubblica ha cercato di seppellire sotto un’indebita accusa di «falso» un documento storico che in realtà è verissimo, oltre che attualissimo. Sotto al titolo «Le fake news di Carlo Nordio su Vassalli favorevole alle carriere separate», Repubblica ha cercato di contestare nove cartelle battute a macchina nel 1987 da Torquil Dick Erikson, un giornalista inglese esperto di diritto e giustizia, che da sempre vive e lavora in Italia e che allora collaborava con il Financial Times.
Quel testo è la trascrizione integrale di una lunga conversazione in italiano con Vassalli, che in quel momento era senatore socialista e presidente della commissione Giustizia, ma di lì a pochi mesi sarebbe diventato Guardasigilli. Il documento originale è stato pubblicato da Panorama.it nel luglio 2024 ed è disponibile online.
Che cosa sostiene Repubblica? Che «negli archivi del quotidiano l’intervista non esiste» e così cerca di sminuire anche la portata della trascrizione, lasciando credere si tratti di un falso. Il 19 giugno 1987, in realtà, Dick Erikson sul Financial Times pubblicò un articolo dedicato agli eccessi della custodia cautelare in Italia e alle scarse speranze che la situazione potesse migliorare con il nuovo Codice di procedura penale - quello poi varato nel 1989 e di cui Vassalli verrà definito il «padre» - e con il tentativo d’introdurre elementi di sistema accusatorio nei tribunali italiani: un sistema che avrebbe dovuto basare i processi sul libero gioco delle parti tra accusa e difesa, con un giudice terzo a fare da arbitro.
L’articolo del Ft esiste, insomma, pur se breve e anche se attribuisce a Vassalli due battute finali. Intriso di pessimismo sulle chance della riforma, il giurista dichiara che - già nel 1987 - la politica italiana «non è in grado di contenere il ruolo della magistratura di carriera perché loro (i magistrati, ndr) sono troppo potenti, non ce lo permettono: controllano non solo l’iter giudiziario e il sistema carcerario, ma anche il ministero della Giustizia». E conclude («sospirando»): «Qui abbiamo una sovranità limitata, come nell’Europa dell’Est: limitata dal potere della magistratura...».
Negando l’esistenza dell’intervista, Repubblica in realtà cerca di rintuzzare Nordio e il fronte del Sì al referendum sulla separazione delle carriere, che «citano l’intervista come fosse il Sacro Graal». Repubblica prova a sminuire soprattutto le parole pronunciate da Vassalli e accuratamente trascritte nelle nove cartelle che Dick Erikson due anni fa ha gentilmente concesso a Panorama.it: a sentire Repubblica, si tratterebbe di una conversazione «in cui Vassalli comunque non prende posizione in modo esplicito per la separazione delle carriere».
Ma non è affatto così. Al contrario, le nove cartelle della trascrizione integrale del nastro registrato dell’intervista, di cui Dick Ericson conferma l’autenticità («...e posso provarlo», aggiunge), sono importanti perché contengono i giudizi di Vassalli sulle tante patologie della nostra giustizia: giudizi, per di più, espressi in modo particolarmente libero forse anche perché stimolato dalle domande di un giornalista anglosassone, intriso di una diversa cultura processuale. Sulla separazione delle carriere, Vassalli dichiara che «non è molto leale» anche la sola idea di «parlare di sistema accusatorio, laddove il pubblico ministero è un magistrato uguale al giudice […] che continuerà a far parte della stessa carriera, degli stessi ruoli… (e che i due continueranno a..., ndr) essere colleghi». Il giurista aggiunge, mestamente, che «il concetto stesso del sistema accusatorio è assolutamente incompatibile con molti altri principi destinati a restare in vigore nel nostro diritto», e che anche dopo la riforma del Codice di procedura penale «il nostro ordinamento giudiziario non cambierà, se non in minima parte».
Quasi nulla potrà cambiare, sottolinea Vassalli, «perché oramai quello che la magistratura ha conquistato non lo molla più, non lo abbandona più». E si spiega con parole dure: «La magistratura ha un potere enorme, e non solo enorme in linea di fatto, ma lo ha sul potere legislativo [...] È il più grande gruppo di pressione che abbiamo conosciuto. Finora, in 40 anni, non c’è stata una legge in materia di giustizia che non sia stata ispirata e voluta dalla magistratura». A leggere la trascrizione, la lobby dei magistrati era potente già nel 1987: «Sono solo 7.000», dice Vassalli, «ma la loro forza e capacità di penetrazione, e soprattutto il Consiglio superiore della magistratura che tende sempre di più ad allargarsi, fanno sì che difficilmente ci saranno cambiamenti nell’ordinamento». Vassalli racconta all’esterrefatto giornalista inglese che lo stesso ministero della Giustizia, a Roma, è «occupato in tutti i posti» da magistrati fuori ruolo, e che da loro dipendono «le elaborazioni dei disegni di legge, i suggerimenti che al ministro vengono dati...».
Di fronte a quella situazione, la conclusione è che «bisogna fare buon viso a cattivo gioco, e attuare quel poco che si può...». Anche perché la politica è divisa: «Non c’è accordo fra i partiti», dice Vassalli, «perché c’è il Partito comunista italiano che, siccome è all’opposizione, è riuscito a legarsi, attraverso una lunga opera sottile, gran parte della magistratura...».
Nove cartelle tutte da leggere, insomma. E assolutamente vere.
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Propaganda per il No al referendum Giustizia. Nel riquadro: Carmelo Rinaudo, ex presidente di sezione del Tribunale penale di Roma (Imagoeconomica)
Molte delle ostilità alla riforma riguardano il governo e non il merito della legge. Ma lasciare tutto com’è significa legittimare le correnti e la loro capacità di orientare comportamenti e carriere dei magistrati.
Nell’affrontare pacatamente il quesito referendario confesso di non comprendere quale possa essere il vero fine perseguito dai sostenitori del No, pur dubitando che una loro così accorata, veemente e, talune volte, scomposta opposizione vi sarebbe ugualmente stata nel caso in cui la proposta di riforma fosse provenuta da un governo di diverso colore politico.
Carmelo Rinaudo, ex presidente di sezione del Tribunale penale di Roma
Tuttavia, senza voler continuare a pensar male ritenendo che il recondito intento perseguito dai «negazionisti» possa essere, piuttosto, «l’interesse elitario» degli stessi a mantenere inalterato il tanto deprecato «Sistema», sta di fatto che un loro eventuale successo si risolverebbe, purtroppo, con il perpetuare (secondo quel che appare a gran parte dell’opinione pubblica) l’anomala funzione assunta dalle correnti di veicolare all’interno della magistratura anche impostazioni ideologiche di per sé estranee alla giurisdizione e a esercitare un controllo latu sensu «politico», sia sui comportamenti dei singoli magistrati, sia sulla loro carriera, come pure sull’attuazione delle scelte della «politica» propriamente detta.
Anzitutto, sembra quanto meno singolare il fatto che gli esponenti dell’Anm, associazione propriamente sindacale sorta solo per tutelare i diritti di «tutti» gli iscritti e che sembrerebbe poter contare sulla partecipazione attiva di appena il 23% degli associati, abbiano prospettato in modo unitario un orientamento contrario alla riforma assumendo di fatto un ruolo «politico» univoco senza tener conto delle posizioni dissenzienti di gran parte degli associati, fra i quali numerosi e noti pm.
Ancor più rimarchevole è la circostanza che tale atteggiamento assunto dai vertici dell’Anm sia stato «pubblicizzato in modo improprio», utilizzando sedi istituzionali (fra le altre, l’Aula magna della Suprema Corte), avvalendosi del sostegno di vari «influencer» e personaggi dello spettacolo, come tali, completamente estranei alla problematica («che c’azzecca», direbbe l’ex pm Antonio Di Pietro), inserendo abusivamente spot pubblicitari persino nel corso di un recente evento olimpico, nonché facendo ricorso a risorse finanziarie appartenenti a tutti gli iscritti (anche a quelli dissenzienti).
Non meno significativa è, poi, la circostanza che non pochi autorevoli e fieri odierni oppositori, guarda caso, «in altra stagione politica», si siano, invece, espressi chiaramente e con entusiasmo a favore della separazione delle carriere e del sorteggio per l’elezione al Csm.
Per converso, suscita non poche perplessità il fatto che i sostenitori del No, nell’affannoso tentativo di trovare un qualche appiglio, abbiano finito, addirittura, con il reclutare a loro sostegno personaggi che, però, risultano aver avuto idee diametralmente opposte o, comunque, non esplicitamente allineate al loro orientamento conservatore. Basta citare l’errata e plateale chiamata in causa addirittura di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino.
iperboli dannose
Inoltre, non dimostra certo senso di fiducia nelle proprie tesi oppositive la patetica e costante criminalizzazione dei riformisti per il Sì, variamente additati, fra l’altro, come nemici dello Stato di diritto, «fascisti», persone connotate da «alto grado di imbecillità e autolesionismo», nonché come responsabili del fatto che, con il Sì alla riforma, «gli omicidi di Stato non saranno più perseguiti», «si indebolirà la lotta alla corruzione», si potranno efficacemente difendere solo i ricchi, o, addirittura, verrebbe portato avanti il progetto massonico della P2. Sino ad affermare che «voteranno Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente». Ciò detto, va ulteriormente rilevato, per ciò che concerne, in particolare, il tanto sbandierato pericolo che la magistratura possa ricadere sotto il controllo della politica, non solo che trattasi di una mera ipotesi distopica in alcun modo ricollegabile a dichiarazioni o eventuali propositi in qualche modo manifestati dai cosiddetti riformisti ma, soprattutto, che siffatto pericolo appare del tutto inesistente.
Analoga riflessione va fatta, poi, per quanto attiene alla tesi secondo la quale la «separazione delle carriere» sarebbe stata già realizzata rendendo difficile il passaggio da una funzione all’altra, ridotto recentemente a pochissimi casi. A parte il fatto che quel che è stato innovato dalla cosiddetta «legge Cartabia» non riguarda affatto le «carriere» bensì le «funzioni», il vero problema che rimane irrisolto è, invece, quello che attiene sia alla presenza dei pm negli stessi organi preposti anche per la valutazione dei giudici (Consigli giudiziari e Csm), sia anche alla «posizione di fatto dominante da sempre assunta dai pm» anche all’interno della stessa Anm, dove ben sette delle ultime nove presidenze sono state conferite ai pm, pur rappresentando essi una netta minoranza (circa 2.250 rispetto a 6.700 giudici). Tant’è che, a suo tempo, è stato necessario addirittura l’intervento del legislatore per ricondurre la composizione dei membri togati anche presso il Csm al reale rapporto numerico fra giudici e pm.
Costituisce, poi, una falsa esigenza quella di dover conservare lo status quo al fine di preservare la «comune cultura della giurisdizione». Condizione che, in realtà, rappresenta un «retaggio storico» riconducibile al regime fascista che, paradossalmente, ha istituito una «comune carriera» dei giudici e dei pm.
Un anacronistico sistema organizzativo che la settima disposizione transitoria della Costituzione aveva in parte mantenuto in vigore «solo in attesa» di una progressiva eliminazione: peraltro, iniziata solo tardivamente con il tentativo della cosiddetta Bicamerale del 1987, proseguita con l’introduzione del Codice Vassalli nel 1989, con la riforma costituzione del 1999 (giusto processo) e, più recentemente, con la mozione presentata per la segreteria del Pd nel 2019, nonché con il programma redatto dallo stesso partito nel 2022 dove veniva, persino, inserita l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare.
la democrazia non rischia
Del resto, l’esigenza di una «comune cultura della giurisdizione» appare di per sé essere anche ontologicamente incompatibile con la rinnovata figura del pm che è stato costituzionalmente definito semplice «parte» del processo al pari dei difensori e che, perciò, «non è chiamato a giudicare», bensì solo a raccogliere coerentemente tutti gli elementi probatori e a esprimere con correttezza professionale e onestà intellettuale una mera ipotesi investigativa. Altrettanto inaccettabile è la roboante e indimostrata tesi secondo la quale con la riforma verrebbero a essere pregiudicati i diritti del cittadino e minato il principio democratico e dello stato di diritto.
Trattasi, invero, di affermazioni meramente apodittiche e prive di ogni consistenza. Infatti il referendum si propone, piuttosto, il definitivo superamento dello Stato autoritario mediante il rafforzamento dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, proprio a maggior garanzia dei diritti individuali. In proposito basta osservare che il sistema della netta separazione delle carriere è stato da tempo adottato senza problemi di sorta presso l’Unione europea (già nel 1997, una specifica risoluzione del Parlamento di Bruxelles riteneva necessario «assicurare la terzietà del giudice giudicante attraverso la separazione della carriera del magistrato inquirente») e in numerosi Paesi occidentali sicuramente «democratici», quali, ad esempio, la Francia, la Germania, la Spagna e, in particolare, il Portogallo, dove è stato introdotto anche lo sdoppiamento del Csm.
Ma è, soprattutto, in merito al sistema di designazione mediante sorteggio che si rivela il carattere puramente velleitario degli oppositori alla riforma, secondo i quali tale innovazione precluderebbe la selezione meritocratica dei candidati, introducendo il principio secondo il quale «uno vale uno» e, perciò, farebbe perdere, legittimazione al Csm e ai vari Consigli territoriali.
È fin troppo facile contrastare tale preoccupazione osservando, anzitutto, quanto poco affidabile sembra essersi rivelato fino ad ora il «sistema correntizio» dominante nell’assicurare una scelta meritocratica piuttosto che clientelare.
Peraltro, sembra alquanto ingenuo e ingeneroso ritenere che dei magistrati, normalmente idonei a risolvere ogni genere di controversia e a trattare qualsiasi tipo di indagine o procedimento penale, possano essere, poi, considerati incapaci, senza il sostegno di un’investitura elettiva fondata sulle «correnti», a svolgere anche le incombenze amministrative attribuite al Csm e ai Consigli giudiziari.
il sorteggio che c’è già
Conviene porre mente al fatto che il ricorso al sorteggio è previsto persino a livello costituzionale per l’integrazione della Corte nei giudizi contro il presidente della Repubblica e per la composizione del tribunale dei ministri, ed è adottato pacificamente per la nomina dei giudici popolari presso le corti d’Assise dove anche dei privati cittadini possono contribuire ad irrogare persino l’ergastolo. Sennonché, leggendo alcuni commenti su social dei sostenitori del No, appare evidente quale sia la vera ragione della loro contrarietà al sistema dell’estrazione a sorte, allorquando si afferma che con esso si creerebbe un Csm «meno forte perché meno legittimato» e, quindi, con «minore capacità di rapportarsi - e se necessario contrapporsi - agli organi politici».
Ma tale impropria contrapposizione politica dovrebbe, invece, restare sempre lontana dalle aule di giustizia e dagli organi posti a garanzia e tutela della magistratura. Ritengo significativo concludere queste mie brevi riflessioni evocando due episodi. Come esponente romano della corrente moderata di Magistratura indipendente, mi schierai, fin dai primi anni Novanta, per la separazione delle carriere e per cercare di ricondurre la funzione associativa alla sua vocazione originaria tesa alla tutela meramente «sindacale» della professionalità e delle condizioni lavorative. Arrivai a sostenere apertamente tali tematiche nel candidarmi (con evidente ingenuità), prima, alle elezioni per il Consiglio direttivo centrale dell’Anm e, poi, a quelle per il Csm.
Il secondo episodio riguarda l’esplicito richiamo fattomi pervenire dall’allora segretario dell’Anm, il quale, dopo aver appreso che io risultavo essere tra i firmatari di un documento (del 1993) con il quale numerosi colleghi invocavano fin dall’ora «il superamento delle correnti» mediante «la rottura degli attuali schemi di rappresentanza associativa», mi inviava una missiva per sapere se, dopo tale mia presa di posizione, fosse da ritenere «tutt’ora permanente» la mia stessa «adesione al gruppo» di Mi. Così venivano soffocate le aspirazioni riformiste. Adesso è arrivata l’occasione per cambiare qualcosa tutti insieme.
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