Giorgio Airaudo, Cgil Piemonte (Ansa)
Il segretario piemontese Giorgio Airaudo, di fronte alla prospettiva di rinunciare a Cassino, rilancia: per Stellantis meglio cedere Torino, è mezza vuota. Il colmo per il sindacato.
C’era un tempo in cui i sindacati incrociavano le braccia per evitare che si vendessero gli stabilimenti industriali. Oggi, invece, accade il contrario. La storia ha dell’incredibile. Come apparso già da qualche giorno sulla stampa, Stellantis sta valutando di cedere lo stabilimento di Cassino a un grande gruppo cinese (Dongfeng).
Parliamo dello stabilimento in provincia di Frosinone sono stati prodotti modelli storici del gruppo Fiat come la Fiat Ritmo, la Tipo, La Lancia Delta e l’Alfa Romeo Giulietta. E oggi, tra uno stop e l’altro, dalle linee produttive escono l’Alfa Romeo Giulia, la Stelvio e modelli di lusso come la Maserati Grecale, versione elettrica inclusa.
Un’icona del made in Italia. La questione si fa divertente anche perché in un’intervista al Corriere di Torino, il segretario dalla Cgil del Piemonte, Giorgio Airaudo, di ritorno da un viaggio in Cina, non solo non ha proposto di non vendere Cassino, ma ha consigliato al presidente del Piemonte, Alberto Cirio, e al sindaco di Torino, Stefano Lo Russo, di vendere Mirafiori, a suo dire, stabilimento ancora più inguaiato di Cassino. «Stellantis valuta di vendere a Dongfeng quattro fabbriche europei tra cui Cassino? Mi pare un’ottima opportunità che il governo deve cogliere. Cirio e Lo Russo propongano Mirafiori che oggi è mezza vuota», ha detto il sindacalista.
Le parole di Giorgio Airaudo riaprono quindi il dossier sul futuro degli stabilimenti italiani di Stellantis, ma sollevano anche una questione più profonda: qual è oggi il ruolo del sindacato di fronte a ipotesi di cessione industriale? Perché se è vero che il dirigente della Cgil Piemonte invita a cogliere le opportunità legate a eventuali partnership con player cinesi, è altrettanto vero che la sua posizione rappresenta una invesrione a U rispetto alla funzione storica della rappresentanza del lavoro.
Le dichiarazioni di Airaudo sono in totale controtendenza con quello che ha sempre sostenuto la Cgil: non certo spingere l’azienda a cedere degli asset.
Il punto non è negare la crisi strutturale dell’automotive europeo, né sottovalutare l’ascesa dei costruttori cinesi. I dati citati dallo stesso Airaudo sono corretti: «La Cina produce 30 milioni di auto e lo fa innovando. Noi siamo sotto le 300.000 vetture, stiamo scomparendo dalla mappa». Il punto è che la risposta sindacale dovrebbe muoversi lungo un’altra direttrice: pretendere investimenti, vincoli produttivi, garanzie occupazionali. Non facilitare un disimpegno industriale, di Stellantis.
Airaudo prova invece a spostare il focus sull’utilizzo degli spazi: «Io dico invece Mirafiori, dove abbiamo 3 milioni di metri quadri poco utilizzati». Ma il sottoutilizzo di un impianto non è, di per sé, un argomento a favore della cessione. È semmai il sintomo di una strategia industriale carente da parte dell’azienda, che il sindacato dovrebbe contestare chiedendo saturazione produttiva, nuovi modelli, riconversione tecnologica.
Anche il confronto con altri Paesi europei - Spagna e Ungheria in primis - viene spesso utilizzato per giustificare l’apertura ai capitali cinesi. Tuttavia, in quei casi gli investimenti sono stati accompagnati da politiche industriali attive e da un ruolo negoziale forte delle istituzioni. In Italia, al contrario, il rischio è che l’ingresso di nuovi player avvenga in un contesto di debolezza contrattuale, con il sindacato che rinuncia preventivamente a esercitare il suo ruolo attivo.
È qui che emerge la contraddizione più evidente. Quando Airaudo afferma: «Un secondo produttore è l’unico modo per rilanciare un impianto così grande sopra le 200 mila vetture», individua un obiettivo condivisibile - aumentare la produzione – ma accetta implicitamente che ciò passi attraverso una cessione. Una scorciatoia che, nel medio periodo, può ridurre ulteriormente il peso industriale nazionale.
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I miliardari di Cina, Hong Kong, Corea del Sud incentivano i cittadini ad avere più figli con donazioni, sussidi, orari flessibili e alloggi esentasse. Hanno capito che l’inverno demografico impoverisce tutti. E in Italia?
Quando lo Stato non ce la fa più, entra in scena il capitale privato. È successo con le autostrade, con le telecomunicazioni, con qualche ospedale. Ora tocca perfino ai bambini. La denatalità, che per anni è stata affrontata da governi armati di bonus una tantum, depliant ministeriali e slogan sulla famiglia, passa di mano: ci pensano i miliardari.
Da Hong Kong a Seul, da Shanghai alla Silicon valley, i super-ricchi stanno aprendo il portafoglio per convincere le coppie a fare figli. Filantropia, certo. Ma anche sano pragmatismo: meno nascite oggi significano meno consumatori domani. E un mondo senza clienti è l’unico scenario che spaventa davvero chi produce e vende qualcosa. Il caso simbolo, come evidenzia un’inchiesta di Bloomberg, arriva da Hong Kong. Percy Lee e Gloria Kwok avevano pianificato tutto con la precisione di due accademici: prima finire il dottorato, poi il figlio. Ma, come spesso accade, la biologia se ne infischia dei calendari universitari. Così si sono ritrovati con un neonato tra poppate notturne, tesi da consegnare, affitto da pagare e la solita domanda contemporanea: meglio comprare pannolini o pagare l’asilo?
Il governo locale ha fatto la sua parte: bonus nascita da 20.000 dollari di Hong Kong (circa 2.100 euro) evaporati in un attimo tra culla, passeggino e accessori vari. Quanto costa una babysitter rispetto a un semestre universitario? E soprattutto: come si fa a essere genitori, ricercatori e inquilini nello stesso momento? Ed ecco il colpo di scena. È arrivato un secondo messaggio, stavolta non dal pubblico ma dal privato. La fondazione Genovation, creata da James Liang, cofondatore di Trip.com (principale concorrente di Booking) ha versato altri 50.000 dollari a testa ai due neogenitori (circa 5.500 euro). Una specie di venture capital applicato alla maternità. Con quei soldi la coppia ha pagato una babysitter e Gloria è riuscita persino a partecipare a una missione di ricerca.
Gli amici, raccontano, considerano il bambino «fortunato», quasi avesse vinto una borsa di studio per il solo fatto di essere nato. Non è escluso che presto nei reparti maternità si distribuiscano brochure: «Congratulazioni, è maschio. E ha già un piano welfare». A pagare però non saranno più le Asl. Il fenomeno non si ferma a Hong Kong. In Corea del Sud, dove il tasso di fertilità è così basso che i grafici sembrano piste da sci, i grandi imprenditori sono passati all’azione. Krafton, colosso dei videogiochi, promette circa 43.000 dollari per ogni nascita più assegni fino agli otto anni del bambino. La Booyoung Co. (edilizia e immobili) rilancia con 72.000 dollari cash per ogni neonato. Più che bonus bebè, sembrano premi fedeltà. Visto che si occupa anche di mattone, offre alloggi esentasse.
In Cina non sono da meno. Yili (colosso dell’industria agroalimentare) ha lanciato un piano da 1,6 miliardi di yuan per sostenere la fertilità. China Feihe (latte artificiale) ne mette 1,2 miliardi. Il fondatore di Miniso (bambole e giocattoli), Ye Guofu, ha creato un Fondo matrimonio e nascita con regali di nozze e bonus neonati. Ha spiegato che la famiglia non è solo un fatto privato ma nazionale. Tradotto dal mandarino economico alla lingua corrente: senza famiglie si svuotano i centri commerciali.
A Taiwan, Terry Gou, fondatore di Foxconn, ha portato il dibattito su terreni più creativi. Tra le sue proposte: regalare un animale domestico alle coppie che decidono di avere un figlio. Una formula innovativa: prima il cucciolo, poi il bambino. Non è chiaro se il bonus valga anche per pesci rossi e tartarughe.
Negli Stati Uniti il dibattito prende toni più ideologici. Elon Musk da anni avverte che il crollo demografico minaccia la civiltà occidentale. Lo sostiene con l’autorevolezza di chi ha tanti figli da poter allestire una squadra di calcio, riserve comprese: sono 14, nati da quattro compagne diverse. Peter Thiel teme, invece, la piramide demografica rovesciata e i suoi effetti politici. In sostanza: pochi giovani, tanti anziani, tempesta nelle urne elettorali con risultati imprevedibili.
Il punto vero, però, è un altro. Se perfino i miliardari devono intervenire dove gli Stati hanno fallito, significa che la macchina pubblica è rimasta senza benzina. Perché i giovani non rifiutano i figli per capriccio ideologico: semplicemente non possono permetterseli. Case carissime, stipendi fermi, lavori totalizzanti, carriere che puniscono la maternità. Anche per questo in Italia il tasso di natalità è di 1,14 figli per donna in calo rispetto alla deprimente media europea di 1,34. E così il capitalismo è costretto a finanziare la materia prima che vale più di tutto: i consumatori. Il mercato che salva il mercato.
Resta solo da capire il prossimo passo. Dopo i bonus nascita dei miliardari, potrebbero arrivare i fondi hedge per il secondo figlio e le stock option per i gemelli. Del resto, quando lo Stato si arrende, qualcuno deve pur occuparsi del reparto culle.
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A “La Borsa e la vita” avevamo annunciato il mini rally delle Borse a inizio aprile. Ora i mercati sono sui massimi, così come i debiti, mentre l’inflazione rialza la testa. E se alzano i tassi? Occhio al Giappone, il temporale può partire da lì.
Donald Trump (Ansa)
Il blocco navale aumenta la pressione sull’Iran però logora Usa e alleati. Che devono tornare a cooperare.
Geopolitica economica. L’America ha modificato la strategia di condizionamento dell’Iran da quella del falco (pressione via distruzioni) a una del boa constrictor (soffocamento) via blocco navale delle partenze e arrivi nei porti iraniani e caccia con sequestro delle residue navi (commerciali) nemiche in mare aperto.
Tale scelta, oltre che dalla priorità di evitare rischiose operazioni terrestri, deriva dalla necessità di risparmiare mezzi offensivi e relativi costi e allo stesso tempo aumentare la pressione su Teheran attraverso la negazione di risorse finanziarie. Non si tratta di abbandono totale della strategia del falco utile per deterrenza, ma di sua secondarizzazione come eventualità di ultima istanza. Tra gli analisti prevale l’idea che la strategia del boa abbia notevole efficacia non solo contro l’Iran, ma anche per convincere la Cina, molto danneggiata per il calo di circa la metà dei suoi rifornimenti petroliferi a causa del blocco di Hormuz e porti iraniani, a fare più pressione sull’Iran per una resa. In questo quadro - pur continuamente mobile - ho annotato un particolare rilevante che tocca le scelte strategiche degli europei e dell’Italia: Washington ha dichiarato di non avere fretta, cioè punta a uno strangolamento anche lento per far accettare a Teheran le sue condizioni.
Potrebbe l’America veramente sostenere una crisi prolungata dei traffici globali che se anche non tocca le sue disponibilità di energie fossili ha un notevole impatto inflazionistico interno (già visibile) via moltiplicatore finanziario dei prezzi? Se i costi per l’elettorato statunitense non scendessero entro i prossimi mesi, l’amministrazione Trump sarebbe punita nelle elezioni parlamentari di novembre e perderebbe la maggioranza repubblicana quasi certamente alla Camera e probabilmente al Senato. Alcuni colleghi statunitensi con cui cerco di probabilizzare lo scenario stimano in ipotesi preliminare che Washington potrebbe, in teoria, tenere il blocco fino ad agosto per poi ottenere vittoria e riduzione rapida dei costi petroliferi in settembre e ottobre, invertendo in tal modo il gap corrente di consenso per Donald Trump. Ma, se questo scenario fosse realistico, gli europei e molti asiatici dovrebbero affrontare una crisi di scarsità energetica generativa di inflazione già verso fine maggio con picco recessivo pesante in estate. Non ho dati sulla resilienza delle nazioni arabe/sunnite del Golfo, ma sentendone riservatamente le lamentele ritengo che i loro calcoli portino a scenari economicamente catastrofici se il blocco di Hormuz durasse oltre maggio. Inoltre, si intravede un’azione molto attiva e riservata della Cina per riempire lo spazio di influenza geopolitica dell’America reso contendibile dall’insufficiente rispetto delle esigenze di sicurezza economica degli alleati. Semplificando, l’affermazione che l’America non abbia alcuna fretta di chiudere il caso - anche considerando il vantaggio nell’aumento della dipendenza globale dal suo petrolio e gas e una cointeressenza della Russia per un prolungamento della crisi di Hormuz - non mi sembra realistica.
Soluzioni? Una crisi geopolitica ad alto impatto economico in forma di scarsità diffusa di materie di rilevanza sistemica quali l’energia ha soluzioni geopolitiche e non finanziarie. Per gli europei e l’Italia la soluzione di generare a debito un contrasto all’inflazione può essere una soluzione solo di breve termine. In teoria c’è anche la soluzione di sostituire i traffici via Hormuz, ma tale opzione prenderebbe almeno tre anni creando un periodo di scarsità/inflazione generativo di gravi rischi recessivi. Mosca sta aspettando/sperando che gli europei le chiedano aiuto riaprendo i rifornimenti di gas e petrolio in cambio dell’accettazione della sua vittoria sull’Ucraina, ma al momento tale ipotesi è esclusa. Resta una soluzione per gli europei: riconvergere con l’America che è in difficoltà, fatto derivabile dalla frustrazione rabbiosa di Trump per la mancata collaborazione degli europei stessi nell’azione militare contro l’Iran.
Possibile? La divergenza euroamericana è forte e motivata dai dazi, dall’obbligo ricattatorio per maggiori spese di sicurezza, dagli insulti e, soprattutto, dal fatto che la strategia statunitense iniziale ha calcolato male lo scenario del conflitto contro l’Iran. Inoltre, i dati di consenso nell’area europea mostrano in maggioranza ostilità totale alla conduzione Trump dell’America. Ma il rischio di crisi economica per gli europei è troppo elevato. Pertanto la soluzione più razionale è l’attivazione di un ingaggio di una coalizione di europei per la sicurezza del canale di Hormuz che integri le forze statunitensi insufficienti per farlo da sole e solo sufficienti per un blocco navale lontano dalle coste. L’idea è già allo studio della coalizione dei volonterosi con l’interesse di decine di nazioni, in particolare del Pacifico e delle nazioni arabe-sunnite del Golfo. L’America vorrà mostrare che riesce da sola a condizionare l’Iran? Probabilmente, ma resterà comunque (in assenza di un cambio di regime in Iran) il problema della sicurezza dei transiti nello stretto di Hormuz che implica un presidio di polizia che da sola l’America non può fare. In conclusione, serve una riconvergenza euroamericana per evitare il peggio. Come? L’America aggiunga al blocco navale un corridoio di sicurezza per transiti non iraniani e gli europei e altri alleati del Pacifico mandino mezzi di sicurezza per difenderlo. Questa soluzione sarebbe di massimo vantaggio/minor rischio per l’Italia.
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