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Carlo Nordio (Ansa)
In assenza di un input del ministro, eventuali reati contro l’Arma non sono perseguibili.
L’episodio che ha coinvolto due carabinieri italiani in missione in Cisgiordania non è soltanto un incidente diplomatico, ma rivela le difficoltà strutturali dell’ordinamento italiano nel tutelare i militari impegnati all’estero, soprattutto in contesti di conflitto o forte instabilità.
Il chiarimento delle Forze di difesa israeliane, secondo cui il fermo sarebbe stato effettuato da un soldato riservista e non da un colono armato, non ha chiuso la vicenda, ma ha spostato il nodo sulla qualificazione giuridica dell’atto e sulle relative responsabilità.
«È evidente che manchi a oggi una sufficiente tutela legislativa per gli atti ostili commessi nei confronti dei nostri militari impegnati in operazioni fuori area in contesti di conflitto armato» spiega l’avvocato Massimiliano Strampelli, docente di diritto militare all’Università Link, richiamando un quadro normativo frammentato e fortemente condizionato da valutazioni politiche più che giuridiche.
Dal punto di vista del diritto penale, il riferimento è l’articolo 8 del Codice penale, che estende la giurisdizione italiana ai delitti commessi all’estero quando ledono un interesse politico dello Stato. In questa prospettiva, la convocazione dell’ambasciatore israeliano costituisce un implicito riconoscimento di tale interesse.
La norma, tuttavia, pone un limite decisivo: la procedibilità dipende dalla richiesta del ministro della Giustizia, trasformando la tutela penale in una scelta politica. In assenza di tale atto, anche ipotesi di reato come il sequestro di persona o la minaccia armata restano sul piano della sola protesta diplomatica: è Carlo Nordio che dovrebbe muoversi in prima persona.
Secondo Strampelli, tuttavia, il problema è ancora più profondo. «L’unica reale tutela sarebbe offerta dal Codice penale militare di guerra che consentirebbe l’applicazione della legge penale militare italiana anche per gli atti ostili commessi in danno di militari italiani da appartenenti ad altre forze armate o comunque belligeranti». Una soluzione tutt’altro che teorica, già sperimentata nella storia recente della Repubblica.
«In effetti tale soluzione è stata percorsa nella Storia della nostra Repubblica solo nel caso di “Enduring Freedom”, quando il Parlamento deliberò l’applicazione per la guerra in Afghanistan della legge n. 6 del 2002, con applicazione del codice penale militare di guerra». Una scelta che ampliava la tutela dei militari italiani, ma che esponeva anche gli stessi militari a un regime sanzionatorio particolarmente severo.
Non a caso, quell’esperienza venne successivamente abbandonata. Il timore era quello di sottoporre il personale italiano a pene molto più afflittive in caso di reati militari, anche quando commessi in danno della popolazione locale o di altri belligeranti. Un equilibrio fragile, che ha portato negli anni a preferire un approccio prudente, se non rinunciatario.
«Oggi però», aggiunge Strampelli, «vi è la consapevolezza che l’attuale regime normativo non tuteli i nostri militari nell’ambito di operazioni in aree operative e conflittuali, essendo ormai ineludibile l’intervento del legislatore». Le missioni definite «di pace» hanno infatti assunto nel tempo caratteristiche sempre più simili a operazioni di sicurezza armata, senza che a tale evoluzione sia corrisposto un adeguamento delle regole.
Ne deriva una tutela disomogenea, spesso rimessa alla sola diplomazia, che il caso dei carabinieri in Cisgiordania ha riportato al centro del dibattito pubblico e giuridico.
«Mi lasci dire che come cittadino e ufficiale dei carabinieri in congedo mi auguro per la dignità dell’Arma che il ministro avanzi richiesta di procedibilità a norma dell’articolo 8 del codice penale, augurandomi che i carabinieri sporgano querela per quanto sofferto», conclude Strampelli. Una presa di posizione che richiama una questione più ampia: la credibilità dello Stato nella tutela dei propri militari all’estero. Senza una riforma chiara, questi episodi rischiano di restare affidati alla politica. Ma la tutela di chi agisce in nome dello Stato non può essere occasionale.
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L'ingresso del locale Le Constellation di Crans-Montana (Ansa)
Non solo le candele pirotecniche, nel Constellation sono stati rinvenuti anche petardi e strumenti per sparare fuochi d’artificio. Moretti: «Penso fossero di alcuni clienti». Intanto Berna assicura squadre investigative comuni con l’Italia entro il fine settimana.
Non solo bengala e candele pirotecniche. Ma anche petardi e lanciarazzi per i fuochi d’artificio. Un vero «arsenale» per i festeggiamenti accatastato nel magazzino de Le Constellation. È quanto scoperto dagli esperti dell’Istituto forense di Zurigo incaricati dalla procura di Sion. Secondo Jacques Moretti, proprietario del locale insieme alla moglie Jessica, il tutto sarebbe arrivato per iniziativa dei clienti. «Li avranno portati loro», ha detto l’imprenditore, eludendo controlli e sorveglianza. Almeno 6 lanciarazzi Thunder King, 8 petardi lupo p1, oltre a 100 fontane pirotecniche. L’ennesimo elemento fuori posto che va ad aggiungersi alle immagini dei pannelli sorretti da stecche da biliardo. E dei pacchetti di fazzoletti per puntellarli meglio. Una storia, quella degli ormai tristemente famosi strati di poliuretano che hanno preso fuoco e causato la morte di 40 persone e il ferimento di altre 116, che sembra non finire man mano che emergono dettagli che aggravano lo scenario di incuria e pressappochismo con cui si facevano le cose a Le Constellation. Dopo il fai da te di Jacques, con i pannelli acquistati in un negozio di bricolage e da lui stesso incollati al soffitto, video e chat diffusi dalla tv Svizzera Rts raccontano i tentativi di quello che in linguaggio gergale si direbbe «metterci una pezza». Il goffo tentativo di tenere la «schiuma» incollata in qualche modo almeno fino alle delle gran serate di Capodanno.
Un video di 8 secondi girato a metà dicembre e raccolto dall’avvocato Romain Jordan che assiste numerose famiglie delle vittime, mostra come i pannelli tenuti fermi dalle stecche da biliardo in certi punti sporgono verso il basso. Quindi «a portata» di bengala e scintille.
I messaggi vocali rivelano invece lo scambio di battute tra Moretti e un dipendente di nome Gaetan che gli mostra il cedimento dei pannelli. Jacques gli risponde: «Sì Gaetan, prova a toglierne uno e vedi se cade perché ho messo della schiuma che non conosco… Fammi sapere se va bene… se cade o no, se cade dovremo lasciarli lì, purtroppo». Gaetan ribatte con una serie di messaggi e video fino a che l’imprenditore chiude la conversazione con un certo grado di soddisfazione. «Ok, ne metteremo altri, grazie» e «sì, sembra abbastanza bello, togliete gli altri per favore». Un quadro desolante aggravato ora dalle dichiarazioni di un supertestimone, un fornitore coinvolto nella ristrutturazione del locale che avrebbe consigliato di installare protezioni in schiuma ignifuga che però sarebbero state respinte dai Moretti per ragioni di budget.
Intanto dalla Svizzera arriva un segnale all’Italia. Dopo il rientro a Roma per consultazioni dell’ambasciatore italiano fino a quando la Svizzera non avesse accettato l’immediata costituzione di una squadra investigativa comune, la Procura di Sion ha comunicato che le indagini congiunte tra Italia e Svizzera vedranno il via entro il fine settimana.
Un altro segnale, seppur tardivo, cerca di darlo anche il sindaco di Crans Montana Nicolas Feraud, ben 22 giorni dopo la controversa conferenza stampa del 6 gennaio in cui aveva ammesso che il comune non controllava il locale dal 2020. In un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa svizzera Keystone-Sda il primo cittadino ha pensato bene di chiedere scusa per non essersi scusato. E di ammettere di aver sbagliato a non aver dato libero sfogo alle emozioni, tant’è che le preoccupazioni sarebbero talmente intense da non permettergli di dormire la notte e costringendolo a ricorrere ad uno psicologo. «Non mi ha disturbato» la richiesta di dimissioni della stampa italiana, ma piuttosto l’insinuazione di aver «accettato bustarelle», ha aggiunto il primo cittadino. Uno sfogo non richiesto ma probabilmente mosso dalla speranza di placare le critiche che da settimane piovono contro il Comune svizzero e la gestione delle indagini da parte del Cantone. Critiche alle quali si è aggiunto ieri anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani a margine della cerimonia del Giorno della memoria al Quirinale. «Le indagini hanno pregiudicato i diritti dei cittadini italiani perché l’arresto è avvenuto in ritardo, loro stessi hanno detto che c’era pericolo di fuga. La reiterazione del reato purtroppo abbiamo scoperto che c’è anche quella e l’inquinamento delle prove è probabile». E poi il tema della cauzione. Troppo bassa. «Se vuoi dare un segnale non chiedi una cauzione di soli 200.000 franchi ma da 1 milione di franchi svizzeri. Sono tutte cose che lasciano sgomenti». Il problema però non sarebbe la Svizzera, ha tenuto a precisare il ministro. Bensì il Cantone che sta seguendo le indagini dov’è accaduto il disastro. «L’unica cosa che si può fare è cambiare i magistrati di Cantone, però è una richiesta che deve fare la Procura». Commenti duri ai quali non si è fatta attendere la stoccata di Berna. «Un principio fondamentale del nostro sistema democratico - ha fatto sapere una nota del Dipartimento degli Affari esteri Svizzero - è la separazione dei poteri, che attribuisce a ciascun potere dello Stato ruoli, compiti e responsabilità propri». Della serie, non si accettano lezioni. Meglio darle agli altri. Si fa per dire.
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(Esercito Italiano)
Presso il Centro Polifunzionale di Sperimentazione dell’Esercito (CEPOLISPE) si è svolta la consegna del veicolo corazzato Lynx all’Esercito Italiano, destinato a rafforzare, in prospettiva, le unità della componente pesante della Forza Armata.
All’evento hanno partecipato il Ministro della Difesa Guido Crosetto, il Capo di Stato Maggiore della Difesa generale Luciano Portolano, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale di Corpo d’Armata Carmine Masiello, l’Amministratore Delegato di Leonardo Roberto Cingolani, il responsabile della divisione Vehicle System Europe di Rheinmetall Björn Bernhard, l’Amministratore Delegato della Joint Venture Laurent Sissmann, e il Presidente Esecutivo David Hoeder.
L'articolo contiene un video e una gallery fotografica.
La cerimonia ha rappresentato un momento significativo nel percorso di ammodernamento della componente terrestre, sviluppato presso il CEPOLISPE, centro di riferimento per la sperimentazione e la validazione dei mezzi e dei sistemi d’arma di interesse dell’Esercito.
Il Lynx costituirà la base del «sistema di sistemi» A2CS (Army Armoured Combat System), imperniato su una flotta di Armored Infantry Fighting Vehicle (AIFV) e su piattaforme derivate. Il sistema è concepito per operare nei moderni scenari operativi e per implementare il concetto di cooperative combat, grazie a soluzioni tecnologiche di nuova generazione, elevata interoperabilità e piena integrazione dei sistemi di Comando e Controllo (C2).
Il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato: «La consegna del veicolo corazzato Lynx, frutto della collaborazione industriale italo-tedesca, rappresenta un passo concreto nel rafforzamento delle capacità terrestri dell’Esercito. Il CEPOLISPE svolge un ruolo centrale nel garantire che i nuovi sistemi rispondano pienamente ai requisiti operativi».
Roberto Cingolani, Amministratore Delegato e Direttore Generale di Leonardo, ha sottolineato: «L’avvio delle consegne segna una tappa fondamentale del programma e conferma l’alleanza tra Leonardo e Rheinmetall come punto di riferimento per il rafforzamento della difesa nazionale e della base industriale europea».
In merito alla prima consegna, l’Amministratore Delegato di Rheinmetall, Armin Papperger, ha evidenziato: «Il Lynx stabilisce nuovi standard in termini di protezione, versatilità e scalabilità, rafforzando al contempo la cooperazione europea nel settore della difesa».
Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale di Corpo d’Armata Carmine Masiello, ha infine aggiunto: «Con l’introduzione di questo mezzo inizia concretamente il percorso di meccanizzazione dell’Esercito. La disponibilità di tecnologie avanzate è fondamentale per affrontare le sfide operative future».
La Joint Venture LRMV ha inoltre presentato le principali caratteristiche del nuovo veicolo da combattimento, che costituirà la base tecnologica per oltre 1.000 piattaforme, articolate in diverse varianti e ruoli operativi.
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(iStock)
L’associazione, dopo il servizio di «Report», aveva chiesto chiarimenti a Carlo Nordio sul programma Ecm, descritto come un trojan nei loro computer. Ma l’Agenzia per la cybersicurezza chiarisce: il controllo da remoto è inattivo e qualsiasi accesso lascerebbe segni.
L’Associazione nazionale magistrati inciampa nel caso del software Microsoft Ecm, letteralmente «Endpoint configuration manager», un sistema di gestione centralizzata per gli interventi da remoto sulle reti di computer. Con un comunicato ufficiale, la Giunta esecutiva centrale dell’Anm l’altro giorno ha provato a fare un salto in avanti rispetto al servizio mandato in onda domenica da Report (la trasmissione di Rai3 condotta da Sigfrido Ranucci) sulla sicurezza informatica, che presentava il sistema di intervento da remoto come un mezzo per poter spiare i computer di 40.000 magistrati.
Compresi quelli delle Procure. E, sostenendo che sarebbero emersi «profili di criticità rilevanti rispetto alla sicurezza e alla riservatezza, rimasti senza alcuna significativa spiegazione», ha chiesto al Guardasigilli Carlo Nordio «un chiarimento» e «un intervento immediato per garantire la necessaria segretezza di ogni indagine e delle attività di ogni giudice e pubblico ministero». Ieri l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, diretta dal prefetto Bruno Frattasi, ha smontato subito l’idea che sia possibile usare quello strumento come se fosse un troyan: è «disabilitata» la funzione controllo da remoto del software Ecm installato sui computer dei magistrati italiani.
Ed eventuali accessi non autorizzati ai dispositivi usati dalle toghe lascerebbero traccia nei log di sistema (dei registri automatici che un computer e i suoi programmi compilano da soli e in modo continuo) che il ministero della Giustizia «ha l’obbligo di conservare almeno per sei mesi». Il quadro tecnico e amministrativo racconta, insomma, una storia molto meno torbida di quella andata in onda in prima serata. Ci sono cascati anche i parlamentari del Movimento 5 stelle, che parlano di «pericoli inquietanti» per la segretezza del lavoro dei magistrati e chiedono al governo di spiegare «quanto accaduto nel 2024, quando la Procura di Torino avrebbe segnalato che tramite il software Ecm i computer degli uffici giudiziari fossero accessibili da remoto senza autorizzazione dell’utente e senza lasciare alcuna traccia». Ieri hanno pure depositato un’interrogazione, a prima firma Cafiero De Raho (già capo della Procura nazionale antimafia), che verrà discussa oggi in commissione Giustizia alla Camera.
È qui che la memoria politica diventa selettiva. Perché quel software non piove dal cielo nel 2024. Non viene calato dal governo Meloni. Viene acquistato nel 2019, con un’adesione a una convenzione Consip firmata dal ministero della Giustizia guidato in quel momento da Alfonso Bonafede, espressione proprio dei pentastellati. Proprio in quell’anno vengono acquistate 42.882 licenze dell’Ecm. Ed è in quel momento che quello strumento è entrato stabilmente nella rete informatica della Giustizia. Nel 2022, con il governo Draghi e Marta Cartabia alla Giustizia, parte una procedura negoziata per il Microsoft unified support: il supporto avanzato per l’Ecm.
Nel 2024, i contratti vengono rinnovati. È sempre nel 2019, come ha spiegato l’Agenzia per la cybersecurity, che la sicurezza è stata implementata. Come? Il sistema di tracciamento già esistente nel programma è stato associato a un sistema denominato «Sentinel», che permette di mettere in relazione movimenti e di generare alert su utilizzi sospetti. Un meccanismo che sarebbe capace di individuare anche le minacce più complesse. La funzione controllo da remoto, spiega ancora l’agenzia, è prevista «nei casi in cui sia necessario fornire supporto all’utente a distanza». Ovvero quando è qualcuno a richiederla. E comunque, precisa l’agenzia, su Ecm «è sempre rimasta disabilitata».
Così come la possibilità di disporre da remoto l’accensione della videocamera eventualmente presente sulla postazione di lavoro, viene sottolineato, «che nella narrazione giornalistica viene presentata come un caso di “videosorveglianza” o di “grande fratello”, in realtà è una funzionalità la cui attivazione generalmente è prevista nei casi in cui sia necessario fornire supporto all’utente a distanza per eventuali difficoltà che egli dovesse incontrare nell’uso del dispositivo stesso». E anche in questo caso deve essere l’utente a richiederlo. Una funzione pensata per l’assistenza, non per il controllo occulto. Tecnici autorizzati del ministero, dunque, possono sbloccare l’abilitazione per fare i loro interventi. E in astratto potrebbe verificarsi un «utilizzo improprio di permessi amministrativi» da parte di un dipendente infedele. Un bug, quindi, c’è.
Ma non è nel software. Qualcuno si è accorto di intrusioni e ha avuto conferma tramite i file di log? Anche in questo caso, però, stando alle verifiche effettuate dall’agenzia, rimarrebbero tracce nel sistema, verificabili dallo stesso ministero e anche dall’agenzia. Non è quindi possibile un accesso fantasma che non lascia segni. Se qualcuno entrasse abusivamente, lo farebbe lasciando impronte digitali informatiche. All’agenzia infatti una segnalazione è arrivata, non da Torino (il cui caso è passato sotto la lente dei magistrati della Procura di Roma che aprirono un fascicolo poi archiviato perché non erano emersi profili penalmente rilevante e neppure pericoli di vulnerabilità del sistema), ma «da un ufficio giudiziario che ha sede nell’ambito di competenza del Cisia (il coordinamento interdistrettuale per i sistemi informativi automatizzati) di Milano. In quel caso, è stato accertato, «la disabilitazione della funzione è stata verificata». Più che di un pericolo concreto, insomma, sembra uno spauracchio. Alimentato dall’Anm.
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