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Torino messa a ferro e fuoco dai militanti violenti di Askatasuna durante il corteo dello scorso 20 dicembre (Ansa)
A Milano surreale manifestazione anti Ice, a Torino Askatasuna pronta alla guerra. Arrivano le Olimpiadi e il circo rosso, con le sue coperture istituzionali, si attiva.
Holiday on Ice. Traballando sui pattini, la sinistra gruppettara si appresta a salutare le Olimpiadi italiane con il consueto spirito istituzionale e proattivo, animata dalla volontà di collaborare all’immagine positiva dell’Italia nel mondo. Programma: cortei, occupazioni, incendi, agguati, lacrimogeni, scioperi a sorpresa. Oggi a Milano e Torino vanno in scena le prove generali con due nobili motivazioni: impedire che Barney, Fred e John (i 3, diconsi tre, ufficiali dell’Ice, l’agenzia federale Usa) mettano piede in città e partecipare al gioco dello «sfascio libero» di Askatasuna.
La motivazione milanese è la più surreale e manifestamente strumentale: contestare il terzetto di analisti in arrivo al consolato milanese con lo scopo di supportare gli apparati di sicurezza dei tecnici e degli atleti americani durante i Giochi che cominciano il 6 febbraio. Una consuetudine che esiste da mezzo secolo, una scorta passiva ufficializzata dopo la strage dei terroristi palestinesi a Monaco 72, avallata dal Cio e rinnovata nel protocollo durante il governo di Matteo Renzi. Poiché i tre funzionari appartengono all’Immigration and Customs Enforcement protagonista dei disordini di Minneapolis, ecco che scatta l’allarme democratico.
Oggi in piazza XXV Aprile (ore 14.30) sgomiteranno tutti per la prima fila, dal Pd al Movimento 5 stelle, da Avs a Rifondazione comunista, da +Europa (Riccardo Magi non si fa mai mancare un corteo per non morire di solitudine) ad Azione. Proprio il partito di Carlo Calenda, che a pranzo e a cena si vanta di avere un dna «di governo e non di inutile lotta, che lascio ai liceali della politica». Appunto. Tutti intabarrati, tutti indignati e con i fischietti in bocca per emulare le proteste in Minnesota, accompagnati dalle consuete mosche cocchiere della Cgil e dell’Anpi per fare numero. Ieri l’ex consigliere di Donald Trump, Steve Bannon, ha commentato: «Gli Usa forniscono un massiccio aiuto per la sicurezza. Non dovremmo mandare nessuno, così non avreste protezione dai cattivi soggetti e dai terroristi che avete fatto entrare. Se non volete li togliamo, tanto siete scrocconi che vi approfittate di noi. Andate al diavolo (ha detto proprio “fuck you”, ndr)».
All’allegro concerto di fischietti mancherà il sindaco Giuseppe Sala, travolto di suo dalle polemiche per i buchi nella sicurezza di Milano e deciso a stare alla larga perché preoccupato per la legittimazione che l’assurda manifestazione offre ai settori più violenti: i centri sociali vicini al guru radical Pierfrancesco Majorino, i collettivi studenteschi graziati dal Tar dopo lo sfascio Pro Pal in Stazione Centrale e i Carc (comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo), schierati a orologeria dalla sinistra quando è necessario alzare il livello di scontro.
Tutto ciò sarà un allenamento in vista della manifestazione di sabato 7 febbraio contro le Olimpiadi tout court, che il tam tam da cloaca social definisce «fondamentale per scardinare un’esibizione imperialista». L’area antagonista diventerà protagonista, l’appuntamento sarà vicino al Villaggio olimpico di Scalo-Romana. Il Cio alternativo dei centri sociali (Comitato Insostenibili Olimpiadi) prevede agguati nei due giorni precedenti quando la fiaccola attraverserà le strade di Milano. Scopo dichiarato: offuscare l’immagine dell’Italia all’inizio dei Giochi mettendo a ferro e fuoco la metropoli tascabile in mondovisione.
Esattamente ciò che potrebbe accadere oggi pomeriggio a Torino, dove da due giorni imperversano le proteste di Askatasuna cominciate con l’occupazione di Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche dell’Università. Per oggi sono annunciati tre cortei. Duecento realtà estremiste («dalle bocciofile ai centri sociali, dai circoli ai comitati», ma sono sempre loro) confluiranno da Milano, Livorno, Roma, Napoli, Trento, Messina per una giornata di guerriglia in pieno centro (piazza Vittorio Veneto). Una «chiamata alle armi per riprenderci la città» al grido: «Torino è partigiana, cacciare il governo Meloni». Proprio i Carc hanno mostrato cosa intendono, raffigurando nel loro manifesto la premier a testa in giù.
Non si tratta solo di frange sfuggite al controllo, è l’applicazione plastica dell’invito di Maurizio Landini alla «rivolta sociale». La locandina dell’happening, al quale dovrebbero partecipare 10.000 persone, è firmata da Zerocalcare. C’è chi soffia sul fuoco e chi ha la tanica in mano. Accanto ai comunisti extraparlamentari di Aska (quelli che il sindaco piddino Stefano Lo Russo definisce «un bene comune»), sfileranno le realtà Pro Pal che chiedono la liberazione del fiancheggiatore di Hamas, Mohammad Hannoun e improbabili sostenitori palestinesi del No al referendum sulla giustizia.
Da parte della questura c’è ovvia preoccupazione. In un’intervista alla testata Lo Spiffero, l’ex pm Antonio Rinaudo (esperto della lotta alla guerriglia No Tav) ha detto: «Questa non è una manifestazione del pensiero ma la provocazione di una struttura violenta. Non ci deve essere dialogo, lo Stato non deve scendere a patti. La polizia non basta, bisognerebbe far intervenire gli incursori della Marina o il Col Moschin; con la loro presenza in mezz’ora quei signori cambierebbero atteggiamento».
Per completare il delirio, venerdì 6 febbraio sempre a Torino torna in pista la Flotilla con un evento di «Intifada Studentesca» dal titolo «L’arrembaggio», Patrick Zaki testimonial. Il cucuzzaro è al completo, ma questo è solo folclore.
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Ansa
Minoranza scatenata per la presenza degli agenti Usa al seguito della delegazione olimpica americana. Ma l’accordo bilaterale tra Viminale e dipartimento per la Sicurezza interna statunitense fu ratificato nel 2014 dall’allora governo a guida Pd.
C’è un accordo bilaterale che arriva da lontano e che rafforza la cooperazione nella prevenzione e nel contrasto alle forme gravi di criminalità e terrorismo. E che riporta nel perimetro della realtà le ipotesi circolate negli ultimi giorni sulla presenza in Italia, per le olimpiadi di Milano-Cortina, di uomini dell’Ice, letteralmente «Immigration and customs enforcement», struttura finita di recente nel mirino delle proteste per gli arresti a Minneapolis, in Minnesota, del gennaio scorso, che hanno visto anche la morte di due persone per mano dei suoi agenti. Si tratta di un’agenzia federale con compiti interni ed esteri: applicazione delle leggi sull’immigrazione negli Usa e indagini su reati transnazionali fuori dal confine. Il governo italiano (il quarto di matrice berlusconiana), al momento della ratifica, era rappresentato dal ministro dell’Interno leghista Roberto Maroni, e quello statunitense (in quel momento guidato dal dem per eccellenza Barack Obama) lo siglarono il 28 maggio 2009. È timbrato, tradotto e firmato.
E soprattutto ratificato. Ed ecco cosa prevede: «scambio e raffronto automatizzato», caso per caso, di «dati dattiloscopici e profili Dna» per indagini e prevenzione; «trasmissione di […] dati personali solo in presenza di riscontri e nel rispetto delle leggi nazionali»; compresi «limiti rigorosi all’uso dei dati», ma anche «obblighi di sicurezza, tracciabilità, cancellazione e tutela della privacy». Non creava strutture parallele, né sostituiva la cooperazione giudiziaria. Ma, soprattutto, fu stabilito che sarebbe rimasto attivo «a tempo indeterminato (anche se modificabile nei contenuti su richiesta di una delle due parti e in qualsiasi momento, ndr)». La formula è quella classica degli atti internazionali, solenne e vincolante. Non è un protocollo tecnico, né una circolare di polizia. È un accordo politico fra due governi. E non incide, come viene precisato testualmente, «sulle procedure di assistenza giudiziaria internazionali vigenti». Garanzie rispettate, insomma.
Passano gli anni. L’accordo resta lì, come tutti gli accordi internazionali che attendono il passaggio decisivo: il Parlamento. E quel passaggio arriva nel 2014. Non con un decreto o con un atto amministrativo, ma con una legge dello Stato. Il 3 luglio 2014 viene promulgata la «Legge numero 99», che autorizza la ratifica e dispone la piena esecuzione dell’accordo firmato cinque anni prima. Il testo è secco: «Il presidente della Repubblica è autorizzato a ratificare l’accordo» sancito «a Roma il 28 maggio 2009». E ancora: «Piena ed intera esecuzione è data all’Accordo […] a decorrere dalla data della sua entrata in vigore». Qui la catena istituzionale si chiude. Il presidente della Repubblica è Giorgio Napolitano. Un nome che, per anni, è stato indicato come garanzia assoluta di equilibrio costituzionale, punto di riferimento anche e soprattutto per quella sinistra progressista che oggi storce il naso e alimenta proteste. La legge è controfirmata dal presidente del Consiglio Matteo Renzi (che ora sui social usa l’argomento Ice di sfuggita per punzecchiare Giorgia Meloni), dal ministro degli Affari esteri Federica Mogherini, dal ministro dell’Interno Angelino Alfano ed è vistato dal Guardasigilli Andrea Orlando. Proprio quest’ultimo deve essere stato colpito da un attacco di memoria selettiva. E, tramite il suo profilo Instagram, ha affermato: «La presenza dell’Ice non è compatibile né con la cultura costituzionale del nostro Paese né con l’appuntamento che si celebrerà». Ma è in ottima compagnia: tutti i partiti di opposizione, da Rifondazione comunista ad Azione, compresi Pd, Movimento 5 stelle, Alleanza dei Verdi e Sinistra, Più Europa e Italia viva, manifesteranno oggi a Milano. Prevista la presenza della Cgil e dell’Anpi. L’appuntamento è in piazza XXV Aprile alle 14.30. E c’è una raccomandazione: tutti con i fischietti per emulare le proteste in Minnesota. Non è l’unica. Sabato 7 scenderanno in piazza i centri sociali con la partecipazione dell’area antagonista. Il ritrovo è alle 15 in piazza Medaglie d’Oro, a poca istanza dal Villaggio Olimpico.
Tutti, però, dimenticano chi ha varato quella legge. Che contiene un punto centrale: chi applica l’accordo e come? Per l’Italia è «il Dipartimento della Pubblica sicurezza del ministero dell’Interno». Per gli Stati Uniti, invece, «il Dipartimento di Giustizia e il Dipartimento per la Sicurezza interna». Qui entra in scena l’ufficio che oggi fa discutere. Homeland security investigations. Non è un corpo autonomo. È definito nei documenti ufficiali americani come «un’importante agenzia federale di polizia all’interno del dipartimento per la Sicurezza interna (Dhs)» . Dipende dal «Department of homeland security, non agisce in proprio. Indaga, come scritto testualmente, «su reati su scala globale, in patria, all’estero e online». I compiti sono elencati senza enfasi: traffico di persone, criminalità organizzata transnazionale, sfruttamento minorile, frodi, violazioni delle sanzioni e terrorismo. E sempre dentro un perimetro di cooperazione che l’accordo bilaterale del 2009 circoscriveva con cura. Il paradosso è tutto qui. Quella legge del 2014 va bene quando la firma Napolitano, quando la vota un Parlamento a maggioranza progressista (che l’ha finanziata, all’epoca, per oltre 10 milioni di euro), quando la esegue un governo guidato da Renzi. Non va più bene se dentro quel quadro normativo si muove l’ufficio americano previsto dalla stessa architettura giuridica (di poche righe e con in allegato proprio il protocollo firmato da Maroni nel 2009). In coda al testo, infine, c’è un’indicazione: «La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sarà inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. È fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato». Parole precise. Che restano in vigore, producendo effetti, finché quella legge non verrà modificata o abrogata. Resta al palo un argomento che è utile solo alla protesta di piazza, ma che è irrilevante sul piano giuridico. Con buona pace dell’ex Guardasigilli Orlando.
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Mette Frederiksen, primo ministro danese (Ansa)
Il governo (socialista) della Danimarca: «Chi si macchia di reati per almeno un anno di detenzione sarà espulso». Ovviamente non basta dirlo: servono accordi e volontà politica. Ma se qualcuno dà l’esempio...
Non lo dite a Ilaria Salis, che mostrandosi in catene e denunciando le condizioni degradanti delle carceri ungheresi è riuscita a conquistare un seggio al Parlamento europeo. Ma secondo la Cedu, la Corte europea dei diritti dell’uomo, le prigioni italiane sono peggiori di quelle di Budapest. Infatti, il nostro Paese colleziona una condanna dopo l’altra per il trattamento inumano cui sottopone i detenuti e gli imputati. Il tema su cui battono i giudici di Strasburgo è quasi sempre il sovraffollamento: dietro le sbarre ci sarebbe il doppio degli «ospiti» consentiti. Problema annoso. Infatti, per ridurre il numero delle persone trattenute, nel passato si è fatto ricorso a una serie di escamotage, tra cui cancellare i reati oppure ridurre d’imperio le pene. Nel primo caso, con la ministra dei migliori Marta Cartabia si è fatto in modo che alcune violazioni del codice penale fossero perseguibili solo a querela di parte, in modo da far sparire un po’ di cause dai tribunali e poter dichiarare di aver ridotto l’arretrato giudiziario. Nel secondo, si sono varate amnistie e indulti con il solo obiettivo di rilasciare i condannati prima che avessero scontato per intero la pena.
Tuttavia, le furbizie nazionali hanno sempre avuto vita breve, perché una volta svuotate le celle con queste astuzie, dopo un po’ tornavano a riempirsi. Infatti, ora siamo di nuovo ai massimi della capienza. In totale, il numero dei detenuti avrebbe raggiunto quota 63.000 a fronte di una disponibilità di posti in guardina che raggiunge a malapena le 40.000 unità. Nel carcere romano di Regina Coeli il tasso di sovraffollamento ha toccato il 187 per cento, mentre in quello di Milano, San Vittore, siamo al 230 per cento. In media però si supera il 100 per cento in tutti i reclusori della penisola. Oltre alle condanne della Cedu, che continuano ad arrivare, è evidente che prima o poi il bubbone è destinato a scoppiare. Anche perché, come abbiamo raccontato di recente, dietro le sbarre ci sono molti stranieri e la maggioranza è costituita da detenuti di fede musulmana, che in cella hanno anche i loro imam, alcuni dei quali radicalizzati. Una situazione esplosiva, che mischia il disagio per le condizioni degradanti di alcune prigioni all’integralismo islamico, con conseguenze potenzialmente disastrose.
Che fare di fronte a tutto ciò? Mica si possono aprire i cancelli o abolire i reati come si è fatto finora. Una soluzione, tuttavia, arriva dalla civilissima Danimarca, regno governato da una premier socialdemocratica, Mette Frederiksen. L’idea è semplice: rispedire a casa tutti i detenuti stranieri che hanno ricevuto una pena superiore a un anno. A proporla è il ministro dell’Integrazione, il socialdemocratico Kaare Dybvad, secondo il quale i criminali stranieri condannati per reati gravi, come aggressione aggravata e stupro, dovrebbero essere espulsi. La misura servirebbe a svuotare le celle, ma anche a inasprire la politica sull’immigrazione.
Ebbene, se noi seguissimo l’esempio di uno dei Paesi scandinavi considerati più tolleranti godremmo dello straordinario beneficio non solo di liberarci di migliaia di criminali, ma anche di svuotare le carceri. Come abbiamo ricordato di recente, oggi in prigione ci sono più di 20.000 stranieri. Se questi venissero rispediti a casa, i penitenziari italiani si alleggerirebbero di un terzo degli «ospiti» e avremmo risolto il problema del sopraffollamento e perfino delle condanne della Cedu. Adottando una politica simile, ci priveremmo anche di un esercito di potenziali recidivi, che una volta tornati in libertà spesso tornano a delinquere. Spacciatori, ladri, stupratori, perché di questo parliamo quando si fa riferimento ai detenuti stranieri. Per l’Italia sarebbe un affare anche se si dovesse sobbarcare le spese per riportarli a casa. Certo, poi bisogna sempre pregare che i Paesi da cui provengono siano disposti a riprendersi i pregiudicati e la cosa non è affatto scontata, perché a nessuno piace importare criminali, anche se di casa.
Però, a prescindere dagli aspetti pratici e anche dalla fattibilità dell’operazione, il fatto che un governo socialdemocratico pensi di organizzare dei charter per riportare nei loro Paesi i delinquenti, dimostra che in Europa il vento sta cambiando e solo da noi ci si scandalizza a sentir parlare di remigrazione.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Il generale intervistato dal condirettore della «Verità»: «Fondare un mio partito? Allo stato attuale non c’è nulla, ma non posso escludere niente. C’è malcontento verso l’offerta politica. L’Ue va cambiata. E la remigrazione non è come la racconta la sinistra».
«Al momento nessun partito, ma tutto può succedere, io non cambio le mie idee». L’ex generale Roberto Vannacci, intervistato ieri sera dal condirettore della Verità Massimo de’ Manzoni alla Festa dei lettori controcorrente ad Abano Terme, ha toccato tutti i massimi temi di attualità. Dal suo progetto politico alla remigrazione, da Trump all’Ucraina, passando per l’Unione europea che «andrebbe riformata».
La «vannaccimania», come la chiama De’ Manzoni, è ingranata. Anche se l’europarlamentare non si sbilancia. «Non sono cambiato, anzi, continuo a dire che bianco è bianco e nero è nero. Il grigio non mi piace e continuo ad andare dritto per i miei ideali. Allo stato attuale, al di là del grande rumore dei giornali, non c’è nulla, ma il domani non posso ipotecarlo».
Mai dire mai insomma. Un Vannacci possibilista. Se gli chiedi se sia vero che non fonderà mai un partito lui risponde: «Non è vero, chi lo sa, non lo escludo, vedremo come andrà a finire. Se sarò capace di intercettare le aspettative dell’elettorato senza cambiare i miei valori allora va bene». E sull’altro tema di lasciare la Lega? «Intanto continuo sulla mia strada, l’unica fedeltà è ai valori, alle idee e ai principi, se l’elettorato mi vorrà seguire bene, altrimenti vorrà dire che ho sbagliato. Io non cambio idea come tira il vento». Salvini avvertito.
Futuro nazionale è un logo che piace già a molti. Soprattutto a quelle anime scontente di destra. «Credo che ci siano molti cittadini che hanno visto in parte tradite le loro aspettative, un malcontento elevato che coinvolge tutti quanti, basta vedere il tasso di assenteismo. Molta popolazione non si sente rappresentata dall’offerta politica attuale. Ma non andando a votare non delegittimo chi viene votato piuttosto gli do ancora più valore. Chi viene eletto beneficia anche di quel voto non espresso da parte di chi non va votare».
Ma anche Vannacci fa parte di un partito che ha deluso molti, essendo vicesegretario della Lega. Forse anche lui ha contribuito a questa delusione? «No, non me la sento perché sono sempre stato coerente con le mie convinzioni. Anche se nella Lega ci sono posizioni diverse».
E sull’Ucraina? Vannacci è contrario al supporto militare. «Sono convinto che sia al di fuori di qualsiasi interesse europeo e nazionale e questo supporto non fa altro che allungare l’agonia della guerra, più distruzione e più misera, sia da parte ucraina che europea».
Da europarlamentare, ovviamente, Vannacci esprime la sua idea anche sull’istituzione che rappresenta, che secondo lui andrebbe «totalmente cambiata». «Certo, non possiamo distruggerla e ripartire da capo, ma possiamo riformarla. Si possono porre dei correttivi a questa Unione che non fa gli interessi delle singole nazioni ma solo di alcune. Dal 1992 ad oggi è dimezzata la sua quota sul Pil mondiale, dal 30 al 15%. Anche il Mercosur è uno scellerato accordo che metterà in crisi agricoltura e lavoratori. Da quando c’è l’Ue le nazioni sono diventate tutte più povere».
E poi ricorda Prodi con la famosa frase, dopo l’avvento dell’euro, «lavorerete un giorno in meno ma sarete pagati come se lavoraste un giorno in più». «Invece si è perso il potere d’acquisto e le capacità produttive, con la desertificazione industriale di tutta l’eurozona e la farsa del Green deal. In ambito internazionale poi siamo insignificanti. È oggettivo che questa Ue sia un fallimento. Una dittatura autoreferenziale».
E poi un grande elogio a Trump. «È l’attore internazionale che più di tutti sta lavorando per disarticolare questa Ue. Senza una crisi queste istituzioni non si possono riformare perché sono autoconservative e tendono a erigere muri. Trump sta dando una mano a tutti coloro che vorrebbero una riforma dell’Ue. Anche la Groenlandia aveva solo lo scopo di mettere l’Ue e alcuni leader in crisi e su questo ha fatto filotto. L’Ue ha risposto come un paziente epilettico facendo male a sé stessa. Un’isteria totale».
Infine, il concetto più caro a Vannacci, la remigrazione. «Ecco, l’Ue ci ha riempito dei disperati della terra». «Non è la deportazione con vagoni piombati verso la morte, come la sinistra vuol far credere. Si è giocato sul termine deportazione e quello che sta succedendo negli Usa. Ma to deport in inglese vuole dire rimpatriare e remigrare vuol dire rimpatriare. Non è nemmeno un rimpatrio forzato ma chi non ha diritto di venire in Italia deve tornare al suo Paese e ciò non è una bestemmia. E non è vero che sfuggono dalla guerra. Solo il 15% hanno diritto di asilo». Ma allora perché vengono da noi? «Perché si approfittano del nostro Stato sociale che ci siamo conquistati con il nostro lavoro». E favorisce i metodi coatti per chi non rispetta le regole. «La forza è meglio non usarla ma quando è necessario va usata. E i signori in divisa vanno protetti perché difendono tutti noi. Poi non ci lamentiamo se l’insicurezza aumenta. C’è bisogno di qualcuno che modifichi queste leggi e che le renda non interpretabili ma blindate. Non è possibile vivere in una situazione dove le forze dell’ordine hanno paura ad usare l’arma. Non possono aver paura a svolgere il proprio dovere perché va a finire che non lo svolgono. Se vengo aggredito devo avere il diritto di reagire senza la paura di essere incriminato per omicidio volontario. E la connessione tra immigrazione e delinquenza è una cosa oggettiva. L’immigrazione di massa è pericolosa perché disarticola la nostra società e la frantuma. E l’immigrazione islamica, in particolare, non è compatibile con i nostri valori».
E dalla sala si levarono 92 minuti di applausi.
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