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La villetta di Lonate Pozzolo, nel varesotto, dove il 14 gennaio, Adamo Massa, 37 anni, pregiudicato, è stato ucciso nel corso di una rapina dal poprietario di casa, Jonathan Rivolta (Ansa)
«Inutile la stretta sulle lame», dice chi ha mostrificato Jonathan Rivolta che ha ucciso il ladro rom.
È in effetti un luogo comune la tesi secondo cui a scatenare la violenza non sono le armi ma chi le maneggia. Ma a ben vedere la banalità oggi assume una tonalità meno scontata nei commenti di politici e giornalisti alle varie tragedie che ci affliggono. Se ad alzare il coltello per difendersi è Jonathan Rivolta di Lonate Pozzolo, provincia di Varese, i media insinuano subito il sospetto che sia un violento e un mezzo razzista. Si sprecano ritratti in cui si rivela che teneva un sacco da boxe sul balcone e praticava arti marziali sferrando pugni e calci fin dal primo mattino. Come a dire: era uno abituato allo scontro, non una pecorella. Dipingerlo così serve a toglierli il cappotto della vittima, e a vittimizzate un po’ il suo aggressore, Adamo Massa, delinquente abituale uscito da un campo nomadi che «di lavoro» rapinava onesti cittadini e truffava anziani fragili. Lavorava, Adamo Massa - così dice il cugino a Ore 14 di Milo Infante - quando è entrato nella villetta di Lonate per rubare e ha aggredito Rivolta. E allora il fatto che sia morto male a colpi di coltello andrebbe ritenuto uno sfortunato incidente sul lavoro: se fai il ladro, può capitare. Invece da queste parti si fa sempre esibizione di buoni sentimenti, ci si strugge per il malvivente e non per chi si è difeso, pur uccidendo.
Diverso il discorso se e maneggiare la lama è un maranza marocchino di 19 anni come Zouhair Atif, il ragazzo che ha infilzato a morte, a scuola, il diciottenne Abanoub Youssef, egiziano. Ecco, in questo caso i toni sono molto diversi. Orde di psicologi sono pronte a intervenire per sostenere che le coltellate siano il prodotto del «disagio giovanile» che va combattuto non con nuove leggi sulle armi da taglio o con multe. No, dice l’esperto Matteo Lancini sulla Stampa, «non serve repressione ma un adulto autentico capace di stare in relazione». Interessante: bisognerebbe illustrare questi concetti a una banda di maranza e osservarne la reazione, sarebbe un esperimento istruttivo.
«La morte di Abanoub Youssef, lo studente di 18 anni accoltellato all’interno dell’istituto professionale Domenico Chiodo di La Spezia, ci lascia sgomenti e profondamente addolorati», dice Sandro Ruotolo del Pd. «Si muore e si uccide a 18, 19, 15, 16 anni. È il segno di un tempo attraversato dall’odio e dalla violenza, sempre più normalizzati, come se fossero inevitabili. Avanza una cultura del fai-da-te: armi che circolano con facilità, solitudini che si radicalizzano, modelli violenti che diventano linguaggio quotidiano. Ma non basta rispondere solo con la repressione. Punire senza prevenire non cura, non ricostruisce, non salva». Vero, bisognerebbe prevenire. Ad esempio evitando che certi soggetti entrassero in Italia o cacciandoli quando arrivano. Ma questo tipo di prevenzione alle anime belle non interessa.
Dunque sì, come vedete le armi producono effetti diversi a seconda di chi le usa. Se le sventola il marocchino per colpire, povero lui figlio della mancata integrazione. Se l’arma la utilizza invece il carabiniere Emanuele Marroccella per difendere un collega aggredito, sé stesso e la collettività, non si fanno tante chiacchiere: lo si punisce con tre anni di galera e un risarcimento monstre da versare alla famiglia del criminale che ha ucciso. Perché su Marroccella non si fanno tanti psicologismi? E se le multe e la repressione non servono, perché i sinceri progressisti non si indignano per la pena che gli è piovuta addosso? «La via securitaria intrapresa dalla destra di governo mostra tutti i limiti. Chi sbaglia non deve semplicemente pagare. Deve poter cambiare», dice ancora Sandro Ruotolo. Eppure Marroccella paga, deve sborsare e zitto.
Si svela qui quale sia il reale pensiero della sinistra occidentale sulle armi. Esse vanno osteggiate e proibite e demonizzate quando sono utilizzate per difendersi e fare valere i propri diritti. Cioè quando servono a difendere una sovranità, quella dell’individuo su sé stesso e i propri beni. Che le armi siano utili a questo fine lo insegna la tradizione libertaria americana: un cittadino deve poter portare pistole o altro perché ha il diritto di tutelare la proprietà e, eventualmente, di rivoltarsi contro il governo che lo opprime. Nella tradizione progressista e oppressiva europea, invece, l’arma va tolta al cittadino proprio per le stesse ragioni: egli deve restare imbelle, non può opporsi ai governanti e ai malviventi che questi governanti lasciano liberi per strada. Analogo discorso vale per gli Stati: se questi si armano per rivendicare la sovranità militare, che è parte della loro libertà e tutela il diritto di esistere, ecco che i progressisti si oppongono e strepitano. Ma se il riarmo serve ad arricchire qualche grande azienda, magari tedesca o americana, allora va tutto bene. Le armi diventano indispensabili se a gestirle sono le burocrazie europee, magari con la scusa di rivolgerle contro Vladimir Putin (cosa che tutti sanno essere falsa).
Questo è il nodo: i progressisti devono poter gestire lo spazio e le proprietà. Hanno deciso che una marea di stranieri deve entrare nel territorio europeo e opporsi non si può, nemmeno con un decreto sicurezza. Hanno deciso che il singolo cittadino deve essere in balia delle decisioni dei vari apparati di controllo senza possibilità di difesa e opposizione. Hanno deciso che il denaro pubblico deve essere utilizzato per finanziare un certo tipo di industria militare e certi precisi interessi geopolitici. La verità è semplice: il modello progressista non è nemico della violenza in generale, ma solo di quella che non giova ai suoi scopi.
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Il killer sorvegliato a vista in cella. Prima dell’omicidio, il messaggio choc: «Ti sistemo». Oggi pure Valditara al vertice in Prefettura. Altro accoltellamento fuori scuola a Sora: fermato un diciassettenne. Accettate a Perugia: denunciati in quattro, tre sono minorenni.
«Domani ti sistemo io», poi ha portato un coltello a scuola e ha ucciso il compagno di classe per «una foto scattata con una ragazza». Gli inquirenti stanno mettendo insieme i tasselli della tragica aggressione che venerdì mattina ha portato alla morte di uno studente di soli 18 anni. Youssef Abanoub è stato colpito mentre era in classe nell’istituto Einaudi-Chiodo di La Spezia da uno studente della stessa scuola. È stato proprio Zouhair Atif, 19 anni, a raccontare agli investigatori il «motivo» di quell’aggressione: la gelosia per una foto scattata con una ragazza. Atif, marocchino residente ad Arcola, è stato fermato per l’omicidio di Youssef.
La vittima, originaria di Fayyum, vicino Al Cairo, viveva alla Spezia con la famiglia da anni. Mentre l’adolescente lottava tra la vita e la morte in un letto di ospedale, Atif spiegava ai poliziotti il perché di quella furia omicida. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, dopo aver inviato alla vittima un messaggio minaccioso («Domani ti sistemo io»), l’arrestato avrebbe affrontato Abanoub prima nel bagno della scuola durante la ricreazione e poi nel corridoio, dove lo ha colpito con un coltello da cucina portato da casa. Il giovane marocchino avrebbe sferrato un solo colpo letale che ha ferito la vittima al fegato, al diaframma e al polmone. A quel punto un docente della scuola, che ha assistito alla scena, si è fiondato sul ragazzo e lo ha disarmato in attesa dell’arrivo della polizia. Gli agenti lo hanno poi trovato seduto su una sedia e lo hanno arrestato. Su di lui pende l’accusa di omicidio, ma gli elementi investigativi raccolti fino ad ora (in particolare il messaggio e il coltello portato da casa), porterebbero anche alla contestazione della premeditazione.
La vittima è stata trasportata d’urgenza in ospedale in condizioni disperate: ha superato un primo intervento durante il quale è andato in arresto cardiaco più volte, ma poco prima delle 20 di venerdì il suo cuore ha smesso di battere. Da quel momento in poi, i riflettori si sono accesi su La Spezia, dove i sentimenti di dolore si mescolano alla rabbia e allo shock. I familiari della vittima e anche qualche studente, da ieri, ripetono che non era la prima volta che Atif portava il coltello a scuola. Il giovane marocchino è entrato in carcere di notte e da allora è recluso nella prima sezione del carcere, camera 1, in isolamento giudiziario. Ma per lui è stata disposta la «massima sorveglianza» con controlli ogni quindici minuti. All’Istituto «Einaudi-Chiodo» sono tutti sotto shock ed esprimono «il più profondo e sentito cordoglio alla famiglia della vittima del grave episodio di violenza». Intanto, l’Ufficio scolastico regionale della Liguria, su impulso del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, ha già conferito l’incarico per un’ispezione nella scuola teatro della tragedia.
Momenti di tensione si sono vissuti ieri anche davanti all’obitorio di La Spezia, dove un fotografo e alcuni giornalisti televisivi, compresa la troupe del Tg3, sono stati aggrediti e inseguiti dalla famiglia del giovane ucciso. L’Associazione ligure dei giornalisti, l’Ordine dei giornalisti della Liguria e il Gruppo cronisti liguri, in una nota, hanno stigmatizzato quanto accaduto nonostante la «comprensione per un dolore così forte»: «Un fotografo è stato aggredito verbalmente e inseguito all’esterno dell’obitorio nel tentativo, da parte di diverse persone, di sottrargli la macchina fotografica». Stessa aggressione ai giornalisti del Tg3 e ad altri cronisti ai quali hanno «spaccato il microfono».
Il sindaco di La Spezia, Pierluigi Peracchini, ha reso noto che oggi sarà convocato un incontro in Prefettura con il ministro Valditara «per capire come gestire questa situazione in vista della riapertura della scuola lunedì». Intanto, la Comunità islamica di La Spezia, «in segno di lutto», ha invitato «la comunità marocchina alla preghiera».
Ma la violenza tra giovanissimi non si arresta: quattro ragazzi, di cui tre minorenni, sono stati denunciati per aver preso a colpi di accetta un sedicenne nei pressi della stazione ferroviaria di Bastia Umbra, nel Perugino. Mentre ieri sera, i carabinieri hanno fermato un diciassettenne di Sora, nel Frusinate, per aver accoltellato un coetaneo all’esterno della scuola che frequenta. Il giovane fermato ha poi consegnato ai militari il coltello a serramanico con cui ha aggredito il liceale.
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Vi arrivano all’ultimo delle amiche e degli amici vegetariani e volete fare un aperitivo veloce, ma tanto scenografico? Avete anche i bambini che vengono per una festa? Oppure una cena in cui volete improvvisare un gustoso piatto di mezzo? Ecco per voi queste perline di patate. Sono gustosissime, facili e rapide da prepararsi e fanno un gran figura con solo quattro ingredienti.
Ingredienti – 500 gr di patate, 120 gr di Parmigiano Reggiano o Grana Padano, 80 gr di amido di mais, un ciuffo di prezzemolo che potete sostituire anche con erba cipollina o origano anche disidratati, olio per friggere (noi usiamo l’alto oleico di girasole) sale e pepe q.b.
Procedimento – Lessate le patate, sbucciatele, schiacciatele con il passapatate in un’ampia ciotola. Fatele intiepidire poi unite il formaggio grattugiato, l’amido di mais, il prezzemolo che avrete tritato finemente, aggiustate di pepe e di sale e impastate lavorando a lungo con le mani. Dovete ottenere – vi basteranno in realtà una decina di minuti – un composto liscio, compatto ed omogeneo. Ora formate con le mani tante palline. Scaldate l’olio in una capace padella e friggete le perle di patate un po’ alla volta. Salate appena prima di servire.
Come fa divertire i bambini – Fate fare a loro le perle, con le loro manine verranno piccole e perfette.
Abbinamento – Noi abbiano scelto un Prosecco di Asolo Docg, va bene qualsiasi spumante come un Franciacorta Saten o un rosé dell’Oltrepò pavese, ma vanno bene anche spumanti da vini autoctoni come a esempio una Passerina.Continua a leggereRiduci
Con i 120 euro al giorno che diamo alle coop per gestire oltre 17.000 minori stranieri, potremmo davvero fare integrazione. Eppure, la maggior parte di loro (che spesso mentono sull’età) finisce a delinquere.
Sono 17.504 i minori stranieri non accompagnati presenti in Italia, sono quasi tutti maschi e il 74% di loro ha più di 16 anni. Sono arrivati da soli e illegalmente nel nostro Paese, certamente hanno un passato non facile, ma ora che sono parcheggiati nelle strutture di accoglienza gestite dalle solite cooperative, a tutto sembrano pensare fuorché a costruirsi un futuro onesto.
Un pregiudizio? A quanto pare no, almeno stando alla frequenza con cui finiscono dietro le sbarre per una serie di reati di vario genere, spesso a carico di coetanei e, quasi sempre, reiterati più e più volte. Lo scorso luglio, tanto per dare un’idea, l’87% dei giovani ospiti del carcere minorile Beccaria di Milano erano proprio minori stranieri non accompagnati (Msna). Insomma, parliamoci chiaro, si tratta di fatto dei nuovi maranza, quelli «da importazione», giovani «senza tetto, né legge» (per dirla con Agnès Varda) che accogliamo, posteggiamo e pasturiamo a 120 euro al giorno, fino a che non finiscono ad aprire le cronache con fatti violenti.
Sì, avete capito bene: 120 euro al giorno per mantenere ognuno di questi giovincelli che, moltiplicati per il numero dei presenti e per 365 giorni, porta alla cifra mostruosa di oltre 765 milioni di euro spesi per crescerceli in casa, ogni anno.
Questi soldi ce li mette lo Stato (dunque noi tutti) che, sia pure con mille raccomandazioni (l’accoglienza dei Msna, dopo il decreto Cutro del 2023, ha in teoria regole ferree), li mette nelle mani delle realtà del terzo settore (quasi sempre cooperative) che si occupano del loro soggiorno. La missione sarebbe integrarli o, perlomeno, tenerli lontano dalla delinquenza e, con 120 euro al giorno da gestire, forse qualcosa si potrebbe davvero fare. Probabilmente però (almeno guardando ai risultati) una parte di quei denari, come spesso accade quando si parla di accoglienza degli immigrati, si disperdono in altri rivoli e il meccanismo non funziona. Infatti, a chi conosce un po il fenomeno non sarà certo sfuggito: nei piccoli centri, come nelle grandi città sono proprio loro, di solito, ad andarsene a zonzo tutto il giorno, senza nulla da fare e senza controllo da parte della struttura che li ospita, e ad animare i gruppi di giovanissimi che si dedicano al maranzismo come filosofia di vita. Una sorta di nucleo aggregante attorno a cui si consolida la presenza di altri giovani stranieri di seconda generazione (e qualche italiano), da cui prendono, infine, origine le baby gang di maranza, per dirla con due termini invisi alla sinistra e, in particolare al senatore Filippo Sensi, che ha lanciato l’anatema contro queste parole ree - a suo dire - di «razzializzare» il problema. Che tuttavia, piaccia o no, trova esattamente nei giovani immigrati - soprattutto richiedenti asilo - la sua origine.
Tornando ai nostri Msna, oltre alle milionate spese mensilmente per dar loro un pasto caldo e un letto sicuro, c’è anche un altro conto che non torna. Ed è quello dell’età. Solo guardando i numeri, forniti dal ministero del Lavoro e delle politiche sociali, che monitora il fenomeno e che - va precisato - registra un calo di presenze tra il 2024 (quando i Msna erano 18.625)e il 2025 (con 17504 presenze), si notano subito delle curiosità.
Per prima cosa il fatto che sono praticamente tutti maschi: nel 2025, sul totale dei presenti, le femmine erano meno di 2.000, comprese le minori provenienti dall’Ucraina e comunque per la metà si tratta di bambine con meno di 6 anni di età. E in secondo luogo che i cosiddetti minori sono tutti quasi adulti. Sul totale dei maschi presenti il 53% circa ha 17 anni e un altro 21% ne ha 16, mentre i «veri» minori, cioè i ragazzini fino a 14 anni di età, ospitati in Italia, rappresentano meno del 10% del totale. Dunque, per quanto giovani, non si tratta esattamente di bambini. A denunciare questo aspetto è l’europarlamentare della Lega, Anna Maria Cisint, che portando come esempio lo scandalo di Monfalcone, dove - come svelato da una inchiesta di Fuori dal Coro - in una comunità per Msna venivano ospitati individui adulti di 22, 26 e addirittura 30 anni, parla apertamente di una truffa: «È in atto una truffa colossale ai danni degli italiani e dello Stato, perpetrata da finti minori stranieri che entrano in Italia dichiarando il falso, spesso anche con la complicità di cooperative che incassano tra i 100 e i 120 euro al giorno per ciascun ospite», sostiene Cisint. «Per questo «ho chiesto, con una interrogazione, alla Commissione europea di rendere obbligatori, per tutti coloro che arrivano senza documenti dichiarandosi minori, test oserei immediati e obbligatori per verificarne l’età. Ora però è altrettanto doverosa una verifica sulla reale età di coloro che sono già ospitati a spese dei contribuenti, anche a tutela dei veri minori».
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