È stata un’asta destinata a passare alla storia, o forse, considerato l’interesse crescente per questo genere di «opere», a segnare solo un precedente destinato ad essere superato. Sono passati due anni da quando Sotheby’s a New York batté, in una seduta animata da offerte al rialzo, la cifra record di 44,6 milioni di dollari, ma se ne parla ancora. Non si trattò di gioielli o quadri ma nientemeno che ossa, anche se preistoriche: fossili di dinosauri. Benvenuti nel Jurassic Cash! Era luglio 2024, quando il miliardario Ken Griffin, fondatore del colosso degli hedge fund Citadel, sborsò quella cifra record per aggiudicarsi Apex, lo scheletro di uno Stegosauro eccezionalmente conservato, rinvenuto in Colorado. Apex polverizzò le stime iniziali (che oscillavano tra i 4 e i 6 milioni) e superò il precedente record di Stan, un Tyrannosaurus Rex venduto nel 2020 per 31,8 milioni di dollari all’Abu Dhabi Natural History Museum.
Un tempo i dinosauri dominavano la Terra grazie alle dimensioni mastodontiche, oggi, a milioni di anni dalla loro estinzione, questi giganti della preistoria sono tornati protagonisti di un ecosistema altrettanto spietato: il mercato globale dei beni di lusso. L’analisi condotta di recente da Bloomberg nel podcast Odd Lots, dal titolo significativo Inside the Booming Market for Dinosaur Fossils, accende i riflettori su un business che ha smesso di essere una nicchia accademica per trasformarsi in una delle asset class più calde, speculative e affascinanti del momento. Si stima che il mercato di dinosauri nel mondo, per gli anni 2024-2025, valga all’incirca 70-80 milioni di euro, di cui quello italiano costituisce una piccola fetta: vale circa 3 milioni. Un mercato trasversale, di cui fanno parte lotti che costano una fortuna.
In ballo ci sono cifre da capogiro che sollevano una domanda: perché le ossa di dinosauro stanno finendo nei salotti dei multimilionari e nei portafogli dei fondi d’investimento invece che nei musei pubblici? Nel caso di Apex l’acquirente ha subito detto che non era sua intenzione collocarlo nell’atrio della propria mega-villa, ma che lo avrebbe prestato a un museo statunitense, come riportato dal Wall Street Journal.
Come spiegato dagli esperti del settore, tra cui Salomon Aaron della prestigiosa galleria londinese David Aaron (specializzata nell’intermediazione di questi reperti biologici), il mercato dei fossili sta vivendo una transizione epocale, strutturandosi sulla falsariga di quello dell’arte contemporanea o delle antichità di pregio.
Fino a pochi decenni fa, il commercio di ossa di dinosauro era un settore informale, popolato da appassionati, scavatori amatoriali e istituzioni accademiche con budget limitati. Oggi la compravendita è regolata da intermediari finanziari, gallerie d’élite e case d’asta internazionali. Per determinare il valore di un fossile entrano in gioco criteri rigorosi che ricalcano il concetto di «provenienza» nell’arte. Non basta trovare un osso: occorre dimostrare legalmente dove e quando è stato estratto. I venditori moderni forniscono video integrali dello scavo, documentazioni notarili sulla proprietà dei terreni e certificazioni scientifiche.
Un altro fattore cruciale è la completezza e l’integrità dello scheletro. Trovare un dinosauro intatto al 100% è quasi impossibile; per questo, il valore commerciale è strettamente legato alla percentuale di ossa originali rispetto a quelle riprodotte tramite stampanti 3D o resine. Più la «materia prima» è autentica, più il prezzo sale in modo esponenziale.
Dietro l’acquisto di un miliardario c’è una filiera complessa. La figura del «cacciatore di dinosauri» si è professionalizzata. Sapendo che nel mondo c'è una platea di miliardari, dai «tech bro» della Silicon Valley, ai magnati asiatici o ai banchieri di Wall Street disposti a tutto pur di accaparrarsi ed esibire un predatore preistorico nelle proprie sedi, il numero di cercatori privati è esploso.
Le regole del gioco, tuttavia, cambiano radicalmente a seconda della geografia. Negli Stati Uniti, la legge prevede che tutto ciò che viene trovato su un terreno privato appartenga al suo proprietario. Questo ha creato una vera e propria corsa all’oro nel West americano (Montana, Wyoming, Colorado), dove i proprietari di ranch preferiscono vendere i diritti di scavo al miglior offerente privato piuttosto che collaborare gratuitamente con le università. Al contrario, in Paesi come la Mongolia, la Cina o il Brasile, i fossili sono considerati patrimonio nazionale e l’esportazione è severamente vietata. Ciò non toglie che esista un florido e rischioso mercato nero, contro cui le agenzie doganali internazionali combattono costantemente.
Il boom di questo mercato non è privo di feroci polemiche. La comunità scientifica internazionale lancia da anni grida d’allarme rimaste spesso inascoltate. La paleontologia è una scienza comparativa: per comprendere l’evoluzione, il comportamento e l’estinzione di una specie, gli scienziati hanno bisogno di studiare, scansionare e confrontare quanti più esemplari possibile. Quando uno scheletro finisce nella collezione privata di un magnate, l’accesso a quel pezzo di storia della Terra viene precluso alla scienza. Alcuni studi stimano che oltre la metà degli scheletri di T-Rex conosciuti al mondo si trovi oggi in mani private.
Tuttavia, i sostenitori del mercato privato offrono una prospettiva differente. Molti collezionisti privati, come lo stesso Ken Griffin, scelgono di finanziare gli scavi (che richiedono milioni di dollari in logistica e tecnologia) e spesso concedono i pezzi in prestito a lungo termine ai grandi musei pubblici. Inoltre, le gallerie d’arte sostengono che la commercializzazione fornisca capitali che altrimenti lo Stato non investirebbe nella salvaguardia di reperti che, altrimenti si perderebbero. «I fossili che vengono scoperti sono quelli che vengono lentamente portati alla luce a causa dell’erosione e degli agenti atmosferici», spiega Cassandra Hatton, specialista di reperti scientifici e storici di Sotheby’s. «Si può scegliere se affidare lo scavo a un paleontologo professionista oppure perderli per sempre, a voi la scelta».
Dal punto di vista puramente economico, valutare questi beni resta una sfida monumentale. Se nel 1997 il T-Rex Sue venne acquistato dal Field Museum di Chicago per 8,3 milioni di dollari (grazie al supporto di sponsor come McDonald’s e Disney), i balzi in avanti odierni dimostrano che le normali leggi della domanda e dell’offerta non si applicano a questa categoria di acquirenti. Per i multimilionari, possedere un dinosauro è uno stravagante «status symbol» che supera l’acquisto di un jet, di uno yacht o di un quadro di Picasso. Rappresenta il possesso di un tempo remoto, un frammento di eternità. Ma c’è anche un mercato più abbordabile dove piccoli oggetti da collezione si possono acquistare per poche decine di euro su Ebay. I dinosauri, dopotutto, non sono mai stati così vivi.
«Spesso è un agricoltore a segnalare. In Italia trovati esemplari interi»
«I fossili di dinosauro potenzialmente sono presenti in tutto il mondo, ma di solito le ricerche dei paleontologi si concentrano lì dove ci sono già testimonianze di reperti. Quindi si seguono le indicazioni geologiche, per capire quali possono essere gli strati di rocce dove è più probabile rinvenirli. Ma spesso le scoperte avvengono su segnalazione degli agricoltori che lavorando la terra portano in superficie le ossa». Filippo Bertozzo, paleontologo all’Istituto di Scienze naturali di Bruxelles, uno dei più ampi e prestigiosi in Europa, ci guida alla comprensione di questo mondo.
Dove sono stati rinvenuti i maggiori reperti di dinosauro?
«Quelli che si sono preservati quasi intatti sono stati rinvenuti in Cina, Nord America, Argentina, Tanzania, Marocco, Francia, Spagna e Italia».
Dove in Italia?
«Nel nostro Paese sono stati rinvenuti quattro dinosauri. Quello rinvenuto a Pietraroja, nella zona del Benevento, lo Scipionyx samniticus, noto anche come Ciro, è stato il primo dinosauro trovato in Italia, nel 1980, ed è celebre a livello mondiale per l’incredibile stato di conservazione dei suoi tessuti molli e organi interni. La sua fossilizzazione è considerata un unicum paleontologico poiché ha conservato tracce di organi di cui muscoli, fegato, intestino e perfino cartilagini. Questo eccezionale stato di conservazione ha permesso agli scienziati di ricostruire perfino la sua dieta a base di piccoli pesci e carne. Poi c’è quello rinvenuto nel 1994 nel Villaggio del Pescatore a Duino vicino Trieste; era un grande erbivoro dal becco d’anatra vissuto in un ambiente che allora aveva un clima tropicale. Nello stesso sito sono stati trovati altri esemplari a conferma di un vero e proprio branco. A Saltrio, vicino Varese, è stato scoperto il dinosauro più antico mai rinvenuto in Italia che risale al Giurassico inferiore. Si tratta di un predatore lungo fino a 8 metri. Sui monti prenestini nel Lazio è emerso un sauropode erbivoro dal collo lungo vissuto nel Cretaceo. In Italia sono state rinvenute numerose impronte di questi giganteschi animali in quanto nel Mesozoico la penisola era quasi interamente sommersa dal mare e questo ha favorito la formazione di estesi banchi di fango costiero dove i dinosauri hanno lasciato numerose impronte».
Dalle uova di dinosauro si possono prelevare gli embrioni? È realistico quanto narrato nel film Jurassic Park?
«Anche se è conservato intatto l’embrione all’interno delle uova, entrambi fossilizzati, il Dna è andato perso da milioni di anni. Quindi, no non è possibile riprodurre in laboratorio i dinosauri come nel film Jurassic Park».
Chi ama il fossili dove può acquistarli?
«La Fiera dei fossili di Tucson è la più grande al mondo. Lì si trovano esemplari fossili di tutte le dimensioni. Ci sono anche gruppi che restaurano gli scheletri e vendono i calchi».
Il mercato dei fossili è simile a quello dei reperti archeologici?
«Ha regole diverse. Alcuni paleontologi fanno da consulenti per i venditori di fossili. Fino a qualche anno fa il mercato era selvaggio, ora tanti Paesi stanno proteggendo il proprio patrimonio naturalistico e hanno intensificato i controlli. Negli Stati Uniti però chi trova un reperto nel proprio terreno ne può disporre come crede. Ma i reperti che invece vengono rinvenuti nelle aree federali appartengono allo Stato che ha regole rigide per le autorizzazioni agli scavi».
Nonostante la mole di reperti rinvenuti, la causa dell’estinzione di questi giganti resta ancora oggetto di dibattito?
«Sono stati fatti passi in avanti. Ora abbiamo un quadro ampio sulla causa della loro estinzione che quasi sicuramente fu originata dall’impatto di un meteorite nella regione dello Yucatan, in Messico. Ne seguì una apocalisse climatica e geologica con giganteschi tsunami, terrificanti onde oceaniche che coprirono intere regioni e ceneri che avvolsero il pianeta causando un collasso dei vari habitat e un inverno nucleare. Un impatto devastante superiore a centinaia di milioni di volte un’esplosione atomica, che determinò tra gli altri fattori l’estinzione di questi animali. Un piccolo gruppo di dinosauri riuscì a sopravvivere ma fu soggetto nei millenni successivi a un’evoluzione. La disponibilità di cibo si ridusse e determinò l’estinzione degli esemplari più grandi. Gli eredi di quegli animali sono oggi gli uccelli, anche la gallina. Non ci dimentichiamo che c’erano dinosauri con le piume».