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2022-02-04
Nuove norme sulla scuola: nel caos del decreto sparisce il test obbligatorio
Ansa
All’indomani del tanto atteso decreto sulle nuove misure per il Covid nelle scuole, i dubbi sono moltissimi. L’unica certezza è la discriminazione che ci sarà tra studenti vaccinati e non. Anche tra i più piccoli.
Nella scuola primaria e secondaria andranno in didattica a distanza solo gli studenti che non hanno completato il ciclo vaccinale e quelli che non siano guariti da più di 120 giorni. La Dad sarà invece abolita per chi è guarito da meno di quattro mesi e per chi ha fatto tutti i vaccini. Per il resto, la bozza del decreto uscita a margine del Consiglio dei ministri è a dir poco confusa. Nelle chat dei genitori girano schede su schede che provano a semplificare il tema, ma spesso riportano inesattezze ed errori.
Il cambiamento più significativo si ha nel sistema di testing: T0 e T5, l’incubo di ogni genitore da novembre a questa parte, è definitivamente abolito. Rimarrà solo il T5 che coinciderà con la fine della quarantena, che però verrà attivata nella primaria e nella secondaria solo per i non vaccinati. Non si faranno più test senza motivo, ma su questo piano c’è molta confusione. I giornali riportano che saranno consentiti anche i test fai da te, ma non sarà sempre così, non saranno consentiti sempre e per tutti.
Andiamo con ordine. La bozza prevede che in regime di autosorveglianza per ogni ordine e grado ci sarà «l’obbligo di effettuare un test antigenico rapido o molecolare o test antigenico autosomministrato alla prima comparsa dei sintomi e, se ancora sintomatici, al quinto giorno successivo alla data dell’ultimo contatto». In questo caso si fa esplicito riferimento ai test casalinghi il cui esito negativo però dovrà essere attestato tramite autocertificazione.
Nella scuola dell’infanzia la classe andrà in quarantena con cinque casi, e non in Dad, come riportato da molti. La didattica a distanza per la fascia 0-6 anni infatti non è prevista. I bambini guariti (i vaccini anti covid per i piccoli ancora non esistono) dovranno andare a casa in ogni caso e non guadagnano quindi il privilegio di rimanere in classe acquisito invece dai più grandi. La quarantena durerà cinque giorni e al suo termine i bambini saranno riammessi con un tampone antigenico o molecolare. In questo caso nella bozza non si fa cenno al test fai da te, quindi si dà per scontato che non sia previsto.
Anche nella scuola primaria (le elementari) si starà in autosorveglianza dal primo caso fino al quinto, quando a quel punto scatterà la Dad, ma solo per i non vaccinati o i guariti da più di 120 giorni. La Dad sarà accorciata a 5 giorni e per il rientro ci sarà bisogno di un test, ma anche in questo caso non si fa riferimento ai test casalinghi.
Nella scuola secondaria, medie e superiori, si andrà in Dad con due casi o più. Ma potranno rimanere in classe tutti quelli che dimostrino di esser guariti da meno di 120 giorni o di aver completato il ciclo vaccinale. Gli altri faranno lezione online per 5 giorni e al loro rientro gli sarà chiesto un tampone negativo antigenico o molecolare, ma anche qui non si fa riferimento ai test fai da te. Grande confusione quindi soprattutto per i test casalinghi che erano stati chiesti da alcuni governatori come Luca Zaia e Stefano Bonaccini, che in Emilia Romagna aveva già avviato questa sperimentazione.
Insomma, il T0 sparisce, ma il T5 ancora no e ancora una volta i genitori sono nel caos. In molti, per non spendere tangenti settimanali per mandare i figli a scuola, fanno i salti mortali. In tal senso c’era stato grande ottimismo con la notizia della possibilità di fare i tamponi in farmacia gratuitamente. Eppure, nonostante l’idea sia buona, nella pratica ci si scontra con la realtà. Alcuni genitori nella Regione Lazio segnalano affranti che per far fare i tamponi gratuiti in farmacia, c’è bisogno della prescrizione medica. In alcuni casi però i medici non risultano abilitati a emettere quel tipo di ricetta. Il presidente della Federazione italiana medici pediatri Paolo Biasci, denuncia che con le prescrizioni dei tamponi scolastici si assiste ad un «aggravamento burocratico incredibile». I genitori infatti hanno già l’indicazione dalle scuole sul quando effettuare i test. «Sarebbe più veloce e facile per tutti se non ci fosse bisogno di emettere un documento in più». Continua il presidente Fimp. «Potremmo anche svolgere noi pediatri stessi il tampone, con la semplice indicazione della scuola». I pediatri, infatti, per star dietro a tutte le procedure e le prescrizioni dei tamponi, in alcuni casi non riescono a svolgere il loro compito di medici e quindi curare e assistere i pazienti.
I genitori chiedono semplificazione, qualche passo in avanti si è fatto, ma la burocrazia sta diventando un incubo più grande del Covid stesso. Il Belgio ha abolito per sempre la Dad per tutti. Molti Paesi europei hanno abolito il green pass, altri lo stanno per fare. Noi allentiamo, ma solo per i vaccinati e l’incubo di queste regole, forse, ci accompagnerà ancora per un po’.
La sinistra Usa: «No alla mascherina in classe»
Quarantene, zone rosse, super green pass e mascherine all’aperto. Sono le regole più «ferree» del mondo quelle dell’Italia, un Paese supervaccinato, a detta del generale e commissario all’emergenza Francesco Figliuolo, regole restrittive, per rincorrere la variante Omicron, che però il premier Mario Draghi ha promesso di abolire. Ma intanto oltre confine hanno ripreso ad «aprire» e convivere con gli ultimi colpi di coda della pandemia alzando anche la voce contro le norme anti Covid, a cominciare dalle mascherine nelle scuole di ogni ordine e grado. È il caso degli Stati Uniti dove si è alzata la rivolta, non di destra, ma della sinistra liberal contro le misure restrittive. Con un occhio alla curva dei contagi e uno ai sondaggi politici. Per esempio, Hans Riemer, democratico in corsa per una carica nella contea di Montgomery, nel Maryland (lo Stato che aveva nello stemma il motto scritto in italiano arcaico: fatti maschii, parole femine) dopo aver sostenuto, subito dopo Natale, che il futuro delle scuole rimaste aperte includeva maschere KN95 e vaccino, qualche giorno fa ha twittato che è ora di «togliere la mascherina ai bambini nelle scuole». Lo scorso anno negli Stati Uniti era stato il Centers for disease control and prevention (Cdc) a proporre linee guida più stringenti delle altre agenzie di sanità pubblica, raccomandando l’uso universale della mascherina in tutti gli ordini scolastici, inclusa la scuola dell’infanzia, quindi dai due anni, a prescindere dallo stato vaccinale. Ma, come riportato da Domani, diversi studi sono critici verso l’obbligo di mascherina. L’Organizzazione mondiale per la sanità raccomanda di non imporre le mascherine ai bambini sotto i cinque anni e ha forti dubbi anche sull’uso fra 5 e 11 anni. Lo European centre for disease prevention and control raccomanda di non usare le mascherine agli studenti delle scuole primarie. Eppure, sono 16 gli Stati americani che seguono le indicazioni del Cdc imponendo a circa la metà dei 53 milioni di studenti americani l’obbligo di mascherina chirurgica, ma in alcuni casi addirittura la Ffp2. Nei giorni scorsi però stimoli sull’allentamento delle restrizioni nelle scuole e nella vita di tutti i giorni sono arrivati dai giornali, New York Times, Npr, Washington Post, San Francisco Chronicle e Atlantic, tanto da compattare un fronte di sinistra liberal, da sempre difensore delle indicazioni degli scienziati, che però dopo due anni di pandemia è convinto che le prove sull’efficacia delle mascherine non siano così certe da giustificare un uso a tempo indeterminato per bambini e ragazzi.
Sui noti giornali sono intervenuti anche infettivologi ed epidemiologi sostenendo che, se all’inizio della circolazione del virus la mascherina era utile, nel contesto attuale non è più giustificata.
L’attrice e nota sostenitrice del partito democratico, Goldie Hawn, ha sostenuto, su Usa Today, la necessità di una maggiore normalità per i bambini perché le restrizioni anti Covid-19 li stanno danneggiando: «Ora sappiamo che quei sentimenti sono presenti nei nostri figli, in molti casi, si manifestano fino a quando non esplodono in modi spaventosi, a volte violenti. Sopravviveremo alla pandemia, ma sono sicura che il trauma collettivo farà arrancare nell’età adulta un’intera generazione. Abbiamo bisogno di più ricerca, più cure preventive e più interventi precoci». Sui tabloid è intervenuto anche un gruppo di medici della University of California San Francisco che ha scritto una lettera aperta al governatore democratico, Gavin Newsom, tra i politici più rigoristi, chiedendo di abolire immediatamente l’obbligo per gli studenti. Del resto Atlantic, lo storico magazine liberal, già lo scorso anno aveva avanzato dubbi sulle basi scientifiche che avevano indotto il Cdc a raccomandare perentoriamente l’uso in classe delle mascherine sostenendo che gli studenti senza protezione avevano un rischio di contagio tre volte superiore a quelli «mascherati». . Inoltre sulla Npr, la radio pubblica indipendente, nella trasmissione Now It Can Be Said hanno parlato e spiegato le loro ragioni molti esponenti di quell’area crescente che si definisce «pro vax, no mask». Insomma, non è il fronte dei no vax che minaccia il consigliere medico del presidente Joe Biden, Anthony Fauci, convinto che «è urgente un vaccino universale» e che «sradicare il Covid è impossibile», e non sono neanche i nostalgici trumpiani a essere stufi delle regole, ma sono i liberal, i democratici e i loro alleati che guardano i dati dei sondaggi e vedono un’enorme oscillazione nella direzione dei repubblicani qualora scegliessero di essere il partito delle mascherine scolastiche per sempre.
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Da lunedì, Dad solo per gli alunni senza puntura fin dalle elementari. Stop al primo tampone dopo il contatto col positivo. Ma per tornare, dopo cinque giorni servirà.Mentre qui tutto tace, negli Stati Uniti media e volti noti liberal chiedono lo stop all’obbligo di Dpi nelle aule. Sulla base di molti studi.Lo speciale contiene due articoli.All’indomani del tanto atteso decreto sulle nuove misure per il Covid nelle scuole, i dubbi sono moltissimi. L’unica certezza è la discriminazione che ci sarà tra studenti vaccinati e non. Anche tra i più piccoli. Nella scuola primaria e secondaria andranno in didattica a distanza solo gli studenti che non hanno completato il ciclo vaccinale e quelli che non siano guariti da più di 120 giorni. La Dad sarà invece abolita per chi è guarito da meno di quattro mesi e per chi ha fatto tutti i vaccini. Per il resto, la bozza del decreto uscita a margine del Consiglio dei ministri è a dir poco confusa. Nelle chat dei genitori girano schede su schede che provano a semplificare il tema, ma spesso riportano inesattezze ed errori. Il cambiamento più significativo si ha nel sistema di testing: T0 e T5, l’incubo di ogni genitore da novembre a questa parte, è definitivamente abolito. Rimarrà solo il T5 che coinciderà con la fine della quarantena, che però verrà attivata nella primaria e nella secondaria solo per i non vaccinati. Non si faranno più test senza motivo, ma su questo piano c’è molta confusione. I giornali riportano che saranno consentiti anche i test fai da te, ma non sarà sempre così, non saranno consentiti sempre e per tutti. Andiamo con ordine. La bozza prevede che in regime di autosorveglianza per ogni ordine e grado ci sarà «l’obbligo di effettuare un test antigenico rapido o molecolare o test antigenico autosomministrato alla prima comparsa dei sintomi e, se ancora sintomatici, al quinto giorno successivo alla data dell’ultimo contatto». In questo caso si fa esplicito riferimento ai test casalinghi il cui esito negativo però dovrà essere attestato tramite autocertificazione. Nella scuola dell’infanzia la classe andrà in quarantena con cinque casi, e non in Dad, come riportato da molti. La didattica a distanza per la fascia 0-6 anni infatti non è prevista. I bambini guariti (i vaccini anti covid per i piccoli ancora non esistono) dovranno andare a casa in ogni caso e non guadagnano quindi il privilegio di rimanere in classe acquisito invece dai più grandi. La quarantena durerà cinque giorni e al suo termine i bambini saranno riammessi con un tampone antigenico o molecolare. In questo caso nella bozza non si fa cenno al test fai da te, quindi si dà per scontato che non sia previsto. Anche nella scuola primaria (le elementari) si starà in autosorveglianza dal primo caso fino al quinto, quando a quel punto scatterà la Dad, ma solo per i non vaccinati o i guariti da più di 120 giorni. La Dad sarà accorciata a 5 giorni e per il rientro ci sarà bisogno di un test, ma anche in questo caso non si fa riferimento ai test casalinghi. Nella scuola secondaria, medie e superiori, si andrà in Dad con due casi o più. Ma potranno rimanere in classe tutti quelli che dimostrino di esser guariti da meno di 120 giorni o di aver completato il ciclo vaccinale. Gli altri faranno lezione online per 5 giorni e al loro rientro gli sarà chiesto un tampone negativo antigenico o molecolare, ma anche qui non si fa riferimento ai test fai da te. Grande confusione quindi soprattutto per i test casalinghi che erano stati chiesti da alcuni governatori come Luca Zaia e Stefano Bonaccini, che in Emilia Romagna aveva già avviato questa sperimentazione. Insomma, il T0 sparisce, ma il T5 ancora no e ancora una volta i genitori sono nel caos. In molti, per non spendere tangenti settimanali per mandare i figli a scuola, fanno i salti mortali. In tal senso c’era stato grande ottimismo con la notizia della possibilità di fare i tamponi in farmacia gratuitamente. Eppure, nonostante l’idea sia buona, nella pratica ci si scontra con la realtà. Alcuni genitori nella Regione Lazio segnalano affranti che per far fare i tamponi gratuiti in farmacia, c’è bisogno della prescrizione medica. In alcuni casi però i medici non risultano abilitati a emettere quel tipo di ricetta. Il presidente della Federazione italiana medici pediatri Paolo Biasci, denuncia che con le prescrizioni dei tamponi scolastici si assiste ad un «aggravamento burocratico incredibile». I genitori infatti hanno già l’indicazione dalle scuole sul quando effettuare i test. «Sarebbe più veloce e facile per tutti se non ci fosse bisogno di emettere un documento in più». Continua il presidente Fimp. «Potremmo anche svolgere noi pediatri stessi il tampone, con la semplice indicazione della scuola». I pediatri, infatti, per star dietro a tutte le procedure e le prescrizioni dei tamponi, in alcuni casi non riescono a svolgere il loro compito di medici e quindi curare e assistere i pazienti. I genitori chiedono semplificazione, qualche passo in avanti si è fatto, ma la burocrazia sta diventando un incubo più grande del Covid stesso. Il Belgio ha abolito per sempre la Dad per tutti. Molti Paesi europei hanno abolito il green pass, altri lo stanno per fare. Noi allentiamo, ma solo per i vaccinati e l’incubo di queste regole, forse, ci accompagnerà ancora per un po’. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nuove-norme-scuola-caos-decreto-2656548732.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-sinistra-usa-no-alla-mascherina-in-classe" data-post-id="2656548732" data-published-at="1643920380" data-use-pagination="False"> La sinistra Usa: «No alla mascherina in classe» Quarantene, zone rosse, super green pass e mascherine all’aperto. Sono le regole più «ferree» del mondo quelle dell’Italia, un Paese supervaccinato, a detta del generale e commissario all’emergenza Francesco Figliuolo, regole restrittive, per rincorrere la variante Omicron, che però il premier Mario Draghi ha promesso di abolire. Ma intanto oltre confine hanno ripreso ad «aprire» e convivere con gli ultimi colpi di coda della pandemia alzando anche la voce contro le norme anti Covid, a cominciare dalle mascherine nelle scuole di ogni ordine e grado. È il caso degli Stati Uniti dove si è alzata la rivolta, non di destra, ma della sinistra liberal contro le misure restrittive. Con un occhio alla curva dei contagi e uno ai sondaggi politici. Per esempio, Hans Riemer, democratico in corsa per una carica nella contea di Montgomery, nel Maryland (lo Stato che aveva nello stemma il motto scritto in italiano arcaico: fatti maschii, parole femine) dopo aver sostenuto, subito dopo Natale, che il futuro delle scuole rimaste aperte includeva maschere KN95 e vaccino, qualche giorno fa ha twittato che è ora di «togliere la mascherina ai bambini nelle scuole». Lo scorso anno negli Stati Uniti era stato il Centers for disease control and prevention (Cdc) a proporre linee guida più stringenti delle altre agenzie di sanità pubblica, raccomandando l’uso universale della mascherina in tutti gli ordini scolastici, inclusa la scuola dell’infanzia, quindi dai due anni, a prescindere dallo stato vaccinale. Ma, come riportato da Domani, diversi studi sono critici verso l’obbligo di mascherina. L’Organizzazione mondiale per la sanità raccomanda di non imporre le mascherine ai bambini sotto i cinque anni e ha forti dubbi anche sull’uso fra 5 e 11 anni. Lo European centre for disease prevention and control raccomanda di non usare le mascherine agli studenti delle scuole primarie. Eppure, sono 16 gli Stati americani che seguono le indicazioni del Cdc imponendo a circa la metà dei 53 milioni di studenti americani l’obbligo di mascherina chirurgica, ma in alcuni casi addirittura la Ffp2. Nei giorni scorsi però stimoli sull’allentamento delle restrizioni nelle scuole e nella vita di tutti i giorni sono arrivati dai giornali, New York Times, Npr, Washington Post, San Francisco Chronicle e Atlantic, tanto da compattare un fronte di sinistra liberal, da sempre difensore delle indicazioni degli scienziati, che però dopo due anni di pandemia è convinto che le prove sull’efficacia delle mascherine non siano così certe da giustificare un uso a tempo indeterminato per bambini e ragazzi. Sui noti giornali sono intervenuti anche infettivologi ed epidemiologi sostenendo che, se all’inizio della circolazione del virus la mascherina era utile, nel contesto attuale non è più giustificata. L’attrice e nota sostenitrice del partito democratico, Goldie Hawn, ha sostenuto, su Usa Today, la necessità di una maggiore normalità per i bambini perché le restrizioni anti Covid-19 li stanno danneggiando: «Ora sappiamo che quei sentimenti sono presenti nei nostri figli, in molti casi, si manifestano fino a quando non esplodono in modi spaventosi, a volte violenti. Sopravviveremo alla pandemia, ma sono sicura che il trauma collettivo farà arrancare nell’età adulta un’intera generazione. Abbiamo bisogno di più ricerca, più cure preventive e più interventi precoci». Sui tabloid è intervenuto anche un gruppo di medici della University of California San Francisco che ha scritto una lettera aperta al governatore democratico, Gavin Newsom, tra i politici più rigoristi, chiedendo di abolire immediatamente l’obbligo per gli studenti. Del resto Atlantic, lo storico magazine liberal, già lo scorso anno aveva avanzato dubbi sulle basi scientifiche che avevano indotto il Cdc a raccomandare perentoriamente l’uso in classe delle mascherine sostenendo che gli studenti senza protezione avevano un rischio di contagio tre volte superiore a quelli «mascherati». . Inoltre sulla Npr, la radio pubblica indipendente, nella trasmissione Now It Can Be Said hanno parlato e spiegato le loro ragioni molti esponenti di quell’area crescente che si definisce «pro vax, no mask». Insomma, non è il fronte dei no vax che minaccia il consigliere medico del presidente Joe Biden, Anthony Fauci, convinto che «è urgente un vaccino universale» e che «sradicare il Covid è impossibile», e non sono neanche i nostalgici trumpiani a essere stufi delle regole, ma sono i liberal, i democratici e i loro alleati che guardano i dati dei sondaggi e vedono un’enorme oscillazione nella direzione dei repubblicani qualora scegliessero di essere il partito delle mascherine scolastiche per sempre.
L’attività ha preso il via nel 2025 quando, a seguito di un ordinario controllo di polizia in mare, si è deciso di procedere velocemente ad una capillare ricognizione nei porti sardi. Nel mirino delle Fiamme gialle il fenomeno del cosiddetto flagging out, una strategia spesso utilizzata da italiani per aggirare il sistema fiscale nazionale con l’immatricolazione di yacht e navi da diporto in registri esteri. Questa pratica, mirata all'abbattimento di costi gestionali e assicurativi, viene frequentemente utilizzata per sottrarsi anche agli obblighi di trasparenza verso il fisco.
Il cuore dell'operazione è stata la verifica del rispetto della normativa sul monitoraggio fiscale, che impone ai residenti in Italia di dichiarare puntualmente, nel quadro denominato «RW» della dichiarazione dei redditi, il possesso di beni mobili registrati all'estero. In sostanza, l’omessa indicazione nella dichiarazione dei redditi del bene immatricolato in uno Stato estero costituisce una violazione finalizzata a nascondere al fisco la reale capacità contributiva ed è sanzionata dalle norme vigenti in misura proporzionale al valore del bene.
L’attività operativa svolta dalla Stazione Navale della Guardia di finanza di Cagliari ha assunto vaste proporzioni anche per la residenza fiscale dei proprietari delle barche da diporto. La meticolosa ricostruzione ha permesso di risalire ai soggetti omissivi nella dichiarazione dei redditi, distribuiti sull’intero territorio nazionale, tramite un'azione mirata da parte di diversi reparti del Corpo. Per perfezionare gli accertamenti, la Stazione Navale di Cagliari ha collaborato con i Reparti territoriali, in base alla residenza dei proprietari, tramite l’incrocio dei dati rilevati durante i riscontri diretti con le banche dati, per garantire la massima precisione nella ricostruzione delle posizioni fiscali.
I risultati finali delineano un quadro di eccezionale rilievo, individuando imbarcazioni e navi da diporto per un valore di mercato complessivo superiore ai 48 milioni di euro. Altrettanto significative le sanzioni amministrative contestate, che potranno raggiungere i 23 milioni di euro, in relazione al valore d’acquisto o di mercato dei beni non dichiarati.
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Massimo Calearo Ciman in una foto d'archivio (Ansa)
L’ex deputato del Pd Massimo Calearo Ciman è indagato per il fallimento della Calearo Antenne: contestate truffa aggravata allo Stato, malversazione e bancarotta fraudolenta. La Finanza sequestra beni per oltre 4 milioni di euro.
Sembra un film tragicomico. C’è poco da ridere però per Massimo Calearo Ciman, finito in guai giudiziari serissimi: frode da 9 milioni su fondi pubblici.
Imprenditore di 71 anni, ex deputato del Pd dal 2008 al 2013, durante il IV governo Berlusconi e, dopo il 2011, quello di Mario Monti, si è fatto notare più per le sue intemperanze e goliardate che per i risultati ottenuti nella vita. È stato anche a capo di Confindustria Vicenza dal 2003 al 2008, e contemporaneamente presidente nazionale di Federmeccanica (2004-2008).
L’imprenditore ora è indagato per il fallimento dell’azienda di famiglia, la Calearo Antenne spa di Isola Vicentina, fondata nel 1957, che contava 600 dipendenti, già in grave crisi finanziaria e dallo scorso anno sottoposta a liquidazione giudiziale a causa delle difficoltà economiche derivate dalle perdite indotte dalla pandemia e poi dalla difficile ripresa. Assieme a lui, nel registro della procura, ci sono finiti i figli Carlo Alberto ed Eugenio già presidente dei Giovani imprenditori di Vicenza, oltre all’ex amministratore delegato dell’azienda Luca Corazza. Le accuse nei loro confronti sono, a vario titolo, di truffa aggravata ai danni dello Stato, malversazione di erogazioni pubbliche e bancarotta fraudolenta.
La Finanza ha sequestrato beni e liquidi per oltre 4 milioni di euro: 15 immobili, tra i quali la villa di famiglia sui Colli Berici del valore di oltre 2 milioni e mezzo di euro, 18 terreni, 2 veicoli, le quote di 8 società di capitali. Ricostruito un articolato sistema di distrazione patrimoniale e di utilizzo illecito di fondi pubblici, sviluppatosi mentre la società si trovava in uno stato di dissesto economico. Gli indagati avrebbero dapprima aggravato la situazione debitoria per poi ottenere finanziamenti garantiti dallo Stato presentando documenti e dati contabili falsi. Sotto la lente delle fiamme gialle ci sono due finanziamenti: uno da 7,5 milioni di euro erogato da Invitalia e uno da 1,5 milioni di euro concesso da Banca Sistema e garantito da Sace per 1,35 milioni.
Le indagini avrebbero poi evidenziato come parte di quelle somme sarebbe stata destinata a finalità diverse rispetto a quelle dichiarate nei progetti di investimento. Circa 3,8 milioni di euro sarebbero stati trasferiti verso partecipate estere nonostante il vincolo di destinazione dei fondi a investimenti e attività produttive esclusivamente in Italia. Nel mirino anche la cessione di immobili all’estero per 2,8 milioni di euro a fronte di pagamenti che, secondo gli investigatori, non sarebbero mai stati effettuati. Tra gli episodi contestati figurano l’erogazione di compensi non concordati al presidente del consiglio d’amministrazione per circa 186.000 euro e l’utilizzo illecito di crediti d’imposta finanziati con risorse del Pnrr per circa 115.000 euro. Di particolare rilievo l’impiego fraudolento di 282.000 euro provenienti da finanziamenti pubblici destinati a favorire le imprese in difficoltà durante il Covid che sarebbero stati inviati dalla società vicentina a una controllata estera attraverso l’indebita applicazione dell’Iva sugli acquisti effettuati da quest’ultima.
«Io sono tranquillo, pacifico e sereno. È una tempesta in un bicchiere d’acqua. Dimostreremo che abbiamo agito per l’interesse dell’azienda e che non ci siamo messi in tasca un euro. Non ho niente da nascondere. Questo è un dato di fatto», commenta Calearo. «Andremo a vedere cosa è stato fatto da chi ci è subentrato, quando ci hanno consigliato di non gestire più noi l’azienda. Per fortuna o purtroppo, io non sono un “Signor nessuno”. Il mio nome fa cassetta. Hanno sbagliato bersaglio, dispiace per tutta questa pubblicità negativa».
D’altronde lui è un vero espero di pubblicità negativa, abilissimo a procurarsela anche in passato. Nel 2012, durante un’intervista alla Zanzara, disse che in Parlamento non ci va quasi più («Rimango a casa a fare l'imprenditore, invece che andare a premere un pulsante. Non serve a niente. Anzi, credo che da questo momento fino alla fine della legislatura non ci andrò più») e che lo stipendio lo prendeva solo per pagare un mutuo da 12.000 euro al mese. Walter Veltroni, che nel 2008, da segretario, lo aveva candidato capolista nel Pd, facendolo diventare parlamentare, si definì disgustato, descrivendolo come «una persona orrenda». Dopo le polemiche Calearo annunciò le dimissioni da deputato salvo poi ripensarci affermando: «In Parlamento ci sono i condannati, non è giusto che mi dimetta io che non ho fatto niente di male».
Sul piano politico è stato a dir poco discontinuo. Partito da Pd si è ritrovato tra le braccia di Berlusconi. Nel 2009 lascia il Pd in rotta con il nuovo segretario Pier Luigi Bersani. Fonda Alleanza per l'Italia con Francesco Rutelli e Bruno Tabacci. Nel 2010 lascia anche Api e dà vita al Movimento di Responsabilità Nazionale con Domenico Scilipoti e vota contro la mozione di sfiducia al governo Berlusconi. Questo gli vale un posto da consigliere personale del presidente del Consiglio per il Commercio estero. Personaggio interessante.
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