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2022-02-04
Nuove norme sulla scuola: nel caos del decreto sparisce il test obbligatorio
Ansa
All’indomani del tanto atteso decreto sulle nuove misure per il Covid nelle scuole, i dubbi sono moltissimi. L’unica certezza è la discriminazione che ci sarà tra studenti vaccinati e non. Anche tra i più piccoli.
Nella scuola primaria e secondaria andranno in didattica a distanza solo gli studenti che non hanno completato il ciclo vaccinale e quelli che non siano guariti da più di 120 giorni. La Dad sarà invece abolita per chi è guarito da meno di quattro mesi e per chi ha fatto tutti i vaccini. Per il resto, la bozza del decreto uscita a margine del Consiglio dei ministri è a dir poco confusa. Nelle chat dei genitori girano schede su schede che provano a semplificare il tema, ma spesso riportano inesattezze ed errori.
Il cambiamento più significativo si ha nel sistema di testing: T0 e T5, l’incubo di ogni genitore da novembre a questa parte, è definitivamente abolito. Rimarrà solo il T5 che coinciderà con la fine della quarantena, che però verrà attivata nella primaria e nella secondaria solo per i non vaccinati. Non si faranno più test senza motivo, ma su questo piano c’è molta confusione. I giornali riportano che saranno consentiti anche i test fai da te, ma non sarà sempre così, non saranno consentiti sempre e per tutti.
Andiamo con ordine. La bozza prevede che in regime di autosorveglianza per ogni ordine e grado ci sarà «l’obbligo di effettuare un test antigenico rapido o molecolare o test antigenico autosomministrato alla prima comparsa dei sintomi e, se ancora sintomatici, al quinto giorno successivo alla data dell’ultimo contatto». In questo caso si fa esplicito riferimento ai test casalinghi il cui esito negativo però dovrà essere attestato tramite autocertificazione.
Nella scuola dell’infanzia la classe andrà in quarantena con cinque casi, e non in Dad, come riportato da molti. La didattica a distanza per la fascia 0-6 anni infatti non è prevista. I bambini guariti (i vaccini anti covid per i piccoli ancora non esistono) dovranno andare a casa in ogni caso e non guadagnano quindi il privilegio di rimanere in classe acquisito invece dai più grandi. La quarantena durerà cinque giorni e al suo termine i bambini saranno riammessi con un tampone antigenico o molecolare. In questo caso nella bozza non si fa cenno al test fai da te, quindi si dà per scontato che non sia previsto.
Anche nella scuola primaria (le elementari) si starà in autosorveglianza dal primo caso fino al quinto, quando a quel punto scatterà la Dad, ma solo per i non vaccinati o i guariti da più di 120 giorni. La Dad sarà accorciata a 5 giorni e per il rientro ci sarà bisogno di un test, ma anche in questo caso non si fa riferimento ai test casalinghi.
Nella scuola secondaria, medie e superiori, si andrà in Dad con due casi o più. Ma potranno rimanere in classe tutti quelli che dimostrino di esser guariti da meno di 120 giorni o di aver completato il ciclo vaccinale. Gli altri faranno lezione online per 5 giorni e al loro rientro gli sarà chiesto un tampone negativo antigenico o molecolare, ma anche qui non si fa riferimento ai test fai da te. Grande confusione quindi soprattutto per i test casalinghi che erano stati chiesti da alcuni governatori come Luca Zaia e Stefano Bonaccini, che in Emilia Romagna aveva già avviato questa sperimentazione.
Insomma, il T0 sparisce, ma il T5 ancora no e ancora una volta i genitori sono nel caos. In molti, per non spendere tangenti settimanali per mandare i figli a scuola, fanno i salti mortali. In tal senso c’era stato grande ottimismo con la notizia della possibilità di fare i tamponi in farmacia gratuitamente. Eppure, nonostante l’idea sia buona, nella pratica ci si scontra con la realtà. Alcuni genitori nella Regione Lazio segnalano affranti che per far fare i tamponi gratuiti in farmacia, c’è bisogno della prescrizione medica. In alcuni casi però i medici non risultano abilitati a emettere quel tipo di ricetta. Il presidente della Federazione italiana medici pediatri Paolo Biasci, denuncia che con le prescrizioni dei tamponi scolastici si assiste ad un «aggravamento burocratico incredibile». I genitori infatti hanno già l’indicazione dalle scuole sul quando effettuare i test. «Sarebbe più veloce e facile per tutti se non ci fosse bisogno di emettere un documento in più». Continua il presidente Fimp. «Potremmo anche svolgere noi pediatri stessi il tampone, con la semplice indicazione della scuola». I pediatri, infatti, per star dietro a tutte le procedure e le prescrizioni dei tamponi, in alcuni casi non riescono a svolgere il loro compito di medici e quindi curare e assistere i pazienti.
I genitori chiedono semplificazione, qualche passo in avanti si è fatto, ma la burocrazia sta diventando un incubo più grande del Covid stesso. Il Belgio ha abolito per sempre la Dad per tutti. Molti Paesi europei hanno abolito il green pass, altri lo stanno per fare. Noi allentiamo, ma solo per i vaccinati e l’incubo di queste regole, forse, ci accompagnerà ancora per un po’.
La sinistra Usa: «No alla mascherina in classe»
Quarantene, zone rosse, super green pass e mascherine all’aperto. Sono le regole più «ferree» del mondo quelle dell’Italia, un Paese supervaccinato, a detta del generale e commissario all’emergenza Francesco Figliuolo, regole restrittive, per rincorrere la variante Omicron, che però il premier Mario Draghi ha promesso di abolire. Ma intanto oltre confine hanno ripreso ad «aprire» e convivere con gli ultimi colpi di coda della pandemia alzando anche la voce contro le norme anti Covid, a cominciare dalle mascherine nelle scuole di ogni ordine e grado. È il caso degli Stati Uniti dove si è alzata la rivolta, non di destra, ma della sinistra liberal contro le misure restrittive. Con un occhio alla curva dei contagi e uno ai sondaggi politici. Per esempio, Hans Riemer, democratico in corsa per una carica nella contea di Montgomery, nel Maryland (lo Stato che aveva nello stemma il motto scritto in italiano arcaico: fatti maschii, parole femine) dopo aver sostenuto, subito dopo Natale, che il futuro delle scuole rimaste aperte includeva maschere KN95 e vaccino, qualche giorno fa ha twittato che è ora di «togliere la mascherina ai bambini nelle scuole». Lo scorso anno negli Stati Uniti era stato il Centers for disease control and prevention (Cdc) a proporre linee guida più stringenti delle altre agenzie di sanità pubblica, raccomandando l’uso universale della mascherina in tutti gli ordini scolastici, inclusa la scuola dell’infanzia, quindi dai due anni, a prescindere dallo stato vaccinale. Ma, come riportato da Domani, diversi studi sono critici verso l’obbligo di mascherina. L’Organizzazione mondiale per la sanità raccomanda di non imporre le mascherine ai bambini sotto i cinque anni e ha forti dubbi anche sull’uso fra 5 e 11 anni. Lo European centre for disease prevention and control raccomanda di non usare le mascherine agli studenti delle scuole primarie. Eppure, sono 16 gli Stati americani che seguono le indicazioni del Cdc imponendo a circa la metà dei 53 milioni di studenti americani l’obbligo di mascherina chirurgica, ma in alcuni casi addirittura la Ffp2. Nei giorni scorsi però stimoli sull’allentamento delle restrizioni nelle scuole e nella vita di tutti i giorni sono arrivati dai giornali, New York Times, Npr, Washington Post, San Francisco Chronicle e Atlantic, tanto da compattare un fronte di sinistra liberal, da sempre difensore delle indicazioni degli scienziati, che però dopo due anni di pandemia è convinto che le prove sull’efficacia delle mascherine non siano così certe da giustificare un uso a tempo indeterminato per bambini e ragazzi.
Sui noti giornali sono intervenuti anche infettivologi ed epidemiologi sostenendo che, se all’inizio della circolazione del virus la mascherina era utile, nel contesto attuale non è più giustificata.
L’attrice e nota sostenitrice del partito democratico, Goldie Hawn, ha sostenuto, su Usa Today, la necessità di una maggiore normalità per i bambini perché le restrizioni anti Covid-19 li stanno danneggiando: «Ora sappiamo che quei sentimenti sono presenti nei nostri figli, in molti casi, si manifestano fino a quando non esplodono in modi spaventosi, a volte violenti. Sopravviveremo alla pandemia, ma sono sicura che il trauma collettivo farà arrancare nell’età adulta un’intera generazione. Abbiamo bisogno di più ricerca, più cure preventive e più interventi precoci». Sui tabloid è intervenuto anche un gruppo di medici della University of California San Francisco che ha scritto una lettera aperta al governatore democratico, Gavin Newsom, tra i politici più rigoristi, chiedendo di abolire immediatamente l’obbligo per gli studenti. Del resto Atlantic, lo storico magazine liberal, già lo scorso anno aveva avanzato dubbi sulle basi scientifiche che avevano indotto il Cdc a raccomandare perentoriamente l’uso in classe delle mascherine sostenendo che gli studenti senza protezione avevano un rischio di contagio tre volte superiore a quelli «mascherati». . Inoltre sulla Npr, la radio pubblica indipendente, nella trasmissione Now It Can Be Said hanno parlato e spiegato le loro ragioni molti esponenti di quell’area crescente che si definisce «pro vax, no mask». Insomma, non è il fronte dei no vax che minaccia il consigliere medico del presidente Joe Biden, Anthony Fauci, convinto che «è urgente un vaccino universale» e che «sradicare il Covid è impossibile», e non sono neanche i nostalgici trumpiani a essere stufi delle regole, ma sono i liberal, i democratici e i loro alleati che guardano i dati dei sondaggi e vedono un’enorme oscillazione nella direzione dei repubblicani qualora scegliessero di essere il partito delle mascherine scolastiche per sempre.
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Da lunedì, Dad solo per gli alunni senza puntura fin dalle elementari. Stop al primo tampone dopo il contatto col positivo. Ma per tornare, dopo cinque giorni servirà.Mentre qui tutto tace, negli Stati Uniti media e volti noti liberal chiedono lo stop all’obbligo di Dpi nelle aule. Sulla base di molti studi.Lo speciale contiene due articoli.All’indomani del tanto atteso decreto sulle nuove misure per il Covid nelle scuole, i dubbi sono moltissimi. L’unica certezza è la discriminazione che ci sarà tra studenti vaccinati e non. Anche tra i più piccoli. Nella scuola primaria e secondaria andranno in didattica a distanza solo gli studenti che non hanno completato il ciclo vaccinale e quelli che non siano guariti da più di 120 giorni. La Dad sarà invece abolita per chi è guarito da meno di quattro mesi e per chi ha fatto tutti i vaccini. Per il resto, la bozza del decreto uscita a margine del Consiglio dei ministri è a dir poco confusa. Nelle chat dei genitori girano schede su schede che provano a semplificare il tema, ma spesso riportano inesattezze ed errori. Il cambiamento più significativo si ha nel sistema di testing: T0 e T5, l’incubo di ogni genitore da novembre a questa parte, è definitivamente abolito. Rimarrà solo il T5 che coinciderà con la fine della quarantena, che però verrà attivata nella primaria e nella secondaria solo per i non vaccinati. Non si faranno più test senza motivo, ma su questo piano c’è molta confusione. I giornali riportano che saranno consentiti anche i test fai da te, ma non sarà sempre così, non saranno consentiti sempre e per tutti. Andiamo con ordine. La bozza prevede che in regime di autosorveglianza per ogni ordine e grado ci sarà «l’obbligo di effettuare un test antigenico rapido o molecolare o test antigenico autosomministrato alla prima comparsa dei sintomi e, se ancora sintomatici, al quinto giorno successivo alla data dell’ultimo contatto». In questo caso si fa esplicito riferimento ai test casalinghi il cui esito negativo però dovrà essere attestato tramite autocertificazione. Nella scuola dell’infanzia la classe andrà in quarantena con cinque casi, e non in Dad, come riportato da molti. La didattica a distanza per la fascia 0-6 anni infatti non è prevista. I bambini guariti (i vaccini anti covid per i piccoli ancora non esistono) dovranno andare a casa in ogni caso e non guadagnano quindi il privilegio di rimanere in classe acquisito invece dai più grandi. La quarantena durerà cinque giorni e al suo termine i bambini saranno riammessi con un tampone antigenico o molecolare. In questo caso nella bozza non si fa cenno al test fai da te, quindi si dà per scontato che non sia previsto. Anche nella scuola primaria (le elementari) si starà in autosorveglianza dal primo caso fino al quinto, quando a quel punto scatterà la Dad, ma solo per i non vaccinati o i guariti da più di 120 giorni. La Dad sarà accorciata a 5 giorni e per il rientro ci sarà bisogno di un test, ma anche in questo caso non si fa riferimento ai test casalinghi. Nella scuola secondaria, medie e superiori, si andrà in Dad con due casi o più. Ma potranno rimanere in classe tutti quelli che dimostrino di esser guariti da meno di 120 giorni o di aver completato il ciclo vaccinale. Gli altri faranno lezione online per 5 giorni e al loro rientro gli sarà chiesto un tampone negativo antigenico o molecolare, ma anche qui non si fa riferimento ai test fai da te. Grande confusione quindi soprattutto per i test casalinghi che erano stati chiesti da alcuni governatori come Luca Zaia e Stefano Bonaccini, che in Emilia Romagna aveva già avviato questa sperimentazione. Insomma, il T0 sparisce, ma il T5 ancora no e ancora una volta i genitori sono nel caos. In molti, per non spendere tangenti settimanali per mandare i figli a scuola, fanno i salti mortali. In tal senso c’era stato grande ottimismo con la notizia della possibilità di fare i tamponi in farmacia gratuitamente. Eppure, nonostante l’idea sia buona, nella pratica ci si scontra con la realtà. Alcuni genitori nella Regione Lazio segnalano affranti che per far fare i tamponi gratuiti in farmacia, c’è bisogno della prescrizione medica. In alcuni casi però i medici non risultano abilitati a emettere quel tipo di ricetta. Il presidente della Federazione italiana medici pediatri Paolo Biasci, denuncia che con le prescrizioni dei tamponi scolastici si assiste ad un «aggravamento burocratico incredibile». I genitori infatti hanno già l’indicazione dalle scuole sul quando effettuare i test. «Sarebbe più veloce e facile per tutti se non ci fosse bisogno di emettere un documento in più». Continua il presidente Fimp. «Potremmo anche svolgere noi pediatri stessi il tampone, con la semplice indicazione della scuola». I pediatri, infatti, per star dietro a tutte le procedure e le prescrizioni dei tamponi, in alcuni casi non riescono a svolgere il loro compito di medici e quindi curare e assistere i pazienti. I genitori chiedono semplificazione, qualche passo in avanti si è fatto, ma la burocrazia sta diventando un incubo più grande del Covid stesso. Il Belgio ha abolito per sempre la Dad per tutti. Molti Paesi europei hanno abolito il green pass, altri lo stanno per fare. Noi allentiamo, ma solo per i vaccinati e l’incubo di queste regole, forse, ci accompagnerà ancora per un po’. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nuove-norme-scuola-caos-decreto-2656548732.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-sinistra-usa-no-alla-mascherina-in-classe" data-post-id="2656548732" data-published-at="1643920380" data-use-pagination="False"> La sinistra Usa: «No alla mascherina in classe» Quarantene, zone rosse, super green pass e mascherine all’aperto. Sono le regole più «ferree» del mondo quelle dell’Italia, un Paese supervaccinato, a detta del generale e commissario all’emergenza Francesco Figliuolo, regole restrittive, per rincorrere la variante Omicron, che però il premier Mario Draghi ha promesso di abolire. Ma intanto oltre confine hanno ripreso ad «aprire» e convivere con gli ultimi colpi di coda della pandemia alzando anche la voce contro le norme anti Covid, a cominciare dalle mascherine nelle scuole di ogni ordine e grado. È il caso degli Stati Uniti dove si è alzata la rivolta, non di destra, ma della sinistra liberal contro le misure restrittive. Con un occhio alla curva dei contagi e uno ai sondaggi politici. Per esempio, Hans Riemer, democratico in corsa per una carica nella contea di Montgomery, nel Maryland (lo Stato che aveva nello stemma il motto scritto in italiano arcaico: fatti maschii, parole femine) dopo aver sostenuto, subito dopo Natale, che il futuro delle scuole rimaste aperte includeva maschere KN95 e vaccino, qualche giorno fa ha twittato che è ora di «togliere la mascherina ai bambini nelle scuole». Lo scorso anno negli Stati Uniti era stato il Centers for disease control and prevention (Cdc) a proporre linee guida più stringenti delle altre agenzie di sanità pubblica, raccomandando l’uso universale della mascherina in tutti gli ordini scolastici, inclusa la scuola dell’infanzia, quindi dai due anni, a prescindere dallo stato vaccinale. Ma, come riportato da Domani, diversi studi sono critici verso l’obbligo di mascherina. L’Organizzazione mondiale per la sanità raccomanda di non imporre le mascherine ai bambini sotto i cinque anni e ha forti dubbi anche sull’uso fra 5 e 11 anni. Lo European centre for disease prevention and control raccomanda di non usare le mascherine agli studenti delle scuole primarie. Eppure, sono 16 gli Stati americani che seguono le indicazioni del Cdc imponendo a circa la metà dei 53 milioni di studenti americani l’obbligo di mascherina chirurgica, ma in alcuni casi addirittura la Ffp2. Nei giorni scorsi però stimoli sull’allentamento delle restrizioni nelle scuole e nella vita di tutti i giorni sono arrivati dai giornali, New York Times, Npr, Washington Post, San Francisco Chronicle e Atlantic, tanto da compattare un fronte di sinistra liberal, da sempre difensore delle indicazioni degli scienziati, che però dopo due anni di pandemia è convinto che le prove sull’efficacia delle mascherine non siano così certe da giustificare un uso a tempo indeterminato per bambini e ragazzi. Sui noti giornali sono intervenuti anche infettivologi ed epidemiologi sostenendo che, se all’inizio della circolazione del virus la mascherina era utile, nel contesto attuale non è più giustificata. L’attrice e nota sostenitrice del partito democratico, Goldie Hawn, ha sostenuto, su Usa Today, la necessità di una maggiore normalità per i bambini perché le restrizioni anti Covid-19 li stanno danneggiando: «Ora sappiamo che quei sentimenti sono presenti nei nostri figli, in molti casi, si manifestano fino a quando non esplodono in modi spaventosi, a volte violenti. Sopravviveremo alla pandemia, ma sono sicura che il trauma collettivo farà arrancare nell’età adulta un’intera generazione. Abbiamo bisogno di più ricerca, più cure preventive e più interventi precoci». Sui tabloid è intervenuto anche un gruppo di medici della University of California San Francisco che ha scritto una lettera aperta al governatore democratico, Gavin Newsom, tra i politici più rigoristi, chiedendo di abolire immediatamente l’obbligo per gli studenti. Del resto Atlantic, lo storico magazine liberal, già lo scorso anno aveva avanzato dubbi sulle basi scientifiche che avevano indotto il Cdc a raccomandare perentoriamente l’uso in classe delle mascherine sostenendo che gli studenti senza protezione avevano un rischio di contagio tre volte superiore a quelli «mascherati». . Inoltre sulla Npr, la radio pubblica indipendente, nella trasmissione Now It Can Be Said hanno parlato e spiegato le loro ragioni molti esponenti di quell’area crescente che si definisce «pro vax, no mask». Insomma, non è il fronte dei no vax che minaccia il consigliere medico del presidente Joe Biden, Anthony Fauci, convinto che «è urgente un vaccino universale» e che «sradicare il Covid è impossibile», e non sono neanche i nostalgici trumpiani a essere stufi delle regole, ma sono i liberal, i democratici e i loro alleati che guardano i dati dei sondaggi e vedono un’enorme oscillazione nella direzione dei repubblicani qualora scegliessero di essere il partito delle mascherine scolastiche per sempre.
L’ultima «lagnanza» è partita da Roberto Gualtieri. Poverino, c’è da capirlo. I turisti nella Capitale crescono (+3% anche nel primo quadrimestre del 2026) e il sindaco, già ministro dell’Economia dem, non sa che pesci prendere per garantire servizi, strutture e ordine pubblico adeguato. Quindi? «Proporremo al ministro Mazzi (del Turismo)», ha spiegato qualche ore fa, «di avere una maggiore modulazione e autonomia per esempio sulla tassa di soggiorno». Viene da chiedersi: ma perché? Quanto paga oggi «un forestiero» che vuol dormire una notte a Roma? Le tariffe variano e passano dai 10 euro degli alberghi a 5 Stelle per arrivare ai 4 euro degli hotel a 1 e 2 stelle con una forchetta che oscilla leggermente più in basso per le strutture non alberghiere. Non poco se consideriamo che tra le città d’arte Roma svetta per incassi: ben 288 milioni nel 2025 con un trend, parola del primo cittadino, destinato a lievitare.
Così come cresce il tendenziale in un’altra città governata dal centrosinistra: Milano. Nella capitale finanziaria del Paese, anche per effetto dei continui rialzi, il bottino 2025 ha sfiorato il tetto dei 110 milioni (109,3 milioni, +43%) e si stima che nell’anno in corso si possa raggiungere quota 113,5 milioni. Ma pure sui Navigli, Beppe Sala, il sindaco uscente di centrosinistra, chiede di più. «È profondamente ingiusto», ha rimarcato, «che Roma, Firenze, Venezia abbiano una tassa più alta di Milano». Quindi? Oggi Milano ha una deroga per le Olimpiadi invernali - tassa di soggiorno più alta fino alla fine dell’anno visto l’extra-impegno per i Giochi invernali - e l’ex uomo Expo vuole che l’eccezione diventi strutturale. Come se ci fosse un’Olimpiade all’anno.
Il punto è che al terzo posto della classifica (i dati sono dell’Osservatorio nazionale di Jfc) c’è Firenze, che nonostante il + 8% a 82,7 milioni, è stata scavalcata dalla tumultuosa corsa del capoluogo lombardo. E che se guardiamo alle altre città che non molti mesi fa hanno deciso di metter mano (aumentandola ovviamente) all’imposta, troviamo tante amministrazioni rosse. Da Napoli a Torino fino ad arrivare a Perugia, Livorno e Salerno. Chiariamoci, il fenomeno è molto legato ai centri turistici ed è fondamentalmente bipartisan, basti pensare a Venezia, Imperia, Trieste e Lecce. Ma la pervicacia con la quale i sindaci di sinistra fanno a gara per incrementare l’imposta non ha uguali.
Del resto, in soli 5 anni il gettito è passato dai 628 milioni di euro del 2022 a più di 1,2 miliardi di stima per il 2026. Perché la tendenza è duplice: da una parte crescono i comuni tassatori e dall’altra quelli che già prevedevano l’imposta l’hanno incrementata. Lo stesso osservatorio nazionale Jfc di cui sopra ci dice che a fine anno il balzello sarà operativo in 1.411 comuni con ben 24 nuove entrate. E che la situazione stia sfuggendo di mano lo dimostra un altro dato che gli autori dello studio hanno evidenziato. Molti primi cittadini, e qui la tendenza appare davvero bipartisan, ammettono di voler usare gli incassi per la spesa corrente che spesso ha poco o nulla a che fare con il turismo.
Poi c’è un altro fenomeno che spesso va a braccetto con l’imposta di soggiorno. La corsa a mettere paletti agli affitti brevi. Agli Airbnb che deturperebbero l’humus delle città. E qui l’ideologia di sinistra prende il sopravvento. Perché che ci sia un problema di overtourism nei centri d’arte è fuor di dubbio, ma che questo porti a individuare negli affitti brevi il nemico numero uno da eliminare, con l’amministrazione dem di Firenze che ha bandito nuove locazioni anche in periferia, sembra paradossale.
Il problema è che l’esempio di Firenze sta facendo proseliti. Nei paesi vicini (la sindaca piddina di Scandicci vuole introdurre dei tetti e al Mugello ci stanno pensando) e nelle grandi città lontane. Bologna in primis, poi Napoli, ma soprattutto Roma. Con Gualtieri che è stato molto chiaro. «Serve una legge per regolamentare il settore extralberghiero», ha spiegato, «che consenta di migliorare questo settore e di evitare fenomeni negativi come quelli dello spopolamento. Dobbiamo introdurre dei limiti di concentrazione perché se si svuota il centro poi chiudono i negozi e peggiora la qualità della vita dei romani e anche degli stessi turisti che vogliono venire in Italia».
Principi di buon senso. Il problema è che quando la sinistra li mette in pratica spesso si materializzano in provvedimenti illiberali.
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Elon Musk (Ansa)
Ieri SpaceX ha debuttato contemporaneamente al Nasdaq e al nuovo listino del Texas, una prima assoluta per i mercati americani. Lo ha fatto con numeri che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati fantascienza. L’offerta ha attribuito alla società spaziale una valutazione iniziale di 1.780 miliardi di dollari, la più alta mai registrata per una quotazione. Vuol dire che la società di Musk vale quanto il Pil annuale dell’Italia. Gli investitori istituzionali e i piccoli risparmiatori si sono letteralmente gettati sull’operazione acquistando 555,6 milioni di azioni collocate a 135 dollari ciascuna. Ma il mercato ha immediatamente deciso che quel prezzo era troppo basso. Nelle prime contrattazioni il titolo è schizzato fino a 175 dollari. E non importa se al momento il gruppo aerospaziale è solo una costosissima promessa: ha un fatturato di 18,7 miliardi e ne perde 4,9. Ma Wall Street voleva SpaceX a qualunque costo.
Il principale beneficiario dell’entusiasmo è stato naturalmente Elon Musk. Già uomo più ricco del pianeta prima della quotazione, con un patrimonio stimato da Forbes in 981 miliardi di dollari, il fondatore della società è diventato il primo individuo della storia a superare la soglia psicologica dei 1.000 miliardi. Vuol dire che da solo vale metà del Pil dell’Italia. Un traguardo che fino a ieri apparteneva alla categoria delle fantasie futuristiche. La raccolta complessiva dell’offerta ha sfiorato i 75 miliardi di dollari, altro record assoluto. Ma sarebbe un errore leggere questa operazione soltanto come una gigantesca operazione di Borsa.
Per Musk il mercato azionario rappresenta soprattutto un gigantesco serbatoio di capitale per alimentare la sua vera ossessione: Marte. Perché, come emerge dai documenti societari, una parte della futura remunerazione del fondatore è legata a un obiettivo che nessun consiglio di amministrazione aveva mai osato scrivere. Non fatturato. Non utili. Non dividendi. Una colonia permanente di almeno un milione di persone su Marte. In pratica, mentre i manager tradizionali sono premiati se aumentano i margini operativi, Musk potrà incassare se riuscirà a trasformare Marte in un nuovo continente abitato. È la differenza che passa tra gestire una società e tentare di riscrivere il sistema solare. Durante una conversazione trasmessa sulla piattaforma X con Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, Musk ha raccontato che da circa dieci anni amici, consulenti e banchieri gli ripetevano sempre la stessa frase: «Quota SpaceX». Per anni ha resistito. Ora invece ha cambiato idea. Il motivo è semplice. O meglio: semplice secondo gli standard di Musk. SpaceX intende mettere in orbita 100.000 satelliti Starlink di nuova generazione. Non qualche centinaio. Non qualche migliaio. Centomila. A questo si aggiunge un progetto ancora più ambizioso: la costruzione di grandi data center di Intelligenza artificiale direttamente nello spazio.
Secondo Musk, questa potrebbe diventare una gigantesca fonte di ricavi. Secondo i suoi banchieri, potrebbe soprattutto richiedere una quantità di capitale mai vista prima.
Ecco perché la Borsa è diventata improvvisamente necessaria. Anche dopo la quotazione, grazie a una speciale categoria di azioni con diritti di voto rafforzati, il fondatore manterrà il controllo assoluto delle decisioni strategiche, finanziarie e manageriali. Ma il dettaglio più sorprendente è un altro.
Nei documenti si scopre infatti che l’unica persona che può licenziare Elon Musk dal ruolo di amministratore delegato è... Elon Musk. Per la sua dimensione colossale, SpaceX potrebbe entrare nel Nasdaq 100 (l’élite della Silicon Valley) dopo appena 15 giorni di contrattazione. Sarebbe un passaggio fondamentale perché costringerebbe una miriade di fondi indicizzati ad acquistare automaticamente il titolo.
L’ingresso nello S&P 500 (il listino di eccellenza di Wall Street) richiederà invece tempi più lunghi. Ma dopo aver conquistato lo spazio, superato il trilione personale e realizzato la più grande quotazione della storia, attendere un po’ potrebbe sembrare il problema meno complicato.
Soprattutto per un uomo che non misura il successo in trimestri o in esercizi fiscali. Lo misura in pianeti.
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Ansa
Nel caso di specie si trattava di un provvedimento di proroga disposto senza la fissazione della prescritta udienza camerale e, quindi, senza che all’interessato fosse stata data possibilità di intervenire nel procedimento. Sulla base di tale principio la Corte ha respinto il ricorso che la presidenza del Consiglio dei ministri, unitamente ad altri organi, aveva proposto avverso la sentenza d’appello che, in conferma di quella di primo grado, aveva accolto la richiesta di risarcimento avanzata dall’interessato.
A tale decisione la Corte è pervenuta sull’assunto, nell’essenziale, che i provvedimenti in materia di trattenimento degli stranieri nei Cpr non sono fini a sé stessi ma sono funzionali al risultato finale che dev’essere quello dell’esecuzione dell’espulsione dal territorio dello Stato. Pertanto, non assumendo mai essi carattere di definitività, ma potendo essere revocati o modificati anche d’ufficio, in ogni momento la loro mancata impugnazione non impedirebbe di farne riconoscere l’eventuale illegittimità da parte del giudice investito dell’azione risarcitoria, con conseguente accoglimento di quest’ultima. Risulta di fondamentale rilievo, tra gli elementi addotti dalla Corte a sostegno del proprio assunto, quello costituito dal fatto che esso troverebbe conferma nella vigente disciplina in materia di riparazione pecuniaria per ingiusta detenzione sofferta nel corso di un procedimento penale; istituto che viene definito «per certi versi affine al rimedio risarcitorio per illegittima privazione della libertà personale». Ciò in quanto - si afferma - per il riconoscimento del diritto alla suddetta riparazione pecuniaria, non è richiesto, dall’art. 314, comma 1, del Codice di procedura penale, che l’interessato abbia a suo tempo proposto impugnazione avverso il provvedimento applicativo o confermativo della misura cautelare detentiva.
Occorre subito dire che la validità di tale ragionamento presuppone anzitutto che, così come è richiesto, per l’esperibilità della procedura di riparazione per ingiusta detenzione il procedimento penale sia giunto a conclusione, quale che essa sia (assoluzione nel merito, proscioglimento per ragioni non di merito, condanna, archiviazione, sentenza di non luogo a procedere); allo stesso modo deve ritenersi richiesto, ai fini dell’esperibilità dell’azione risarcitoria per indebito trattenimento in un Cpr in vista dell’espulsione, che il procedimento di espulsione amministrativa dello straniero si sia concluso. Il che avviene con l’emissione del relativo decreto prefettizio, una volta che questo abbia assunto carattere di definitività per mancata o non accolta impugnazione (indipendentemente dalla circostanza che poi abbia o meno avuto effettiva esecuzione), ovvero abbia perduto definitivamente efficacia per annullamento, revoca o qualsiasi altra ragione. In mancanza di tale condizione appare evidente che il richiamo operato dalla Corte alla procedura di riparazione per ingiusta detenzione sarebbe del tutto privo di fondamento.
Volendo però dare per acquisito che la condizione dell’avvenuta conclusione del procedimento di espulsione amministrativa sia comunque sussistente, va osservato che la seconda delle ipotesi dianzi formulate appare estremamente improbabile, per la semplice ragione che, se fosse quella effettivamente realizzatasi, la richiesta di risarcimento del danno avrebbe potuto essere avanzata con riferimento all’intera durata della privazione della libertà subita a titolo di trattenimento, in vista dell’espulsione, nel Cpr e non, invece, come pacificamente risulta essere avvenuto, con riferimento alla sola frazione temporale dovuta al provvedimento di proroga di cui si lamenta la illegittimità
Dovendosi, quindi, presumere che quella effettivamente realizzatasi sia la prima delle suddette ipotesi, il richiamo operato dalla Corte al comma 1 dell’art. 314 cod. proc. pen. appare del tutto incongruo, trovando la detta norma applicazione solo, nel caso che il procedimento penale si sia concluso con pronuncia assolutoria nel merito. Quello al quale la Corte avrebbe dovuto fare richiamo (ma lo ha, invece, del tutto ignorato) era, per analogia di situazione, il comma 2 del citato art. 314, secondo il quale, quando il procedimento penale si sia concluso con pronuncia di condanna o di proscioglimento non nel merito, il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione può essere riconosciuto solo a condizione che «con decisione irrevocabile, risulti accertato che è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280». E la «decisione irrevocabile» altra non può essere se non quella che sia stata, a suo tempo, adottata all’esito dell’impugnazione contro il provvedimento di applicazione o di mantenimento della misura.
Ne consegue che, ove tale impugnazione non sia stata proposta o, se proposta, non sia stata per una qualsiasi ragione accolta, la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione risulta improponibile. Una volta datosi, quindi, per acquisito che il procedimento di espulsione amministrativa si sia concluso con il decreto di espulsione non più soggetto a impugnazione, da equipararsi alla definitività della condanna nel procedimento penale, ne deriva che, proprio alla luce di quanto affermato dalla Corte circa l’assimilabilità della richiesta di risarcimento per indebito trattenimento nel Cpr alla richiesta di riparazione per ingiusta detenzione, la mancata impugnazione, a suo tempo, del provvedimento di proroga del trattenimento adottato in violazione del principio del contraddittorio avrebbe dovuto far sì che la richiesta di risarcimento venisse dichiarata improponibile. Ciò avrebbe dovuto comportare l’accoglimento del ricorso proposto dalla presidenza del Consiglio e dalle altre amministrazioni interessate. Il fatto che così non sia stato appare indice del permanere di una certa tendenza della magistratura, compresa quella di legittimità, a fare ogni sforzo, in materia di immigrazione, ogni qual volta se ne veda anche la più remota delle possibilità, per adottare decisioni favorevoli ai «migranti», percorrendo, a tal fine i più impervi e tortuosi sentieri interpretativi, anche con il rischio di inciampare, talvolta, in qualche sasso.
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