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2022-02-04
Nuove norme sulla scuola: nel caos del decreto sparisce il test obbligatorio
Ansa
All’indomani del tanto atteso decreto sulle nuove misure per il Covid nelle scuole, i dubbi sono moltissimi. L’unica certezza è la discriminazione che ci sarà tra studenti vaccinati e non. Anche tra i più piccoli.
Nella scuola primaria e secondaria andranno in didattica a distanza solo gli studenti che non hanno completato il ciclo vaccinale e quelli che non siano guariti da più di 120 giorni. La Dad sarà invece abolita per chi è guarito da meno di quattro mesi e per chi ha fatto tutti i vaccini. Per il resto, la bozza del decreto uscita a margine del Consiglio dei ministri è a dir poco confusa. Nelle chat dei genitori girano schede su schede che provano a semplificare il tema, ma spesso riportano inesattezze ed errori.
Il cambiamento più significativo si ha nel sistema di testing: T0 e T5, l’incubo di ogni genitore da novembre a questa parte, è definitivamente abolito. Rimarrà solo il T5 che coinciderà con la fine della quarantena, che però verrà attivata nella primaria e nella secondaria solo per i non vaccinati. Non si faranno più test senza motivo, ma su questo piano c’è molta confusione. I giornali riportano che saranno consentiti anche i test fai da te, ma non sarà sempre così, non saranno consentiti sempre e per tutti.
Andiamo con ordine. La bozza prevede che in regime di autosorveglianza per ogni ordine e grado ci sarà «l’obbligo di effettuare un test antigenico rapido o molecolare o test antigenico autosomministrato alla prima comparsa dei sintomi e, se ancora sintomatici, al quinto giorno successivo alla data dell’ultimo contatto». In questo caso si fa esplicito riferimento ai test casalinghi il cui esito negativo però dovrà essere attestato tramite autocertificazione.
Nella scuola dell’infanzia la classe andrà in quarantena con cinque casi, e non in Dad, come riportato da molti. La didattica a distanza per la fascia 0-6 anni infatti non è prevista. I bambini guariti (i vaccini anti covid per i piccoli ancora non esistono) dovranno andare a casa in ogni caso e non guadagnano quindi il privilegio di rimanere in classe acquisito invece dai più grandi. La quarantena durerà cinque giorni e al suo termine i bambini saranno riammessi con un tampone antigenico o molecolare. In questo caso nella bozza non si fa cenno al test fai da te, quindi si dà per scontato che non sia previsto.
Anche nella scuola primaria (le elementari) si starà in autosorveglianza dal primo caso fino al quinto, quando a quel punto scatterà la Dad, ma solo per i non vaccinati o i guariti da più di 120 giorni. La Dad sarà accorciata a 5 giorni e per il rientro ci sarà bisogno di un test, ma anche in questo caso non si fa riferimento ai test casalinghi.
Nella scuola secondaria, medie e superiori, si andrà in Dad con due casi o più. Ma potranno rimanere in classe tutti quelli che dimostrino di esser guariti da meno di 120 giorni o di aver completato il ciclo vaccinale. Gli altri faranno lezione online per 5 giorni e al loro rientro gli sarà chiesto un tampone negativo antigenico o molecolare, ma anche qui non si fa riferimento ai test fai da te. Grande confusione quindi soprattutto per i test casalinghi che erano stati chiesti da alcuni governatori come Luca Zaia e Stefano Bonaccini, che in Emilia Romagna aveva già avviato questa sperimentazione.
Insomma, il T0 sparisce, ma il T5 ancora no e ancora una volta i genitori sono nel caos. In molti, per non spendere tangenti settimanali per mandare i figli a scuola, fanno i salti mortali. In tal senso c’era stato grande ottimismo con la notizia della possibilità di fare i tamponi in farmacia gratuitamente. Eppure, nonostante l’idea sia buona, nella pratica ci si scontra con la realtà. Alcuni genitori nella Regione Lazio segnalano affranti che per far fare i tamponi gratuiti in farmacia, c’è bisogno della prescrizione medica. In alcuni casi però i medici non risultano abilitati a emettere quel tipo di ricetta. Il presidente della Federazione italiana medici pediatri Paolo Biasci, denuncia che con le prescrizioni dei tamponi scolastici si assiste ad un «aggravamento burocratico incredibile». I genitori infatti hanno già l’indicazione dalle scuole sul quando effettuare i test. «Sarebbe più veloce e facile per tutti se non ci fosse bisogno di emettere un documento in più». Continua il presidente Fimp. «Potremmo anche svolgere noi pediatri stessi il tampone, con la semplice indicazione della scuola». I pediatri, infatti, per star dietro a tutte le procedure e le prescrizioni dei tamponi, in alcuni casi non riescono a svolgere il loro compito di medici e quindi curare e assistere i pazienti.
I genitori chiedono semplificazione, qualche passo in avanti si è fatto, ma la burocrazia sta diventando un incubo più grande del Covid stesso. Il Belgio ha abolito per sempre la Dad per tutti. Molti Paesi europei hanno abolito il green pass, altri lo stanno per fare. Noi allentiamo, ma solo per i vaccinati e l’incubo di queste regole, forse, ci accompagnerà ancora per un po’.
La sinistra Usa: «No alla mascherina in classe»
Quarantene, zone rosse, super green pass e mascherine all’aperto. Sono le regole più «ferree» del mondo quelle dell’Italia, un Paese supervaccinato, a detta del generale e commissario all’emergenza Francesco Figliuolo, regole restrittive, per rincorrere la variante Omicron, che però il premier Mario Draghi ha promesso di abolire. Ma intanto oltre confine hanno ripreso ad «aprire» e convivere con gli ultimi colpi di coda della pandemia alzando anche la voce contro le norme anti Covid, a cominciare dalle mascherine nelle scuole di ogni ordine e grado. È il caso degli Stati Uniti dove si è alzata la rivolta, non di destra, ma della sinistra liberal contro le misure restrittive. Con un occhio alla curva dei contagi e uno ai sondaggi politici. Per esempio, Hans Riemer, democratico in corsa per una carica nella contea di Montgomery, nel Maryland (lo Stato che aveva nello stemma il motto scritto in italiano arcaico: fatti maschii, parole femine) dopo aver sostenuto, subito dopo Natale, che il futuro delle scuole rimaste aperte includeva maschere KN95 e vaccino, qualche giorno fa ha twittato che è ora di «togliere la mascherina ai bambini nelle scuole». Lo scorso anno negli Stati Uniti era stato il Centers for disease control and prevention (Cdc) a proporre linee guida più stringenti delle altre agenzie di sanità pubblica, raccomandando l’uso universale della mascherina in tutti gli ordini scolastici, inclusa la scuola dell’infanzia, quindi dai due anni, a prescindere dallo stato vaccinale. Ma, come riportato da Domani, diversi studi sono critici verso l’obbligo di mascherina. L’Organizzazione mondiale per la sanità raccomanda di non imporre le mascherine ai bambini sotto i cinque anni e ha forti dubbi anche sull’uso fra 5 e 11 anni. Lo European centre for disease prevention and control raccomanda di non usare le mascherine agli studenti delle scuole primarie. Eppure, sono 16 gli Stati americani che seguono le indicazioni del Cdc imponendo a circa la metà dei 53 milioni di studenti americani l’obbligo di mascherina chirurgica, ma in alcuni casi addirittura la Ffp2. Nei giorni scorsi però stimoli sull’allentamento delle restrizioni nelle scuole e nella vita di tutti i giorni sono arrivati dai giornali, New York Times, Npr, Washington Post, San Francisco Chronicle e Atlantic, tanto da compattare un fronte di sinistra liberal, da sempre difensore delle indicazioni degli scienziati, che però dopo due anni di pandemia è convinto che le prove sull’efficacia delle mascherine non siano così certe da giustificare un uso a tempo indeterminato per bambini e ragazzi.
Sui noti giornali sono intervenuti anche infettivologi ed epidemiologi sostenendo che, se all’inizio della circolazione del virus la mascherina era utile, nel contesto attuale non è più giustificata.
L’attrice e nota sostenitrice del partito democratico, Goldie Hawn, ha sostenuto, su Usa Today, la necessità di una maggiore normalità per i bambini perché le restrizioni anti Covid-19 li stanno danneggiando: «Ora sappiamo che quei sentimenti sono presenti nei nostri figli, in molti casi, si manifestano fino a quando non esplodono in modi spaventosi, a volte violenti. Sopravviveremo alla pandemia, ma sono sicura che il trauma collettivo farà arrancare nell’età adulta un’intera generazione. Abbiamo bisogno di più ricerca, più cure preventive e più interventi precoci». Sui tabloid è intervenuto anche un gruppo di medici della University of California San Francisco che ha scritto una lettera aperta al governatore democratico, Gavin Newsom, tra i politici più rigoristi, chiedendo di abolire immediatamente l’obbligo per gli studenti. Del resto Atlantic, lo storico magazine liberal, già lo scorso anno aveva avanzato dubbi sulle basi scientifiche che avevano indotto il Cdc a raccomandare perentoriamente l’uso in classe delle mascherine sostenendo che gli studenti senza protezione avevano un rischio di contagio tre volte superiore a quelli «mascherati». . Inoltre sulla Npr, la radio pubblica indipendente, nella trasmissione Now It Can Be Said hanno parlato e spiegato le loro ragioni molti esponenti di quell’area crescente che si definisce «pro vax, no mask». Insomma, non è il fronte dei no vax che minaccia il consigliere medico del presidente Joe Biden, Anthony Fauci, convinto che «è urgente un vaccino universale» e che «sradicare il Covid è impossibile», e non sono neanche i nostalgici trumpiani a essere stufi delle regole, ma sono i liberal, i democratici e i loro alleati che guardano i dati dei sondaggi e vedono un’enorme oscillazione nella direzione dei repubblicani qualora scegliessero di essere il partito delle mascherine scolastiche per sempre.
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Da lunedì, Dad solo per gli alunni senza puntura fin dalle elementari. Stop al primo tampone dopo il contatto col positivo. Ma per tornare, dopo cinque giorni servirà.Mentre qui tutto tace, negli Stati Uniti media e volti noti liberal chiedono lo stop all’obbligo di Dpi nelle aule. Sulla base di molti studi.Lo speciale contiene due articoli.All’indomani del tanto atteso decreto sulle nuove misure per il Covid nelle scuole, i dubbi sono moltissimi. L’unica certezza è la discriminazione che ci sarà tra studenti vaccinati e non. Anche tra i più piccoli. Nella scuola primaria e secondaria andranno in didattica a distanza solo gli studenti che non hanno completato il ciclo vaccinale e quelli che non siano guariti da più di 120 giorni. La Dad sarà invece abolita per chi è guarito da meno di quattro mesi e per chi ha fatto tutti i vaccini. Per il resto, la bozza del decreto uscita a margine del Consiglio dei ministri è a dir poco confusa. Nelle chat dei genitori girano schede su schede che provano a semplificare il tema, ma spesso riportano inesattezze ed errori. Il cambiamento più significativo si ha nel sistema di testing: T0 e T5, l’incubo di ogni genitore da novembre a questa parte, è definitivamente abolito. Rimarrà solo il T5 che coinciderà con la fine della quarantena, che però verrà attivata nella primaria e nella secondaria solo per i non vaccinati. Non si faranno più test senza motivo, ma su questo piano c’è molta confusione. I giornali riportano che saranno consentiti anche i test fai da te, ma non sarà sempre così, non saranno consentiti sempre e per tutti. Andiamo con ordine. La bozza prevede che in regime di autosorveglianza per ogni ordine e grado ci sarà «l’obbligo di effettuare un test antigenico rapido o molecolare o test antigenico autosomministrato alla prima comparsa dei sintomi e, se ancora sintomatici, al quinto giorno successivo alla data dell’ultimo contatto». In questo caso si fa esplicito riferimento ai test casalinghi il cui esito negativo però dovrà essere attestato tramite autocertificazione. Nella scuola dell’infanzia la classe andrà in quarantena con cinque casi, e non in Dad, come riportato da molti. La didattica a distanza per la fascia 0-6 anni infatti non è prevista. I bambini guariti (i vaccini anti covid per i piccoli ancora non esistono) dovranno andare a casa in ogni caso e non guadagnano quindi il privilegio di rimanere in classe acquisito invece dai più grandi. La quarantena durerà cinque giorni e al suo termine i bambini saranno riammessi con un tampone antigenico o molecolare. In questo caso nella bozza non si fa cenno al test fai da te, quindi si dà per scontato che non sia previsto. Anche nella scuola primaria (le elementari) si starà in autosorveglianza dal primo caso fino al quinto, quando a quel punto scatterà la Dad, ma solo per i non vaccinati o i guariti da più di 120 giorni. La Dad sarà accorciata a 5 giorni e per il rientro ci sarà bisogno di un test, ma anche in questo caso non si fa riferimento ai test casalinghi. Nella scuola secondaria, medie e superiori, si andrà in Dad con due casi o più. Ma potranno rimanere in classe tutti quelli che dimostrino di esser guariti da meno di 120 giorni o di aver completato il ciclo vaccinale. Gli altri faranno lezione online per 5 giorni e al loro rientro gli sarà chiesto un tampone negativo antigenico o molecolare, ma anche qui non si fa riferimento ai test fai da te. Grande confusione quindi soprattutto per i test casalinghi che erano stati chiesti da alcuni governatori come Luca Zaia e Stefano Bonaccini, che in Emilia Romagna aveva già avviato questa sperimentazione. Insomma, il T0 sparisce, ma il T5 ancora no e ancora una volta i genitori sono nel caos. In molti, per non spendere tangenti settimanali per mandare i figli a scuola, fanno i salti mortali. In tal senso c’era stato grande ottimismo con la notizia della possibilità di fare i tamponi in farmacia gratuitamente. Eppure, nonostante l’idea sia buona, nella pratica ci si scontra con la realtà. Alcuni genitori nella Regione Lazio segnalano affranti che per far fare i tamponi gratuiti in farmacia, c’è bisogno della prescrizione medica. In alcuni casi però i medici non risultano abilitati a emettere quel tipo di ricetta. Il presidente della Federazione italiana medici pediatri Paolo Biasci, denuncia che con le prescrizioni dei tamponi scolastici si assiste ad un «aggravamento burocratico incredibile». I genitori infatti hanno già l’indicazione dalle scuole sul quando effettuare i test. «Sarebbe più veloce e facile per tutti se non ci fosse bisogno di emettere un documento in più». Continua il presidente Fimp. «Potremmo anche svolgere noi pediatri stessi il tampone, con la semplice indicazione della scuola». I pediatri, infatti, per star dietro a tutte le procedure e le prescrizioni dei tamponi, in alcuni casi non riescono a svolgere il loro compito di medici e quindi curare e assistere i pazienti. I genitori chiedono semplificazione, qualche passo in avanti si è fatto, ma la burocrazia sta diventando un incubo più grande del Covid stesso. Il Belgio ha abolito per sempre la Dad per tutti. Molti Paesi europei hanno abolito il green pass, altri lo stanno per fare. 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Ma intanto oltre confine hanno ripreso ad «aprire» e convivere con gli ultimi colpi di coda della pandemia alzando anche la voce contro le norme anti Covid, a cominciare dalle mascherine nelle scuole di ogni ordine e grado. È il caso degli Stati Uniti dove si è alzata la rivolta, non di destra, ma della sinistra liberal contro le misure restrittive. Con un occhio alla curva dei contagi e uno ai sondaggi politici. Per esempio, Hans Riemer, democratico in corsa per una carica nella contea di Montgomery, nel Maryland (lo Stato che aveva nello stemma il motto scritto in italiano arcaico: fatti maschii, parole femine) dopo aver sostenuto, subito dopo Natale, che il futuro delle scuole rimaste aperte includeva maschere KN95 e vaccino, qualche giorno fa ha twittato che è ora di «togliere la mascherina ai bambini nelle scuole». Lo scorso anno negli Stati Uniti era stato il Centers for disease control and prevention (Cdc) a proporre linee guida più stringenti delle altre agenzie di sanità pubblica, raccomandando l’uso universale della mascherina in tutti gli ordini scolastici, inclusa la scuola dell’infanzia, quindi dai due anni, a prescindere dallo stato vaccinale. Ma, come riportato da Domani, diversi studi sono critici verso l’obbligo di mascherina. L’Organizzazione mondiale per la sanità raccomanda di non imporre le mascherine ai bambini sotto i cinque anni e ha forti dubbi anche sull’uso fra 5 e 11 anni. Lo European centre for disease prevention and control raccomanda di non usare le mascherine agli studenti delle scuole primarie. Eppure, sono 16 gli Stati americani che seguono le indicazioni del Cdc imponendo a circa la metà dei 53 milioni di studenti americani l’obbligo di mascherina chirurgica, ma in alcuni casi addirittura la Ffp2. Nei giorni scorsi però stimoli sull’allentamento delle restrizioni nelle scuole e nella vita di tutti i giorni sono arrivati dai giornali, New York Times, Npr, Washington Post, San Francisco Chronicle e Atlantic, tanto da compattare un fronte di sinistra liberal, da sempre difensore delle indicazioni degli scienziati, che però dopo due anni di pandemia è convinto che le prove sull’efficacia delle mascherine non siano così certe da giustificare un uso a tempo indeterminato per bambini e ragazzi. Sui noti giornali sono intervenuti anche infettivologi ed epidemiologi sostenendo che, se all’inizio della circolazione del virus la mascherina era utile, nel contesto attuale non è più giustificata. L’attrice e nota sostenitrice del partito democratico, Goldie Hawn, ha sostenuto, su Usa Today, la necessità di una maggiore normalità per i bambini perché le restrizioni anti Covid-19 li stanno danneggiando: «Ora sappiamo che quei sentimenti sono presenti nei nostri figli, in molti casi, si manifestano fino a quando non esplodono in modi spaventosi, a volte violenti. Sopravviveremo alla pandemia, ma sono sicura che il trauma collettivo farà arrancare nell’età adulta un’intera generazione. Abbiamo bisogno di più ricerca, più cure preventive e più interventi precoci». Sui tabloid è intervenuto anche un gruppo di medici della University of California San Francisco che ha scritto una lettera aperta al governatore democratico, Gavin Newsom, tra i politici più rigoristi, chiedendo di abolire immediatamente l’obbligo per gli studenti. Del resto Atlantic, lo storico magazine liberal, già lo scorso anno aveva avanzato dubbi sulle basi scientifiche che avevano indotto il Cdc a raccomandare perentoriamente l’uso in classe delle mascherine sostenendo che gli studenti senza protezione avevano un rischio di contagio tre volte superiore a quelli «mascherati». . Inoltre sulla Npr, la radio pubblica indipendente, nella trasmissione Now It Can Be Said hanno parlato e spiegato le loro ragioni molti esponenti di quell’area crescente che si definisce «pro vax, no mask». Insomma, non è il fronte dei no vax che minaccia il consigliere medico del presidente Joe Biden, Anthony Fauci, convinto che «è urgente un vaccino universale» e che «sradicare il Covid è impossibile», e non sono neanche i nostalgici trumpiani a essere stufi delle regole, ma sono i liberal, i democratici e i loro alleati che guardano i dati dei sondaggi e vedono un’enorme oscillazione nella direzione dei repubblicani qualora scegliessero di essere il partito delle mascherine scolastiche per sempre.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».