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2020-10-06
Nozze Nexi-Sia: nasce colosso da 15 miliardi
iStock
Via libera al matrimonio tra Nexi e Sia che darà vita a un colosso dei pagamenti digitali del valore di oltre 15 miliardi. In termini di capitalizzazione il nuovo gruppo si colloca nella top ten dei maggiori titoli quotati a Piazza Affari assestandosi, ai prezzi di ieri, al nono posto dietro a colossi come Enel, Intesa, ed Eni, con Unicredit davanti per un soffio. La paytech italiana conterà su 5.500 collaboratori in 15 Paesi, di cui oltre 4.000 impegnati in un polo tutto italiano di tecnologia e innovazione digitale, e beneficerà di ricavi aggregati pari a 1,8 miliardi.
A scambiarsi le fedi sono Sia, la società che realizza e gestisce infrastrutture e servizi tecnologici per sistemi di pagamento controllata da Cassa depositi e prestiti attraverso Cdp equity, e Nexi, di fatto la ex Cartasì che fa capo ai fondi Bain, Avent e Clessidra attraverso la società veicolo Mercury. Con le nozze, il principale azionista diventerà la Cassa controllata dal Mef. L'incorporazione avverrà sulla base di un rapporto di cambio per il quale gli azionisti di Sia riceveranno 1,5761 azioni Nexi per ogni titolo Sia e gli attuali azionisti di Sia riceveranno una quota del 30% circa del capitale del nuovo gruppo. Cdp avrà una quota complessiva di poco superiore al 25% e Mercury ne avrà circa il 23% con un flottante di oltre il 40%.
«Il nuovo campione dei pagamenti digitali sarà in grado di competere e crescere a livello internazionale assumendo un ruolo da vero protagonista sul mercato europeo», ha commentato ieri l'ad di Cdp, Fabrizio Palermo. Seguito dai «brindisi» del ministro del Tesoro, Roberto Gualtieri, di quello di Mise, Stefano Patuanelli, del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e anche del premier Giuseppe Conte: «È stato compiuto un nuovo passo per accelerare il processo di digitalizzazione del nostro Paese», ha scritto su Twitter celebrando il ruolo «di investitore di lungo periodo» di Cassa depositi e prestiti.
A Palazzo Chigi, al Mef e ai piani alti dei 5 stelle si intestano il successo del matrimonio, dunque. Che però non sarebbe stato mai possibile senza Intesa Sanpaolo che ha fatto da vero perno sistemico all'intera operazione e che, con un occhio al business bancario, sarà azionista del nuovo gruppo con una quota di circa il 7% riducendola dal 12% detenuto attualmente (comprendendo anche la partecipazione che aveva Ubi). A giugno, infatti, Intesa ha perfezionato l'accordo sul trasferimento a Nexi dell'attività di acquiring (cioè il business che connette l'esercente al sistema di pagamenti digitali) attualmente svolta nei confronti di oltre 380.000 punti vendita. Nexi diventa il partner esclusivo di Intesa e quest'ultima, mantenendo la relazione con la propria clientela, distribuisce i servizi di acquiring di Nexi. Intesa ha venduto a Nexi le azioni ricevute a fronte del conferimento e, con parte del corrispettivo, ha acquistato da Mercury il 9,9% di Nexi.
La stessa Intesa è anche il perno di un'altra operazione di respiro europeo, ovvero dell'alleanza stretta tra Cdp e Euronext per rilevare Borsa italiana bilanciando il peso dei francesi e alzando barricate su un asset strategico (protetto dalla normativa sul golden power) proprio come le transazioni finanziarie. Il dialogo tra Cassa e il gruppo guidato da Carlo Messina si fa dunque sempre più stretto. Anche perché Cdp può contare su un margine di manovra più ampio mentre quello di Intesa è limitato dalle regole sull'assorbimento di capitale anche in termini di partecipazioni azionario. Nel gioco di equilibrio fra chi fa il «braccio» e chi la «mente» di certe operazioni, chissà se sarà proprio la banca milanese - che già sta svolgendo il ruolo di banca di sistema, a supporto dell'economia in una fase di crisi - a scendere in campo per aiutare i vertici di via Goito a uscire in fretta dalla palude Autostrade in cui sembra essersi ficcato il governo Conte. Vedremo.
Nel frattempo, però, Intesa si muove anche su un altro scacchiere. Quello dei grandi patrimoni. Fideuram - Intesa Sanpaolo private banking ha infatti concluso un accordo con il gruppo svizzero Reyl per la costituzione di una partnership strategica. Fideuram acquisirà una partecipazione del 69% in Reyl e conferirà la propria controllata bancaria svizzera Intesa Sanpaolo private bank (Suisse) morval (quest'ultima, comprata nel 2018), a Reyl. Una volta finalizzata l'operazione, Intesa Sanpaolo private bank (Suisse) morval sarà incorporata in Reyl, dando origine a un gruppo bancario privato con sede a Ginevra ma presente anche nell'Unione europea, in America Latina, Medio ed Estremo Oriente.
«Una holding con Cdp per salvare i nostri stilisti»
«L'apocalisse dei negozi era già in atto, ma il lockdown le ha fatto fare un balzo in avanti di almeno cinque anni. Se non interverremo subito per salvare il made in Italy, nel giro di poche settimane tanti marchi storici falliranno o verranno comprati dagli stranieri». A parlare è Alessandro Giglio, presidente di Meridiana holding e di Giglio group, specializzato nella logistica e nell'ecommerce (fra i suoi clienti, anche Max Mara), che ha elaborato una proposta per salvare il settore.
«A parte poche eccezioni, la maggioranza dei brand di moda italiani che ci hanno resi famosi nel mondo non supera i 200 milioni di euro di fatturato, e non ha la forza e l'organizzazione per spingere le vendite online a livello internazionale. Oggi però i negozi sono vuoti e a trainare le vendite sono le piattaforme web e - questo è il vero futuro - i social network: è in atto una rivoluzione copernicana. Chi non riuscirà a prendere questo treno nel giro di pochissimo sarà spazzato via: parlo di settimane, non di mesi. So che almeno 30 grandi famosi stanno già per dichiarare bancarotta».
Qual è la sua idea?
«Creare una sorta di consorzio che raggruppi marchi diversi. I singoli brand avrebbero totale autonomia dal punto di vista stilistico, in modo da mantenere la loro identità, ma la holding accentrerebbe settori come l'amministrazione e la logistica, con una riduzione dei costi e un'enorme capacità di penetrazione nei mercati esteri, come quelli asiatici. Noi siamo pronti a investire, insieme a un fondo cinese -già diversi si sono candidati, dobbiamo solo scegliere il partner migliore - e, almeno questo è il progetto, Cassa depositi e prestiti, direttamente o attraverso una sua controllata, con un'uscita programmata a sette anni. Per partire servono circa 60 milioni, quanto costa agli italiani mantenere in vita per un singolo giorno Alitalia. Io ho contattato diversi brand interessati, aspettano solo il progetto operativo che arriverà entro fine mese».
Avete già avuto contatti con Cdp?
«Abbiamo un appuntamento nei prossimi giorni. Se ci dovesse incomprensibilmente dire di no, al suo posto selezioneremo come terzo partner un altro fondo straniero. Certo, sarebbe meglio avere un supporto istituzionale... Il nostro obiettivo è aiutare le case di moda, frenare la delocalizzazione (produrremmo almeno l'80% dei capi in Italia, non ci limiteremmo ad assemblare pezzi fatti all'estero) e salvare posti di lavoro nell'indotto. A oggi l'export online per l'Italia vale circa l'8%: se salissimo al 30%, che è la media mondiale, il Pil potrebbe crescere dell'1,5-2%. Con Giglio group potremmo fin da subito far entrare i nostri “soci" in 200 marketplace nel mondo».
La sua idea è creare un gruppo simile a colossi come i francesi Lvmh e Kering, che controllano marchi anche molto diversi fra loro e che negli ultimi anni hanno fatto shopping in Italia?
«No, io penso più a una sorta di consorzio, non a un modello in cui c'è un padrone. D'altra parte, se non agiremo subito i nostri marchi verranno comprati o dai francesi, che se non altro hanno competenza nella moda, o dagli asiatici, a cui però spesso manca l'esperienza nel campo dello stile e della qualità dei capi. Abbiamo visto degli esempi di nomi storici distrutti per questo motivo».
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Cassa depositi e prestiti primo azionista al 25%. La nuova società di pagamenti digitali ha una super capitalizzazione e un fatturato aggregato di 1.800 milioni. Determinante il ruolo di Intesa Sanpaolo, che ieri ha anche chiuso un accordo con la svizzera ReylLa proposta di Alessandro Giglio: «Negozi vuoti, i marchi devono consorziarsi per conquistare gli ecommerce»Lo speciale contiene due articoliVia libera al matrimonio tra Nexi e Sia che darà vita a un colosso dei pagamenti digitali del valore di oltre 15 miliardi. In termini di capitalizzazione il nuovo gruppo si colloca nella top ten dei maggiori titoli quotati a Piazza Affari assestandosi, ai prezzi di ieri, al nono posto dietro a colossi come Enel, Intesa, ed Eni, con Unicredit davanti per un soffio. La paytech italiana conterà su 5.500 collaboratori in 15 Paesi, di cui oltre 4.000 impegnati in un polo tutto italiano di tecnologia e innovazione digitale, e beneficerà di ricavi aggregati pari a 1,8 miliardi. A scambiarsi le fedi sono Sia, la società che realizza e gestisce infrastrutture e servizi tecnologici per sistemi di pagamento controllata da Cassa depositi e prestiti attraverso Cdp equity, e Nexi, di fatto la ex Cartasì che fa capo ai fondi Bain, Avent e Clessidra attraverso la società veicolo Mercury. Con le nozze, il principale azionista diventerà la Cassa controllata dal Mef. L'incorporazione avverrà sulla base di un rapporto di cambio per il quale gli azionisti di Sia riceveranno 1,5761 azioni Nexi per ogni titolo Sia e gli attuali azionisti di Sia riceveranno una quota del 30% circa del capitale del nuovo gruppo. Cdp avrà una quota complessiva di poco superiore al 25% e Mercury ne avrà circa il 23% con un flottante di oltre il 40%. «Il nuovo campione dei pagamenti digitali sarà in grado di competere e crescere a livello internazionale assumendo un ruolo da vero protagonista sul mercato europeo», ha commentato ieri l'ad di Cdp, Fabrizio Palermo. Seguito dai «brindisi» del ministro del Tesoro, Roberto Gualtieri, di quello di Mise, Stefano Patuanelli, del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e anche del premier Giuseppe Conte: «È stato compiuto un nuovo passo per accelerare il processo di digitalizzazione del nostro Paese», ha scritto su Twitter celebrando il ruolo «di investitore di lungo periodo» di Cassa depositi e prestiti.A Palazzo Chigi, al Mef e ai piani alti dei 5 stelle si intestano il successo del matrimonio, dunque. Che però non sarebbe stato mai possibile senza Intesa Sanpaolo che ha fatto da vero perno sistemico all'intera operazione e che, con un occhio al business bancario, sarà azionista del nuovo gruppo con una quota di circa il 7% riducendola dal 12% detenuto attualmente (comprendendo anche la partecipazione che aveva Ubi). A giugno, infatti, Intesa ha perfezionato l'accordo sul trasferimento a Nexi dell'attività di acquiring (cioè il business che connette l'esercente al sistema di pagamenti digitali) attualmente svolta nei confronti di oltre 380.000 punti vendita. Nexi diventa il partner esclusivo di Intesa e quest'ultima, mantenendo la relazione con la propria clientela, distribuisce i servizi di acquiring di Nexi. Intesa ha venduto a Nexi le azioni ricevute a fronte del conferimento e, con parte del corrispettivo, ha acquistato da Mercury il 9,9% di Nexi. La stessa Intesa è anche il perno di un'altra operazione di respiro europeo, ovvero dell'alleanza stretta tra Cdp e Euronext per rilevare Borsa italiana bilanciando il peso dei francesi e alzando barricate su un asset strategico (protetto dalla normativa sul golden power) proprio come le transazioni finanziarie. Il dialogo tra Cassa e il gruppo guidato da Carlo Messina si fa dunque sempre più stretto. Anche perché Cdp può contare su un margine di manovra più ampio mentre quello di Intesa è limitato dalle regole sull'assorbimento di capitale anche in termini di partecipazioni azionario. Nel gioco di equilibrio fra chi fa il «braccio» e chi la «mente» di certe operazioni, chissà se sarà proprio la banca milanese - che già sta svolgendo il ruolo di banca di sistema, a supporto dell'economia in una fase di crisi - a scendere in campo per aiutare i vertici di via Goito a uscire in fretta dalla palude Autostrade in cui sembra essersi ficcato il governo Conte. Vedremo.Nel frattempo, però, Intesa si muove anche su un altro scacchiere. Quello dei grandi patrimoni. Fideuram - Intesa Sanpaolo private banking ha infatti concluso un accordo con il gruppo svizzero Reyl per la costituzione di una partnership strategica. Fideuram acquisirà una partecipazione del 69% in Reyl e conferirà la propria controllata bancaria svizzera Intesa Sanpaolo private bank (Suisse) morval (quest'ultima, comprata nel 2018), a Reyl. Una volta finalizzata l'operazione, Intesa Sanpaolo private bank (Suisse) morval sarà incorporata in Reyl, dando origine a un gruppo bancario privato con sede a Ginevra ma presente anche nell'Unione europea, in America Latina, Medio ed Estremo Oriente. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nozze-nexi-sia-nasce-colosso-da-15-miliardi-2648105817.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="una-holding-con-cdp-per-salvare-i-nostri-stilisti" data-post-id="2648105817" data-published-at="1601921271" data-use-pagination="False"> «Una holding con Cdp per salvare i nostri stilisti» «L'apocalisse dei negozi era già in atto, ma il lockdown le ha fatto fare un balzo in avanti di almeno cinque anni. Se non interverremo subito per salvare il made in Italy, nel giro di poche settimane tanti marchi storici falliranno o verranno comprati dagli stranieri». A parlare è Alessandro Giglio, presidente di Meridiana holding e di Giglio group, specializzato nella logistica e nell'ecommerce (fra i suoi clienti, anche Max Mara), che ha elaborato una proposta per salvare il settore. «A parte poche eccezioni, la maggioranza dei brand di moda italiani che ci hanno resi famosi nel mondo non supera i 200 milioni di euro di fatturato, e non ha la forza e l'organizzazione per spingere le vendite online a livello internazionale. Oggi però i negozi sono vuoti e a trainare le vendite sono le piattaforme web e - questo è il vero futuro - i social network: è in atto una rivoluzione copernicana. Chi non riuscirà a prendere questo treno nel giro di pochissimo sarà spazzato via: parlo di settimane, non di mesi. So che almeno 30 grandi famosi stanno già per dichiarare bancarotta». Qual è la sua idea? «Creare una sorta di consorzio che raggruppi marchi diversi. I singoli brand avrebbero totale autonomia dal punto di vista stilistico, in modo da mantenere la loro identità, ma la holding accentrerebbe settori come l'amministrazione e la logistica, con una riduzione dei costi e un'enorme capacità di penetrazione nei mercati esteri, come quelli asiatici. Noi siamo pronti a investire, insieme a un fondo cinese -già diversi si sono candidati, dobbiamo solo scegliere il partner migliore - e, almeno questo è il progetto, Cassa depositi e prestiti, direttamente o attraverso una sua controllata, con un'uscita programmata a sette anni. Per partire servono circa 60 milioni, quanto costa agli italiani mantenere in vita per un singolo giorno Alitalia. Io ho contattato diversi brand interessati, aspettano solo il progetto operativo che arriverà entro fine mese». Avete già avuto contatti con Cdp? «Abbiamo un appuntamento nei prossimi giorni. Se ci dovesse incomprensibilmente dire di no, al suo posto selezioneremo come terzo partner un altro fondo straniero. Certo, sarebbe meglio avere un supporto istituzionale... Il nostro obiettivo è aiutare le case di moda, frenare la delocalizzazione (produrremmo almeno l'80% dei capi in Italia, non ci limiteremmo ad assemblare pezzi fatti all'estero) e salvare posti di lavoro nell'indotto. A oggi l'export online per l'Italia vale circa l'8%: se salissimo al 30%, che è la media mondiale, il Pil potrebbe crescere dell'1,5-2%. Con Giglio group potremmo fin da subito far entrare i nostri “soci" in 200 marketplace nel mondo». La sua idea è creare un gruppo simile a colossi come i francesi Lvmh e Kering, che controllano marchi anche molto diversi fra loro e che negli ultimi anni hanno fatto shopping in Italia? «No, io penso più a una sorta di consorzio, non a un modello in cui c'è un padrone. D'altra parte, se non agiremo subito i nostri marchi verranno comprati o dai francesi, che se non altro hanno competenza nella moda, o dagli asiatici, a cui però spesso manca l'esperienza nel campo dello stile e della qualità dei capi. Abbiamo visto degli esempi di nomi storici distrutti per questo motivo».
Matteo Salvini (Ansa)
Per due giorni, a giugno, la Lega proverà a fare quello che le squadre di calcio in crisi fanno quando la classifica comincia a far paura: chiudersi in ritiro. Matteo Salvini ha convocato per il 19 e 20 giugno il consiglio federale, i ministri, i governatori, i capigruppo, gli amministratori e i segretari regionali. Una «due giorni di incontri, proposte e programmi». La sede non è stata decisa (Luca Zaia ha già annunciato che non ci sarà), ma dovrebbe essere in Veneto, a pochi giorni di distanza dall’assemblea costituente di Futuro nazionale di Roberto Vannacci (che poi proseguirà con i congressi regionali). Magari a Verona, dove il 25 maggio il generale inaugurerà una nuova sede del suo partito. Il messaggio politico è chiaro: il Carroccio deve serrare le fila prima che la stagione entri nella fase più delicata. Il 2027 si preannuncia denso di appuntamenti elettorali decisivi per il futuro di via Bellerio.
Salvini è milanista e conosce bene la grammatica dei ritiri. Con Massimiliano Allegri, al Milan, si può giocare male ma restare in partita è imperativo. Il punto è che il Carroccio continua a osservare la crescita, sulla destra, di un avversario che conosce bene lo spogliatoio leghista. Il nome è quello di Vannacci. L’ex generale è diventato un problema elettorale. Swg per il tg di La7 colloca la Lega al 6% e Futuro nazionale al 4,1%. Ipsos/Pagnoncelli, sul Corriere, è ancora più severo: Lega al 5,8%, Vannacci al 4,1%. Meno di due punti di distanza.
Dopo le chiusure a possibili alleanze da parte di Massimiliano Romeo, Roberto Occhiuto e Letizia Moratti, Vannacci ha risposto sui social con una frase che suona come un avvertimento: «Poi non si venga a dare la colpa» a me «se questo centrodestra sbiadito, timido, tentennante e moderato finirà per perdere consensi ed elezioni». È una minaccia preventiva: se il centrodestra perde, la colpa non sarà di chi rompe, ma di chi non ha avuto il coraggio di inseguirlo.
Il caso di Laura Ravetto ha reso il problema visibile. La deputata ha lasciato la Lega per aderire a Futuro nazionale. Per un partito abituato a perdere amministratori verso Fdi, vedere una parlamentare passare direttamente al nuovo concorrente di destra è un segnale diverso. Non c’è più solo Meloni a drenare consensi.
La linea ufficiale resta la compattezza. Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro, respinge l’idea di nuovi «campi larghi» a destra costruiti inseguendo i sondaggi. «Il centrodestra è rodato da anni», dice. «Non si fanno campi larghi soltanto perché può essere indicato favorevole o no in un determinato momento dai vari sondaggi». In fin dei conti la Lega si ritrova con tre grossi problemi da risolvere. Il primo è nazionale: dimostrare di essere ancora indispensabile nel centrodestra. L’altro identitario: impedire che l’elettore più arrabbiato trovi in Vannacci un’offerta più chiara. L’ultimo territoriale: difendere il Nord dall’avanzata di Fdi.
Le elezioni comunali di Milano sono il primo banco di prova. Il centrodestra non ha ancora un candidato per il dopo Beppe Sala. Il nome di Maurizio Lupi circola, ma non decolla. Salvini preferisce un profilo civico. Samuele Piscina, segretario milanese del Carroccio, è stato più esplicito: Lupi «non ha il consenso di tutti».
Il secondo fronte è la Regione Lombardia. Da mesi nel centrodestra si ragiona sull’ipotesi di legare politiche, comunali milanesi e regionali lombarde in un election day nel 2027. L’operazione concentrerebbe la mobilitazione nel territorio più forte della coalizione. Ma aprirebbe subito la guerra per il dopo Attilio Fontana. Fratelli d’Italia considera la Lombardia un obiettivo naturale.
Roberto Calderoli prova a raffreddare il dossier. La legislatura, ricordava ieri, scade naturalmente il 13 ottobre 2027. Di voto anticipato, dice, non se ne parla (lo stesso Salvini aveva rettificato la battuta sulla crisi economica che era stata male interpretata). Il messaggio vale per Palazzo Chigi, ma anche per via Bellerio: la Lega non vuole arrivare logorata alla partita finale.
Il ritiro di giugno serve a questo. Allegri direbbe che conta il risultato. Ma qui il punto non è vincere di corto muso. È evitare che la Lega perda, insieme, pezzi a destra e peso al Nord.
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Il segretario di Stato americano Marco Rubio (Ansa)
«La diplomazia rimane la nostra preferenza nei confronti di Cuba. A essere sincero, la probabilità che ciò accada, considerando con chi abbiamo a che fare in questo momento, non è elevata», ha anche detto. Parole, quelle di Rubio, che hanno innescato la reazione piccata del ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, il quale ha tacciato gli Stati Uniti di «istigare un’aggressione militare».
Del resto, che le fibrillazioni tra Washington e L’Avana stessero aumentando, non è una novità. Negli scorsi giorni, il Pentagono ha schierato la portaerei Nimitz nei Caraibi, mentre il Dipartimento di Giustizia americano ha formalmente incriminato l’ex presidente cubano, Raúl Castro, con l’accusa di aver ordinato l’abbattimento di due aerei civili nel 1996. L’intelligence statunitense ritiene inoltre che dal 2023 il regime castrista abbia acquistato 300 droni da Russia e Iran: materiale bellico che, secondo Washington, Cuba starebbe valutando di usare per colpire obiettivi statunitensi. Sempre negli scorsi giorni, i servizi segreti americani avrebbero anche studiato le possibili reazioni dell’Avana a un eventuale attacco militare da parte di Washington. Tutto questo, senza trascurare che giovedì l’Ice ha arrestato a Miami Adys Lastres Morera. Si tratta della sorella di Ania Guillermina Lastres Morera, che, in qualità di presidente esecutivo, è a capo di Gaesa: conglomerato di imprese in mano ai militari cubani, che è sotto sanzioni statunitensi.
La tensione è significativamente aumentata dopo che i negoziati tra Usa e Cuba sono finiti in stallo. Washington ha offerto aiuti umanitari e sostegno infrastrutturale a patto che il regime castrista allenti la repressione, liberi i prigionieri politici ed entri de facto nell’orbita geopolitica statunitense. Per convincere L’Avana ad accettare, la scorsa settimana si era recato sull’isola anche il direttore della Cia, John Ratcliffe, incontrando vari alti funzionari cubani. Ciononostante il processo diplomatico non si è realmente sbloccato: un fattore che ha irritato notevolmente la Casa Bianca. Mosca e Pechino, dal canto loro, hanno espresso solidarietà nei confronti del regime castrista. Tuttavia, al di là delle dichiarazioni, non sembra che stiano offrendo chissà quale sostegno concreto all’Avana contro Washington, replicando un po’ un copione già visto ai tempi della cattura di Nicolás Maduro lo scorso gennaio.
Del resto, la strategia cubana di Trump si inserisce nella sua riedizione della Dottrina Monroe, volta a estromettere il più possibile Cina, Russia e Iran dall’Emisfero occidentale. Il presidente americano è, in un certo senso, invogliato ad agire proprio in considerazione del mancato sostegno concreto arrivato al regime di Maduro da Mosca e Pechino l’anno scorso. Ma attenzione: non c’è solo il tema geopolitico. La pressione su Cuba è finalizzata anche a mantenere il sostegno dell’elettorato anticastrista, di cui è ricco uno Stato cruciale come la Florida. Quella Florida di cui Rubio è stato senatore dal 2011 al 2025. Del resto, la questione non riguarda solo le Midterm di novembre. Non è infatti un mistero che Rubio sia considerato, insieme a JD Vance, uno dei possibili candidati alla nomination presidenziale repubblicana del 2028.
D’altronde, se il vicepresidente americano sta cercando di rafforzarsi nella gestione del processo diplomatico iraniano, il segretario di Stato si mantiene proattivo su due fronti: la promozione della Dottrina Monroe e la cura del dossier europeo. «Le opinioni del presidente, la delusione nei confronti di alcuni dei nostri alleati della Nato e della loro reazione alle nostre operazioni in Medio Oriente sono ben documentate», ha detto ieri, durante il vertice dei ministri degli Esteri della Nato a Helsingborg. Ha poi specificato che tali questioni dovranno essere «affrontate» nel corso del summit dell’Alleanza atlantica che si terrà a luglio ad Ankara. «È ovvio che gli Stati Uniti continuano ad avere impegni globali che devono onorare in termini di dispiegamento delle forze armate. E questo ci impone costantemente di riesaminare dove schieriamo le truppe», ha anche detto. Non dimentichiamo che, dopo aver annunciato il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania, Trump ha comunicato l’invio di altrettanti militari in Polonia, legando esplicitamente la decisione al suo stretto rapporto con il presidente polacco, Karol Nawrocki. Questo testimonia la relazione articolata che vige tra il presidente americano e gli alleati della Nato. In tal senso, Trump si appoggia a Rubio perché si tratta della figura più focalizzata, all’interno della sua amministrazione, a mantenere in piedi le relazioni transatlantiche.
Insomma, il segretario di Stato (che in quanto consigliere per la sicurezza nazionale ad interim della Casa Bianca lavora a stretto contatto col presidente) sta gestendo due dossier - quello caraibico e quello europeo - di primo piano, tenendosi invece meno esposto rispetto alla spinosa questione iraniana, su cui lavora maggiormente Vance. È quindi chiaro come le principali partite geopolitiche che Washington si sta trovando ad affrontare vadano a intersecarsi con la campagna elettorale (ancora embrionale) del 2028.
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La casa circondariale di Perugia (Ministero Giustizia)
Cannevale, mercoledì, in un’intervista a questo giornale, aveva raccontato una storia incredibile: nel carcere di Perugia, le quattro salette colloqui sono state sottoposte a intercettazioni indiscriminate e sono stati ascoltati non solo un avvocato indagato e il suo cliente (entrambi sono sotto inchiesta per associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti), ma anche molti altri legali che con quella vicenda non hanno nulla a che vedere. E, fatto ancora più incredibile, quelle intercettazioni non solo non sono state interrotte o distrutte, ma sono state ascoltate e, benché ritenute irrilevanti, sono state inserite nel materiale investigativo e poste a disposizione delle parti processuali. «Con ciò moltiplicando e aggravando la violazione già consumata», evidenziano i penalisti.
Cannevale ci dà un aggiornamento della situazione, per come sta emergendo da un’attenta analisi degli atti processuali: «La collega Silvia Lorusso sta proseguendo l’ascolto delle registrazioni, nei limiti delle esigenze di difesa, ed è arrivata a individuare almeno 40 colloqui intercettati senza autorizzazione. Alla collega sembra di aver riconosciuto le voci di 12 o 13 avvocati illegittimamente intercettati. Una cosa curiosa, diciamo così, è che almeno una di queste registrazioni non autorizzate, nella quale si vede e si sente un avvocato a noi sconosciuto parlare con il suo cliente, ci è stata data in copia dalla Procura: l’hanno messa nello stesso file di un colloquio che ritenevano rilevante per le indagini».
In una di queste conversazioni è stata anticipata all’accusa anche la strategia processuale messa a punto da un avvocato in un procedimento diverso da quello per cui sono state attivate le captazioni: infatti il procuratore facente funzioni Gennario Iannarone è titolare pure di quel secondo fascicolo, oltre che di quello da cui è partito tutto.
La giunta dell’Unione delle Cameri penali italiane ha diramato ieri una delibera durissima su questa «sistematica e indiscriminata captazione dei colloqui tra detenuti e i propri difensori».
Nel documento i penalisti hanno riportato punto per punto quanto denunciato da Cannevale nell’intervista e le violazioni al diritto alla difesa da lui elencate.
Per gli avvocati «i fatti emersi a Perugia non possono essere confinati nella dimensione di una patologia locale o di un mero errore procedurale» e, per questo, «l’Unione delle Camere penali, portatrice dei valori del giusto processo e dei diritti della difesa» fa sapere di non poter «rimanere in silenzio dinanzi a violazioni di tale gravità».
I penalisti richiamano «con forza l’attenzione dell’opinione pubblica, delle istituzioni parlamentari e giudiziarie sul tema dell’effettività del segreto dei colloqui difensivi nei luoghi di detenzione» e chiedono che «le autorità competenti, ivi incluso il Consiglio superiore della magistratura, verifichino i fatti accaduti e ne traggano le conseguenze disciplinari e ordinamentali del caso».
Isabella Bertolini, consigliere laico in quota Fdi di Palazzo Bachelet, ha preso in carico la pratica: «Quanto emerso a Perugia rappresenta, qualora fosse appurato, un fatto gravissimo che colpisce l’inviolabile diritto alla difesa per qualsiasi persona sottoposta ad indagine penale, garantito dalla Costituzione. Mi attiverò al Consiglio superiore della magistratura per contribuire a fare chiarezza su quanto realmente accaduto».
La giunta dell’Unione Camere penali, di fronte a questo quadro preoccupante, ha deliberato «l’astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria nel settore penale» per cinque giorni, dall’8 al 12 giugno e ha indetto «una manifestazione nazionale che si terrà l’11 giugno 2026 a Perugia».
La delibera, firmata dal segretario Rinaldo Romanelli e dal presidente Francesco Petrelli, è stata inviata al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ai presidenti delle Camere, al premier Giorgia Meloni e al ministro della Giustizia Carlo Nordio. Il tutto per evitare che «episodi di questo genere», in mancanza di «risposta istituzionale e di adeguata denuncia pubblica» diventino «prassi consolidata».
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