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2025-02-01
I nordcoreani si son rivelati soldatini. Spariti dal fronte dopo le batoste
(Ansa)
«I soldati nordcoreani inviati da Pyongyang per contrastare l’offensiva ucraina nel Kursk in Russia si sono ritirati dal fronte a causa di ingenti perdite inflitte dall’esercito di Kiev». A rivelarlo ieri è stato il New York Times in base a informazioni ricevute da alcuni funzionari americani e ucraini, secondo cui nella regione al confine tra i due Paesi, e in particolare nella prima linea dei combattimenti, non ci sono più tracce delle truppe di Kim Jong-un da ormai tre settimane. La notizia è stata immediatamente confermata dall’esercito ucraino ma smentita, senza troppa convinzione, dal Cremlino che ha parlato di «opinioni false» e «speculazioni deliranti» del quotidiano statunitense. Il portavoce delle Forze speciali ucraine, Oleksandre Kindratenko, interrogato sull’argomento dall’Afp, ha spiegato: «Nelle ultime tre settimane non abbiamo visto o rilevato alcuna attività o scontro armato con i nordcoreani. Pertanto riteniamo che si siano ritirati a causa delle pesanti perdite subite». Il generale ucraino Oleksandr Syrsky ha fatto sapere che in appena tre mesi il suo esercito è riuscito a dimezzare i ranghi nordcoreani. Da Mosca è invece intervenuto Dmitry Peskov. Il portavoce del Cremlino ha affermato all’agenzia di stampa Tass di non voler commentare quanto scritto dal Nyt, limitandosi a dire: «Ci sono molti ragionamenti diversi, giusti e sbagliati, deliranti e che distorcono la realtà. Probabilmente non è corretto per noi commentare ogni volta e non lo faremo». Descritti dai militari di Kiev come «feroci guerrieri» ma «disorganizzati» e «privi di coesione con le unità russe», secondo quanto appreso dal New York Times, gli 11.000 uomini nordcoreani inviati lo scorso novembre a combattere nel Kursk sarebbero stati lasciati allo sbaraglio con una quantità limitata di mezzi blindati e senza un piano strategico adeguato a fronteggiare il fuoco nemico. Tuttavia, altre fonti americane, suggeriscono che non si tratti di un ritiro definitivo ma soltanto di un periodo utile a riorganizzarsi in seguito alle gravi perdite subite; mentre da Seul fanno sapere che la Corea del Nord starebbe preparando un nuovo contingente da mandare in Russia per rimpiazzare le perdite subite, ma non solo. Secondo il numero uno dell’intelligence militare ucraina, Kyrylo Budanov, nelle prossime intenzioni di Pyongyang ci sarebbe anche l’invio di oltre 100 sistemi di artiglieria a lunga gittata Koksan M1989 da 170 mm, conosciuti anche come «cannoni Juche» che l’industria bellica nordcoreana avrebbe sviluppato in caso di conflitto con la Corea del Sud.
Nel frattempo, nel Kursk, le truppe ucraine provano a trarre vantaggio di questa situazione mettendo a segno alcuni attacchi. Uno di questi ieri ha colpito e distrutto una postazione di comando dell’esercito russo. Difesa aerea russa che nella notte tra giovedì e venerdì ha dovuto abbattere 49 droni lanciati dalle forze ucraine in sette regioni del Paese. I detriti di uno dei velivoli intercettati dalla contraerea hanno mandato in fiamme una raffineria nella regione di Volgograd, causando un ferito. Sempre nel Kursk, il Comitato investigativo russo ha reso noto ieri di aver arrestato il comandante dell’11ª compagnia del quarto battaglione ucraino, Yevgeny Fabrisenko, accusato di aver commesso crimini contro civili uccidendo 22 persone nel villaggio di Russkoye Porechnoye.
Il fronte caldo del conflitto, però, continua a essere Pokrovsk, un punto logistico strategico nel Donetsk che collega l’Ucraina orientale a quella occidentale e considerato ora lo snodo cruciale della guerra in quanto potrebbe aprire alla Russia la strada che porta a Kiev. A Pokrovsk, dove è stata chiusa la più importante miniera di carbone del Paese e le autorità ucraine hanno fatto sapere che la popolazione è passata da 60.000 a 7.000 abitanti dall’inizio delle ostilità, l’esercito di Mosca dopo la conquista del villaggio di Novovasylivka sta puntando ad accerchiare l’intera zona e avvicinarsi alla regione di Dnipro. Ieri il presidente Volodymyr Zelensky è intervenuto per commentare l’attacco russo su un edificio residenziale a Sumy che ha causato nove morti e 13 feriti: «Questo è il marchio di fabbrica della Russia: distruggere la vita di molte famiglie, l’intera casa. Ogni attacco russo di questo tipo deve avere una risposta da parte del mondo: il terrore non deve rimanere impunito», ha detto il leader ucraino. «La risposta più efficace consiste nel sostenere il nostro popolo e il nostro Stato, nel mantenere la pressione sulla Russia che deve essere costretta alla pace. La causa di questa guerra è da ricercare esclusivamente nella Russia». Un appello immediatamente raccolto dalla Finlandia, tra i Paesi europei più interessati e preoccupati dalle minacce di Vladimir Putin, con il presidente della Repubblica che ha accolto ieri la proposta del governo di Helsinki di consegnare a Kiev il proprio 27° carico di equipaggiamenti di difesa. Un nuovo pacchetto di aiuti di 198 milioni di euro che fa salire il valore totale delle attrezzature per la difesa fornite fin qui all’Ucraina dal Paese scandinavo a 2,5 miliardi. Zelensky starebbe anche valutando la possibilità di abbassare l’età della mobilitazione militare dagli attuali 25 anni a 18. «L’Ucraina sta assistendo a un genocidio contro la sua stessa popolazione da parte di coloro che sono stati eletti dal popolo ucraino come leader», ha commentato la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, scordandosi forse che il Cremlino prese la stessa decisione nel 2022.
«Israeliani prigionieri in basi Onu»
Ieri le Brigate Al Qassam, l’ala militare di Hamas, hanno reso noti i nomi di tre ostaggi che saranno liberati oggi in base all’intesa raggiunta con Israele per la tregua a Gaza. Si tratta di Ofer Calderon (54), Keith Siegel (65) e Yarden Bibas (35) -sua moglie Shiri (32) e i loro due figli, Ariel e Kfir, sono ancora prigionieri di Hamas a Gaza. Israele teme che la moglie e i figli di Yarden -Kfir che oggi ha due anni e Ariel di cinque- siano stati uccisi durante la prigionia. Israele auspica che l’organizzazione jihadista rispetti l’impegno di liberare gli ostaggi senza ripetere le scene sconvolgenti avvenute giovedì mattina durante il rilascio di Agam Berger, Arbel Yehud e Gadi Mozes, quando una folla inferocita li ha circondati al momento della consegna. Il governo israeliano ha reagito con indignazione, inviando un messaggio ai mediatori in cui ha chiarito che non tollererà un’altra situazione in cui gli abitanti di Gaza accerchino e spingano i veicoli della Croce Rossa che trasportano gli ostaggi, mettendo a rischio la loro sicurezza nel momento stesso della liberazione. Una volta che i tre ostaggi saranno al sicuro in Israele verranno liberati 90 detenuti palestinesi, tra cui nove che sono stati condannati all’ergastolo. L’annuncio è stato dato dall’ufficio di Hamas per gli affari dei prigionieri, dopo che Israele ha confermato di aver ricevuto i nomi dei tre ostaggi che saranno liberati a Gaza. Shlomi Berger, il padre della soldatessa Agam Berger liberata giovedì, ha ringraziato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump per il rilascio della figlia: «Grazie, grazie per la vostra cura e per averci fatto fare a tutti la cosa giusta. Non dimenticheremo mai il vostro aiuto, la vostra generosità e la vostra leadership, Dio benedica gli Stati Uniti d’America». Il Regno Unito, la Francia e la Germania ieri hanno ribadito la loro «grave preoccupazione» per l’attuazione da parte di Israele della legge che proibisce ogni contatto tra i suoi funzionari e l’Unwra, l’agenzia dell’Onu di sostegno ai rifugiati palestinesi: «Esortiamo il governo di Israele a lavorare con i partner internazionali, tra cui l’Onu, per garantire la continuità delle operazioni», si legge in una dichiarazione congiunta di Londra, Parigi e Berlino, pubblicata dal governo britannico. Israele non intende dare seguito a queste sollecitazioni specie dopo le testimonianze degli ostaggi che raccontano di essere stati tenuti prigionieri nelle strutture dell’Unrwa. Ad esempio, la cittadina israelo-britannica Emily Damari era tenuta in ostaggio da Hamas in una delle strutture dell’Unrwa. Lo ha dichiarato sua madre Mandy, in un colloquio con il primo ministro britannico Keir Starmer che ha ringraziato «per l’aiuto fornito per riportare Emily a casa». «Hamas ha tenuto Emily nelle strutture dell’Unrwa e le ha negato l’accesso alle cure mediche dopo averle sparato due volte», ha raccontato Mandy Damari a Starmer. «È un miracolo che sia sopravvissuta e adesso dobbiamo portare aiuti agli ostaggi rimasti» nella Striscia di Gaza, ha aggiunto la donna. La direttrice delle comunicazioni dell’Unrwa Juliette Touma ha dichiarato in videoconferenza con i giornalisti accreditati dalle Nazioni Unite a Ginevra: «Le nostre squadre continuano a prestare servizio nonostante l’impatto che questo conflitto ha avuto su di loro e sulle loro famiglie. Siamo impegnati a rimanere e a prestare soccorso a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est». Infine, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha parlato della prossima missione italiana a Rafah: «Stanno arrivando i nostri carabinieri a Rafah quindi io spero di poterli incontrare ad Ashdod a inizio febbraio quando andrò ad accogliere le navi italiane che portano beni alimentari e non con i 15 tir del progetto Food for Gaza».
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Fonti americane e ucraine attestano il ritiro delle armate di Kim dalla zona del Kursk: Mosca smentisce senza troppa convinzione. La Russia preme forte su Pokrovsk, snodo logistico cruciale nel Donetsk.La madre di una rapita confessa: «Era detenuta in una struttura dell’Unrwa». Tra i rilasciati di oggi, Yarden Bibas, padre di due bimbi ancora nelle mani di Hamas.Lo speciale contiene due articoli.«I soldati nordcoreani inviati da Pyongyang per contrastare l’offensiva ucraina nel Kursk in Russia si sono ritirati dal fronte a causa di ingenti perdite inflitte dall’esercito di Kiev». A rivelarlo ieri è stato il New York Times in base a informazioni ricevute da alcuni funzionari americani e ucraini, secondo cui nella regione al confine tra i due Paesi, e in particolare nella prima linea dei combattimenti, non ci sono più tracce delle truppe di Kim Jong-un da ormai tre settimane. La notizia è stata immediatamente confermata dall’esercito ucraino ma smentita, senza troppa convinzione, dal Cremlino che ha parlato di «opinioni false» e «speculazioni deliranti» del quotidiano statunitense. Il portavoce delle Forze speciali ucraine, Oleksandre Kindratenko, interrogato sull’argomento dall’Afp, ha spiegato: «Nelle ultime tre settimane non abbiamo visto o rilevato alcuna attività o scontro armato con i nordcoreani. Pertanto riteniamo che si siano ritirati a causa delle pesanti perdite subite». Il generale ucraino Oleksandr Syrsky ha fatto sapere che in appena tre mesi il suo esercito è riuscito a dimezzare i ranghi nordcoreani. Da Mosca è invece intervenuto Dmitry Peskov. Il portavoce del Cremlino ha affermato all’agenzia di stampa Tass di non voler commentare quanto scritto dal Nyt, limitandosi a dire: «Ci sono molti ragionamenti diversi, giusti e sbagliati, deliranti e che distorcono la realtà. Probabilmente non è corretto per noi commentare ogni volta e non lo faremo». Descritti dai militari di Kiev come «feroci guerrieri» ma «disorganizzati» e «privi di coesione con le unità russe», secondo quanto appreso dal New York Times, gli 11.000 uomini nordcoreani inviati lo scorso novembre a combattere nel Kursk sarebbero stati lasciati allo sbaraglio con una quantità limitata di mezzi blindati e senza un piano strategico adeguato a fronteggiare il fuoco nemico. Tuttavia, altre fonti americane, suggeriscono che non si tratti di un ritiro definitivo ma soltanto di un periodo utile a riorganizzarsi in seguito alle gravi perdite subite; mentre da Seul fanno sapere che la Corea del Nord starebbe preparando un nuovo contingente da mandare in Russia per rimpiazzare le perdite subite, ma non solo. Secondo il numero uno dell’intelligence militare ucraina, Kyrylo Budanov, nelle prossime intenzioni di Pyongyang ci sarebbe anche l’invio di oltre 100 sistemi di artiglieria a lunga gittata Koksan M1989 da 170 mm, conosciuti anche come «cannoni Juche» che l’industria bellica nordcoreana avrebbe sviluppato in caso di conflitto con la Corea del Sud.Nel frattempo, nel Kursk, le truppe ucraine provano a trarre vantaggio di questa situazione mettendo a segno alcuni attacchi. Uno di questi ieri ha colpito e distrutto una postazione di comando dell’esercito russo. Difesa aerea russa che nella notte tra giovedì e venerdì ha dovuto abbattere 49 droni lanciati dalle forze ucraine in sette regioni del Paese. I detriti di uno dei velivoli intercettati dalla contraerea hanno mandato in fiamme una raffineria nella regione di Volgograd, causando un ferito. Sempre nel Kursk, il Comitato investigativo russo ha reso noto ieri di aver arrestato il comandante dell’11ª compagnia del quarto battaglione ucraino, Yevgeny Fabrisenko, accusato di aver commesso crimini contro civili uccidendo 22 persone nel villaggio di Russkoye Porechnoye.Il fronte caldo del conflitto, però, continua a essere Pokrovsk, un punto logistico strategico nel Donetsk che collega l’Ucraina orientale a quella occidentale e considerato ora lo snodo cruciale della guerra in quanto potrebbe aprire alla Russia la strada che porta a Kiev. A Pokrovsk, dove è stata chiusa la più importante miniera di carbone del Paese e le autorità ucraine hanno fatto sapere che la popolazione è passata da 60.000 a 7.000 abitanti dall’inizio delle ostilità, l’esercito di Mosca dopo la conquista del villaggio di Novovasylivka sta puntando ad accerchiare l’intera zona e avvicinarsi alla regione di Dnipro. Ieri il presidente Volodymyr Zelensky è intervenuto per commentare l’attacco russo su un edificio residenziale a Sumy che ha causato nove morti e 13 feriti: «Questo è il marchio di fabbrica della Russia: distruggere la vita di molte famiglie, l’intera casa. Ogni attacco russo di questo tipo deve avere una risposta da parte del mondo: il terrore non deve rimanere impunito», ha detto il leader ucraino. «La risposta più efficace consiste nel sostenere il nostro popolo e il nostro Stato, nel mantenere la pressione sulla Russia che deve essere costretta alla pace. La causa di questa guerra è da ricercare esclusivamente nella Russia». Un appello immediatamente raccolto dalla Finlandia, tra i Paesi europei più interessati e preoccupati dalle minacce di Vladimir Putin, con il presidente della Repubblica che ha accolto ieri la proposta del governo di Helsinki di consegnare a Kiev il proprio 27° carico di equipaggiamenti di difesa. Un nuovo pacchetto di aiuti di 198 milioni di euro che fa salire il valore totale delle attrezzature per la difesa fornite fin qui all’Ucraina dal Paese scandinavo a 2,5 miliardi. Zelensky starebbe anche valutando la possibilità di abbassare l’età della mobilitazione militare dagli attuali 25 anni a 18. «L’Ucraina sta assistendo a un genocidio contro la sua stessa popolazione da parte di coloro che sono stati eletti dal popolo ucraino come leader», ha commentato la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, scordandosi forse che il Cremlino prese la stessa decisione nel 2022.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nordcoreani-soldatini-2671066983.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="israeliani-prigionieri-in-basi-onu" data-post-id="2671066983" data-published-at="1738420600" data-use-pagination="False"> «Israeliani prigionieri in basi Onu» Ieri le Brigate Al Qassam, l’ala militare di Hamas, hanno reso noti i nomi di tre ostaggi che saranno liberati oggi in base all’intesa raggiunta con Israele per la tregua a Gaza. Si tratta di Ofer Calderon (54), Keith Siegel (65) e Yarden Bibas (35) -sua moglie Shiri (32) e i loro due figli, Ariel e Kfir, sono ancora prigionieri di Hamas a Gaza. Israele teme che la moglie e i figli di Yarden -Kfir che oggi ha due anni e Ariel di cinque- siano stati uccisi durante la prigionia. Israele auspica che l’organizzazione jihadista rispetti l’impegno di liberare gli ostaggi senza ripetere le scene sconvolgenti avvenute giovedì mattina durante il rilascio di Agam Berger, Arbel Yehud e Gadi Mozes, quando una folla inferocita li ha circondati al momento della consegna. Il governo israeliano ha reagito con indignazione, inviando un messaggio ai mediatori in cui ha chiarito che non tollererà un’altra situazione in cui gli abitanti di Gaza accerchino e spingano i veicoli della Croce Rossa che trasportano gli ostaggi, mettendo a rischio la loro sicurezza nel momento stesso della liberazione. Una volta che i tre ostaggi saranno al sicuro in Israele verranno liberati 90 detenuti palestinesi, tra cui nove che sono stati condannati all’ergastolo. L’annuncio è stato dato dall’ufficio di Hamas per gli affari dei prigionieri, dopo che Israele ha confermato di aver ricevuto i nomi dei tre ostaggi che saranno liberati a Gaza. Shlomi Berger, il padre della soldatessa Agam Berger liberata giovedì, ha ringraziato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump per il rilascio della figlia: «Grazie, grazie per la vostra cura e per averci fatto fare a tutti la cosa giusta. Non dimenticheremo mai il vostro aiuto, la vostra generosità e la vostra leadership, Dio benedica gli Stati Uniti d’America». Il Regno Unito, la Francia e la Germania ieri hanno ribadito la loro «grave preoccupazione» per l’attuazione da parte di Israele della legge che proibisce ogni contatto tra i suoi funzionari e l’Unwra, l’agenzia dell’Onu di sostegno ai rifugiati palestinesi: «Esortiamo il governo di Israele a lavorare con i partner internazionali, tra cui l’Onu, per garantire la continuità delle operazioni», si legge in una dichiarazione congiunta di Londra, Parigi e Berlino, pubblicata dal governo britannico. Israele non intende dare seguito a queste sollecitazioni specie dopo le testimonianze degli ostaggi che raccontano di essere stati tenuti prigionieri nelle strutture dell’Unrwa. Ad esempio, la cittadina israelo-britannica Emily Damari era tenuta in ostaggio da Hamas in una delle strutture dell’Unrwa. Lo ha dichiarato sua madre Mandy, in un colloquio con il primo ministro britannico Keir Starmer che ha ringraziato «per l’aiuto fornito per riportare Emily a casa». «Hamas ha tenuto Emily nelle strutture dell’Unrwa e le ha negato l’accesso alle cure mediche dopo averle sparato due volte», ha raccontato Mandy Damari a Starmer. «È un miracolo che sia sopravvissuta e adesso dobbiamo portare aiuti agli ostaggi rimasti» nella Striscia di Gaza, ha aggiunto la donna. La direttrice delle comunicazioni dell’Unrwa Juliette Touma ha dichiarato in videoconferenza con i giornalisti accreditati dalle Nazioni Unite a Ginevra: «Le nostre squadre continuano a prestare servizio nonostante l’impatto che questo conflitto ha avuto su di loro e sulle loro famiglie. Siamo impegnati a rimanere e a prestare soccorso a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est». Infine, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha parlato della prossima missione italiana a Rafah: «Stanno arrivando i nostri carabinieri a Rafah quindi io spero di poterli incontrare ad Ashdod a inizio febbraio quando andrò ad accogliere le navi italiane che portano beni alimentari e non con i 15 tir del progetto Food for Gaza».
(IStock)
Ieri, a un processo in corso a Torino, un colonnello dei carabinieri ha raccontato come testimone una storia allucinante. Una storia di bambini che sarebbero stati manipolati per pilotare i giudici. Quei bambini erano stati affidati a una coppia di donne e alla vigoria di un’udienza sarebbe stato fatto vedere loro un documentario sui lager e su come i nazisti strappavano le mamme ai figlioletti.
La testimonianza choc è stata resa in aula dal colonnello Vincenzo Bertè, l’ufficiale dell’Arma che ha coordinato le indagini, al processo per le irregolarità nelle procedure di affidamento di due bambini nigeriani a una coppia di donne gay, entrambe imputate insieme alla psicoterapeuta Nadia Bolognini. La dottoressa è l’ex moglie di Claudio Foti, lo specialista processato e poi assolto per lo scandalo Bibbiano. Il colonnello ha raccontato che «le affidatarie dei bambini hanno tentato di manipolarne le menti per pilotare le decisioni del giudice. Una volta, alla vigilia di un’udienza, gli fecero vedere un docufilm su un campo di concentramento: c’erano dei bimbi che volevano la mamma, e un uomo in camice bianco arrivava e li mandava nei forni crematori».
I fatti si sono svolti tra il 2013 e il 2021 e il processo di questi giorni non ha avuto vita facile. Il procedimento non ha sposato la tesi iniziale della Procura sull’esistenza di un «sistema Bibbiano» anche nel capoluogo piemontese. All’udienza preliminare, nel 2024, il gup decise il non luogo a procedere per alcune operatrici e per i dirigenti dei servizi sociali del Comune. Tuttavia, sono rimaste in piedi le accuse di maltrattamenti e di frode processuale per la singola vicenda dei bimbi nigeriani affidati alla coppia di signore torinesi. Quando in aula sono risuonate le accuse dell’ufficiale dei carabinieri, le difese degli imputati hanno contestato l’andamento della testimonianza. «Le sue sono interpretazioni personali», hanno detto i difensori, e «lei sta omettendo una parte della storia per costruire una narrazione differente». Il pm Giulia Rizzo invece ha fatto notare che il colonnello «sta soltanto riassumendo le evidenze da cui sono state tratte le notizie di reato», ricordando che «noi abbiamo il dovere di spiegare come è nato il procedimento in corso». Il tribunale ha sostanzialmente recepito le obiezioni degli avvocati, ma ha voluto che il testimone, senza indugiare in valutazioni, leggesse il contenuto di alcune intercettazioni ambientali e telefoniche. E i giudici hanno anche sottolineato che il materiale proveniente dalle indagini della procura di Reggio Emilia sul caso Bibbiano non è di interesse, a meno che non riguardi l’episodio specifico di Torino. Insomma, niente rivincite, in un senso o nell’altro.
Ad ottobre del 2022, quando la Procura di Torino aveva chiuso le indagini, aveva segnalato la manipolazione dei bambini contro i genitori naturali e oltre a non meglio specificate «testimonianze pilotate» (oggi si è scoperto come) aveva parlato di «relazioni infondate». Il proscioglimento di nove persone tra poliziotti, assistenti sociali e personale del Comune ha portato a escludere l’esistenza di una «Bibbiano piemontese» e questo processo è andato avanti nel silenzio e nel disinteresse generale, ma ora rischia di presentare il conto anche a un certo modo di concepire la famiglia e la genitorialità «diffusa». La dottoressa Bolognini era stata chiamata in causa come consulente dalle due signore affidatarie e aveva ipotizzato nientemeno che una condotta sessualizzata dei bambini. Un esito decisamente imprevedibile per la vera madre nigeriana, che aveva chiesto aiuto semplicemente perché non riusciva più a mantenerli. Stando alle indagini dei carabinieri, poi, a dare una mano alle due nuove mamme nella loro battaglia sarebbero stati anche alcuni poliziotti (prosciolti), colleghi di una delle due donne affidatarie. Scrivevano i pm che avrebbero assunto informazioni sui genitori naturali dei bambini così da «screditarli e dimostrare l’incapacità genitoriale».
Una vicenda, come si vede, complicata e dolorosa e dove, come insegna il passato, gli imputati possono diventare vittime e viceversa. Tuttavia, oggi fanno riflettere le parole, calibratissime, scritte ieri dal giudice Antonio Sangermano parlando di tutt’altro, ovvero del referendum sulla riforma Nordio. La toga toscana, che è favore del «sì», spiegava i mali delle correnti politicizzate dell’Anm «che si autodefiniscono orgogliosamente «progressiste», le quali teorizzano e rivendicano la cosiddetta «militanza civica» e che mostrano, in alcuni loro esponenti, evidenti tratti di ideologicizzazione». E poi faceva un esempio di questi campi di battaglia parlando di «propensione a egemonizzare culturalmente interi settori strategici della giurisdizione, quali almeno la materia della famiglia, dei cosiddetti «nuovi diritti», dell’immigrazione e del diritto minorile». Sono quattro temi e sono tutti e quattro presenti in questa orrenda storia torinese.
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(IStock)
Insomma, a leggere la «nota relativa al turno esterno del pm minorile», le forze dell’ordine sono troppo zelanti ed eccedono nei controlli notturni. Così, appunto, sul tavolo del procuratore Patrizia Imperato sono arrivate le lamentele di una decina di sostituiti procuratori, i quali tutti assieme hanno «rappresentato che la reperibilità telefonica ci rende destinatari di continui contatti telefonici non doverosi per legge, nei quali il chiamante (gli agenti delle forze dell’ordine, ndr) richiede al pmm (pubblico ministero minorile, ndr) una consulenza sugli adempimenti da seguire quando nelle attività di pg (polizia giudiziaria, ndr) viene coinvolto un minore». In poche parole, se abbiamo capito bene, in strada gli agenti non sanno bene le procedure da seguire.
Come a dire che va bene «far seguire sempre le linee guida della Procura nel best interest of the child (testuale…)» e, quindi, «a collaborare per gli scopi perseguiti dagli operatori di strada», ma non esageriamo ad andare «ben oltre i contatti orali doverosi».
Da qui la richiesta corale dei sostituti procuratori: «Con la presente missiva si chiede di invitare le FF.OO. (forze dell’ordine, ndr), durante le ore notturne dalle 23 alle 7, a evitare contatti telefonici con problematiche nelle quali non è previsto dalla legge la comunicazione orale immediata; limitando (tutta questa parte è scritta in neretto, ndr) i contatti telefonici notturni soltanto ad arresti o fermi di minorenni; rapina e violenza sessuale riconducibili a minorenni in identificazione».
Lo abbiamo scritto fin da subito: la colpa è nostra che non capiamo. Ma evidentemente nemmeno tra polizia, carabinieri e Guardia di finanza hanno chiara la situazione. Noi, per esempio, non capiamo quali sono gli eccessi (non vorrei chiamarle seccature per non mancare di rispetto ad alcuno) degli agenti. In tal senso non ci aiuta nemmeno l’ultimo capoverso della «lamentela» scritta dai sostituti procuratori all’indirizzo del procuratore. «Per meglio conseguire questo scopo», si legge, «si richiede di impartire ai carabinieri del presidio minorile che smistano le telefonate, l’ordine di filtrare le stesse limitando i contatti telefonici notturni dalle 23 alle 7 ai soli casi di arresti o fermi di minorenni; omicidio e tentato omicidio riconducibili ad azioni di minorenni; rapina e violenza sessuale riconducibili a minorenni in identificazione».
In poche parole, per dirla con il procuratore Patrizia Imperato che ha firmato la nota, «durante il turno di reperibilità» si chiede di «limitare le telefonate notturne alle sole telefonate necessarie». Per il resto, si prega di chiamare «dopo le 7 del mattino» anche perché, si sostiene, «il più delle volte l’intervento immediato spetta ai servizi sociali».
Non mettiamo in dubbio che tutto questo sia utile «a ottimizzare il lavoro congiunto di Procura e forze dell’ordine», ma a leggerlo così sembra quasi una nota per non appesantire i sostituti in turno notturno. Come se fossero gli unici a sentire il peso delle nottate passate a lavorare. Cosa che tra l’altro fanno anche gli agenti delle forze dell’ordine, i medici e gli infermieri negli ospedali e non pochi altri lavoratori. Ma, ripeto, la colpa è nostra che non capiamo. E stiamo esagerando con le emergenze giovanili e quant’altro.
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Mauro Glorioso, vittima dell'episodio di violenza dei Murazzi, nel giorno della sua laurea (Ansa)
È stata scarcerata in largo anticipo Denise, la ragazza condannata per aver partecipato «in concorso morale» con il branco al tentato omicidio dello studente Mauro Glorioso, colpito tre anni fa da una bicicletta elettrica lanciata dai Murazzi a Torino. E a Milano il Tar ha sospeso i Daspo urbani a quattro degli autori degli atti di teppismo in stazione Centrale durante la violenta manifestazione pro Pal di settembre. Due pugni nello stomaco al principio di legalità e alla certezza della pena, ormai derubricata da architrave del diritto penale a materiale da convegno di giurisprudenza. In 24 ore ogni proposito per ristabilire un confine fra chi delinque e le sue vittime si è disintegrato con la fattiva collaborazione dei tribunali: chi ha concorso (anche se non materialmente) a costringere per tutta la vita su una sedia a rotelle un ragazzo può già pensare a frequentare corsi di boxe e di tatuaggio. E chi ha sfasciato vetrine, aggredito poliziotti e messo a ferro e fuoco un quartiere di Milano può ordinare una pizza e un gelato ridendo in faccia alle persone terrorizzate quattro mesi fa. Perché? «Perché non c’è pericolo per la sicurezza pubblica», sentenziano le toghe amministrative. Un autentico trionfo.
Questa è la risposta della giustizia mentre la violenza giovanile si fa sempre più invasiva, il ministero dell’Interno aumenta la vigilanza nelle città, le Procure chiedono rinforzi per accelerare i processi, i sociologi si esibiscono in check up di ogni specie e sottospecie, qualche studente si presenta in classe con coltelli da combattimento e il governo prepara pacchetti sicurezza un mese sì e l’altro pure. In questo scenario, che presupporrebbe prudenza e massima allerta per cogliere il cuore del problema per limitare i danni, ecco la parola d’ordine nella tranquilla socialdemocrazia svedese dei tribunali italiani: prego, accomodatevi.
La vicenda di Torino è paradigmatica. La sera del 20 gennaio 2023 - esattamente tre anni fa, neanche fosse una ricorrenza - Denise (allora minorenne) rimase allegramente a guardare mentre tre suoi amici organizzavano e mettevano in atto il lancio di una bici elettrica dalla balaustra in riva al Po in testa a Mauro Glorioso, rendendolo paraplegico. Dopo la bravata, la banda andò a divertirsi. Nessuno denunciò, nessuno si costituì, le chat Whatsapp furono cancellate (poi recuperate dagli investigatori con un software apposito). Secondo il pm Livia Locci, che nel processo rappresentò l’accusa, «il piano era stato stabilito a priori e nulla fu lasciato all’istinto».
Denise fu condannata a 6 anni e 8 mesi mentre uno dei lanciatori materiali e una complice, tutti maggiorenni, devono scontare 16 e 14 anni. I giudici che hanno scarcerato Denise con oltre 3 anni di anticipo sostengono che «ora è più consapevole delle sue responsabilità» e l’hanno affidata in prova ai servizi sociali. Per la famiglia Glorioso è stato un anniversario devastante. Attraverso l’avvocato Simona Grabbi hanno fatto sapere che «dopo il sacrificio di nostro figlio, la cui vita è stata distrutta da un gesto di scellerata e gratuita violenza, siamo costernati per non essere stati neppure chiamati a esprimere un parere sulla concessione di una misura alternativa e sugli eventuali contatti o gesti di pentimento compiuti a favore di Mauro, peraltro semplicemente inesistenti».
La certezza della pena non è una pretesa rigorista, ma il punto di partenza di un percorso virtuoso e, al tempo stesso, un deterrente per chi si appresta a delinquere. Se non esiste, semplicemente si lascia spazio alla barbarie.
Un approccio simile riguarda le violenze pro Pal milanesi, il teppismo becero di chi ora sa che potrà farla franca. Ai quattro giovani arrestati in stazione Centrale (due studentesse universitarie di 21 anni e due liceali minorenni) era stato vietato per due anni di circolare in alcune aree della città, di accedere ai treni e alla metropolitana. Colpo di spugna, non è successo niente. Il Tar ha semplicemente deciso di sospendere i Daspo emessi dalla questura in attesa del processo vero e proprio.
La giustizia esce ancora una volta sconfitta per aver abdicato al proprio ruolo, per aver impedito agli autori delle violenze di coglierne la gravità. Questa non è rieducazione ma arrendevolezza. Una lezione a tutti arriva proprio da Mauro Glorioso, paralizzato dalla banda torinese dal collo in giù. Ha saputo ricominciare, si è laureato in Medicina: «Bello raggiungere un obiettivo nonostante tutto, io guardo avanti». Oltre il male c’è la vita, accompagnata dalla forza di volontà, dalla capacità morale di ricostruire con rettitudine e dignità un’esistenza distrutta. Saper distinguere tutto questo - non sulla luna, ma nei tribunali - è la base di una società che vorrebbe continuare a chiamarsi civile.
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Ecco Edicola Verità, la rassegna stampa podcast del 22 gennaio con Flaminia Camilletti