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2025-04-16
Nordafricano violenta minorenne. Donna sequestrata da un kosovaro
Il luogo della violenza a Busto Arsizio (Ansa)
Due episodi distinti, in città distanti, ma accomunati dalla stessa dinamica: l’inganno, la sopraffazione, la violenza. In meno di 48 ore una donna e una minorenne sono finite nelle grinfie di stranieri che sembrano aver pianificato con cura le aggressioni. A Busto Arsizio, nel Varesotto, la vittima è una ragazzina peruviana di 14 anni. Aveva conosciuto online un giovane nordafricano di 21 anni residente a Rozzano. Con lui aveva scambiato messaggi per mesi. E l’uomo, ha riferito la ragazzina agli investigatori, si era mostrato molto gentile. Poi l’incontro, lunedì sera. Una passeggiata. E la situazione è cambiata. Lui la conduce in una zona isolata, nelle vicinanze della stazione ferroviaria. Un’area abbandonata e degradata. Una fascia di terreno costeggiata da capannoni in disuso e vegetazione cresciuta senza controllo. Un’area da anni segnalata per il degrado e l’assenza di illuminazione, frequentata da senzatetto e da tossicodipendenti che cercano un rifugio lontano da occhi indiscreti. Secondo quanto avrebbero accertato gli investigatori, lì avrebbe abusato della ragazzina. Le urla hanno attirato l’attenzione di una residente, che ha chiamato le forze dell’ordine. La polizia locale è intervenuta immediatamente, proprio mentre l’aggressione era ancora in atto. Il nordafricano, infatti, è stato arrestato in flagranza. Secondo la ricostruzione avrebbe anche opposto resistenza all’arresto e si sarebbe mostrato molto aggressivo con gli agenti, costretti a chiamare rinforzi. Ora si trova in carcere, su disposizione del gip, in attesa dell’interrogatorio di garanzia. Per la ragazza i medici hanno formulato una prognosi di 50 giorni e attivato un percorso di sostegno psicologico. Il «massimo della pena» è stato chiesto da Laura Ravetto, responsabile del Dipartimento pari opportunità della Lega: «È ora di finirla con il finto femminismo di sinistra e affrontare il problema di un retaggio culturale che non appartiene all’Occidente. C’è ancora qualcuno che ha il coraggio di parlare di ius soli?». Mentre per Roberto Calderoli, senatore della Lega e ministro per gli Affari regionali e le autonomie, «purtroppo stiamo assistendo a un aumento vertiginoso di casi di violenza sessuale su bambine. Sempre più piccole. Cinque giorni fa il caso dell’undicenne aggredita a Mestre da uno stupratore seriale, con all’attivo una lunga serie di episodi di violenza sessuale, eppure libero di colpire ancora. Ora il caso della quattordicenne stuprata a Busto Arsizio». Secondo Calderoli, «questi due casi, che rappresentano la punta dell’iceberg, confermano la necessità di ripensare seriamente alla mia storica proposta di una castrazione chimica, una misura temporanea e con effetti reversibili, per questi soggetti patologici, seriali». Una proposta presentata da Calderoli durante ogni legislatura, «ma», ricorda il leghista, «mai calendarizzata o discussa». Che ora rilancia: «Di fronte a queste continue violenze sessuali quotidiane indignarsi non basta, servono risposte vere e servono subito. Per questo auspico che il Parlamento si impegni a discutere e votare una proposta di legge per introdurre la castrazione chimica almeno per i recidivi».
Il secondo episodio è accaduto a Padova. La vittima è una donna albanese di 37 anni. Una telefonata improvvisa, una voce sconosciuta le dice che il figlio è in pericolo. Lei scende in strada. Lì ad attenderla c’era un kosovaro di 36 anni appena uscito di prigione, irregolare sul territorio italiano e con precedenti penali e condanne per furti, resistenza a pubblico ufficiale e reati in materia di immigrazione clandestina. Aveva appena scontato una pena di 10 mesi e, venerdì scorso, appena ha messo piede fuori dall’istituto di pena ha contattato la sua preda. Mostrandole una pistola costringe la donna a seguirlo. La porta prima in un appartamento, disabitato, in zona Palestro, dove è rimasta sequestrata per alcune ore prima di essere trasferita in un’altra casa, poco distante, dove si sarebbe consumata la violenza. Secondo le dichiarazioni della donna il kosovaro l’avrebbe trattenuta con la forza e, dopo aver assunto della cocaina, l’avrebbe stuprata, sempre sotto la minaccia dell’uso dell’arma, per circa due ore. Quando la vittima ha ricevuto sul suo cellulare una telefonata del figlio ha scoperto che il ragazzo non stava correndo alcun pericolo. A quel punto è riuscita a liberarsi e a fuggire. Gli agenti intervenuti l’hanno accompagnata in ospedale, dove è stata confermata la violenza subita. Ed è a questo punto che è emerso un altro aspetto particolarmente inquietante. L’aggressione era stata pianificata. Da un mandante. L’indagato, hanno scoperto gli investigatori, avrebbe agito con brutalità su indicazione di un amico albanese che gli aveva chiesto di dare una «lezione» alla donna per vendicarsi di un vecchio torto. Per un paio di giorni gli investigatori hanno setacciato diverse aree della città, riuscendo infine a individuare l’appartamento in cui si nascondeva il kosovaro. Ieri mattina l’irruzione. L’indagato, accusato di violenza sessuale aggravata e sequestro di persona, era pronto a lasciare l’Italia e aveva già la valigia pronta, posizionata davanti alla porta d’ingresso. Il presidente della Regione Luca Zaia chiede tolleranza zero: «Una violenza intollerabile, un atto di barbarie che ci lascia sgomenti. Ringrazio le forze dell’ordine per la rapidità con cui hanno assicurato alla giustizia questo criminale. Ora ci aspettiamo una pena esemplare».
Esecuzione a Roma: è mafia cinese
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A Busto Arsizio una ragazzina peruviana stuprata da un magrebino conosciuto online, che poi si scaglia contro gli agenti. A Padova un incubo durato ore per un’albanese: era una «punizione» premeditata.Marito e moglie freddati al Pigneto: per gli inquirenti sarebbe un ennesimo episodio della «guerra delle grucce», la faida tra clan orientali per il monopolio commerciale.Lo speciale contiene due articoliDue episodi distinti, in città distanti, ma accomunati dalla stessa dinamica: l’inganno, la sopraffazione, la violenza. In meno di 48 ore una donna e una minorenne sono finite nelle grinfie di stranieri che sembrano aver pianificato con cura le aggressioni. A Busto Arsizio, nel Varesotto, la vittima è una ragazzina peruviana di 14 anni. Aveva conosciuto online un giovane nordafricano di 21 anni residente a Rozzano. Con lui aveva scambiato messaggi per mesi. E l’uomo, ha riferito la ragazzina agli investigatori, si era mostrato molto gentile. Poi l’incontro, lunedì sera. Una passeggiata. E la situazione è cambiata. Lui la conduce in una zona isolata, nelle vicinanze della stazione ferroviaria. Un’area abbandonata e degradata. Una fascia di terreno costeggiata da capannoni in disuso e vegetazione cresciuta senza controllo. Un’area da anni segnalata per il degrado e l’assenza di illuminazione, frequentata da senzatetto e da tossicodipendenti che cercano un rifugio lontano da occhi indiscreti. Secondo quanto avrebbero accertato gli investigatori, lì avrebbe abusato della ragazzina. Le urla hanno attirato l’attenzione di una residente, che ha chiamato le forze dell’ordine. La polizia locale è intervenuta immediatamente, proprio mentre l’aggressione era ancora in atto. Il nordafricano, infatti, è stato arrestato in flagranza. Secondo la ricostruzione avrebbe anche opposto resistenza all’arresto e si sarebbe mostrato molto aggressivo con gli agenti, costretti a chiamare rinforzi. Ora si trova in carcere, su disposizione del gip, in attesa dell’interrogatorio di garanzia. Per la ragazza i medici hanno formulato una prognosi di 50 giorni e attivato un percorso di sostegno psicologico. Il «massimo della pena» è stato chiesto da Laura Ravetto, responsabile del Dipartimento pari opportunità della Lega: «È ora di finirla con il finto femminismo di sinistra e affrontare il problema di un retaggio culturale che non appartiene all’Occidente. C’è ancora qualcuno che ha il coraggio di parlare di ius soli?». Mentre per Roberto Calderoli, senatore della Lega e ministro per gli Affari regionali e le autonomie, «purtroppo stiamo assistendo a un aumento vertiginoso di casi di violenza sessuale su bambine. Sempre più piccole. Cinque giorni fa il caso dell’undicenne aggredita a Mestre da uno stupratore seriale, con all’attivo una lunga serie di episodi di violenza sessuale, eppure libero di colpire ancora. Ora il caso della quattordicenne stuprata a Busto Arsizio». Secondo Calderoli, «questi due casi, che rappresentano la punta dell’iceberg, confermano la necessità di ripensare seriamente alla mia storica proposta di una castrazione chimica, una misura temporanea e con effetti reversibili, per questi soggetti patologici, seriali». Una proposta presentata da Calderoli durante ogni legislatura, «ma», ricorda il leghista, «mai calendarizzata o discussa». Che ora rilancia: «Di fronte a queste continue violenze sessuali quotidiane indignarsi non basta, servono risposte vere e servono subito. Per questo auspico che il Parlamento si impegni a discutere e votare una proposta di legge per introdurre la castrazione chimica almeno per i recidivi». Il secondo episodio è accaduto a Padova. La vittima è una donna albanese di 37 anni. Una telefonata improvvisa, una voce sconosciuta le dice che il figlio è in pericolo. Lei scende in strada. Lì ad attenderla c’era un kosovaro di 36 anni appena uscito di prigione, irregolare sul territorio italiano e con precedenti penali e condanne per furti, resistenza a pubblico ufficiale e reati in materia di immigrazione clandestina. Aveva appena scontato una pena di 10 mesi e, venerdì scorso, appena ha messo piede fuori dall’istituto di pena ha contattato la sua preda. Mostrandole una pistola costringe la donna a seguirlo. La porta prima in un appartamento, disabitato, in zona Palestro, dove è rimasta sequestrata per alcune ore prima di essere trasferita in un’altra casa, poco distante, dove si sarebbe consumata la violenza. Secondo le dichiarazioni della donna il kosovaro l’avrebbe trattenuta con la forza e, dopo aver assunto della cocaina, l’avrebbe stuprata, sempre sotto la minaccia dell’uso dell’arma, per circa due ore. Quando la vittima ha ricevuto sul suo cellulare una telefonata del figlio ha scoperto che il ragazzo non stava correndo alcun pericolo. A quel punto è riuscita a liberarsi e a fuggire. Gli agenti intervenuti l’hanno accompagnata in ospedale, dove è stata confermata la violenza subita. Ed è a questo punto che è emerso un altro aspetto particolarmente inquietante. L’aggressione era stata pianificata. Da un mandante. L’indagato, hanno scoperto gli investigatori, avrebbe agito con brutalità su indicazione di un amico albanese che gli aveva chiesto di dare una «lezione» alla donna per vendicarsi di un vecchio torto. Per un paio di giorni gli investigatori hanno setacciato diverse aree della città, riuscendo infine a individuare l’appartamento in cui si nascondeva il kosovaro. Ieri mattina l’irruzione. L’indagato, accusato di violenza sessuale aggravata e sequestro di persona, era pronto a lasciare l’Italia e aveva già la valigia pronta, posizionata davanti alla porta d’ingresso. Il presidente della Regione Luca Zaia chiede tolleranza zero: «Una violenza intollerabile, un atto di barbarie che ci lascia sgomenti. Ringrazio le forze dell’ordine per la rapidità con cui hanno assicurato alla giustizia questo criminale. Ora ci aspettiamo una pena esemplare». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nordafricano-violenta-minorenne-busto-arsizio-2671775968.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="esecuzione-a-roma-e-mafia-cinese" data-post-id="2671775968" data-published-at="1744760579" data-use-pagination="False"> Esecuzione a Roma: è mafia cinese Li ha attesi sul pianerottolo. Sapeva dove abitavano e anche l’orario in cui sarebbero rientrati. Un piano perfetto. Una vera e propria esecuzione. Fredda. Lucida. E, secondo gli investigatori, «mafiosa». Sei colpi di pistola, uno raggiunge la testa dell’uomo, uno quella della moglie. Ma questa volta la mafia che ha colpito parla cinese. E ha lasciato due cadaveri, Zhang Dayong, 53 anni, e sua moglie Gong Xiaoqing, 38, stesi in una pozza di sangue a due passi dal Pigneto, quartiere della movida romana. È il primo segnale, secondo gli inquirenti, che la cosiddetta «guerra delle grucce», la faida tra clan cinesi per il monopolio della logistica e dell’abbigliamento, ha raggiunto anche la capitale. Si era combattuta a Prato, con violenze, aggressioni, tentati omicidi, attentati incendiari, a Firenze e anche a Madrid e a Parigi. Le imprese colpite sono considerate collegate tra loro. In Toscana il mercato si è assottigliato, molte aziende sono andate in crisi e stanno abbandonando le aree industriali. Un clima nel quale le organizzazioni criminali sembrano sguazzare. E adesso anche Roma sembra potersi trasformare in un campo di battaglia. E non è un caso che a finire sotto i colpi del killer sia stato proprio Dayong, detto Asheng. Un nome che ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Firenze non è nuovo: era comparso nelle carte dell’inchiesta «China Truck», l’indagine che nel 2018 ha svelato l’esistenza di un’organizzazione mafiosa cinese con ramificazioni in tutta Europa. Un sistema criminale spietato, strutturato come una holding: trasporti, logistica, sfruttamento del lavoro, riciclaggio. Tutto in mano a pochi nomi. Uno su tutti: Zhang Naizhong, accusato di essere il boss dei boss (assolto dall’accusa di usura, ma il processo per mafia è ancora in corso), che da circa un anno sembra essere sotto attacco. E Dayong era considerato uno dei suoi luogotenenti. Era imputato per tentata estorsione, mentre la moglie, secondo i primi accertamenti, aveva un precedente per gioco d’azzardo. Alle 23.10 di lunedì un uomo con il cappuccio entra nel condominio di via Prenestina. Aveva citofonato poco prima a caso, spacciandosi per un fattorino. Qualcuno gli apre. Il killer aspetta pochi minuti e quando i due varcano l’ingresso apre il fuoco. Sei colpi partono da una pistola di piccolo calibro. Precisi. Letali. Quando i carabinieri arrivano la scena è quella di un’esecuzione. Il portone spalancato, il sangue sul pavimento, le borse della donna a terra, i cellulari ancora accesi. Il sicario, invece, si è dileguato. Non è chiaro se ad attenderlo fuori ci fosse un complice con una moto o con un’auto. Le telecamere condominiali non funzionano. Ma sulla strada (nella stessa zona alcuni anni fa si è verificato un altro duplice omicidio, quello di Zhou Zheng, un papà che quando il killer ha sparato aveva la figlia Joy in braccio) ce ne sono altre. Gli investigatori sono partite da quelle. E dal passato di Dayong, più volte intercettato e pedinato. Aveva contatti con fornitori e trasportatori. Gestiva i flussi della logistica. Controllava interi comparti dell’abbigliamento. Ed era finito nel mirino anche per il suo ruolo in un altro snodo chiave dell’organizzazione: la riscossione del pizzo tra le aziende cinesi. Sulla scrivania dei pm, in contatto con gli inquirenti di Firenze e di Prato, ci sono già le mappe della criminalità cinese in Italia. Una galassia complessa e difficile da decifrare.
Michela Moioli posa con la sua medaglia di bronzo durante la cerimonia di premiazione della finale femminile di snowboard cross ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026, a Livigno (Ansa)
La quiete dopo la tempesta. Dopo la sbornia di giovedì, con gli ori che ancora luccicano al collo di Federica Brignone e Francesca Lollobrigida e l’argento di Arianna Fontana, la decima giornata dei Giochi invernali in corso a Milano-Cortina ha portato all’Italia una sola nuova medaglia, la diciottesima di questa Olimpiade casalinga, e qualche delusione.
L’emozione più grande l’ha regalata Michela Moioli, protagonista di una vera e propria impresa che rispetto a quelle firmate dalla Tigre di La Salle o dalla Freccia bionda - per chi non lo sapesse sono i soprannomi da battaglia di Brignone e Fontana - ha da invidiare soltanto il colore del metallo. Perché anche qui siamo in presenza di qualcosa di epico. La trentenne di Alzano Lombardo ha conquistato un bronzo insperato nello snowboard cross, completando con coraggio una rimonta che resterà nella memoria, non solo della disciplina che si svolge sulla tavola, ma dello sport in generale. Sulla pista di Livigno, Moioli ha dovuto recuperare dallo svantaggio nei confronti delle avversarie ben due volte: prima in semifinale, superando la francese Lea Casta e l’austriaca Pia Zherkhold, poi nella big final, dove ha ripreso e superato la svizzera Noemie Wiedmer negli ultimi metri, fino a scavalcarla sul terzo gradino del podio. Podio completato dall’australiana Josie Baff, medaglia d’oro, e dalla ceca Eva Adamczykova, argento. E dire che l’avventura olimpica della campionessa azzurra non era iniziata sotto i migliori auspici. Una caduta in allenamento, pochi giorni prima della gara, aveva messo a rischio la sua partecipazione. «Quando sono stata portata in elicottero a Sondalo ho pensato che i miei Giochi fossero finiti perché ero bella rintronata dalla caduta. Ieri che c’era la gara dei maschi sono stata tutto il giorno sul divano morta. E mi sono detta «Io domani come cacchio faccio», però ho una capacità di recupero notevole. Ho una squadra fortissima che mi ha aiutato in tutto e anche il Coni e l’Esercito. Comunque, è sempre la forza del cuore quella che fa la differenza ogni volta», ha raccontato Moioli mostrando le ferite ancora fresche sul suo volto a causa del trauma facciale riportato. «Sono così, tocco il fondo e risorgo come una fenice. Stavolta l’ho fatto con la faccia distrutta».
Se la gioia dell’atleta bergamasca ha illuminato la giornata di ieri, il biathlon maschile ha riservato invece una delusione per Tommaso Giacomel. Il trentino, tra i favoriti della 10 chilometri sprint, ha chiuso ventiduesimo a 1’43» dall’oro vinto dal francese Quentin Fillon Maillet. «Ho fallito, credo che questa fosse la gara più adatta a me e ho fallito. Sono molto deluso. Arrivare qui da favorito o comunque tra i favoriti e poi performare così male è una cosa che mi fa molto arrabbiare. Sinceramente non ho idea di cosa ho sbagliato. Non è finita, però la gara di domenica è già compromessa con il risultato di oggi», ha commentato Giacomel, visibilmente provato. I compagni di squadra Lukas Hofer, Nicola Romanin ed Elia Zeni hanno chiuso rispettivamente tredicesimo, sedicesimo e oltre la cinquantesima posizione, mentre le altre due posizioni sul podio restano saldamente nelle mani dei norvegesi Vetle Sjåstad Christiansen e Sturla Holm Laegreid. L’altra amarezza per i nostri colori è arrivata nel tardo pomeriggio dal pattinaggio di velocità maschile, dove i due azzurri Riccardo Lorello e Davide Ghiotto hanno chiuso la gara dei 10.000 metri fuori dal podio. Una delusione soprattutto per Ghiotto, che si avvicinava alla «gara dei re - così viene definita la competizione più combattuta e ambita del panorama del ghiaccio olimpico - da favorito e recordman mondiale su questa distanza, oltre che vincitore di tre titoli iridati consecutivi.
Dal ghiaccio della pista lunga di Rho Fiera, dove si svolgono le gare di pattinaggio di velocità, a quello dell’Arena Santa Giulia. Nemmeno l’hockey maschile può gioire: la nazionale allenata dal ct finlandese Jukka Jalonen ha affrontato alla pari la Slovacchia, ma ciò non è bastato per evitare la seconda sconfitta (3-2) nel torneo olimpico dopo quella patita all’esordio contro la Svezia.
In una giornata «povera» di medaglie, uno dei momenti più suggestivi per il pubblico italiano presente sugli spalti è arrivato nel corso della 10 chilometri sprint di biathlon. Il francese Emilien Jacquelin, grande tifoso di Marco Pantani, ha corso con l’orecchino che gli era stato regalato dalla famiglia del campione romagnolo e, in uno dei passaggi più intensi della gara, ha lanciato la bandana proprio come faceva il Pirata prima delle sue volate in salita.
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Ansa
Il processo non è recente. Già nel 1963, sei anni prima del Sessantotto, l’Università di Stanford abolì il corso di Storia della civiltà occidentale. In Italia, il disastro è cominciato nel Sessantotto, che però è eterno, sembra non essere mai finito. L’idea del professore politicamente neutrale appare da decenni una delicata contraddizione in termini: «professore di sinistra» non è più una categoria sociologica, ma una normalità data per scontata. Antonio Gramsci teorizzò la necessità di occupare i gangli del potere - magistratura, scuola, spettacolo, giornalismo - e Palmiro Togliatti lavorò perché quella strategia diventasse realtà. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’egemonia culturale si è trasformata in senso comune e il dissenso è percepito come una colpa morale. Anche come colpa mortale.
Sergio Ramelli è stato ucciso e ancora si irride la sua morte. La storia di Sergio Ramelli è una di quelle che mettono a disagio perché non si lasciano archiviare con una formula. Non è una «tragica fatalità», non è un «clima di tensione», non è nemmeno un «errore». È una storia semplice e proprio per questo intollerabile: un ragazzo di 18 anni ucciso a colpi di chiave inglese per un tema scolastico scritto «male», o forse scritto troppo bene, o semplicemente scritto. Ramelli non era un personaggio con un qualche peso politico, non era un capo, non era nulla di particolarmente pericoloso. Era uno studente. Ma negli anni Settanta nell’Italia che custodiva il più potente Partito comunista del mondo occidentale, bastava poco per diventare colpevoli: bastava non essere dalla parte giusta. La sua colpa fu di pensare fuori dal perimetro consentito. Il suo tema esprimeva concetti su cui si poteva e si può essere d’accordo o meno, ma era senza dubbio un tema molto ben argomentato.
Nei tempi decenti i temi potevano essere solo sull’analisi de L’Infinito di Giacomo Leopardi o sulla figura di don Abbondio. In tempi ignobili i temi sono di «attualità», vale a dire di politica, vale a dire di indottrinamento, perché il tema di Ramelli era comunque un ottimo tema e prese un’insufficienza, dimostrando che la libertà di opinione millantata dalla nostra costituzione è, insieme a «La legge è uguale per tutti», uno spettacolare esempio di umorismo involontario. E l’insufficienza è ancora il meno. La scuola, che avrebbe dovuto proteggerlo, lo segnalò. La politica, che avrebbe dovuto ignorarlo, lo marchiò. La violenza, che non aveva bisogno di molte giustificazioni, fece il resto. Sergio Ramelli morì dopo settimane di agonia. Ne dà una dolente testimonianza sua madre, che giorno dopo giorno gli tenne la mano sperando in un miracolo che non venne, mentre sui muri e sui ciclostili si sghignazzava per l’agonia e la morte del suo ragazzo. E per molto tempo, più della sua morte, fece rumore il silenzio. Un silenzio educato, responsabile, quasi morale, quello degli educati moralmente superiori, quello dei responsabili, perché alcune vittime disturbano l’educato e sempre etico arredamento ideologico. E allora si preferisce non nominarle, come certi parenti imbarazzanti alle cene di famiglia.
La storia di Sergio Ramelli non insegna nulla, dicono. Ed è proprio questo che fa paura. Insisto: un buon professore - come un buon magistrato - dovrebbe essere qualcuno di cui è impossibile indovinare le idee politiche. Non perché non ne abbia, ma perché non le manifesta nel suo lavoro e rinuncia persino a esibirle nello spazio pubblico, consapevole che la sua imparzialità, come la virtù della moglie di Cesare, deve essere al di sopra di ogni sospetto. Dove l’imparzialità è al di sotto di ogni sospetto, prendiamo atto che la moglie di Cesare è di facili costumi. Magistrati ufficialmente schierati arricchiscono la giurisprudenza di sentenze indubbiamente creative, mentre professori apertamente schierati stigmatizzano e deridono non solo idee politiche diverse dalle loro, ma anche posizioni etiche e religiose tradizionali. Il cristianesimo «forte» viene trattato come un residuo imbarazzante: dalla condanna dell’aborto come omicidio alla considerazione dell’cosiddetta omosessualità come peccato, ogni visione non conforme viene liquidata come segno di spregevole arretratezza morale. Per inciso: anche in epoca di pandemia Covid non pochi professori hanno manifestato pubblicamente la loro perplessità per gli studenti non inoculati e li hanno indicati al pubblico ludibrio come potenziali untori. I professori che non si sono inoculati sono stati sospesi senza stipendio e i loro colleghi lo hanno trovato giustissimo, vista la mancanza di una qualsiasi forma di solidarietà. Quando poi sono rientrati, questi docenti non hanno potuto subito insegnare: c’era il rischio che insegnassero la libertà e il coraggio. Sono stati rinchiusi negli sgabuzzini e nei sottoscala a contare i ragni. Così la scuola, da luogo del sapere, diventa spazio di rieducazione. E il professore imparziale resta, appunto, una creatura mitologica.
A chiarire la natura profonda di questo processo è stato il filosofo francese Jacques Ellul. Nel suo libro Propaganda, Ellul spiega che il mezzo più potente di indottrinamento nelle società moderne non è la propaganda esplicita dei regimi totalitari, bensì quella silenziosa e pervasiva delle democrazie avanzate, una propaganda che «educa». Secondo Ellul, la scuola rappresenta lo strumento privilegiato di questo meccanismo, perché non solo in non pochi casi arrotondi la realtà, per cui, ad esempio, le decine di milioni di vittime del comunismo sono scomparse, ma perché seleziona i quadri mentali attraverso cui le nozioni vengono interpretate. L’indottrinamento moderno non consiste nel dire cosa pensare, bensì nel delimitare ciò che è pensabile. Una volta interiorizzati certi presupposti morali e ideologici, il soggetto crede di ragionare liberamente, mentre in realtà si muove all’interno di un recinto invisibile. Ellul sottolinea come l’educazione sia particolarmente efficace proprio perché rivolta ai giovani, quando le difese critiche non sono ancora formate e l’autorità dell’istituzione scolastica gode di una legittimazione quasi sacrale. Ciò che viene insegnato a scuola non viene percepito come opinione, ma come evidenza, non come ideologia, ma come neutralità scientifica. È in questo modo che la propaganda diventa totalizzante: quando smette di apparire come tale. Applicata al contesto contemporaneo, l’analisi di Ellul illumina con precisione inquietante il funzionamento della scuola odierna. Non si tratta più di discutere la storia, ma di giudicarla; non di comprenderla, ma di condannarla. L’Occidente non è studiato come civiltà complessa, contraddittoria e plurale, bensì come colpevole originario da decostruire. E lo studente non è chiamato a formarsi un’opinione, ma a espiare. Solo odiando l’Occidente e spaccando la testa di Sergio Ramelli o del poliziotto che cerca di proteggere Torino guadagnerà l’innocenza. In questo quadro, il pluralismo non è assente per caso: è strutturalmente incompatibile con l’obiettivo. Perché, come Ellul avvertiva, la propaganda più riuscita è quella che riesce a presentarsi come educazione morale. E la scuola, da luogo del sapere, diventa così il più efficiente laboratorio di conformismo spietato. Sia coloro che hanno spaccato le ossa del cranio di Sergio Ramelli, che quelli che hanno tentato di spaccare quelle del poliziotto aggredito a Torino, sono studenti: frutti di una scuola ideologizzata, quindi, per definizione, una scuola cattiva, anzi pessima, l’ultimo baluardo della mai veramente defunta Unione sovietica. È la scuola che ha armato con la chiave inglese o il martello.
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«Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette» (Disney+)
Allora, si dice la passione fosse ormai sopita, logorata da un'esposizione mediatica eccessiva, da incomprensioni e battibecchi, da un chiacchiericcio che, a distanza di oltre venticinque anni, ancora non ha perso veemenza. Cosa sia successo dentro quell'amore da filma, tra persone che sembravano essersi scelte senza riserve, sole tra mille, nessuno lo ha mai saputo con certezza. La cerchia di John F. Kennedy Jr. riferisce di sensibilità diverse, cuori distanti. Voleva figli, l'erede della dinastia Kennedy. Si avvicinava ai quaranta e avrebbe voluto la moglie gli consentisse di allargare la famiglia.
Ma Carolyn non avrebbe avuto alcun istinto materno. Carolyn, ex commessa con un lavoro nella moda. Carolyn, che le cronache descrivono cocainomane. Carolyn, che nei racconti degli amici voltava la testa dall'altra parte, ogniqualvolta il marito toccava l'argomento.Gli affetti più cari di John John sostengono lui stesse per chiedere il divorzio. Prima, però, sarebbe andato al matrimonio della cugina, portando con sé la moglie, un abito nero di Yves Saint Laurent comprato da Saks, e la cognata. Guidava lui il Piper Saratoga che, il 16 luglio 1999, è decollato alla volta di Martha's Vineyard, senza mai arrivarvi. Quel piccolo aereo è caduto nel mare, John e Carolyn sono morti, con loro la sorella di lei. L'amore da film s'è interrotto quel giorno, è finito prima che un giudice lo rendesse carta straccia, prima che i giornali facessero a pezzi il ricordo di quel che erano stati. La coppia più bella degli Stati Uniti d'America è morta, e - venticinque anni più tardi - è una serie tv a ritrovarla.
Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette, su Disney+ a partire da venerdì 13 febbraio, vuole ricostruire quell'amore da film. Dagli inizi, dal primo incontro all'interno di Calvin Klein, quando Carolyn, bionda ed etera, si era ormai affrancata dal ruolo di commessa per diventare dirigente e confidente di CK. Lo show, che alla regia porta la firma di Ryan Murphy, racconta come la coppia si sia innamorata, come lo scapolo d'oro sia diventato marito, gli americani pazzi di quel duo-gioiello. Ma racconta altresì come i media, la sovraesposizione, abbiano pian piano minato la serenità della coppia. Di Carolyn, in particolare, una donna della porta accanto che non avrebbe mai voluto essere oggetto della bulimia dei rotocalchi.
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A spiegarci di che cosa si tratti è stato anche il Corriere della Sera, che giovedì così titolava la recensione: «Gestazione per altri, storia di solidarietà». Ovvero, come far passare la pratica dell’utero in affitto per «una storia d’amore, solidarietà, rispetto, al di là di ogni ideologia». Potenza artistica della rappresentazione, di e con Rossella Fava, autrice e attrice, che sui social racconta di aver «preso spunto dalle interviste che ho realizzato nel giro di un anno, a uomini e donne che hanno affrontato percorsi di Pma e Gpa».
Sulla piattaforma del Teatro della Cooperativa lo spettacolo viene presentato come «un testo importante e necessario che affronta un tema complesso e ancora troppo poco conosciuto, di estrema delicatezza, e che nel nostro Paese, a differenza di altri, fatica ancora a trovare una legislazione più giusta e più umana».
Senza mezzi termini, si definisce dunque disumana la legge italiana che vieta la surrogata e la rende reato universale. Non bastasse, viene lanciata questa provocazione: «Oggi chi è madre? Chi un bambino lo partorisce o chi lo desidera e lo cresce?».
E per togliere anche l’ultimo dubbio sulla collocazione ideologica dell’iniziativa, il pubblico è informato che domenica 15 febbraio «al termine dello spettacolo, ci sarà un incontro con Francesca Re, avvocato e consigliere generale dell’Associazione Luca Coscioni Aps», che vuole la legalizzazione dell’eutanasia, la gestazione per altri e le tecniche di fecondazione assistita per le coppie dello stesso sesso. Venerdì prossimo, 20 febbraio, sempre al termine dello spettacolo «ci sarà un incontro con l’Associazione Famiglie Arcobaleno», composta da genitori Lgbt.
«Non conosco questo spettacolo ma il modo in cui viene presentato è sufficientemente eloquente. C’è un continuo, tenace tentativo di presentare l’utero in affitto come un gesto solidale, mentre è una organizzazione commerciale, sempre regolata da un contratto e da passaggi di denaro», interviene con fermezza Eugenia Roccella, ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità. «È una pratica che lede nel profondo la dignità delle donne e i diritti dei bambini. Nonostante la ricerca spasmodica di storie che dimostrino il contrario, la verità è che dietro l’utero in affitto c’è un mercato transnazionale che commercializza i corpi, i bambini, la genitorialità. Ci sono dei contratti molto rigidi, delle penali, uffici legali e clausole durissime, cataloghi di ovociti come fossero merce da banco, giri vertiginosi di denaro, del quale di norma alle donne bisognose che portano avanti le gravidanze vanno le briciole».
Il ministro sottolinea: «In Italia l’organizzazione, la realizzazione e anche la pubblicizzazione di queste pratiche è reato da più di vent’anni, e la legge approvata in questa legislatura, che impedisce di aggirare il divieto e rende l’utero in affitto punibile per i cittadini italiani anche se vanno all’estero a praticarlo, pone il nostro Paese all’avanguardia nella lotta per i diritti delle donne e dei bambini. Siamo un esempio per il mondo, e stiamo lavorando per costruire un’alleanza internazionale contro questa barbarie. Nessun tentativo di “normalizzarla” o spacciarla per una pratica solidale potrà cambiare la realtà».
Invece, in questi giorni la maternità surrogata viene spacciata come un gesto altruistico lanciando un messaggio devastante dal palcoscenico di un teatro che riceve contributi statali e regionali. L’associazione, fondata nel 2002 dal drammaturgo, regista e attore Renato Sarti e che ha come obiettivo «fin dalla sua fondazione, la promozione dei valori della memoria storica e dell’antifascismo», mostra la contabilità solo fino al 2024. In quell’anno aveva ricevuto dal ministero della Cultura 113.838 euro; dalla direzione Cultura area spettacolo del Comune di Milano 52.898,18 euro; dalla Regione Lombardia, direzione generale cultura, tre acconti per complessivi 20.800 euro. Gli anticipi 2025 del ministero della Cultura sono di 63.555,76 euro; dalla Regione Lombardia di 27.000 euro. L’acconto contributo per le attività 2026 è di 18.900 euro, 18.900 euro l’importo per quelle del 2027. Sicuramente le cifre liquidate saranno ben superiori. Nella graduatoria Next - Laboratorio delle idee per la produzione e programmazione dello spettacolo lombardo 2025/2026, «M(Other)» era stato selezionato con il punteggio 73 su 100. E aveva ricevuto un «rimborso spese» di 10.500 euro.
Alla trasmissione Il Suggeritore Night Live di Radio Popolare, a cura di Ira Rubini, Rossella Fava ha spiegato di essere cresciuta «con l’immagine della donna con il pancione e che partorendo sarebbe stata lei la mamma del bambino ma oggi, grazie al progresso della scienza e della tecnica in maniera di procreazione, grazie alla gestazione per altri, di madri tra virgolette ce ne possono essere fino a tre. La donna che partorisce il bambino, la donna che fornisce il materiale genetico e la donna che invece lo desidera e lo crescerà. La mamma diventa doppia o trina». Ecco, con quale atteggiamento si affronta a teatro un reato universale. Sempre a Radio Popolare, il regista Sarti (che a settembre era tra coloro che manifestavano «giù le mani dal Leoncavallo»), ha definito «bella l’dea di tre donne in un unico corpo, soprattutto in un periodo di maschilismo esasperato».
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