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2025-04-16
Nordafricano violenta minorenne. Donna sequestrata da un kosovaro
Il luogo della violenza a Busto Arsizio (Ansa)
Due episodi distinti, in città distanti, ma accomunati dalla stessa dinamica: l’inganno, la sopraffazione, la violenza. In meno di 48 ore una donna e una minorenne sono finite nelle grinfie di stranieri che sembrano aver pianificato con cura le aggressioni. A Busto Arsizio, nel Varesotto, la vittima è una ragazzina peruviana di 14 anni. Aveva conosciuto online un giovane nordafricano di 21 anni residente a Rozzano. Con lui aveva scambiato messaggi per mesi. E l’uomo, ha riferito la ragazzina agli investigatori, si era mostrato molto gentile. Poi l’incontro, lunedì sera. Una passeggiata. E la situazione è cambiata. Lui la conduce in una zona isolata, nelle vicinanze della stazione ferroviaria. Un’area abbandonata e degradata. Una fascia di terreno costeggiata da capannoni in disuso e vegetazione cresciuta senza controllo. Un’area da anni segnalata per il degrado e l’assenza di illuminazione, frequentata da senzatetto e da tossicodipendenti che cercano un rifugio lontano da occhi indiscreti. Secondo quanto avrebbero accertato gli investigatori, lì avrebbe abusato della ragazzina. Le urla hanno attirato l’attenzione di una residente, che ha chiamato le forze dell’ordine. La polizia locale è intervenuta immediatamente, proprio mentre l’aggressione era ancora in atto. Il nordafricano, infatti, è stato arrestato in flagranza. Secondo la ricostruzione avrebbe anche opposto resistenza all’arresto e si sarebbe mostrato molto aggressivo con gli agenti, costretti a chiamare rinforzi. Ora si trova in carcere, su disposizione del gip, in attesa dell’interrogatorio di garanzia. Per la ragazza i medici hanno formulato una prognosi di 50 giorni e attivato un percorso di sostegno psicologico. Il «massimo della pena» è stato chiesto da Laura Ravetto, responsabile del Dipartimento pari opportunità della Lega: «È ora di finirla con il finto femminismo di sinistra e affrontare il problema di un retaggio culturale che non appartiene all’Occidente. C’è ancora qualcuno che ha il coraggio di parlare di ius soli?». Mentre per Roberto Calderoli, senatore della Lega e ministro per gli Affari regionali e le autonomie, «purtroppo stiamo assistendo a un aumento vertiginoso di casi di violenza sessuale su bambine. Sempre più piccole. Cinque giorni fa il caso dell’undicenne aggredita a Mestre da uno stupratore seriale, con all’attivo una lunga serie di episodi di violenza sessuale, eppure libero di colpire ancora. Ora il caso della quattordicenne stuprata a Busto Arsizio». Secondo Calderoli, «questi due casi, che rappresentano la punta dell’iceberg, confermano la necessità di ripensare seriamente alla mia storica proposta di una castrazione chimica, una misura temporanea e con effetti reversibili, per questi soggetti patologici, seriali». Una proposta presentata da Calderoli durante ogni legislatura, «ma», ricorda il leghista, «mai calendarizzata o discussa». Che ora rilancia: «Di fronte a queste continue violenze sessuali quotidiane indignarsi non basta, servono risposte vere e servono subito. Per questo auspico che il Parlamento si impegni a discutere e votare una proposta di legge per introdurre la castrazione chimica almeno per i recidivi».
Il secondo episodio è accaduto a Padova. La vittima è una donna albanese di 37 anni. Una telefonata improvvisa, una voce sconosciuta le dice che il figlio è in pericolo. Lei scende in strada. Lì ad attenderla c’era un kosovaro di 36 anni appena uscito di prigione, irregolare sul territorio italiano e con precedenti penali e condanne per furti, resistenza a pubblico ufficiale e reati in materia di immigrazione clandestina. Aveva appena scontato una pena di 10 mesi e, venerdì scorso, appena ha messo piede fuori dall’istituto di pena ha contattato la sua preda. Mostrandole una pistola costringe la donna a seguirlo. La porta prima in un appartamento, disabitato, in zona Palestro, dove è rimasta sequestrata per alcune ore prima di essere trasferita in un’altra casa, poco distante, dove si sarebbe consumata la violenza. Secondo le dichiarazioni della donna il kosovaro l’avrebbe trattenuta con la forza e, dopo aver assunto della cocaina, l’avrebbe stuprata, sempre sotto la minaccia dell’uso dell’arma, per circa due ore. Quando la vittima ha ricevuto sul suo cellulare una telefonata del figlio ha scoperto che il ragazzo non stava correndo alcun pericolo. A quel punto è riuscita a liberarsi e a fuggire. Gli agenti intervenuti l’hanno accompagnata in ospedale, dove è stata confermata la violenza subita. Ed è a questo punto che è emerso un altro aspetto particolarmente inquietante. L’aggressione era stata pianificata. Da un mandante. L’indagato, hanno scoperto gli investigatori, avrebbe agito con brutalità su indicazione di un amico albanese che gli aveva chiesto di dare una «lezione» alla donna per vendicarsi di un vecchio torto. Per un paio di giorni gli investigatori hanno setacciato diverse aree della città, riuscendo infine a individuare l’appartamento in cui si nascondeva il kosovaro. Ieri mattina l’irruzione. L’indagato, accusato di violenza sessuale aggravata e sequestro di persona, era pronto a lasciare l’Italia e aveva già la valigia pronta, posizionata davanti alla porta d’ingresso. Il presidente della Regione Luca Zaia chiede tolleranza zero: «Una violenza intollerabile, un atto di barbarie che ci lascia sgomenti. Ringrazio le forze dell’ordine per la rapidità con cui hanno assicurato alla giustizia questo criminale. Ora ci aspettiamo una pena esemplare».
Esecuzione a Roma: è mafia cinese
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A Busto Arsizio una ragazzina peruviana stuprata da un magrebino conosciuto online, che poi si scaglia contro gli agenti. A Padova un incubo durato ore per un’albanese: era una «punizione» premeditata.Marito e moglie freddati al Pigneto: per gli inquirenti sarebbe un ennesimo episodio della «guerra delle grucce», la faida tra clan orientali per il monopolio commerciale.Lo speciale contiene due articoliDue episodi distinti, in città distanti, ma accomunati dalla stessa dinamica: l’inganno, la sopraffazione, la violenza. In meno di 48 ore una donna e una minorenne sono finite nelle grinfie di stranieri che sembrano aver pianificato con cura le aggressioni. A Busto Arsizio, nel Varesotto, la vittima è una ragazzina peruviana di 14 anni. Aveva conosciuto online un giovane nordafricano di 21 anni residente a Rozzano. Con lui aveva scambiato messaggi per mesi. E l’uomo, ha riferito la ragazzina agli investigatori, si era mostrato molto gentile. Poi l’incontro, lunedì sera. Una passeggiata. E la situazione è cambiata. Lui la conduce in una zona isolata, nelle vicinanze della stazione ferroviaria. Un’area abbandonata e degradata. Una fascia di terreno costeggiata da capannoni in disuso e vegetazione cresciuta senza controllo. Un’area da anni segnalata per il degrado e l’assenza di illuminazione, frequentata da senzatetto e da tossicodipendenti che cercano un rifugio lontano da occhi indiscreti. Secondo quanto avrebbero accertato gli investigatori, lì avrebbe abusato della ragazzina. Le urla hanno attirato l’attenzione di una residente, che ha chiamato le forze dell’ordine. La polizia locale è intervenuta immediatamente, proprio mentre l’aggressione era ancora in atto. Il nordafricano, infatti, è stato arrestato in flagranza. Secondo la ricostruzione avrebbe anche opposto resistenza all’arresto e si sarebbe mostrato molto aggressivo con gli agenti, costretti a chiamare rinforzi. Ora si trova in carcere, su disposizione del gip, in attesa dell’interrogatorio di garanzia. Per la ragazza i medici hanno formulato una prognosi di 50 giorni e attivato un percorso di sostegno psicologico. Il «massimo della pena» è stato chiesto da Laura Ravetto, responsabile del Dipartimento pari opportunità della Lega: «È ora di finirla con il finto femminismo di sinistra e affrontare il problema di un retaggio culturale che non appartiene all’Occidente. C’è ancora qualcuno che ha il coraggio di parlare di ius soli?». Mentre per Roberto Calderoli, senatore della Lega e ministro per gli Affari regionali e le autonomie, «purtroppo stiamo assistendo a un aumento vertiginoso di casi di violenza sessuale su bambine. Sempre più piccole. Cinque giorni fa il caso dell’undicenne aggredita a Mestre da uno stupratore seriale, con all’attivo una lunga serie di episodi di violenza sessuale, eppure libero di colpire ancora. Ora il caso della quattordicenne stuprata a Busto Arsizio». Secondo Calderoli, «questi due casi, che rappresentano la punta dell’iceberg, confermano la necessità di ripensare seriamente alla mia storica proposta di una castrazione chimica, una misura temporanea e con effetti reversibili, per questi soggetti patologici, seriali». Una proposta presentata da Calderoli durante ogni legislatura, «ma», ricorda il leghista, «mai calendarizzata o discussa». Che ora rilancia: «Di fronte a queste continue violenze sessuali quotidiane indignarsi non basta, servono risposte vere e servono subito. Per questo auspico che il Parlamento si impegni a discutere e votare una proposta di legge per introdurre la castrazione chimica almeno per i recidivi». Il secondo episodio è accaduto a Padova. La vittima è una donna albanese di 37 anni. Una telefonata improvvisa, una voce sconosciuta le dice che il figlio è in pericolo. Lei scende in strada. Lì ad attenderla c’era un kosovaro di 36 anni appena uscito di prigione, irregolare sul territorio italiano e con precedenti penali e condanne per furti, resistenza a pubblico ufficiale e reati in materia di immigrazione clandestina. Aveva appena scontato una pena di 10 mesi e, venerdì scorso, appena ha messo piede fuori dall’istituto di pena ha contattato la sua preda. Mostrandole una pistola costringe la donna a seguirlo. La porta prima in un appartamento, disabitato, in zona Palestro, dove è rimasta sequestrata per alcune ore prima di essere trasferita in un’altra casa, poco distante, dove si sarebbe consumata la violenza. Secondo le dichiarazioni della donna il kosovaro l’avrebbe trattenuta con la forza e, dopo aver assunto della cocaina, l’avrebbe stuprata, sempre sotto la minaccia dell’uso dell’arma, per circa due ore. Quando la vittima ha ricevuto sul suo cellulare una telefonata del figlio ha scoperto che il ragazzo non stava correndo alcun pericolo. A quel punto è riuscita a liberarsi e a fuggire. Gli agenti intervenuti l’hanno accompagnata in ospedale, dove è stata confermata la violenza subita. Ed è a questo punto che è emerso un altro aspetto particolarmente inquietante. L’aggressione era stata pianificata. Da un mandante. L’indagato, hanno scoperto gli investigatori, avrebbe agito con brutalità su indicazione di un amico albanese che gli aveva chiesto di dare una «lezione» alla donna per vendicarsi di un vecchio torto. Per un paio di giorni gli investigatori hanno setacciato diverse aree della città, riuscendo infine a individuare l’appartamento in cui si nascondeva il kosovaro. Ieri mattina l’irruzione. L’indagato, accusato di violenza sessuale aggravata e sequestro di persona, era pronto a lasciare l’Italia e aveva già la valigia pronta, posizionata davanti alla porta d’ingresso. Il presidente della Regione Luca Zaia chiede tolleranza zero: «Una violenza intollerabile, un atto di barbarie che ci lascia sgomenti. Ringrazio le forze dell’ordine per la rapidità con cui hanno assicurato alla giustizia questo criminale. Ora ci aspettiamo una pena esemplare». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nordafricano-violenta-minorenne-busto-arsizio-2671775968.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="esecuzione-a-roma-e-mafia-cinese" data-post-id="2671775968" data-published-at="1744760579" data-use-pagination="False"> Esecuzione a Roma: è mafia cinese Li ha attesi sul pianerottolo. Sapeva dove abitavano e anche l’orario in cui sarebbero rientrati. Un piano perfetto. Una vera e propria esecuzione. Fredda. Lucida. E, secondo gli investigatori, «mafiosa». Sei colpi di pistola, uno raggiunge la testa dell’uomo, uno quella della moglie. Ma questa volta la mafia che ha colpito parla cinese. E ha lasciato due cadaveri, Zhang Dayong, 53 anni, e sua moglie Gong Xiaoqing, 38, stesi in una pozza di sangue a due passi dal Pigneto, quartiere della movida romana. È il primo segnale, secondo gli inquirenti, che la cosiddetta «guerra delle grucce», la faida tra clan cinesi per il monopolio della logistica e dell’abbigliamento, ha raggiunto anche la capitale. Si era combattuta a Prato, con violenze, aggressioni, tentati omicidi, attentati incendiari, a Firenze e anche a Madrid e a Parigi. Le imprese colpite sono considerate collegate tra loro. In Toscana il mercato si è assottigliato, molte aziende sono andate in crisi e stanno abbandonando le aree industriali. Un clima nel quale le organizzazioni criminali sembrano sguazzare. E adesso anche Roma sembra potersi trasformare in un campo di battaglia. E non è un caso che a finire sotto i colpi del killer sia stato proprio Dayong, detto Asheng. Un nome che ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Firenze non è nuovo: era comparso nelle carte dell’inchiesta «China Truck», l’indagine che nel 2018 ha svelato l’esistenza di un’organizzazione mafiosa cinese con ramificazioni in tutta Europa. Un sistema criminale spietato, strutturato come una holding: trasporti, logistica, sfruttamento del lavoro, riciclaggio. Tutto in mano a pochi nomi. Uno su tutti: Zhang Naizhong, accusato di essere il boss dei boss (assolto dall’accusa di usura, ma il processo per mafia è ancora in corso), che da circa un anno sembra essere sotto attacco. E Dayong era considerato uno dei suoi luogotenenti. Era imputato per tentata estorsione, mentre la moglie, secondo i primi accertamenti, aveva un precedente per gioco d’azzardo. Alle 23.10 di lunedì un uomo con il cappuccio entra nel condominio di via Prenestina. Aveva citofonato poco prima a caso, spacciandosi per un fattorino. Qualcuno gli apre. Il killer aspetta pochi minuti e quando i due varcano l’ingresso apre il fuoco. Sei colpi partono da una pistola di piccolo calibro. Precisi. Letali. Quando i carabinieri arrivano la scena è quella di un’esecuzione. Il portone spalancato, il sangue sul pavimento, le borse della donna a terra, i cellulari ancora accesi. Il sicario, invece, si è dileguato. Non è chiaro se ad attenderlo fuori ci fosse un complice con una moto o con un’auto. Le telecamere condominiali non funzionano. Ma sulla strada (nella stessa zona alcuni anni fa si è verificato un altro duplice omicidio, quello di Zhou Zheng, un papà che quando il killer ha sparato aveva la figlia Joy in braccio) ce ne sono altre. Gli investigatori sono partite da quelle. E dal passato di Dayong, più volte intercettato e pedinato. Aveva contatti con fornitori e trasportatori. Gestiva i flussi della logistica. Controllava interi comparti dell’abbigliamento. Ed era finito nel mirino anche per il suo ruolo in un altro snodo chiave dell’organizzazione: la riscossione del pizzo tra le aziende cinesi. Sulla scrivania dei pm, in contatto con gli inquirenti di Firenze e di Prato, ci sono già le mappe della criminalità cinese in Italia. Una galassia complessa e difficile da decifrare.
Il premier britannico Keir Starmer (Ansa)
Una morte brutale, che scatenò proteste che dilagarono da Minneapolis a tutti gli States, prima pacifiche e poi violente, organizzate dal movimento Black lives matter, represse assai a fatica dalle forze dell’ordine. Alla Casa Bianca c’era Donald Trump.
Le due vicende sono accomunate da un elemento agghiacciante: sia Nowak che Floyd sono morti sussurrando la frase «I can’t breathe», «non posso respirare», mentre un agente di polizia gli schiaccia il collo con un ginocchio. Le analogie, però, finiscono qui: Floyd fu effettivamente assassinato dall’agente di polizia Derek Chauvin, che lo tenne immobilizzato premendogli sul collo il ginocchio per nove minuti, ammanettato. La polizia era intervenuta su chiamata di un negoziante, che riteneva che Floyd gli avesse rifilato una banconota da 20 dollari falsa per acquistare le sigarette. Chauvin è stato condannato a 22 anni e mezzo di carcere per omicidio colposo di secondo grado e a 21 anni per aver violato i diritti civili di Floyd.
Henry Nowak, invece, non è stato ucciso, lo scorso dicembre, dal ginocchio dell’agente di polizia, premuto sul suo collo (agente che alla implorazione di Nowak, che gli dice di essere stato accoltellato, risponde: «Non credo proprio, amico»). Era stato infatti colpito a morte, poco prima dell’arrivo degli agenti, dal ventitreenne sikh Vickrum Digwa. Condannato pochi giorni fa all’ergastolo, alla polizia aveva detto di essere stato aggredito per motivi razzisti da Nowak: gli agenti gli avevano creduto, prima di rendersi conto della realtà dei fatti. Il vicepresidente americano, JD Vance, ha scrito su X: «Henry Nowak è morto nello stesso modo in cui muore una civiltà: abbandonato, ammanettato da autorità che non si fidavano di lui né si curavano di lui e accusato di crimini d'odio che non aveva commesso. Il suo omicidio è tanto tragico quanto esecrabile». A mostrare al mondo intero la diversa reazione di Starmer rispetto ai due casi è stato Elon Musk, che su X ha pubblicato alcuni video, rilanciando un post dell’account End wokeness: «Starmer su Henry Nowak: non sfruttate questa situazione a fini politici», si legge nel testo. E poi: «Starmer su George Floyd», e i video del premier britannico dopo l’omicidio di Minneapolis. «Non posso fermarmi dall’esprimere choc e rabbia», diceva Starmer, «per la morte di George Floyd. L’omicidio di Floyd ha acceso i riflettori sul razzismo che devono subire le persone di colore negli Stati Uniti e non solo, compreso il Regno Unito. Sono sorpreso che il primo ministro non ha ancora detto niente su questo, ma spero che la prossima volta che parlerà col presidente Trump di quanto accaduto». Poi, altro video: «Come voi», dice Starmer, «sono scioccato e arrabbiato per l’omicidio di George Floyd. E la risposta del presidente Trump e delle autorità americane alle proteste pacifiche della gente che chiede giustamente giustizia sono state un affronto all’umanità. È stato acceso un faro su razzismo, discriminazione, sperimentato dalle minoranze nere e dalle comunità etniche negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in tutto il mondo».
Manco a dirlo, nel 2020, il primo ministro britannico era Boris Johnson, e Starmer era all’opposizione. L’attuale inquilino di Downing Street si arrabbia pure, accusando Musk di «fomentare divisioni».
Intanto, dalla Gran Bretagna emerge un altro caso di presunto «razzismo» al contrario. Lo rivela il Telegraph, che intervista Emma Webber, la madre di Barnaby, ucciso da Valdo Calocane, un uomo di colore originario della Guinea Bissau affetto da schizofrenia paranoica nel 2023. Barnaby, 19 anni, fu accoltellato a morte con la sua amica e coetanea Grace O’Malley-Kumar e con il sessantacinquenne Ian Coates a Nottingham. L’assassino cercò anche di ammazzare altre tre persone, investendole con un van, senza riuscirci. Valdo Calocane, scrive il Telegraph, era stato internato quattro volte prima di uccidere Barnaby Webber, Grace O’Malley-Kumar e Ian Coates.
Le testimonianze raccolte nell’ambito dell’inchiesta hanno dimostrato che nonostante Calocane avesse precedenti di mancata aderenza terapeutica (mancata assunzione dei farmaci) e di comportamenti violenti, il personale dei servizi di salute mentale si era affidato prevalentemente a contatti telefonici anziché a incontri di persona, adducendo come motivazioni problemi con l’auto e le restrizioni legate al Covid. È stato infine dimesso dai servizi di salute mentale con una schizofrenia non trattata nel settembre 2022, nove mesi prima che ammazzasse tre persone. L’inchiesta ha anche appurato che nel 2020, a seguito di un episodio di violenza, gli esperti di salute mentale avevano deciso di non sottoporre Calocane a trattamento coatto dopo aver preso in considerazione studi secondo cui i giovani uomini di colore erano sovrarappresentati in stato di detenzione.
Una delle ammissioni più scioccanti emerse dall’inchiesta è stata la scoperta di un fascicolo della polizia inviato da un detective veterano nel dicembre 2023, in cui si concludeva che Calocane, nonostante soffrisse di psicosi, era effettivamente in possesso delle sue facoltà mentali e consapevole delle proprie azioni. Nell’inchiesta è emerso che questo fascicolo era stato inserito nell’archivio MG6D, una cartella nascosta per le prove inutilizzate solitamente riservata al materiale più sensibile, prove relative a operazioni antiterrorismo o alla sicurezza nazionale, per esempio. Le famiglie delle vittime di Calocane hanno concluso che questa informazione è stata nascosta perché minava la decisione del Crown prosecution service di accettare una dichiarazione di omicidio colposo. Ma Emma Webber e i familiari delle altre vittime non si arrendono.
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Nel riquadro, il giovane pestato dai nordafricani a Brescia (iStock)
Gang di giovani così descritti dal documento: persone «prevalentemente di sesso maschile al cui interno spiccano soggetti con abbigliamento sportivo (scarpe da ginnastica, borsello/marsupio a tracolla), capelli rasati ai lati/ricci parte superiore, principalmente di etnia egiziana o nord africana (c.d. maranza)». Vengono snocciolati dati e tabelle in cui per esempio si osserva come le segnalazioni di stranieri per violenza sessuale, tra il 2022 e il 2023, siano molto più alte rispetto a quelle degli italiani. E questo, val la pena sottolinearlo, nonostante i primi siano molti di meno. Ma non solo. In un altro grafico appare come il 57 per cento degli indagati sia di cittadinanza straniera, in particolare marocchina, tunisina ed egiziana. Nonostante i dati, secondo il report non ci sarebbe una vera emergenza, ma si tratterebbe principalmente di un problema di percezione. Bene. Applauso del Pd durante la presentazione in consiglio comunale. «Le baby gang non esistono», aveva esultato Roberto Omodei, capogruppo del Partito democratico.
Accade però che la realtà, ancora una volta, abbia smentito questa retorica che tende a minimizzare un problema che c’è ed è evidente. Lo scorso 3 giugno, un ragazzo di poco più di vent’anni che ha chiesto l’anonimato perché ancora scosso, decide di andare allo stadio per vedere Brescia-Ascoli. La sua è un’abitudine. Il calcio gli piace e, ancora di più, vederlo giocato dal vivo. La partita finisce con un pareggio. Il giovane lascia lo stadio per andare a prendere la macchina e, come racconta alla Verità, «quando arrivo al parcheggio dell’In’s mi trovo davanti un gruppo di circa sei o sette ragazzi di colore (immagino nordafricani), che mi fa una domanda veramente a caso sulla partita. Rispondo, ma continuo a camminare dicendo di essere di fretta». Poi il registro cambia. «All’improvviso uno di questi ragazzi si avvicina e mi mette il braccio sulle spalle. Arrivano anche gli altri, che mi sfilano il telefono dalle mani e iniziano a colpirmi con continui pugni in faccia. A partire da quel momento ho fatto tanta fatica a vedere, visto che l’occhio si era gonfiato moltissimo».
Il ragazzo cade. «Mi chiedono il portafogli mentre continuano a picchiarmi e a tenermi bloccato; me lo sfilano dalla tasca e mi tirano dei calci in faccia. Continuano così mentre mi chiedono di sbloccare il telefono, cosa che non ho fatto, e che ha fatto sì che continuassero a picchiarmi».
Il gruppetto se ne va. Resta solo un nordafricano che continua a chiedere il pin. Il povero ragazzo non glielo dà. Lo straniero riconsegna il telefono, nella speranza che venga sbloccato, ma il ferito prova a scappare. Non c’è niente da fare però. «Mi ha preso dal cappuccio del giubbotto e mi ha dato ancora pugni in faccia. Ricado a terra e mi minaccia di spaccare telefono se non lo sblocco». A questo punto, il nordafricano se ne va. Il giovane si rialza a fatica e, fortunatamente, incontra un ragazzo che conosce e che chiama i soccorsi. «Al pronto soccorso, carabinieri, polizia e infermieri mi hanno detto che situazioni del genere si verificano spesso. Ci sono rimasto male», confessa il ferito. Che ci tiene però anche a precisare che ha molti amici «marocchini e algerini, ma questa volta è andata così».
Prognosi di 30 giorni e volto tumefatto. Non una questione di percezione, ma di realtà. Di sangue e botte. Non è un caso che Carlo Andreoli, consigliere comunale di Fratelli d’Italia a Brescia, sia intervenuto su questo fatto chiamando in causa chi governa la città: «Ciò che fa davvero rabbrividire è che coloro che amministrano questa città abbiano, per oltre un anno e mezzo, minimizzato queste situazioni. Esponenti della Giunta hanno sostenuto per mesi, anche pubblicamente, che “non esistono bande giovanili in città”, arrivando persino a commissionare uno studio, con l’Università degli studi di Brescia, che certificasse l’inesistenza del fenomeno. Ma è normale tutto questo? Perché negare una realtà che è sotto gli occhi di tutti? Nessuno ha la bacchetta magica per risolvere problemi complessi ma se si continua a nascondere la polvere sotto il tappeto, lanciando proclami ideologici e deliranti come l’inesistenza di questi fenomeni, come potremo mai affrontarli e risolverli?».
Ancora una volta la realtà ha battuto l’ideologia. E, ancora una volta, lo ha fatto al prezzo del sangue.
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Luca Zaia (Getty Images)
Roberto Vannacci sembra diventato una calamita. Oggi a Viareggio i parlamentari leghisti Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof dovrebbero comunicare il loro passaggio a Futuro nazionale. Nomi che si aggiungono ai tanti fuoriusciti, a livello romano ma anche regionale e locale, che in queste settimane stanno preferendo il generale al capitano. Non è che finora abbiano cambiato casacca volti storici del Carroccio. In molti casi si tratta di figure politiche che venivano già da precedenti partiti. Il tema è un altro: i sondaggi peggiorano per la Lega. Ma, soprattutto: cos’è ora la Lega?
Il partito preso in mano da Matteo Salvini nel 2014 al 4% era salito al 35% nel 2019 sulla base di pochi punti fermi, lotta all’immigrazione clandestina, in primis. Uno storico comandamento bossiano che, però, ha sempre meno mercato elettorale visto che giocano sullo stesso terreno Fratelli d’Italia e ora Futuro nazionale. Tocca trovare altri mercati politici. E nomi che possano rappresentare una svolta vera. Uno su tutti è quello di Luca Zaia, ex governatore del Veneto e ora presidente del Consiglio regionale della Serenissima eletto a furor di preferenze.
Nasce da questo ragionamento l’offerta di Salvini al Doge di «dare un aiuto». E l’ex ministro delle Politiche agricole con Silvio Berlusconi premier è pronto. Non, però, in cambio solo di una poltrona. Sì, ovvio, c’è quella di vicesegretario federale, per il Nord. Carica che si affiancherebbe a quella di Claudio Durigon, plenipotenziario al Centro-Sud. Zaia, però, chiede quasi mani libere. O meglio: una squadra con cui lavorare. Si parla molto di un ruolo di Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza Stato-Regioni e governatore del Friuli-Venezia Giulia. Chi ha parlato con il Doge, però, sa che per lui i nomi sono importanti, tuttavia non bastano. Una delle richieste per il debutto in campo politico di Zaia (finora ha sempre fatto l’amministratore da quando iniziò come consigliere nella natìa Godega di Sant’Urbano, anno 1993) è quella di buttare giù un programma e un metodo di di lavoro, con degli obiettivi concreti di cui parlare: imprese, lavoro, intelligenza artificiale, attrazione degli investimenti, grandi opere. E «senza guardare i sondaggi adesso».
Il modello cui si ispira il Doge, si sa, è quello della Csu bavarese. Un sistema partitico attaccato al territorio, che va oltre i classici schemi destra-sinistra. La Csu bavarese, in Germania, è sempre stata alleata alla Cdu ma entra anche in governi di coalizione. Con l’unico scopo di valorizzare le risorse economiche e umane della Baviera. Stessa idea che Zaia ha per il Nord. Ecco perché, raccontano fonti interpellata dall’agenzia Agi, l’ex governatore veneto vorrebbe «totale autonomia di spesa e di programmazione della campagna elettorale», oltre a garanzie sulle liste nelle Regioni settentrionali. Insomma, Zaia alla fine darà una mano a Salvini non, però, per non decidere.
Per il 10, mercoledì prossimo, il segretario leghista ha convocato la riunione del Consiglio federale del partito a Roma in cui dovrebbe cominciare a delineare la «formula» che ha pensato per il rilancio. Niente è, comunque, deciso. Al punto che, per non bruciare questa sorta di trattativa programmatica con Zaia, ieri il vicepremier ha detto che non «perde tempo con articoli privi di fondamento», riferendosi alle anticipazioni di alcuni giornali sul futuro ruolo del Doge.
C’è tempo per le comunicazioni ufficiali. L’obiettivo di Salvini pare sia quello di chiudere l’accordo prima del «ritiro» del partito in programma per il primo weekend di luglio nel Trevigiano, terra natale di Zaia. Secondo alcune ricostruzioni citate sempre dall’Agi, oltre a programmi e nomi, c’è anche una questione tecnico-burocratica da risolvere. Zaia avrebbe chiesto a Salvini un passaggio congressuale. Non una assise elettiva, viene riferito, ma un congresso finalizzato alla «modifica dello Statuto» per dare vita addirittura a un «nuovo soggetto politico» che si occupi del Nord all’interno della Lega, sul modello, appunto, della Csu bavarese. Si potrà fare senza scontentare mezzo partito?
Le bocche restano cucite. Si lavora per arrivare a una soluzione che accontenti tutti, a iniziare dai governatori. I primi segnali sono comunque positivi. Zaia «impegnato per il Nord» è «sicuramente un’ottima idea. Ora vediamo di proseguire in questo processo» ,commenta Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, «che è ancora lungo ma che dovrà essere portato a compimento». Se va in porto, però, cambia tutto per la Lega. E pure per gli alleati del centrodestra.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Risorse che si aggiungono alla componente strutturale di 38,5 miliardi e che, secondo il primo Osservatorio Teha sulle politiche agroalimentari (in Italia guidate dal ministro Francesco Lollobrigida), hanno abilitato un impatto diretto sul settore pari a 87 miliardi di euro di valore aggiunto. Il beneficio complessivo per il sistema-Paese è stimato in 246 miliardi di euro nel medio-lungo periodo.
I dati sono stati presentati a Bormio, in occasione della decima edizione del Forum Food&Beverage, dove Teha Group ha illustrato il nuovo Osservatorio nato per misurare le ricadute economiche e strutturali delle politiche pubbliche a supporto dell’agroalimentare italiano. Il quadro segnala un cambio di passo: più risorse, maggiore attenzione alle filiere produttive e una politica industriale orientata a rafforzare competitività, autonomia e proiezione internazionale del Made in Italy alimentare.
Dei 246 miliardi di benefici stimati, 67,8 miliardi sono già osservabili nell’arco dei prossimi tre anni, mentre altri 178 miliardi emergeranno nel medio-lungo periodo attraverso maggiore competitività, occupazione qualificata e presidio dei mercati internazionali. L’Osservatorio evidenzia così una discontinuità rispetto alla fase precedente: tra il 2010 e il 2022 il sostegno pubblico all’agricoltura era rimasto sostanzialmente stabile, con una media annua non superiore a 12,4 miliardi di euro.
«L’Osservatorio», ha commentato Valerio De Molli, managing partner e Ceo di The European House - Ambrosetti e Teha Group, «ha analizzato un contesto internazionale nel quale emerge un divario significativo nel livello di sostegno pubblico: negli Stati Uniti il budget dell’Usda rappresenta il 40,1% del fatturato agricolo, quasi quattro volte in più del 10,4% garantito dalla Politica agricola comune europea. Il rafforzamento delle politiche nazionali, letto attraverso dati omogenei e misurabili, è quindi una leva decisiva per sostenere competitività, resilienza e autonomia strategica dell’agroalimentare italiano».
Nel triennio 2023-2025 le politiche agricole e industriali sono state classificate da Teha in sette linee di intervento, che riflettono una scelta politica precisa: sostenere la capacità produttiva, accompagnare l’innovazione, difendere il potere d’acquisto e promuovere l’identità agroalimentare italiana. Il sostegno alla capacità produttiva delle filiere strategiche concentra 6,1 miliardi di euro, mentre innovazione tecnologica e autonomia energetica mobilitano 5,6 miliardi. Seguono il sostegno al consumo, con 3,6 miliardi, la sicurezza alimentare, con 1,1 miliardi, e l’imprenditoria giovanile, con 0,4 miliardi destinati al ricambio generazionale.
Il settore agroalimentare resta, insomma, tra i principali motivi di orgoglio del Made in Italy nel mondo. Nel 2024 ha fatturato 269,9 miliardi di euro, di cui 193 miliardi generati dall’industria Food&Beverage e 76 miliardi dal comparto agricolo, con una crescita del 42% rispetto al 2015. Il valore aggiunto, pari a 81,6 miliardi, colloca l’agroalimentare al primo posto tra i comparti manifatturieri italiani.
Anche l’export conferma la forza del comparto. Nel 2025 le esportazioni agroalimentari hanno raggiunto il record storico di 72,5 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto al 2015 e il 5% in più sul 2024, nonostante l’introduzione di dazi negli Stati Uniti. L’Italia è inoltre prima nell’Ue-27 per valore aggiunto del comparto agricolo, pari a 44,2 miliardi di euro, mentre l’incidenza dell’agroalimentare sul Pil nazionale ha raggiunto il record ventennale del 4,2%.
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