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2023-05-18
Il «niet» di Orbán sulle nuove armi Ue a Kiev
Viktor Orbán (Ansa)
L’Europa dice che questo è il tempo della guerra, ma a Budapest, dove i transiti di carri armati non evocano ricordi gaudiosi, si moltiplicano le perplessità. Il governo di Viktor Orbán, spesso titubante sulle sanzioni alla Russia, aveva già annunciato lunedì la sua intenzione di fermare l’ultima tranche di finanziamenti dal Fondo per la pace (Epf), 500 milioni destinati alle forniture di munizioni all’Ucraina. Alla fine, la minaccia si è concretizzata. «L’Ungheria», ha fatto sapere l’ufficio del portavoce dell’esecutivo in un’email a Reuters, «non condivide il fatto che l’Unione europea, insieme ad altri strumenti esistenti, utilizzi il Fondo europeo per la pace solo rispetto all’Ucraina, in quanto ciò non consente di incanalare fondi sufficienti per promuovere gli interessi dell’Ue in altre aree».
Fino ad oggi, Bruxelles aveva stanziato oltre 3 miliardi di euro in aiuti militari attraverso l’Epf, nell’ambito dei «tre pilastri» per il sostegno a Kiev. L’ultima mossa è stata il lancio dell’Asap, una norma per licenziare la quale l’Europarlamento ha anche attivato una procedura d’urgenza: si tratterà di erogare un ulteriore mezzo miliardo, per rafforzare le capacità produttive dell’industria della Difesa e garantire alla resistenza almeno un milione di munizioni l’anno. Anche emendando appositamente i piani di resilienza, per dirottare parte delle risorse a questo obiettivo. L’Italia, pur confermando la linea sugli aiuti militari, ha invece già annunciato che non impiegherà soldi del Pnrr per gli armamenti.
Particolare è il caso dell’Ungheria. Benché membro di Ue e Nato, non ha voluto mai fornire equipaggiamenti bellici alla nazione invasa e ha sovente ritardato l’approvazione delle contromisure economiche ai danni di Mosca, per le quali è necessario il sì unanime dei 27 membri dell’Unione.
D’altronde, l’unità occidentale sta vacillando anche in merito alla coalizione per fornire a Kiev i caccia F-16, ideata da Londra e Paesi Bassi: la Germania si è tirata fuori. «Non abbiamo né le capacità di addestramento, né le competenze, né gli aerei», ha chiosato il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius.
Nel quadro della sbornia bellicista dell’Europa, le perplessità dei magiari possono almeno essere l’occasione per riflettere sull’autonomia strategica del blocco. Un principio proclamato a una sola voce dai leader continentali che, tuttavia, si sta scontrando con la realtà di una guerra che gli Usa combattono per procura, proprio sulle spalle dell’Unione europea.
Eccitati dall’entusiasmo per la controffensiva ucraina e decisi a sbarrare ogni spiraglio di trattativa, inseguendo i desiderata di Volodymyr Zelensky, rischiamo così di trovarci prigionieri di un lungo conflitto, a intensità variabile e dall’impatto economico che resterà devastante per tanti anni. Forse, ben oltre il giorno in cui sarà completato il disaccoppiamento dalla Russia. Con l’aggravante di un paradosso geopolitico: proprio ieri, il presidente ucraino si è detto disposto ad ascoltare le proposte di pace di Sudafrica, Zambia, Senegal, Repubblica del Congo, Uganda ed Egitto. Più o meno la stessa dichiarazione del ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Lavrov, che vorrebbe coinvolgere anche il «putiniano» Lula, leader del Brasile. Giusto per ricordarci che gli equilibri mondiali non si giocano solamente sulla direttrice Washington-Londra e, in subordine, Bruxelles.
Intanto, per completare il fosco ritratto del malvagio Orbán, il Center for reproductive rights, no profit americana pro aborto, fa sapere che «molte rifugiate ucraine» nei Paesi dell’Est, tra i quali, appunto, l’Ungheria, oltre a Polonia, Romania e Slovacchia, starebbero tornando provvisoriamente in patria per interrompere le gravidanze o assumere contraccettivi. Sarà che una pillola val bene i bombardamenti...
Una buona notizia arriva dal fronte degli accordi sull’export di grano, sui quali vigeva un ultimatum russo in scadenza oggi. Ieri pomeriggio, dopo la partenza di quella che sembrava l’ultima nave con il prezioso carico, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, in corsa per il ballottaggio, ha annunciato che l’intesa è stata prorogata per due mesi. «Mi auguro che questa decisione, che è di vitale importanza per il funzionamento continuo delle filiere alimentari globali e soprattutto per facilitare l’accesso ai cereali dei Paesi bisognosi, sia vantaggiosa per tutte le parti», ha dichiarato il sultano.
In seguito, la portavoce del Cremlino, Maria Zakharova, ha confermato l’ok russo, ma ha aggiunto che «gli squilibri» nel patto «vanno corretti il più rapidamente possibile». Mosca pretende lo sblocco delle esportazioni di fertilizzanti e prodotti cerealicoli, le quali, invece, continuerebbero a essere ostacolate. Per ora, sono stati assicurati altri 60 giorni di tregua. Ogni compromesso viaggia su un filo sottilissimo.
Kuleba ammonisce l’inviato cinese: «Rispettare l’integrità territoriale»
Sono sempre di più le proposte di intermediazione per arrivare a una pace tra Russia e Ucraina. Il presidente del Sudafrica Cyril Ramaphosa, dopo esser stato accusato di essere filoputiniano per la sua neutralità, ha deciso di voler andare dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky con in mano una proposta di pace. La missione sarebbe in rappresentanza di diversi Paesi africani. Zelensky ha dichiarato di accogliere con favore questa iniziativa pacifica e di essere «pronto a ricevere illustri ospiti in Ucraina, ascoltare le loro proposte, parlare della formula di pace ucraina e invitarli a unirsi alla sua attuazione».
Anche la Russia si è inserita nel discorso. Il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, ha detto che Mosca è disponibile a studiare sia l’iniziativa di pace proposta dal presidente del Sudafrica, sia quella proposta dal Brasile. Secondo Lavrov si tratta, infatti, «di iniziative generate dal sincero desiderio di aiutare a stabilizzare l’ordine mondiale». Ha poi denunciato, severo, che Stati Uniti ed Europa non nascondono la loro riluttanza ad ascoltare il piano proposto dalla Cina solo perché la Russia ha detto che se ne può discutere. «L’unico piano che l’Occidente può promuovere è il piano in 10 punti di Zelensky», ha spiegato Lavrov, ricordando che «questo piano richiede la capitolazione della Russia, un processo, il pagamento di risarcimenti all’Ucraina e solo dopo il regime di Kiev accetterà di firmare un accordo di pace». A proposito di Cina l’inviato di Pechino Li Hui è arrivato a Kiev, nel quadro di una missione tesa alla soluzione politica della guerra. Oltre a Kiev, il delegato cinese visiterà anche Varsavia, Parigi, Berlino e infine Mosca. Il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba ha esortato l’inviato di Pechino a «rispettare l’integrità territoriale» dell’Ucraina, lodando il ruolo «importante» della Cina.
Nel ventaglio delle offerte di mediazione o di missioni di pace, come chiamate da alcuni, c’è anche quella della Santa Sede. Il premier ucraino, durante la sua visita a Roma, ha ritagliato un po’ di tempo per incontrare anche Papa Francesco. Non è chiaro se abbiano parlato della mediazione o meno, si sa solo che l’incontro è durato una quarantina di minuti, il che non lascia ben sperare. Il Vaticano, però, non demorde. Il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato della Santa Sede, prendendo la parola al summit del Consiglio d’Europa di Reykjavik, ha detto: «Non possiamo accettare passivamente che una guerra di aggressione continui. Dobbiamo tenere a mente che il popolo ucraino soffre» e intraprendere «iniziative per creare una pace giusta per l’Ucraina. La Santa Sede continuerà a fare il proprio compito».
Nel frattempo, proprio il Consiglio d’Europa, l’organizzazione internazionale con sede a Strasburgo per la difesa dei diritti umani in Europa, ha istituito il registro dei danni causati dall’aggressione della Russia all’Ucraina. L’Unione europea e ben 43 Paesi su 46 hanno aderito all’accordo parziale o, in alternativa, hanno mostrato l’intenzione di aderire. Il registro, sottolinea il Consiglio, «è un primo passo verso l’accertamento delle responsabilità per i crimini commessi durante la brutale guerra della Russia ed è un forte messaggio di sostegno all’Ucraina». Il registro avrà sede all’Aia, in Olanda, con un ufficio satellite in Ucraina; per il momento la sua attività è prevista che duri tre anni. Servirà alla raccolta e alla registrazione di prove e informazioni relative alle richieste di risarcimento danni, perdite o lesioni derivanti dall’aggressione della Russia contro l’Ucraina, aprendo la strada a un futuro meccanismo internazionale di risarcimento per le vittime dell’aggressione.
Grande soddisfazione da parte del premier ucraino, Denys Shmyhal che ha commentato: «L’istituzione di un registro dei danni causati in Ucraina» dall’invasore russo «è senza dubbio una decisione storica. Dal leader più alto al soldato più semplice, tutti devono rispondere dei loro crimini», ha sottolineato Shmyhal aggiungendo che «è arrivato il momento di ripristinare la giustizia».
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L’Ungheria ha bloccato l’ultima tranche di finanziamenti dell’Unione, 500 milioni di euro, per le forniture militari all’Ucraina. La Germania si chiama fuori dalla coalizione per fornire i caccia F-16. Prorogati per due mesi gli accordi sull’export di grano.Il Sudafrica: «Ecco il nostro piano di pace». Il cardinal Pietro Parolin: «Santa Sede al lavoro».Lo speciale contiene due articoli.L’Europa dice che questo è il tempo della guerra, ma a Budapest, dove i transiti di carri armati non evocano ricordi gaudiosi, si moltiplicano le perplessità. Il governo di Viktor Orbán, spesso titubante sulle sanzioni alla Russia, aveva già annunciato lunedì la sua intenzione di fermare l’ultima tranche di finanziamenti dal Fondo per la pace (Epf), 500 milioni destinati alle forniture di munizioni all’Ucraina. Alla fine, la minaccia si è concretizzata. «L’Ungheria», ha fatto sapere l’ufficio del portavoce dell’esecutivo in un’email a Reuters, «non condivide il fatto che l’Unione europea, insieme ad altri strumenti esistenti, utilizzi il Fondo europeo per la pace solo rispetto all’Ucraina, in quanto ciò non consente di incanalare fondi sufficienti per promuovere gli interessi dell’Ue in altre aree».Fino ad oggi, Bruxelles aveva stanziato oltre 3 miliardi di euro in aiuti militari attraverso l’Epf, nell’ambito dei «tre pilastri» per il sostegno a Kiev. L’ultima mossa è stata il lancio dell’Asap, una norma per licenziare la quale l’Europarlamento ha anche attivato una procedura d’urgenza: si tratterà di erogare un ulteriore mezzo miliardo, per rafforzare le capacità produttive dell’industria della Difesa e garantire alla resistenza almeno un milione di munizioni l’anno. Anche emendando appositamente i piani di resilienza, per dirottare parte delle risorse a questo obiettivo. L’Italia, pur confermando la linea sugli aiuti militari, ha invece già annunciato che non impiegherà soldi del Pnrr per gli armamenti.Particolare è il caso dell’Ungheria. Benché membro di Ue e Nato, non ha voluto mai fornire equipaggiamenti bellici alla nazione invasa e ha sovente ritardato l’approvazione delle contromisure economiche ai danni di Mosca, per le quali è necessario il sì unanime dei 27 membri dell’Unione.D’altronde, l’unità occidentale sta vacillando anche in merito alla coalizione per fornire a Kiev i caccia F-16, ideata da Londra e Paesi Bassi: la Germania si è tirata fuori. «Non abbiamo né le capacità di addestramento, né le competenze, né gli aerei», ha chiosato il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius.Nel quadro della sbornia bellicista dell’Europa, le perplessità dei magiari possono almeno essere l’occasione per riflettere sull’autonomia strategica del blocco. Un principio proclamato a una sola voce dai leader continentali che, tuttavia, si sta scontrando con la realtà di una guerra che gli Usa combattono per procura, proprio sulle spalle dell’Unione europea. Eccitati dall’entusiasmo per la controffensiva ucraina e decisi a sbarrare ogni spiraglio di trattativa, inseguendo i desiderata di Volodymyr Zelensky, rischiamo così di trovarci prigionieri di un lungo conflitto, a intensità variabile e dall’impatto economico che resterà devastante per tanti anni. Forse, ben oltre il giorno in cui sarà completato il disaccoppiamento dalla Russia. Con l’aggravante di un paradosso geopolitico: proprio ieri, il presidente ucraino si è detto disposto ad ascoltare le proposte di pace di Sudafrica, Zambia, Senegal, Repubblica del Congo, Uganda ed Egitto. Più o meno la stessa dichiarazione del ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Lavrov, che vorrebbe coinvolgere anche il «putiniano» Lula, leader del Brasile. Giusto per ricordarci che gli equilibri mondiali non si giocano solamente sulla direttrice Washington-Londra e, in subordine, Bruxelles.Intanto, per completare il fosco ritratto del malvagio Orbán, il Center for reproductive rights, no profit americana pro aborto, fa sapere che «molte rifugiate ucraine» nei Paesi dell’Est, tra i quali, appunto, l’Ungheria, oltre a Polonia, Romania e Slovacchia, starebbero tornando provvisoriamente in patria per interrompere le gravidanze o assumere contraccettivi. Sarà che una pillola val bene i bombardamenti...Una buona notizia arriva dal fronte degli accordi sull’export di grano, sui quali vigeva un ultimatum russo in scadenza oggi. Ieri pomeriggio, dopo la partenza di quella che sembrava l’ultima nave con il prezioso carico, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, in corsa per il ballottaggio, ha annunciato che l’intesa è stata prorogata per due mesi. «Mi auguro che questa decisione, che è di vitale importanza per il funzionamento continuo delle filiere alimentari globali e soprattutto per facilitare l’accesso ai cereali dei Paesi bisognosi, sia vantaggiosa per tutte le parti», ha dichiarato il sultano. In seguito, la portavoce del Cremlino, Maria Zakharova, ha confermato l’ok russo, ma ha aggiunto che «gli squilibri» nel patto «vanno corretti il più rapidamente possibile». Mosca pretende lo sblocco delle esportazioni di fertilizzanti e prodotti cerealicoli, le quali, invece, continuerebbero a essere ostacolate. Per ora, sono stati assicurati altri 60 giorni di tregua. Ogni compromesso viaggia su un filo sottilissimo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/niet-orban-armi-ue-kiev-2660285441.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="kuleba-ammonisce-linviato-cinese-rispettare-lintegrita-territoriale" data-post-id="2660285441" data-published-at="1684362172" data-use-pagination="False"> Kuleba ammonisce l’inviato cinese: «Rispettare l’integrità territoriale» Sono sempre di più le proposte di intermediazione per arrivare a una pace tra Russia e Ucraina. Il presidente del Sudafrica Cyril Ramaphosa, dopo esser stato accusato di essere filoputiniano per la sua neutralità, ha deciso di voler andare dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky con in mano una proposta di pace. La missione sarebbe in rappresentanza di diversi Paesi africani. Zelensky ha dichiarato di accogliere con favore questa iniziativa pacifica e di essere «pronto a ricevere illustri ospiti in Ucraina, ascoltare le loro proposte, parlare della formula di pace ucraina e invitarli a unirsi alla sua attuazione». Anche la Russia si è inserita nel discorso. Il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, ha detto che Mosca è disponibile a studiare sia l’iniziativa di pace proposta dal presidente del Sudafrica, sia quella proposta dal Brasile. Secondo Lavrov si tratta, infatti, «di iniziative generate dal sincero desiderio di aiutare a stabilizzare l’ordine mondiale». Ha poi denunciato, severo, che Stati Uniti ed Europa non nascondono la loro riluttanza ad ascoltare il piano proposto dalla Cina solo perché la Russia ha detto che se ne può discutere. «L’unico piano che l’Occidente può promuovere è il piano in 10 punti di Zelensky», ha spiegato Lavrov, ricordando che «questo piano richiede la capitolazione della Russia, un processo, il pagamento di risarcimenti all’Ucraina e solo dopo il regime di Kiev accetterà di firmare un accordo di pace». A proposito di Cina l’inviato di Pechino Li Hui è arrivato a Kiev, nel quadro di una missione tesa alla soluzione politica della guerra. Oltre a Kiev, il delegato cinese visiterà anche Varsavia, Parigi, Berlino e infine Mosca. Il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba ha esortato l’inviato di Pechino a «rispettare l’integrità territoriale» dell’Ucraina, lodando il ruolo «importante» della Cina. Nel ventaglio delle offerte di mediazione o di missioni di pace, come chiamate da alcuni, c’è anche quella della Santa Sede. Il premier ucraino, durante la sua visita a Roma, ha ritagliato un po’ di tempo per incontrare anche Papa Francesco. Non è chiaro se abbiano parlato della mediazione o meno, si sa solo che l’incontro è durato una quarantina di minuti, il che non lascia ben sperare. Il Vaticano, però, non demorde. Il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato della Santa Sede, prendendo la parola al summit del Consiglio d’Europa di Reykjavik, ha detto: «Non possiamo accettare passivamente che una guerra di aggressione continui. Dobbiamo tenere a mente che il popolo ucraino soffre» e intraprendere «iniziative per creare una pace giusta per l’Ucraina. La Santa Sede continuerà a fare il proprio compito». Nel frattempo, proprio il Consiglio d’Europa, l’organizzazione internazionale con sede a Strasburgo per la difesa dei diritti umani in Europa, ha istituito il registro dei danni causati dall’aggressione della Russia all’Ucraina. L’Unione europea e ben 43 Paesi su 46 hanno aderito all’accordo parziale o, in alternativa, hanno mostrato l’intenzione di aderire. Il registro, sottolinea il Consiglio, «è un primo passo verso l’accertamento delle responsabilità per i crimini commessi durante la brutale guerra della Russia ed è un forte messaggio di sostegno all’Ucraina». Il registro avrà sede all’Aia, in Olanda, con un ufficio satellite in Ucraina; per il momento la sua attività è prevista che duri tre anni. Servirà alla raccolta e alla registrazione di prove e informazioni relative alle richieste di risarcimento danni, perdite o lesioni derivanti dall’aggressione della Russia contro l’Ucraina, aprendo la strada a un futuro meccanismo internazionale di risarcimento per le vittime dell’aggressione. Grande soddisfazione da parte del premier ucraino, Denys Shmyhal che ha commentato: «L’istituzione di un registro dei danni causati in Ucraina» dall’invasore russo «è senza dubbio una decisione storica. Dal leader più alto al soldato più semplice, tutti devono rispondere dei loro crimini», ha sottolineato Shmyhal aggiungendo che «è arrivato il momento di ripristinare la giustizia».
L'attentato di Modena. Nel riquadro, Salim El Koudri (Ansa)
Nel telefono di Salim El Koudri c’erano le tracce digitali degli attentati d’Europa: ricerche Web, contenuti scaricati. Probabilmente si tratta di consultazioni ripetute su episodi simili a quello che lui stesso ha deciso di mettere in scena il 16 maggio a Modena, quando ha travolto sette persone in via Emilia, tranciando di netto le gambe di una donna. Dai primi accertamenti sui dispositivi del contabile di Ravarino sembra saltare fuori una sorta di immersione progressiva all’interno di una direttrice del terrore. Quasi una ricerca con finalità d’ispirazione. Gli investigatori della Digos e quelli della Squadra mobile stanno lavorando proprio su questo materiale. Perché il dato più significativo da estrapolare non è tanto la presenza di contenuti più o meno esplicitamente violenti, quanto la verifica di un possibile processo di identificazione alimentato dalla ripetizione in video di attentati consumati altrove. Le fonti investigative usano una definizione molto precisa: si sarebbe trattato di «una sorta di autosuggestione». Per ora non ci sarebbero indizi di un reclutamento tradizionale. Né sarebbero emersi contatti con ambienti del terrorismo jihadista. Ma la possibilità che una persona fragile (gli investigatori parlano di «disagio psichico»), quale è apparso da subito El Koudri, abbia cominciato a costruire, senza aiuto, il proprio percorso violento attraverso la visione ossessiva di contenuti online. Ecco perché le ricerche sugli attentati europei sembrano centrali. L’automobile lanciata sui passanti, poi l’uso del coltello, sembrano un modello virale facilmente replicabile.
La geolocalizzazione del telefonino ha consentito di riportare il tracciato su una mappa. Con una linea quasi perfetta: la casa di Ravarino, il percorso verso Modena, poi l’imbocco della via Emilia e l’attentato. La dinamica ormai è ricostruita. Quello che manca ancora, invece, è il movente. Il giudice che l’ha privato della libertà, Donatella Pianezzi, scrive che c’è una patologia psichiatrica accertata (era stato seguito dal Centro per la salute mentale di Castelfranco Emilia per un «disturbo schizoide di personalità»). Anche se, valuta il giudice, «al momento non ci sono elementi per ritenere che il gesto compiuto […] sia una conseguenza della patologia». Mixata probabilmente alla frustrazione di un trentunenne laureato senza un’occupazione e al tempo passato online. Il suo difensore, l’avvocato Fausto Giannelli, dopo l’ultimo incontro con El Koudri, ha suggerito di «valutare la possibilità che qualcuno si sia inserito nella fragilità di Salim, inducendolo a compiere la strage». Parole che aprono un altro scenario molto più opaco: quello dell’influenza di qualcuno che, al momento, però, è ancora ignoto. Di certo voleva colpire più persone possibile. Lo certifica il gip nella convalida dell’arresto quando descrive la sequenza di manovre che, secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza, mostrerebbero con chiarezza la volontà di dirigere la Citroen C3 «nella direzione più adatta a colpire più gente possibile». Prima il marciapiede destro, dove El Koudri investe i primi pedoni e una ciclista. Poi torna in carreggiata. Ma non per fermarsi. Per correggere la traiettoria. Perché alcune persone riescono a schivare l’auto. Ed è a quel punto che punta direttamente verso il marciapiede sinistro della via Emilia, che in quel momento era particolarmente affollato. Alla fine della corsa restano otto corpi a terra.
Il sindaco di Modena Massimo Mezzetti annuncia intanto un pacchetto di denunce per diffamazione contro chi, sui social (e non solo), lo ha attaccato dopo l’attentato. Mezzetti sostiene che «ognuno debba assumersi la responsabilità di quello che scrive e dice» e annuncia che eventuali risarcimenti saranno devoluti alle vittime e ai loro familiari. Il Comune, aggiunge, si costituirà parte civile in un eventuale processo contro El Koudri. Poi denuncia il clima di odio e le accuse diffuse online contro l’amministrazione e contro di lui da chi contesta la «verità ufficiale» dell’attentato. Mezzetti chiarisce «che la rabbia per l’agguato non può giustificare l’incitamento alla violenza e la diffamazione, o le minacce». E spiega che nel mirino sono finiti anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
C’è un precedente risalente al 2003. E pure allora ci fu chi minimizzava
Modena non è stata sconvolta da un attentato solamente il 17 maggio scorso quando Salim El Koudri ha usato la sua auto come un ariete per cercare di portare la morte in città. Esiste almeno un altro caso, successo oltre 20 anni fa.
Era la notte tra il 10 e l’11 dicembre del 2003 e la guerra in Iraq era iniziata da qualche mese. Ancora una volta, dopo l’invasione dell’Afghanistan (2001), nel mondo islamico montava l’odio nei confronti dell’Occidente. L’America, insieme ai suoi alleati, aveva attaccato un Paese musulmano. Un altro. Non si poteva stare solamente a guardare. In qualche modo, la umma doveva reagire. E così, poco prima dell’alba di quell’11 dicembre, Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma, un cittadino palestinese (ma con passaporto giordano) di 34 anni, si mette alla guida della sua Peugeot 205 bianca. Vuole compiere un gesto spettacolare e sceglie come obiettivo la sinagoga. Parcheggia in piazza Mazzini, proprio accanto all’edificio di culto ebraico.
Prima di mettersi in viaggio, Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma ha messo nel bagagliaio due bombole di Gpl. Passa accanto all’accademia militare di Modena a tutta velocità. Attrae la curiosità di alcuni poliziotti in servizio che si avvicinano all’auto.
Una volta fermato, l’aspirante suicida accende una fiamma. Non si muove. Vuole morire nell’esplosione. Così sarà. Le forze dell’ordine vedono il fumo cominciare a salire dai tappetini. Invitano Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma a uscire dall’auto, lui però non vuole. Allora spaccano il finestrino con un estintore, cercando di salvare la vita all’uomo, ma si rendono conto che ormai è troppo tardi. Indietreggiano e l’auto salta in aria.
Come ricorda Il resto del Carlino, il procuratore aggiunto Manfredi Luongo, che seguiva il caso, si affrettò a smontare la pista dell’attacco jihadista: «Al 90 per cento non si tratta di attentato». Proprio come sta accadendo in questi giorni, con le autorità giudiziarie e politiche che parlano solamente di disagio psichico. Ma questa non è l’unica analogia col presente: anche Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma era stato in cura presso i servizi di igiene mentale. Anche lui era depresso e si sentiva isolato da tempo. A un amico, poche ore prima dell’attacco, aveva detto: «Ho sbagliato tutto su tutto». Poi l’esplosione. I brandelli del suicida si spargono ovunque.
Anche quello fu derubricato a un atto compiuto da un pazzo. Eppure, come fa notare Bologna 2000, «secondo il magistrato forse l’uomo voleva soltanto morire bruciato, pensando alla possibile esplosione della bombola del gpl come a un fatto di cui non importarsene. [...] Dovendo morire, cioè, avrebbe scelto di imitare i kamikaze islamici che si fanno esplodere contro gli obiettivi individuati come nemici». Delle due, però, l’una. Del resto, come ha notato il professore dell’università Cattolica, Marco Lombardi, su ItsTime, «il terrorismo degli ultimi decenni non è più quello del passato: è più radicale ed etimologicamente coerente con il proprio nome: “Terrore”. Oggi un attentato terroristico è tale per gli effetti che ottiene e non per le ragioni che lo motivano. Tali effetti si riscontrano su due livelli. Il primo effetto riguarda la società che viene colpita, l’obiettivo è la destabilizzazione della vita quotidiana, la rottura delle routine, la diffusione della paura sia attraverso la scarsa comprensione delle motivazioni dell’atto da parte delle vittime, sia per la scelta di bersagli quotidiani (la massa delle persone e la semplicità delle cose): terrorizzarla. Il secondo effetto riguarda l’organizzazione stessa del terrorismo: ogni attacco viene sfruttato sul piano comunicativo per rinforzare la viralità del modo operativo. È normale che dopo ogni attentato le piattaforme digitali legate al terrorismo rilancino video e immagini dell’evento, santificando l’attentatore e propugnandone l’imitazione». Ed entrambi i livelli erano presenti a Modena. Sia nel 2003 sia due settimane fa.
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Il 22enne Jaggay Naber è stato fermato dagli uomini della Digos di Reggio Emilia (Polizia di Stato)
Stando alla ricostruzione degli inquirenti voleva compiere un attentato, proprio a Reggio, in una affollata serata di festa. Ma, a contrario di quanto accaduto con El Koudri, è stato fermato in tempo. Naggay era già noto alle forze dell’ordine che da due anni ne monitoravano i suoi movimenti. Più volte, infatti, si era dichiarato sostenitore dello Stato islamico e pronto a organizzare un attentato. La Germania pesa enormemente nel racconto giudiziario. Naggay viene descritto come un ragazzo ossessionato dall’universo jihadista già dal 2019, quando mostrava ai compagni «video di decapitazioni». Poi arrivano gli episodi sempre più inquietanti: falsi allarmi bomba, minacce di attentati nelle stazioni ferroviarie, lettere dal carcere in cui rivendica simpatia per Hamas e Isis, fantasie di ostaggi e martirio. Arrivato in Italia, dopo la sua espulsione da soggetto «pericoloso», è stato seguito dal Centro di salute mentale reggiano, poi ha interrotto il percorso e giovedì scorso, a pochi giorni dall’attentato di Modena, secondo l’accusa, sarebbe stato anche lui pronto a colpire. È stata la madre a segnalare alla polizia le intenzioni del ragazzo, dopo che questi le aveva aveva mandato un messaggio valutato come inequivocabile, nel quale dichiarava di «andare in centro con un coltello a picchiare le persone». E Reggio Emilia, giovedì scorso, già dal pomeriggio era più affollata del solito, perché al palazzetto era prevista una importante partita di pallacanestro: Reggiana Basket contro Olimpia Milano mentre in centro era in corso anche uno spettacolo musicale. Naggay è stato fermato dalla polizia mentre si dirigeva a piedi, da solo, proprio nell’area della movida. Ora è gravemente indiziato del reato di arruolamento con finalità di terrorismo anche internazionale e per lui, ieri, il gip ha confermato la custodia cautelare in carcere. Il problema non sarebbe l’appartenenza formale a una cellula terroristica, bensì la disponibilità soggettiva all’azione violenta. È qui che entra in gioco il comma quattro dell’articolo 270 del codice penale. Non serve il soldato inserito nella gerarchia del Califfato. Basta un’adesione concreta e individuale alla prospettiva terroristica. Una prospettiva che proverrebbe dritta dal suo recente passato. Dal 2024, quando era stato arrestato in Germania e condannato a 20 mesi per «simulazione di reato» e «disturbo della quiete pubblica mediante la minaccia di commettere un reato». Nel gennaio 2022, mentre si trovava alla stazione di Friburgo, era stato fermato per un controllo dalla polizia e in quell’occasione ha dichiarato di avere con sé un’arma «per commettere un attentato in nome dello Stato Islamico». Nell’aprile dello stesso anno aveva spontaneamente chiamato la stazione di polizia di Villingen, comunicando che stava per commettere un attentato dinamitardo, aggiungendo di aver «ricevuto da un siriano, conosciuto tramite un gruppo Telegram, uno zaino con all’interno una bomba collegata a distanza che avrebbe depositato nella stazione ferroviaria». A seguito di questa chiamata, le stazioni di Offenburg e Lahr erano state chiuse per diverse ore con il blocco totale della circolazione. Nel giugno dello stesso anno è stato arrestato, dichiarato socialmente pericoloso sottoposto a visita psichiatrica, per poi finire nel penitenziario minorile di Adelsheim. E anche lì avrebbe ribadito più volte la sua volontà di agire. Un giorno, per esempio, come riportato nell’ordinanza, avrebbe chiesto al responsabile dell’area lavoro della struttura di poter cercare su internet il sito di un negozio di bricolage. Una volta trovato, aveva digitato sul sito della catena la parola «ascia» e ne aveva poi selezionata una tra quelle offerte in vendita. Alla richiesta di spiegazioni, aveva dichiarato di volersi «recare alla stazione ferroviaria di Mosbach-Neckarelz per compiere una vendetta per l’uccisione da parte dei tedeschi di Abu Talha Al-Almani», un rapper, morto nel gennaio 2018 in Siria dove aveva raggiunto lo Stato islamico. E per mostrarsi più credibile Naggay avrebbe aggiunto i dettagli dell’operazione che stava pianificando: «Dato che tra quattro mesi sarò rilasciato, comincio subito a pianificare il tutto. Lo faccio per l’Isis perché per me la Germania non è uno Stato finché non sarà islamica e governata dall’Isis». Poi avrebbe affermato a più riprese che «la violenza è un mezzo legittimo per manifestare le proprie convinzioni religiose».
Atteggiamenti che gli sono costati perizie e cure psichiatriche. Poi c’è la chat di Telegram, il vero detonatore dell’inchiesta italiana. Con al centro una conversazione che il giudice interpreta come un dialogo con un possibile reclutatore o intermediario dell’Isis. L’interlocutore usa termini tipici del gergo jihadista: «Lone wolf (lupo solitario, ndr)» e «gruppo specializzato». Si parla di video di adesione al Daesh, di soldi, di «produzione di tossine» e di «lezioni di manifattura». Il giudice insiste soprattutto su un elemento: l’altro interlocutore pretende «prove» della fedeltà ideologica di Naggay prima di aiutarlo. «Qualsiasi cosa che dimostri che sei un sostenitore». Una provocazione alla quale l’indagato replica con una promessa: «Registrerò un video in cui dichiarerò di essere sostenitore dell’Isis». L’istigatore, però, chiede altre conferme: «Quando puoi girarlo? Fino ad allora non posso aiutarti (economicamente)». Ed è a quel punto che fornisce all’allievo un inquietante suggerimento: quello di assumere l’identità di un «lone wolf». Un lupo solitario.
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Simone Venturini (Ansa)
Il più giovane tra i candidati nella corsa a Ca’ Farsetti ha superato il diretto avversario del campo largo, Andrea Martella, 58 anni, segretario regionale del Pd, assestando un sonoro schiaffone alla sinistra che non è andata oltre al 40%. Non c’è bisogno di ballottaggio, e quello che è accaduto in Laguna è un test politico importante. «Sarebbe una grande gioia», era stato il primo commento di Giorgia Meloni al risultato che si prospettava, riferito dal senatore di Fdi Raffaele Speranzon.
Qualcuno ha fatto notare che a Venezia il No al referendum costituzionale sulla giustizia aveva preso il 55% dei voti, eppure questo non si è affatto tradotto in uno spostamento a sinistra dell’elettorato. «La stagione buona», che univa Pd, M5s, Avs, Italia Viva, Psi, +Europa, Radicali e Rifondazione Comunista non ha convinto gli elettori. E nemmeno sono bastati i voti degli islamici, cercati da Martella mettendo in lista ben sei esponenti della comunità bengalese che da tempo chiedono una moschea a Mestre.
Il candidato della mega coalizione «da sindaco darà a Venezia quel cambiamento che Venezia domanda», prometteva sul palco in piazza Ferretto la segretaria nazionale del Pd, Elly Schlein, in chiusura di campagna elettorale. Previsione sbagliata, i desideri dei veneziani non sono stati intercettati a sinistra. A Cà Farsetti siederà Venturini. «È un risultato importante e un apprezzamento personale», ha commentato il neo sindaco a caldo, mentre si faceva festa in Galleria Matteotti a Mestre, suo quartier generale assieme alla sede elettorale di Campo Santa Marina, nel centro storico di Venezia, che ad aprile venne imbrattata con cartelli offensivi e intimidatori.
«Un risultato che arriva dopo due mesi impegnativi, ma dopo undici anni di storia personale al servizio della città», ha precisato Venturini. «In questa campagna mi sono sempre presentato come Simone, un ragazzo che da Marghera è partito, ha fatto la gavetta, si è impegnato nel territorio, si è presentato con una civica supportato dal centrodestra e oggi sta ricevendo un buon risultato».
Laureato in giurisprudenza, nato e cresciuto a Marghera, ora residente nella città storica, a 22 anni risultò il più giovane eletto nel Consiglio comunale veneziano. Nel 2015 scese in campo con la lista civica «fucsia» di Brugnaro, fu il più votato e diventò assessore con la delega a Coesione Sociale, Lavoro, Infrastrutture e Sviluppo economico.
Nel corso del mandato 2015-2020 aveva ricoperto ulteriori incarichi all’interno di commissioni e organismi locali e nazionali, nel 2020 venne rieletto sempre nella lista dell’ex sindaco. Ieri, con la lista civica «gialla» sostenuta dal centrodestra ha dimostrato di saper conoscere gli abitanti della sua città. Tra gli obiettivi, vuole una Venezia a misura di giovani «anche in chiave residenziale», come aveva dichiarato alla Verità.
Alla chiusura dei seggi l’affluenza definitiva nel comune di Venezia, con tutte le 256 sezioni conteggiate, è stata del 55,87%, sei punti percentuali in meno rispetto al 2020 (62,23%). Hanno votato 112.701 elettori su 201.713 iscritti (55,87%). Erano otto, tutti uomini, i candidati alla carica di primo cittadino alle elezioni comunali di Venezia.
Oltre a Venturini e a Martella, in grande distacco gli altri nomi in lista, che erano con «Prima il Veneto» Pierangelo Del Zotto, 63 anni, ex assessore al Bilancio della provincia di Venezia; con le liste civiche «Abc-Ambiente Bene Comune» e «Venezia Pace Lavoro» Giovanni Andrea Martini, 70 anni, docente in pensione e già presidente della Municipalità di Venezia-Murano-Burano; con «Ora!» Michele Boldrin, 69 anni, economista e docente universitario alla Washington University in Saint Louis, che è risultato tra i più votati tra i «minori». Con la lista civica «Città vive» Claudio Vernier, 49 anni, titolare del caffè al Todaro di piazza San Marco; Roberto Agirmo, 58 anni, imprenditore turistico, era il candidato di «Resistere Veneto» mentre Luigi Corò, 62 anni, ex assessore di An a Mirano, esponente di Futuro Nazionale, si presentava con la lista «Futuro per Venezia Mestre». Tutti hanno portato a casa manciate di voti.
«Per le elezioni comunali di Venezia non mi aspettavo un risultato di questo tipo: era difficile immaginare una débâcle così pesante per il centrosinistra. L’astensione sembra aver colpito soprattutto un elettorato giovane, che non si è riconosciuto nella candidatura di Andrea Martella. Proprio quei giovani che poche settimane fa avevano fatto sentire la propria voce in occasione del referendum sulla giustizia, questa volta sono mancati del tutto», ha dichiarato il filosofo Massimo Cacciari, due volte sindaco di Venezia.
Si è votato anche in due Comuni della città metropolitana Venezia. A Cavallino-Treporti, dove è stata riconfermata Roberta Nesto con la sua civica orientata verso il centro destra e a Torre di Mosto dove è stato eletto Andrea Marchesin, sostenuto dal centrodestra (Fi, Fdi, Lega, Udc, Torre di Mosto).
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