Anna Maria Cisint: «Galera per gli imam violenti e che rifiutano i nostri valori»

Onorevole Cisint, il dramma delle spose bambine tocca anche il nostro Paese, come ha dimostrato un’inchiesta di Fuori dal coro…
«I terribili fatti di cronaca e le coraggiose inchieste giornalistiche, portate avanti da giornali come il vostro e Fuori dal Coro, fanno da cartina di tornasole di ciò che sta accadendo nel nostro Paese: una cavalcante islamizzazione che, come una cupa coltre nera, sta coprendo l’Italia, rischiando non solo di far esplodere il fondamentalismo islamico, ma anche di annichilire le nostre istituzioni, da quelle politiche - dove si tenta di infiltrarsi - a quelle giudiziarie. Penso al caso di Brescia, dove a un violentatore islamico qualche giudice ha ritenuto di comminare appena cinque anni di pena».
Da anni, Anna Maria Cisint (Lega) segue il fenomeno dell’islamizzazione. Prima da sindaco di Monfalcone e, oggi, da eurodeputata.
Siamo già sottomessi?
«L’Italia deve essere in grado di reagire ora, prima che sia troppo tardi. E io lo so, lo so meglio di altri: l’ho visto e l’ho vissuto sulla mia pelle a Monfalcone già dieci anni fa. Ho ascoltato le voci spezzate di ragazze poco più che bambine, che mi hanno raccontato la gabbia in cui vivevano prima di trovare la forza di denunciare e fuggire da quello che è, a tutti gli effetti, un sistema ideologico di controllo della comunità, nel quale la religione diventa lo strumento di gestione del potere e del terrore su una comunità interamente sottomessa a ciò che impone il sedicente imam all’interno di moschee, per lo più abusive. Sono loro a insegnare ai bambini che è giusto sposarsi con una bambina e alcuni lo dicono anche perché così l’uomo può provare più piacere. Una vera e propria operazione di indottrinamento tramite il lavaggio del cervello».
Cosa intendete fare per fermare l’islamizzazione del Paese?
«Serve un’azione forte. Ed è esattamente ciò che vogliamo fare con l’introduzione di un nuovo impianto normativo. L’obiettivo principale è il raggiungimento dell’intesa prevista dalla Costituzione. Ma per l’inerzia degli islamici tale traguardo è ancora lontano. Per questo è necessario promulgare una legge: regole chiare, che definiscano il perimetro di legalità dell’esercizio del culto islamico in Italia. Sei dentro? Bene. Altrimenti non possiamo concederti nulla, neppure mezzo metro. Intendiamo istituire un registro dei predicatori e dei ministri di culto, vincolandone l’iscrizione alla sottoscrizione di una nuova “Carta dei valori degli enti religiosi”. Una carta che impone precise responsabilità e obblighi sia ai predicatori sia ai referenti delle associazioni islamiche: dal rispetto del nostro ordinamento giuridico, alla tutela della dignità della persona e della donna».
Cosa prevede la proposta di legge a cui state lavorando? Ci può anticipare alcuni punti?
«Vogliamo introdurre requisiti stringenti, come la conoscenza della lingua, la residenza in Italia e l’assenza di condanne penali. A ciò si affiancherà un sistema di monitoraggio costante, anche successivi all’iscrizione. Le sanzioni severe: espulsioni velocizzate, reclusione per chi predica violenza o contenuti contrari all’ordinamento, revoca definitiva dell’iscrizione al registro e quindi l’impossibilità di poter predicare in Italia e sanzioni alle associazioni islamiche che consentano attività di culto a predicatori non iscritti all’albo».
Tra i vari problemi ci sono anche i finanziamenti, poco limpidi, che le moschee ricevono dall’estero…
«Ce lo ha insegnato l’inchiesta sul cosiddetto “pizzo islamico” a Monfalcone, con soldi estorti ai lavoratori bengalesi per essere destinati alle moschee; il report dell’intelligence francese, che accende un faro sui finanziamenti provenienti da organizzazioni, fondazioni e Paesi vicini alla Fratellanza musulmana; e l’inchiesta su Hannoun e sui fondi sporchi utilizzati per finanziare Hamas. Tutto questo ci impone di pretendere trasparenza e tracciabilità nei bilanci di tutte le associazioni islamiche. Nella nostra proposta introduciamo, infatti, l’obbligo di pubblicazione dei bilanci e il blocco dei finanziamenti dall’estero, salvo esplicita autorizzazione. Non possiamo permettere che realtà come l’Ucoii, braccio operativo della Fratellanza musulmana in Italia, non pubblichi i propri bilanci dal 2020 e, nel frattempo, faccia da tramite per il finanziamento di decine di moschee nel nostro Paese per milioni di euro».
L’immigrazione islamica si può fermare? Se sì come?
«Si può fermare e si deve fermare è una questione di sopravvivenza per il nostro Paese e di difesa dei nostri valori e della nostra identità, di un’incompatibilità profonda con un sistema - quello islamico - che punta a espandersi anche attraverso l’arma degli ingressi, sia regolari che irregolari».
È soddisfatta delle misure che sono state messe in atto?
«Su questo il nostro Governo si sta muovendo bene: gli sbarchi sono diminuiti e poi in Europa abbiamo ottenuto l’accordo per schierare uomini e mezzi di Frontex in Bosnia, così da frenare la Rotta balcanica e una nuova lista dei Paesi sicuri dove poter rimpatriare i clandestini; con Molteni abbiamo introdotto nel prossimo decreto sicurezza una stretta importantissima sui ricongiungimenti familiari, che ridurrà ulteriormente gli ingressi; e serve poi introdurre il test osseo per accertare la reale età dei presunti stranieri non accompagnati e rimandare a casa chi truffa lo Stato e commette reati. È inoltre positiva la proposta di un nuovo permesso di soggiorno a punti lanciata da Salvini. Ma se in Italia esiste un problema di islamizzazione, dobbiamo bloccare anche l’arrivo di manodopera a basso costo di fede islamica. Basta bengalesi e pakistani, sì a chi ha radici comuni alle nostre come i popoli latini».






